di Stefano Olivari
Fine settimana di buone intuizioni, rovinato da disastri per nulla annunciati nella serie B danese: persi alla fine solo 18 euro, con il capitale diventato adesso di 1.118,2 euro (più 11,8%). Quando giocano le nazionali è periodo di magra, ma rimaniamo però sul calcio per i motivi più volte elencati. Dei quali ricordiamo solo il principale: il controllo sociale, su base locale, che in quasi tutto il mondo esiste sulle performance delle squadre. Che non mette fuori gioco i taroccatori, come la storia insegna, ma rende i loro magheggi circoscritti (spesso alle giocate 'speciali', che da sole meriterebbero un libro). La premessa è che piuttosto che effettuare scommesse senza convinzione è meglio stare fermi e tenere i soldi sotto il materasso: in ogni caso non dateli all'obbligazione 'difensiva' (difensiva per l'emittente, però) che vi propone la vostra banca. Ricordando la lezione dell'amico trader Italo Muti (nel suo ultimo pezzo l'immancabile Panfilo Britannia e varie altre cose interessanti): se un funzionario di banca sapesse indovinare le tendenze del mercato non farebbe il funzionario di banca ma starebbe a bordo piscina a impartire ordini di acquisto e vendita.
1. Stasera in Coppa di Spagna netta la differenza tecnica fra Sporting Gijon e Recreativo Huelva. L'andata è finita 1 a 1, improbabile che la squadra di Manuel Preciado settima nella Liga e reduce da buone partite perda la qualificazione contro gli undicesimi della categoria inferiore. 75 euro a 1,68 con 25 di copertura sul pari a 4,10.
2. Quasi lo stesso scenario in Tenerife-Celta. All'andata ha vinto la squadra di Vigo, terzultima in Segunda Division, per 2 a 1: vittoria Tenerife a 1,82 (70 euro) con copertura sul pareggio (30 euro a 3,90). La tentazione della giocata secca è fortissima, ma ce la facciamo passare.
3. Da tossici ci facciamo bastare il Johnstone's Paint Trophy, una specie di coppa per squadre che militano nei due gradini più bassi della Football League (traduzione: League One e League Two) con l'aggiunta negli anni passati di qualcuna della Conference National. Strafavoriti i MK Dons allenati da Paul Ince contro il Northampton: 75 euro a 1,49 e 25 sulla ics a 4,60.
4. In questo torneo, che ha avuto i suoi momenti di gloria negli anni, avete indovinato, Ottanta, favoritissimo anche il Leeds con il Grimsby: 85 euro a 1,29, con 15 di copertura sul pari intercettato a 6,70.
5. Siamo grandi cultori dei 'punti' sulle categorie minori, ieri notte ne abbiamo visto uno lisergico su RaiSportPiù, dove l'esperto è Paolo Tramezzani. I campi sono per definizione 'difficili' e le squadre si devono inevitabilmente 'riscattare'. E' un po' anche la nostra ideologia, quasi ci vergogniamo a dirlo. Tutto questo per dire che domani al San Mames di Bilbao l'Athletic deve rimediare allo zero a uno dell'andata con il Rayo Vallecano, seconda serie ma soprattutto appannato nelle ultime partite. 75 sui baschi a 1,68, 25 sul pari a 4,00.
6. Domani occasionissima a Santander, dove in Coppa di Spagna il Racing deve ribaltare lo zero a uno dell'andata a Salamanca (partita fra l'altro sfortunata, stando alle cronache, con rigore subìto nel finale) per arrivare agli ottavi. La squadra non più di Mandia (è stato appena esonerato) viene da un periodo tragico, domenica ha perso in casa con l'Atheltic Bilbao, ma la sua rosa è nettamente superiore a quella degli avversari: di una categoria inferiore, ed ottavi in classifica. Tentati dall'1,86 senza copertura, alla fine lo giochiamo prudenti: 70 euro a 1,86 e 30 sul pari a 3,70. Non siamo ciechi, sappiamo benissimo che il Real Madrid batterà l'Alcorcon e il Barcellona triturerà il Leonesa, ma troviamo che le rispettive quote risentano troppo dell'allibraggio. Siamo culturalmente favorevoli a giocare anche a 1,08, ma solo se c'è una giustificazione sportiva.
stefano@indiscreto.it
Abbracci rotti, di Oscar Eleni - Carlo Recalcati conferma che soltanto il suo avvocato ha rapporti con Meneghin e La Guardia, ormai il vicepresidente vicario bisogna citarlo sempre perché sembra lui il pilota del barcone federale. Così dicono nel generone romano che riabbraccia Gino Natali, tornato a casa Toti da dove era uscito, se ricordiamo bene, sbattendo la porta. Milano respira.
martedì 10 novembre 2009
Lo studioso Doug Moe
di Simone Basso1. Piccolo quesito per gente di osservanza strettamente cestistica: chi è stato il più grande americano che abbia mai militato nella Spaghetti League? Se limitiamo il nostro raggio d'azione alla gloria accumulata in due continenti, l'incommensurabile Macca della Milano da bere precede tutti con un Vigorelli di vantaggio; se guardiamo ai numeri freddissimi, senza militanze pro di rilievo negli States, un regalo yankee come Robertino Morse non lo riceveremo più. Ma se vogliamo prendere un atleta al meglio della sua vicenda sportiva, il campo (in legno lucido, naturalmente) si restringe a tre All Star che fecero parte, nel bene o nel male, della storia stragloriosa dell'Olimpia Milano: il meraviglioso Geibì Carroll, il laureato Billone Bradley e l'incredibile Doug "Gimme da ball" Moe. Il nostro voto, analizzando la faccenda, va al terzo della lista, perchè l'airone di Peterson soggiornò comunque mezza stagione (ahinoi, troppo poco...) e il senatore Dollaro alzò sì la prima Coppa Campioni italiana, ma non mostrò mai la sua arte alla platea della Serie A.
2. Ben diversa la vicenda nel Bel Paese del futuro profeta del "run and gun", giunto in Italia dopo la clamorosa squalifica inflittagli dai parrucconi Ncaa: l'uomo di Brooklyn, nato nel 1938, sembrava destinato ad una carriera da pro formidabile, dopo un grande triennio universitario. Per l'alfiere di North Carolina invece arrivò un'inchiesta sul giro scommesse che ne stroncò le velleità Nba: accusato di aver accettato 26 dollari sottobanco (sic), pagò la sua insistenza nel voler coprire l'atteggiamento poco chiaro di alcuni suoi compagni. Il tre volte All America fu così costretto alla fuga verso l'Italia, e sbarcò al Palalido per un provino agonistico sotto gli occhi dell'allora Simmenthal: i dirigenti, malgrado le magie mostrate dall'uomo di New York, fecero la talpata del secolo scartandolo. Commossi per il dono, a Padova inchiostrarono subito il buon Douglas Edwin e diedero vita ad un biennio memorabile, con il piccolo (...) aiuto dell'amico americano e dell'allenatore più importante della storia europea del gioco, Aza Nikolic. E se uno come lui, che allenò la Jugo vincitutto e l'Ignis del mito, ripetè fino alla noia che un giocatore più forte dell'ex Tar Heels non lo aveva visto mai, converrete che il teorema sostenuto come incipit potrebbe essere legittimo.
3. Il Moe Show 1966 e 1967 portò il Petrarca alla terza piazza al primo anno, nonchè alla corona di capocannoniere a 30 punti alla volta (52 per cento dal campo). Ma le gelide cifre non resero giustizia all'autentico clinic mostrato senza reticenze: un due metri che portava palla, passava benissimo, spazzolava le plance e che si applicava, in difesa, anche contro i pivot. Fu uno spettacolo dell'altro mondo, che allietò gli appassionati di quell'epoca eroica, capitato purtroppo in un'era di culto che non consentì un'adeguata esposizione mediatica; se avesse potuto competere nell'Nba di quei dì avrebbe mostrato una dimensione di fuoriclasse degna almeno di visi pallidi come Kangaroo Kid Cunningham e Gail Goodrich...Immaginate allora il suo impatto dalle nostre parti: il grande Nikolic filmò la sua tecnica stilistica di tiro, visto che il nostro, bimane naturale, eseguiva dalla lunetta indifferentemente con la sinistra e la destra; il jumper dai quattro, a dir poco competente, si accompagnava con un raffinato gioco in post.
4. Il ritorno in patria fu nell'indimenticabile Aba, la lega dei fuorilegge che consentì anche ad altri big squalificati nello scandalo scommesse (Connie Hawkins e Roger Brown, per esempio) di rifarsi la verginità perduta; nel '68 a New Orleans fu vice top scorer assoluto e trascinò in finalissima i Buccaneers, che persero in una gara7 tiratissima contro la Pittsburgh di The Hawk. L'anello arrivò l'anno seguente ad Oakland, come leader spirituale di una congrega comprendente il talento debordante della matricola Warren Armstrong, poi Jabali, un fuoriclasse le cui gesta (in tutti i sensi...) meriteranno un dì una bella monografia su questo giornale (pardon, sito). Se il Jabali fu il cattivo per antonomasia di quel periodo, come carattere anche il Moe ebbe poco da invidiare ai più rissosi: entrò nella mitologia quando, approcciando l'acerrimo rivale Art Heyman prima di un derby Duke-North Carolina, si sputò nelle mani prima di salutarlo civilmente (...) con una stretta di mano...Il tre volte All Star della lega alternativa concluse la carriera nei Virginia Squires, nel 1972, quando svezzò tecnicamente un giovincello dalle doti atletiche soprannaturali, un certo Julius Erving: passò subito in panca ad aiutare come assistente un altro della gang di Chapel Hill, ovvero il geniale Larry Brown.
5. Poi, per oltre un decennio, allenò nella Nba imponendo uno stile di gioco improntato allo spettacolo e al contropiede a oltranza. Autentico integralista del "corri e spara", mise in piedi una versione favolosa dei Nuggets metà Ottanta con il poeta English e il tuttofare Fat Lever come attori protagonisti. Una visione onirica e mai speculativa della pallacanestro, confermata dall'aneddoto (imbattibile) di un'allegra serata con Portland, 1983 o giù di lì, quando proibì ai suoi di difendere per conservarsi in vista della fase offensiva: inimitabile!? Ma, come degno suggello alla rievocazione dell'eretico del Petrarca, non si può evitare di narrare la storiella che risale al 1961, quando North Carolina si ritrovò sullo stesso volo dell'allora vicepresidente degli Stati Uniti, Richard Nixon. L'allenatore Frank McGuire presentò a Nixon tutti i componenti della squadra, finchè arrivò al newyorchese che, per distrarsi dalla folle paura dell'aereo che aveva, leggeva un libro: la leggenda narra che fu l'unico sfogliato nel semestre (quattro F e una D fino a quel momento!). Il futuro presidente tentò l'approccio spiritoso: "Lei deve essere lo studioso del gruppo". Moe lo fulminò all'istante: "E tu chi cavolo sei? Un tizio saggio?". Fenomenale.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
Mario non ha perso il filo (di canapa)
di Alvaro Delmo1. Una delle domande più frequenti che ci viene posta quando parliamo di Mario Castelnuovo è: "Che fine ha fatto?". In genere i teen ager degli anni Ottanta, nostri coetanei di allora così come di oggi, ci chiedono notizie di lui ricordando canzoni come Oceania o Sette fili di canapa , mentre le controparti del cosiddetto (non ce ne vogliano) gentil sesso fanno riferimento alla altrettanto bella, ma più classica e romantica, Nina . Quando poi riveliamo che Castelnuovo è ancora in piena attività, con in discografia addirittura 11 (undici!) album l'ultimo dei quali uscito nel 2005 e dal titolo chilometrico di 'Come erano venute buone le ciliegie nella primavera del '42' , ci guardano un po' sorpresi come se venissimo da un altro pianeta (noi...) e stessimo dicendo qualcosa di soprendentemente incomprensibile a chi è invece informatissimo (e se ne vanta) sulle ultime uscite discografiche di grido.
2. Lo ammettiamo, per noi Mario Castelnuovo è uno dei personaggi più interessanti del panorama cantautorale italiano, dotato di una capacità narrativa fuori dal comune. Eclettico artista (oltre che musicista è anche scrittore e pittore, come il padre) Castelnuovo è stato spesso affrontato dalla stampa in modo piuttosto indifferente nel senso che, a parte le sue tre partecipazioni sanremesi (l'ultima nel 1987 con Madonna di venere ), non è stranamente mai stato particolarmente considerato dalla 'letteratura' che conta. L'ipotesi che si potrebbe fare in un'epoca come la nostra, sempre più devota alle teorie più astruse (si spera più per necessità che per convinzione), è che i critici siano stati già allora invidiosi del 'bel tenebroso' Mario, uomo dal fascino discreto, occultandone i lavori. Scherzi a parte, certamente la sua irruzione sul palco dell'Ariston del 1982 scosse non poco il pubblico, a comiciare dall'ormai leggendario 'mantello nero' (in realtà un semplice spolverino) indossato e poi fatto cadere alle spalle. Nonché dal testo del brano che gli provocò anche alcuni grattacapi da parte di chi voleva ricercarci chissà quali strani messaggi trasgressivi: "C'erano sette Cristi a Follonica ed un ateo sul Sinai bivaccava e aspettava... Unirò sette fili ed avrò perduto, unirò sette fili e sarò perduto" alcuni dei suoi indimenticabili versi.
3. Eppure per Castelnuovo i numeri e la qualità si sono intuiti fin dall'inizio, pur non essendo il suo uno stile particolarmente di massa: niente schitarrate e rumore, ma adagio e riflessione. Dal primo album (Sette fili di canapa, appunto, del 1982) e realizzato con il contributo del maestro Amedeo Minghi, a cavallo tra il progressive (la chitarra di Oceania è da antologia così come l'arrangiamento della title track) e la musica d'autore più scarna, Mario ha seguito un percorso coerente, rinnovandosi ad ogni capitolo della sua opera senza cercare il tipico motivetto di facile presa (alla Salirò, per intenderci) che in genere permette anche al cantautore più impegnato di guadagnare con maggiore facilità i vertici delle classifiche.
4. Tra le sue composizioni che preferiamo, oltre al trittico summenzionato, vogliamo citarne altre che ci stanno molto a cuore. Le prime due sono Rondini del pomeriggio (da Venere, del 1987), delicata e acuta osservazione di un gruppo di religiose che camminano per strada, e Sul nido del cuculo (dall'omonimo album del 1988), in cui si narra il tema della follia (o presunta tale). Notevole anche L'oro di Santa Maria (da Signorine adorate, del 1996). Infine da citare Oltre il giardino, registrata nel 1982 insieme a Goran Kuzminac e Marco Ferradini. Ci fermiamo qui con un appello a tutti quelli che pensano che un artista abbia smesso di produrre solo perché non è più in rotazione da anni sui circuiti nazionali: se avete un bel ricordo fate un piccolo sforzo e informatevi. Potreste scoprirne delle belle...
2. Lo ammettiamo, per noi Mario Castelnuovo è uno dei personaggi più interessanti del panorama cantautorale italiano, dotato di una capacità narrativa fuori dal comune. Eclettico artista (oltre che musicista è anche scrittore e pittore, come il padre) Castelnuovo è stato spesso affrontato dalla stampa in modo piuttosto indifferente nel senso che, a parte le sue tre partecipazioni sanremesi (l'ultima nel 1987 con Madonna di venere ), non è stranamente mai stato particolarmente considerato dalla 'letteratura' che conta. L'ipotesi che si potrebbe fare in un'epoca come la nostra, sempre più devota alle teorie più astruse (si spera più per necessità che per convinzione), è che i critici siano stati già allora invidiosi del 'bel tenebroso' Mario, uomo dal fascino discreto, occultandone i lavori. Scherzi a parte, certamente la sua irruzione sul palco dell'Ariston del 1982 scosse non poco il pubblico, a comiciare dall'ormai leggendario 'mantello nero' (in realtà un semplice spolverino) indossato e poi fatto cadere alle spalle. Nonché dal testo del brano che gli provocò anche alcuni grattacapi da parte di chi voleva ricercarci chissà quali strani messaggi trasgressivi: "C'erano sette Cristi a Follonica ed un ateo sul Sinai bivaccava e aspettava... Unirò sette fili ed avrò perduto, unirò sette fili e sarò perduto" alcuni dei suoi indimenticabili versi.
3. Eppure per Castelnuovo i numeri e la qualità si sono intuiti fin dall'inizio, pur non essendo il suo uno stile particolarmente di massa: niente schitarrate e rumore, ma adagio e riflessione. Dal primo album (Sette fili di canapa, appunto, del 1982) e realizzato con il contributo del maestro Amedeo Minghi, a cavallo tra il progressive (la chitarra di Oceania è da antologia così come l'arrangiamento della title track) e la musica d'autore più scarna, Mario ha seguito un percorso coerente, rinnovandosi ad ogni capitolo della sua opera senza cercare il tipico motivetto di facile presa (alla Salirò, per intenderci) che in genere permette anche al cantautore più impegnato di guadagnare con maggiore facilità i vertici delle classifiche.
4. Tra le sue composizioni che preferiamo, oltre al trittico summenzionato, vogliamo citarne altre che ci stanno molto a cuore. Le prime due sono Rondini del pomeriggio (da Venere, del 1987), delicata e acuta osservazione di un gruppo di religiose che camminano per strada, e Sul nido del cuculo (dall'omonimo album del 1988), in cui si narra il tema della follia (o presunta tale). Notevole anche L'oro di Santa Maria (da Signorine adorate, del 1996). Infine da citare Oltre il giardino, registrata nel 1982 insieme a Goran Kuzminac e Marco Ferradini. Ci fermiamo qui con un appello a tutti quelli che pensano che un artista abbia smesso di produrre solo perché non è più in rotazione da anni sui circuiti nazionali: se avete un bel ricordo fate un piccolo sforzo e informatevi. Potreste scoprirne delle belle...
Alvaro Delmo
(in esclusiva per Indiscreto)
lunedì 9 novembre 2009
Il pilota di McClaren
di Alec Cordolcini1. Tre partite nel week-end. Sfida di vertice in Eredivisie tra Twente e Ajax: due squadre cariche, in salute e tecnicamente alla pari. Ne è uscito un incontro piuttosto scialbo e povero di spunti, come talvolta accade negli incontri di cartello. Gli uomini di McClaren hanno confermato tutto il proprio agio negli scontri diretti, principale tallone d’Achille dei fuochi fatui che brillano una-due stagioni (Heerenveen, Groningen), o anche meno (Utrecht). Il Twente è una big d’Olanda, punto. Lo è a livello economico, strutturale e anche tecnico, grazie ad una rosa piena di risorse e di prospetti dall’intrigante futuro. La dorsale Douglas-Brama si è confermata ferrea, a centrocampo il sinistro di Theo Janssen può inventare qualcosa in ogni momento (ieri ha pennellato su punizione l’assist per il gol partita). Davanti Stoch, pur sottotono, ha messo in mostra movenze e numeri da piccolo Overmars. L’Ajax di Jol è molto più squadra di quella degli anni precedenti targata Blind, Ten Cate, Koster e Van Basten. Ha costruito poco ed ha perso, ma non è franata e soprattutto ha ridotto al minimo spazi e opportunità concessi all’avversario. La differenza, come detto, l’ha fatta una magia di sinistro che ha messo sulla testa di Bryan Ruiz la palla decisiva. Con De Zeeuw gli ajacidi hanno trovato il leader di centrocampo che mancava da anni, e la linea difensiva tutta belga Alderwiereld-Vertonghen si è mostrata solida. In crescita Anita sulla sinistra, peccato per l’infortunio accorso a Pantelic, che ha privato Suarez di un punto di riferimento stabile in avanti (il subentrato Sulejmani, davvero spento, non è pervenuto).
2. Twente-Ajax era anche la sfida tra due dei tre migliori marcatori stagionali d’Olanda: Luis Suarez, 21 gol, contro Bryan Ruiz, 11 (il terzo è la punta dell’Heerenveen Micheal Papadopulos, 14). Il primo ha colpito una traversa, il secondo ha deciso l’incontro. Suarez attualmente è il miglior giocatore reperibile in Eredivisie, ed è in crescita continua (anche caratterialmente) fin dai tempi di Groningen; Ruiz per contro rappresenta la grande sorpresa, soprattutto per l’adattabilità (ala destra o sinistra, seconda punta, numero 10 alle spalle del tridente), nonostante già lo scorso anno nel Gand risultò tra i migliori del campionato belga. La sfida Suarez-Ruiz continuerà il prossimo fine settimana nello spareggio-mondiale tra Uruguay e Costarica. Uno dei due rimarrà a casa. Un vero peccato.
3. In Belgio Standard Liegi-Fc Brugge rappresentava il secondo grande test di maturità per i nerazzurri di Adrie Koster, autore nelle Fiandre di un notevole lavoro di ricostruzione, a dire il vero più morale che tecnico, dal momento che gli effettivi della rosa sono pressoché gli stessi dello scorso anno. Non è andata bene, con i Rouges che conducevano 3-0 (doppio Jovanovic, quindi Witsel) dopo soli 36 minuti. Del resto non era facile, perché quando la giornata è quella giusta, allo Sclessin lo Standard è assolutamente devastante. Il problema della squadra guidata da Laszlo Boloni è l’incapacità di giocare a ritmi che non siamo forsennati. Si spiega così il ritardo accumulato dalla vetta, nuovamente conquistata dall’Anderlecht (faticoso 2-0 a Genk) a scapito del Brugge, e il rischio della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League, dove i valloni hanno gettato alle ortiche nei minuti finali una vittoria contro l’Arsenal (da 2-1 a 2-3) e un pareggio in casa dell’Olimpiacos. Quanto al Brugge, la squadra possiede non solo i mezzi per rialzarsi ma anche, novità stagionale, il carattere giusto per farlo. Koster ha scoperto i gol del camerunese Kouemaha e le giocate dell’enfant prodige croato Perisic (classe 89), ha regalato continuità al nazionale venezuelano Vargas e si è trovato con un nuovo potenziale Kompany (il giovane Odjidja-Ofoe, altro 89) in mezzo al campo. Sperando che la sempre più vorace Premier League a gennaio non gli smonti il giocattolo.
3. In Belgio Standard Liegi-Fc Brugge rappresentava il secondo grande test di maturità per i nerazzurri di Adrie Koster, autore nelle Fiandre di un notevole lavoro di ricostruzione, a dire il vero più morale che tecnico, dal momento che gli effettivi della rosa sono pressoché gli stessi dello scorso anno. Non è andata bene, con i Rouges che conducevano 3-0 (doppio Jovanovic, quindi Witsel) dopo soli 36 minuti. Del resto non era facile, perché quando la giornata è quella giusta, allo Sclessin lo Standard è assolutamente devastante. Il problema della squadra guidata da Laszlo Boloni è l’incapacità di giocare a ritmi che non siamo forsennati. Si spiega così il ritardo accumulato dalla vetta, nuovamente conquistata dall’Anderlecht (faticoso 2-0 a Genk) a scapito del Brugge, e il rischio della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League, dove i valloni hanno gettato alle ortiche nei minuti finali una vittoria contro l’Arsenal (da 2-1 a 2-3) e un pareggio in casa dell’Olimpiacos. Quanto al Brugge, la squadra possiede non solo i mezzi per rialzarsi ma anche, novità stagionale, il carattere giusto per farlo. Koster ha scoperto i gol del camerunese Kouemaha e le giocate dell’enfant prodige croato Perisic (classe 89), ha regalato continuità al nazionale venezuelano Vargas e si è trovato con un nuovo potenziale Kompany (il giovane Odjidja-Ofoe, altro 89) in mezzo al campo. Sperando che la sempre più vorace Premier League a gennaio non gli smonti il giocattolo.
4. Chiusura con la finale di Coppa di Norvegia, dove Molde-Ålesund era la classica trappola per lo scommettitore alla ricerca di soldi facili. Da un lato la squadra più offensiva e spettacolare della Tippeliga appena conclusa, arrivata seconda tra il consenso generale e capace di piazzare un giocatore al Manchester United (la punta Mame Biram Diouf), un secondo in cima alla classifica di rendimento del campionato (il play Makhtar Thiounè) e un terzo (l’altro senegalese Pape Patè Diouf, ala sinistra) tra i migliori assist-man. Dall’altro una piccola compagine sita in una delle città più belle di tutta la Norvegia, la liberty-style Ålesund, che ha lottato tutto l’anno con i denti per evitare la caduta in Adeccoliga. Il 13esimo posto conclusivo, un gradino sopra le forche caudine dei play-off salvezza, ha significato missione compiuta. Finale dunque con pronostico nettamente sbilanciato; siamo però in Norvegia, è novembre e pertanto privilegiare tecnica e palla a terra rispetto a fisicità e traversoni a raffica può non offrire i frutti sperati. Proprio questa è stata la chiave di lettura che ha permesso ad un tignoso Ålesund di rimontare per due volte la rete di vantaggio degli avversari (ennesimi timbri di Mame Biram Diouf), ringraziando le parate di Anders Lindegaard ed i due metri e quattro centimetri del gigantesco attaccante Tor Hogne Aarøy, che ha incornato a sei minuti dalla fine del secondo tempo supplementare la rete del definitivo 2-2. Al resto ci ha pensato Josè Mota, l’unico a sbagliare dal dischetto. Prima coppa di Norvegia della storia quindi ad essere assegnata ai calci di rigore, e primo trofeo in assoluto messo in bacheca dall’Ålesund, con tanto di rivincita personale per il tecnico Kjetil Rekdal. Famoso per essere il miglior marcatore norvegese di sempre in Coppa del mondo (segnò una rete al Messico a Usa '94 ed una al Brasile a Francia '98), Rekdal era diventato lo zimbello dei giornali norvegesi per le rancorose dichiarazioni costantemente sopra le righe e per alcune conferenze stampa assolutamente da vietare ai minori di 18 anni causa turpiloquio (favorito, almeno in un’occasione, da una permanenza troppo prolungata in qualche bar della zona). Campione di Norvegia nel 2005 con il Vålerenga, che aveva bloccato la serie di 13 titoli consecutivi vinti del Rosenborg, Rekdal aveva visto la propria carriera di allenatore imboccare un brutta china prima in Belgio a Lierse, dove era retrocesso ai play-off, poi nella Zweite Liga tedesca con il Kaiserslautern, che lo cacciò dopo 19 giornate e sole 3 vittorie conquistate. Ieri finalmente l’irascibile norvegese è tornato a sorridere.
(in esclusiva per Indiscreto)
Abbracci rotti
di Oscar EleniOscar Eleni dal set romano di Pedro Almodovar per dimenticare etere e punti incrociati sulla pelle, per non scordarsi che se vai in un ospedale pubblico, tipo il San Paolo a Milano, se trovi una squadra come quella di Franco Disperati, allora puoi anche soffrire, ma sei sicuro di essere in buone mani e il chirurgo meriterebbe un premio, ma, per adesso, deve tenersi le maledizioni di chi ogni mattina si alza e vede nero, di chi risponde con la voce che arriva da molto lontano, dai giardini della disperazione anziana, da chi, magari, sembra più scortese del solito con i pochi amici che lo hanno chiamato dopo essersi allarmati per le notizie non buonissime dal fronte della chirurgia dove l’uomo diventa cicatrice. Scusa Santi, scusa Sandro, scusa Toto, anche se la digressione sul golf ci ha fatto venire i brividi.
Sono giorni di abbracci rotti nel basket che non ha una Penelope Cruz da stringere fra le braccia, ma soltanto gente che ha voglia di litigare senza averne la forza intellettuale per reggere l’urto. Carlo Recalcati conferma che soltanto il suo avvocato ha rapporti con Meneghin e La Guardia, ormai il vicepresidente vicario bisogna citarlo sempre perché sembra lui il pilota del barcone federale, come dicono nel generone romano che riabbraccia Gino Natali, tornato a casa Toti da dove era uscito, se ricordiamo bene, sbattendo la porta. Milano respira. Recalcati, invece, non conferma le cifre sopra gli 800 mila euro dell’ultimo contratto perché, come sanno bene all’ufficio imposte di Cantù dove lui è il quinto contribuente, non va oltre i 512 mila lordi, quindi restando sotto quello che invece incassa al netto qualche suo collega.
Abbracci rotti fra Pesaro e una proprietà che non ha mai voluto credere al valore delle tradizioni, ma questo sembra un malessere che prende tanti per la gola. Spezzatino di affetti anche a Milano dove i maligni avevano persino visto David Blatt gironzolare intorno alla piscina vuota del Palalido, dove qualcuno pensava che una sconfitta con la Virtus avrebbe aperto i cancelli all’ex cittì della Nazionale Recalcati Carlo di via Giusti. Piero Bucchi resiste anche al dopo partita non proprio allegro della Futur Station dove i perfidi spiegano che proprio quella vittoria dimostra quali sono i grandi equivoci di una squadra costruita senza sapere se il cemento armato per proteggere l’ingegnere era di quello buono. Certo se ci si chiude pensando che gli altri siano soltanto gelosi allora capita di dove mandare via i Vitali, i generi manager ingaggiati prima di scoprire che il ruolo non era utile, succede che i giocatori facciano una cura zen tutta loro per fingere di non capire che chi urla troppo si sente fragile e ha poco da trasmettere a chi sembra ricominciare sempre una vita nuova. Ci vuole pazienza dice la gente, ma intanto aspettiamo la settimana della verità milanese con il Khimki e Cantù per leggere la mano della solita addormentata d’inizio stagione: sembra che l’estate porti sempre e soltanto guai fisici, mentali, sembra che le colpe siano sempre degli altri e, ovviamente, dal bayon.
La stessa cosa che succede a Pesaro, che sta per accadere a Montegranaro, che forse accadrà a Roma se Nando Gentile andrà a sbattere sulle stesse rocce dove l’anno scorso naufragò la barca di Repesa, dove Jennings sembrava un naufrago nel rimpianto di chi, adesso, lo vede giocare bene nella NBA, che sarà anche il più bel campionato del mondo, ma se è vero quello che dicono certe cifre, certe giocate, allora siamo anche davanti al grande inganno e prima di ululare inneggiando a Bargnani valutiamo bene tutto, prima di scoprire che anche a Toronto Belinelli potrebbe avere qualche problema, prima di benedire i giorni del Gallo nella Grande Mela facciamo la tara su tutto. Certo meno sul valore di Mike D’Antoni anche se adesso lo prendono in giro per il disastro coi Knicks, anche se chi temeva che fosse lui l’allenatore della Nazionale già mette il pepe sul cacio e si fa grandi risate. Ci sarebbe da piangere per tutti gli abbracci rotti in una Federazione che non ha ancora un piano per il settore tecnico, che lascia andare tutto alla deriva perché gli stessi che vollero la testa di Maifredi ora urlano che è meglio il diluvio se loro non potranno contare come un tempo.
Abbracci rotti con quelli che non capiscono il messaggio di Avellino: quando i giocatori erano gelosi e golosi tutto quello che aveva costruito Boniciolli era andato in vacca, quando il proprietario ha voluto gente che amava persino i lupi dell’Irpinia allora ecco risorgere un tipo di sole. Abbracci spezzati per chi non voleva più Bechi a Biella e adesso ha scoperto che se esiste una possibilità di far cadere Siena in campionato quella è proprio nella prossima domenica piemontese. Tenetevi la gente come Smith e fate attenzione al resto. Pagelle dalla fattoria virtuale dove si confonde ancora Bush con Obama, dove LeBron James, Bryant, i Boston Celtics, sono una cosa mentre tutto il resto è pollaio per i tipi alla Iverson già scaricato da Memphis.
10 A Cesare PANCOTTO perché si meritava una soddisfazione del genere, perché se la sua Avellino è stata costruita con gli stessi criteri delle altre sue squadre, dei diesel che alla fine mandavano fuori strada finte Ferrari, allora spettiamoci di scoprire qualcosa di speciale anche da questo campionato che sembra animarsi soltanto quando dimentichi che Siena vive su un altro pianeta. Certo a casa Snaidero piangeranno un po’. Ma sono abituati dai tempi del san Matteo che li fece promuovere.
9 A Romain SATO principe nel regno Mens Sana e dell’euriobasket che fa capire quanta distanza può esserci fra i giocatori veri e quelli che dovrebbero sostituirli come direbbero a Bologna dopo aver visto Moss andare per funghi sulla collina di San Luca dove Lardo è andato ad espiare per aver parlato bene troppo in fretta della Virtus, un peccato che nel tempo costa sempre caro. Possibile che nessuno impari certe lezioni?
8 A Mason ROCCA e, per conoscenza, a chi considera Mordente soltanto un gregario fra previtoccioli con la coda, perché prima di trattare male certi giocatori, prima di avere dei dubbi è meglio tenerseli anche se non si sono allenati tanto. Lui serve anche da rotto, ma certo se chi costruisce la casa sa di cosa stiamo parlando.
7 A Frank VITUCCI se davvero ha convinto Neal a diventare un giocatore per tutte le stagioni di un campionato, per tutte le tempeste di una partita. Non eravamo sicuri che potesse riuscirci, ma per ora le cose vanno bene e nessuno si accorge di Kus, ma piuttosto si alza in piedi per applaudire il giovane Gentile.
6 A Pino SACRIPANTI che ha spiegato bene a quelli di Pesaro perché prima di mandare via gli allenatori bisogna fare esami di coscienza dove tutti si prendono le giuste responsabilità.
5 Ai tipi come Mike HALL che tornano umili soltanto quando scoprono che potrebbero perdere il lavoro. Succede troppo spesso e su questo le società dovrebbero ragionarci bene, invece di mettersi a cantare per il ritorno a casa del figliol prodigo.
4 A CROSARIOL, SORAGNA, ARADORI, MORDENTE che ci stanno illudendo sul futuro di Azzurra: se vanno sempre così non è vero che siamo all’anno zero.
3 A chi sottovaluta l’acquisto di MARCONATO che rappresenta per Siena una garanzia che purtroppo non trovi in altri giocatori italiani. Attenti a lasciare fuori dal gioco Chiacig e Fucka, va a finire che chi li recupera fa tredici, certo un tredici costoso, ma l’usato sicuro serve come direbbero al Cus Bari dopo aver ingaggiato il quarantunenne Stefano Rusconi.
2 A MENEGHIN, LA GUARDIA e RECALCATI che anche seduti allo stesso tavolo non si sono rivolti la parola. Questo è il vero disastro.
1 A TERAMO, intesa come società, se lascerà spazio a chi non comprende il momento difficile nei rapporti interni di un gruppo dove qualche galletto meriterebbe la pentola invece delle carezze.
0 All’INFLUENZA che ci ha portato nel villaggio delle scelte ridicole sospendendo Cremona- Napoli. Giusto far recuperare con i tesserati al 7 novembre, giusto non farsi prendere in giro sempre dalla stessa gente.
Sono giorni di abbracci rotti nel basket che non ha una Penelope Cruz da stringere fra le braccia, ma soltanto gente che ha voglia di litigare senza averne la forza intellettuale per reggere l’urto. Carlo Recalcati conferma che soltanto il suo avvocato ha rapporti con Meneghin e La Guardia, ormai il vicepresidente vicario bisogna citarlo sempre perché sembra lui il pilota del barcone federale, come dicono nel generone romano che riabbraccia Gino Natali, tornato a casa Toti da dove era uscito, se ricordiamo bene, sbattendo la porta. Milano respira. Recalcati, invece, non conferma le cifre sopra gli 800 mila euro dell’ultimo contratto perché, come sanno bene all’ufficio imposte di Cantù dove lui è il quinto contribuente, non va oltre i 512 mila lordi, quindi restando sotto quello che invece incassa al netto qualche suo collega.
Abbracci rotti fra Pesaro e una proprietà che non ha mai voluto credere al valore delle tradizioni, ma questo sembra un malessere che prende tanti per la gola. Spezzatino di affetti anche a Milano dove i maligni avevano persino visto David Blatt gironzolare intorno alla piscina vuota del Palalido, dove qualcuno pensava che una sconfitta con la Virtus avrebbe aperto i cancelli all’ex cittì della Nazionale Recalcati Carlo di via Giusti. Piero Bucchi resiste anche al dopo partita non proprio allegro della Futur Station dove i perfidi spiegano che proprio quella vittoria dimostra quali sono i grandi equivoci di una squadra costruita senza sapere se il cemento armato per proteggere l’ingegnere era di quello buono. Certo se ci si chiude pensando che gli altri siano soltanto gelosi allora capita di dove mandare via i Vitali, i generi manager ingaggiati prima di scoprire che il ruolo non era utile, succede che i giocatori facciano una cura zen tutta loro per fingere di non capire che chi urla troppo si sente fragile e ha poco da trasmettere a chi sembra ricominciare sempre una vita nuova. Ci vuole pazienza dice la gente, ma intanto aspettiamo la settimana della verità milanese con il Khimki e Cantù per leggere la mano della solita addormentata d’inizio stagione: sembra che l’estate porti sempre e soltanto guai fisici, mentali, sembra che le colpe siano sempre degli altri e, ovviamente, dal bayon.
La stessa cosa che succede a Pesaro, che sta per accadere a Montegranaro, che forse accadrà a Roma se Nando Gentile andrà a sbattere sulle stesse rocce dove l’anno scorso naufragò la barca di Repesa, dove Jennings sembrava un naufrago nel rimpianto di chi, adesso, lo vede giocare bene nella NBA, che sarà anche il più bel campionato del mondo, ma se è vero quello che dicono certe cifre, certe giocate, allora siamo anche davanti al grande inganno e prima di ululare inneggiando a Bargnani valutiamo bene tutto, prima di scoprire che anche a Toronto Belinelli potrebbe avere qualche problema, prima di benedire i giorni del Gallo nella Grande Mela facciamo la tara su tutto. Certo meno sul valore di Mike D’Antoni anche se adesso lo prendono in giro per il disastro coi Knicks, anche se chi temeva che fosse lui l’allenatore della Nazionale già mette il pepe sul cacio e si fa grandi risate. Ci sarebbe da piangere per tutti gli abbracci rotti in una Federazione che non ha ancora un piano per il settore tecnico, che lascia andare tutto alla deriva perché gli stessi che vollero la testa di Maifredi ora urlano che è meglio il diluvio se loro non potranno contare come un tempo.
Abbracci rotti con quelli che non capiscono il messaggio di Avellino: quando i giocatori erano gelosi e golosi tutto quello che aveva costruito Boniciolli era andato in vacca, quando il proprietario ha voluto gente che amava persino i lupi dell’Irpinia allora ecco risorgere un tipo di sole. Abbracci spezzati per chi non voleva più Bechi a Biella e adesso ha scoperto che se esiste una possibilità di far cadere Siena in campionato quella è proprio nella prossima domenica piemontese. Tenetevi la gente come Smith e fate attenzione al resto. Pagelle dalla fattoria virtuale dove si confonde ancora Bush con Obama, dove LeBron James, Bryant, i Boston Celtics, sono una cosa mentre tutto il resto è pollaio per i tipi alla Iverson già scaricato da Memphis.
10 A Cesare PANCOTTO perché si meritava una soddisfazione del genere, perché se la sua Avellino è stata costruita con gli stessi criteri delle altre sue squadre, dei diesel che alla fine mandavano fuori strada finte Ferrari, allora spettiamoci di scoprire qualcosa di speciale anche da questo campionato che sembra animarsi soltanto quando dimentichi che Siena vive su un altro pianeta. Certo a casa Snaidero piangeranno un po’. Ma sono abituati dai tempi del san Matteo che li fece promuovere.
9 A Romain SATO principe nel regno Mens Sana e dell’euriobasket che fa capire quanta distanza può esserci fra i giocatori veri e quelli che dovrebbero sostituirli come direbbero a Bologna dopo aver visto Moss andare per funghi sulla collina di San Luca dove Lardo è andato ad espiare per aver parlato bene troppo in fretta della Virtus, un peccato che nel tempo costa sempre caro. Possibile che nessuno impari certe lezioni?
8 A Mason ROCCA e, per conoscenza, a chi considera Mordente soltanto un gregario fra previtoccioli con la coda, perché prima di trattare male certi giocatori, prima di avere dei dubbi è meglio tenerseli anche se non si sono allenati tanto. Lui serve anche da rotto, ma certo se chi costruisce la casa sa di cosa stiamo parlando.
7 A Frank VITUCCI se davvero ha convinto Neal a diventare un giocatore per tutte le stagioni di un campionato, per tutte le tempeste di una partita. Non eravamo sicuri che potesse riuscirci, ma per ora le cose vanno bene e nessuno si accorge di Kus, ma piuttosto si alza in piedi per applaudire il giovane Gentile.
6 A Pino SACRIPANTI che ha spiegato bene a quelli di Pesaro perché prima di mandare via gli allenatori bisogna fare esami di coscienza dove tutti si prendono le giuste responsabilità.
5 Ai tipi come Mike HALL che tornano umili soltanto quando scoprono che potrebbero perdere il lavoro. Succede troppo spesso e su questo le società dovrebbero ragionarci bene, invece di mettersi a cantare per il ritorno a casa del figliol prodigo.
4 A CROSARIOL, SORAGNA, ARADORI, MORDENTE che ci stanno illudendo sul futuro di Azzurra: se vanno sempre così non è vero che siamo all’anno zero.
3 A chi sottovaluta l’acquisto di MARCONATO che rappresenta per Siena una garanzia che purtroppo non trovi in altri giocatori italiani. Attenti a lasciare fuori dal gioco Chiacig e Fucka, va a finire che chi li recupera fa tredici, certo un tredici costoso, ma l’usato sicuro serve come direbbero al Cus Bari dopo aver ingaggiato il quarantunenne Stefano Rusconi.
2 A MENEGHIN, LA GUARDIA e RECALCATI che anche seduti allo stesso tavolo non si sono rivolti la parola. Questo è il vero disastro.
1 A TERAMO, intesa come società, se lascerà spazio a chi non comprende il momento difficile nei rapporti interni di un gruppo dove qualche galletto meriterebbe la pentola invece delle carezze.
0 All’INFLUENZA che ci ha portato nel villaggio delle scelte ridicole sospendendo Cremona- Napoli. Giusto far recuperare con i tesserati al 7 novembre, giusto non farsi prendere in giro sempre dalla stessa gente.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)
Lo smantellamento di Zico
di Stefano OlivariNel calcio senza progetti e anche senza idee stare dietro ai movimenti di allenatori e calciatori è quasi impossibile, ma di Zico è obbligatorio sapere tutto. Alla quarta squadra guidata in un anno (adesso è all'Olympiacos dopo le dimissioni dal Fenerbahce, la fuga dal Bunyodkor e l'esonero dal CSKA Mosca), senza bisogno di tessere Gea o equivalenti odierni, il Galinho ha trovato il tempo per una toccata e fuga in terra friulana che avrebbe meritato un'evidenza maggiore. Magari un giro di campo prima di Udinese-Fiorentina, la buttiamo lì. Invece Zico al Friuli non si è visto, mentre è stato premiato ad Orsaria. Frazione di Premariacco, provincia di Udine, dove la squadra locale porta il suo nome. La cosa che ci ha colpito è l'amarezza con cui il mito del Flamengo ha ricordato l'esperienza italiana, iniziata a 30 anni in modo incredibile: una squadra di bassa serie A che per 6 miliardi di lire ingaggia il secondo giocatore più famoso al mondo dell'epoca a pari merito con Platini (il primo lo avrebbe preso il Napoli la stagione dopo) e che lo difende a colpi di 'O Zico o Austria' dalla Figc di Sordillo che blocca il trasferimento suo e quello di Toninho Cerezo alla Roma. 19 gol il primo anno, con un inizio di stagione pazzesco che fa aprire un memorabile dibattito sull'opportunità di togliere le barriere sui suoi calci di punizione e poche cose nel secondo rovinato dagli infortuni. Via Virdis e il vecchio ma ancora valido Causio e chiusura in tono minore, in mezzo all'inevitabile (non per cattiveria dei magistrati, ma perché questa è la prassi del calcio italiano) processo per evasione fiscale. Come spesso accade, la memoria dei campioni fa confusione sui comprimari: Zico ha raccontato che prima della seconda stagione la squadra venne smantellata perché furono ceduti anche Gerolin e De Agostini, ma semplicemente questo non è vero. Gerolin sarebbe andato alla Roma nel 1985 e De Agostini al Verona nel 1986. E al posto di Virdis arrivò un Andrea Carnevale di 23 anni: insomma, non proprio uno smantellamento. La verità è che purtroppo Zico arrivò troppo tardi, in una società ambiziosa ma in una squadra non alla sua altezza.
(foto tratta da http://www.ilfriuli.it/if/)
Adrian senza memoria
di Dominique AntognoniCos’è successo ad Adrian Mutu, durante la sua ultima apparizione a Bucarest? La Romania era già eliminata e aveva due gare senza alcuna importanza, contro la Serbia a Belgrado e poi contro le Isole Far Oer. L'attaccante della Fiorentina ha visto bene di infischiarsene dalla nazionale e fin qui ognuno la vede come crede, tanto le chance della Romania erano nulle e poi nessuno é obbligato a dannarsi l'anima se non lo considera necessario. Mutu è stato sorpreso in un ristorante alle due di notte assieme ad un compagno (Adrian Cristea) e due donne, siamo sempre nella norma: mancavano cinque giorni alla prima partita, oltretutto inutile. Poi però si è scoperto che una delle due era nota in Spagna per consumo e uso di droghe: con il suo passato Adrian avrebbe potuto stare in guardia, ma mettiamo che non fosse a conoscenza della notizia. La situazione è diventata insostenibile in seguito. Perché nel giorno della partenza per Belgrado lui ha svuotato il suo armadietto nella sede del ritiro sapendo evidentemente in anticipo che non vi avrebbe fatto il ritorno con la nazionale. In Serbia ha preso un cartellino giallo così da poter saltare la gara contro le Far Oer: il piano è stato reso evidente dal modo in cui ha preso il cartellino, allontanando la palla dopo un fischio dell’arbitro. A fine gara, con una sconfitta terribile per i suoi (o-5), Mutu sparisce nel nulla. Il giorno dopo si viene a sapere che è andato ad un festa a Novi Sad, 96 chilometri da Belgrado. Una festa all’albergo Park organizzata da un noto mafioso locale, Ratko Buturovic, per due volte scampato per miracolo a colpi di mitra non casuali. Due guardie del corpo hanno aspettato fuori dalo stadio Adrian per portarlo alla festa, poi una volta lì il buon Buturovic lo ha abbracciato come se fossero dei vecchi amici (curiosità: li ha presentati Kuzmanovic, ex Fiorentina adesso allo Stoccarda). Ecco il punto: come fa Adrian, che vive a Firenze, a essere così intimo di uno conosciuto nell’ambiente perché gestisce fra l’altro le scommesse clandestine del suo paese (e forse non solo)? Per la cronaca c’è in corso un processo nei suoi confronti proprio per le scommesse e per aver pagato arbitri nel 2008: in più Ratko è il patron del club locale, il Vojvodina Novi Sad (Superliga serba), ed è stato anche proprietario del PAOK Salonicco (basket). Soprannominato Bata Kankan, 53 anni, è uno molto ricco e molto intrallazzato: vicinissimo all’ex presidente e premier del Montenegro, Milo Djukanovic, possiede una serie infinita di ristoranti e di aziende di security (dove lavorano ex mercenari feroci, non i mollaccioni di altre latitudini) ma i suoi soldi dalla provenienza poco chiara sono troppi. Il punto è secondo noi questo: com’è possibile che uno che ambisce ad essere il capitano della sua nazionale non si degni di tornare con i suoi a Bucarest preferendo la compagnia di Ratko? Chivu, anche lui squalificato, è tornato in Romania per poi partire per Milano. Adrian invece no, anzi: aveva un sorriso grosso così a Novi Sad. Prematuro fare illazioni su scommesse o cose simili, anche pensando a come Coman ha preso certi gol contro la Serbia. Doveroso invece registrare il fatto che il suo padrino Nicu Gheara, uno che se mette piede in Romania viene arrestato (nel suo entourage sempre brava gente, come si vede), ha litigato in modo durissimo con Mutu. I due se ne sono dette di tutti i colori in una trasmissione tv di Digisport, Gheara in collegamento da Ibiza e Adrian da Firenze. “Stai alla larga di certe persone, non devi avere a che fare con loro”, queste le parole dell'onesto Gheara. La conclusione sarebbe che forse Adrian, ormai quasi 31enne, le situazioni complicate se le cerchi. E chiedere aiuto a persone come Buturovic non è mai salutare.
Dominique Antognoni
(per gentile concessione dell'autore)
Io speriamo che me la Cavic - Il grande rivale di Phelps parla di Stati Uniti, Serbia e Italia anche fuori dal nuoto...
Grazie ad Anjo per la segnalazione...
venerdì 6 novembre 2009
Fissati con il Bayern
Il Bayern ha deluso anche contro il Bordeaux e la copertura sul pareggio non è bastata: l'utile infrasettimanale è stato quindi di soli 13,2 euro, che hanno portato il capitale a 1.136,2 (eravamo partiti da quota 1.000). Complimenti a Laurent Blanc, al quale senza l'impresa di Kiev Moratti avrebbe già (ri)telefonato per l'anno prossimo e a Gourcuff, inutili le recriminazioni per le occasioni avute dai tedeschi: Schweinsteiger, Klose, Toni, Van Bommel, Toni, solo per citare quelle che ci vengono in mente. Le scommesse sono così: il passato è passato, del futuro chi se ne importa, concentriamoci sul presente.
1. Stasera nella Jupiler League olandese (la serie B locale, la cui formula rasenta la follia: fra qualificazione dei 'campioni di periodo' e altro...), piace moltissimo il Go Ahead a due punti dalla vetta della classifica contro il modesto Haarlem. 1,40 è una grandissima quota per una squadra che punta alla massima divisione, da cui manca da quasi 15 anni: erano i tempi di Henk Ten Cate, l'attuale allenatore del Panathinaikos, di Paul Bosvelt e di un giovanissimo Victor Sikora.
2. Domani, sabato, dovrebbe finire la favola del Paulton Rovers in FA Cup. La squadra di questo paesino (la capienza dello stadio è superiore alla popolazione risultante all'anagrafe, meno di 5mila anime) vicino a Bristol giocherà infatti contro il Norwich City, decaduto ma pur sempre in League One. Insomma, l'ottavo livello del calcio inglese contro il terzo. Non crediamo che alla squadra allenata da Paul Lambert (proprio l'ex centrocampista del Celtic, buon comprimario anche nel Borussia Dortmund vincitore della Champions 1997) mancheranno le motivazioni, anche perchè la partita sarà trasmessa in diretta tv nazionale. A 1,24 Norwich tutta la vita.
3. Stiamo per dire la solita idiozia: crediamo nel Bayern Monaco che si vuole e deve riscattare. 1,76 in casa contro lo Schalke: battendolo lo può superare in classifica e gestire in maniera accettabile le polemiche post-Champions (il problema è sempre il solito: in Bundesliga il ritmo è più lento che in Europa). Facciamo così: 70 sul Bayern e 30 sul pari (3,90) a copertura. Non trattieni ad ogni costo Ribery e non ingaggi Van Gaal se il tuo unico obbiettivo stagionale è l'Audi Cup.
4. Eccellente l'1,42 casalingo del Banik Ostrava contro il modesto Kladno. Giocheremmo secco sulla squadra allenata da Miroslav Koubek, dove gioca la stella di tutte le nazionali giovanili ceche Jan Hable: il ventenne centrocampista è un prestito della Fiorentina.
5. Pochi volumi, ci siamo affrettati a mettere 100 euro sull'Anorthosis a 1,18 contro il povero Ethnikos. Perché snobbare Cipro?
6. Domenica la differenza fra Den Haag e PSV è netta, ma il fatto che i favoriti (a 1,44) siano in trasferta ed il discorso italiota sulle fatiche di coppa a Copenhagen ci porta a coprirci. 75 euro sui Boeren e 25 sul pari a 4,90.
7. Cose belle dalla Danimarca. In serie B (First Division) l'AB di Flemming Christensen, mito guerinesco anni Ottanta (era nella rosa di Piontek a Mexico 1986, ma non giocò nemmeno un minuto), sembra uscito dalla crisi e dovrebbe triturare il Braband ultimo in classifica, con zero vittorie in tredici partite. 1,18 la quota, da giocare secca.
8. Stessi discorsi, ma quota migliore per Vejle-Kolding: 100 euro sull'1,30 degli strafavoriti, allenati da Mats Gren (a Italia '90 sostituì Brolin durante la storica partita persa con il Costarica di Milutinovic) che ancora sperano di inserirsi nella lotta per la promozione.
9. Testa-coda nella Superliga slovacca, con lo Zilina pagato benissimo (1,33) contro il Kosice. Lo Slovan Bratislava è vicinissimo, la partita è di quelle da non fallire.
Ci avanzano 236,2 euro, però non ci sono altre partite del fine settimana che ci riscaldino. Per sentirci vivi nove già bastano e avanzano. Appuntamento a martedì per i conti e nuove idee per buttare via tempo ma possibilmente non soldi.
stefano@indiscreto.it
1. Stasera nella Jupiler League olandese (la serie B locale, la cui formula rasenta la follia: fra qualificazione dei 'campioni di periodo' e altro...), piace moltissimo il Go Ahead a due punti dalla vetta della classifica contro il modesto Haarlem. 1,40 è una grandissima quota per una squadra che punta alla massima divisione, da cui manca da quasi 15 anni: erano i tempi di Henk Ten Cate, l'attuale allenatore del Panathinaikos, di Paul Bosvelt e di un giovanissimo Victor Sikora.
2. Domani, sabato, dovrebbe finire la favola del Paulton Rovers in FA Cup. La squadra di questo paesino (la capienza dello stadio è superiore alla popolazione risultante all'anagrafe, meno di 5mila anime) vicino a Bristol giocherà infatti contro il Norwich City, decaduto ma pur sempre in League One. Insomma, l'ottavo livello del calcio inglese contro il terzo. Non crediamo che alla squadra allenata da Paul Lambert (proprio l'ex centrocampista del Celtic, buon comprimario anche nel Borussia Dortmund vincitore della Champions 1997) mancheranno le motivazioni, anche perchè la partita sarà trasmessa in diretta tv nazionale. A 1,24 Norwich tutta la vita.
3. Stiamo per dire la solita idiozia: crediamo nel Bayern Monaco che si vuole e deve riscattare. 1,76 in casa contro lo Schalke: battendolo lo può superare in classifica e gestire in maniera accettabile le polemiche post-Champions (il problema è sempre il solito: in Bundesliga il ritmo è più lento che in Europa). Facciamo così: 70 sul Bayern e 30 sul pari (3,90) a copertura. Non trattieni ad ogni costo Ribery e non ingaggi Van Gaal se il tuo unico obbiettivo stagionale è l'Audi Cup.
4. Eccellente l'1,42 casalingo del Banik Ostrava contro il modesto Kladno. Giocheremmo secco sulla squadra allenata da Miroslav Koubek, dove gioca la stella di tutte le nazionali giovanili ceche Jan Hable: il ventenne centrocampista è un prestito della Fiorentina.
5. Pochi volumi, ci siamo affrettati a mettere 100 euro sull'Anorthosis a 1,18 contro il povero Ethnikos. Perché snobbare Cipro?
6. Domenica la differenza fra Den Haag e PSV è netta, ma il fatto che i favoriti (a 1,44) siano in trasferta ed il discorso italiota sulle fatiche di coppa a Copenhagen ci porta a coprirci. 75 euro sui Boeren e 25 sul pari a 4,90.
7. Cose belle dalla Danimarca. In serie B (First Division) l'AB di Flemming Christensen, mito guerinesco anni Ottanta (era nella rosa di Piontek a Mexico 1986, ma non giocò nemmeno un minuto), sembra uscito dalla crisi e dovrebbe triturare il Braband ultimo in classifica, con zero vittorie in tredici partite. 1,18 la quota, da giocare secca.
8. Stessi discorsi, ma quota migliore per Vejle-Kolding: 100 euro sull'1,30 degli strafavoriti, allenati da Mats Gren (a Italia '90 sostituì Brolin durante la storica partita persa con il Costarica di Milutinovic) che ancora sperano di inserirsi nella lotta per la promozione.
9. Testa-coda nella Superliga slovacca, con lo Zilina pagato benissimo (1,33) contro il Kosice. Lo Slovan Bratislava è vicinissimo, la partita è di quelle da non fallire.
Ci avanzano 236,2 euro, però non ci sono altre partite del fine settimana che ci riscaldino. Per sentirci vivi nove già bastano e avanzano. Appuntamento a martedì per i conti e nuove idee per buttare via tempo ma possibilmente non soldi.
stefano@indiscreto.it
Gli uomini di Nancy Lieberman
di Stefano OlivariNancy Lieberman è stata una delle più grandi giocatrici di tutti i tempi, al punto di essere ritenuta degna di un colpo alla Gaucci: l'inserimento in una squadra maschile, anzi due. Gli Springfield Fame della incredibile USBL di metà anni Ottanta e i più noti Washington Generals, vittime designate nelle esibizioni degli Harlem Globetrotters. Adesso a 51 anni si ributta nella mischia vera, lasciando la comodità della Espn per diventare la prima allenatrice di una lega maschile seria come la NBDL: guiderà infatti...non si sa chi, il nome dovrà essere deciso da un sondaggio fra tifosi che ancora non esistono. La squadra farà base a Frisco, che un cultore di Tex Willer localizza subito nel Texas anche se ne esistono in vari altri stati, ma non sarà una nuova franchigia (è l'erede diretta dei Colorado 14ers campioni uscenti: la squadra in cui la scorsa stagione giocava il John Lucas ex Udine e Benetton, nonché figlio dell'omonimo padre, da pochissimo approdato al Tau) né un'emanazione diretta dei Dallas Mavericks. E' infatti 'solo' posseduta da una società il cui azionista principale è Donnie Nelson, figlio di Don e attuale general manager dei Mavs a cui Frisco è affiliata. Dirigente dei Frisco 'qualcosa' sarà nientemeno che Del Harris, mezzo secolo di carriera in panchina chiuso con l'assistentato a Del Negro ai Bulls. Presidente un altro nome di richiamo, Spud Webb, il giocatore più basso (1,68) nella storia Nba prima che ci giocasse Mugsy Bogues (adesso Webb è terzo all time, con Earl Boykins secondo). Tutto questo per dire che la NBDL, partita in sordina nel 2001 con 8 squadre, adesso ne ha 15 e dall'anno prossimo con la partenza a pieno regime di Frisco ne avrà 16. Centrata l'intuizione di Stern di fare di queste squadre ufficialmente dei farm team, sul modello dell'hockey ghiaccio, con ognuna che può affiliarsi anche a più franchigie NBA. Piccolo dettaglio: il pubblico medio alle partite 2008-2009 della NBDL è stato di 2.713, roba degna di una buona serie A europea.
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