Abbracci rotti, di Oscar Eleni - Carlo Recalcati conferma che soltanto il suo avvocato ha rapporti con Meneghin e La Guardia, ormai il vicepresidente vicario bisogna citarlo sempre perché sembra lui il pilota del barcone federale. Così dicono nel generone romano che riabbraccia Gino Natali, tornato a casa Toti da dove era uscito, se ricordiamo bene, sbattendo la porta. Milano respira.

sabato 11 luglio 2009

Bandierine da buttare

Le merendine di una volta ci sono ancora (ogni tanto compriamo il Buondì, che però non è più della Motta), ma le nazioni no. Ce lo ha ricordato ieri sera al Golden Gala romano l'episodio che ha visto protagonista la mezzofondista del Bahrein Maryam Yussuf Jamal, che durante la premiazione per i 1500 appena vinti è stata avvicinata da uno spettatore etiope (penetrato non si sa come in pista) che ha provato a metterle sulle spalle la bandiera del suo paese. Sì, perchè la Jamal è il solito passaporto tarocco usato dagli staterelli ricchi (lo specialista in verità è il Qatar) per avere un medagliere dignitoso. Il caso della campionessa del mondo in carica, che da etiope si chiamava Zenebech Tola, è curioso perchè non ha fatto nemmeno il passaggio diretto: prima di essere del Bahrein è stata infatti svizzera, anche se non a pieno titolo. In Svizzera infatti aveva infatti ottenuto solo un permesso di residenza temporaneo nel 2004, visto che lei e il marito allenatore avevano chiesto asilo politico stabilendosi a Losanna: dove peraltro fanno base tuttora. Nata nella regione di Oromia (la stessa di Gebre, Bekele, Dibaba, eccetera), e ricevuto il no definitivo della Confederazione che chiede 12 anni di residenza, dopo vari tentativi di avere il passaporto americano ha detto sì alle offerte del Bahrein che le ha offerto soldi e la possibilità di rimanere cristiana (sia pure senza sbandierarlo e venendo mediaticamente linciata quando corse con il 'due pezzi', va ricordato agli occidentali autoflagellanti). La morale? In uno sport individuale ognuno gioca o corre per se stesso, il medagliere è ridicolo e si potrebbe anche smettere di mettere le bandierine di fianco al nome. Dello statunitense Lagat, dell'italiano Howe, del portoghese Obikwelu: campioni che si possono apprezzare senza logiche di appartenenza, come accade negli sport seguiti da gente civile. O meglio, dalla parte civile di ognuno di noi. Nel più popolare World's Game invece siamo per la bandiera ed il po-po-po, altrimenti non si potrebbe guardare.

venerdì 10 luglio 2009

I diritti sugli armadietti

Non bastano le 20 e 45 per autodefinirsi Champions League, forse occorrerebbero anche più di due squadre in grado di ambire alla vittoria finale. Però Lega e Infront (la filiale italiana altro non è che l'ex Media Partners, da qualcuno chiamata 'Mediaset Partners') vanno dritte per la loro strada verso il mondo dei salotti pieni e degli stadi vuoti o piccoli. Sia come sia, dal biennio 2010-2012 dalla vendita centralizzata ci si aspetta un introito complessivo di 1,822 miliardi di euro: 895,8 milioni per la stagione 2010-11, 927 milioni per quella dopo. I pacchetti 'italiani' sono sei, mentre dei diritti per l'estero si parlerà più avanti: del Real Madrid frega poco a tutti, mentre c'è già un'asta interplanetaria per il campionato più bello (variante giornalistica: 'Se non il più bello, senz'altro il più difficile') del mondo. Respirazione artificiale per la serie B, visto lo sconto di 3 milioni sui pacchetti della A per chi presenta un'offerta (anche finta?) per la B. Già stradetto della partita delle 12 e 30 della domenica, che non dovrà essere una schifezza visto che sarà la chiave per sfondare in Asia. Comiche le modalità delle riprese negli spogliatoi: i detentori dei diritti (pacchetto Platinum Live), potranno piazzare le telecamere negli spogliatoi, ma solo prima dell'arrivo delle squadre...Che belle, le interviste agli armadietti. Oppure con i giocatori già cambiati, ma senza il giornalista (ed in ogni caso solo per un minuto, in differita!): nemmeno un giornalista asservito. A parte la partita di mezzogiorno utile ad evitare pranzi di famiglia, poca roba nuova. E con in campo un livello medio più basso rispetto al recente passato.

La media di Pelé

di Alec Cordolcini
Barcellona. Habla Ronaldo, habla. Parla tanto il campione brasiliano; in campo lo fa con i gol, fuori con la lingua. Il presidente del Barcellona Lluis Nuñez si rivela essere più tosto e combattivo di buona parte delle difese della Liga spagnola, perforate con irrisoria facilità, e dopo soli pochi mesi dall’arrivo dell’attaccante si apre una lunga e a tratti stucchevole querelle sul rinnovo del contratto che vede le due parti infilarsi un imbuto di totale incomunicabilità. Ronaldo chiede più soldi, snocciolando nel frattempo statistiche da capogiro: 34 reti in 37 partite di Liga (capocannoniere del torneo), 8 in 5 incontri di Copa del Rey, 5 in 7 match di Coppa delle Coppe, con questi ultimi due trofei che finiscono nella bacheca azulgrana (tocca a lui realizzare su rigore la rete che decide la finale di Rotterdam contro il Paris Saint-Germain). In Spagna nasce anche l’esultanza a braccia aperte che mima un aereo in fase di atterraggio e che diventerà l’autentico marchio di fabbrica del nostro dopo ogni gol segnato. La stagione 1996-97 è però dolce anche con la casacca verdeoro; nell’estate del '96 arriva la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atlanta, l’anno seguente la vittoria della Copa America in Bolivia (ne seguirà un’altra nel ’99). Sulle temute alture di La Paz, la cui aria rarefatta rappresenta un fattore ambientale che ha sempre pesato parecchio sulle prestazioni delle compagini ospiti, il Brasile limita la corsa puntando sulle proprie superiori qualità tecniche e finisce con l’imporsi per 3-1. Ronaldo segna una delle tre reti e viene premiato quale miglior giocatore di tutto il torneo. Piccola curiosità: alla soglia dei 20 anni la media di Ronaldo è di 0.92 reti a partita; alla stessa età quella di Pelè, da sempre pietra di paragone della carriera del nostro, era di 1,07. Quell’estate però non sono solo i tifosi brasiliani ad essere felici per le prodezze dell’attaccante, perché nel frattempo la diatriba Ronaldo-Nuñez è stata risolta da…Massimo Moratti, che pagando al Barcellona una penale da 48 miliardi di lire porta Ronaldo a Milano e lo veste di nerazzurro. Nell’incontro amichevole organizzato con il Manchester United accorreranno oltre 60mila persone per vedere all’opera colui che in breve tempo si guadagnerà l’appellativo di “Fenomeno”. (3-continua)wovenhand@libero.it
(in esclusiva per Indiscreto)

La disponibilità della Primavera

Parte oggi l'asta per i diritti tivù della serie A post 2010, con le 'grandi' novità che tutti abbiamo letto. Al di là del discorso 20 e 45, utile a tirare in lungo la prima serata ed i relativi spot (Sky Italia è fra le pay-tv che più dipendono dalla pubblicità nel mondo: il superspot con le squadre pronte al calcio d'inizio fa venire voglia di tirare il telecomando addosso a Murdoch), la novità che fa titolo sarà quella delle telecamere negli spogliatoi e nelle interviste prima della partita ed a metà tempo. Bene per le immagini, che daranno ancora di più la sensazione di essere 'dentro', e curiosità per interviste che avranno mille paletti oltre ad essere strutturalmente insulse: cosa può dire di intelligente un allenatore all'intervallo? Va anche detto che al di là dei soldi la resistenza per così dire culturale dei protagonisti non va sottovalutata. Da un anno proprio Sky segue questa strada (spogliatoi, eccetera) per il campionato Primavera incontrando spesso risposte scocciate, proteste (''I ragazzi devono stare tranquilli'') di pseudodirigenti sudaticci, ed in generale un atteggiamento arrogante: notare che stiamo parlando di allenatori per lo più sconosciuti, a cui non chiederebbe un'intervista nemmeno Tele-condominio, e di giocatori che nel 90% dei casi non arriveranno alla serie A.

giovedì 9 luglio 2009

Nonni multimediali

Uno dei più geniali personaggi di Mai Dire Gol era il nonno multimediale sedicente professore del MIT interpretato da Francesco Paolantoni, mentre molto meno divertenti siamo noi che stiamo cercando di capire se Twitter possa servire ad essere più immediati e meno 'cartacei' qui sul web. Inutile dire che nessuno ha ancora capito come guadagnare da Twitter, secondo le peggiori tradizioni della rete, ma tanto noi viviamo di scommesse (ieri ben 27 euro dal Valerenga). Fondendo questa nuova passione con il dispiacere per la morte e per parte della vita di Michael Jackson, l'altra sera abbiamo seguito la diretta televisiva della commemorazione funebre dello Staples Center con il computer acceso alla ricerca di impressioni dei presenti mandate a Twitter, e fra le altre abbiamo letto quelle di Jeanie Buss. Dal punto di vista del nonno multimediale l'avevamo scoperta qualche giorno prima, alla ricerca di anticipazioni sul futuro del fidanzato (nonché dipendente del padre Jerry) Phil Jackson. Alle prese con problemi di deambulazione e il desiderio di chiudere adesso con un anello, visto che l'anno prossimo fra Garnett sano, Shaq supergregario di LeBron James ed i Magic che hanno rimescolato le carte (ma avrebbero potuto tranquillamente presentarsi a garacinque in casa sul 3-1 in loro favore) pur perdendo l'immenso Turkoglu, la finale ammesso potrebbe dire male (ammesso di arrivarci, Artest potrebbe dare da meno infinito a più infinito). Invece circa una settimana fa la vicepresidente dei Lakers, di sei anni più anziana di noi, ha postato ''All of Phil's medical tests came back he's healthy & will be back coaching Lakers & going for XI championship. Can't wait for ring night'' e noi popolo bue ci siamo sentiti rassicurati. Al di là del fatto che ci occupiamo di cose inutili e che nulla al mondo valga un libro cartaceo (no Kindle, per favore) o un disco in vinile (conserviamo anche 'Dal tuo amico Walter Zenga', fra cento anni potrebbe valere molto), il web ha il suo perché.

Signora mia che orari

Il 'Signora mia, che tempi', schema giornalistico che paga sempre perché senza essere Arbasino in fondo tutti siamo convinti che il meglio sia già passato, potrebbe adattarsi anche alla serie A sempre più spalmata e con la partita serale in orario Champions in modo da occupare militarmente tutta la serata degli italiani. Ne abbiamo già parlato qualche settimana fa: niente di ufficiale (i bandi per i diritti tivù post 2010 saranno resi pubblici domani), ma una linea chiara. Questa stagione sperimentazione, con l'unica certezza delle 20 e 45 delle partite serali, e dalla prossima anche la grande novità della partita domenicale delle 12 e 30. Non vediamo scandali, al di là del fatto che Fiorentina-Chievo interessi solo ai tifosi della Fiorentina e del Chievo e che in fin dei conti lo spacchettamento abbia senso solo per quelle partite che interessano anche ai non fanatici delle due squadre in campo. Si continueranno a trasmettere tutte le partite, al contrario di quanto avviene in Premier League, non si parla più di tivù di Lega (per la gioia di Mediaset e Sky, diciamo che l'advisor non è stato battagliero: chissà perchè...), non si è diminuita la vaghezza dei criteri di spartizione dei proventi, non si è parlato del possibile aborto della contrattazione collettiva sulla spinta della causa di una sola società (fin da ora scommettiamo sul Napoli) né tantomeno della riduzione delle squadre. Una Lega senza guida è di fatto governata da un direttorio di poteri semi-forti, condizionati (alcuni in maniera diretta, come il Milan) da aziende televisive che ormai rappresentano quasi il 70% del fatturato aggregato delle società. La partita di mezzogiorno, fra l'altro buona per agganciare l'Asia, è quindi l'ultimo dei problemi anche se ci diranno che quando entravamo allo stadio tre ore prima, per un posto non numerato, aspettando il fischio d'inizio alle 14 e 30 e guardando uno spettacolo di livello inferiore (togliete agli anni Settanta Juventus e Torino) era tutto più bello.

mercoledì 8 luglio 2009

Quelli che con la Cavese c'erano

di Luca Ferrato
Ebbene sì, esisteva anche un Milan prima di Berlusconi, un Milan precedente ai ventitre anni di trionfi che recentemente tanto vengono ricordati la dirigenza rossonera. L’affermazione non è scontata come sembra, visto che per molti l’anno di nascita della società non sembra essere il 1899 ( quella sera alla Fiaschetteria Toscana di via Berchet a Milano…) ma il 1986, quando l’allora Sua Emittenza acquisì una società moribonda e la trasformò nella più vincente del mondo. Di uno di quei Milan pre-berlusconiani, anzi dovremmo dire del peggiore di quelli, si è occupato Sergio Taccone, milanista di provata fede, con il suo “Quando il Milan era un piccolo Diavolo” uscito in questi giorni per la Limina Edizioni. L’autore in particolar modo prende in considerazione gli anni fra il 1980 e il 1983, cioè tutto quello che successe nel periodo fra la retrocessione in B per il calcioscommesse e la resurrezione dal secondo campionato cadetto con Presidente Giussy Farina. E fu molto quello che successe in quel mezzo lustro: anni non certo di vittorie ma piuttosto di patimenti, vergogne, presidenti messi in galera, trasferte europee a Szombathely per giocare contro l’Haladas. Taccone però ci ricorda col suo libro che quegli anni ormai vengono ricordati anche dai milanisti con tenerezza, con un pizzico di nostalgia, per poter magari dire che noi in quegli anni c’eravamo, che non siamo arrivati dopo con le Coppe dei Campioni, che magari siamo andati in trasferta a Varese e non siamo stati poi a Manchester qualche decennio dopo, che magari c’eravamo anche alla partita in casa con la Cavese, oppure conosciamo qualcuno che c’è stato e oggi lo racconta con orgoglio come quel giorno che andò a vedere Bob Marley a San Siro. Il libro prende in considerazione quattro stagioni: il 1979/80, con il suo seguito del calcioscommesse e Albertosi, Chiodi e Morini che ci finirono in mezzo insieme al presidente Colombo portando il Diavolo in Serie B. Oggi Cruciani e Trinca non se li ricorda più nessuno, ma in quegli anni un ristoratore e un fruttivendolo sconvolsero il calcio italiano. La stagione 1980/81, il primo campionato in B, con la sconfitta per 3 a 0 a Taranto, la classe di Novellino, l’Avvocato De Vecchi e la pronta risalita nella massima serie. Il 1981/82 con la squadra affidata a Gigi Radice, una rosa che secondo lo stesso Ct azzurro Bearzot era in grado di lottare per lo scudetto ma che già dopo poche giornate si trovò in fondo alla classifica. Ne seguì l’allontanamento dell’allenatore (sostituito da Galbiati), il cambio di presidenza, con l’avvento di Farina e un Milan che non la smetteva di sprofondare. La speranza tornò nelle ultime giornate, anzi ci si giocò tutto all’ultima giornata con l’obbligo di vincere a Cesena e sperare in una combinazione di altri risultati favorevoli. Effettivamente a Cesena successe il miracolo. Il Milan sotto di due gol ad inizio ripresa ribaltò il risultato e vinse grazie a un gol di 'Dustin' Antonelli. Non un gol qualsiasi, forse uno dei più bei gol della storia del Milan, che però non viene mai ricordato perché il “biscotto” di Napoli rese tutto inutile e si andò ancora in B questa volta, citando l’avvocato Prisco, non pagando ma gratis. Unica consolazione stagionale la vittoria in Mitropa Cup, una coppa che oggi viene nascosta, rinnegata, ma che ai milanisti di allora fece piacere vincere, perché non si vinceva mai e piuttosto di niente andava bene anche quello. Infine la stagione 1982/83 con l’ennesima risalita in A, con Castagner, il giovane ma già monumentale Franco Baresi, con “Jordan-Serena il Milan si scatena”. Unica costante in tutti questi anni la presenza dei tifosi: il pubblico rossonero infatti non abbandonò mai San Siro e anzi in alcune domeniche di B fece registrare più paganti di molti stadi di A di una certa importanza. Grazie a Taccone quindi per averci rifatto rivivere quegli anni della giovinezza - ovviamente ciò che viene dal passato ci sembra sempre più bello e più puro - e per averci rifatto riscoprire quel Milan da “vorrei ma non posso” opposto all’odierno del “potrei ma non voglio”.
(in esclusiva per Indiscreto)

Il sito di Mahdavikia

Mehdi Mahdavikia non vincerà mai il Fifa World Player (è stato 'solo' calciatore asiatico dell'anno nel 2003), ma un premio speciale per il coraggio lo meriterebbe. Non solo perché lo scorso 17 giugno è stato fra i pochi calciatori della nazionale iraniana a scendere in campo contro la Corea del Sud con il nastro verde al polso, in segno di protesta contro i brogli ai danni di Moussavi nelle recenti elezioni pro Ahmadinejad. Ma anche perchè è una delle poche voci 'contro' in un paese dove la libertà di opinione è, appunto, un'opinione. Il quotidiano Vatan Emruz ha linciato Mahdavikia e compagni, definendogli antipatriottici: quasi tutti hanno preso e portato a casa, tranne l'eroe di due Mondiali del Team Melli (non ispirato al popolare Franco). Che attraverso il suo sito, ha invitato la gente a valutare chi fra i calciatori ed i giornalisti degli ayatollah abbia fatto di più per l'Iran. La parte a noi comprensibile, riportata in inglese e tedesco, è poco più di un addio alla Nazionale e di un messaggio alle giovani generazioni da parte del centrocampista dell'Eintracht Francoforte, mentre quella scritta a mano in farsi contiene le considerazioni politiche riprese dai pochi media iraniani non appiattiti sulle posizioni presidenziali. Ci sono in giro persone meno coraggiose di Mahdavikia.

Condannati all'inglese

di Stefano Olivari
Moltissimi italiani appassionati di sport e statistica sarebbero davvero interessati ad approfondimenti sul mondo delle scommesse. Peccato che nella nostra lingua esistano solo manualetti basic con i concetti che più o meno ripetiamo ogni settimana o, peggio ancora, pubblicazioni per illusi. Ci permettiamo quindi di consigliare qualche libro in inglese per le vacanze, a chi pensa di fare del betting un secondo lavoro senza per questo portare la famiglia alla rovina. Imperdibile, anche dal punto di vista narrativo, è ‘The Smart Money’ di Michael Konik: la storia vera, raccontata da un insider, di come un gruppetto di giocatori organizzati riuscì in pochi mesi a togliere milioni ai bookmaker di Las Vegas con metodi legali. C’è tutto: pathos, azzardo, matematica e sport. In alternativa, un’altra opera che non fa buttare via tempo è ‘The book on bookies’ di James Jeffries. Qui ci sono più consigli operativi che romanzo: di sicuro è il libro più adatto per chi abbia sempre giocato senza basi matematiche e strategiche coerenti nel tempo. In italiano ci sono solo schemini semplicistici o cattivi adattamenti da vecchi libri sulla roulette, con metodi come il Labouchére o il D’Alembert. A chi è già esperto ci sentiremmo di consigliare solo ‘Regole matematiche del gioco d’azzardo – Perché il banco non perde mai?’, a cura di Domenico Costantini e Paola Monari, raccolta di saggi presentati ad una riunione del 1994 della Società Italiana di Statistica. Datati i riferimenti, ma intelligente ogni riga: perdere soldi non è obbligatorio.
(pubblicato sul Giornale di ieri)

Vlado al massimo

di Alec Cordolcini
Nel mezzo di luglio il calcio dovrebbe essere in ferie. Invece, oltre ai campionati nordici (che se solo avessimo un’altra vita a disposizione ci piacerebbe raccontare, vista la ricchezza di storie e spunti), ecco partire nel week-end anche la Super League svizzera. Di seguito la nostra personale griglia di partenza.
1. Young Boys. Vlado Petkovic è l’allenatore più innovativo visto negli ultimi anni nel campionato elvetico. Propone un 3-4-3 “elastico” (la definizione è sua) diventato ormai un autentico marchio di fabbrica. Due colpi in entrata: il roccioso centrale argentino Dudar, “scippato” al Bellinzona, e l’emergente Pasche, scricciolo di centrocampo classe '91 arrivato dal Losanna. Buon segno aver trattenuto l’ivoriano Doumbia, capocannoniere della scorsa stagione. Con la giusta continuità, ci sono tutte le carte in regola perché a Berna si torni a festeggiare il titolo. Giocatore da seguire: Xavier Hochstrasser (1988).
2. Zurigo. Tutti sui campioni in carica i favori del pronostico. Con ovvio surplus di pressione per un gruppo che vede i suoi elementi di spicco (Abdi, Hassli, Djuric, Alphonse) tutti reduci dalla loro stagione migliore. Con Margairaz e un Chickhaoui tornato a tempo pieno sono previsti affollamenti da centrocampo in su. Colpo Galjic dal Lucerna per puntellare la mediana. Koch e Mehmedi sono due classe '91 in forte crescita. Giocatore da seguire: Adrian Nikci (1988).
3. Basilea. Per sostituire Gross si è optato per il tedesco Fink, esonerato lo scorso anno in Zweite Liga dall’Ingolstadt, poi retrocesso. Mercato condotto nella Bundesliga minore: Da Silva (Karlsruhe) per la mediana, Atan (Energie Cottbus) per la difesa. Klaus, Shaquiri e Aratore i volti nuovi dal vivaio. I soliti Huggel, Chipperfield e Streller a formare l’ossatura della squadra. La cessione del sopravvalutato Derdiyok al Bayer Leverkusen potrebbe non essere uno svantaggio, soprattutto per il classe '90 Mustafi. Ma le incognite rimangono molte. Giocatore da seguire: Valentin Stocker (1989).
4. Lucerna. Salvi la passata stagione solo dopo il barrage/spareggio contro il Lugano, gli uomini di Rolf Fringer si propongono per un’annata maggiormente ricca di soddisfazioni. Il rientro di Hakan Yakin dal Qatar e l’arrivo di una punta di peso quale il rumeno Ianu (dall’Aarau) promettono bene. Si attendono conferme dal portoghese Paiva. Senza dimenticare il talento di Chiumiento, secondo molti sprecato in una realtà simile (da consegnare agli annali il commento di un collega del Corriere del Ticino a Cornaredo nel post-partita di Lugano-Lucerna: “Il Lucerna? Chiumiento più dieci chiodi”). Qualche dubbio sul reparto arretrato. Giocatore da seguire: Alain Wiss (1990).
5. Grasshopper. Ciriaco Sforza quale antidoto per guarire il club dalla mediocrità latente dello scorso anonimo campionato. Partito Bobadilla, ecco Rennella in prestito dal Genoa; soluzione intrigante. Tra i pali ballottaggio Sommer-Bucchi da risolvere prima possibile. In rampa di lancio Daprelà (91) e Ben Khalifa (92). Nelle retrovie la speranza è che lo stagionato Smiljanic, il difensore dalla media voto più alta la passata stagione, non cominci a perdere colpi. In fascia il bosniaco Lulic può (e deve) crescere ancora. Giocatore da seguire: Yann Sommer (1988).
6. Sion. Sfugge ad ogni tentativo di pronostico il calderone global che compone il circo-Constantin. Nonostante tutto lo scorso anno è arrivata la vittoria in Coppa di Svizzera, passaporto per l’Europa League. Ma i fuochi d’artificio il Sion continua a regalarli soprattutto fuori dal campo. Pesante la perdita di Monterrubio, tornato in Francia, i rinforzi per ora non si possono chiamare tali (anche perché il mercato del club sarebbe teoricamente “bloccato” causa sanzione per la vicenda El-Hadary). Giocatore da seguire: Alvaro Saborio (1982).
7. Bellinzona. Il presidente granata Giulini è ambizioso, ma l’obiettivo stagionale non può andare oltre una salvezza tranquilla. Come quella ottenuta lo scorsa anno con una brillante seconda parte di campionato. Mercato in stand-by, come logica impone per una società che pesca molto in Italia. A fine agosto si capirà il vero valore della squadra, che per ora ha incassato la perdita di Dudar e Diarra, sostituendo davanti l’ormai pensionato Beghetto con il brasiliano Gaspar. Fulcro del gioco rimane Sermeter, che come il buon vino migliora invecchiando. In calo le azioni di Kalu, stabili quelle di Lustrinelli, in crescita quelle dell’ottimo Zotti, una sicurezza tra i pali. Ciarrocchi ('88) e Mihailovic ('91) i giovani da crescere. Giocatore da seguire: Shkelzen Gashi (1988).
8. San Gallo. Neopromosso dopo aver stra-dominato la Challenge League. Pochi ma buoni gli arrivi. Davanti ai gol per la salvezza ci dovrà pensare Frick, in collaborazione con il collaudato duo Merenda-Costanzo. Fabian Frei in prestito dal Basilea rappresenta un’ottima iniezione di vitalità per il centrocampo. Vecchie glorie (Haas) e nuovi prospetti (Lang) in difesa. Club indubbiamente più competitivo del Vaduz, e pertanto un guadagno per la competitività della Super League. Giocatore da seguire: Moreno Costanzo (1988).
9. Neuchatel Xamax. Rischio (semi)calcolato per i castellani. Con la luna giusta, il trequartista Taljevic garantisce qualità e soluzioni. L’under-21 svizzero Gavranovic (dall’Yverdon) aumenta il “peso” del reparto offensivo. Lo stagionato Rossi e il legnoso Brown le alternative, di qualità tutt’altro che eccelsa. Il discontinuo Varela (dallo Young Boys) regala sostanza alla mediana. Per il resto, abbondano i “medioman”. Giocatore da seguire: Mario Gavranovic (1989).
10. Aarau. Sulla carta appare già quasi spacciato. Clima da smobilitazione in sede di mercato, e in entrata si è arrivati a pescare (Alexeev, Ionita) anche dal campionato moldavo. Roba da serie B belga. Dal retrocesso Vaduz è arrivato il dinamico Polverino, per chi si accontenta. Confermato l’italiano Aquaro in difesa. Giocatore da seguire: Tobias Müller (1988). wovenhand@libero.it
(in esclusiva per Indiscreto)

martedì 7 luglio 2009

Oltre il palo

Perché in Italia non è possibile l'esistenza di una rivista come Four Four Two? Eppure sembra che esista solo il calcio...Giudicate voi, intanto meditiamo sul suo interessante 'Where are they now' riguardante i protagonisti della Grande Olanda del 1974: quasi tutti allenatori, osservatori o gente che gravita nell'orbita calcio spendendo la credibilità derivante dall'aver fatto parte di un gruppo inarrivabile. Un mito, diverse persone intelligenti e diverse altre scarse. L'unico ad avere abbandonato questo mondo per scelta e non per esoneri o fallimenti vari è stato Rob Rensenbrink, l'attaccante di sinistra che è stato molto di più del palo colpito contro l'Argentina nella finale 1978 anche se ovviamente quell'episodio ha fatto letteratura. La curiosità della carriera di Rensenbrink è che in Olanda non è mai stato una stella: cresciuto e affermatosi nel DWS (che nei Sessanta era un'eccellente squadra, prima di fondersi con altre due e di formare nel 1972 l'FC Amsterdam), trovò la gloria in Belgio con il Club Brugge e soprattutto con l'Anderlecht. In ogni caso non fece mai parte, nemmeno psicologicamente, di alcuno dei due blocchi della nazionale dove di fatto tolse il posto a Piet Keizer dando il massimo quando Cruijff era sottotono o assente. Di sicuro il miglior Rensenbrink finì su quel palo: un centimetro di differenza e l'Olanda sarebbe stata campione del mondo con lui capocannoniere a suon di rigori. Chiusa la carriera con fermate trascurabili nella NASL e in Francia, dall'inizio degli anni Ottanta Rensenbrink si dedica alla pesca ed al giardinaggio. Vive a Oosztaan, paesino vicino ad Amsterdam, e nel 2007 ha saputo di essere stato eletto miglior giocatore straniero nella storia del calcio belga.

Riciclatori per necessità

Meriterebbero approfondimenti ed analisi, cioè tutto quello che sul web non vale pena di fare, sia il monito dell'OCSE che le parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso sui capitali sporchi nel calcio. In particolare Grasso ha elogiato il comportamento di Mediobanca nella vicenda Roma, anche se il cosiddetto gruppo Fioranelli è in stand-by solo perché non ha presentato alcuna offerta vera e non certo per un sussulto di etica del sistema (basti pensare che gli uomini di Geronzi nel calcio sono sempre stati, con compiti diversi, Carraro e Moggi). Il problema è che il calcio non è certo lo sport preferito dei riciclatori, come ben sa chi sia coinvolto a qualsiasi livello nella gestione di società di altri sport, le famose 'varie' che in almeno un quotidiano sportivo saranno presto subappaltate ad un service esterno. Nel calcio di medio-alto livello il bravo amministratore può far quadrare i conti con il pubblico, i diritti televisivi quando ci sono, ma soprattutto con contributi giustificati cialtronescamente dall'importanza 'sociale' della squadra di calcio. Non è necessario che compaia il marchio della Regione, è sufficiente un qualsiasi pecorino uguale a tutti gli altri pecorini del mondo. C'è un mondo di differenza con un club di altri sport, dove gli spettatori non permettono di far quadrare i conti e gli enti locali quasi sempre se ne sbattono di un fallimento: basti vedere come, a parità di Reggio Calabria, la Reggina sia stata trattata rispetto alla Viola. L'amministratore del nostro club di serie C di basket che cosa può fare, quindi? Ricordando che nella maggior parte dei casi il biglietto d'ingresso alle partite non ha nemmeno un prezzo simbolico...Gli si presentano, quando è fortunato, quattro categorie di sponsor-finanziatori:
a) L'appassionato che ha fatto i soldi con la sua attività e desidera visibilità almeno locale;
b) Il dirigente disonesto della grande azienda, che fa avere la sponsorizzazione ma ne pretende indietro almeno la metà o in nero o attraverso 'consulenze' a parenti o amici. Qualcuno si è mai chiesto come mai grandi aziende nazionali leghino il marchio a squadrette che faticano a trovare spazio anche sui giornali specializzati?
c) L'imprenditore con profitti che non riesce a far sparire con spese fittizie: lo sport è una macchina da 'nero' quasi perfetta, anche a livello dilettantistico dove oltretutto la contabilità è semplificata.
d) Il riciclatore in senso stretto, che ha interesse nel controllare un'attività pulita, per quanto improduttiva come una serie A di hockey prato o di pallamano, su cui appoggiare fatture, pagamenti ed altre situazioni. Anche per il riciclatore vale il principio del 'ritorno' personale, ma in misura minore che per il dirigente di cui al punto b).
Inutile dire che il sogno di tutti è trovare a), ma che in alcune realtà geografiche questa ricerca è quasi impossibile. In definitiva si può dire che il calcio è pieno di riciclatori, ma che potrebbe funzionare anche senza. La stessa cosa non si può dire di altre discipline.

Psicologia Franzese

di Stefano Olivari
Le partite combinate sono un motivo sufficiente per stare alla larga dalle scommesse? Domanda di tipo matematico, non etico. La questione è tornata d’attualità dopo che in varie interviste Michael Franzese ha spiegato come il tennis, molto più dei vituperati calcio e ippica, sia diventato la terra promessa del ‘match fixing’. Franzese, ex boss mafioso nel ramo scommesse ora reincarnatosi in consulente dell’FBI e di varie federazioni sportive, ha spiegato le motivazioni concrete dei tennisti corrotti (quando come premi un’uscita nei primi turni frutta meno di una puntata ‘anonima’ contro se stessi) che lui stesso contattava. E quelle psicologiche: ‘’Lo sport individuale abitua gli atleti al rischio e li porta all’azzardo anche oltre la propria convenienza, mentre negli sport di squadra il giocatore-tipo è più calcolatore’’. Nello Wimbledon appena terminato la partita di primo turno Melzer-Odesnik è stata oggetto di indagine per il volume generato in proporzione alla notorietà dei due, quindi è utile per rispondere al quesito iniziale. Siccome la base ideologica del tarocco è ‘Assicurare un risultato probabile, solo in casi estremi inventarne uno assurdo’, anche il giocatore fuori dal giro che segua i volumi o il semplice movimento delle quote può farsi un’idea di cosa stia maturando. Infatti sulla partita sono confluiti volumi trenta volte superiori al normale, con preferenza per la vittoria di Melzer in tre set. Come è poi avvenuto e come, bisogna dire, dal punto di vista tecnico era probabile. Dal punto vista pratico lo scommettitore onesto è quindi contro le partite combinate, ma solo perché gli fanno abbassare la quota.
(pubblicato sul Giornale)

lunedì 6 luglio 2009

Mai dire Dubai

Mentre scriviamo queste righe è da poco terminata la contestazione di parte della curva Sud al Milan, nel giorno di un mesto raduno a Milanello. Come la pensiamo sugli ultras lo sapete, così come sui workshop di Galliani e sui giornalisti della casa sguinzagliati su tutti i canali a giustificare l'ingiustificabile: ci guadagneranno qualcosa, ma che vita. Evitiamo quindi il solito pistolotto sul tifo organizzato, le sue logiche e la sua genuinità (ha totalmente ragione Maldini, che per vari motivi conosce l'ambiente meglio di quanto si creda) e veniamo al nucleo della vicenda. Perché Silvio Berlusconi, con tutti i problemi che ha, non vende un Milan che sta offuscando la sua immagine di 'vincente' più di escort (per l'italiano medio, quello che gli Scalfari non conoscono, è vero l'esatto contrario) e logoramento dei furbi-Fini della situazione? Il commercialista, osservando la quasi totalità di bilanci in rosso in 23 anni di presidenza, se lo chiede al pari del tifoso che pensa che a chi ha vinto cinque Coppe dei Campioni più tutto il resto freghi meno di niente del secondo posto in campionato. La doppia intervista berlusconiana letta oggi su Gazzetta e Giornale (per le pagine sportive del Giornale parlava Pier Silvio) merita forse più psicanalisi che analisi. Ad Alberto Cerruti il vero ideologo degli anni Ottanta italiani ha spiegato che il livello della rosa rossonera è uguale a quello interista e che con tre campioni come Pato-Pirlo-Ronaldinho (uno che se ne vuole andare, uno che la società sta offrendo a mezza Europa in attesa che il Chelsea si decida e un grande ex) nessun traguardo è precluso. A Franco Ordine suo figlio ha regalato momenti di involontaria comicità (''Non ho informazioni di prima mano sulla campagna abbonamenti del Milan'') e modeste perle di saggezza ricordando che il Milan non è finito con il ritiro di Van Basten (di fatto la finale di Champions 1993). Dimenticando però gli altri campioni che l'olandese avava lasciato: dalla difesa perfetta a Savicevic, passando per tutto il resto. Senza fare cento ipotesi per poi fra sei mesi tirare fuori il titolino e scrivere 'Noi lo avevamo detto' (C'è un giornale umoristico che lo fa spesso, non è il Vernacoliere e neppure Cuore), per quel pochissimo che sappiamo di diciottesima mano da frequentatori del solito ristorante in favore di telecamera rimaniamo convinti che a seconda della situazione politica Berlusconi gestirà un passaggio morbido in mani amiche e italiane (Ligresti, Ligresti, Ligresti i primi tre favoriti con outsider il sempre più statale Benetton) del pacchetto di controllo vero. Per quello finto si proverà a vendere la Fontana di Trevi agli amici del Dubai. Di sicuro l'impegno politico è la migliore garanzia contro l'invasore arabo, anche se qualche tifoso non starebbe a sottilizzare.

Gli allenamenti di Romario

di Alec Cordolcini
Olanda. 9 milioni di fiorini che difficilmente potrebbero essere spesi meglio. Il 18enne Ronaldo che sbarca per la prima volta in Europa si presenta ad Eindhoven da campione del mondo non giocante (c’era anche lui tra i convocati di Parreira nel Brasile Tetracampeão di Usa 94, ma non scese in campo nemmeno un minuto) e sull’onda dei fasti color verdeoro lasciati in Olanda dall’illustre predecessore, Romario. Quando il Baixinho è stato ceduto al Barcellona dopo cinque stagioni colme di reti e polemiche, la dirigenza del club del club della Philips individua nell’attaccante dell’Mvv Maastricht Erik Meijer il suo sostituto, ma ben presto si rende conto di essere passata dal Dom Perignon all’acqua tonica. Il talent-scout per eccellenza del Psv, Piet de Visser, l’uomo che ha portato nel Brabante del Nord Romario e che in futuro si ripeterà con Alex, Gomes, Farfàn e Salcido, si rituffa quindi nel mercato sudamericano estraendo dal cilindro la pepita Ronaldo. I rigori del clima invernale olandese non congelano il talento dell’enfant prodige brasiliano, il cui fiuto del gol dimostra da non avere nulla da invidiare al più famoso Romario, con l’aggiunta, e in questo caso ad Eindhoven tirano tutti un sospiro di sollievo, di un atteggiamento un pizzico più professionale di un Baixinho re non solo del gol ma anche della nightlife olandese, nonché personaggio da “io ad Eindhoven ho fatto più partite che allenamenti”. Ronaldo invece si allena e segna (in coppia con il belga Luc Nilis, in seguito definito “il miglior compagno di reparto che abbia mai avuto”); 30 reti nella Eredivisie 94-95 (capocannoniere del torneo), 12 (in 13 partite) in quella successiva, limitata da un infortunio. Il 13 settembre 1994 arrivano i primi gol “europei” del niño di Bento Ribeiro, con una tripletta realizzata in Coppa Uefa al Bayer Leverkusen di Ulf Kirsten e Bernd Schuster in un incontro vinto 5-4 dai tedeschi. Un anno dopo, sempre in coppa Uefa, arriverà addirittura un poker contro i finlandesi del MyPa 47, demoliti 7-1 al Philips Stadion dopo che all’andata proprio Ronaldo ha evitato un’imbarazzante sconfitta pareggiando la rete iniziale di Mahlio. Ma per quanto il brasiliano infili nelle reti avversarie caterve di palloni, troppo forte risulta la concorrenza dell’Ajax di Van Gaal per permettere al Psv di vincere il titolo nazionale. L’unico trofeo ad entrare in bacheca del club della Philips è così una Coppa d’Olanda, conquistata ai danni dello Sparta Rotterdam. Una vittoria che però Ronaldo fatica a sentire sua, dal momento che nel corso della finale il tecnico Advocaat lo tiene in panchina per tutta la durata dell’incontro. Il diretto interessato non gradisce e decide di cambiare aria. (2 - continua)
wovenhand@libero.it
(in esclusiva per Indiscreto)
La prima puntata della storia di Ronaldo

Canto delle anatre

di Oscar Eleni
1. Oscar Eleni, travestito da boccale di birra, cosa non difficile considerando il giro vita, nella stanza più affollata di U Fleku, speriamo di averlo scritto giusto, il tempio del luppolo dove non puoi stare a guardare gli altri che devono se arrivi a piedi fino a Praga, attraversi il ponte Carlo, ti nascondi nella città vecchia, se hai deciso di scoprire se i veterani del colonnello Natucci hanno davvero cambiato il dottor Stranamore Alberto Bucci. Una volta, quando era re, sembrava il più divertente e divertito, gli piaceva stupire con giacche colorate, era spiritoso, brillante, una volta, quando allenava il Cus Bologna e non pensava di poter diventare sindaco, mandò nei matti il povero Sales facendo diventare Buzzavo il cannoniere della finale. Erano altri tempi, la storia Virtus lo esaltò, ma lo cambiò anche, in peggio dicono gli amici dei tempi buoni, ma era un re, vinse lo scudetto, era in prima linea, pazienza se poi alla fine non si è più capito con Alfredo Cazzola che non ricordava bene, secondo lui, certi accordi.
2. A Bologna, in questi tempi, è così. Molti dimenticano gli accordi e persino la verità come direbbero gli sbalorditi avventori della collina di Ugo leggendo certe dichiarazioni che arrivano dall’iperuraneo abruzzese. Chiedetelo a Savic, a Sconochini, allo stesso Bucci, ai creditori di oggi della Fortitudo, chiedete un po’ in giro, anche se siamo al canto delle anatre: provano per Sanremo, ma non vanno bene neppure per una sagra. Tanti amarcord con inganno nascosto: manager con una promozioncina da mettere in bacheca che urlano al mondo “ma non capite che avete messo da parte un genio”. Succede. Non esiste misura della prestazione sportiva negli sport di squadra. In atletica misuri, cronometri, nelle altre discipline vai a spanne e allora scopri fenomeni anche se hanno soltanto fatto passare le acqua in qualche brefotrofio. Sono indignati gli estromessi di oggi e allora cosa dovrebbero dire quelli che ieri hanno vinto davvero tanto, hanno fatto società capolavoro e ora non hanno più ingaggi e neppure credibilità, per un mistero glorioso che piace al basket creativo dove si promuove per rimuovere, dove si rinnova sempre senza sapere poi dove andare.
3. Sono giorni per queste anatre che volano basse, ma cantano a squarciagola. Diventa storica la vittoria della femminile ai Mediterranei contro la under della Serbia. Tutti a ballare, con Franco Lauro che ci risveglia dal riposo meritato invitandoci a brindare con e per Ticchi il farmacista. Nessun problema, sapevamo che era bravo, sapevamo che era vaccinato per pedalate vere in salita, che avrebbe resistito a tutto, ma non umiliamolo facendogli dire che ha raggiunto un oro storico dopo tante delusioni. Un passettino avanti, ma certo sarà ricordato molto meglio per il sesto posto Europeo rovinato per eccessiva furbizia alla pesarese, quando pensava di poter tenere Macchi seduta mentre la Grecia rimontava e si trasformava in squadra di megere dal braccio caldo.
4. Ma non divaghiamo e torniamo a casa Bucci, alla birreria di Praga dove la nazionale Over 45 ha vinto il mondiale. Anche qui enfatici messaggi dal fronte sul fatto che l’Italia non vinceva a livello mondiale da sempre. Così vanno le cose nel nostro mondo e lo può capire un boccale di birra travestito da giornalista se il suo medico curante non si è affatto preoccupato del labirinto andato, ma, fuggendo verso la gloria mondiale, lui il Max che si considera medico sportivo al sevizio della città di Milano, ha voluto soltanto sapere se nei giorni della gloria ci sarebbe stato spazio sui giornali. Qualcosa è stato scritto, chi poteva lo ha fatto volentieri, ma insomma stiamo calmi anche se ci fa piacere onorare chi ha vinto con un bel sei su sei, ma la curiosità era scoprire la nuova faccia di Bucci, più arcigna oggi di quando correva verso titoli meritati, verso scudetti svaniti in un nanosecondo come gli avrà ricordato sempre Fantozzi, il regista degli over a Praga, città amata da tutti meno che dai veneti, si dice, perché con la famosa pace del 1866 gli austriaci diedero la regione a Napoleone che la girò all’Italia cambiando il destino e l’educazione civica di tanta gente. Gloria a Bucci e ai suoi mohicani dove si nasconde anche il Montecchi cubano, dove Carera non lascia un pallone, dove scopri Frascolla, riscopri Terenzi e Binelli, Dal Seno e Teso, dove il motore è Ponzoni, dove c’è lo spirito che in questi giorni sembra animare l’altro basket e premia gli Antonello Riva.
5. A Genova si sono radunati per il trofeo Panichi i reduci di grandi stagioni in una città che amava questo gioco e ora lo vede lontano, troppo in alto. A Milano, in via Procaccini, la via dove aveva la sede l’All’Onestà poi diventata Mobilquattro, stampata Xerox, morta Isolabella, due giornalisti dal cuore grande, Olivari e Specchia, forse bugiardi per troppo amore direbbero loro nella ricostruzione di certe cose e qui il commissario Parisini, chiamato in causa per un tarocchino Alco, dovrebbe rispondere, hanno presentato la storia dell’Altra Milano lasciando sbalorditi i ricconi Armani, lasciando senza parole chi non ha mai avuto la loro fede, la loro speranza in un mondo diverso. Tutte riunioni da frequentare come direbbe l’ex presidente Maifredi che ancora si fa guidare da una vecchia passione, anche se lui la deve vivere a schiena piegata mentre in giro ci sono altri che raccontano balle storiche, gente di cui non senti la mancanza, ma che vorrebbe farti credere che ci mancano davvero.
6. Niente da dire, qualcuno ci manca, altri ci intrigano, perché vorremmo davvero conoscere la metamorfosi di Natali quando siede sotto la linea gotica rappresentata da Galliani, vorremmo scoprire cosa ha spinto Atripaldi a cavalcare davanti ai tartari che hanno scelto i ragazzini come ostaggio per farsi ascoltare da una Federazione che non potrà cambiare se le regole d’ingaggio sono queste. Misteri gloriosi di chi ti applaude se vinci, se sei promosso, ma poi, come primo premio ti offre un contratto al ribasso. Questi sono gli uomini delle rivoluzioni in un basket dove gli aerei per le Americhe sono sempre stracarichi quando qui ci sarebbe da fare la ola per Siena, campione con i campioni, campione con i giovani, campione, adesso, con la under 15 della Virtus del presidente Bruttini che ha scoperto nuova vita, nuova forza unendosi ai progetti di Minucci, non contrastandoli a prescindere, anche se i mondi restano giustamente diversi.
7. Il basket che danza col tutù delle vergini dai candidi manti spiegando che l’organizzazione cooperazione per lo sviluppo economico, la OCSE, ha scoperto che il riciclaggio del denaro sporco viene fatto più facilmente nel calcio, ben sapendo che anche altri sport riciclano e hanno in soffitta riciclatori nati come spiegherebbero certe folgorazioni sulla via della salvezza societaria ai tempi dei tacopinatori riuniti.
8. Anatre in volo sotto il tiro delle doppiette di chi sapeva bene che Stonerook non si sarebbe presentato a Bormio, per favore risparmiateci la guerra dei bottoni con squalifica e polemica aggiornata, di chi invece si domanda perché Bulleri ha deciso di rinunciare anche se sa benissimo che il suo posto è sicuro e che nel gruppo non resteranno per molto quelli che non ci sanno stare come cercano di spiegare a Milano adesso che devono proprio risolvere il caso Vitali, cigno dell’estate diventato brutto anatroccolo nei play off. A proposito del raduno a Bormio nella terra del balivo Pini, un gigante nella storia di questo gioco, fa impressione la scritta free agent di fianco al nome di Matteo Soragna lasciato libero da Treviso.
9. A proposito di Treviso qualcuno prenda in considerazione il caso Pausich che ha lasciato dopo oltre trent’anni la società che ha vissuto con lei, per lei, perché c’era interesse soltanto verso la prima squadra mentre a lei interessa il basket giovanile, quello di oltre 100 ragazzine da far correre e divertire, quello del gruppo speciale della Montelatici. In federazione il nostro presidente accerchiato dia incarico a qualcuno di interessarsi davvero dei problemi esistenti quando devi organizzare un vivaio, ma sappiamo che la cosa non fa diventare più importanti, non ti porta al ballo del qua qua davanti al monitor. Una volta a Milano c’era uno che prima di frequentare il gruppo schiena dritta aveva promesso che il campo all’aperto di via Dezza sarebbe stato intitolato a Mario Borella, allenatore e maestro per tanti a Milano, basterebbe chiedere a cinque o sei generazioni di giocatori, dirigenti, arbitri, allenatori, poi ci fece sapere che la burocrazia bloccava tutto, poi lo vediamo questo campo: da due mesi retine strappate, ma per fortuna i ragazzi ci giocano lo stesso. Ma è anche la storia vero di uno sport che barcolla e non sa ancora che la guerra dei bambini lo porterà alla maledizione.
10. Restando a Treviso ci addolora che Toronto, quindi Gherardini, abbia portato via il Cuzzolin che sapeva davvero costruire atleti sul telai che promettevano soltanto di poter diventare aerei da combattimento cestistico. Tutti a Las Vegas, pochi a Bormio, ma è normale. Il caldo verrà più avanti quando anche la figuraccia nella finale per il terzo posto ai Mediterranei sarà digerita con lo stesso sgroppino di chi ci vuole convincere che si deve arrivare allo scisma per proteggere un certo tipo di giocatori, per rendere più ricchi gli incassi di un certo tipo di agenti. Speriamo che la montagna valtellinese faccia del bene a tutti, anche se nella batteria dei centri che, fortunatamente, troverà in Hackett un bel fornitore di palloni, vediamo lo spettro della eliminazione prossima ventura, quella del buio oltre la siepe di un europeo che difficilmente ci vedrà in campo, anche se dicendo questo, con le squadre italiane, in ogni sport, si arriva al massimo, persino ai titoli più importanti.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)

Il tifo dei migliori

di Stefano Olivari
Che cosa ha fatto di male Federer a Rino Tommasi e Gianni Clerici? Nelle quattro ore e passa di telecronaca della finale, seguite religiosamente su Sky, ce lo siamo chiesti più volte. E in maniera non tifosa, visto che avremmo apprezzato la vittoria di Andy Roddick: il primo successo a Wimbledon gli avrebbe cambiato la vita e la carriera (non che la vittoria allo Us Open 2003 e le precedenti due finali a Londra siano da buttare, c'è chi è ritenuto un campione solo per qualche corrida in Davis), mentre allo svizzero il sesto ha dato solo una riga in più sul libro dei record al termine di una partita dominata dalla prima palla di servizio come nemmeno un vecchio Ivanisevic-Rosset. Ha esordito Clerici dicendo che ''chi dice che Federer è il migliore di tutti i tempi è ignorante'': il solito ovvio discorso sul fatto che si può essere considerati i migliori solo nella propria epoca, se non fosse che verso la fine lo stesso commentatore ha esaltato Laver ed osservando in tribuna il telecronista McEnroe (altro suo bersaglio) e lo spettatore Borg si è spinto a dire che 'questi sì giocavano a tennis'. Federer (ieri peraltro in versione ridotta: ace, poche risposte e rovesci quasi solo tagliati e/o trattenuti) no, invece. Tommasi gli ha retto il gioco sottolineando che l'attuale numero due del mondo ''non è nemmeno il migliore di oggi'': opinione libera, ma espressa con un tono che non viene riservato nemmeno agli show di Fognini. Per non parlare dell'ironia spesso pesante riservata alla povera Mirka, rea di non essere il solito troione da tribuna (personaggio fisso del tennis insieme all'allenatore para-guru ed all'amico dalla professione indefinibile). E allora? Non facendo parte della parrocchietta, non conosciamo l'antefatto: un'intervista rifiutata (ma avevamo da poco visto Federer ospite a Sky nello studio di Meloccaro), un invito a cena saltato, uno sponsor sbagliato, le possibilità sono molte. Trasporre il tifo dalla squadra (o città, nazione, paesello, associazione) alla conoscenza personale del singolo, tipica degli sport in cui tutti conoscono tutti, è un modo diverso di tifare. Forse migliore, perchè prescinde da logiche di appartenenza, ma comunque fastidioso anche per chi aveva più simpatia per Roddick.