di Stefano Olivari
Una persona degna di fiducia ieri ci ha detto al telefono: ''E' morto Red Robbins. Ho letto un suo ricordo sul New York Post, nell'articolo di Peter Vecsey. Ma scommetto che sul sito dell'Armani Jeans non c'è nemmeno la notizia''. Il nostro interlocutore aveva ragione, abbiamo visitato il sito e non abbiamo trovato nulla. Per la verità nemmeno oggi, almeno fino al momento in cui stiamo scrivendo. Niente sulle agenzie di stampa, che del resto vivono di sovvenzioni pubbliche e si concentrano sui tagli di nastro dell'assessore. Niente sui giornali, sportivi e non, con le eccezioni di una 'breve' sulla Gazzetta e su Superbasket. Eppure Austin 'Red' Robbins ha lasciato una traccia sia nella storia dell'Olimpia che in quella del basket pro americano: dopo il college a Tennessee sotto Ray Mears, nel 1966-67 fu infatti straniero di coppa (quello 'totale' era Steve Chubin) nel grande Simmenthal campione d'Europa in carica che avrebbe perso di un niente la finale con il Real Madrid. Poi nel 1975-76 straniero anche in campionato, in una stagione stranissima conclusa con la retrocessione del Cinzano (allenatore Pippo Faina, in campo anche Brumatti e Ferracini) in A2 e la vittoria in Coppa delle Coppe. In mezzo a queste due stagioni visse da protagonista quasi tutta la romantica e selvaggia storia della ABA, dalla fondazione (1967, appunto) alla penultima stagione (la lega si sarebbe sciolta nel 1976). New Orleans Buccaneers, Utah Stars, San Diego Conquistadors, Kentucky Colonels e Virginia Squires. Zero minuti nella NBA, nonostante fosse stato scelto dai Sixers. Era l'archetipo fisico del mazzolatore bianco, tanto amato a Milano, ma dotato anche di grande tecnica sia come quattro che come centro: eccellente rimbalzista (in otto stagioni ABA media partita di 10,5), buon difensore, attaccante sottovalutato (13,1 la media) nel 1972 fu anche un buon tiratore da tre punti in un'epoca in cui l'ala forte faceva di solito l'ala forte e absta. Anche se l'highlight della carriera rimane la prestazione in garasette delle finali del 1971, con la maglia degli Stars e compagni come Zelmo Beaty (uno dei grandi che aveva 'tradito' la NBA, che nel momento culminante si infortunò: infatti Red vinse il titolo da centro). Una decina d'anni da negoziante di articoli sportivi, una quindicina da responsabile vendite presso varie aziende e tre di lotta contro il cancro. Poi se ne è andato ai sessantacinque, lasciando la moglie Janie dopo 39 anni di matrimonio e tanti ex bambini ammiratori del suo coraggio. Al Salt Palace come al Palalido.
La sponda dei tatuati, di Oscar Eleni - Brutto risveglio dopo aver visto D’Antoni guidare New York, una banda di sciagurati che neppure lo ascoltano e che vanno per il campo seguendo il profumo dell’oro. Gente che ha ridotto Danilo Gallinari a fare la sponda invisibile o, al massimo, a tirare con i piedi sempre per terra, il contrario dell’evoluzione tecnica che ci aspettavamo, soprattutto adesso che fa il Larry Bird dell’oro olimpico. (Vai all'articolo)
La discesa di Van der Velde, di Simone Basso - Al Giro 1988 ci offrì l'essenza della sua follia poco lucida, la polaroid di una carriera spericolata. Scenario maestoso ed impietoso il Gavia, segni particolari una situazione climatica da tregenda: nevicò manco fosse Natale. Lo stravagante lungocrinito impose un ritmo proibitivo alla ciurma e accoltellò tutti i favoriti: Hampsten, Breukink, Zimmermann, Chioccioli, Bernard, Delgado, Visentini...(Vai all'articolo)
Il primo dei Supermac, di Christian Giordano - Quando i Magpies raggiunsero la finale di FA Cup, nel 1974, andò a rete in tutti i turni della competizione, e l’anno seguente eguagliò il record realizzativo individuale con l’Inghilterra. L’intero Tyneside restò di sale quando, nell’agosto del 1976 per 333.333 sterline, lasciò St James’s Park per l’Arsenal. (Vai all'articolo)
Palla in Retacrit, di Simone Basso - Lo facciamo anche per rovinarvi la visione dei due megaeventi che caratterizzeranno il 2010: magari vi regaleremo la chiave di lettura giusta, per capire una vittoria nella 50 km di Vancouver o il trionfo tutto gruppo e pressing alto di una combriccola pallonara in Sudafrica. (Vai all'articolo)
La discesa di Van der Velde, di Simone Basso - Al Giro 1988 ci offrì l'essenza della sua follia poco lucida, la polaroid di una carriera spericolata. Scenario maestoso ed impietoso il Gavia, segni particolari una situazione climatica da tregenda: nevicò manco fosse Natale. Lo stravagante lungocrinito impose un ritmo proibitivo alla ciurma e accoltellò tutti i favoriti: Hampsten, Breukink, Zimmermann, Chioccioli, Bernard, Delgado, Visentini...(Vai all'articolo)
Il primo dei Supermac, di Christian Giordano - Quando i Magpies raggiunsero la finale di FA Cup, nel 1974, andò a rete in tutti i turni della competizione, e l’anno seguente eguagliò il record realizzativo individuale con l’Inghilterra. L’intero Tyneside restò di sale quando, nell’agosto del 1976 per 333.333 sterline, lasciò St James’s Park per l’Arsenal. (Vai all'articolo)
Palla in Retacrit, di Simone Basso - Lo facciamo anche per rovinarvi la visione dei due megaeventi che caratterizzeranno il 2010: magari vi regaleremo la chiave di lettura giusta, per capire una vittoria nella 50 km di Vancouver o il trionfo tutto gruppo e pressing alto di una combriccola pallonara in Sudafrica. (Vai all'articolo)
mercoledì 25 novembre 2009
La filosofia degli Abba
Nel paese dei processi infiniti una querela non si nega a nessuno: di solito è poco più che una minaccia, ma può capitare che il tifo (spesso politico, qualche volta sportivo) del giudice faccia degenerare la situazione. Insomma, non si sa mai. Però appare improbabile che Zdenek Zeman debba risarcire Moggi per qualcosa. L'allenatore boemo aveva accusato il 'sistema Moggi' di avergli impedito di lavorare, l'uomo che al sistema dà il nome ha ribattuto che Zeman è stato tenuto ai margini dalla sua stessa incapacità (sintetizziamo). La cosa incredibile è che secondo molti giornalisti la credibilità derivi solo dalle vittorie: il senso comune trova impossibile che si possa essere conteporaneamente campioni del mondo con pieno merito e persone dall'etica spregevole, oppure che si possa essere superati tecnicamente da dieci anni ma anche onesti e meritevoli di ascolto. The winner takes it all, non solo secondo gli Abba.
Il primo quarto perfetto di Gurioli
di Stefano Olivari
Nella storia del basket si sono visti parziali pazzeschi, facilitati dal fatto che nella parte di mondo senza salary cap (quasi tutto) le differenze anche fra squadre partecipanti allo stesso campionato sono enormi. Mai però avevamo sentito di un 25 a 0 al di fuori del settore giovanile.
Nella storia del basket si sono visti parziali pazzeschi, facilitati dal fatto che nella parte di mondo senza salary cap (quasi tutto) le differenze anche fra squadre partecipanti allo stesso campionato sono enormi. Mai però avevamo sentito di un 25 a 0 al di fuori del settore giovanile.
martedì 24 novembre 2009
Legia ma con pregiudizio
di Stefano Olivari
Fine settimana di (vera?) gloria. Beccati Cambuur (più 32), Stella Rossa Belgrado (36), Chelsea (19), Twente (27), Milan (54), Panionios (45), siamo rimasti delusi solo dal derby di Cracovia. Comunque l'utile di 113 porta il capitale a 1.095,15 euro. Adesso concentriamoci su Champions e dintorni, soprattutto sui dintorni visto che l'allibraggio rende ingiocabili molte partite (Arsenal e Real Madrid su tutte). Consigli su: Colchester United, Liverpool, Oxford United, Kettering Town, Leeds, Chievo, Legia, Bayern, Besiktas e Atalanta.
Fine settimana di (vera?) gloria. Beccati Cambuur (più 32), Stella Rossa Belgrado (36), Chelsea (19), Twente (27), Milan (54), Panionios (45), siamo rimasti delusi solo dal derby di Cracovia. Comunque l'utile di 113 porta il capitale a 1.095,15 euro. Adesso concentriamoci su Champions e dintorni, soprattutto sui dintorni visto che l'allibraggio rende ingiocabili molte partite (Arsenal e Real Madrid su tutte). Consigli su: Colchester United, Liverpool, Oxford United, Kettering Town, Leeds, Chievo, Legia, Bayern, Besiktas e Atalanta.
Terza stella a destra
di Libeccio
Ibrahimovic fedele all'aliquota, le designazioni di Moggi, la terza stella di Blanc, il patteggiamento dimenticato e l'oblio della stampa che conta.
Ibrahimovic fedele all'aliquota, le designazioni di Moggi, la terza stella di Blanc, il patteggiamento dimenticato e l'oblio della stampa che conta.
Nostalgia preventiva
Et voilà, consuntivo consumato di una stagione storica per i gesti bianchi: ad inizio Masters (chiamatele voi Atp Finals...) un gesto doveroso, coraggioso e soprattutto, per non smentirsi mai, molto chic. Il caffè di fine cena nel tennis, prima della pausa pit-stop, è un torneo che ne rinnega il principio fondamentale, ovvero l'eliminazione diretta; dunque un epilogo stagionale parecchio simile alle esibizioni pro degli anni Sessanta. Il fato vuole che si sia aperto il gruppo B con la riproposizione della partita, in versione mignon, che ha cambiato le sorti della stagione e, incredibile ma vero, modificato il panorama storico di questa epoca; tarda federeriana, beninteso. Anno mitologico, nella piccola storia del grande tennis, perchè ha sancito definitivamente l'immortalità statistica di Roger Federer. Vi risparmiamo i calcoli matematici che potrebbero assicurare, nella classifica, l'ennesimo numero uno finale all'elvetico: se il computer ci smentisse, sarebbe l'ennesima riprova che i calcolatori sono l'invenzione umana più idiota dopo il musical.
Ha sempre ragione Morfeo
Le note vicende di cronaca necessitano di una interpretazione chiara sulla questione sessuale in questo paese, senza lasciarsi prendere, a seconda dei casi da basso chiacchiericcio, voyeurismo, o arrapamento. L’italiano medio non sa come intepretare criticamente quanto è accaduto negli ultimi tre anni, dal caso di Cosimo Mele in poi, ogni 6 mesi deve tornare al voto, e chiede una riscalatura dei valori etici. E’ ora di mettere ordine, a meno che non si voglia consegnare lo scettro dell’ultima parola nelle mani di Vespa e dei maglioni di Crepet.
lunedì 23 novembre 2009
Il primo dei Supermac
di Christian Giordano1. Comincia la carriera da terzino nel Tonbridge prima di arrivare, nell’agosto 1968, al Fulham, dove Bobby Robson lo avanza a centravanti. Quando Robson se ne va, Malcolm Macdonald cade in disgrazia e nell’estate 1969 viene ceduto al Luton Town per 30 mila sterline. In due stagioni agli Hatters viaggia a oltre un gol ogni due partite: 49 in 88 gare di campionato.
2. Nel maggio 1971 il Newcastle United lo prende per 180 mila sterline, allora record del club. Nel Tyneside, Macdonald diventa l’idolo più grande dai tempi di Jackie Milburn. In uno dei suoi primi match coi Magpies (“mègpìs”, non “megpàis”) rifilò una tripletta al Liverpool, e per tutte le sue cinque stagioni fu il miglior marcatore del Newcastle, segnando un totale di 138 gol in 258 presenze. Quando i Magpies raggiunsero la finale di FA Cup, nel 1974, andò a rete in tutti i turni della competizione, e l’anno seguente eguagliò il record realizzativo individuale con l’Inghilterra infilando una cinquina contro Cipro. Di conseguenza, l’intero Tyneside restò di sale quando, nell’agosto del 1976 per 333.333 sterline, lasciò St James’s Park per l’Arsenal.
3. Nella sua prima stagione ad Highbury, con 25 gol vinse la classifica marcatori della First Division. Nel 1977-78 trascinò i Gunners alla finale di FA Cup, persa 1-0 contro l’Ipswich Town. La stagione seguente, dopo appena quattro partite, subì un serio infortunio a una gamba in una trasferta di Coppa di Lega contro il Rotherham United. Nel luglio 1979, a soli 29 anni, Malcolm Macdonald annuncia il ritiro. In poco più di due stagioni ad Highbury, aveva realizzato 27 gol in 107 partite fra campionato e coppe.
4. Al Craven Cottage torna come dirigente di marketing, poi viene nominato allenatore. Nei suoi primi mesi in carica, tiene il club alla larga dalla zona-retrocessione in Fourth Division e nell’1981-82 guida il club alla promozione in seconda divisione. La stagione seguente per poco non porta i Cottagers alla massima serie, ma nel marzo 1984, in seguito a rivelazioni sulla sua vita privata, lascia il Fulham per gestire un pub a Worthing. Rientra nel calcio come manager dell’Huddersfield Town prima di trasferirsi, nel 1993, a Milano come impiegato nelle telecomunicazioni sportive. Per un periodo fa anche il procuratore calcistico e contribuisce a portare al St. James’s Park un suo assistito, la (presunta) stella brasiliana Mirandinha.
Da allora è nel cosiddetto “after-dinner circuit” come speaker, oltre che commentatore per radio locali e columnist del nord-est dell’Inghilterra. Celebre il suo talk-show radiofonico sull’emittente Century FM intitolato "The 3 Legends". Con Supermac, le altre due leggende sono Eric Gates e Bernie Slaven.
Da allora è nel cosiddetto “after-dinner circuit” come speaker, oltre che commentatore per radio locali e columnist del nord-est dell’Inghilterra. Celebre il suo talk-show radiofonico sull’emittente Century FM intitolato "The 3 Legends". Con Supermac, le altre due leggende sono Eric Gates e Bernie Slaven.
La sponda dei tatuati
di Oscar EleniOscar Eleni dal prato della Ghirada, in Treviso, dove la Verde Sport organizzerà il campo dedicato ai bambini, all’intelligenza motoria, una iniziativa, si dice, buona, per i virgulti da zero a sei anni, ma considerando il paese dove siamo, la scuola che abbiamo, facciamo pure da zero a venti e anche oltre, perché su quel campo si possono anche curare ferite da taglio chirurgico.
Servirebbe a tutti avere campi del genere dove valutare certe attitudini e a Milano, quella che un tempo vinceva e parlava pochissimo, quella che sembra fuori da tutto ma ha ancora energie per creare qualcosa di bello, stanno pensando di imitare il progetto illustrato da Gilberto Benetton in un convegno stranamente disertato da chi doveva almeno renderne conto ai lettori prima delle brevi, della disfida fra Roma e Venezia per le Olimpiadi, delle notti passate sognando il poker e la California. I soliti problemi sugli inviti sbagliati, perché questo è un carnaio dove tutto funziona per simpatia, inviti, eppure si sapeva che c’era un ministro, si sapeva da tanto tempo del progetto, come del resto è noto che quando Gilberto Benetton scende in campo nello sport lo fa per amore vero, senza secondi fini come abbiamo sempre ricordato anche al Minucci, prima delle liti e delle divisioni che ci hanno lasciato con i quaqquaraquà, come potrebbero testimoniare persino quelli che nella Marca fingono di non sapere chi ha sostenuto l’attività di alto livello, al di fuori del calcio, ovviamente.
Ma come ti sei svegliato se ti metti a parlare bene di Benetton adesso che la Benetton basket ha preso due rimpalli che mandano un messaggio preciso ai vari Petrucci del quartierino? Mi sono svegliato male dopo aver visto D’Antoni guidare New York, guidare si fa per dire, una banda di sciagurati che neppure lo ascoltano, che vanno per il campo seguendo il profumo dell’oro, gente che ha ridotto Danilo Gallinari a fare la sponda invisibile o, al massimo, a tirare con i piedi sempre per terra, il contrario dell’evoluzione tecnica che ci aspettavamo, soprattutto adesso che fa il Larry Bird dell’oro olimpico, ma soltanto quando va in panchina, sdraidonsi a terra per dare sollievo alla schiena che non sembra guarita come dicevano e dicono gli avidi e i frettolosi che fanno gattini ciechi. I Knicks dei tatuati, te le raccomando le regole NBA su giacca a cravatta, puttanate, hanno perso il terzo supplementare in una stagione dove le sconfitte fanno malissimo, dove Michelino è nei guai seri perché la gente fa presto a sbatterti contro il muro.
La gente è feroce da tutte le parti. Ricordiamo il pubblico del Real che urlava Scariolo dimission, quello della Virtus che sembrava insofferente al realismo di Lino Lardo, al faticoso tirocinio dell’husky Koponen, quello di Milano che non sente Bucchi come il vero Cid di una squadra che ha bisogno del grande guru per nascondere tutto il resto, quello di Mosca che già non sopporta il sostituto di Messina, quello di Malaga che non perdona Aito, quello che ti mangia per essere a posto con la coscienza, quello che diventa Peterson o Bagatta dal film, purtroppo non film muto, a seconda delle musiche che sente in cuffia, quello che risolverebbe sempre tutto mandando via l’allenatore, il presidente, quello che se la prende con Claudio Toti e lo invita ad andarsene sapendo che del domani, a Roma, come a Milano, e certamente a Bologna, non c’è una certezza. Dovrebbero saperlo anche a Pesaro dove adesso sono davvero spaventati perché sembra che Napoli possa arrivare a fare una squadra normale e quasi competitiva a certi livelli entro la fine del girone di andata, pronta a rimontare almeno sulla penultima.
La gente è feroce. È cattiva, noi critici siamo dei bestioni con la bava alla bocca come i bevitori di vodka macerata con l’erba dei bisonti, sempre pronti a vedere il male in tutto, anche se esiste il diritto di replica, il diritto di non essere sempre d’accordo con i Proli della situazione, con quelli che arrivano in città e ti dicono c’è un nuovo sceriffo, del vostro passato me ne impippo, con i fenomeni che scelgono i sarti, i cuochi, persino i medici , fuori dalla città e poi si chiedono perché la città reagisce freddamente. Beh, a parte Pittis che confonde ancora l’eccellente Jumaine Jones con il principesco McAdoo, Milano, ad esempio, era abituata bene, aveva il meglio e per emozionarsi chiede proprio questo, non certo Iverson spinto da chi si confonde fra il risotto e le deiezioni dei cani. Certo che Iverson farebbe notizia, muoverebbe il cielo sopra Milano, ma per quanto tempo prima di pentirsi ci chiedono da Memphis e dintorni? Questo è il problema con chi si vanta di avere solida competenza, grandi maestri: erano sempre in bagno a fumare quando c’erano lezioni vere.
Settimana di purificazione nel distacco da Carlo Recalcati. Piangono i coccodrilli e i delfini di fiume. Non se ne poteva più di una situazione malata e insistere troppo per avere Pianigiani alla guida di Azzurra sembra voler fare un torto al quarantenne lupo della Mens Sana che certo sbalordisce il mondo con questa voracità, con questo record di 10 sconfitte su 136 partite, perché ai cari Petrucci e Meneghin voremmo dire che per un Chessa o un Martinoni al risveglio bisogna poi segnalare le prove dei titolari dell’ultima frana europea e il premio a Capobianco come allenatore dell’anno è strameritato perché bisogna davvero essere pazienti per sopportare Teramo così come la vediamo oggi, per non prendersela troppo davanti a certe prestazioni come quelle dei ragazzi d’oro Poeta ed Amoroso che certo meritano affetto, ma dovrebbero anche smetterla di fare recite fuori tema: il regista è spesso stonato e monocorde, ma sembra sempre che sia soltanto lui a tirare la carretta della Tercas, l’ala forte ha uno strano modo di combattere, un modo che piace quasi a tutti, ma poi lo vedi cedere di nervi quando servirebbero braccia solide per tenere su il tetto. Meglio allora i Michelori e Di Bella, i Mordente, che non se la tirano, ma in campo ci mettono sempre la faccia e non chiedono sconti se arricci il naso perché non fanno tutto bene.
Pagelle sulle ferite nella settimana europea che mette Siena e Milano contro le grandi di Spagna dove la ACB ha chiuso i conti con tanti soldi nelle casse, tanti progetti, ma certo loro ci prendono il mondiale che è vero zucchero e ci appoggiano per l’europeo che, ormai, è vero tormento anche giocato in casa propria come vi direbbero i polacchi che non sono certo tanto più deboli di Azzurra allo sbando, di questo basket dove tutti guardano in alto e non si accorgono che il resto del sistema è nella palude, nel giardino dei poveri di idee e quattrini.
10 A ZISIS e MORDENTE, compagnoni ai tempi di Treviso, produttori di vino rosso e bianco, il non ancora famoso Zimor che contiamo di stappare presto ringraziando questi due galantuomini, questi ragazzi che hanno cervello e cuore, che sono uomini veri e che al momento sono anche la gioia e la fortuna dell’Armani e di Siena.
9 A Carlo RECALCATI se troverà subito una nazionale da allenare, se tornerà presto su una panchina di serie A, se chiederà un po’ di silenzio e di rispetto su questa vicenda sgradevole che lo ha separato nella casa dell’ex amico Meneghin. A noi piace Micione Charlie quando lavora, non quando trama.
8 All’ ALTRA MILANO che domenica porterà Chuck Jura il magnifico sul legno del Palalido per una premiazione solenne prima che vadano in campo Armani e Scavolini. Dovrebbe presentare il tutto un Dan Peterson che anche quando deve fare giochi a due con gente sbagliata, gli succedeva a SKY, gli capita anche oggi, è sempre il numero uno, quello che sa cosa bere quando il sole delle parole al vento spacca le pietre che non hanno trovato le teste giuste da rompere.
7 A Massimo CHESSA, sassarese di Biella, classe 1988 e Nicolò MARTINONI, varesino Cimberio, classe 1989, prestato dalla Benetton a chi nell’ultima giornata ha mandato in campo di lavoro chi pensava di essere già pronto alla beatificazione per aver rischiato nella costruzione della squadra. Due giovani che danno speranza per il 2011, speriamo che con Melli ci diano qualcosa di più di quello che assurdamente ci aspettiamo dai ragazzi NBA.
6 Alla NBA che coltiva l’Europa alla sua maniera, che ti offre l’elenco giocatori mettendo di fianco a ciascun nome l’ingaggio. Un suggerimento che la Lega dovrebbe seguire in fretta, prima che al Coni scoprano certe cifre per certi italiani.
5 Al grande MASCELLANI, presidente di Ferrara, per aver fatto sapere ai suoi giocatori che per quello che ha speso si aspetterebbe di avere risultati migliori. Non è questa la strada per ridare energia e fiducia ad un gruppo che ha pagato anche momenti di esaltazione collettiva esagerati.
4 A Massimo BULLERI perché se è fra i migliori ogni volta che è in dubbio, ogni volta che deve fare un test pre gara per sapere se potrà andare in campo, allora le gente comincerà a sospettare che non tutti i mali vengono per nuocere e non tutti gli allenamenti saltati fanno perdere la buona predisposizione ad essere creativi, a tirare dal perimetro quando l’allenatore chiede più palloni per i centri.
3 A Maurizio GHERARDINI che dopo le uscite di curva della Toronto dove Bargnani resta, inutile litigarci ancora, quello che in Spagna e nella qualificazione europea lasciava perplessi tutti quelli che avevano già capito come non esistesse un feeling fra allenatore e giocatore, fra giocatore e basket con pelotas, dopo questo inizio stagione NBA con molti scuri, non ha ancora sentito i suoi personalissimi tifosi italiani urlare che la colpa non è del geniale forlivese, ma di chi non lo ascolta come fanno nella federazione canadese. Uhm.
2 A Dino MENEGHIN per quel comunicato senza dentro niente con il quale la Federazione si congedava da Recalcati, per questo silenzio sul futuro tecnico, il settore più delicato ed importante di una Federazione che ha bisogno di idee, di gente con voglia di lavorare, di esplorare il territorio, di fare battaglie rusticane con quelli della pallavolo e dell’atletica per avere gente da educare sui campi di basket nei posti giusti, con le giuste esperienze e f dolorose fatiche. Non vi salvate solo con le azzurrine della femminile volute dal Ticchi. Comunque meglio lacrime finte delle cause in tribunale come si rischiava anche adesso, dopo la vergogna della causa contro Riccardo Sales di quel tipo che oggi, per fortuna, cerca tartufi in una terra dove nascono soltanto fichi.
1 Alla BENETTON cucinata in salsa parilla da Pillastrini e dalla Cimberio perché non basta avere coraggio nelle scelte, bisogna anche rischiare a spendere qualcosa in più per sostenere l’esperimento. I giovani meritano spazio, ma pure bastone oltre a piatti di carote. Se cominciano con dei difetti poi non se li tolgono più. Nei vivai bisogna investire partendo dai buoni stipendi per chi istruisce i giovani.
0 A Nando GENTILE che non può iniziare con cinque stranieri cinque sul campo di Siena, non può reggere due tempi sfruttando il meno possibile i ragazzi i italiani dopo aver visto che tipo di purgante è il tifo del presidente Petrucci per chi predica bene e finisce per razzolare malissimo.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)
Applausi per Postiglione
di Stefano OlivariI pochi bookmaker che accettano puntate sulla ex serie C, ma anche sul ventre molle della B (o di come la vogliono chiamare: ieri sera un dirigente peone, perché noi non parliamo mai con gente di primo piano, ci ha detto che l'ultimissima ipotesi è 'Lega Italiana'), sono di sicuro masochisti. Anche quando obbligano a legare tre risultati: potrebbero farne legare anche cinque...La freschissima vicenda di Potenza è in questo senso istruttiva, visto che il protagonista non è il solito stopper dalla marcatura morbida che leva all'attaccante il pizzuliano 'problema di girarsi'. Qui fra gli altri è stato arrestato il presidente, Giuseppe Postiglione. E le partite in questione non sono solo quelle della sua squadra: da Ravenna-Lecce, serie B 2007-2008, Postiglione secondo l'accusa avrebbe tratto un lucro di 86.000 euro. Importante dettaglio: non si parla di totonero (le scommesse sotto inchiesta sono state effettuate in agenzie regolari), ma di calcio finto in senso stretto. Altro dettaglio: la parte sportiva non è centrale nell'inchiesta, a riprova che solo casualmente (le intercettazioni da cui nacque Calciopoli in origine rigurdavano mondi totalmente diversi) si può scoprire qualcosa sulla fiction che ci dà di che vivere. Inutile per il momento (gli arresti sono avvenuti poche ore fa) trarre conclusioni oltre la registrazione dei fatti, ma si può ricordare che Postiglione è presidente del Potenza da tre stagioni: lo ha infatti preso, nel 2006 (a 24 anni! Attività primaria: un'azienda che installa antenne e ripetitori) in C2. All'attivo una promozione, al passivo una retrocessione poi annullata dal ripescaggio deciso dalla Lega e un'altra simpatica vicenda (un presunto illecito con la Salernitana, diventato nella sentenza della Disciplinare 'slealtà sportiva' con il buffetto di tre punti di penalizzazione). Abbiamo letto, visto che non c'eravamo, che ieri durante Potenza-Rimini gli ultras lo hanno fischiato mentre la parte 'normale' dello stadio lo ha applaudito.
domenica 22 novembre 2009
La discesa di Van der Velde
di Simone Basso1. La faccia da schiaffi è di quelle memorabili, i capelli lunghi ma non troppo (da primi Stones) e gli occhietti da eterno furbastro. Johan Van der Velde da Rijsbergen, nato il 12 Dicembre 1956, aveva tutte le caratteristiche del fuoriclasse: il fisico longilineo e la capacità, rara, di essere eccellente in ogni settore richiesto a uno sfregaselle. Si materializzò nei pro, dopo una carriera giovanile notevole, al Giro di Romandia 1978: la matricola ventunenne sorprese tutti nella tappa più dura della corsa elvetica, compreso il suo capitano nonchè leader della corsa, Hennie Kuiper. Con il grande Hennie in crisi, Vdv ebbe via libera per un numero d'alta scuola, salendo verso Thyon nella neve; singolare caratteristica meteorologica che rimbalzerà qua e là nelle vicende agonistiche del nostro. Un presagio o un destino, fate un po' voi.
2. L'onnipotente Peter Post, a ragione, pensò d'avere in squadra il futuro fenomeno del ciclismo internazionale: anche perchè il presente, per i conterranei di Van Gogh, luccicava talmente tanto da consigliare un bel paio di occhiali da sole...Erano gli anni dei tulipani da esportazione, una sfilata sontuosa di eredi del mitico Janssen: duri a morire, sempre presenti a Tour e classiche (il già citato Kuiper e Zoetemelk) e pirati delle strade nordeuropee alla Raas e alla Knetemann. Una scuola di talenti disposti a tutto per passare il traguardo prima degli altri, con una borsa di trucchi alcune volte oltre l'indecenza (chiedetelo per esempio a Battaglin...). Corsari dell'asfalto rodati dal vento e dalle pioggie di quei luoghi dal panorama meravigliosamente monotono; il Giovanni fu il più fico dell'ultima sfornata, comprendente talenti come Winnen e Lubberding, quest'ultimo lombrosianamente gemello del testone di Rijsbergen.
3. Per Vdv c'è l'intero articolo, ma il biondone bis della Raleigh necessita di una piccola finestra: negli ultimi trent'anni di Tour fu l'unico atleta meritevole (?) di una scorta della gendarmeria per proteggerlo dagli spettatori incazzati. Nel 1983 infatti (con già un successo in tasca ad Aurillac) in un testa a testa con Michel Laurent, accompagnò lo sfortunato alfiere della Coop-Mercier da una parte all'altra della sede stradale, peraltro larghissima. Il poverino fu schiantato dal buon (?) Henk sulle transenne e rovinò a terra dopo un salto mortale spettacolare. Il delinquenziale pluricampione olandese trovò persino il tempo di esultare, prima della prevedibile fuga in albergo seguita dall'inevitabile squalifica: da quel giorno, sulle cime alpestri, per sapere dov'era Lubberding bastò ascoltare con attenzione la reazione acustica della folla. Al passare degli eroi della strada, il tulipano cattivo venne accolto da una via lattea di fischi, che lo accompagnò fino ai sospirati Campi Elisi.
4. Per tornare al Van, il talento olandese rese ancor più memorabile il noviziato portando a casa anche i Giri di Gran Bretagna e Olanda: facile ricordarsi delle lodi spericolate della stampa arancione, quando due anni dopo concluse in maglia bianca (dodicesimo assoluto) una Grande Boucle tutta orange, scudiero prezioso del Zoetemelk finalmente vincitore. Quella sfilata orgogliosa dei Paesi Bassi a Parigi (undici vittorie di tappa e con il bonus del Kuiper secondo in classifica) fu anticipata dall'esibizione muscolare di Giovanni al Delfinato: all'ottava frazione nei pressi di Grenoble, con ai bordi della strada la neve, improvvisò un esercizio fuga che sbancò la corsa e impressionò i tecnici.
5. C'era abbastanza materiale per preparare la successione ufficiale, peccato che il lungagnone nelle stagioni seguenti confermasse una predisposizione genetica all'evasione delle proprie responsabilità. Detto in soldoni, il pigro Johan non ne volle sapere di spiccare il salto definitivo verso la gloria assoluta, soddisfatto della dimensione di campioncino imprevedibile e un po' matto. Iniziò, negli appuntamenti più importanti, a nascondersi come un bambino divertito nel giardino di casa: cucù, indovina dove sono? In prima fila quasi mai, reietto. Allergico alla disciplina di uno squadrone come la Raleigh, oblomoviano dal punto di vista degli allenamenti, nel 1981 riuscì a portare a casa lo scalpo della Liegi-Bastogne-Liegi dopo una corsa perfetta, portata a termine sotto il diluvio. A ribadire l'eterna incompiuta di Vdv, arrivò la positività al pisciatoio e la Doyenne andò all'elvetico Fuchs: un destino dolceamaro, quello del perdente di successo. Eppure, tra una delusione e l'altra, mise insieme in pochi anni un bel carnet: due titoli nazionali, Zurigo, eccellenti prestazioni al Tour culminate con un terzo posto promettentissimo nel 1982. L'anno dopo, in un'edizione durissima, si immolò agli dei con una caduta spaventosa; un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi della frattura alla spalla.
6. La rottura con il padrino Post, alla vigilia della diaspora dello squadrone che caratterizzò un decennio, significò la scelta bizzarra dello sbarco in Italia; alla corte di Mauro Battaglini. Attratto da una barca di soldi, in quel periodo fu l'unico corridore di un certo livello che accettò le lusinghe del Bel Paese, poco conveniente per un veltro delle sue caratteristiche. Immaginiamolo infatti immerso in quella specie di Medioevo ciclistico, caratterizzato da gare ammaestrate, prive di grande agonismo e con percorsi degni della gloriosa Udace. In quel biennio raccolse una valanga di piazzamenti, buttandosi al colmo della disperazione anche nelle volate di gruppo, vinse (naturalmente per distacco) una splendida Coppa Bernocchi e fu testimone oculare al Giro'84 di un fenomeno della natura quale il Laurent Fignon dell'anno orwelliano. Quel dì ad Arabba la sua fu un'impresa, perchè resistette al francese fino all'ultima salita, esibendo un tenacissimo elastico di fronte alle quattro ruote motrici del parigino.
7. Il 1986 segnò un momentaneo ritorno all'ovile dell'allora Panasonic e l'ormai eterna promessa, di un futuro visto solamente in cartolina, si ritagliò un paio di giornate memorabili nelle corse a tappe: andò a segno sia al Giro, a Pejo dopo la canonica sgroppata solista e l'altrettanto abituale tempo da cani, che al Tour. L'approdo alla Gis di Waldemaro Bartolozzi fu l'ennesimo capitolo della saga confusa dell'olandese errante; "leggendaria" la vittoria nella classifica a punti del Giro'87, dopo una prima settimana sull'orlo del ritiro, trovò l'ispirazione giusta ai piedi delle Dolomiti e vinse a Sappada e a Canazei. Se la prima vittoria passò quasi in silenzio a causa della celeberrima faida interna alla Carrera (Roche che fregò il Visentini), la cavalcata dei Monti Pallidi ci consegnò una delle immagini più esaltanti del nostro eroe riluttante. Sulla Marmolada piantò in asso signorini come Lejarreta e Millar (che oggi si chiama Philippa York), macinando gli ultimi chilometri in uno stato di grazia regale.
8. Ma fu al Giro 1988 che ci offrì, di ciclamino bardato, l'essenza della sua follia poco lucida; la polaroid di una carriera spericolata, da campione pazzo. Scenario maestoso ed impietoso il Gavia, segni particolari una situazione climatica da tregenda; nevicò manco fosse Natale. Lo stravagante lungocrinito impose un ritmo proibitivo alla ciurma e accoltellò tutti i favoriti: Hampsten, Breukink, Zimmermann, Chioccioli, Bernard, Delgado, Visentini... Se ne andò via domando lo sterrato e il tempo infame, zingaro filiforme con la testa da sbandato ed il resto da fuoriclasse. Un paio di centimetri di neve sulla capa scoperta, le maniche corte e senza guanti (sic): sulla cima del mostro accennarono a fermare la corsa, ma il gigante della strada fece segno ai pigmei, intirizziti nella bufera, di togliersi di mezzo...In quel gesto l'irrazionalità e la follia del Vdv, che senza nemmeno un giubbino e semiricoperto di ghiaccio e acqua si buttò in discesa. Dopo una serie di curve suicida, l'ex campione olandese crollò dalla bici in preda ad un violento attacco di freddo: dopo qualche attimo di terrore (si pensò a un tuffo nel vuoto delle innumerevoli scarpate di quel monte..) il Giovanni ipercongelato fu ritrovato e condotto in una macchina, per riacquistare un aspetto almeno alla parvenza umano. A Bormio ci arrivò, quarantasei minuti e quarantanove secondi dopo il vincitore di tappa, ovvero il connazionale Erik Breukink: perse praticamente cinquanta minuti in quei momenti drammatici, sorpassato da colleghi più saggi ma altrettanto masochisti, imbacuccati dalla testa ai piedi.
9. Il Vdv, sciagurato all'ennesima potenza, aggiunse una postilla originale alla sua fama: addirittura implose in una vicenda "famigliare" tragicomica. Nell'estate del 1990 il Van fu beccato, accompagnato dal degno fratellino Theo (stessa scatola cranica disabitata, talento ciclistico bonsai), mentre saccheggiava un ufficio. Colto sul fatto con tanto di attrezzi del mestiere (forse il ciclismo era un passatempo?), confessò agli allibiti poliziotti di Zundert le precedenti imprese compiute negli anni passati: sette (!) furti con scasso ai danni di abitazioni e negozi, roba da entusiasmare Arsenio Lupin e altri professionisti del settore. Così, nella maniera più squallida e ridicola, terminò la vicenda del pazzoide Giuàn: dal camper del Gavia alle galere olandesi. Non molto tempo fa, Vdv è ricomparso al Tour: nell'ambiente (dopo tanti anni) erano tutti contenti di riabbracciarlo; magari, dopo i saluti e le frasi di circostanza, qualcuno ha controllato la presenza del proprio portafoglio in tasca. Meglio non fidarsi di quel monello con il viso da bambino invecchiato.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
La differenza fra pallone e pallina
di Stefano Olivari
Ritardi, serie, alternanze, legge dei grandi numeri: buona parte della stampa specializzata in scommesse affronta l’argomento con una logica degna della roulette. Che è il gioco statisticamente più onesto dell’universo, scontando solo la cosiddetta tassa sullo zero (circa il 2,7%), ma nel lungo periodo è lo stesso perdente. Nel caso del calcio non ci si può aggrappare nemmeno a considerazioni matematiche, per quanto labili e fallaci. Dal fatto che il Liverpool sia dato a 1,90 contro il Manchester City vari ‘esperti’ dedurrebbero che i Reds abbiano il 52,6% (100 diviso 1,90) di probabilità di vincere. Non è vero, visto che la quota tiene conto anche dei comportamenti degli scommettitori e dell’aggio del bookmaker: ma non stiamo a sottilizzare, prendiamo la premessa per buona. Il problema è che da questa premessa nascono ragionamenti di stampo roulettistico: in pratica si consiglia, dopo il primo colpo perso, di andare al raddoppio della posta su un’altra partita con la stessa quota. In alternativa di usare una delle tanti montanti rovina-famiglie. La pallina non ha memoria, ma il calcio a volte sì: le partite in un certo range probabilistico non rispettano quindi nemmeno una ‘quasi’ equilibrata distribuzione fra vittorie e sconfitte. In altre parole, scommettendo un milione di volte cento euro su una squadra data a 1,90 il ritorno verso il pareggio o verso una modesta perdita non è affatto garantito come invece sarebbe in una ipotetica notte infinita fra Manque e Passe.
(pubblicato sul Giornale)
Ritardi, serie, alternanze, legge dei grandi numeri: buona parte della stampa specializzata in scommesse affronta l’argomento con una logica degna della roulette. Che è il gioco statisticamente più onesto dell’universo, scontando solo la cosiddetta tassa sullo zero (circa il 2,7%), ma nel lungo periodo è lo stesso perdente. Nel caso del calcio non ci si può aggrappare nemmeno a considerazioni matematiche, per quanto labili e fallaci. Dal fatto che il Liverpool sia dato a 1,90 contro il Manchester City vari ‘esperti’ dedurrebbero che i Reds abbiano il 52,6% (100 diviso 1,90) di probabilità di vincere. Non è vero, visto che la quota tiene conto anche dei comportamenti degli scommettitori e dell’aggio del bookmaker: ma non stiamo a sottilizzare, prendiamo la premessa per buona. Il problema è che da questa premessa nascono ragionamenti di stampo roulettistico: in pratica si consiglia, dopo il primo colpo perso, di andare al raddoppio della posta su un’altra partita con la stessa quota. In alternativa di usare una delle tanti montanti rovina-famiglie. La pallina non ha memoria, ma il calcio a volte sì: le partite in un certo range probabilistico non rispettano quindi nemmeno una ‘quasi’ equilibrata distribuzione fra vittorie e sconfitte. In altre parole, scommettendo un milione di volte cento euro su una squadra data a 1,90 il ritorno verso il pareggio o verso una modesta perdita non è affatto garantito come invece sarebbe in una ipotetica notte infinita fra Manque e Passe.
(pubblicato sul Giornale)
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