Pericolo ammazzacaffé

di Oscar Eleni
Ribellatevi sempre quando dopo una bella cena arriva in tavola l’ammazzacaffè, peggio se è una grappa stellina che diventa varechina quando a proporvela è il contadino che non la sa distillare. Questa settimana di basket, diciamo dalle giornate bolognesi a quelle dei tormenti europei, fino alla dolorosa riflessione sul caso Boniciolli, è andata più o meno così. Ci siamo illuminati d’immenso nelle partite di coppa Italia perché tutti, ma proprio tutti, ci hanno fatto credere che qualcosa è cambiato nel nostro basket: bravi i giocatori, bello e numeroso il pubblico, con festa finale per chi ha vinto in casa di chi ha perso senza doversi vergognare, eccellenti gli allenatori, decorosi persino gli arbitri nella disperata ricerca, non sempre riuscita, di una identità che non li facesse catalogare fra i vassalli dei potenti. Insomma si stava bene, eravamo pronti a brindare, ma ecco che arriva in tavola la varechina: prima la falange Tola, l’arbitro che non ti augureresti sempre di trovare, con la minaccia di sciopero sparata in faccia al presidente Meneghin che ancora non si era seduto per il primo consiglio, che ancora non capiva bene perché i sostenitori del Tola, dal Facchini tecnico fumante al Lamonica passi e accompagnate, passando dal Cicoria viperino, volessero una guerra santa per l’autonomia, pretendendo comunque che a pagare siano sempre gli stessi: Federazione e Società. Poi ci hanno portato altra grappa stellina per gli esami di Eurolega dove tre grandi favorite per la finale, Mosca, Taugres e Panathinaikos, hanno sistemato per bene le tre italiane rimaste in gioco. Scoramento generale, anche se Siena qualche scusa la poteva avere, ma adesso rischia tantissimo negli incroci delle ultime otto; anche se Milano le scuse le trova comunque persino quando prende Mo Taylor dalla naftalina e non si chiede, come farebbe l’Armani furioso con l’assessore, perché i Teletovic o i Barac vanno altrove; anche se Roma si salva sempre dando la colpa a Repesa, in questo caso per essersene andato. Europa crudele, ma, come dicono al bar, l’Europa è diversa, l’euro, come vi direbbe il vostro pizzicagnolo di sfiducia che raddoppia sul prosciutto, è un‘altra cosa. Chiedete pure a quelli del calcio che se va bene ne salveranno ancora una oltre all’Udinese. Chiedete al Charlie Recalcati che sull’Europeo deve costruire il futuro per tutti, amici e nemici. Per finire il tossico peggiore. Caso Boniciolli. Confusione nella ritirata, come se fosse la prima volta. Fare un dossier sulle multe incassate. Tutte per insulti. Non soltanto agli arbitri. Il tifoso è così. Si arrabbia se non è lui a mandarti a quel paese o in ritiro. Guai divorziare per incompatibilità di carattere o ambientale. Basket denudato dalla solita mossa “ brillante” del Sabatini virtussino? Certo, ma forse era ora e per favore registratevi i cori monotoni e stonati di ogni partita. Se sentite calore intorno a voi vuol dire che sedete su una stufa a kerosene. Se passerà la nuttata domani avremo basket di campionato e a mezzogiorno vedremo in TV Cantù, sul campo di Teramo, sorella nello stupire chi non crede al lavoro, alle scelte andando per campi e non per ristoranti, prima dell’innesto del Patricio Prato hombre vertical, un tipo di giocatore che è bello avere nella tua squadra, peccato che Rieti in questo modo ci faccia sapere di essere ormai in liquidazione.
Oscar Eleni

Illusione in diretta

di Stefano Olivari
Molti sono convinti che scommettere ‘live’ offra maggiori possibilità di vittoria. L’idea è che se stasera la Juventus, data a 1,55 (pari a 3,60, Napoli a 6,50), dovesse faticare, la sua quota si alzerebbe molto. Ma ci sono due piccoli problemi: per farci vincere la Juve dovrebbe lei per prima vincere, ma soprattutto il cambiamento in diretta delle quote quasi mai conferma l’aggio del banco. Possiamo verificarlo empiricamente: il vantaggio del bookmaker al minuto zero (nel caso sopra citato 7,5%) è quasi sempre inferiore a quello con le quote live. L’ipotesi è che scommetta in diretta chi abbia un’idea forte sul risultato, formatasi guardando la partita, e che quindi non stia a sottilizzare. E’ quindi realistico che sullo zero a zero al quarto d’ora della ripresa la Juve salga a 2,00 (per il banco probabilità del 50%), il pari a 3,30 (30,3%) ed il Napoli a 3,40 (29,4%). Chi crede nei bianconeri si illude che sia il momento per giocare, ma a livello statistico il vantaggio del banco è salito al 9,7%. Tornando sulla Terra, ripartiamo dal nostro meno 54,4 euro. Oggi occhio al Borussia Dortmund in casa contro l’Hoffenheim: per caratteristiche tecniche sono due squadre da Over (almeno 2,5 gol), quindi i nostri 10 euro li puntiamo così a 1,60. In Scozia il Celtic capolista non può avere pietà del St.Mirren: la vittoria a 1,20 è giocabile. Da considerarsi ‘value’ anche un successo tutt’altro che sicuro, quello dell’Atalanta domani sul Chievo a 1,75. Meglio pensarci prima che decidere in diretta.
stefano@indiscreto.it
(Pubblicato sul Giornale di oggi)

Il resto è pancia

di Stefano Olivari
Domani a Newcastle (Irlanda del Nord) si terrà il congresso numero 123 della storia dell'International Board, cioé l'organismo preposto alla modifica delle regole per il calcio di tutto il mondo. Da lunedì ci sarà tempo e modo di commentare l'attualità e l'applicabilità delle sue decisioni, tifando fin da ora contro l'overdose di arbitri (i due assistenti di area di rigore, ma si parla anche di altro), di discrezionalità (il cartellino arancione, cioé l'espulsione a tempo, sarebbe la gioia dei bar di tutto il globo) e di confusione (le quattro sostituzioni in caso di supplementari). Il tutto mentre si rifiuta a priori la tecnologia anche in quelle situazioni in cui la sua utilità sarebbe massima. Una cosa è sicura: l'aumento del numero di giudici di gara andrà a discapito di quel calcio minore che la FIFA dice di voler tutelare contro le spese eccessive (cronometri, telecamere, eccetera), perché ad assistere l'arbitro centrale nelle situazioni da area di rigore non saranno guardalinee ammaestrati ma due arbitri veri. Che verosimilmente non saranno presi dalla strada, ma in ogni nazione dalle categorie inferiori: e chi se ne importa del livello degli arbitraggi in serie D, l'importante è non spendere soldi per i cronometristi (che vengono pagati anche negli sport alla canna del gas, in ogni serie). Una soluzione, soprattutto a livello internazionale (ne ha parlato Platini), sarebbe quella di reinserire nei ranghi gli over 45, che nel nuovo ruolo non dovrebbero correre come l'arbitro vero. Gli arbitri con la pancia, ecco il futuro già visto.

Gli anni degli occhiali

di Flavio Suardi
C’erano anni in cui nella Nba, ma non solo, esisteva la necessità/moda di portare degli occhiali protettivi. Quelli “alla Jabbar”, per intenderci. Non bisogna però confondere questo tipo di attrezzo con quelli esibiti ad esempio, da George Mikan negli anni ’50 e Kurt Rambis negli anni ’80. Si trattava, in questi casi, di occhiali da vista, esattamente come quelli che portava Gianfranco Pieri in maglia Simmenthal Milano. Quelli indossati da Jabbar, Moses Malone e James Worthy (che compie proprio oggi 48 anni), servivano per proteggere il viso dai contatti violenti sotto canestro, ma anche le lenti a contatto, per lo più rigide a quel tempo, applicate al posto degli occhiali. Questo genere di accessorio, diffusissimo all’epoca dei Lakers dello showtime, era utilizzato prevalentemente dai lunghi, ovvero da coloro che avevano più probabilità di subire colpi violenti. Come dimenticare Moses Malone? A questo proposito vale la pena di ricordare che lo stesso Malone aveva l’abitudine di alzare gli occhiali sulla fronte mentre eseguiva i tiri liberi, per abbassarli solo dopo l’esecuzione del secondo personale. Per qualche periodo li ha usati anche Hakeem Olajuwon, ma quel genere di protezione aveva degli evidenti problemi di appannamento, dati dalla mancanza di aperture che consentissero la circolazione dell’aria. Dopo il vero e proprio boom di quegli anni, l’uso degli occhiali protettivi andò progressivamente diminuendo: li portava Horace Grant, con il vezzo di utilizzarli con colorazioni simili a quelli della divisa della sua squadra. Bianchi o rossi a Chicago, blu a Orlando, con una banda gialla sul frontale all’epoca dei Lakers. Piccola curiosità: anche il lungo Thurl Bailey li usava ai tempi degli Utah Jazz, ma quando è arrivato in Italia (1995-97 Cantù, poi un anno a Milano) non li ha più utilizzati.
(in esclusiva per Indiscreto)

Le riserve di Van Basten

di Alec Cordolcini
1. Vincono le riserve. Kennedy Bakircioglu, Kenneth Vermeer, Leonardo. Vince soprattutto Marco van Basten, prima in campo e poi davanti ai microfoni, quando dichiara la netta superiorità della Fiorentina sul suo Ajax. Una squadra che ha confermato tutti i pregi e i difetti già emersi lungo tutta la stagione di Eredivisie: difesa alta, molto fragile se attaccata in velocità e ancora carente dal punto di vista degli automatismi; centrocampo di quantità privo di un autentico leader; reparto offensivo capace di colpire in qualsiasi momento grazie alla qualità degli interpreti, Luis Suarez su tutti. La linea che separa il genio dal cialtrone è spesso sottile quando un allenatore sperimenta molto. Quando allenava l’Olanda Van Basten venne tacciato di essere un apprendista stregone che si divertiva a mischiare gli ingredienti a caso. Critiche che lo hanno seguito, spesso a ragione (ricordiamo Siem de Jong punta centrale, Sulejmani regista, la maglia di terzino sinistro che sembrava estratta a sorte tra Vertonghen-Vermaelen-Schilder-Emanuelson), anche in questo suo ritorno ad Amsterdam. L’ironia della sorte ha voluto che proprio nei due incontri tra i più importanti dell’intera stagione Van Basten abbia indovinato tutto.
2. A Firenze due scelte hanno fatto la differenza: posizionare Emanuelson in marcatura quasi a uomo su Melo, riducendo ai minimi termini l’apporto del giocatore alla manovra (una mossa non ripetuta al ritorno, dove infatti il brasiliano è stato uno dei migliori in campo), e schierare Bakircioglu attaccante destro nel tridente, restituendo Suarez ad una posizione più congeniale al centro del reparto offensivo. Pur non essendo un’ala, il giocatore svedese di origini assire (che molti in Italia si ostinano a chiamare Kennedy, ma sarebbe come dire che la Fiorentina schiera in attacco Adrian) ha vissuto i momenti migliori della sua carriera (al Twente) proprio in quella posizione, acquisendo tempi e movimenti, anche in fase di ripiegamento, che il talento anarchico di Suarez fatica a interiorizzare. E sarebbe anche un peccato se lo facesse, dal momento che l’uruguaiano ha dimostrato nei 180 minuti di Uefa come in una posizione più centrale, prima ma anche seconda punta, sia in grado di impegnare e tenere in apprensione un’intera difesa.
3. Ad Amsterdam Van Basten ha scelto di coprirsi. Gli è andata bene con il problema fisico di Stekelenburg (così come all’andata con l’infortunio di Cvitanich, altrimenti niente Bakircioglu e Suarez a destra…), venendo ripagato dall’ottima performance di Vermeer, per il primo anno davvero convincente fino in fondo. E’ tutta farina del suo sacco invece l’inserimento di Leonardo, uno dei pochi artisti del dribbling rimasti e uno di quei giocatori il cui rendimento da subentrato risulta essere spesso superiore rispetto ad un impiego dal primo minuto. Devastante in campo aperto, qualità tecniche indiscutibili ma anche una fragilità fisica impressionante (alla Robben, per capirci), Leonardo è ideale per un impiego di 30-40 minuti finalizzato a scardinare le difese più ostiche. Questo Van Basten l’ha pienamente capito.
4. Capitolo delusioni. Miralem Sulejmani in primis, autore di due prestazioni molto fumose. “Embè, tutto qui?”, ci ha scritto un collega olandese riguardo a Riccardo Montolivo. Ecco, Sulejmani è la stessa cosa: grande talento con il brutto difetto di scomparire nei match che contano, specialmente in Europa. Basterebbe avere la personalità mostrata da Vurnon Anita all’andata; senza strafare, il centrocampista ajacide ha sfoderato una prestazione di esperienza, pur essendo un classe 1989. Delude ma non stupisce la limitatezza di Presas Oleguer, scarto del Barcellona arrivato a ingrossare le fila dei bidoni spagnoli (Roger, Urzaiz, Luque) transitati per l’Amsterdam Arena negli ultimi anni. Lui è un no global, il suo calcio un no futbal. Anche il connazionale Gabri ha dei limiti, ai quali però sopperisce con una straordinaria quantità, tanto che a volte (due settimane fa ad Arnhem, ad esempio) è capitato di vederlo uscire dal campo reggendosi in piedi a fatica per quanto aveva corso. Promuoviamo infine, senza lode, anche Rasmus Lindgren e Gregory van der Wiel. L’Europa è l’insegnante migliore per proseguire la propria formazione.
5. Agli ottavi di finale non ci sarà il derby olandese. Una punizione da trenta metri di Hatem Ben Arfa, con tanto di doppio palo, e i calci di rigore hanno permesso all’Olympique Marsiglia di eliminare il Twente. Un’occasione persa per gli uomini di McClaren, assolutamente non inferiori ai più quotati francesi. Netto invece il divario tra Amburgo e Nec Nijmegen. La bella favola della compagine guidata da Mario Been si è conclusa con una doppia sconfitta, ma l’avventura è stata indubbiamente positiva. Con tutta probabilità passeranno anni prima che questa possa ripetersi. A fine stagione infatti Been andrà al Feyenoord, mentre la dirigenza del Nec ha annunciato le difficoltà finanziarie del club, invitando i tifosi a prepararsi per “un lungo inverno”. Assente, causa limiti propri, un assiduo frequentatore dei salotti continentali come il Psv Eindhoven, adesso l’Ajax in Europa è sempre più solo.
(in esclusiva per Indiscreto)

Andrej sulla fascia

di Stefano Olivari
Ricordo fiorentino di Zoleddu, quell'Andrej Kanchelskis che arrivò in Italia nel gennaio 1997 come uno dei grandi colpi di Cecchi Gori e ripartì un anno e mezzo dopo per ritrovare (solo in minima parte) se stesso nei Rangers. L'ala destra russa (ma di origini ucraine), era uno straordinario atleta che si era formato nella sua Kirovograd prima di passare per la Dinamo Kiev di Lobanovski e conoscere i suoi giorni di gloria nel primo Manchester United vincente di Alex Ferguson: quello di Cantona, di Mark Hughes, di Ince, di un giovanissimo Giggs e con in panchina ragazzini come i Neville, Scholes, Butt e ovviamente Beckham. Poi il litigio con Ferguson, la cessione all'Everton di Joe Royle ed il precoce declino fra un infortunio e l'altro. In viola, nella squadra di Toldo, Rui Costa e Batistuta (come allenatori ebbe per sei mesi Ranieri e per un anno Malesani), fece cose discrete nelle rare volte in cui fu al massimo della forma, ma il meglio l'aveva già dato. Varie fermate di fine carriera, con chiusura in sordina due stagioni fa, a 38 anni, nel Krylia Sovetov di Samara. Carriera dirigenziale iniziata praticamente subito, come direttore generale del Nosta di Novotroitsk, squadra di Prima Divisione (cioé serie B) russa: non è stato necessario un grande lavoro di ricerca, perché qualche settimana fa le agenzie riportavano sue dichiarazioni contro il doppio incarico di Hiddink. Una posizione forse non del tutto disinteressata, se è vero quello che abbiamo letto oggi: cioè dell'ipotesi Advocaat (ora sulla panchina dello Zenit San Pietroburgo) per la nazionale russa nel caso Hiddink decida di concentrarsi solo sul Chelsea. Con Advocaat, suo allenatore per tre anni a Glasgow, Kanchelskis ha un grandissimo rapporto e inoltre l'ex ala non ha mai fatto mistero di voler lavorare per la federazione a Mosca. Per il momento è comunque nell'oblast di Orenburg.

Siamo fra di noi

di Stefano Olivari
Per deformazione mentale siamo sempre rimasti più impressionati da chi non guarda le grandi partite che da chi le guarda. Così non ci ha stupito tanto che l'evento televisivo più visto in Italia nel 2008 sia stato Italia-Francia dell'Europeo, con 23.491.000 spettatori di media (share del 74,11%), quanto che 36 milioni e mezzo di connazionali non abbiano seguito la sfida. Questo ed altri pensieri profondi sono sorti alla lettura di 'Un anno di Rai', il libretto riassuntivo del 2008 che l'emittente di stato ha pubblicato di recente. Secondo classificato, a distanza siderale, il 'W Radio 2' televisivo di Fiorello con 10milioni e 600 mila spettatori di media, terzo il messaggio di Napolitano a reti unificate (non che qualcuno lo abbia realmente seguito, ma è il classico momento in cui nel paese si tiene accesa la tivù pur di non parlare con i parenti). Il secondo evento sportivo più visto è stato il Gran Premio di Formula Uno del Brasile, con 9.892.000 spettatori (vista l'ora, nemmeno c'era il doping dell'abbiocco post cannelloni e brasato), mentre fuori dalle grandi manifestazioni, nel calcio 'normale', medaglia d'oro a Italia-Montenegro dello scorso ottobre con quasi 9 milioni. Per quanto riguarda il calcio di club il record 2008 è invece dello Juve-Inter di Coppa Italia con poco meno di 8 milioni. Dati che confermano una banalità: il bacino d'utenza potenziale del calcio di club è di poco superiore ai 10 milioni e per la tivù in chiaro il prodotto costa troppo. E' impressionante vedere che l'Eredità, un programma che costa pochissimo, trasmesso ogni giorno, faccia più ascolto dello Juve-Inter sopra citato. Dal punto di vista commerciale Carlo Conti nella tivù in chiaro vale insomma venti volte Del Piero e Ibrahimovic messi insieme, considerando la serializzazione. Tolto il grande evento, a cinque italiani su sei del calcio frega pochissimo o niente: con buona pace della società di indagini di mercato che dirama bollettini della vittoria, forse anche perchè consulente della Lega e di certi club.
stefano@indiscreto.it

Attenti al Lupu

di Stefano Olivari
Ricordi bresciani (1994-95) per Enrico Frera, quel Danut Lupu che Mircea Lucescu aveva già allenato ed apprezzato ai tempi della Dinamo Bucarest. Classe 1967, Centrocampista di buonissimo talento (in un'intervista, che poi lo avrebbe fatto litigare con Hagi, Lucescu sostenne che Lupu fosse il giocatore rumeno con maggior classe della sua generazione), di buon fisico e di testa variabile, Lupu fece anche parte della Romania di Jenei a Italia 1990, giocando qualche minuto a Napoli contro l'Argentina e soprattutto i minuti finali e i tempi supplementari del drammatico ottavo di finale di Genova contro l'Eire: zero a zero tatticissimo e rigori, con Lupu che realizzò il suo battendo Bonner e con l'errore decisivo del suo compagno Timofte. Poi il trasferimento al Panathinaikos, in mezzo a vicende extracalcistiche (fu anche arrestato, in quanto complice di una banda di malavitosi) ed un rapido declino, la chance bresciana sfruttata male (si presentò da Lucescu in sovrappeso di 15 chili) ed il ritorno in patria, prima al Rapid e poi di nuovo alla Dinamo Bucarest. Lupu ha chiuso la carriera in Israele ad inizio millennio ed adesso vive in Romania seguendo varie attività e dicendo la sua come opinionista calcistico.
stefano@indiscreto.it
P.S. Stiamo perdendo il filo delle mille richieste, vi preghiamo di radunarle tutte nei commenti rispettando il criterio principe: almeno un minuto in serie A in tempi di tivù a colori...

Guarda in camera (ardente)

di Stefano Olivari
L'orrore, l'orrore...difficile commentare meglio del colonnello Kurtz la sfilata di potenti, ex potenti, giornalisti in pseudo-carriera e personaggi di rappresentanza che hanno trasformato il funerale di Candido Cannavò in una grottesca esibizione di se stessi. Di quello che secondo noi Cannavò ha rappresentato per il giornalismo abbiamo già scritto, magari dando un dispiacere a chi usa le stesse logiche (grandi club, grandi uomini, grande Ferrari, imprese epiche al Giro), ma l'uomo è ovviamente un'altra cosa. Parliamo con cognizione di causa, dal momento che conosciamo molti 'anonimi' che a quei funerali hanno partecipato senza l'ossessione del farsi vedere e solo per essere vicini ad una persona che hanno apprezzato. Se per Abete, Petrucci, Letizia Moratti e pochi altri esserci poteva essere un dovere istituzionale, troppi altri (si possono tranquillamente vedere nelle foto) hanno fatto solo una macabra passerella: atleti in uniforme, direttori ridotti alla semiclandestinità, star televisive, dirigenti editoriali, professionisti del cordoglio, altra gente con la coscienza o la presunzione di essere importante. Con la pennellata trash della webcam alla Grande Fratello che dava in diretta su http://www.gazzetta.it/ l'arrivo di famosi e non famosi nella camera ardente. Uno spettacolo tremendo, in alcuni casi una sfilata ridicola. Però adesso tutti sanno chi c'era e chi non c'era.
stefano@indiscreto.it

Falk vola alto

di Stefano Olivari
Il 2010, scadenza di molti contratti di superstelle NBA (primissimo fra tutti LeBron James, secondo Dwyane Wade, con i terzi che non scherzano), è l'anno di cui tutti gli appassionati parlano, ma la vera battaglia per delineare il futuro della lega nei prossimi decenni si combatterà l'estate successiva: è nel 2011 infatti che scadrà il contratto collettivo dei giocatori e che la NBA cercherà di mettere mano a regole che allo stato attuale impediscono di strapagare le superstar ma al tempo stesso quasi costringono a farsi strozzare dai role player con contratti pluriennali: Ben Wallace 14 milioni e mezzo di dollari a stagione, l'attuale Leandrinho Barbosa a 6,1, Jason Kapono circa per la stessa cifra, eccetera. Questo e molti temi interessanti vengono affrontati in un'intervista a David Falk, storico agente di Michael Jordan (adesso cura gli interessi, fra gli altri, di Mike Bibby, Mutombo, Brand, Coach K), sul New York Times di domenica: invitiamo ad andare sul sito del giornale a leggerla, così con la ristrutturiamo furbescamente facendola passare per nostra. Possiamo però dire che dall'intervista si evince che secondo Falk il commissioner Stern ha già nella mente una strategia ben precisa, volta ad ottenere i seguenti risultati: a) Salary cap vero, riducendo al minimo le eccezioni; b) fra le eccezioni, assolutamente abbattere la mid-level cap exception (esempio di mid-level exception è l'ingaggio di Kapono da parte dei Raptors, a cui comunque l'ex UCLA non ha puntato contro una pistola); c) Contratti più corti; d) Limite di età più alto per entrare nella lega. Nel lanciare il suo libro, The Bald Truth, Falk ha insistito molto sul quarto punto sostenendo una tesi non nuova ma comunque interessante: cioé che qualche anno in più nella NCAA (o in un'Europa meno dura e competitiva di quella trovata da Brandon Jennings) darebbe alla NBA giocatori tecnicamente migliori, più maturi come persone (fra un 21enne e un 19enne c'è un oceano di differenza), e soprattutto con una pubblicità gratuita di tre o quattro anni da parte della NCAA che farebbe entrare nella NBA con rullo di tamburi anche giocatori di livello medio. Siccome non tutti i diciottenni hanno la testa dei Kobe, LeBron o Garnett diciottenni, è quello che si augurano tutti tranne i freshman NCAA delle prossime stagioni e tranne ovviamente i colleghi di Falk, che non è un semplice agente e che all'apice del suo potere è arrivato ad essere una specie di Gea incarnata in una persona sola: con almeno un giocatore chiave e qualche comprimario in ogni squadra, piazzato secondo le logiche dello spettacolo (io ti do Bonolis ma ti prendi anche Piripicchio). E pensare che abbiamo conosciuto di persona il dirigente di una società calcistica italiana che asseriva di avere, nel suo nebuloso periodo americano, 'inventato Michael Jordan a livello di marketing'. Non era Falk, ovviamente.
stefano@indiscreto.it


Il paese dei patrioti

di Stefano Olivari
Il nazionalismo può essere al tempo stesso una qualità ed un difetto, a seconda dell'intelligenza di chi lo interiorizza, ma di sicuro il novanta per cento degli italiani non è toccato da questo problema. C'è però un paese dove i patrioti abbondano, si chiama Potenza Picena: ne abbiamo parlato su Indiscreto qualche mese fa ed è stato onorato di una inchiesta sul numero del Guerin Sportivo attualmente in edicola. La località in provincia di Macerata vanta un primato mondiale: un calciatore professionista in attività ogni tremila abitanti. Roba che nemmeno in certi quartieri di Rio o di Buenos Aires...Merito di Gabriela Sabatini, che nel 2003 prese qui la cittadinanza italiana (per motivi non certo sportivi, essendosi ritirata molti anni prima dall'attività tennistica) grazie a parenti di suo padre e che tracciò la strada per altri campioni alla riscoperta delle radici marchigiane: Renan, Paulo Cesar, ed i più noti Cicinho e Camoranesi. L'avo di Camoranesi sarebbe il bisnonno Luigi, nato a Potenza Picena nel 1873 e poi emigrato in Argentina. Ogni caso ha comunque una sua storia, magari qualcuno ha davvero uno spirito alla Silvio Pellico e non per forza deve essere considerato un volgare taroccatore. A noi sembra solo interessante il fatto che nello sport professionistico le limitazioni in base al passaporto non abbiano più senso: come provano anche la vicenda Amauri, quasi italiano ma per merito dei parenti della moglie, o nel basket mille casi grotteschi (gli uomini chiave della Montepaschi, Stonerook ed Eze, sono diventati italiani per matrimonio: in particolare quella di Stonerook è una storia istruttiva). Senza fare discriminazioni, per evitare un mercato di livello infimo sarebbero più onesti i criteri della formazione e soprattutto della residenza: gioca da italiano chi, anche se nato in Congo da genitori australiani, risiede (sul serio) da almeno dieci anni in Italia. In un colpo solo si distruggerebbero il sottobosco dei taroccatori e si premierebbero i giocatori veramente onesti. Evitando di ascoltare termini come 'passaportati', 'assimilati', 'naturalizzati', 'oriundi'. Ma in generale tutte le discipline sembra stiano scivolando verso la strada oscena del calcio a cinque.

Domani forse farà freddo

di Jvan Sica
Scrivere da tifosi può essere l’esercizio più banale e illeggibile possibile, con tutti quegli ardimenti da appassionato della prima ora e con tutte quelle storie da focolare domestico che spesso annoiano al primo rintocco. Ma può essere anche il miglior modo per parlare di uno sport che, spesso se non sempre, diventa qualcos’altro. In Italia le storie di scrittori tifosi che meritano sono in effetti poche: Morozzi e il suo Bologna visto con gli occhi di un’infanzia che torna di domenica (o di sabato causa anticipi) oppure Culicchia e il suo vivere il Torino con i continui rimbalzi su un vissuto cittadino e generazionale. In Inghilterra il capostipite del racconto tifoso non solo per tifosi è ovviamente Febbre a 90° di Nick Hornby e sulla scia di questo spartiacque il portabandiera Hornby ha messo insieme una serie di racconti, creando un frullato di stili e ricordi. Guanda che ha diritti italiani di Hornby ha catturato al volo questa opera e l’ha edita in Italia con il titolo “Il mio anno preferito”. Come per tutti i libri di autori vari, l’elettrocardiogramma dell’interesse oscilla spesso e i differenti focus di contenuto oltre che la diversa competenza riguardo al calcio hanno dato vita a storie molto diverse tra loro. L’idea di base è eccellente e, diciamoci la verità, l’unica veramente possibile per pensare di amalgamare con interesse tante storie di tifo: parlare delle annate che si ricordano per qualche motivo particolare di squadre non di primo livello. Pensare di appassionare un lettore mediamente competente parlando delle vittorie del Liverpool di Keegan, del Manchester di Ferguson o del Chelsea di Abramovich sarebbe un compito troppo complicato. Chi comprerebbe in Italia un libro in cui si parla col filtro del tifo per l’ennesima volta del Milan di Sacchi, della Juve di Lippi o dell’Inter di Herrera? La forza del progetto è proprio nell’aver scelto di scrivere le emozioni provate grazie a squadre come il Cambridge United, lo Swansea City o il Watford, realtà non da top ten della retorica pallonara né da storiella di noi quattro gatti in mezzo alla burrasca; la giusta via di mezzo con squadre per tifosi veraci. Anche il primo racconto di Roddy Doyle sull’avventura dell’Eire ad Italia ’90 rientra in questa categoria: l’Eire non è e non sarà mai (avesse anche il Pallone d’oro in carica tra le sue fila) una squadra glamour, per cui si tifa perché invaghiti. Si tifa Eire perché non se ne può fare a meno, una sorta di desiderio di sofferenza ed estasi che le vittorie e le sconfitte non cambiano. I capitoli migliori sono quelli di Ed Horton sull’Oxford United 1991/92, in cui l’autore ci dà una nota sulla letteratura sportiva proprio in apertura che è bene ricordare: “nella letteratura sportiva più ci si avvicina a parlare del gioco in sé, meno interessanti diventano i racconti”, il che sottolinea un po’ quello che vale anche per il cinema a sfondo sportivo: quando si fa vedere o si descrive un’azione di gioco tutto si perde in un meccanico ritornello visto già mille volte (ma la sfida continua, chi saprà mai scrivere e far vedere lo sport giocato senza appannamenti?), di Don Watson sul Leeds United “scottish” 1974/75 (annata di una squadra al vertice rispetto agli altri racconti, ma vista con gli occhi del tifoso per sempre e non del vicino per coincidenze), di Chris Pierson sull’Alban City 1971/72 (un racconto da vero giornalista embedded) e di D.J. Taylor sul Norwich City 1992/93. Prove di scrittura notevole quella di Hornby sul Cambridge United 1993/94 e di perfetta analisi del tifoso medio quella di Harry Pearson sul Middelsbrough 1990/91. Anche la recensione, come il libro, non si può non chiudere con le parole della poesia di Eddie McCreadie che suggella in quattro versi la bellezza terribile del vero tifo:
Non sono mai stato tanto felice e triste insieme
oggi ti voglio bene, domani forse farà freddo.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Letteratura sportiva)

Volevo essere Gianni Nardi

di Stefano Olivari
Il meccanismo del calciomercato è immutabile: il presunto venditore fa la figura di quello che ha tante richieste, il presunto acquirente di quello attivissimo e liquido, il giornalista può scrivere cose interessanti facendo un piacere a tutti. Più o meno questa sembra la trama dela vicenda Al Mansour-Milan, partita ai tempi dei primi contatti per Kakà (che Berlusconi aveva ceduto, è bene ricordarlo), proseguita con gossip di fonte inglese e perfezionatasi con un articolo sul Corsera di oggi: fondato nell'analisi, con riscontri nella società rossonera e presupposti di un certo tipo (lo sceicco ha il 5% di Mediaset), ma che inevitabilmente descrive una situazione solo allo stato delle battute. E la smentita arrivata oggi dalla Finivest fa parte della stessa sceneggiatura. 500 milioni per il 40% della società rossonera, cioé per contare di fatto come Gianni Nardi, sono una cifra palesemente assurda. Una cosa buttata lì dalla macchina comunicativa rossonera per effettuare un sondaggio a mezzo stampa: cari tifosi, preferite un Milan 'puro', milanese, italiano nella proprietà, e costretto a rianimare i quarantenni, o una società multinazionale che competa con le stesse logiche delle major europee? La risposta del pubblico pagante (e soprattutto votante), perdere l'identità pur di trattenere Kakà, non è così scontata.
stefano@indiscreto.it

Fratelli d'Olanda

di Alec Cordolcini
1. Anche i campioni tengono famiglia. Spesso numerosa, e cercare quindi di piazzare un parente di scarso talento può causare qualche difficoltà. Ci ha provato il giocatore attualmente più fischiato dai tifosi milanisti, ovvero Clarence Seedorf, centrocampista di squisita qualità capace di vincere quattro Coppe dei Campioni con tre squadre diverse (Ajax, Real Madrid e Milan) giocando in tre posizioni diverse. Un dato quest’ultimo sufficiente per comprendere lo spessore di mister Clarence, una carriera da voto 9.5 con le squadre di club, alla quale si affianca un’altra molto più dimessa (voto 6 di stima) con la nazionale olandese. Radio Olanda non intende inoltrarsi nel ginepraio dei fischi al giocatore (però Senderos, Ronaldinho, Shevchenko, Cardacio, Viudez, Emerson, Favalli…), bensì vola più basso lanciando un’occhiata alla Seedorf dinasty, la cui sezione calcistica si è recentemente arricchita dell’arrivo di un nuovo membro. Centrocampista classe 88, il nipotino Regilio Seedorf fa panchina per il secondo anno consecutivo nella Tweede Klasse belga (serie B) al Beveren e non lascia intravedere doti che possano far supporre una carriera un pizzico migliore di quella del fratello Stefano o dello zio Chedric.
2. Eppure agli inizi di carriera Stefano Seedorf, interno di centrocampo con spiccate propensioni offensive, sembrava potesse diventare un dignitoso surrogato di Clarence, un po’ come sta accadendo oggigiorno a Lorenzo Davids, nipote di Edgar. I limiti c’erano tutti, ma qualcosa di buono ne poteva comunque uscire. Le esperienze in Eredivisie con Nac Breda e Groningen non hanno però fornito le risposte sperate, ed è iniziato il rapido declino. Un provino fallito al Cesena, mezza stagione a Cipro con l’Apollon Limassol, la retrocessione dalla massima divisione greca con il Veria, dal quale si è svincolato grazie ad un’apposita clausola “anti-Serie B”. Oggi Stefano sbarca il lunario con il Den Bosch, Eerste Divisie olandese. Forse la sua dimensione più appropriata.
3. La serie cadetta oranje è anche il campionato dove milita Chedric Seedorf, raccomandato di ferro modello Digao ma, se possibile, ancora più scarso. Per rendersene conto basta una rapida lettura del suo curriculum vitae, dove si alternano esperienze a rendimento zero (nel senso di minuti disputati in un incontro ufficiale della prima squadra) con Ajax, Inter, Real Madrid e Milan ad altre nelle periferie più estreme del mondo del calcio (C1 con il Pizzighettone, C2 con il Legnano, terza divisione francese con il Croix de Savoie, serie B belga con l’Ostenda). Dopo esser passato senza lasciare traccia nel Cambuur Leeuwarden, storica società frisona (la provincia comprendente anche Heerenveen) tornata recentemente sugli scudi grazie al buon lavoro in panchina di Stanley Menzo, il fratello del Clarence rossonero ha trovato casa nell’Hfc Haarlem, non prima però di aver trascorso alcuni mesi a Milanello per ritrovare una forma fisica accettabile. Alla faccia di tutti quei ragazzi dei vivai italiani che, con lodevole impegno e numerosi sacrifici, tentano faticosamente di aprirsi una via all’interno del calcio professionistico. Dimmi chi sei e ti dirò dove (puoi) andare.
4. Puntata leggera come una piuma che si conclude riprendendo in salsa di tulipani la bella e assai nostalgica idea (“che fine hanno fatto?”) del direttore riguardante i giocatori stranieri transitati dalla Serie A (avviso importante: non si accettano richieste). Oggi parliamo di Ronaldo Speranza, al secolo Ronald Hoop, puntero transitato da Palermo durante la stagione 96-97, chiusa dai rosanero con una retrocessione, che qualcuno all’epoca ebbe l’ardire di presentare come il Van Basten nero. Non era esattamente così, come dimostrarono i 447 minuti raccolti in campionato con una sola rete all’attivo, un diagonale di destro in un Palermo-Venezia 2-2 che aveva permesso alla squadra di Ignazio Arcoleo di dimezzare lo svantaggio e iniziare la rimonta. Presidente era Giuseppe Ferrara, il cui braccino corto fece nascere numerose leggende metropolitane, tra cui quella che voleva Hoop venditore di perline alla spiaggia di Mondello per integrare la scarna busta paga. Tanta Olanda “minore” prima dell’arrivo in Italia, campionato svizzero (Basilea e Schaffhausen) e Oberliga tedesca dopo. Oggi, a quasi 42 anni di età, Hoop insegue ancora una palla nelle aree avversarie. Lo fa con i dilettanti dell’Elinkwijk, società di Utrecht famosa per avere dato i natali calcistici a Marco van Basten. Il quale però non è propriamente stato il Ronald Hoop bianco.
wovenhand@libero.it
(in esclusiva per Indiscreto)

I proprietari del prossimo Kakà

di Pippo Russo
Si terrà a Brasilia nei giorni 17 e 18 marzo il forum di Soccerex, società fondata nel 1996 alla quale è stata data la definizione di "Hub of the global football community". E i temi sul tappeto, in obbedienza alla vocazione di centralità strategica per la famiglia del calcio globale che gli organizzatori si assegnano, sono di grande attualità in materia di mutamenti intervenuti riguardo ai modelli di business. Infatti tra le varie conferenze (a una delle quali parteciperà anche Daniele Monti, nella sua qualità di responsabile dell'A.S. Roma Campus aperto in Brasile) ne è prevista una di particolare significato, in chiusura della manifestazione: quella intitolata "Scoprire il prossimo Kakà". Assente il fuoriclasse milanista, a comporre il panel del dibattito saranno il suo agente Diogo Kotscho, l’ex Ct della nazionale brasiliana Carlos Alberto Parreira (attualmente impegnato come consulente di mercato) e Jeff Powell, giornalista del Daily Mail. L’oggetto di discussione è esplicitato nel programma: “Studiare l’allevamento dei calciatori nella patria del calcio centrando l’attenzione su temi quali quelli della formazione giovanile, delle reti di osservatori, del ruolo degli agenti e della proprietà dei giocatori”. E non pare casuale che proprio di ciò si dibatta in chiusura della manifestazione. In apparenza si tratta di un dibattito come tanti ne vengono organizzati (non in Italia, purtroppo) sui temi della New Economy globale del calcio. Ma in realtà, guardando all’elencazione degli argomenti, si capisce quale sia il vero obiettivo di Soccerex e degli attori che stanno ristrutturando a propria misura il mercato del pallone. Il tema che riguarda la proprietà dei singoli calciatori è infatti decisivo per il futuro del calcio, e chiama in ballo il ruolo di quella che da sempre è l’unità di base della struttura istituzionale del calcio: il club sportivo. Per definizione, esso ha sin dalle origini il compito di selezionare il talento sportivo, acquisendo calciatori attraverso il ricorso a due metodi: quello della formazione (allevare il talento attraverso le proprie strutture di training) e quello del reclutamento (acquisirlo attraverso il ricorso al mercato). L’attuale fase di mutamento ha rimesso in discussione questo assetto; facendo sì che soprattutto nei paesi meno sviluppati (o contraddistinti da gravi squilibri economici interni; come, appunto, il Brasile) la formazione dei giovani talenti venga sottratta ai club locali per essere acquisita da strutture di emanazione straniera. Si tratta di campus e scuole-calcio, che fanno capo a club europei e/o agenti privati. Il risultato è che il calcio giovanile di intere aree sub-continentali si appresta a passare sotto il controllo estero. Né va diversamente per quello che riguarda il reclutamento, poiché nei paesi africani e sudamericani si diffonde sempre più la pratica che porta i cartellini dei giocatori a essere proprietà non già dei club, ma di agenzie di procuratori e fondi d’investimento che li commercializzano, spesso limitandosi a “affittarli”. Sicché, giocatori militanti in club diversi fanno capo alla medesima proprietà, coi rischi che ciò può comportare in termini di trasparenza e regolarità dei campionati. Si parlerà di “Scoprire il prossimo Kakà”, ma in realtà si prova a legittimare una nuova filosofia del mercato globale nella quale i club sportivi (escluso il gruppo dei più ricchi e potenti, che potranno allargare la forbice a proprio vantaggio) avranno gradi decrescenti di autonomia. Piaccia o no, è questo lo scenario verso il quale si sta andando.
Pippo Russo
(Per gentile concessione dell'autore, fonte: il Messaggero di oggi)

Per sempre in aria

di Stefano Olivari
Ricordo sampdoriano di Nicola, il Francois Oman-Biyik della stagione 1997-98: poche presenze (6), condizioni fisiche precarie ed un rendimento impalpabile, lontano da quello dei giorni di gloria nel campionato francese o con la nazionale del Camerun: punto più alto lo storico gol di testa contro l'Argentina di Maradona, nella partita inaugurale del Mondiale 1990, ma presente anche a Usa '94 (allenatore Michel, quattro anni prima era Nepomniachi) e a Francia '98 (in panchina Le Roy). Adesso Oman Biyik ha 43 anni e da qualche stagione si è trasferito in Messico: prima per giocare nell'America (fra l'altro per un periodo insieme a Kalusha Bwalya, il campione zambiano che fece una tripletta all'Italia di Rocca all'Olimpiade di Seul: uno dei miracolati, in quanto non convocato, della tragedia aerea del 1993), ritirandosi nel 2005 con una partita di addio all'Azteca e poi per allenare. Attualmente vive nel Colima, piccolo stato dei 32 che formano il Messico, ed allena la squadra locale, il Palmeros, nella Segunda Division. Ma ovviamente sarà per sempre quel grande atleta che rimase in aria per un'eternità in quel pomeriggio di San Siro: superando di mezzo corpo Sensini, battendo un colpevole Pumpido e regalando al mondo la prima sorpresa di una delle edizioni meno emozionanti della Coppa. Si era alla metà del secondo tempo: pochi minuti prima era stato espulso il fratello André (Kana-Biyik, il cui figlio gioca attualmente da difensore nel Le Havre) e nel finale il cartellino rosso di Vautrot sarebbe stato mostrato anche a Massing, sempre per falli sullo scatenato Caniggia.
stefano@indiscreto.it

Oldoini è più bravo di te

di Stefano Olivari
Abbiamo visto presidenti insultare i propri allenatori in pubblico, alcuni anche mettergli le mani addosso, ma non avevamo mai sentito un discorso come quello fatto ieri da Aurelio De Laurentiis nello spogliatoio del Napoli. Per la verità l'ha sentito per noi un amico con la maglia azzurra, come i compagni in ritiro perenne prima e dopo le sconfitte: il calcio è sempre quello dei presidenti 'vulcanici', anche infilando le parole marketing ed entertainment in ogni discorso. Mai nessuno che si renda conto che in una classifica fra venti squadre una che arriva decima ci deve essere per forza: oltretutto avendo alle spalle pari grado ambiziose come Udinese e Sampdoria. Questo il piccolo episodio raccontatoci. Subito dopo la sconfitta con il Genoa De Laurentiis va ad arringare la sua squadra, giocatori ed allenatore si aspettano frustate ma il discorso del produttore è più sottile: ''Voi avete dato tutto, vi siete impegnati e non ho niente da rimproverarvi. Però Gasperini ha fatto tutte le mosse giuste, mentre il nostro allenatore tutte quelle sbagliate''. I giocatori non sanno come prenderla, Reja sbianca ma evita di fare Fantozzi: ''Se Gasperini è così bravo, come allenatore del Napoli doveva prendere lui''. Attimi di tensione, per dirla in giornalistese, e finale prevedibile: Reja riconfermato come parafulmine dopo tre ore di assedio dei tifosi, mentre per il ritiro ad oltranza si vedrà. Del resto anche a Castelvolturno Lavezzi può trovare l'amato Fernet, che mischia alla Coca Cola per ottenere una delle bevande più cattive dell'universo. Meno cattivo del momento della squadra: entertainment, marketing e merchandising esigerebbero l'Europa. Di sicuro De Laurentiis non è mai andato su uno dei suoi set a dire a Neri Parenti che Oldoini, per non dire Spielberg, è più bravo di lui. Poi sabato il Pocho batterà da solo la Juventus e De Laurentiis sarà un grande motivatore: questo è il calcio, dove vale tutto.
stefano@indiscreto.it

Ci mancano

di Oscar Eleni
Oscar Eleni da Concordia Sagittaria dove, quasi sessantanove anni fa, la sua festa è il 5 marzo, pesciolone da mare, laguna, fiume, torrente, è nato Ottorino Flaborea, perché eravamo davvero curiosi di scoprire questo posto della provincia veneziana che persino Attila volle radere al suolo, questa Iulia Concordia diventata sagittaria perché si fabbricavano frecce, questa cittadina da polenta calda e figadei, da miele di acero e formaggio ubriacato nel mosto del raboso, questa culla per un tipo di giocatore, di uomo che difficilmente trovi riprodotto in natura, anche adesso, perché lui sapeva raccontarti le cose e, se il professor Nikolic gli negava un bicchiere di vino rosso, i compagni, in nome suo, per amore suo, mettevano il vino nel bottiglione della Coca Cola contando sul fatto che il prof era intelligente e non un caporale di giornata come qualche sfigato di oggi. Con Flabo si parla di arte, di basket, di uomini, di gente che a Biella gli ha voluto bene come il professor Bonali, della sua casa in Grecia, dei campi estivi che gli ha affidato Meneghin nella zona dove, per passare il tempo, va alla ricerca di tutto ciò che ricorda Tiziano e la sua pittura. Con lui passi il tempo e si comincia sempre dalle venti michette con mortadella che erano la sua colazione.
Il titolo di questa giornata parte proprio dal Ci manca. Ci è mancata una giornata col Flabo e con gli altri festeggiati a Bologna, quelli che sono entrati nella casa della gloria, da Ossola alla Pausich, da Vitolo a Messina, da Vitale al resto del corteo che ha accompagnato anche Giancarlo Primo e Nello Paratore nella domus aurea di questo sport in Italia. Ci è mancato tutto della solita Bologna che adesso nessuno riconosce più se anche da quelle parti vorrebbero una ronda. Ci è mancato il viaggio, la zingarata, gli amici di Rivabella, anche se non ci sono tutti simpatici quelli che amano Ugo oltre la prima tagliatella con molta forma, ci siamo sentiti un po’ soli al freddo delle battute del circolo SKY dove una volta, una soltanto, ci siamo trovati d’accordo, quando hanno perso il collegamento ed è arrivata sfumata la voce del Poz che aveva compreso che una Virtus in battaglia fisica contro Siena avrebbe dovuto rinunciare a qualche peso piuma a qualche bella gioia come il Giovannoni che si è battuto, ma non ha influito come dicevano i suoi urli dopo un canestrino di prepotenza. Gente strana quella che ci parla dal Cielo in tutù. Erano nel corteo per impiccare Boniciolli quando aveva provato a verificare se questa Virtus poteva ancora mettersi sulla strada di Siena e persino di Roma. Ricerche che qui non funzionano. Se ne torni ad Ostenda, vada a Trieste. Lo hanno tormentato e poi perdonato perché, secondo loro, lui ha capito che peccava di presunzione, perché si era messo nella neve poco prima di Canossa senza fiatare mentre il coro, dopo anni di premi a McIntyre, si sono resi conto che forse è proprio Stonerook la roccia dove è stata costruita la fortezza senese, la base solida che la Nazionale avrebbe potuto avere se non ci fosse stato di mezzo l’odio delle contrade baskettare, esistono anche quelle come vi direbbero i presidenti di A1 e di A2, se qualcuno avesse ragionato davvero per il bene comune, come si spiega oggi aprendo la bocca tanto per dare fiato e fingere di essere quello che non si è mai stati.
A proposito chiedo ad ascoltatori pazienti, gente che non ha tolto spesso l’audio, se dal salotto di Coppa Italia, fra i lustrini di Ga Ga, è mai venuta fuori la notizia che Siena aveva vinto anche il torneo per under 17 battendo Treviso 92-86, e che Milano, quella di Armani, aveva alzato i trofei dell’under 15 (battuta la Virtus) e dell’under 13 (superata la Scavolini). Eravamo certo distratti e ce ne scusiamo, ma il fatto contava tantissimo. Siamo sicuri che ne hanno parlato a lungo, pazienza se dei tre giornali sportivi soltano uno ha dato almeno la notizia dei punteggi. Tutta gente disperata pensando al giocatore italiano vessato e nascosto, tutta gente impegnata a farci capire che Eze e Soragna non erano più amici alla fine della fiera di semifinale, che Brown non amava più gommolo Ford e non era certo perché l’hombre vertical che pesa come una piuma ha uno stipendio che lui neppure si sogna. Era importante anche quello e adesso partirà la crociata contro la multa che estingue le squalifiche, una questione aperta da anni, dal giorno in cui Vitolo, non certo per caso dopo una serata alla Bella Napoli, diede tre turni di sospensione al presidente Meneghin in modo che non potesse giocare l’ultima sfida scudetto contro la Virtus sul campo di Milano. Diciamo che siamo in mezzo a questo pissi pissi bau bau dai giorni in cui Kicanovic atterrò con un calcio al basso ventre il povero Villalta e Sandro Gamba lo inseguì scatenando la famosa rissa dove Rubini, finalmente, ebbe lo scalpo di Slavnic che lo aveva atterrato anni prima nella bolgia di un Simmenthal- Stella Rossa. La corrente integralista, guidata da Enrico Campana, voleva la gogna e la squalifica per Gamba, punizione per tutti, persino per il Galleani. Stankovic, fortunatamente, la pensò in un'altra maniera così adesso abbiamo un presidente federale e un presidente di Lega A2 che saranno pure ricordati per la vittoria all’europeo. Adesso siamo alla stessa guerra per bande. Basta pagare. Squalificare e silenzio, pur sapendo che il vantaggio andrà comunque ad una terza squadra non meritevole dell’omaggio. Si gira sempre intorno al castigo invece di fare un po’ come nel rugby quando lorsignori si presentano alla prima mischia. Non urlate tanto se gli arbitri scrivono sul referto e non vogliono l’aiutino della moviola, quelli ragionano così, bastava vedere le loro facce al momento in cui Tola ci annunciava che erano pronti allo sciopero contro un consiglio federale che ancora non si era seduta a tavola per sentire come era cambiata, in peggio, ve lo diciamo subito, glielo diremo anche lui, la voce del Meneghin che con l’impostazione presidenziale sembrava scapparci via, almeno fino a quando non ha guardato oltre il microfono dell’archeologo lavagnista De Rosa con la faccia dei giorni in cui era davvero un re leone come questo Stonerook, come lo sarà il Moss di Teramo che deve essere sfuggito agli osservatori che vanno in giro a prendere mezzi giocatori, ominicchi e non offrono la grande platea a gente che vale tanto dentro un campo, ma soprattutto fuori.
Mi manca, ti manca, ci manca dicevano i raccoglitori di figurine, tutto quello che era un tempo il respiro del mare dove la gente non fingeva di essere buona e cordiale. Si litigava, accidenti, ma almeno era vita da fidipù e non da fidipà. Qui sono pere al rosolio, nascondendo le cose, facendo i musini e poi mettendosi in ginocchio per paura di non essere accettati. Ti fanno fuori dicendo che sei di vecchia scuola, ma presto lo saranno tutti loro e vedremo. Tormenti per giornate felici, pazienza se qualche faccia di bronzo ti ha detto sono con te e poi è andato a sparlare di te con un altro. La ruota gira anche nel vescovado.
Alleluia per la finale di coppa Italia che non è stata una mattanza come sognavano quelli che non vedevano l’ora di spiegarci come il basket non piaccia più a nessuno, sport per nani, sport nascosto. Non sempre, cara gente. Ogni tanto ci si diverte anche da noi per la coppina come dicono i senesi, onestamente anche adesso che hanno finalmente vinto, anche se fa venire rabbia scoprire che forse gli spagnoli si sono divertiti di più con la vittoria del Tau su Malaga perché hanno avuto anche il supplementare. Ci penseremo insieme a Messina che ha lasciato, pure lui, la gloria ad altri sotto il cielo di Russia. Diciamoci la verità in questo momento la beatificazione di Ettorre e del Pianigiani dovrebbe dare fastidio anche a loro perché poi capita che perdano contro “squadrette” come Milano, che facciano ogni tanto splash tipo Zagabria, perché non è così che si costruiscono i rapporti capaci di resistere per la vita. Chi si può fidare di tanta piaggeria?
Pagelle e passatelli da Concordia Sagittaria, terra dove si lanciano frecce e dove all’altare degli unni tiene un discorso Shaun STONEROOK il capitan Sparrow, il re leone che ha illuminato la coppa Italia.
10 Ad Ettore MESSINA che ha fatto venire un brivido a tutti quando ha ricordato che deve la sua carriera, la sua storia di grande allenatore, all’eterno duro Gianluigi Porelli. Avere memoria conta più che avere amici in sala regia.
9 A Dino MENEGHIN per aver tirato un calcio al secchio dove gli arbitri stavano filtrando il vino del primo sciopero contro chi ancora non aveva fatto il primo consiglio. A lui per aver voluto il mondo Fiba, da Stankovic a Baumann nella bella Bologna, per far sapere che quel mondiale del 2014 deve essere organizzato qui. Lo vogliono i sindaci, persino la Moratti prima cittadina della Milano afroattrezzata in fatto d’impianti sportivi, lo vuole Recalcati perché ci ha detto che dopo il fango, se ci sarà questa occasione, potremmo vincerlo noi quel mondiale.
8 A Nidia PAUSICH per aver portato a Bologna la sua simpatia, il suo gruppo di veterane, per essere stata qualcosa di più di una grande giocatrice, per essere anche adesso qualcosa di più di una allenatrice.
7 Al presidente di TERAMO, l’avvocato Antonetti, per quei dolci baci, quelle splendide carezze alla sua squadra mentre finiva la semifinale contro la Virtus Bologna. In passato eravamo stati critici con questo dirigente che non aveva pazienza con allenatori che poi, si è visto, sono andati benissimo in carriera, ma adesso facciamo il tifo per lui nella speranza che possa aggiungere qualcosa e non togliere la collana di Capobianco numero uno, uno che sembra naturale anche quando impreca e ci piace davvero.
6 Al creativo SABATINI, a parte l’intervallo lungo nella finale (il caso Eze sembrava importante, ma anche questa variazione al tema regolamento era da condannare a prescindere da chi ti dice che sei rimasto indietro e non vedi e non senti il soffio NBA. Uhm) perché ha diretto bene le operazioni, ha presentato una bella Virtus e, giustamente, ha detto, che ora devono farsi avanti altri per organizzare la coppa. Giusto, ma forse non esiste una città dove chi vince può festeggiare senza sentirsi preso per i gioielli.
5 A Matteo BONICIOLLI perché deve essere proprio antipatico a tanta gente se la sua corsa verso la finale, e la finale stessa hanno meritato appena un buffetto, se la gente ha valutato più la febbre di Kaukenas dei guai di Langford, se ha considerato più importante la luna storta del grande Mac del colpo al costato che ha messo fuori gioco Terry, uno ridimensionato secondo chi non si è neppure accorto che aveva davvero male. Non c’era la prova TV come nel giorno del Langford in borghese. Uno che se ha rispolverato la uno tre uno lo ha fatto perché in giro c’era Peterson, sulla panchina c’era Melillo, che a Milano a giocato, c’era Casalini che è stato storia Olimpia in ogni settore, perché con lui c’era Zorzi. Certo quasi tutto vero, come il ricordo del Boscia di Antalia che con quella difesa fu messo nello sgabuzzino dell’ottico lungimirante.
4 Al povero KOPONEN, un ragazzo di talento, usato come merce di scambio nei discorsi fra chi avrebbe visto più volentieri un italiano al posto di questo uro finnico che poi, magari, in estate ci darà fastidio come se davvero si potesse avere paura della sua Nazionale se con Azzurra andranno quelli veri e non tutti i Mario Pio da balera.
3 Alle LAVAGNE SKY in giornate dove a Bologna c’era veramente tanta gente da far parlare, da portare al microfono, in giorni dove c’erano certo più storie da raccontare che schemi da svelare. Non ci convinceranno mai di essere dalla parte della ragione, anche perché poi si contraddicono e fingono di commuoversi per quello che a loro proprio non interessa, a meno che il petegules non sia farina del loro sacchetto da cipria. Dal coordinatore Corsolini avranno sentito soltanto elogi?
2 A Ferdinando MINUCCI per aver voluto a tutti i costi la coppa Italia pur sapendo che nelle ultime 21 edizioni soltanto tre volte c’è stato l’ambo tricolore: Milano nel ’96, Virtus Bologna 2001, Treviso 2003. Questa sfida alle maledizioni, lui che spesso ha esagerato con la scaramanzia, dimostra che quando sei forte davvero niente ti può far paura ed è per questo che adesso lo invidiano al punto da vedere la sua lunga mano anche quando stà già pensando alla Futur Generation. Perché due allora? Così, per agitare un po’ chi non dovrebbe compiacersi troppo per le tante genuflessioni nel passeggio ai Banchi di Sopra e di Sotto.
1 Al capitano della Benetton, il prode SORAGNA risvegliatosi in coppa, per quel faccia a faccia nello spogliatoio con l’arbitro a cui chiedeva di guardare il filmato. Troppo avanti nel tempo, una volta non sarebbe stato così e questa sua implorazione pèr l’utilizzo del mezzo tecnico ci ha fatto sentire più vecchi. Ci mancherete.
0 Al TOLA in occhiali scuri che ci vorrebbe far credere che gli arbitri sciopereranno davvero se non potranno eleggersi i loro rappresentanti, se non avranno autonomia totale. Battaglie giuste, posto per la rivendicazione totalmente sbagliato, un po’ come con i falli intenzionali e questa volta Meneghin ha tutte le ragioni per urlare che questo tecnico al nuovo consiglio federale è una porcata fatta a tutto il movimento che aveva promesso il dialogo fra le parti, almeno per il primo anno. Roba da radiazione.
Oscar Eleni

Troppo rosa

di Stefano Olivari
Si può dire che il minuto di silenzio per Candido Cannavò, sui campi di tutta Italia, ci è sembrato esagerato? Certo, nel recente passato ci sono stati momenti di raccoglimento dedicati a delinquenti, quindi l'omaggio ad un giornalista famoso e onesto non dovrebbe destare scandalo: però che Giacomo Bulgarelli sia stato ricordato solo prima delle partite del Bologna è una cosa che fa pensare. A chi ha, o ha avuto, un minimo potere e a chi non l'ha mai avuto. Comunque anche fuori dalla sfera pubblica, guardando a nostri familiari o amici senza messaggio di cordoglio di Napolitano e Fini, la retorica del coccodrillo impone che tutti siano stati grandi maestri di qualcosa: Cannavò non fa eccezione. Senza parlare dell'uomo, che non conoscevamo, possiamo però umilmente dare un giudizio da lettori su quello che il giornalista ha rappresentato per la stampa sportiva italiana. Fondamentalmente Cannavò è stato il continuatore dell'opera di Gino Palumbo, nome che ai giovani dirà poco ma che è stato l'artefice di cambiamenti che hanno portato, nel bene e nel male, il giornalismo sportivo ad essere quello che è oggi: l'abbandono del tecnicismo, il superamento della cronaca, l'uso massiccio di interviste e dichiarazioni. Tre pilastri anche della direzione Gazzetta (1983-2002) di Cannavò, con effetti positivi (primo fra tutti le vendite, secondo una maggiore facilità di lettura) ma almeno tre sottoprodotti negativi: la superficialità, la quasi assenza di notizie e la dipendenza dai protagonisti dello sport per le virgolette', con conseguente diminuzione di critiche vere ed analisi. All'attivo di Cannavò va la molteplicità delle passioni: ciclismo, atletica, Ferrari, in generale qualsiasi disciplina con un campione italiano (senza snobismi, anche la pompatissima Equipe ragiona così). Una visione dello sport che nei 19 anni di direzione gli ha consentito a volte titoli ed aperture di pagina lontane dall'attualità calcistica, a dispetto del marketing, e quindi di mantenere la Gazzetta su un piano per così dire più 'nobile' rispetto ai suoi concorrenti. Al passivo, secondo noi, oltre ai problemi prima citati una deferenza esagerata verso la maggior parte dei grandi personaggi dello sport italiano e soprattutto verso i potenti veri (Agnelli, Moratti, Carraro, Berlusconi, Montezemolo, Samaranch, eccetera), riservando il senso critico solo a federazioni sfigate, a boss in declino (ad esempio Moggi, ma solo dopo la cacciata dalla Juve) o a qualche scalatore dopato. E l'idea di fondo che il giornalista debba essere un cantore di grandi imprese: purtroppo non tutti i giorni c'è Coppi che straccia il mondo nella Cuneo-Pinerolo.

Tiri aperti

di Oscar Eleni
Vietato masticare gomma quando si ha in bocca il veleno e ti viene in mente, inseguendo magari Mattioli o D’Este, che sarebbe stato bellissimo se lo sciopero minacciato dagli arbitri per le prossime giornate di campionato fosse iniziato un po’ prima. Luca Dalmonte non inghiotte, ma almeno si morsica la lingua come il Luca Laurenti di Sanremo. Vorrebbe cantarle a qualcuno con la faccia degli Angeli con la pistola, ma si rende anche conto che i primi a meritarsi una tiratina di maglietta sono certi giocatori che a parole sembrano sempre leoni, ma poi nella mischia perdono palloni banali. Chi? Li avete visti e poi saranno già pentiti, per cui niente cognomi e neppure nomi, anche se Elder ha proprio sbagliato partita e Zacchetti avrebbe potuto farne una bellissima se soltanto si fosse tenuto in tasca i palloni buoni che gli hanno dato. Ma come, gioca l’italiano Zacchetti e te la prendi con lui? Te la prendi se pensi che potrebbe fare molto di più e in un paio di giocate si è visto benissimo, ma l’idea, con lui, con altri, è che non sempre la testa sia nel fuoco di una partita, perché lo vedi svolazzare dopo un mezzo gancio andato a segno e ti viene il dubbio che si sia dimenticato del resto. Abbiamo visto rabbia, determinazione, abbiamo visto anche belle cose: Rich che vola, Lydeka che senza persecuzioni avrebbe fatto più di Pinkney, Mazzarino capace di mettere ordine anche dentro se stesso contro quei difensori assatanati di Siena, il ragazzo Berti che ha sbagliato due tiri aperti, diciamo facili, un'entrata con terrore in sottomano, un colpo facile dall’angolo, ma si è battuto bene, senza tremare, guidando il gioco, dando un’idea ariosa del suo essere giocatore di livello alto. L’avreste detto che per 37 minuti i campioni d'Italia in carica, gli imbattibili, avrebbero avuto una sensazione sgradevole fra i denti, come quando si mangia un torrone scadente, con miele invecchiato? No, di certo. Eppure è andata così e riannodando il nastro della partita, rigorosamente senza audio, perché ne avrete avuto anche voi abbastanza degli ex canturini che si sbrodolano addosso, delle freddure di antichi rivali che era molto più bello tenere alla larga che sentirseli arrampicare sulle spalle come ragni simpatici, ci si renderà conto che adesso i sogni per il domani non sono più esagerati perché la squadra funziona, ha una profondità giusta per stare nel mezzo del cammino in una vita smarrita soltanto per un attimo nei giorni in cui pensare male era obbligatorio. No, adesso tutto funziona bene, c’è sintonia e per il finale servirà tutto questo mentre a Bologna la presidenza Meneghin viene attaccata in maniera brutale, non soltanto dagli arbitri, mentre il coro intona la stessa litania, tanto per nasconderci la vera crisi delle società in bolletta, sul fatto che ci vogliono più italiani in campo. Già, ma chi li capisce giocatori come Bulleri? Chiedere a Milano e alla Virtus, ma, allora, direte voi, chiedere anche a Recalcati e in nazionale. Già, ma quale Nazionale? Non certo quella delle qualificazioni europee che saranno angoscia soprattutto adesso che qualcuno masticando veleno vede rosa all’orizzonte.
Oscar Eleni

Una serie B da Champions League

di Stefano Olivari
La serie B italiana muove volumi bassi, da poche migliaia di euro a partita, ma a volte riesce a destare un interesse da Champions League con giocate totali ben oltre il milione. E’ il caso di Brescia-Ancona di martedì, con vittoria della squadra di Sonetti data fra l’1,65 e l’1,75. Poche ore prima della partita vari bookmaker hanno registrato puntate abnormi, anche sulla doppia primo tempo-risultato finale: in alcuni casi con volume decuplo rispetto alla seconda partita più giocata, tanto che dopo avere provato ad allibrare (vista la quota anche a 1,30) in molti hanno proprio ‘chiuso’. E ci sarebbero state persone disposte a puntare a quote inferiori, perché quando un risultato viene considerato sicuro (a torto o a ragione, perché spesso fra gli scommettitori professionisti si diffondono leggende assurde) anche 1,01 diventa una buona quota. La partita è finita 3 a 0 per i padroni di casa, già in vantaggio di un gol all’intervallo: cosa di per sé non sufficiente a gettare fango, ma di sicuro meritevole di approfondimento. Venendo alle nostre miserie, si riparte da meno 43,4 euro guardando all’Europa ed alle vittorie sovraquotate in rapporto alla difficoltà: interessanti per le nostre puntate da 10 euro l’1,85 del’Atletico Madrid sul Porto e tutto sommato anche l’1,90 dell’Arsenal sulla Roma, martedì sera, mentre mercoledì buono il Villarreal a 1,55 sul Panathinaikos. Di sicuro ci saranno volumi di gioco da Champions, solo che questa è davvero la Champions.
stefano@indiscreto.it
(Pubblicato sul Giornale di oggi)

Cotto da Parma

di Stefano Olivari
1. La forza dei grandi romanzi americani è spesso la trama, intesa più come storia di personaggi che come intreccio: vale per la letteratura di ricerca come per i best seller costruiti a tavolino con pochi ingredienti ben dosati. Della seconda categoria si occupa con successo John Grisham, del quale abbiamo letto quasi tutto ma parliamo qui solo per motivi sportivi. Infatti dopo 'L'allenatore' abbiamo solo da poco finito l'altro suo romanzo con il football sullo sfondo, 'Il Professionista' (Mondadori, 2007). In inglese un chiarissimo 'Playing for pizza', tanto per sottolineare l'ambientazione.
2. Il protagonista è Rick Dockery, ventinovenne quarterback reduce da una commozione cerebrale ma soprattutto da tre disastrosi intercetti subiti in una partita decisiva, guidando l'attacco dei Cleveland Browns contro i Denver Broncos. Non in una partita qualsiasi, ma nella finale AFC, anticamera del Super Bowl: con lui in campo al posto del titolare infortunato i Browns si fanno rimontare 17 punti e perdono il treno della vita. Dockery viene soprannominato da Charles Cray, opinionista principe di Cleveland, 'il più grande cane di tutti i tempi', ma all'università era stato una stella prima di perdersi nell'anonimato ben pagato della NFL. Senza più mercato negli USA e linciato dai media, Dockery accetta una modesta (24mila euro) offerta dei Panthers Parma (esistono davvero così come i Lions di Bergamo, poi quasi tutti i nomi delle persone sono inventati), squadra della massima serie italiana, ed inizia la scoperta di un paese nuovo. Da italiani troviamo geniale questa parte del libro, in cui vengono analizzati diversi atteggiamenti della maggioranza di noi: l'ossessione per la cucina e per i vini, non solo in concreto ma anche come oggetto di conversazione, il provincialismo orgoglioso (''Il nostro formaggio è il migliore d'Europa'' e cose del genere), le forze dell'ordine viste come strumento di potere che come tutori della legalità, la lagna sulle 'eccellenze' (l'opera, il prosciutto, l'arte, eccetera), la distinzione al limite della schizofrenia fra lavoro e passioni.
3. Dopo il primo approccio con la città, omaggiato da tutti, Dockery comincia a svolgere il suo lavoro in una realtà che con la NFL ha in comune solo le regole del gioco ma dove tutti prendono la loro attività sul serio: non c'è schema di gioco o episodio storico della NFL che i ragazzi italiani non conoscano, dilettanti che danno lezioni di professionismo nel senso più alto del termine. Nel senso più venale, invece, i professionisti della squadra sono solo i tre (in seguito lo diventerà anche un wide receiver italiano, Fabrizio) americani e l'allenatore, Sam Russo, americano anche lui e nella vita guida turistica.
4. Il tempo libero è tanto, troppo, e Dockery lo occupa rimuginando su quello che poteva essere e non è stato o fantasticando su storie con donne locali: dalla moglie del presidente alla cantante lirica. Ad un certo punto il suo agente gli prospetta l'opportunità di tornare vicino a casa, o in Canada o nell'Arena Football, ma il quarterback un po' per il rispetto della parola data e un po' perchè avvolto da questo mondo nuovo rifiuta: solo più tardi capirà che il vero regalo che Parma gli ha fatto è stato restituirgli la passione per il football, e attraverso questa la passione in generale per la vita. In mezzo a episodi forti, come quello del viaggio lampo a Cleveland solo per dare un pugno allo strafottente Cray, e a vicende da ordinario giocatore (la nottata nei locali milanesi, i favori chiesti all'amico giudice), Dockery vive al tempo stesso da vicino e da lontano il dramma dei suoi due compagni connazionali Turner e Colby (neri, lui è bianco: una qualità di Grisham è sempre stata quella di raccontare la tensione razziale senza pistolotti) che si infortunano: piccoli professionisti in un professionismo minore, con tanta rabbia inespressa ed inesprimibile. Ma soprattutto conosce Livvy, universitaria americana in trasferta-studio, che permette all'autore una sottile presa in gira del viaggiatore acculturato, prima ancora che colto: più informato delllo stereotipo dell'americano visto dall'Europa, ma pervaso da un'ottusità che lo fa concentrare sul particolare perdendo di vista tutto il resto.
5. Non sveliamo il finale, comunque poco importante nell'economia dell'opera. Che è l'opposto dell'altra di Grisham con il football sullo sfondo: nell'Allenatore i temi e la storia erano fortissimi, semplici e commoventi, mentre in questo la trama è quasi un impiccio fra una notazione di costume e l'altra. Davvero buona la traduzione dei termini sportivi e dello sviluppo di certe giocate, che in italiano non è uno scherzo, ma rimane la sensazione che Grisham abbia preso le distanze da tanti luoghi comuni proprio usando altri luoghi comuni. Ottimo per le vacanze, ma non il suo capolavoro: per chi ama il football però imperdibile. E lo stadio Lanfranchi è proprio quello vero.
stefano@indiscreto.it

Il film di Chicco Ravaglia

di Flavio Suardi
Oggi Chicco Ravaglia avrebbe compiuto 33 anni e forse è meglio pensare a lui nel giorno del suo compleanno, piuttosto che in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa. Era il 23 dicembre 1999, una partita da 23 punti alle spalle con la maglia di Cantù vittoriosa con Reggio Emilia. “Ho dimostrato di non essere un giocatore di serie B”, aveva dichiarato al termine di quella partita, intravedendo la fine di un tunnel lungo due anni costellati da infortuni e ripartenze. Poi l’autostrada verso Imola, per raggiungere la famiglia in occasione delle feste. Quella sbandata, la morte, il silenzio. Quando Chicco festeggiava il suo terzo compleanno, moriva Nereo Rocco. Strano l’intreccio tra due personaggi che non hanno nulla a che vedere uno con l’altro. Rocco però era ammaliato dal fascino dei numeri 10, dei giocatori dal talento cristallino e dall’istinto che solo il campione vero può vantare. Ravaglia aveva tutte queste caratteristiche: talento, faccia tosta, leadership. Sarebbe certamente diventato un grande numero 10, fosse stato un calciatore. Quel che è certo è che avrebbe avuto una grande carriera anche nella pallacanestro se la sfortuna, che sembrava averlo abbandonato, non si fosse abbattuta su di lui nella maniera più tragica. La sua storia diventerà un film, grazie ad un regista di Alzate Brianza, il 24enne Niccolò Civelli e allo sceneggiatore 25enne Tommaso Vimercati, di San Fermo della Battaglia. La speranza è quella che il progetto non salti per le solite questioni di budget, visto che la storia di Ravaglia ha dentro di sé tutto per diventare la trama di un film: gli infortuni, la risalita, la fine del tunnel e, purtroppo, un finale troppo tragico. Buon compleanno Chicco.
flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Raccapricciante

di Stefano Olivari
Il 'raccapriccio' di Berlusconi per come il Milan si è fatto raggiungere dal Werder Brema, la solita battuta in base ai sondaggi (tipo quella su Zidane da marcare a uomo all'Europeo 2000, che portò alle furbe dimissioni di Zoff), sarebbe stato davvero degno di miglior causa. Magari operazioni come Shevchenko, imposto proprio da lui anche a Galliani e Ancelotti per una volta dalla stessa parte, o Viudez che pur non essendo un bluff (buon dribbling, veloce, almeno da serie B) ha comunque tolto il posto da extracomunitario che sarebbe servito per Thiago Silva: il ragazzo uruguaiano ha comunque anche un altro perchè, il solito. Come solito è lo schema mediatico: le vittorie sono merito del padre nobile che 'ne capisce di calcio', come dicono sotto casa (un dogma tipo le battute divertenti dell'Avvocato, Moratti gran signore, Prandelli allenatore del futuro), le non vittorie colpa di Ancelotti che ha la testa al Real Madrid, al Chelsea, alla Roma, eccetera. Oltre che ovviamente di Seedorf: ogni squadra ha il capro espiatorio del tifoso becero, in quella rossonera è lui. La cosa straordinaria è che sui sempre meno letti giornali, per non parlare della sempre meno vista tivù generalista, i grandi commentatori danno per scontato che uno come Ancelotti possa non vedere il gioco nel modo corretto, al contrario di chi ha allenato l'Edilnord. Almeno mettiamoli sullo stesso piano. Almeno.

Benvenuta a Dubai

di Marco Lombardo
Shahar Peer no, ma Andy Ram sì. E adesso chissà cosa si inventeranno gli organizzatori del torneo di tennis del Dubai per spiegare perché c'è chi è più isreaeliano di un altro. Infatti alla Peer, che doveva scendere in campo questa settimana nel torneo femminile, è stato vietato il visto dalle autorità degli Emirati Arabi che, pur non intrattenendo rapporti formali con Gerusalemme, di solito si mostramo tolleranti nei confronti degli atleti con la stella di David. Questa volta no, però, perché c'è di mezzo la questione Palestina, anche se la giustificazione è stata «motivi di sicurezza». Imprecisati naturalmente. però nel caso della Peer - che in passato giocava in doppio con l'indiana Mirza, partner che ha abbandonato per le minacce dei musulmani integralisti - il divieto d'ingresso ha scatenato una reazione in grande stile: una tv americana ha cancellato il torneo dal palinsesto, uno sponsor se n'è andato, la Wta ha minacciato di cancellare Dubai dalla geografia del tennis. Così ecco che improvvisamente gli emiri hanno ufficializzato la concessione del visto di entrata nel Paese del doppista Ram, che da lunedì sarà in campo nel torneo maschile: «Si tratta di un permesso speciale», precisato un funzionario del Ministero degli Esteri. E motivi di sicurezza? Scomparsi, naturalmente. Magari - dice qualcuno - per evitare che il paradiso dello shopping di lusso si registri qualche defezione, causa boicottaggio. Si sa: sono tempi di crisi...
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Tanta fiducia nel Brescia

di Carlo Tecce
Martedì sera, turno infrasettimanale, serie B. Un giorno prima della coppa Uefa, sette dagli ottavi della Champions. Una partita anonima con risultato prevedibile, quote modeste e abbordabili. Nella complessità della serie B, sempre sgusciante per gli allibratori, Brescia-Ancona era un evento chiaro e poco interessante. Eppure, senza distinzioni di agenzie, le società di scommesse hanno registrato importi eccessivi sulla vittoria dei lombardi, sull'1 finale (pagato mediamente 1,65) e sull'1/1 primo e secondo tempo. La quota sull'1 è drasticamente scesa nel pomeriggio, sino all'appiattimento totale, sotto l'1,50; poi alcune agenzie hanno bloccato le puntate sulle scommesse collaterali: gol/nogol, pari/dispari, handicap. Una squadra di vertice, che aveva racimolato un pareggio in tre turni, contro una squadra di media classifica dal pessimo rendimento esterno. Brescia-Ancona è la classica partita che può farti saltare una bolletta, che contribuisce poco alla vincita. E' un rischio da non correre. L'hanno corso, convinti, gli scommettitori che su Betfair hanno giocato 500mila euro sull'1. Una sproporzione enorme rispetto agli altri dieci incontri della serata. Una società che opera solo su internet, per l'1 del Brescia, ha ricevuto 50mila euro contro i 7mila per Rimini-Piacenza, seconda per numero di scommesse. Brescia-Ancona, sul campo, è stato un secco 3-0, senza patemi, con le reti ben distribuite e tutt'altro che sofferte: 11 angoli a 1 per la squadra di Sonetti, gol annullato a Tognozzi al 12', traversa e poi vantaggio di Okaka al 32', raddoppia Tognozzi al 72', chiude Baronio all'86'. La strana fiducia degli scommettitori nel Brescia arriva a sette giorni dalle lettere minatorie ai portieri di Empoli, Treviso, Ascoli e Piacenza e alla conseguente inchiesta della Procura Federale. Si teme per le scommesse, quelle illegali. Come gli anni 80. Quando dalle lettere si passò al primo scandalo del calcio italiano.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: L'Unità di oggi)

Magari con lui e Baggio

di Stefano Olivari
Strepitoso retroscena genere 'Sliding Doors' rivelato dal Corriere dello Sport alla vigilia del Fiorentina-Ajax di stasera, con tanto di pre-contratto pubblicato. In estrema sintesi: nella primavera del 1986 il direttore generale della Fiorentina Claudio Nassi aveva di fatto ingaggiato come centravanti, da mettere a disposizione di Agroppi, l'attuale allenatore degli olandesi. In realtà Nassi racconta di avere prima concluso l'accordo per Wim Kieft, olandese all'epoca al Pisa e con gli stessi procuratori del giovane Marco van Basten. Poi una videocassetta e l'osservazione personale l'avevano convinto a puntare sul ventiduenne fenomeno, il cui cartellino secondo Nassi era dell'Interpro (la società di management di Apollonius Konijnenburg, Piet Keizer, proprio il Keizer del grande Ajax, e Cor Coster, cioé il suocero miliardario di Cruijff) che lo avrebbe formalmente 'rigirato' in prestito all'Ajax. L'Interpro si impegnò a cederlo il primo luglio alla Fiorentina per 4,2 miliardi di lire, con un contratto per Van Basten da 600 milioni a stagione. Ma prima dell'estate in casa viola accadde di tutto, con dissidi nella famiglia Pontello (dopo le dimissioni del conte Ranieri sarebbe diventato presidente Pier Cesare Baretti, ex direttore di Tuttosport ed ex direttore generale della Lega) e Nassi che se ne andò. L'opzione non venne esercitata e un anno dopo Van Basten andò al Milan, che lo pagò praticamente le stesse cifre pattuite per la Fiorentina (il nero, poi patteggiato nel terzo millennio, sarebbe arrivato qualche stagione più tardi). In realtà qualcosa nel racconto di Nassi non torna, perché Van Basten non smise mai di essere di proprietà dell'Ajax: la Interpro aveva solo la sua procura ed infatti a trasferimento rossonero avvenuto intascò il suo simpatico 10% di mediazione. La storia del genere 'What If' però è esaltante, oltre che inserita nello statuto del nostro bar. Il cammino del Milan di Berlusconi forse non sarebbe cambiato tantissimo, almeno nella sua fase iniziale, se pensiamo che della prima stagione rossonera Van Basten ne saltò metà e l'attaccante scudetto fu Virdis. Ma di sicuro la storia della Fiorentina, con lui e Baggio (al di là del fatto che all'epoca fosse più dentro che fuori dagli ospedali), avrebbe preso una piega diversa. Va anche detto che con questo genere di racconti, basati su opzioni firmate con intermediari, si potrebbero riempire enciclopedie: Platini all'Inter, Maradona alla Juventus, eccetera. Il 'manca solo la firma' caro a chi si occupa di calciomercato non è in fin dei conti un dettaglio. Ah, e poi Kieft nell'estate 1986 passò al Torino di Moggi.
stefano@indiscreto.it

Allegri fantasmi

di Oscar Eleni
Il cielo in soffitta, una casa bolognese di via Brocchindosso, davanti al verde melograno del Carducci, l’idea di avere degli amici fra i fantasmi come dicevano Gassman e Buazzelli, come ci hanno raccontato, divertendoci, Bob Hoskins, il poliziotto rude e Denzel Washington, l’avvocato nero troppo furbo che dà il suo cuore per il trapianto al bianco brontolone. Bologna e il suo basket, Bologna la città dove ti senti meglio se pensi che non esiste altro sport, che gli intrusi, sabato ad esempio, saranno quelli dell’Inter che affrontano il Bologna al Dall’Ara non certo le semifinaliste della 33^ coppa Italia. Parlavamo di fantasmi e per vedere Cantù sfidare la vincente di Benetton-Montegranaro bisognerebbe proprio chiamare alla tavola spiritica i fantasmi che da sempre tengono prigioniera Siena, la dominatrice, la più bella, l’imbattuta, la terribile. Portare quegli allegri compagnucci di Mario Pio e tenere lontani gli altri gli spettri delle due partite di campionato dove la NGC ha sentito sulla pelle la pesantezza della frusta senese, il peso di un Montepaschi che potrebbe anche occuparsi dell’Italia soltanto alla fine, cioè nei play off, dedicando anima e corpo soltanto alla Champions e alle finali di Berlino. Purtroppo per Cantù non comincerà con lei, perché le prese in giro per le beffe delle ultime due edizioni hanno fatto diventare Simone Pianigiani uno che che non si accontenta mai, che vuole olio di prima spremitura anche quando sarebbe ora di bersi un bicchiere di vino giovane aspettando che venga l’ora delle vere battaglia, in modo da essersi più distesi. Un pregio, ma anche un difetto direbbero i saggi. Vedremo. Comunque sia a Cantù serve una magia, serve tutto, serve una grandissima partita per restarci dentro almeno fino alla fine e, fossimo stati in Luca Dalmonte, non saremmo andati a stuzzicare Golia sventolandogli in faccia la fionda, ma forse anche pungerli un po’, questi imbattibili, potrebbe andare bene. Certo alla fine, se le cose si svolgeranno come pensano tutti, non mettiamoci a strillare, eppure vedrete che se il Montepaschi dovesse vincere la sua prima coppa Italia ci saranno altri che metteranno sotto processo squadra ed allenatore. A Cantù questo non accadrà, ne siamo sicuri. E’ bastata la crisi per la grande crescita a liberare l’aria dalla nube tossica di chi pensa male degli allenatori, dei dirigenti e, ogni tanto, anche dei giocatori, per avere una NGC che adesso è pronta per il grande finale della stagione, per mettersi a petto in fuori davanti a Siena, pur sapendo che sarà doloroso reggere l’urto, ma anche bello esserci nei giorno in cui il basket celebra la sua vera festa, un ritrovo nel borgo sacro quasi più solenne dei giorni in cui il playoff cuoce la stagione , gli spettatori e i suoi protagonisti.
Oscar Eleni