In un paese dove la giustizia di fatto non esiste, per motivi procedurali ed anche molto più concreti (organici sottodimensionati, computer antichi e comunque informatizzazione degli archivi ancora agli albori, consulenze esterne assegnate con criteri oscuri), la querela per diffamazione è in pratica una specie di manganello che il ricco di turno agita contro il giornalista sgradito. Raramente porta a risarcimenti, anche perchè quasi sempre è pretestuosa, ma spesso rovina la vita del querelato: che perde giornate o mesi di lavoro per stare dietro a queste vicende, per non parlare dei costi, mentre il querelante spesso fa lavorare in automatico avvocati già a libro paga. L'ultimo episodio di questo filone può essere un buon esempio. Questo il comunicato del Genoa: ''In merito alle dichiarazioni rilasciate giovedi scorso da parte del giornalista Ivan Zazzaroni ad una radio privata e riguardanti un giudizio a dir poco inopportuno sul Presidente della Società, Enrico Preziosi, il Genoa Cfc esprime la propria incredulità per la superficialità e la totale improprietà di riferimenti sostenuti dallo stesso giornalista. Più in particolare, pur registrando il tentativo a 24 ore di distanza da parte dello stesso soggetto di fornire pubbliche scuse, ma non ritenendole né sufficienti, né felici, bensì altrettanto improprie e offensive, il Genoa si riserva di valutare gli estremi di querela per diffamazione dello stesso Zazzaroni, con il dichiarato obiettivo di devolvere in beneficenza l’eventuale riconoscimento risarcitorio ottenuto in sede di giudizio. Il Genoa approfitta della circostanza per ricordare che non saranno tollerati giudizi lesivi della reputazione e del rispetto professionale della proprietà, del management e di alcun proprio tesserato''. Al di là della ovvia considerazione che il giudizio più 'lesivo' della reputazione di Preziosi l'hanno dato i tribunali sportivi, vale la pena di soffermarsi su due espressioni, 'si riserva di valutare gli estremi di querela' e 'obiettivo di devolvere in beneficenza'. Tradotte in italiano, la prima significa che non c'è alcuna speranza di vincere la causa e che quindi la querela può essere solo minacciata mentre la seconda la seconda è una formula ridicola usata spesso, come a voler ribadire di essere disinteressati e di volere procedere solo per il bene della giustizia. Ah, la cosa principale: cosa aveva detto di tanto grave Zazzaroni? ''"Chiedere consigli su come moralizzare il calcio ad Enrico Preziosi è come chiedere consigli antimafia a Totò Riina", che se le parole hanno un senso non vuole dire che Preziosi è un mafioso ma solo che non è la persona più indicata per moralizzare il calcio. Del resto è stato squalificato per illecito sportivo (Genoa) e ha patteggiato la condanna penale (bancarotta fraudolenta) per il fallimento del Como: non è colpa di Zazzaroni, il quale è tutto tranne che un nostro amico, se Preziosi si diffama da solo.Zazzaroni e il moralizzatore
In un paese dove la giustizia di fatto non esiste, per motivi procedurali ed anche molto più concreti (organici sottodimensionati, computer antichi e comunque informatizzazione degli archivi ancora agli albori, consulenze esterne assegnate con criteri oscuri), la querela per diffamazione è in pratica una specie di manganello che il ricco di turno agita contro il giornalista sgradito. Raramente porta a risarcimenti, anche perchè quasi sempre è pretestuosa, ma spesso rovina la vita del querelato: che perde giornate o mesi di lavoro per stare dietro a queste vicende, per non parlare dei costi, mentre il querelante spesso fa lavorare in automatico avvocati già a libro paga. L'ultimo episodio di questo filone può essere un buon esempio. Questo il comunicato del Genoa: ''In merito alle dichiarazioni rilasciate giovedi scorso da parte del giornalista Ivan Zazzaroni ad una radio privata e riguardanti un giudizio a dir poco inopportuno sul Presidente della Società, Enrico Preziosi, il Genoa Cfc esprime la propria incredulità per la superficialità e la totale improprietà di riferimenti sostenuti dallo stesso giornalista. Più in particolare, pur registrando il tentativo a 24 ore di distanza da parte dello stesso soggetto di fornire pubbliche scuse, ma non ritenendole né sufficienti, né felici, bensì altrettanto improprie e offensive, il Genoa si riserva di valutare gli estremi di querela per diffamazione dello stesso Zazzaroni, con il dichiarato obiettivo di devolvere in beneficenza l’eventuale riconoscimento risarcitorio ottenuto in sede di giudizio. Il Genoa approfitta della circostanza per ricordare che non saranno tollerati giudizi lesivi della reputazione e del rispetto professionale della proprietà, del management e di alcun proprio tesserato''. Al di là della ovvia considerazione che il giudizio più 'lesivo' della reputazione di Preziosi l'hanno dato i tribunali sportivi, vale la pena di soffermarsi su due espressioni, 'si riserva di valutare gli estremi di querela' e 'obiettivo di devolvere in beneficenza'. Tradotte in italiano, la prima significa che non c'è alcuna speranza di vincere la causa e che quindi la querela può essere solo minacciata mentre la seconda la seconda è una formula ridicola usata spesso, come a voler ribadire di essere disinteressati e di volere procedere solo per il bene della giustizia. Ah, la cosa principale: cosa aveva detto di tanto grave Zazzaroni? ''"Chiedere consigli su come moralizzare il calcio ad Enrico Preziosi è come chiedere consigli antimafia a Totò Riina", che se le parole hanno un senso non vuole dire che Preziosi è un mafioso ma solo che non è la persona più indicata per moralizzare il calcio. Del resto è stato squalificato per illecito sportivo (Genoa) e ha patteggiato la condanna penale (bancarotta fraudolenta) per il fallimento del Como: non è colpa di Zazzaroni, il quale è tutto tranne che un nostro amico, se Preziosi si diffama da solo.Il peso di Duckworth
di Flavio SuardiIn tanti ricorderete la Portland di Clyde Drexler e Cliff Robinson, di Buck Williams e Kenny Smith. Quelli, però, erano anche i Blazers di Kevin Duckworth. Questo centrone di 213 centimetri nasce il primo aprile del 1964 ad Harvey. Frequenta la Eastern Illinois University dove stabilisce il record di 867 rimbalzi catturati. Una carriera, quella di Duckworth, vissuta all’ombra di grandi campioni che ne hanno solo in parte offuscato l’efficacia. Uscito dal college va agli Spurs, con la scelta numero 33 all’attivo, ma con solo 14 partite giocate prima di diventare merce di scambio. A San Antonio arriva Walter Berry, per Kevin si aprono le porte dei Blazers. Una prima annata vissuta ai margini, quindi la grande occasione, in concomitanza con l’infortunio di Steve Johnson, che lo porta a duellare in area con i più grandi centri Nba degli anni ’90. Rivelazione dell’anno nel 1988, convocazione all’All Star Game nel 1989 per un giocatore da 18 punti e 7 rimbalzi di media. Arriva alla finale per il titolo nel 1990, contro i Bad Boys di Detroit, ma finisce 4-1 per Isiah Thomas e compagni. Duckworth continua a produrre cifre più che positive, tant’è che nel 1991 partecipa per la seconda volta all’All Star Game. La stagione successiva è la prima che comincia a lanciare segnali di declino: la condizione fisica peggiora e Portland decide di cederlo dopo la serie di playoff contro i Bulls. Kevin va a Washington in cambio di Harvey Grant (fratello gemello del più famoso Horace), prima di un altro trasferimento a Milwakee in una stagione costellata da infortuni. Giusto il tempo per la chiusura di carriera ai Clippers, prima di dedicarsi alle attività di alcune sue aziende. Si ritira con più di 8000 punti e quasi 4000 rimbalzi nella Nba, ma senza riuscire a conquistare un titolo. Dopo il ritiro Duckworth comincia ad ingrassare a dismisura ed è probabilmente da attribuire a questo grande aumento di peso la sua morte, avvenuta lo scorso 25 agosto durante un viaggio in Oregon. Kevin, infatti, rappresentava i Blazers in un tour che lo avrebbe portato ad insegnare pallacanestro in 19 città di quello Stato. flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)
(in esclusiva per Indiscreto)
Sognando Artest alla Juve Stabia
Al momento del limoncello o del mirto i discorsi si basano spesso su slogan del tipo 'Il cliente ha sempre ragione' (varianti: 'A questo mondo nessuno ti regala niente' e 'Una volta c'era maggiore professionalità'). Peccato che non sia vero, il cliente non ha sempre ragione e spesso è un idiota peggiore del medico che ha sbagliato la diagnosi, del pizzaiolo che ha messo sulla pizza funghi marci o del calciatore che non ha il rendimento atteso. E' il caso della Juve Stabia, segnalatoci da Salvatore, che dopo la sconfitta di Pistoia e l'ultimo posto in classifica ha toccato un punto ancora più basso: il pullmann della squadra che stava facendo ritorno a casa è stato seguito da due altri automezzi con i tifosi in trasferta (in totale circa duecento): dopo la fermata all'autogrill dove erano parcheggiate le macchine dei giocatori, il confronto fra squadra e fan. I giocatori sono stati bloccati in maniera non simpatica ed 'invitati' a sfilarsi le divise sociali. Nel vero senso dell'espressione: sono infatti rimasti in mutande nella piazzola dell'autogrill, davanti ad una piccola folla minacciosa. Qualcuno si è lamentato, qualcun altro ha pianto maledicendo il proprio contratto. Alla fine fra tute ed altri abiti di fortuna sono riusciti a rivestirsi e la storia per il momento è finita qui. Inutile dire che in molti l'hanno trovata divertente, con titoli del tipo 'La squadra rimane in mutande'. A noi è sembrata terribile, senza violenza fisica ma con un gusto per l'umiliazione che non riguarda ovviamente solo il calcio lontano da Sky. In un mondo perfetto nella Juve Stabia giocherebbe Ron Artest, che avrebbe da solo fatto a pezzi almeno metà di quegli eroi da autogrill. In questo mondo alla prima vittoria i giocatori ringrazieranno la curva per essere stata vicina alla squadra, una curva che come ha detto il direttore sportivo Roberto Amodio (proprio l'ex difensore del Napoli), ''si è comportata così solo per la grande amarezza''.
Lezioni da Las Vegas
di Stefano OlivariNessun sistema al mondo batte il bookmaker dal punto di vista matematico, però gli scommettitori professionisti sono vivi e lottano insieme a noi. Un mito europeo è senza dubbio l’irlandese J.P. McManus, ex azionista del Manchester United ed amico di Ferguson, che al top dell’ispirazione sull’ippica vinceva un milione e mezzo di euro a corsa (il suo regno era il Cheltenham Festival, negli ostacoli secondo solo al Grand National). I gambler che si fanno intervistare sono però negli Stati Uniti, come il famoso Joe D’Amico che sul Las Vegas Sun ha elencato i suoi comandamenti: a) Nel lungo periodo l’ambizione deve essere quella di selezionare un 55% di giocate vincenti, chi pensa di fare meglio è un illuso; b) Bisogna essere più informati della media dei giocatori: D’Amico assolda osservatori per gli allenamenti degli atleti su cui scommetterà; c) Si devono selezionare le giocate, accettando giornate senza puntare; d) Mai impegnare più dell’1% del capitale su un evento, la rovina arriva più facilmente dalla cattiva gestione finanziaria che da previsioni sportive sbagliate. Per certi versi la scoperta dell’acqua calda, anche perché l’unica fonte di guadagno sicura dei gambler sono i servizi informativi telefonici o via web: la All American Sports Information, cioè l’azienda con cui collabora D’Amico, vende i consigli per le partite NFL a 1500 dollari a stagione. Non necessariamente una truffa, ma di sicuro è un mercato frequentato solo da scommettitori professionali. L’unica lezione valida è che tutti possono vincere senza sistemi miracolosi, solo con la conoscenza delle singole discipline e comprendendo la filosofia dei bookmaker. stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Giornale di oggi)
Lentini presidente
Rispetto al recente passato gli affari mi vanno meno bene, la pubblicità è in calo, l'effetto simpatia derivante dall'acquisto della squadra di calcio si sta affievolendo, il mio grande progetto (il tabloid popolare) è tramontato, i concorrenti mi hanno messo nel mirino, quindi mi conviene buttarmi in politica e chissà che le mie aziende non ne traggano beneficio. Ragionamenti già fatti quindici anni fa da qualcuno che Urbano Cairo conosce molto bene, forse non è un caso che sul Giornale di oggi, intervistato da Giancarlo Perna, il presidente del Torino abbia lanciato un messaggio chiaro: Silvio, ho tante partite aperte che non stanno andando bene e che nessun Camolese mi farà vincere. Sono pronto a scendere in campo con te. Probabile che il messaggio venga raccolto, anche se per il nostro orticello è più interessante il no comment riguardo alla voce del momento: il grande ritorno a Torino di Giraudo e Moggi, magari con un Flavio Briatore temprato dal QPR. Cuore granata il primo (non è leggenda il gesto dell'ombrello a Boniperti fatto dopo il tre a due di Torrisi in quel famoso derby), al momento autoesiliato a Londra, legato al Torino dai migliori anni e delle migliori operazioni (rapportate al budget) della sua vita il secondo. Nessuno degli attori di questa vicenda sarebbe poi in contraddizione con il berlusconismo militante: e magari facciamo presidente manager Gigi Lentini, con pagamento cash.
Vile moneta
di Oscar EleniOscar Eleni dal castello Dal Pozzo, borgo di Oleggio, zona di Arona, per la rimpatriata dei maturi baskettari che si coccolano come succede adesso nei bar di Tokio dove hanno lanciato la moda dell’aperitivo con il gatto che ti fa le fusa. Al cat bar di Oleggio Castello è un trionfo per anime candide che ancora si sentono al centro dell’attenzione e, come una volta, pensano che la tua prostata regga, come del resto la dentiera, o la memoria, a qualsiasi abbraccio, ad ogni richiesta che vada oltre il “ ci si rivede presto”. Il vescovo Corsolini, sempre disperato per non essere ancora entrato nella congrega dei prelati canaglia di Dante Gurioli, è così affettuoso, così divertente, ma questo è nel suo stile, anche quando si sente un caro estinto, da rimetterci tutti in marcia intorno al sacro totem del basket che era, che è, che per noi sarà così anche domani mentre le armate del nuovo movimento Farenheit gireranno con il lanciafiamme per bruciare tutto meno le statistiche che di un giocatore dicono la stessa cosa dei cartelli che al mercato si usano per vendere anche carne non di prima scelta. Festa grande che torna a coinvolgere Dino Meneghin accarezzato contropelo non tanto come presidente federale, soprattutto adesso che senti l’eco nella valle degli infami, dove già cominciano a parlarne maluccio, ma per il suo essere uomo di basket, uomo tutto di un pezzo che ancora non immaginava di dover discutere sulla vile moneta, quella che dalle tribuna arriva in testa ad un giocatore. Succede nel derby di Bologna dove la Virtus vince all’ultimo secondo, avendo dominato per quasi tutti gli altri secondi della partita salvo farsi prendere per la gola da una Fortitudo che prova a ribellarsi adesso che non trovi più uno dei cagnolini che andavano al Pavaglione per parlare dei perdentoni di Seragnoli, quelli delle 10 finali su 11 campionati, quelli della grande Europa, quelli che erano qualcuno in una città dove gli altri, la grande Virtus porelliana, la super Virtus cazzoliana, non potevano mai sentirsi tranquilli se capitavano nella contrada dell’Aquila, perché quello era il mondo dei canestri dove si costruiva ogni giorno qualcosa, arrivando, purtroppo, a costruire anche le torri da dove, adesso, si lanciano anatemi e monete senza sapere quello che si dice, senza sapere quello che si fa, senza rendersi conto che se non torna ad essere la squadra al centro di tutto, se i protagonisti non sono dentro al campo, allora si può arrivare a confondere le cose, a sentirsi davvero importanti pur non essendolo, ad avere certa gente dove un tempo c’era una splendida corte di creativi.
Meneghin e il soffice abbraccio con il marchese Dal Pozzo, la camminata rigenerativa dove ha ritrovato amicizia, cani randagi bagnati, ma felici, divertimento, ironia, cominciando dal tavolo di Vitolo, Duranti, Baldini, Albanesi, di milord Morelli, arbitri che stanno bene con quelli che erano le loro “vittime”, i grandi attori di un grande teatro dove pure loro erano principi. Isole della felicità, isole dove si cantava anche sotto la pioggia. Un castello da fiaba dove la carne troppo dura sembrava persino morbida. Isole. Roma da Falcomer a Spinetti e Albanese. Bologna. Bello rivedere Lombardi in mezzo a Giomo e Pellanera, sentire Gemignani parlare con l’artista Conti. Poi Varese. Meneghin e Flaborea con lo stesso calice di rosso speciale servito dal Magnoni che ha ricordi divertenti per tutti anche per le mogli tigre. Isola canturina. Recalcati, Merlati e Frigerio da una parte. Masocco a metà strada con i dorati “ straccioni” del cavalier Milanaccio che si sentiva ringiovanire dopo aver ritrovato Mauri, Ossola, Vescovo, persino Zanatta, Gamba, il professor Guerrieri, tutto il mondo portato al castello da Cino Marchese, che aveva gli occhi brillarelli seguendo Stefano Olivari davvero deciso a scrivere un libro sulla Milano stracciona, la splendida Milano di Joe Isaac che al castello ha ritrovato la gioia degli anni in cui non gli dicevano che il fumo o il vino fanno male come potrebbe testimoniare il baipassato Flaborea. Poi il pianeta Milano, con la Pierisa Pieri che guida la rumba al 48° anno di matrimonio con Gianfranco che accarezza le tigri delle scarpette rosse, dall’ortopedico Velluti, che ai suoi tempi saltava oltre i due metri senza l’ispirazione tautata, al Nane Vianello che ogni tanto lascia la Polinesia, da Vittori che, come Guido Carlo Gatti, arrivato puntualmente in ritardo, e appunto il Zago tenuto a freno dalla Milly che non vuole vederlo troppo coinvolto, troppo commosso, troppo risentito per le cose che vede che non gli piacciono, aveva due barche gloriose sulle quali salire e brindare, come del resto Giancarlo Sarti, Toto Bulgheroni o Barlucchi, magari lo stesso nane e lo stesso Lombardi. Ricordaseli tutti non è facile, anche se Raffaele, adesso che non ha più capelli, ce lo teniamo nel cuore nel dovuto omaggio alla grande scuola livornese, anche se Natale Redaelli, il massaggiatore che parlava ai cavalli bradi dell’Onestà in tutte le sue versioni, resterà per sempre il magico compagno di grigliate senza fine, senza oboli da versare alla nobiltà dei castellani come diceva ridendo alla sua maniera al tigre Mauri che ha trovato in Gorizia la felicità e il vino buono.
Bel raduno di combattenti e reduci con i padovani di Varotto che scoprivano in Flaborea il vero testimone per le giornate in cui il professor Nikolic ti portava alla fonte del benessere fisico e mentale, delle ore in cui riusciva a convincerti che se eri proprio stanco non ci sarebbe stata cura migliore di un allenamento supplementare. E’ sempre stato così, strano che oggi qualcuno non se ne accorga. Magari a Roma dove hanno scoperto che conveniva metterlo in cascina il fieno invece di sfogarsi per dimostrare che i colpevoli stavano fuori e non dentro il campo, sì anche Allan Ray nuovo custode dei diamanti di Ferrara grazie all’affetto che era mancato nella capitale dove si sono dimenticati quello che era la Roma dei Costanzo e della Stella Azzurra, della Lazio di Cafiero Perrella, costruendo qualcosa che appare bello solo se lo guardi da lontano e lo diciamo a quelli che, giustamente, considerando gli artigli di Attilio Caja, rimpiangono persino le mezze stagioni del dopo Bianchini. Meneghin e la sua gioia autentica, lontano dai pettegoli che lo calunniano spiegando che non ha ancora capito come ci si muove nella corte federale. Poveri fessi. Lo sa benissimo. Ve lo aveva detto, ma le sorprese non mancheranno perché capisce anche lui che in Lega non possono essere felici se vanno i valvassori dei comitati, gente che non sa davvero cosa sia un club professionistico. Era una mossa per far capire che non sarà facile accontentare tutti. Ma loro, i pettegoli, non se ne sono resi conto. Per fortuna ci ha pensato SKY a mettere insieme Meneghin e Valentino Renzi, ad aprire il dialogo anche se la vile moneta di Bologna ha ridato al presidente la velenosa scarica della moneta di Pesaro dove lui non si alzò, per tornare a giocare come Terry, perché aveva deciso che dopo tanti sputi, insulti, ingiustizie, quello doveva essere un momento definitivo di chiarificazione: se un cretino, un delinquente lancia monete e i vicini non lo prendono per lo buttano giù dalle tribune, se non si denuncia subito, se non si prendono le distanze anche da qualche giocatore che gira intorno all’avversario colpito urlando che è soltanto una magnifica scena, allora avremo le schifezze che un tempo rendevano famosa soltanto la Grecia dove oggi si sono emancipati e usano il laser per colpire, una vergogna non punita nel calcio e tollerata anche dal basket come vi potrebbero dire i giocatori di Siena e Real Madrid. A proposito di eurolega non riusciamo a capire perché si punti tanto sul ruggito del popolo mensanino: la squadra di Pianigiani deve soltanto stare bene fisicamente e giocare il suo basket che è migliore rispetto a quello cavilloso di Zelimir Obradovic, certo confuso da tanti talenti che pensano soltanto al loro guadagno personale e parlano invece di correre. Siena non lo fa, non lo permette a nessuno. Ma potrebbe non bastare perché, ripetiamo, al completo non ci sarebbe stata angoscia, ma, così, è dura, durissima. Restando in Europa diciamo che nella finale di Uleb cup a Torino portiamo una bella Benetton ricostruita con la passione di un tempo, seguendo le strade che avevano fatto di Treviso la palestra del pensiero forte nel basket europeo, anche se nessuno può prendere per buona la partita di Pesaro perché la Scavolini era rimasta fuori dall’ arena, seduta sulla spiaggia dove chi ricorda dovrebbe accendere lo spiedo, chiedendo scusa a Carlton Myers per un così triste compleanno, per i 38 anni di un capo indiano che ha avuto al seguito le grandi tribù del nostro basket. Pagelle per far sfogare la prostata traditrice che è in quasi tutti noi.
10 Al GRUPPO GENOVA che ha cresciuto con vero amore per il basket il marchese Vittorio Ciccio Dal Pozzo, mettendogli sulla pelle nobile e candida le ruvide maglie dell’Italsider, della Saiwa e del CUS che troverete nella teca dell’albergo castello. Con loro ha scoperto una felicità nuova e il raduno di Oleggio, come direbbero Parodi e Masnata, è andato bene anche con l’aggiuntina.
9 A Luca CORSOLINI e Mario BONI di gran lunga la più divertente coppia dei telecronisti utilizzati da Sky nella giornata dedicata al basket, nella domenica che speriamo di avere anche in futuro, soprattutto se ci saranno dei ribelli nella pasticceria di casa Murdoch.
8 Ad Allan RAY, ma forse dovremmo dire alla FERRARA di Mascellari, Crovetti e Valli, per aver dimostrato che anche un piccolo pavone può diventare gallo da combattimento se trova il posto giusto e i compagni che gli fanno credere di essere una sfortunata vittima del sistema che lo ha bocciato a Boston e Roma.
7 Alla coppia ROCCA-VITALI che sembra essere splendida e splendente nel giardino senza spine, o senza rose?, di Piero Bucchi, una coppia che ha dato a Milano la quinta vittoria consecutiva, un record nei tempi moderni ovviamente, un piccolo primato, ma sempre qualcosa, un duo che potrebbe funzionare bene in Nazionale anche se sul Mason ci è stato detto che non è possibile contare in tornei dove si gioca ogni giorno. Peccato. Ci hanno detto la stessa cosa di Stonerook. Peccato. Ci hanno detto la medesima cosa per altri infortunati eccellenti, peccato,ma l’estate è lontana.
6 A Marcelinho HUERTAS l’unico della Fortitudo che si è preso insulti dal primo giorno, quando non riuscirono a tesserarlo in tempo, che non andava bene agli americani di turno, l’unico che nel derby ha fatto seguire i fatti alle promesse aspettando invano che gli italiani del gruppo arrivassero in soccorso. Certo la fede aiuta, certo serve un mezzo miracolo per la salvezza, ma se tutti i conti saranno fatti bene, se ogni dolore sarà pagato al tempo giusto, direbbe Pancotto, allora ci sarà la purificazione e forse l’anno prossimo tutto sarà sotto altre stelle.
5 All’ULEB, e per conoscenza alla FIP, che non ha fatto una piega per lo scandalo di Atene. Non stiamo parlando dell’arbitraggio infame, ma dei laser che andavano a colpire negli occhi i giocatori al momento del tiro. Vergogna come chi usa i fischietti per mandare in confusione arbitri e giocatori, come chi lancia monete per farci capire in quale caverna si dovrebbero giocare certe partite.
4 Alla GIUDICANTE che non sembra pentita per essersi presa 40 giorni prima di mandare all’inferno una stagione e non soltanto quella della Fortitudo o di Montegranaro. Adesso tutti fingono di aver ritrovato uno stile, dal Tony Manero della Sutor all’orco delle Aquile, ma la verità è che siamo in piena bufera e davvero non sappiamo cosa sarebbe successo se il derby non lo avesse vinto la Virtus del ferito Terry.
3 Al malvagio Nino PELLACANI che ha sempre un occhio di riguardo per questa rubrica, ma non rinuncia a punzecchiare la squadra, cercando di stuzzicare l’invidia adesso che Lorenzo Sani è tornato a parlare con noi persino di basket. Ci sembra la stessa tattica che nel tempo ha tormentato tante squadre. Cominciano dalle sbandate in curva i dolori di chi non vuol saperne di essere uno e pretende di essere un numero uno. Attenzione, la nota non ha motivi di ripicca personale anche adesso che devi stare in coda davanti alla Fiera milanese del fumetto dove Pellacani, Ragazzi e Iacopini saranno sicuramente fra i più applauditi collezionisti.
2 Al portento JENNINGS che davanti a Danny FERRY, uno che a Roma hanno amato, che davanti al manager di Cleveland ha sbagliato partita ed atteggiamento riportando Roma nella strana isola dove tutti fingono di non capire e che certo non riusciranno a far capire a noi che da questo cimitero degli elefanti salutiamo Piero Mei.
1 All’ARMANI che ha scelto il silenzioso distacco dalla sede Liberty di via Caltanisetta. Un dolore per tutti. Una tristezza che al castello Dal Pozzo ci ha tenuto più uniti perché in quelle camere al primo piano hanno dormito e vissuto uomini entrati già nella casa della gloria, perché meritava una messa solenne quella palazzina decentrata che serviva a Franco Grigoletti meglio del Tom Tom, perché lui non riusciva ad orientarsi, lui di Rovereto, lui abitante a Monza, lui che lavorava al Giorno nel cuore di una certa Milano, se non passava dalla sede dove ora è rimasta solo polvere di stelle, quella che intossicava il Bulleri tornato a vivere nella Marca odorosa, per uno strano incrocio al quarto-quinto post dove lui, sotto contratto con Milano, sarà l’uomo fantasia della Benetton che ha gli ha concesso la chiesa per la penitenza.
0 A Pervis PASCO, e per conoscenza alla Lega, per la fuga dal campionato, per aver lasciato Rieti quasi senza niente. Certo un professionista ha il diritto di essere pagato puntualmente, certo un giocatore deve avere certezze, ma in questo caso ci sembra anche giusto chiamare in causa la Lega perché è fin troppo evidente, soprattutto per chi ha perso contro la Solsonica, che il campionato è già da considerarsi falsato. Quando si pensava ad un torneo senza retrocessioni si aveva in mente questo quadro senza i colori del vile denaro.
Meneghin e il soffice abbraccio con il marchese Dal Pozzo, la camminata rigenerativa dove ha ritrovato amicizia, cani randagi bagnati, ma felici, divertimento, ironia, cominciando dal tavolo di Vitolo, Duranti, Baldini, Albanesi, di milord Morelli, arbitri che stanno bene con quelli che erano le loro “vittime”, i grandi attori di un grande teatro dove pure loro erano principi. Isole della felicità, isole dove si cantava anche sotto la pioggia. Un castello da fiaba dove la carne troppo dura sembrava persino morbida. Isole. Roma da Falcomer a Spinetti e Albanese. Bologna. Bello rivedere Lombardi in mezzo a Giomo e Pellanera, sentire Gemignani parlare con l’artista Conti. Poi Varese. Meneghin e Flaborea con lo stesso calice di rosso speciale servito dal Magnoni che ha ricordi divertenti per tutti anche per le mogli tigre. Isola canturina. Recalcati, Merlati e Frigerio da una parte. Masocco a metà strada con i dorati “ straccioni” del cavalier Milanaccio che si sentiva ringiovanire dopo aver ritrovato Mauri, Ossola, Vescovo, persino Zanatta, Gamba, il professor Guerrieri, tutto il mondo portato al castello da Cino Marchese, che aveva gli occhi brillarelli seguendo Stefano Olivari davvero deciso a scrivere un libro sulla Milano stracciona, la splendida Milano di Joe Isaac che al castello ha ritrovato la gioia degli anni in cui non gli dicevano che il fumo o il vino fanno male come potrebbe testimoniare il baipassato Flaborea. Poi il pianeta Milano, con la Pierisa Pieri che guida la rumba al 48° anno di matrimonio con Gianfranco che accarezza le tigri delle scarpette rosse, dall’ortopedico Velluti, che ai suoi tempi saltava oltre i due metri senza l’ispirazione tautata, al Nane Vianello che ogni tanto lascia la Polinesia, da Vittori che, come Guido Carlo Gatti, arrivato puntualmente in ritardo, e appunto il Zago tenuto a freno dalla Milly che non vuole vederlo troppo coinvolto, troppo commosso, troppo risentito per le cose che vede che non gli piacciono, aveva due barche gloriose sulle quali salire e brindare, come del resto Giancarlo Sarti, Toto Bulgheroni o Barlucchi, magari lo stesso nane e lo stesso Lombardi. Ricordaseli tutti non è facile, anche se Raffaele, adesso che non ha più capelli, ce lo teniamo nel cuore nel dovuto omaggio alla grande scuola livornese, anche se Natale Redaelli, il massaggiatore che parlava ai cavalli bradi dell’Onestà in tutte le sue versioni, resterà per sempre il magico compagno di grigliate senza fine, senza oboli da versare alla nobiltà dei castellani come diceva ridendo alla sua maniera al tigre Mauri che ha trovato in Gorizia la felicità e il vino buono.
Bel raduno di combattenti e reduci con i padovani di Varotto che scoprivano in Flaborea il vero testimone per le giornate in cui il professor Nikolic ti portava alla fonte del benessere fisico e mentale, delle ore in cui riusciva a convincerti che se eri proprio stanco non ci sarebbe stata cura migliore di un allenamento supplementare. E’ sempre stato così, strano che oggi qualcuno non se ne accorga. Magari a Roma dove hanno scoperto che conveniva metterlo in cascina il fieno invece di sfogarsi per dimostrare che i colpevoli stavano fuori e non dentro il campo, sì anche Allan Ray nuovo custode dei diamanti di Ferrara grazie all’affetto che era mancato nella capitale dove si sono dimenticati quello che era la Roma dei Costanzo e della Stella Azzurra, della Lazio di Cafiero Perrella, costruendo qualcosa che appare bello solo se lo guardi da lontano e lo diciamo a quelli che, giustamente, considerando gli artigli di Attilio Caja, rimpiangono persino le mezze stagioni del dopo Bianchini. Meneghin e la sua gioia autentica, lontano dai pettegoli che lo calunniano spiegando che non ha ancora capito come ci si muove nella corte federale. Poveri fessi. Lo sa benissimo. Ve lo aveva detto, ma le sorprese non mancheranno perché capisce anche lui che in Lega non possono essere felici se vanno i valvassori dei comitati, gente che non sa davvero cosa sia un club professionistico. Era una mossa per far capire che non sarà facile accontentare tutti. Ma loro, i pettegoli, non se ne sono resi conto. Per fortuna ci ha pensato SKY a mettere insieme Meneghin e Valentino Renzi, ad aprire il dialogo anche se la vile moneta di Bologna ha ridato al presidente la velenosa scarica della moneta di Pesaro dove lui non si alzò, per tornare a giocare come Terry, perché aveva deciso che dopo tanti sputi, insulti, ingiustizie, quello doveva essere un momento definitivo di chiarificazione: se un cretino, un delinquente lancia monete e i vicini non lo prendono per lo buttano giù dalle tribune, se non si denuncia subito, se non si prendono le distanze anche da qualche giocatore che gira intorno all’avversario colpito urlando che è soltanto una magnifica scena, allora avremo le schifezze che un tempo rendevano famosa soltanto la Grecia dove oggi si sono emancipati e usano il laser per colpire, una vergogna non punita nel calcio e tollerata anche dal basket come vi potrebbero dire i giocatori di Siena e Real Madrid. A proposito di eurolega non riusciamo a capire perché si punti tanto sul ruggito del popolo mensanino: la squadra di Pianigiani deve soltanto stare bene fisicamente e giocare il suo basket che è migliore rispetto a quello cavilloso di Zelimir Obradovic, certo confuso da tanti talenti che pensano soltanto al loro guadagno personale e parlano invece di correre. Siena non lo fa, non lo permette a nessuno. Ma potrebbe non bastare perché, ripetiamo, al completo non ci sarebbe stata angoscia, ma, così, è dura, durissima. Restando in Europa diciamo che nella finale di Uleb cup a Torino portiamo una bella Benetton ricostruita con la passione di un tempo, seguendo le strade che avevano fatto di Treviso la palestra del pensiero forte nel basket europeo, anche se nessuno può prendere per buona la partita di Pesaro perché la Scavolini era rimasta fuori dall’ arena, seduta sulla spiaggia dove chi ricorda dovrebbe accendere lo spiedo, chiedendo scusa a Carlton Myers per un così triste compleanno, per i 38 anni di un capo indiano che ha avuto al seguito le grandi tribù del nostro basket. Pagelle per far sfogare la prostata traditrice che è in quasi tutti noi.
10 Al GRUPPO GENOVA che ha cresciuto con vero amore per il basket il marchese Vittorio Ciccio Dal Pozzo, mettendogli sulla pelle nobile e candida le ruvide maglie dell’Italsider, della Saiwa e del CUS che troverete nella teca dell’albergo castello. Con loro ha scoperto una felicità nuova e il raduno di Oleggio, come direbbero Parodi e Masnata, è andato bene anche con l’aggiuntina.
9 A Luca CORSOLINI e Mario BONI di gran lunga la più divertente coppia dei telecronisti utilizzati da Sky nella giornata dedicata al basket, nella domenica che speriamo di avere anche in futuro, soprattutto se ci saranno dei ribelli nella pasticceria di casa Murdoch.
8 Ad Allan RAY, ma forse dovremmo dire alla FERRARA di Mascellari, Crovetti e Valli, per aver dimostrato che anche un piccolo pavone può diventare gallo da combattimento se trova il posto giusto e i compagni che gli fanno credere di essere una sfortunata vittima del sistema che lo ha bocciato a Boston e Roma.
7 Alla coppia ROCCA-VITALI che sembra essere splendida e splendente nel giardino senza spine, o senza rose?, di Piero Bucchi, una coppia che ha dato a Milano la quinta vittoria consecutiva, un record nei tempi moderni ovviamente, un piccolo primato, ma sempre qualcosa, un duo che potrebbe funzionare bene in Nazionale anche se sul Mason ci è stato detto che non è possibile contare in tornei dove si gioca ogni giorno. Peccato. Ci hanno detto la stessa cosa di Stonerook. Peccato. Ci hanno detto la medesima cosa per altri infortunati eccellenti, peccato,ma l’estate è lontana.
6 A Marcelinho HUERTAS l’unico della Fortitudo che si è preso insulti dal primo giorno, quando non riuscirono a tesserarlo in tempo, che non andava bene agli americani di turno, l’unico che nel derby ha fatto seguire i fatti alle promesse aspettando invano che gli italiani del gruppo arrivassero in soccorso. Certo la fede aiuta, certo serve un mezzo miracolo per la salvezza, ma se tutti i conti saranno fatti bene, se ogni dolore sarà pagato al tempo giusto, direbbe Pancotto, allora ci sarà la purificazione e forse l’anno prossimo tutto sarà sotto altre stelle.
5 All’ULEB, e per conoscenza alla FIP, che non ha fatto una piega per lo scandalo di Atene. Non stiamo parlando dell’arbitraggio infame, ma dei laser che andavano a colpire negli occhi i giocatori al momento del tiro. Vergogna come chi usa i fischietti per mandare in confusione arbitri e giocatori, come chi lancia monete per farci capire in quale caverna si dovrebbero giocare certe partite.
4 Alla GIUDICANTE che non sembra pentita per essersi presa 40 giorni prima di mandare all’inferno una stagione e non soltanto quella della Fortitudo o di Montegranaro. Adesso tutti fingono di aver ritrovato uno stile, dal Tony Manero della Sutor all’orco delle Aquile, ma la verità è che siamo in piena bufera e davvero non sappiamo cosa sarebbe successo se il derby non lo avesse vinto la Virtus del ferito Terry.
3 Al malvagio Nino PELLACANI che ha sempre un occhio di riguardo per questa rubrica, ma non rinuncia a punzecchiare la squadra, cercando di stuzzicare l’invidia adesso che Lorenzo Sani è tornato a parlare con noi persino di basket. Ci sembra la stessa tattica che nel tempo ha tormentato tante squadre. Cominciano dalle sbandate in curva i dolori di chi non vuol saperne di essere uno e pretende di essere un numero uno. Attenzione, la nota non ha motivi di ripicca personale anche adesso che devi stare in coda davanti alla Fiera milanese del fumetto dove Pellacani, Ragazzi e Iacopini saranno sicuramente fra i più applauditi collezionisti.
2 Al portento JENNINGS che davanti a Danny FERRY, uno che a Roma hanno amato, che davanti al manager di Cleveland ha sbagliato partita ed atteggiamento riportando Roma nella strana isola dove tutti fingono di non capire e che certo non riusciranno a far capire a noi che da questo cimitero degli elefanti salutiamo Piero Mei.
1 All’ARMANI che ha scelto il silenzioso distacco dalla sede Liberty di via Caltanisetta. Un dolore per tutti. Una tristezza che al castello Dal Pozzo ci ha tenuto più uniti perché in quelle camere al primo piano hanno dormito e vissuto uomini entrati già nella casa della gloria, perché meritava una messa solenne quella palazzina decentrata che serviva a Franco Grigoletti meglio del Tom Tom, perché lui non riusciva ad orientarsi, lui di Rovereto, lui abitante a Monza, lui che lavorava al Giorno nel cuore di una certa Milano, se non passava dalla sede dove ora è rimasta solo polvere di stelle, quella che intossicava il Bulleri tornato a vivere nella Marca odorosa, per uno strano incrocio al quarto-quinto post dove lui, sotto contratto con Milano, sarà l’uomo fantasia della Benetton che ha gli ha concesso la chiesa per la penitenza.
0 A Pervis PASCO, e per conoscenza alla Lega, per la fuga dal campionato, per aver lasciato Rieti quasi senza niente. Certo un professionista ha il diritto di essere pagato puntualmente, certo un giocatore deve avere certezze, ma in questo caso ci sembra anche giusto chiamare in causa la Lega perché è fin troppo evidente, soprattutto per chi ha perso contro la Solsonica, che il campionato è già da considerarsi falsato. Quando si pensava ad un torneo senza retrocessioni si aveva in mente questo quadro senza i colori del vile denaro.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)
In mancanza del silenzio
Più o meno tutti siamo cresciuti leggendo gli editoriali sui morti di Italia Novanta, ma anche nel 2009 trovare caschi protettivi in un cantiere edile (ne abbiamo proprio uno sotto la finestra) italiano non è esattamente la regola. L'unica certezza è che i morti di calcio abbiano più valore di altri, il controllo sociale ed il mitico 'sistema' prevede che noi si parli soprattutto di loro. E che anche all'interno dei morti di calcio si stabilisca una gerarchia precisa: per i 22 (ma forse di più, a chi importa contarli) ivoriani che hanno pagato con la vita la scelta di seguire Drogba e compagni nella partita con il Malawi la formula della 'tragica fatalità', per la prima ricorrenza della morte di Matteo Bagnaresi la solita spazzatura retorica ed ideologizzata invece del pietoso silenzio. Però bisogna ricordare che l'ultrà del Parma, uno che nel curriculum aveva tre anni di Daspo e prodezze anche extracalcistiche, non è stato ucciso dal poliziotto cattivo (la vulgata del caso Sandri) ma da una manovra affrettata di un autista terrorizzato da lanci di sassi e bottiglie. E giova anche ricordare che il pullmann (di tifosi dello Juventus Club Crema, ben lontani dal mondo ultrà) era stato assalito proprio dagli ultras del Parma. Meglio il silenzio. In mancanza del silenzio, almeno la verità.
stefano@indiscreto.it
stefano@indiscreto.it
Ferrari brut
Non seguiamo la Formula Uno dai tempi di James Hunt, ma leggendo i giornali italiani è impossibile non sapere che Ross Brawn è stato l'artefice principale, dal punto di vista tecnico, della resurrezione Ferrari nella seconda metà degli anni Novanta. Da direttore tecnico, dal 1996 fino a di fatto due anni e rotti fa, ha firmato insieme a Michael Schumacher (e Montezemolo, e Jean Todt) cinque mondiali piloti e sei costruttori. E prima ancora era stato l'artefice, insieme a Briatore ed allo stesso Schumacher, del miracolo Benetton (due mondiali piloti infilandosi nell'era Williams). Insomma, fino a qualche settimana fa dai media montezemoliani, dei quali il più imbarazzante è quasi sempre Rai Uno, veniva giustamente descritto come un genio. Adesso che dopo l'addio della Honda guida come imprenditore, forse suo malgrado, una scuderia di Formula Uno, è diventato il demonio. Asservito alla Fia, questo il senso di molti articoli (scegliete voi il quotidiano), per l'idea della limitazione del budget, truffatore per la storia dei diffusori (ignoriamo cosa siano, ma abbiamo appena letto sull'Ansa il parere di Charlie Whiting, delegato tecnico della Fia, che sostiene siano regolari), colpevole di avere stravinto in Australia con una squadra con le (relative) pezze sul culo. Ma soprattutto, in buona sostanza, core 'ngrato alla Altafini. Per fare carriera in certi giornali italiani, per fortuna non in tutti, devi essere lo zerbino dei soliti noti, per vincere nello sport a volte (poche volte, ma per fortuna non zero) basta avere talento. E comunque lo spionaggio industriale lo pratica solo la McLaren.stefano@indiscreto.it
Arma letale
Sarà mai possibile dire che al novanta per cento degli esseri umani l'omosessualità è indifferente? Insomma, che non è un crimine ma nemmeno un valore indiscutibile da insegnare alle elementari. Nessun problema se Luca era gay e adesso non più, ma nemmeno per il percorso contrario: giornalisticamente però l'argomento interessa solo agli integralisti delle opposte fazioni. Nel calcio il pendolo dell'ottusità batte dalla parte dell'omofobia, quindi l'argomento viene usato come una clava da chi vuole irridere il nemico di giornata: Maradona che parla delle presuntissime esperienze del Pelé quattordicenne, riciclando male un pettegolezzo che in realtà riguardava un suo compagno di Selecao dell'epoca, non è solo machismo degno di miglior causa ma anche stupidità e smemoratezza (visti gli invitati/e speciali alle feste non solo napoletane) allo stato puro. Rimane il fatto che anche nel 2009 questi discorsi siano considerati, anche a livello molto più provinciale di uno scazzo fra i grandi di ogni tempo, un'arma letale (per non dire rettale) per distruggere l'avversario.
Sogno italiano
di Oscar EleniCapita di sognare, ma anche di pensare al presente, nella speranza che sia come il passato, con la presunzione di essere più svegli di chi comanda se, per decidere il rinvio di Siena-Avellino, riportando nella diretta televisiva una probabile battaglia come sarà quella fra Cantù e Montegranaro, hanno aspettato fino all’ultimo. Non conoscono il calendario europeo? O pensavano che sul due a zero per i greci Siena l’avrebbe comunque data per chiusa questa disfida? Lasciamo perdere. Giornata di primavera con l’incubo della pioggia. Oggi il nobile Vittorio Dal Pozzo, detto Ciccio, lo dice lui nel suo invito a corte, classe 1940, omone di oltre due metri che un tempo era rarità nel nostro basket, uno che faceva provincia e anche la differenza, raduna nella tenuta ad Oleggio Castello tutti i compagni di squadra del periodo genovese, lo splendore che profumava come i biscotti Saiwa, delle stagioni romane e milanesi, quelli delle nazionali universitarie, quelli che sono stati azzurri con lui nel mondiale in Brasile, era il 1963. Un raduno per contarsi e raccontarsela alla faccia della prostata, della chemio e delle dentiere instabili. Presente, passato e ancora i sogni capaci di animare una generazione di innamorati folli che sembravano tutti rivitalizzati dalla vittoria di Siena sul campo del Panathinaikos, con la rabbia di chi sapeva bene che un Montepaschi sano e al completo forse sarebbe già sul due a zero nella serie contro i greci che non cambiano mai: laser in faccia al giocatore avversario pronto a tirare, pensate ai ricordi di chi aveva affrontato le dracme di Salonicco ed Atene, campi all’aperto, arene inferno. Si rideva anche sulla sudditanza, diciamo paura, di arbitri che non si vergognavano. Certo il mugugno, la base del gruppo era genovese, resisteva, ma alla fine, brindando ai campioni si doveva ammettere che qualcosa si muove anche se tutti lamentavano la crisi della Nazionale, tutti avevano paura della qualificazione estiva contro la Francia. Raduno per combattenti e reduci e per tanti, il fatto che sarà una domenica televisiva con ben cinque partite in diretta su SKY, una Pasqua anticipata anche per quelli senza parabola. Gli ex bolognesi parlavano del derby che sembra davvero strano se il proprietario della Virtus si augura che a vincere sia la Fortitudo in fondo alla classifica perché la retrocessione sarebbe un danno anche per lui oltre che per il sistema. Chissà cosa penseranno gli altri, cominciando, magari, da Montegranaro che viene ad esplorare la crisi di Cantù, sapendo di dover rifare una partita contro la GMAC in pezzi, una partita perduta mentre i cronometri saltavano per aria. La Sutor è in caccia dei play off e se vincesse metterebbe proprio nei guai la NGC intossicata dalle 4 sconfitte consecutive che la fanno stare male perché ogni notte viene a visitarla il fantasma di Armani che ha lasciato nottetempo la casa liberty di via Caltanissetta perdendo per strada qualche coppa o qualche bella maglia. Parlavamo di sogni e Luca Dalmonte ha dichiarato pubblicamente che si aspetta grandi cose da Joel Zacchetti visto che la roccia Lydeka è fuori gioco per problemi ad un piede. Il sogno è quello di tutti. All’inizio il ragazzo di Casorate Primo, cresciuto ad Udine, è andato bene, poi è rimbalzato lontano, si è un po’ perduto, ma è giusto credere nel suo tiro, con la speranza che aggiunga anche altro. Pensavamo a Zacchetti, alla responsabilità che gli viene data mentre guardavamo le due partite ateniesi di Siena, perché anche nella bolgia di Oaka i campioni sognavano di avere molto dai loro ragazzi italiani considerando l’infortunio di Lavrinovic, i guai di Domercant. Nella prima solo Carraretto ha resistito. Nella seconda è andato bene Ress in partenza, poi si è fatto da parte, mentre Lechthaler ha dato quello che aveva, non molto ancora a livello internazionale. Ecco dove il sogno diventa incubo per chi deve lanciarli questi ragazzi italiani, per Recalcati, che deve misurarli, pesarli e magari arruolarli, anche se gli sembrano mancanti, perché si battono, perché qualcosa di positivo ti danno, ma non sai mai se sarà oro nelle fasi in cui i punti non si contano, ma si pesano. Vi lasciamo immaginare le accuse dei veterani che certo non avevano la concorrenza di così tanti stranieri, ma la realtà di oggi è questa: utilizzare chi hai e sperare che ti dia davvero qualcosa in un sistema dove conta la classifica, non la nazionalità. Dalmonte e Finelli, il suo avversario, un altro della scuola bolognese, si giocano molto, lo faranno pensando al bene della squadra ed è questo che alla fine conterà, perché non esiste libertà di sperimentare, non esiste niente se perdi troppe volte.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)
La panchina del Virdis greco
di Stefano Olivari1. Il Virdis greco: così alcuni giornali italiani del genere 'Niente male questo Giggs' avevano ribattezzato a metà anni Ottanta Nikos Anastopoulos, curiosità di Mat. Anastopoulos arrivò all'Avellino nel 1987, dall'Olympiacos dove era considerato quasi un mito, a 29 anni suonati. La squadra non era un granché: un Franco Colomba in declino, un Walter Schachner con meno velocità di qualche anno prima, difensori da lotta per la salvezza (Amodio, Colantuono, Ferroni), l'ex speranza viola Alessandro Bertoni e poco altro. A causa anche di vari infortuni Anastopoulos fece comunque pochissimo, giocando a malapena mezzo campionato, e poi tornò in Grecia. Dell'Italia conserva tuttora un però un buon ricordo, anche se il merito è dell'Europeo 1980 che lo rivelò a livello internazionale: nella squadra di Alketas Panagoulias, qualificatasi eroicamente (i posti a disposizione erano solo 7, altro che l'Europeo a 24 squadre del 2016) superando un girone con l'Urss e l'ottima Ungheria di quell'epoca, il futuro Virdis greco (non dimenticheremo mai quel titolo della defunta Notte in cui Mike Bantom veniva definito senza un vero perché 'Il Meneghin nero') giocò bene segnando anche un gol alla Cecoslovacchia campione in carica. Ma dove è finito oggi? Facile, allena. Mai però si è seduto su una grossa panchina: l'ultima destinazione conosciuta è quella del Pas Giannina (Giannina è la capitale dell'Epiro), l'anno scorso. Presa la squadra in corsa e sfiorata la promozione nella massima serie, Anastopoulos è stato premiato con l'esonero. Al momento fa il commentatore tivù.
2. E Florin Raducioiu? Ropesce si chiede dove sia finito l'attaccante di Bari, Verona, Brescia e Milan di inizio anni Novanta, con ritorno italiano a cavallo di fine millennio (ancora Brescia) e chiusura in tono minore in Francia. Nel 2005, a 35 anni, Raducioiu ha provato un ritorno agonistico nel Como post-Preziosi, ma senza molta convinzione. Ha una casa in Franciacorta, la cittadinanza italiana come la moglie e i figli. Ha iniziato anche ad allenare, da qualche mese. Per la precisione collabora con l'Aldini: una società a Milano molto nota, il cui settore giovanile è nell'orbita Milan ed ha come responsabile tecnico Piero Frosio.
3. Hytok vorrebbe sapere del presente di Gilberto D'Ignazio (Vicenza e Udinese anni Novanta, limitandosi alla serie A). I più se lo ricordano (traduzione: noi ce lo ricordiamo) soprattutto sulla fascia sinistra del Vicenza di Guidolin, che nel 1997 vinse la coppa Italia battendo in finale il Napoli. In estate passò all'Udinese e così non visse l'epopea della Coppa Coppe, quando solo il Chelsea di Vialli e Zola riuscì a negare la finale ai biancorossi (incredibile la partita di ritorno, fra l'altro). Nato in provincia di Bari ma cresciuto ed esploso nel Taranto, dopo la fine della carriera professionistica D'Ignazio si è concesso qualche stagione vicino a casa, ai confini del dilettantismo: prima nello Squinzano e poi nel Tricase (Eccellenza). A 40 anni aveva iniziato bene anche questa stagione, poi in ottobre si è infortunato e a dicembre ha rescisso il contratto.
(prossima puntata sabato 4 aprile)
P.S. Poche regole: a) Giocatori della storia recente, dalla tivù a colori in avanti; b) Almeno una presenza nella nostra serie A; c) Massimo una richiesta a persona; d) Possibilmente persone fuori da Wikipedia, se no sono capaci tutti; e) Tutte le richieste nei commenti a questo post, se no ce le dimentichiamo; f) Sono graditi avvistamenti e segnalazioni di grandi e piccoli ex spariti dai media, senza entrare nel privato.
Notizie sulla suocera di Terry
1. L'ufficio copiaggio gossip, ma solo se riguardano calciatori stranieri di squadre straniere, ha colpito questa volta John Terry (a proposito, quale allenatore di grande club italiano aveva definito Avram Grant 'un perdente' dopo una sconfitta ai rigori in finale di Champions?) per via di una vicenda di presunto taccheggio di sua madre e sua suocera da Marks&Spencer. Ah signora mia, questi stranieri...Non come i nostri 'cattolici dell'anno' con rubrica e figli illegittimi a cui hanno dovuto pagare alimenti solo costretti dalla magistratura. Per loro nemmeno una riga corsivata con la proverbiale ironia che tanto piace ai tifosi, si vede che la vicenda era meno curiosa delle scontate serate di Cristiano Ronaldo.2. Non capiamo niente di motori e non seguiamo la Formula Uno dai tempi di Senna, quindi non siamo veri uomini (cerchiamo di recuperare con l'orrendo calcio). Però è curioso notare che non appena i tempi della Ferrari fanno schifo, sia pure solo nelle prove libere, i titoli siano tutti sui diffusori irregolari della Williams e di altri. E dire che Montezemolo non è più presidente della Fieg...
3. Grande interesse sta destando presso i lettori di Indiscreto la figura di Fulvio Marrucco, il procuratore di Salvatore Bocchetti: cioé uno dei grandi amori di Lippi, insieme ai sigari, al tridente dell'Udinese, a Motta e al mare. Marrucco nasce come commercialista a Napoli parecchi anni fa, ed entra in grande stile nel calcio proprio nell'epoca Moggi-Ferlaino: era procuratore di Corradini, uno dei fedelissimi della casa, di Gianfranco Zola (lo è tuttora, tanto è vero che in Inghilterra si era scritto di Bocchetti al West Ham), di Edoardo Bennato (!), ed è stato legato al bravo Franco Zavaglia oltre che al bravissimo (imitatore) Massimo Brambati. E' un piccolo mondo, il calcio italiano, in cui il sospetto invade le menti degli onesti e, a maggior ragione, dei disonesti. E dove in ogni caso, come dice giustamente Sconcerti, siamo amici di tutti.
Il Friuli che piace
di Stefano Olivari
1. Rinunciando a Cassano, soprattutto con una partita da giocare a Bari, Lippi ha dimostrato coraggio al di là delle discussioni sul valore del giocatore. Non rinunciando a valorizzare il tridente dell'Udinese, per la gioia di 'uomo di calcio' Leonardi (nel filone friulano rientra anche la convocazione di Motta, del quale la Roma potrà acquisire al massimo la comproprietà per 3,5 milioni di euro), ne ha invece mostrato meno. Le incrostazioni del passato rimangono. Passato?
1. Rinunciando a Cassano, soprattutto con una partita da giocare a Bari, Lippi ha dimostrato coraggio al di là delle discussioni sul valore del giocatore. Non rinunciando a valorizzare il tridente dell'Udinese, per la gioia di 'uomo di calcio' Leonardi (nel filone friulano rientra anche la convocazione di Motta, del quale la Roma potrà acquisire al massimo la comproprietà per 3,5 milioni di euro), ne ha invece mostrato meno. Le incrostazioni del passato rimangono. Passato?2. Gli allenatori italiani sono i migliori del mondo, come fino a Calciopoli si diceva degli arbitri ed ai nostri tempi dei portieri. Peccato che nel mondo non la pensino così, visto che delle 92 nazionali di federazioni affiliate alla Fifa (in totale 208) che si sono affidate allo 'straniero' ben 11 abbiano scelto tecnici francesi, 8 brasiliani e 8 tedeschi, sette olandesi e sette portoghesi. Lodi a Capello e Trapattoni, ma non è che Hitzfeld o Haan abbiano avuto un'importanza inferiore nella storia del calcio.
3. Sul Corriere della Sera Galliani difende la tessera 'Cuore rossonero', dopo le prodezze a Napoli di alcuni ultras milanisti (superati nella corsa al peggio dal pubblico 'medio' della fazione opposta). Con diversi buoni argomenti, primo fra tutti il fatto che sia meglio l'identificazione che l'anonimato, mentre in prospettiva ci sarà l'eliminazione del biglietto cartaceo. Cosa che renderà più difficile ai padroni delle curve (nel caso specifico la 'ndrangheta, come spiegato dallo stesso Corsera qualche giorno addietro) la gestione dei biglietti. Poi arrestare i delinquenti spetta alle forze dell'ordine e condannarli ai magistrati, ma ci asteniamo dai soliti discorsi alla commissario Betti.
4. Riteniamo un miracolo, al di là dell'efficienza dei servizi segreti di alcuni stati, che nel cosiddetto Occidente non si sia mai verificato un grande attentato durante una manifestazione sportiva. Per questo non stupisce che il campionato indiano di cricket (Ipl) si giochi quest'anno in...Sudafrica (!!!) ufficialmente per motivi di ordine pubblico, ma in realtà per precise minacce terroristiche (fondamentalisti islamici) ricevute dagli atleti (per quanto metà dei giocatori di cricket abbia la pancia) stranieri e dalle squadre di Andhra Pradesh (regione al 90% indù) e Karnataka (divisioni meno nette, forte anche la presenza cristiana). La seconda stagione di questa lega (8 squadre), che partirà il 18 aprile, sembrava dovesse essere giocata in Inghilterra: gli sponsor, in particolare la Sony, premevano per questa soluzione, ma gli ex colonizzatori hanno voluto evitarsi la presenza di qualche fanatico in più di quelli già presenti. Dio salvi la Regina, ma anche Seb Coe.
Laterali e figurine
di Luca FerratoIncredibile ma vero, ogni tanto si trovano anche articoli che non parlano di calciomercato. Purtroppo questo, scovato sul sito del Guardian e scritto da Jonathan Wilson - quello di “Inverting the Pyramid” di cui abbiamo parlato qualche settimana fa - non lo abbiamo letto su un quotidiano italiano ma ci è particolarmente piaciuto. Wilson fa giustamente notare come si parli spesso di fantasisti o attaccanti e anche da noi quando si parla del dio calciomercato (cioè tutti i giorni) i nomi sui quali si discute sono sempre quelli: Diego servirà alla Juve? E’ Adebayor l’attaccante giusto per il Milan? Aguero potrebbe mai colmare quell’enorme vuoto che lascerebbe una eventuale partenza di Ibrahimovic? Con tanti saluti agli altri ruoli, come quello dei terzini di fascia o i laterali di difesa, chiamateli come volete: il numero due e il numero tre di una volta. Wilson fa notare come le ultime squadre che hanno vinto i Mondiali abbiano avuto sempre laterali molto forti, che sono stati determinanti durante la competizione iridata: Jorginho e Branco nel Brasile 1994, Thuram e Lizarazu nella Francia 1998, Cafu e Roberto Carlos nel Brasile vittorioso in Giappone-Corea nel 2002 e i nostri Zambrotta (quello del Mondiale, non l’attuale) e Grosso nell’Italia del 2006. D’altra parte anche la stessa Olanda degli anni ’70 era resa “totale” proprio dalla capacità che avevano i due laterali di difesa (Suurbier e Krol) di spingersi all’attacco, dando così l’impressione di una squadra che occupava tutte le zone del campo. In effetti lo faceva, oggi quasi tutti i terzini attaccano e ci viene più difficile capire cosa fece quell’Olanda in un periodo nel quale non era così usuale per gli uomini di difesa spostarsi in attacco. Wilson ci porta altri due esempi per far capire quanto il ruolo sia fondamentale, soprattutto nel calcio moderno. La Russia agli scorsi Europei è stata spettacolare e brillante, grazie sicuramente alle giocate di Arshavin e ai gol di Pavlyuchenko: ma il lavoro fatto dai due laterali Anyukov e Zhirkov è stato importantissimo. Questo è stato ancor più evidente quando i terzini sono stati bloccati nella partita di semifinale persa contro la Spagna. L’attaccante iberico David Villa si è infortunato al 34° minuto del primo tempo e il suo posto è stato preso da un centrocampista, Cesc Fabregas. In quel modo la Spagna è passata da un 4-1-3-2 a un 4-1-4-1. Così facendo altri due centrocampisti come Iniesta e Silva hanno avuto maggiori possibilità di allargarsi e poter così arginare le avanzate dei due laterali della squadra di Hiddink, che nello stesso tempo si dovevano maggiormente preoccupare dell’avanzata dei centrocampisti spagnoli. Altro esempio? Inter-Manchester United, ottavo di finale di Champions giocato a San Siro. La sofferenza nel primo tempo dell’Inter - che era sul punto di crollare- è stata evidente a tutti, sia a chi era allo stadio sia a chi guardava la partita a casa davanti alla tv. Alex Ferguson a sorpresa non ha schierato Rooney dall’inizio e al suo posto sulla fascia sinistra d’attacco ha inserito il coreano Park. Questo aveva anche lo scopo di arginare Maicon, che tutti sanno l’importanza che ha nel gioco d’attacco dell’Inter. Park dava anche la possibilità di far avanzare Evra, che a nostro avviso è stato uno dei migliori nel primo tempo di San Siro. Contromossa di Mourinho nel secondo tempo: fuori l’imbarazzante Rivas e dentro Cordoba, che ha dato più stabilità alla difesa e ha permesso a Cambiasso di non fare il difensore centrale aggiunto. Spostamento quindi di Javier Zanetti sulla destra per dare una mano a Maicon e soprattutto per arginare le avanzate del laterale francese del Manchester United. Prima abbiamo fatto riferimento al calcio totale olandese, ma sicuramente l’importanza dei laterali di difesa in grado di attaccare era stata evidenziata molto prima. Alcuni prendono ad esempio il Brasile del 1958 con il suo schema 4-2-4, ma quando si parla di tattiche e storia ovviamente tutto è molto opinabile. Quello che ci preme sottolineare - e lo fa ovviamente anche Wilson nel suo articolo - è che in sede di calciomercato oltre a scatenarsi sui vari Messi, Ribery, Rooney e Fernando Torres, un occhio di riguardo lo si dovrebbe dare anche a giocatori come Lahm, Anyukov, Evra e Dani Alves, che potrebbero risolvere problemi a più di una squadra trasformando in campioni centrocampisti e attaccanti con qualità normali. Poi il marketing editoriale, a tutte le latitudini, impone di fare i titoli su chi ha deviato il pallone in gol sulla linea di porta con lo stinco. Più grave è che questo calciomercato da figurine sia nella mentalità anche di tanti dirigenti: quante volte abbiamo letto dichiarazioni del tipo 'noi quella cifra per un difensore non la spendiamo'?
ferratoluca@hotmail.com
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)
Flash di una mattina
di Stefano OlivariPomeriggi coreani che corrispondevano a tante mattine italiane, vissute facendo la guardia al bidone con l'attenzione fissa su Capodistria e sulle telecronache di Rino Tommasi. Aspettando il giorno dopo su Repubblica (si compravano i giornali in base alle firme e non all'ultimo prosciutto allegato, ma non veniva considerata una scelta snob) i commenti di Mario Fossati, un grandissimo su cui si sta giustamente facendo una tesi di laurea. Per questo Giovanni Parisi ci rimarrà nel cuore al di là delle altre volte in cui da coetanei lo abbiamo incrociato come spettatori di trionfi e delusioni o come banali intervistatori. La squadra azzurra per Seul 1988 è di livello inferiore a quella di Los Angeles ma comunque ambiziosa: Parisi che è il grande favorito per l'oro nei piuma, il sardo Mannai, il crotonese Campanella, Gaudiano, Magi, Mastrodonato e soprattutto la grande speranza dei medi junior Vincenzo Nardiello. Nel primo turno un Parisi debilitato (per rientrare nei 57 chili ha dovuto perdere sei chili in poche settimane) asfalta un pugile di Taipei, poi il fortissimo sovietico Kazaryan e nei quarti passeggia contro l'israeliano Shmuel. In semifinale invece del sudcoreano toccato a Nardiello nei quarti (lo scomposto Park-Si-Hun, al quale regalano la vittoria: l'allora segretario del CONI Pescante che lo abbraccia gridando 'ladri, ladri' è una delle immagini memorabili di quella Olimpiade), trova il temibile Achik: non lo fa arrivare al secondo round, ma deve ringraziare anche un metacarpo lussato del marocchino. Finale con il romeno Daniel Dumitrescu, che un anno prima ha vinto il confronto diretto, risolta alla grande (alla Flash, viene da dire) con un gancio sinistro alla prima ripresa, dopo un minuto e quaranta secondi. In prima fila si nota Angelo Dundee, guida tecnica e spirituale di alcuni grandissimi (da Clay-Alì a Ray Sugar Leonard, ancora qualche mese fa era consigliere di Oscar De La Hoya). L'Olimpiade è trasmessa in chiaro anche oggi, ma a mancare dai radar del telespettatore medio del 2009 è una visione completa di quanto accade durante i quattro anni: quanti bambini di famiglie 'no Sky' hanno visto una partita di Federer o un'azione di LeBron James? Ma ridurre tutto alla tivù è...riduttivo, esistendo il web e vari altri modi di informarsi: diciamo che alcuni sport si sono venduti meglio o semplicemente erano (sono) più funzionali al controllo sociale: quale demente rovescerebbe cassonetti per un verdetto contro Nardiello? Mentre per la squadra che rappresenta l'onore dei maschi del paese...Oggi sfideremmo un medio lettore della Gazzetta a citare dieci pugili del presente, non necessariamente italiani, convinti di vincere quasi sempre la scommessa. Ci dispiace per la boxe, ci dispiace per Parisi.
Ubriacatevi ma fatelo a Manchester
di Stefano OlivariLo stato di diritto, ma anche quello di rovescio, vince ancora. L'ottima Cassazione ha infatti accolto il ricorso di un ultrà della Roma, il 34enne Andrea, contro la decisione del Questore della Capitale di imporgli per tre anni di passare in commissariato in concomitanza delle partite. Insomma, il Daspo. Il tifoso era stato arrestato a Manchester nell'ottobre 2007 per ubriachezza molesta nei pressi dell'Old Trafford poco prima di Manchester United-Roma, ed inoltre sulla sua fusoliera questo barone (giallo)rosso aveva anche un'altra tacca di prestigio: un Daspo del 2001, merito dell'allora Questore di Perugia. Accogliendo il ricorso dell'ultrà, la Cassazione è entrata nel merito delle disposizioni sul Daspo: ''Non configurano propriamente una condizione di reciprocità, ma statuiscono semplicemente alcune norme unilaterali che estendono il Daspo disposto da questori italiani alle manifestazioni sportive che si svolgono nel resto dell'Unione europea, e conferiscono alle corrispondenti autorità di polizia europee un potere di Daspo per le manifestazioni sportive italiane. È evidente che un questore nazionale non ha competenza territoriale per disporre divieti di accesso e prescrizioni di comparizione per episodi di violenza sportiva commessi all'estero. La semplice ubriachezza molesta non rientra in alcuno dei presupposti che giustificano il divieto di accesso agli stadi e l'obbligo di comparizione''. In italiano significa che puoi fare il cretino (come in questo caso specifico) o teoricamente il delinquente (nella sentenza si parla esplicitamente di 'violenza') all'estero senza pagarne le conseguenze in patria.
Il pianeta Vega
di Stefano Olivari1. Che fine ha fatto Ramon Vega, per pochi mesi nel 1996-97 difensore del Cagliari? Se lo chiede Paolo. Dopo quattro stagioni al Tottenham, una buona e tre da comparsa, lo svizzero (fra l'altro lanciato in nazionale da Roy Hodgson e presente ad Euro 1996, dove però in panchina c'era Artur Jorge) classe 1971 dopo annate nel Celtic e nel Watford ha chiuso con il calcio professionistico nella B francese, con il Creteil nel 2003. Dopo avere aperto varie scuole di calcio (quella di maggior successo a Marbella) ed avere provato a fare il procuratore sia in proprio che in società con altri, adesso fa l'imprenditore a 360 gradi. Cosa che vuol dire tutto e niente: in pratica qualche anno fa ha fondato il Duet Group, azienda che si occupa di private equity (tutto e niente, appunto), mentre più recente è la passione per gli alberghi. Con un'altra azienda si occupa infatti di acquisizione e gestione proprio di hotel e affini: uno dei colpi è stato la gestione del 'Le Rosalp' a Verbier, in Svizzera (Vallese). Indagine facile perché un mese fa tutti i quotidiani inglesi hanno parlato della vita di Vega, che sarebbe stato a capo di una cordata per rilevare il Portsmouth da Gaydamak. Con un'offerta (pare di un milione di sterline) definita da Peter Storrie, presidente-manager della società, 'The biggest joke I've ever seen'.
2. E Nenad Sakic, coetaneo di Vega e curiosità di Angyair? Il difensore serbo, che da noi arrivò a Lecce prima di giocare cinque stagioni e spiccioli nella Sampdoria, ha chiuso la carriera nel 2006 nella squadra dove è cresciuto prima di andare alla Stella Rossa, il Napredac di Krusevac. Quasi subito è diventato direttore sportivo della società, che nel frattempo è stata ripescata nella massima divisione serba a causa di un fallimento, e dallo scorso dicembre ne è anche diventato l'allenatore prendendo il posto dell'esonerato Skoro (non quello del Toro).
3. Transumante vorrebbe sapere di Philemon Masinga, attaccante sudafricano indimenticabile nei Bafana Bafana che vinsero la Coppa d'Africa giocata in casa nel 1996 e dimenticabile in altre sue versioni: quella del Leeds, del San Gallo e della Salernitana, mentre nelle prime due stagioni a Bari fece molto bene (soprattutto in coppia con Osmanovski). Dopo la chiusura araba ad inizio millennio è tornato in Sudafrica, dove fra le varie attività (è fra i testimonial del Mondiale 2010, insieme a Mark Fish e ad altri della sua epoca, oltre ad essere ricordato come uno degli eroi della qualificazione a quello del 1998) si occupa della sua Academy: sessanta ragazzi dai 10 ai 17 anni, quasi tutti provenienti dal Nord Ovest del paese.
(in esclusiva per Indiscreto)
P.S. Poche regole per le richieste: a) Giocatori della storia recente, dalla tivù a colori in avanti; b) Almeno una presenza nella nostra serie A; c) Massimo una richiesta a persona; d) Possibilmente persone fuori da Wikipedia, se no sono capaci tutti; e) Tutte le segnalazioni nei commenti a questo post, se no ce le dimentichiamo.
Perchè ha vinto il Bayern
di Alec Cordolcini3.9 miliardi di euro. E’ sufficiente questa cifra-record, riferita alla somma dei fatturati 2008 dei venti club più ricchi d’Europa, per capire che la macchina da soldi del pallone funziona a pieno regime a dispetto della crisi. La quale, come nella vita di tutti i giorni, colpisce più duramente le fasce medio-basse della società. Accade lo stesso anche nel calcio; da un lato un piccolo esercito di pochi eletti che incassano (e spendono) denaro a fiumi, dall’altro decine di club con l’acqua alla gola. In questo articolo ci occupiamo dei primi. Grazie alla puntuale analisi Deloitte, ecco le radici del business dei ricconi d’Europa.
Real Madrid. Le merengues hanno fatto poker. Per il quarto anno consecutivo sono loro il club più ricco d’Europa e di conseguenza del mondo. Poco galactici in campo, molto nel portafoglio. Più 15 milioni di fatturato rispetto al 2007, più 180 dal 2002. Sponsor e capacità commerciale con pochi eguali i catalizzatori primari di questa costante ascesa. Alla luce però della crisi economica che ha portato alla bancarotta il main sponsor BenQ Mobile, e terminata l’onda lunga dell’effetto Beckham, lo scenario potrebbe presto cambiare. Perché l’appeal mediatico dei vari Higuain, Huntelaar e Robben non vale un decimo di quello dell’inglese.
Manchester United. E’ tutto oro quel che luccica nel 2008 dei Red Devils; Premier League, Champions, Mondiale per club, più un fatturato cresciuto di 10 milioni. Nessuno come lo United ricava di più dai “matchday”: i 76mila posti dell’Old Trafford e l’aumento dei prezzi per i biglietti hanno portato nelle casse 128 milioni. Inoltre sono arrivati nuovi accordi milionari con la Telecom saudita, la svizzera Hublot (orologi) e l’americana Budweiser (birra). Nel 2010 scadrà il contratto con il main sponsor AIG. Trovare un nuovo partner non sarà però impresa particolarmente difficile.
Barcellona. Per la prima volta oltre i 300 milioni di incassi. A dispetto della stagione di transizione (deludente terzo posto nella Liga) sono cresciuti in egual misura i ricavi derivanti dai diritti televisivi (la cui vendita in Spagna non è collettiva), quelli commerciali e quelli sportivi. I nuovi contratti con MediaPro e Nike porteranno gli azulgrana ancora più in alto nella classifica Deloitte. Imminente inoltre lo sbarco nella MLS americana con la costituzione a Miami di una nuova franchigia in collaborazione con un imprenditore boliviano. Se poi arriva anche la Champions…
Bayern Monaco. Più forte dei rovesci sportivi. Nonostante la mancata partecipazione alla scorsa Champions League (perfettamente visibile nei “soli” 49 milioni di euro ricavati dai diritti-tv) i bavaresi hanno incrementato il proprio fatturato di 72 milioni. Nessuno nel 2008 è riuscito a fare meglio. Due i segreti: Luca Toni e Franck Ribery, una manna per il merchandising, e l’acquisizione dell’intera proprietà dell’Allianz Arena, prima condivisa con i cugini del Monaco 1860. Tra sponsor, vendita prodotti ufficiali, sfruttamento dei diritti legati al nome dello stadio, visite guidate e catering, le entrate commerciali sono schizzate a 176.5 milioni. Meglio anche del Real Madrid.
Chelsea. Una società-Titanic sospesa sul ciglio di un baratro. L’analisi Deloitte si focalizza esclusivamente sulle entrate, e per i Blues da questo punto di vista non vi è nulla da eccepire. Il calo (-14 milioni) rispetto al 2007 è imputabile soprattutto alla perdita di potere d’acquisto della sterlina nei confronti dell’euro, mentre i proventi dai diritti-tv (98 milioni) e dalla biglietteria (91) sono tra i più alti d’Europa. Il problema è rappresentato delle spaventose perdite del club. Ma secondo il direttore generale Peter Kenyon entro la prossima stagione il club a livello finanziario sarà in grado di poter camminare con le proprie gambe.
Arsenal. Si sono quasi dissanguati i Gunners per l’Emirates Stadium, dovendo rinunciare a un ruolo da protagonisti sul mercato e accontentandosi di incamerare solo una FA Cup negli ultimi quattro anni. Il risultato però è un impianto che nel 2008 ha fruttato la bellezza di 119.5 milioni di euro tra biglietti e altri servizi offerti da un impianto multifunzionale che il tifoso/cliente può vivere 24 ore su 24 e sette giorni su sette. 50mila persone in lista di attesa per un abbonamento rappresentano una garanzia contro la crisi. Non esaltanti invece i risultati dal punto di vista commerciale, a dispetto della penetrazione nel mercato del Sudest asiatico.
Liverpool. Quarto club inglese nelle prime sette posizioni, a testimonianza del dominio Premier. Caso anomalo i Reds, che ricavano dalla biglietteria solo il 23% delle entrate totali. Mito e business non vanno d’accordo; Anfield Road è un impianto ormai datato, per questo è previsto per il 2011 un nuovo stadio da 60mila posti. Buone nuove invece sul fronte sponsorizzazioni: contratto prolungato con il partner storico Carlsberg, più 13 milioni di euro già garantiti per i prossimi anni da quattro nuovi subsponsor, tra cui Paddy Power (società di scommesse) e Thomas Cook (agenzia di viaggi).
Milan. Due posizioni perse rispetto al 2007, 19 milioni di fatturato in meno. E’ l’effetto negativo della mancata qualificazione alla Champions, ma non solo. Senza gli oltre 122 milioni garantiti dai diritti televisivi, seconda cifra più alta in assoluto dopo quella del Real Madrid, il fatturato stenterebbe ad arrivare ai 200 milioni. La politica dell’acquisto ad effetto per solleticare la piazza e i media mantiene alti i ricavi commerciali, ma il vero tallone d’Achille resta San Siro. 26.7 milioni incassati dalla biglietteria sono cifre da Psv Eindhoven. Che però ha almeno un terzo di tifosi in meno rispetto ai rossoneri.
Roma. Guadagna terreno la lupa grazie ai nuovi contratti con Wind e Kappa, conquistando due posizioni rispetto al 2007. Ma le perplessità sulla permanenza nel lungo periodo della società giallorossa in questa graduatoria rimangono intatte. Troppo alta è infatti l’incidenza dei diritti televisivi sul fatturato totale. Nel caso del club della capitale questa è pari al 60%, con tutte le incognite rappresentate dalla nuova ridiscussione di tali diritti prevista nel 2010. 36mila spettatori di media rappresentano inoltre una cifra troppo bassa per poter stare al passo con le prime della classe.
Inter. Fino a quattro anni fa i nerazzurri erano la testimonianza di come i soldi non siano sufficienti per vincere. Oggi invece certificano che non basta vincere per guadagnare. Il dominio sulla Serie A ha portato 188 milioni di fatturato nel 2006, 177 nel 2007, 173 lo scorso anno. Pesano le premature uscite dalla Champions League, così come entrate commerciali da club di centroclassifica in Bundesliga. La più grande e dolorosa spina nel fianco resta però, come nel caso del Milan, lo stadio. San Siro rende cento milioni meno dell’Old Trafford, 80 meno del Santiago Bernabeu e 41 meno dell’Allianza Arena. In Italia è tempo di costruire.
Juventus. “Tv-club of Europe”, dice Deloitte. Nessuno nel vecchio continente dipende tanto dai diritti televisivi (il 64 % del fatturato) quanto la Vecchia Signora, e nessuno incassa così poco (il 7%) dal proprio stadio. Non va comunque dimenticato che i bianconeri due stagioni fa giocavano in serie B, con le entrate crollate dai 231 milioni del 2006 ai 141 dell’anno successivo, per poi risalire parzialmente ai 168 del 2008. Il rientro nelle prime dieci posizioni appare però solo una questione di tempo. Il contratto di lunga durata (12 anni) stipulato con la società di marketing Sportfive per la costruzione di un nuovo impianto porterà infatti un minimo di 75 milioni nelle casse del club.
Olympique Lione. Stesso partner commerciale (Sportfive) della Juventus, per un totale di 28 milioni di euro da investire nel nuovo stadio, pronto a sostituire nel 2013 l’ormai poco redditizio (22 milioni) Stade de Gerland. E’ questa la via intrapresa dai pluricampioni di Francia per poter proseguire il trend economico positivo che dal 2004 ad oggi ha visto raddoppiare il fatturato. Tre scuole calcio di imminente apertura (in Nord Africa, Medio Oriente e Stati Uniti) potenzieranno il marchio.
Schalke 04. Una media di 63mila persone a partita, anche grazie ai costi “popolari” di biglietti e abbonamenti; tre sponsor di peso (Gazprom, Adidas e Veltins); un legame profondo con il territorio e il tessuto sociale locale; i quarti di finale di Champions raggiunti lo scorso anno. Si spiega così il balzo in avanti di tre posizioni del club. Ma il grigiore attuale porterà ad un ridimensionamento.
Tottenham Hotspur. Soldi e poco altro. In cima alla classifica dei flop di mercato, vicino al fondo di quella della Premier, gli Spurs si consolano finanziariamente con il lucroso contratto strappato al nuovo mainsponsor Mansion. Le potenzialità continuano a non mancare, soprattutto con un White Hart Lane che nel 2008 ha garantito 51 milioni di entrate. Bisogna però entrare in Champions.
Amburgo. Un piccolo miracolo gestionale. Quindicesimo posto senza gli introiti della Champions e con i diritti televisivi fermi al 22% del fatturato totale. Però è stato affittato il nome dello stadio alla HSH Nordbank per 4.5 milioni ed è stato cambiato il main sponsor (adesso è l’Emirates) con un triennale da 7 milioni annui. La florida economia locale della città anseatica ha fatto il resto.
Olympique Marsiglia. Per la prima volta sono stati superati i 100 milioni di fatturato, con tanti ringraziamenti ai diritti televisivi, soprattutto quelli dell’Uefa. Tornato competitivo in Europa, l’OM può inoltre contare su una media di 52mila spettatori a partita. Meglio del Lione, rispetto al quale però perde molto terreno dal punto di vista dell’appetibilità commerciale.
Newcastle United. Il peggior piazzamento in graduatoria degli ultimi otto anni. Colpa di una sterlina in picchiata, che ha trasformato 12 milioni di crescita in 4 milioni (di euro) di perdita. Evidente la crisi tecnica e di risultati, i Magpies si aggrappano ai 39 milioni dei diritti tv, ai 26 incamerati dagli sponsor Adidas e Northern Rock, e alla fedeltà della Toon Army.
Stoccarda. Il titolo nazionale conquistato dopo 15 anni di digiuno è alla base dell’exploit degli svevi. Dalla Champions sono arrivati introiti che hanno portato il fatturato a 112 milioni di euro, mentre dal lato sponsor è stato concluso con la Mercedes un contratto che fino al 2038 farà giocare lo Stoccarda nella Mercedes-Benz Arena. Sportivamente però è difficile ripetersi.
Fenerbahce. Primo club turco della storia ad entrare nella top 20 dei più ricchi d’Europa, e unica società in classifica non appartenente ai cinque grandi campionati. Quarti di Champions, sostanziosi contratti con Avea e Adidas, 42mila persone in media al Sukru Saracoglu, merchandising e sponsor che garantiscono oltre il 50% del fatturato. Sul campo Aragones sta distruggendo quello che Zico ha costruito, senza per questo intaccare il potenziale commerciale del club di Istanbul.
Manchester City. I nuovi contratti con la tv inglese e la redditizia partnership con Le Coq Sportif rendono felici le casse dei Citizens, in attesa di verificare nel medio periodo l’incidenza degli investitori di Abu Dhabi. L’obiettivo è quello di diventare il club più ricco del mondo; per ora il City è quello con le maggiori disponibilità sul mercato. Prima però servirebbe un serio progetto tecnico-sportivo. E quello non lo si può comprare.
Real Madrid. Le merengues hanno fatto poker. Per il quarto anno consecutivo sono loro il club più ricco d’Europa e di conseguenza del mondo. Poco galactici in campo, molto nel portafoglio. Più 15 milioni di fatturato rispetto al 2007, più 180 dal 2002. Sponsor e capacità commerciale con pochi eguali i catalizzatori primari di questa costante ascesa. Alla luce però della crisi economica che ha portato alla bancarotta il main sponsor BenQ Mobile, e terminata l’onda lunga dell’effetto Beckham, lo scenario potrebbe presto cambiare. Perché l’appeal mediatico dei vari Higuain, Huntelaar e Robben non vale un decimo di quello dell’inglese.
Manchester United. E’ tutto oro quel che luccica nel 2008 dei Red Devils; Premier League, Champions, Mondiale per club, più un fatturato cresciuto di 10 milioni. Nessuno come lo United ricava di più dai “matchday”: i 76mila posti dell’Old Trafford e l’aumento dei prezzi per i biglietti hanno portato nelle casse 128 milioni. Inoltre sono arrivati nuovi accordi milionari con la Telecom saudita, la svizzera Hublot (orologi) e l’americana Budweiser (birra). Nel 2010 scadrà il contratto con il main sponsor AIG. Trovare un nuovo partner non sarà però impresa particolarmente difficile.
Barcellona. Per la prima volta oltre i 300 milioni di incassi. A dispetto della stagione di transizione (deludente terzo posto nella Liga) sono cresciuti in egual misura i ricavi derivanti dai diritti televisivi (la cui vendita in Spagna non è collettiva), quelli commerciali e quelli sportivi. I nuovi contratti con MediaPro e Nike porteranno gli azulgrana ancora più in alto nella classifica Deloitte. Imminente inoltre lo sbarco nella MLS americana con la costituzione a Miami di una nuova franchigia in collaborazione con un imprenditore boliviano. Se poi arriva anche la Champions…
Bayern Monaco. Più forte dei rovesci sportivi. Nonostante la mancata partecipazione alla scorsa Champions League (perfettamente visibile nei “soli” 49 milioni di euro ricavati dai diritti-tv) i bavaresi hanno incrementato il proprio fatturato di 72 milioni. Nessuno nel 2008 è riuscito a fare meglio. Due i segreti: Luca Toni e Franck Ribery, una manna per il merchandising, e l’acquisizione dell’intera proprietà dell’Allianz Arena, prima condivisa con i cugini del Monaco 1860. Tra sponsor, vendita prodotti ufficiali, sfruttamento dei diritti legati al nome dello stadio, visite guidate e catering, le entrate commerciali sono schizzate a 176.5 milioni. Meglio anche del Real Madrid.
Chelsea. Una società-Titanic sospesa sul ciglio di un baratro. L’analisi Deloitte si focalizza esclusivamente sulle entrate, e per i Blues da questo punto di vista non vi è nulla da eccepire. Il calo (-14 milioni) rispetto al 2007 è imputabile soprattutto alla perdita di potere d’acquisto della sterlina nei confronti dell’euro, mentre i proventi dai diritti-tv (98 milioni) e dalla biglietteria (91) sono tra i più alti d’Europa. Il problema è rappresentato delle spaventose perdite del club. Ma secondo il direttore generale Peter Kenyon entro la prossima stagione il club a livello finanziario sarà in grado di poter camminare con le proprie gambe.
Arsenal. Si sono quasi dissanguati i Gunners per l’Emirates Stadium, dovendo rinunciare a un ruolo da protagonisti sul mercato e accontentandosi di incamerare solo una FA Cup negli ultimi quattro anni. Il risultato però è un impianto che nel 2008 ha fruttato la bellezza di 119.5 milioni di euro tra biglietti e altri servizi offerti da un impianto multifunzionale che il tifoso/cliente può vivere 24 ore su 24 e sette giorni su sette. 50mila persone in lista di attesa per un abbonamento rappresentano una garanzia contro la crisi. Non esaltanti invece i risultati dal punto di vista commerciale, a dispetto della penetrazione nel mercato del Sudest asiatico.
Liverpool. Quarto club inglese nelle prime sette posizioni, a testimonianza del dominio Premier. Caso anomalo i Reds, che ricavano dalla biglietteria solo il 23% delle entrate totali. Mito e business non vanno d’accordo; Anfield Road è un impianto ormai datato, per questo è previsto per il 2011 un nuovo stadio da 60mila posti. Buone nuove invece sul fronte sponsorizzazioni: contratto prolungato con il partner storico Carlsberg, più 13 milioni di euro già garantiti per i prossimi anni da quattro nuovi subsponsor, tra cui Paddy Power (società di scommesse) e Thomas Cook (agenzia di viaggi).
Milan. Due posizioni perse rispetto al 2007, 19 milioni di fatturato in meno. E’ l’effetto negativo della mancata qualificazione alla Champions, ma non solo. Senza gli oltre 122 milioni garantiti dai diritti televisivi, seconda cifra più alta in assoluto dopo quella del Real Madrid, il fatturato stenterebbe ad arrivare ai 200 milioni. La politica dell’acquisto ad effetto per solleticare la piazza e i media mantiene alti i ricavi commerciali, ma il vero tallone d’Achille resta San Siro. 26.7 milioni incassati dalla biglietteria sono cifre da Psv Eindhoven. Che però ha almeno un terzo di tifosi in meno rispetto ai rossoneri.
Roma. Guadagna terreno la lupa grazie ai nuovi contratti con Wind e Kappa, conquistando due posizioni rispetto al 2007. Ma le perplessità sulla permanenza nel lungo periodo della società giallorossa in questa graduatoria rimangono intatte. Troppo alta è infatti l’incidenza dei diritti televisivi sul fatturato totale. Nel caso del club della capitale questa è pari al 60%, con tutte le incognite rappresentate dalla nuova ridiscussione di tali diritti prevista nel 2010. 36mila spettatori di media rappresentano inoltre una cifra troppo bassa per poter stare al passo con le prime della classe.
Inter. Fino a quattro anni fa i nerazzurri erano la testimonianza di come i soldi non siano sufficienti per vincere. Oggi invece certificano che non basta vincere per guadagnare. Il dominio sulla Serie A ha portato 188 milioni di fatturato nel 2006, 177 nel 2007, 173 lo scorso anno. Pesano le premature uscite dalla Champions League, così come entrate commerciali da club di centroclassifica in Bundesliga. La più grande e dolorosa spina nel fianco resta però, come nel caso del Milan, lo stadio. San Siro rende cento milioni meno dell’Old Trafford, 80 meno del Santiago Bernabeu e 41 meno dell’Allianza Arena. In Italia è tempo di costruire.
Juventus. “Tv-club of Europe”, dice Deloitte. Nessuno nel vecchio continente dipende tanto dai diritti televisivi (il 64 % del fatturato) quanto la Vecchia Signora, e nessuno incassa così poco (il 7%) dal proprio stadio. Non va comunque dimenticato che i bianconeri due stagioni fa giocavano in serie B, con le entrate crollate dai 231 milioni del 2006 ai 141 dell’anno successivo, per poi risalire parzialmente ai 168 del 2008. Il rientro nelle prime dieci posizioni appare però solo una questione di tempo. Il contratto di lunga durata (12 anni) stipulato con la società di marketing Sportfive per la costruzione di un nuovo impianto porterà infatti un minimo di 75 milioni nelle casse del club.
Olympique Lione. Stesso partner commerciale (Sportfive) della Juventus, per un totale di 28 milioni di euro da investire nel nuovo stadio, pronto a sostituire nel 2013 l’ormai poco redditizio (22 milioni) Stade de Gerland. E’ questa la via intrapresa dai pluricampioni di Francia per poter proseguire il trend economico positivo che dal 2004 ad oggi ha visto raddoppiare il fatturato. Tre scuole calcio di imminente apertura (in Nord Africa, Medio Oriente e Stati Uniti) potenzieranno il marchio.
Schalke 04. Una media di 63mila persone a partita, anche grazie ai costi “popolari” di biglietti e abbonamenti; tre sponsor di peso (Gazprom, Adidas e Veltins); un legame profondo con il territorio e il tessuto sociale locale; i quarti di finale di Champions raggiunti lo scorso anno. Si spiega così il balzo in avanti di tre posizioni del club. Ma il grigiore attuale porterà ad un ridimensionamento.
Tottenham Hotspur. Soldi e poco altro. In cima alla classifica dei flop di mercato, vicino al fondo di quella della Premier, gli Spurs si consolano finanziariamente con il lucroso contratto strappato al nuovo mainsponsor Mansion. Le potenzialità continuano a non mancare, soprattutto con un White Hart Lane che nel 2008 ha garantito 51 milioni di entrate. Bisogna però entrare in Champions.
Amburgo. Un piccolo miracolo gestionale. Quindicesimo posto senza gli introiti della Champions e con i diritti televisivi fermi al 22% del fatturato totale. Però è stato affittato il nome dello stadio alla HSH Nordbank per 4.5 milioni ed è stato cambiato il main sponsor (adesso è l’Emirates) con un triennale da 7 milioni annui. La florida economia locale della città anseatica ha fatto il resto.
Olympique Marsiglia. Per la prima volta sono stati superati i 100 milioni di fatturato, con tanti ringraziamenti ai diritti televisivi, soprattutto quelli dell’Uefa. Tornato competitivo in Europa, l’OM può inoltre contare su una media di 52mila spettatori a partita. Meglio del Lione, rispetto al quale però perde molto terreno dal punto di vista dell’appetibilità commerciale.
Newcastle United. Il peggior piazzamento in graduatoria degli ultimi otto anni. Colpa di una sterlina in picchiata, che ha trasformato 12 milioni di crescita in 4 milioni (di euro) di perdita. Evidente la crisi tecnica e di risultati, i Magpies si aggrappano ai 39 milioni dei diritti tv, ai 26 incamerati dagli sponsor Adidas e Northern Rock, e alla fedeltà della Toon Army.
Stoccarda. Il titolo nazionale conquistato dopo 15 anni di digiuno è alla base dell’exploit degli svevi. Dalla Champions sono arrivati introiti che hanno portato il fatturato a 112 milioni di euro, mentre dal lato sponsor è stato concluso con la Mercedes un contratto che fino al 2038 farà giocare lo Stoccarda nella Mercedes-Benz Arena. Sportivamente però è difficile ripetersi.
Fenerbahce. Primo club turco della storia ad entrare nella top 20 dei più ricchi d’Europa, e unica società in classifica non appartenente ai cinque grandi campionati. Quarti di Champions, sostanziosi contratti con Avea e Adidas, 42mila persone in media al Sukru Saracoglu, merchandising e sponsor che garantiscono oltre il 50% del fatturato. Sul campo Aragones sta distruggendo quello che Zico ha costruito, senza per questo intaccare il potenziale commerciale del club di Istanbul.
Manchester City. I nuovi contratti con la tv inglese e la redditizia partnership con Le Coq Sportif rendono felici le casse dei Citizens, in attesa di verificare nel medio periodo l’incidenza degli investitori di Abu Dhabi. L’obiettivo è quello di diventare il club più ricco del mondo; per ora il City è quello con le maggiori disponibilità sul mercato. Prima però servirebbe un serio progetto tecnico-sportivo. E quello non lo si può comprare.
Alec Cordolcini
(per gentile concessione dell'autore, articolo in parte pubblicato sul Guerin Sportivo di settimana scorsa)
La lezione di Ulivieri
di Marco Lombardo

La prima volta che Helenio Herrera incontrò Nereo Rocco e il suo Padova esclamò: «Ma che calcio è questo?». Cosicché, una volta che l’Inter finì battuta 3-0, il Paròn rispose: «Roba fatta in casa, calcio da combattimento, el balon xe questo, caro il mio mago...». Con accento e ghigno su quel mago, ovviamente. Quel che è successo gli anni seguenti è materia di numerosi libri, perché la rivalità tra Herrera e Rocco ha fatto storia, tanto che ancora oggi viene presa ad esempio per raccontare la sfida verbale che ultimamente ha messo a confronto Mourinho e Ancelotti. È probabile insomma che - oggi come allora faceva HH - José abbia un po’ esagerato con quel «la dignità di un allenatore è quella di non farsi fare la formazione dal suo presidente», ma è altrettanto certo che la risposta di Carletto («Ditegli che con Berlusconi ho vinto due Champions da giocatore e due da viceallenatore...») era talmente di classe che avrebbe dovuto concludere la contesa. E invece no, perché ieri - a dimostrazione che il tecnico dell’Inter conosce i suoi polli e dunque sa anche come utilizzare i colleghi - ecco che si sono scatenati ulteriori commenti contro l’allenatore portoghese, tra i quali, ad esempio, quello di Roberto Donadoni che parla di un Mourinho «poco elegante e poco educato». Possibile, ma sinceramente di tutte le cose successe domenica la più ineducata e preoccupante resta l’aggressione ad Adriano Galliani da parte dei «soliti 50 che non rappresentano la città di Napoli» (chissà perché in questi casi sono sempre 50...). In pratica: quella di Mourinho era una battuta, infelice certo, ma come tale (vedi le parole di Beretta-Barnetta «almeno lui dice quel che pensa») andava presa, così come infatti ha fatto Ancelotti. E invece, nel totale sproloquio, si è pure sentito dire in tv dal presidente dell’associazione allenatori Ulivieri che José «ha pisciato fuori dal vaso». Letterale. Domanda: questa qui sì che è educazione?
(per gentile concessione dell'autore, fonte: il Giornale di oggi)
Il saluto di Hackett
di Stefano OlivariModesto punto della situazione dopo l'overdose di 49 (c'è stato anche il turno preliminare per definire l'avversaria di Louisville) partite dei primi due turni del torneo NCAA: 12 viste per intero religiosamente, favoriti dalla notte anti-seccatori, tutte le altre lavorando o attraverso highlights.
GIOVEDI' - Facili cavalcate per Duke e soprattutto per la Connecticut del malandato coach Calhoun. Emozionante partita fra LSU e Butler, con vittoria della squadra allenata da Trent Johnson grazie ad una terrificante prova di Marcus Thornton, giocatore dell'anno della SEC e go-to guy fisso in ogni situazione punto a punto con Butler, che ha pagato le cattive condizioni fisiche di Matt Howard. Un'orrenda UCLA salva per miracolo con VCU mentre la relativa sorpresa (ci diamo bacchettate sulle dita per non scrivere upset) è stata merito di Western Kentucky, su Illinois.
VENERDI' - La nostra favorita per la vittoria finale, Pittsburgh, ha fatto il minimo sindacale con East Tennessee State, mentre mille emozioni ha regalato, al di là dei due supplementari, la vittoria di Siena su Ohio State in una partita di fatto giocata in casa dei Buckeyes. Thad Matta, allenatore di Ohio State, si ricorderà per anni gli ultimi secondi del primo supplementare con i suoi sopra di tre punti. Dalla panchina urlava di fare fallo, sbracciandosi, per evitare il tiro da tre, ma i suoi non l'hanno ascoltato e così Ronald Moore ha regalato al mondo uno dei millecinquecento tiri destinati ad essere definiti 'the shot', con pareggio e vittoria al secondo supplementare. E' piaciuta la fisicità di USC contro Boston College, mentre l'Arizona del post Lute Olson (dimissioni lo scorso ottobre) ha esordito molto bene contro Utah.
SABATO - Tiratissima la sfida fra Duke e Texas, vinta con un'intensità che di solito non si riconosce ai Blue Devils: buonissima la difesa di Scheyer, Henderson, Singler e compagni, buone le percentuali nel tiro da fuori, discreti anche i recuperi nelle situazioni sporche. La squadra di coach K manca di mazzolatori, ma per la varietà di soluzioni se la può giocare con chiunque. Di North Carolina non hanno fatto notizia le vittorie, ma il recupero di Ty Lawson; contro LSU Hansbrough il solito combattente, ma come già si era visto durante la stagione ormai gli hanno preso le misure. Devastante Connecticut, atleticamente una squadra NBA, con Texas A & M, ma anche Villanova con UCLA non ha scherzato: con il grande Rollie Massimino (allenatore del titolo 1985, in finale sulla Georgetown di Pat Ewing) in tribuna gioco brutale in area e sporco in varie altre situazioni (criminale la gomitata che si è preso in bocca Darren Collison), buon tiro da tre e UCLA a casa. Il gioco duro è stato un po' una costante di questi primi turni, speriamo che il metro cambi per non vedere trattamenti come quello riservato da Michigan a Blake Griffin: sgambettato in contropiede, omaggiato di manate in faccia che lo hanno costretto a giocare con i tamponi nel naso, Barkley Due ha reagito con un'aggressività da fenomeno trascinando Oklahoma nelle Sweet Sixteeen con 33 punti, 14 rimbalzi e qualche botta restituita.
DOMENICA - Qualche patema per Pitino contro Siena, fatto dimenticare da difesa e fisico, e molti patemi per Pittsburgh con Oklahoma State: sottotono il centrone DeJuan Blair, nelle fasi decisive la situazione è stata presa in mano da Sam Young e soprattutto da Levance Fields, atleta non splendido (tarchiato, meno veloce delle guardie di prima fascia) ma con grande personalità. In omaggio a Daniel Hackett vista tutta la prevedibile, anche se la partita è stata equilibrata, uscita di USC contro Michigan State: l'azzurro (speriamo) pesarese ha preso più tiri forzati del solito anche a causa dell'ottima marcatura degli Spartans su Taj Gibson, ma l'uomo decisivo della partita è stato Travis Walton che da specialista difensivo si è trasformato per l'occasione in una specie di Dwight Howard (per una notte). La stella nativa di Compton DeMar DeRozan ha fatto il suo dalla media, ma ha difeso male rinunciando a qualche tiro da tre prendibile e sbagliandone qualcun altro: anche per questo Hackett (in campo per i soliti 40 minuti) davanti al padre Rudy (assistente di coach Floyd) ha chiuso, forse, la sua esperienza universitaria con una prova personale buona (13 punti, 5 assist, 3 recuperi) ed una sconfitta di squadra. Per come si era messa l'annata due mesi fa una buona chiusura, adesso Hackett pensa di rendersi disponibile per il draft: molto ottimisticamente può valere la metà del secondo giro, ma va detto che appena sotto le chiamate dei big la soggettività dei giudizi rende da bar qualsiasi congettura. Vista anche la passeggiata dei campioni di Kansas su Dayton, con un Cole Aldrich strapotente.
E ADESSO? - Da giovedì si riparte con semifinali e finali dei regional. Nella East Region (si gioca a Boston) Pittsburgh-Xavier ed un imperdibile Duke-Villanova (per noi le 4 del mattino di venerdì). Nel West (Glendale), Connecticut-Purdue e Missouri-Memphis. Venerdì le altre semifinali. Nel Midwest (Indianapolis) Louisville-Arizona e Michigan State-Kansas, nel South (Memphis) North Carolina-Gonzaga e Syracuse-Oklahoma. E' evidente che nelle Sedici l'intrusa è Arizona, ma solo a livello di seeding (12 nella sua parte di tabellone): la mano fatata di Nic Wise, la completezza di Chase Budinger ed i rimbalzi dinamici di Hill potrebbero dare fastidio a Louisville. Pronostico dopo il primo weekend: a Detroit vannno Pittsburgh, Connecticut, Kansas e Oklahoma. Appuntamento a martedì prossimo...
(in esclusiva per Indiscreto)
CALCIO TOTALE, di Alec CordolciniPerché ha vinto il Bayern - 3.9 miliardi di euro. E’ sufficiente questa cifra-record, riferita alla somma dei fatturati 2008 dei venti club più ricchi d’Europa, per capire che la macchina da soldi del pallone funziona a pieno regime a dispetto della crisi.
VUOTI A PERDERE, di Oscar Eleni
Sangue e Arina - Oscar Eleni dal Capo Berta dopo aver visto passare l’enfasi ciclistica della Milano-Sanremo, dopo aver cercato l’onda per allontanarsi dal brutto imbroglio della ripetizione di una partita per errore arbitrale, errore dei cronometristi, errore in generale.
SVEGLIARINO, di Stefano Olivari
Burattini senza fili - Una notizia letta e sentita da più parti non deve per forza essere vera, però questa del presidente di Lega lobbista presso Governo e ministero dell'Interno è purtroppo verosimile. Non è tanto questione di Matarrese sì-Matarrese no (l'ex deputato DC con un carpiato alla Louganis si sta riposizionando: chi se ne frega di Grosseto e Albinoleffe...) all'elezione del 31 marzo, ma di linea.
LIBRI
E poi li chiamano brand, di Igor Vazzaz - Non è un mistero che il calcio attragga appassionati di ogni tipo, ceto sociale e livello culturale; anzi, è questa una delle sue caratteristiche più interessanti.
NOVITA'
Cialtrocalcio - Prossimamente su questi schermi una videorubrica a cui pensavamo da tanto tempo, basata sulla distanza fra la realtà calcistica italiana e quello che appare sui media.
IN THE BOX, di Luca Ferrato
Cara vecchia Superlega - Martedì 17 marzo il bisettimanale francese France Football è uscito con una boutade in prima pagina: “I piani segreti della Superlega europea”. Niente di nuovo all’orizzonte, verrebbe da dire.
VUOTI A PERDERE, di Oscar Eleni
Mondo fluttuante - Oscar Eleni dal mondo fluttuante del maestro Hiroshige nell’accademia delle arti alle Hawaii perché non bastano le opere esposte a Roma per toglierci la sete, la voglia di stare in un posto dove esiste ancora acqua limpida, un bel prato, dove puoi sdraiarti sull’erba e maledire, come diceva il Celentano, chi ha deciso di liberare le licenze per cementificare tutto, per sparare a tutto. Un quadro di Hiroshige per sentire il suono vibrato del sassofono di Charlie Yelverton nel suo miglio verde, andatavelo a leggere sul Giornale, per ascoltare le storie vere e quelle finte del basket italiano dove devi essere della vecchia scuola, come dicono i dottori delle nuove bibbie, per farti una domanda che in questo momento stordisce gli aquilotti Fortitudo e tutti quelli che sperano davvero di vederli salvi: come mai il migliore in campo è sempre l’ultimo arrivato? (continua)
RADIO OLANDA, di Alec Cordolcini
Debiti d'identità - Qualche appassionato di campionati nordici e di favole calcistiche ricorderà con piacere l’avventura dell’Assiryska, la squadra svedese rappresentante della comunità assira nella terra di re Carlo XVI Gustavo che nel 2003 riuscì ad arrivare a giocarsi la finale di coppa di Svezia, poi persa contro l’Elfsborg. (continua)
Sangue e Arina - Oscar Eleni dal Capo Berta dopo aver visto passare l’enfasi ciclistica della Milano-Sanremo, dopo aver cercato l’onda per allontanarsi dal brutto imbroglio della ripetizione di una partita per errore arbitrale, errore dei cronometristi, errore in generale.
SVEGLIARINO, di Stefano Olivari
Burattini senza fili - Una notizia letta e sentita da più parti non deve per forza essere vera, però questa del presidente di Lega lobbista presso Governo e ministero dell'Interno è purtroppo verosimile. Non è tanto questione di Matarrese sì-Matarrese no (l'ex deputato DC con un carpiato alla Louganis si sta riposizionando: chi se ne frega di Grosseto e Albinoleffe...) all'elezione del 31 marzo, ma di linea.
LIBRI
E poi li chiamano brand, di Igor Vazzaz - Non è un mistero che il calcio attragga appassionati di ogni tipo, ceto sociale e livello culturale; anzi, è questa una delle sue caratteristiche più interessanti.
NOVITA'
Cialtrocalcio - Prossimamente su questi schermi una videorubrica a cui pensavamo da tanto tempo, basata sulla distanza fra la realtà calcistica italiana e quello che appare sui media.
IN THE BOX, di Luca Ferrato
Cara vecchia Superlega - Martedì 17 marzo il bisettimanale francese France Football è uscito con una boutade in prima pagina: “I piani segreti della Superlega europea”. Niente di nuovo all’orizzonte, verrebbe da dire.
VUOTI A PERDERE, di Oscar Eleni
Mondo fluttuante - Oscar Eleni dal mondo fluttuante del maestro Hiroshige nell’accademia delle arti alle Hawaii perché non bastano le opere esposte a Roma per toglierci la sete, la voglia di stare in un posto dove esiste ancora acqua limpida, un bel prato, dove puoi sdraiarti sull’erba e maledire, come diceva il Celentano, chi ha deciso di liberare le licenze per cementificare tutto, per sparare a tutto. Un quadro di Hiroshige per sentire il suono vibrato del sassofono di Charlie Yelverton nel suo miglio verde, andatavelo a leggere sul Giornale, per ascoltare le storie vere e quelle finte del basket italiano dove devi essere della vecchia scuola, come dicono i dottori delle nuove bibbie, per farti una domanda che in questo momento stordisce gli aquilotti Fortitudo e tutti quelli che sperano davvero di vederli salvi: come mai il migliore in campo è sempre l’ultimo arrivato? (continua)
RADIO OLANDA, di Alec Cordolcini
Debiti d'identità - Qualche appassionato di campionati nordici e di favole calcistiche ricorderà con piacere l’avventura dell’Assiryska, la squadra svedese rappresentante della comunità assira nella terra di re Carlo XVI Gustavo che nel 2003 riuscì ad arrivare a giocarsi la finale di coppa di Svezia, poi persa contro l’Elfsborg. (continua)
BASKETBILIA, di Flavio Suardi
BLACK & BARRY - Il 23 marzo compie 54 anni Moses Malone, hall of famer 2001 ed inserito nella lista dei migliori 50 giocatori Nba del primo cinquantennio della lega. Ne compie 36 Jason Kidd, due volte oro olimpico e prossimo ai 10.000 assist nella lega. Ne compie 49 il 24 marzo, l’ex varesino Larry Micheaux, in compagnia del milanese Jobey Thomas e del faro dei Toronto Raptors Chris Bosh.
BASKET QUOTIDIANO
Il saluto di Hackett - Modesto punto della situazione dopo l'overdose di 49 (c'è stato anche il turno preliminare per definire l'avversaria di Louisville) partite dei primi due turni del torneo NCAA: 12 viste per intero religiosamente, favoriti dalla notte anti-seccatori, tutte le altre lavorando o attraverso highlights.
Il saluto di Hackett - Modesto punto della situazione dopo l'overdose di 49 (c'è stato anche il turno preliminare per definire l'avversaria di Louisville) partite dei primi due turni del torneo NCAA: 12 viste per intero religiosamente, favoriti dalla notte anti-seccatori, tutte le altre lavorando o attraverso highlights.
DOVE SONO ADESSO
Il dolce Amarildo - Tutti i quarantenni di questo sito ricordano benissimo le gesta di Amarildo, il possente centravanti brasiliano che dal 1989 al 1992 fece discrete cose con Lazio e Cesena.
FILM - In fondo al pozzo.
Qualche giorno fa abbiamo rivisto 'Maradona, la mano de Dios', il film di Marco Risi sulla vita del calciatore più forte di tutti i tempi (o giù di lì). (continua)
LA PROSSIMA PUNTATA
Chi segna vince - Se i bookmaker rendessero pubbliche le loro statistiche private di sicuro molti scommettitori giocherebbero in maniera diversa. Quanti di noi, puntando ‘live’, si sono fatti ingolosire dalla quota su pareggio o vittoria della squadra in quel momento in svantaggio nonostante un gioco migliore?
INTERESSANTE
Kraft, ragionamenti buoni dal mondo. Di Roberto Gotta. Il sistema dello sport professionistico americano presenta qualche difettuccio, ma nel suo complesso è perfetto, se si ama lo sport in sé e non si è solo tifosi. Come noto, tutto è strutturato in modo che ci sia uguaglianza competitiva e di mezzi tra le squadre, lasciando che siano gli uomini con le loro decisioni, non i soldi, a fare la differenza.
Il dolce Amarildo - Tutti i quarantenni di questo sito ricordano benissimo le gesta di Amarildo, il possente centravanti brasiliano che dal 1989 al 1992 fece discrete cose con Lazio e Cesena.
FILM - In fondo al pozzo.
Qualche giorno fa abbiamo rivisto 'Maradona, la mano de Dios', il film di Marco Risi sulla vita del calciatore più forte di tutti i tempi (o giù di lì). (continua)
LA PROSSIMA PUNTATA
Chi segna vince - Se i bookmaker rendessero pubbliche le loro statistiche private di sicuro molti scommettitori giocherebbero in maniera diversa. Quanti di noi, puntando ‘live’, si sono fatti ingolosire dalla quota su pareggio o vittoria della squadra in quel momento in svantaggio nonostante un gioco migliore?
INTERESSANTE
Kraft, ragionamenti buoni dal mondo. Di Roberto Gotta. Il sistema dello sport professionistico americano presenta qualche difettuccio, ma nel suo complesso è perfetto, se si ama lo sport in sé e non si è solo tifosi. Come noto, tutto è strutturato in modo che ci sia uguaglianza competitiva e di mezzi tra le squadre, lasciando che siano gli uomini con le loro decisioni, non i soldi, a fare la differenza.
La lezione di Ulivieri, di Marco Lombardo - La prima volta che Helenio Herrera incontrò Nereo Rocco e il suo Padova esclamò: «Ma che calcio è questo?». Cosicché, una volta che l’Inter finì battuta 3-0, il Paròn rispose: «Roba fatta in casa, calcio da combattimento, el balon xe questo, caro il mio mago...».
Citando con giudizio, di Jvan Sica - “Storie di pallone e bicicletta” è una raccolta di articoli che Carlo Martinelli ha scritto per diverse testate e per svariati motivi: ricordare un personaggio dello sport, commentare un evento sportivo, farci conoscere una vicenda del caso.
Quarant'anni e sentirli, di Carlo Tecce - C’era lei e c’erano i suoi figli, quarant’anni fa, quando Giuliano Taccola, attaccante della Roma, moriva nello spogliatoio Amsicora di Cagliari.
Citando con giudizio, di Jvan Sica - “Storie di pallone e bicicletta” è una raccolta di articoli che Carlo Martinelli ha scritto per diverse testate e per svariati motivi: ricordare un personaggio dello sport, commentare un evento sportivo, farci conoscere una vicenda del caso.
Quarant'anni e sentirli, di Carlo Tecce - C’era lei e c’erano i suoi figli, quarant’anni fa, quando Giuliano Taccola, attaccante della Roma, moriva nello spogliatoio Amsicora di Cagliari.
Black & Barry
di Flavio SuardiCi sono certe settimane nel corso di un anno che ci si affretta a definire particolari. E allora che dire di questa che va a cominciare proprio il 23 marzo? Ecco a voi: il 23 marzo compie 54 anni Moses Malone, hall of famer 2001 ed inserito nella lista dei migliori 50 giocatori Nba del primo cinquantennio della lega. Ne compie 36 Jason Kidd, due volte oro olimpico e prossimo ai 10.000 assist nella lega. Ne compie 49 il 24 marzo, l’ex varesino Larry Micheaux, in compagnia del milanese Jobey Thomas e del faro dei Toronto Raptors Chris Bosh. Mercoledì 25 tocca ad un idolo dei tifosi varesini, Charles Pittman (51). Con lui, avrebbe compiuto 47 anni anche Fernando Martin, se un pauroso incidente non se lo fosse portato via nel 1989 quando aveva alle spalle già una stagione Nba e tante annate nel Real Madrid. 47 anni li compie mercoledì anche Leon Wood, ex Varese e Caserta, oro alle Olimpiadi del 1984 con la nazionale Usa e ora uno dei più apprezzati arbitri Nba. 44 anni il 25 marzo anche per Avery Johnson, allenatore dei Dallas Mavericks fino all’anno scorso, oltre che playmaker campione Nba con San Antonio nel 1999. Auguri anche a Dale Davis, ex Indiana, Detroit e Portland, che il 25 marzo compie 40 anni. Tra i tanti auguri, uno speciale, davvero. Che Marco Belinelli, 23 anni mercoledì, trovi al più presto una squadra con un allenatore meno schizofrenico di Don Nelson…Giovedì tocca a John Stockton (47), inutile elencarne la carriera, basta andare davanti al Delta Center di Salt Lake City, per trovare un monumento che lo raffigura…Perdonate se rammentiamo ai tifosi napoletani che il 26 marzo compie 47 anni anche l’ormai insegnante texano Uwe Blab…43 anni il 27 marzo per l’ex virtussino Zarko Paspalj, che non va ricordato solo per quelle 12 partite ma anche per, tra le altre cose, due argenti olimpici, un titolo di campione del mondo, tre titoli europei e un bronzo continentale con la nazionale jugoslava. Chiusura in grande stile con il weekend. Sabato: Jerry Sloan (67) da 21 stagioni e oltre 1000 vittorie con Utah. Rick Barry (65), hall of famer del 1986 e inserito nei migliori 50 giocatori di tutti i tempi. 59 anni per Chuck Jura, per il quale il direttore di Indiscreto ha pianto, 48 per l’ex Lakers Byron Scott, coach of the year nel 2008, mentre l’ex reggino Sasha Volkov ne compie oggi 45. Per lui, tra l’altro, un titolo olimpico e uno europeo con l’ex URSS. Domenica 29: 65 anni per l’ex arbitro e candidato alla Hall of Fame FIBA Kostas Rigas, un anno in meno per il bicampione Nba con New York Walt Frazier. Di lui si ricordano i 36 punti con 19 assist in gara6 della finale del 1970, oltre al cappello portato alla Warren Beatty in Gangster Story (1967). Ci scuseranno Igor Rakocevic (31), il baffuto 42enne Ainars Bagatskis, l’ex centro di Pesaro Robert Archibald (29) e tutti quelli di cui ci siamo fatalmente dimenticati…
(in esclusiva per Indiscreto)
Sangue e Arina
di Oscar EleniOscar Eleni dal Capo Berta dopo aver visto passare l’enfasi ciclistica della Milano-Sanremo, dopo aver cercato l’onda per allontanarsi dal brutto imbroglio della ripetizione di una partita per errore arbitrale, errore dei cronometristi, errore in generale. Non dovevano passare 40 giorni per capire che c’era stato un pasticcio, ma adesso chi li fermerà più gli azzeccagarbugli che andranno comunque in tribunale per qualsiasi decisione. Peggio il tacon del buso dicevano dalle parti dove Meneghin è cresciuto. Si guardi intorno, onda su onda, perché chi lo accompagna veste gli stessi abiti di chi ancora pensa che i ricchi scemi delle categorie professionistiche vanno spremuti, accusati, portati alla sbarra se la Nazionale mancherà le qualificazioni, ma non certo aiutati a chiudere bene un campionato che avrà comunque delle code adesso che il Papalia di Rieti fa sapere che, comunque vada, visto che lui ha interessi nell’ippodromo di Agnano, gli farebbe piacere continuare con Napoli che, come sapete, per ora non esiste. Bufera sul mare e allora ci consoliamo ascoltando Bruno Lauzi e la sua Genova per tanti di loro, perché si avvicina il giorno della festa da Vittorio, detto Ciccio, Dal Pozzo, la rimpatriata per maturi baskettari che hanno bisogno di aria pura per rivitalizzare cervelli che devono pur ricordare qualcosa, anche se non è sempre vero che si stava meglio quando era peggio. Sarà un sabato speciale provando a riconoscersi, senza chiedere degli affetti, dei figli, della prostata, del mondo intorno a noi, di questo basket che porta in trionfo telecronisti che parlandoci da Pesaro urlano cento volte nel microfono di essere appollaiati sul trespolo all’Adriatic Arina. Diteglielo voi che non si fa così, radunatevi pure nella piazza di Pesaro per bruciare la strega che sembra decisa a rovinare la stagione della Scavolini, ma non fermatevi sulla porta della protesta soltanto perché avete visto la diretta di Rai Sport da Rimini che ci ha riportato alla telecamera fissa, con giganti che diventano omini, con canestri che non vedi, con il buio intorno all’evento. Certo il pericolo è quello, ma anche nel cielo di SKY si diano una bella ripulita e non facciano cadere le cose troppo dall’alto, con la prosopopea del dicotiledone che conosce le lingue importanti, quelle che si parlano a casa Stern, a casa di chiunque consideri il basket europeo qualcosa da scartare dopo il tiggì, ma mai prima di Marzullo.
Siamo disperati, ma l’onda ci porterà nelle braccia di gente che forse ci darà consolazione ed è un peccato che Meneghin abbia troppo da fare, perché magari gli avrebbe fatto bene quella immersione nel mare diverso del castello Dal Pozzo, uno che faceva impazzire Paratore. Si guardi intorno, stia in guardia. Quelli che lo hanno pregato in ginocchio di accettare la presidenza saranno gli stessi che danzeranno sotto la statua di via Vitorchiano, ammesso che ne abbiano messa una per ricordare i ragazzi con la schiena dritta che hanno rimandato a scuola Maifredi. Ci vuole “ u pilu inttu stommaco” come dicevano i primi padrini e Meneghin ha già preso due o tre rimpalli: prima gli arbitri, poi le facce smorte dei ragazzi NBA che per la Nazionale non avranno tempo, adesso questa mina della ripetizione, a squadre già cambiate, di una partita che dirà moltissimo per retrocessione e tabellone play-off.
Già, ma cosa può interessare ai nuovi consiglieri se la Lega basket mangerà il cranio dei traditori del bilancio, di quelli che un giorno, ci sembra fosse proprio Savic, si alzarono in piedi per dire ai “poveri” del regno, ci sembra che fosse Crovetti con la Ferrara da proteggere dopo tanta fatica, che non potevano domandare un campionato senza retrocessioni perché se non avevano la forza per stare in A1 allora era meglio se rinunciavano subito. Certo adesso qualcuno si pentirà di tanta durezza, perché aveva un senso passare in maniera meno stressante la stagione che porta alla qualificazione nell’ultimo dei gironi infernali del basket europeo, quello dove se sarai battuto e considerato peccatore ti costerà il contrappasso del ghiaccio gelido, della fiamma che brucia tutto senza sapere a quali santi votarsi nel dopo se la Francia dovesse essere migliore di noi.
Meglio il sabato dal marchese, con Dal Pozzo e Guido Carlo Gatti avremo il pieno di nobiltà, rimpiangendo il calendario che terrà Tonino Zorzi lontano dalle minacce del Bufalini che vuole molti di quelli stregati dalla sua simpatia intorno alla grande tavolata. Nella domenica senza calcio, tutta dedicata al basket dai ragazzi di Sky, che non vedevano l’ora di entrare in pompa magna in ogni “Arina” (sì, arina, non urina caro correttore) che si rispetti, adesso che da un po’ di tempo vengono respinti sulla porta della casa dell’Uni Caca, banca che, come tutte, ha ben altri problemi che valutare la volgarizzazione del marchio affidato a Malaga, in questa bella domenica, dicevamo, avremo il santo derby di Bologna, l’unico vero derby e Zorzi dovrà starsene in trincea con Boniciolli mentre dall’altra parte Pancotto sceglierà gli uomini con i quali andrà all’assalto per salvare la Fortitudo che sembra decisa a tirare fuori le unghie, forse un po’ tardi, come dice il suo proprietario Sacrati.
Nel castello parleremo anche di Antonutti che ha folgorato il popolo di Udine toccato dalla grazia di una convocazione semi azzurra a Domegge. Lo aveva fatto un paio di volte in 23 partite. Ma torneranno alla carica i sostenitori della guerra santa per liberare il giocatore italiano dal peso del gregariato al servizio di americani, stranieri, non tutti bravissimi. Certo dovranno essere molto convincenti perché poi dovremo spiegare che se io Treviso, io Fortitudo, io Pesaro, io Milano, porto a maturazione un giocatore che piace alla NBA, un giocatore italiano, si capisce, se io, nello sforzo, prendo pallate in faccia nelle partite europee, se io investo tanto sapendo di incassare poco, verrò salutato e lasciato in braghette di tela come dovrei comportarmi con i fratellini di Bargnani, Belinelli, Gallinari? Mistero glorioso che nessuno vuole risolvere perché sapete bene cosa diranno se, per disgrazia, o anche per evidente debolezza, non dovessimo portare a casa nessuna coppa con Benetton e Virtus Bologna, se i campioni di Siena scopriranno che il malocchio li ha presi di mira.
Pagelle prima che il mare ci inghiotta e ci porti nella corrente fino alle acqua calde che stanno già bollendo e sono piene di barracuda con un nuovo sistema di cronometraggio che si può, potenza della tecnica e del progresso, persino rimettere a posto senza aspettare che passi la ronda di notte.
10 Alle lacrime di ZUKAUSKAS l’unico giocatore che sembra aver capito davvero cosa vuol dire essere uno della Scavolini. Non gioca sempre bene, non ha fatto una grande stagione perché si è fatto male subito, però quando c’è stato bisogno di una difesa fatta seriamente lui c’è sempre stato.
9 A Barack OBAMA che sfidando i Peterson della terra, accettando di farsi prendere in giro persino dai rosei della terra, da quelli che ci hanno messo qualche giorno a scoprire che i medici di Gallinari hanno un nome, da quelli che il basket italiano se lo mettono sotto ascelle mai lavate, ha messo la sua firma sulle previsioni per le finali NCAA.
8 A Fabio FACCHINI per le sue 600 partite in serie A, non per i suoi colleghi, cominciando da quelli che ancora considerano il fallo intenzionale un’arma impropria da usare quando decidono che una regola stupida non va più interpretata, ma soltanto applicata per far venire le lacrime agli occhi anche a quelli che non si sono mai illusi di aver obbligato i santoni FIBA a cambiare altre stranezze dello stupidario sul campo. Voto alto per il più bravo del gruppo, basta che non si ritiri, basta che non sia costretto dall’invidia a fare come Collina.
7 A Daniel HACKETT uscito dalla giostra del torneo NCAA con l’onore delle armi, dopo aver fatto soffrire Michigan State, dopo aver dimostrato di essere pronto al grande salto, ma prima, sia gentile, pensi alla Nazionale e allo scontro con Parker che gli darà più visibilità delle pantomime nelle varie festicciole estive.
6 Al prode ANTONUTTI perché i suoi punti che hanno inchiodato Caserta, riaprendo uno spiraglio salvezza per Udine, arrivano proprio quando stavamo ripassando il diario della settimana domandandoci dove fosse finito. Certo i ragazzi del coro Italia un po’ li senti, un po’ li perdi. Nella stessa stagione, nella medesima partita. Perché un conto è camminare sul burrone tenuto dalla corda delle prime punte che ci mettono sempre la faccia, un altro è avere la palla che scotta, quella che adesso per i clonati è soltanto palla medicinale nel momento in cui si scopre che certe partite vengono giocate con il coltello in bocca.
5 A Francesco CUZZOLIN, valente preparatore atletico dei tutti verdi di casa Benetton, maestro nella costruzione dei muscoli e della tenuta aerobica per i russi, in futuro per la Lettonia, perché non doveva dirci che Bargnani ha bisogno dell’estate per mettere a posto quello che la NBA stritola in una stagione. Bastava dire quello che pensano tutti: il raduno azzurro non deve essere troppo lungo e proprio Recalcati, con Meneghin, ricorderà i fuori giri per collegiali esagerati.
4 A Massimo BULLERI se non scrive subito un libro insieme al calciatore neo azzurro Pazzini, per spiegare a chi fa una gran fatica a capire certi giocatori, cosa è cambiato nella loro vita passando dall’Armani a Treviso, dalla Fiorentina alla Sampdoria.
3 Alla rivolta di RIETI contro gli arbitri, nella terna c’era il Lamonica considerato fischio d’oro da quasi tutti, perché non può essere questa la strada anche dopo aver scoperto di essere stati abbandonati da troppa gente che aveva promesso vita eterna al basket sabino, cosa che era avvenuta anche ai tempi del grande Milardi, nella meravigliosa età dell’oro di zio Elio Pentassuglia, di zio Willy Sojourner, dei ragazzi prodigio Brunamonti e Zampolini.
2 A BONICIOLLI e PANCOTTO se non si terranno il più lontano possibile dal tormento di una città come Bologna che durante la settimana del derby tende a stritolare tutto. Non c’è bisogno di chiedere consigli a Mourinho, non ci sarà bisogno degli artigli di Sacrati né della creatività di Sabatini. Meglio che sia soltanto il campo a dire certe verità, ammesso che in sfide del genere conti davvero la verità.
1 A Valentino RENZI, presidente della Lega, se non ci farà sapere presto e con argomentazioni solide il futuro televisivo del basket. Avrà visto anche lui certe riprese che sono certo più deprimenti di certi commenti lecca lecca.
0 Alla COMMISSIONE che ci ha messo 40 giorni per decidere che Fortitudo-Montegranaro si deve rigiocare. Chi vede azzerata la vittoria urla indignato, chi ha una occasione di rivincita parla di giustizia, ma in tutto questo scopriremo che il finale di stagione diventerà territorio per avvocati più che per i giocatori e questo lo consideriamo un crimine contro il campionato.
Siamo disperati, ma l’onda ci porterà nelle braccia di gente che forse ci darà consolazione ed è un peccato che Meneghin abbia troppo da fare, perché magari gli avrebbe fatto bene quella immersione nel mare diverso del castello Dal Pozzo, uno che faceva impazzire Paratore. Si guardi intorno, stia in guardia. Quelli che lo hanno pregato in ginocchio di accettare la presidenza saranno gli stessi che danzeranno sotto la statua di via Vitorchiano, ammesso che ne abbiano messa una per ricordare i ragazzi con la schiena dritta che hanno rimandato a scuola Maifredi. Ci vuole “ u pilu inttu stommaco” come dicevano i primi padrini e Meneghin ha già preso due o tre rimpalli: prima gli arbitri, poi le facce smorte dei ragazzi NBA che per la Nazionale non avranno tempo, adesso questa mina della ripetizione, a squadre già cambiate, di una partita che dirà moltissimo per retrocessione e tabellone play-off.
Già, ma cosa può interessare ai nuovi consiglieri se la Lega basket mangerà il cranio dei traditori del bilancio, di quelli che un giorno, ci sembra fosse proprio Savic, si alzarono in piedi per dire ai “poveri” del regno, ci sembra che fosse Crovetti con la Ferrara da proteggere dopo tanta fatica, che non potevano domandare un campionato senza retrocessioni perché se non avevano la forza per stare in A1 allora era meglio se rinunciavano subito. Certo adesso qualcuno si pentirà di tanta durezza, perché aveva un senso passare in maniera meno stressante la stagione che porta alla qualificazione nell’ultimo dei gironi infernali del basket europeo, quello dove se sarai battuto e considerato peccatore ti costerà il contrappasso del ghiaccio gelido, della fiamma che brucia tutto senza sapere a quali santi votarsi nel dopo se la Francia dovesse essere migliore di noi.
Meglio il sabato dal marchese, con Dal Pozzo e Guido Carlo Gatti avremo il pieno di nobiltà, rimpiangendo il calendario che terrà Tonino Zorzi lontano dalle minacce del Bufalini che vuole molti di quelli stregati dalla sua simpatia intorno alla grande tavolata. Nella domenica senza calcio, tutta dedicata al basket dai ragazzi di Sky, che non vedevano l’ora di entrare in pompa magna in ogni “Arina” (sì, arina, non urina caro correttore) che si rispetti, adesso che da un po’ di tempo vengono respinti sulla porta della casa dell’Uni Caca, banca che, come tutte, ha ben altri problemi che valutare la volgarizzazione del marchio affidato a Malaga, in questa bella domenica, dicevamo, avremo il santo derby di Bologna, l’unico vero derby e Zorzi dovrà starsene in trincea con Boniciolli mentre dall’altra parte Pancotto sceglierà gli uomini con i quali andrà all’assalto per salvare la Fortitudo che sembra decisa a tirare fuori le unghie, forse un po’ tardi, come dice il suo proprietario Sacrati.
Nel castello parleremo anche di Antonutti che ha folgorato il popolo di Udine toccato dalla grazia di una convocazione semi azzurra a Domegge. Lo aveva fatto un paio di volte in 23 partite. Ma torneranno alla carica i sostenitori della guerra santa per liberare il giocatore italiano dal peso del gregariato al servizio di americani, stranieri, non tutti bravissimi. Certo dovranno essere molto convincenti perché poi dovremo spiegare che se io Treviso, io Fortitudo, io Pesaro, io Milano, porto a maturazione un giocatore che piace alla NBA, un giocatore italiano, si capisce, se io, nello sforzo, prendo pallate in faccia nelle partite europee, se io investo tanto sapendo di incassare poco, verrò salutato e lasciato in braghette di tela come dovrei comportarmi con i fratellini di Bargnani, Belinelli, Gallinari? Mistero glorioso che nessuno vuole risolvere perché sapete bene cosa diranno se, per disgrazia, o anche per evidente debolezza, non dovessimo portare a casa nessuna coppa con Benetton e Virtus Bologna, se i campioni di Siena scopriranno che il malocchio li ha presi di mira.
Pagelle prima che il mare ci inghiotta e ci porti nella corrente fino alle acqua calde che stanno già bollendo e sono piene di barracuda con un nuovo sistema di cronometraggio che si può, potenza della tecnica e del progresso, persino rimettere a posto senza aspettare che passi la ronda di notte.
10 Alle lacrime di ZUKAUSKAS l’unico giocatore che sembra aver capito davvero cosa vuol dire essere uno della Scavolini. Non gioca sempre bene, non ha fatto una grande stagione perché si è fatto male subito, però quando c’è stato bisogno di una difesa fatta seriamente lui c’è sempre stato.
9 A Barack OBAMA che sfidando i Peterson della terra, accettando di farsi prendere in giro persino dai rosei della terra, da quelli che ci hanno messo qualche giorno a scoprire che i medici di Gallinari hanno un nome, da quelli che il basket italiano se lo mettono sotto ascelle mai lavate, ha messo la sua firma sulle previsioni per le finali NCAA.
8 A Fabio FACCHINI per le sue 600 partite in serie A, non per i suoi colleghi, cominciando da quelli che ancora considerano il fallo intenzionale un’arma impropria da usare quando decidono che una regola stupida non va più interpretata, ma soltanto applicata per far venire le lacrime agli occhi anche a quelli che non si sono mai illusi di aver obbligato i santoni FIBA a cambiare altre stranezze dello stupidario sul campo. Voto alto per il più bravo del gruppo, basta che non si ritiri, basta che non sia costretto dall’invidia a fare come Collina.
7 A Daniel HACKETT uscito dalla giostra del torneo NCAA con l’onore delle armi, dopo aver fatto soffrire Michigan State, dopo aver dimostrato di essere pronto al grande salto, ma prima, sia gentile, pensi alla Nazionale e allo scontro con Parker che gli darà più visibilità delle pantomime nelle varie festicciole estive.
6 Al prode ANTONUTTI perché i suoi punti che hanno inchiodato Caserta, riaprendo uno spiraglio salvezza per Udine, arrivano proprio quando stavamo ripassando il diario della settimana domandandoci dove fosse finito. Certo i ragazzi del coro Italia un po’ li senti, un po’ li perdi. Nella stessa stagione, nella medesima partita. Perché un conto è camminare sul burrone tenuto dalla corda delle prime punte che ci mettono sempre la faccia, un altro è avere la palla che scotta, quella che adesso per i clonati è soltanto palla medicinale nel momento in cui si scopre che certe partite vengono giocate con il coltello in bocca.
5 A Francesco CUZZOLIN, valente preparatore atletico dei tutti verdi di casa Benetton, maestro nella costruzione dei muscoli e della tenuta aerobica per i russi, in futuro per la Lettonia, perché non doveva dirci che Bargnani ha bisogno dell’estate per mettere a posto quello che la NBA stritola in una stagione. Bastava dire quello che pensano tutti: il raduno azzurro non deve essere troppo lungo e proprio Recalcati, con Meneghin, ricorderà i fuori giri per collegiali esagerati.
4 A Massimo BULLERI se non scrive subito un libro insieme al calciatore neo azzurro Pazzini, per spiegare a chi fa una gran fatica a capire certi giocatori, cosa è cambiato nella loro vita passando dall’Armani a Treviso, dalla Fiorentina alla Sampdoria.
3 Alla rivolta di RIETI contro gli arbitri, nella terna c’era il Lamonica considerato fischio d’oro da quasi tutti, perché non può essere questa la strada anche dopo aver scoperto di essere stati abbandonati da troppa gente che aveva promesso vita eterna al basket sabino, cosa che era avvenuta anche ai tempi del grande Milardi, nella meravigliosa età dell’oro di zio Elio Pentassuglia, di zio Willy Sojourner, dei ragazzi prodigio Brunamonti e Zampolini.
2 A BONICIOLLI e PANCOTTO se non si terranno il più lontano possibile dal tormento di una città come Bologna che durante la settimana del derby tende a stritolare tutto. Non c’è bisogno di chiedere consigli a Mourinho, non ci sarà bisogno degli artigli di Sacrati né della creatività di Sabatini. Meglio che sia soltanto il campo a dire certe verità, ammesso che in sfide del genere conti davvero la verità.
1 A Valentino RENZI, presidente della Lega, se non ci farà sapere presto e con argomentazioni solide il futuro televisivo del basket. Avrà visto anche lui certe riprese che sono certo più deprimenti di certi commenti lecca lecca.
0 Alla COMMISSIONE che ci ha messo 40 giorni per decidere che Fortitudo-Montegranaro si deve rigiocare. Chi vede azzerata la vittoria urla indignato, chi ha una occasione di rivincita parla di giustizia, ma in tutto questo scopriremo che il finale di stagione diventerà territorio per avvocati più che per i giocatori e questo lo consideriamo un crimine contro il campionato.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)
Iscriviti a:
Post (Atom)