Copi right

di Stefano Olivari
Cosa ci guadagniamo a scrivere su Indiscreto, noi e gli altri mille che lo fanno? Ci riferiamo sia ai giornalisti che a chi usa qualche minuto della sua vita per regalare i suoi pensieri ad una massa indistinta di lettori (ed anche alla propria vanità) attraverso i muri. Non quei 50 euro al mese generati da Adsense, il cui codice non abbiamo ancora inserito per pura pigrizia.

Cantine segrete

di Oscar Eleni
Nostalgia di Mestre, i tramezzini di Zancanella, l'odio di Seragnoli, la festa per Jura, la lezione di Bucchi, il golf per Meneghin, gli acquisti Armani e il manager Coldebella. Voti a: Bulgheroni, Sacripanti, Capobianco, Sidoli, Robbins, Mazzoleni, Lardo, Fucka, ScavoSpar, Rai e Gentile.

Più intelligenti di Mourinho e Lippi

di Libeccio
Nostre considerazioni sull'allenamento del Barcellona, le previsioni dello Special One, il ritorno di Mancini, gli insulti a Balotelli, lo schema per Cassano, i diritti del commissario tecnico e la furbizia di Totti...

Dodicesimo uomo a casa

di Stefano Olivari
Chi non deve vendere abbonamenti lo può dire senza problemi: la lotta per lo scudetto è finita e per qualche mese rimarrà mediaticamente in vita solo per la scaramanzia dei tifosi interisti e la furbizia di chi deve comunque far sognare quelli juventini e milanisti di bocca buona. Pronti alle tabelle scudetto di Del Piero e di Leonardo, con importanti pennellate del giornalista raccogli-pareri, rimangono quei temi collaterali che ci consentono di arrivare alla fine del mese. Primo fra tutti il razzismo,

La parabola di Hot Plate

di Simone Basso
Lo rivedemmo su un canale spagnolo a scrocco, un po' come quei fantasmi del passato che spuntano fuori a sorpresa: la sagoma inconfondibile, le movenze da panterone rallentate dalla ciccia in eccesso e le mani degne di un Horowitz della pallacanestro. Fu patetico, ma allo stesso tempo consolatorio, rivederlo su un parquet dopo tutti quegli anni; le promesse mai mantenute, lo Zander Hollander che gli predisse la Hall of Fame, e le delusioni accumulate durante una carriera cestistica che non tradusse in realtà le potenzialità clamorose. John Sam Williams nacque a South Central, il quartiere Zen di Los Angeles; luogo mitizzato dall'hip hop non certo per il clima da isola caraibica.

Strane macumbe

di Oscar Eleni
Non abiura, non abiura, strillava l’inquisitore mentre Galileo piangeva e sussurrava: giorno di sventura quella in cui l’uomo vede la verità. E’ capitato nella notte europea dove le tre italiane le hanno prese e si sono fatte anche male, è capitato mentre i cervelloni dell’associazione allenatori ringraziavano Meneghin per aver pensato finalmente a Pianigiani come sostituto del Recalcati che, invece, come ci ha detto il suo precettore Mattioli dall’Eco di Bergamo, era convinto che fosse Sacripanti il vero erede. Opinioni, strane macumbe per tenere lontano la ragione, come succede quando ti chiamano da una radio romana e alla fine vogliono il pronostico tipo totocalcio, uno per le vittorie buone, ics per quelle non superiori ai 5 punti, 2 per i successi senza ostacolo adrenalinico in trasferta.

I fantasmi di David Bowie

di Simone Basso
1974, il cadavere ancora fresco di Ziggy Stardust. Bowie lo uccise, ma non riuscì a fuggire dalla sua ombra.
Così progettò "Diamond dogs", una corsa verso il futuro e soprattutto gli States. Un capolavoro imperfetto, figlio di una mutazione genetica prodigiosa, nonchè la realizzazione pop di un incubo...

La massa precipitosa

di Stefano Olivari
Le quote non sono qualcosa di immutabile, ma rappresentano solo il modo in cui la previsione tecnico-sportiva del bookmaker reagisce alle azioni della concorrenza, degli scommettitori professionisti e della massa. Il primo tipo di reazione è matematico: il fatto di potersi ricoprire ad una quota più alta porta nel giro di pochi minuti le offerte ad assomigliarsi. Il secondo è la base stessa dell’allibraggio: le scelte dei grandi scommettitori fanno salire o scendere la quota. Il terzo è più interessante, in quanto decisivo per il funzionamento del sistema e gli utili degli operatori. All’interno delle grandi aziende di bookmaking esistonono infatti due filosofie distinte, che però non sono in contraddizione.

C'è da spostare una Maquina

di Daniele D'Aquila
Juan Carlos Muñoz (4 Marzo 1919 - 22 Novembre 2009). Alla fine il sipario è calato anche sull'ultima star del cast, che così lascia il palco ai figuranti di quella ormai scalcagnata compagnia teatrale. Juan Carlos Muñoz non se lo ricorda quasi nessuno, e i pochi che se lo ricordano ne snocciolano il nome solo come primo grano del rosario: Muñoz - Moreno - Pedernera - Labruna - Lousteau. Il quintetto d'attacco più forte di tutti i tempi secondo molti, la terrificante delantera che fece meritare a quel River Plate il soprannome de "La Maquina", per la sconfortante facilità di gioco con la quale regolava gli avversari.

Pensiamo in grande

di Stefano Olivari
Tre sfighe e una partita davvero da noi mal giocata (Man U-Besiktas) ci hanno fatto incupire a metà settimana. Presi Colchester (più 55 euro), Liverpool (32), Oxford United (73), Leeds (33), Chievo (61), Bayern (28). Cannati Kettering Town, Legia (ha vinto, ma al supplementare), Manchester United e Atalanta.Risultato paziale: meno 118, con capitale che scende a 977,15. Viva il presente, here and now per dirla alla Phil Jackson: partiamo con l'analisi del fine settimana, con animo però molto poco zen.

Complotto contro l'autorevole Equipe

di Dominique Antognoni
Quando eravamo piccoli e i giornali sportivi avevano per davvero importanza (sembra passato un secolo), l'Equipe veniva a livello internazionale considerata come la Bibbia dello sport e addirittura anche del calcio. Parliamo dei primi anni Settanta, in cui questo giornale risultava autorevole anche se il calcio francese non era certo ai vertici mondiali. Crescendo abbiamo continuato a considerare miti i suoi giornalisti, anche se l'evidenza diceva che i loro pezzi non erano poi molto diversi da quelli dei 'normali'. Quando poi c'era qualche francese protagonista, i toni non erano poi molto diversi da quelli di Tuttosport quando esalta ogni sputo di Del Piero. Tutto questo è durato fino a quando a Milano ed in giro per l'Italia non ha iniziato a farsi vedere un personaggio da cartone animato, un tale che solo a vederlo ti vengono in mente le parole sentite in chiesa: da mettersi la mano in tasca per offrirgli un piccolo aiuto.

Grande senza le radio

di Alvaro Delmo
"Io ti amo e chiedo perdono, ricordi chi sono, apri la porta a un guerriero di carta igienica e dammi il tuo vino leggero, che hai fatto quando non c'ero e le lenzuola di lino, dammi il sonno di un bambino". E' il 1977 quando dalla penna di Giancarlo Bigazzi esce questo testo che di lì a poco farà il giro del mondo sulle note composte da Umberto Tozzi. Accoppiata vincente e di qualità, la loro, anche se i relativi commenti che negli anni si sono particolarmente sprecati rappresentano forse il più grosso esempio di luogocomunismo musicale verificatosi finora in Italia.

Gli osservatori di Adiyiah

di Alec Cordolcini
Fredrikstad è una città portuale il cui stadio è stato ricavato da un cartiere navale, e per raggiungerlo è sufficiente seguire l’apposita segnaletica orizzontale che adorna le strade cittadine. Un paese di pazzi per il calcio; questo è stato il primo contatto con l’Europa per il neo-milanista Dominic Adiyiah. Lasciare l’Africa, e la propria casa, per il freddo del grande nord. Norvegia, Svezia, Finlandia, addirittura Far Øer; partono in tanti, cercando l’occasione della vita, arrivano in pochi (Obi Mikel, Obasi, forse Ighalo). Il giovane ghanese Adiyiah non sembrava tra questi.

Quelli che corrono per venti minuti

di Federico De Carolis
Al di là dei risultati che verranno e delle stesse qualificazioni auspicate e tuttora probabili (un quattro su quattro agli ottavi non sarebbe una sorpresa), le partite finora disputate in Champions hanno offerto ai tifosi italiani lo spettacolo di grosse carenze nelle loro squadre. L’Inter che perde contro il Barcellona rilancia la tentazione di mettere alla porta Mourinho, Ferrara con la Juve che non va proprio meglio a Bordeaux evidentemente meriterebbe la stessa sorte. Lo stesso si può dire di Leonardo, andando oltre i risultati. Le nostre squadre di club faticano in Europa, anche contro avversarie di tasso tecnico inferiore (discorso che ovviamente non si applica al Barcellona), perchè sono abituate ad un ritmo di gioco e ad un'intensità mentale diversa.

Il coraggio di Red Robbins

di Stefano Olivari

Una persona degna di fiducia ieri ci ha detto al telefono: ''E' morto Red Robbins. Ho letto un suo ricordo sul New York Post, nell'articolo di Peter Vecsey. Ma scommetto che sul sito dell'Armani Jeans non c'è nemmeno la notizia''. Il nostro interlocutore aveva ragione, abbiamo visitato il sito e non abbiamo trovato nulla. Per la verità nemmeno oggi, almeno fino al momento in cui stiamo scrivendo. Niente sulle agenzie di stampa, che del resto vivono di sovvenzioni pubbliche e si concentrano sui tagli di nastro dell'assessore. Niente sui giornali, sportivi e non, con le eccezioni di una 'breve' sulla Gazzetta e su Superbasket. Eppure Austin 'Red' Robbins ha lasciato una traccia sia nella storia dell'Olimpia che in quella del basket pro americano: dopo il college a Tennessee sotto Ray Mears, nel 1966-67 fu infatti straniero di coppa (quello 'totale' era Steve Chubin) nel grande Simmenthal campione d'Europa in carica che avrebbe perso di un niente la finale con il Real Madrid. Poi nel 1975-76 straniero anche in campionato, in una stagione stranissima conclusa con la retrocessione del Cinzano (allenatore Pippo Faina, in campo anche Brumatti e Ferracini) in A2 e la vittoria in Coppa delle Coppe. In mezzo a queste due stagioni visse da protagonista quasi tutta la romantica e selvaggia storia della ABA, dalla fondazione (1967, appunto) alla penultima stagione (la lega si sarebbe sciolta nel 1976). New Orleans Buccaneers, Utah Stars, San Diego Conquistadors, Kentucky Colonels e Virginia Squires. Zero minuti nella NBA, nonostante fosse stato scelto dai Sixers. Era l'archetipo fisico del mazzolatore bianco, tanto amato a Milano, ma dotato anche di grande tecnica sia come quattro che come centro: eccellente rimbalzista (in otto stagioni ABA media partita di 10,5), buon difensore, attaccante sottovalutato (13,1 la media) nel 1972 fu anche un buon tiratore da tre punti in un'epoca in cui l'ala forte faceva di solito l'ala forte e absta. Anche se l'highlight della carriera rimane la prestazione in garasette delle finali del 1971, con la maglia degli Stars e compagni come Zelmo Beaty (uno dei grandi che aveva 'tradito' la NBA, che nel momento culminante si infortunò: infatti Red vinse il titolo da centro). Una decina d'anni da negoziante di articoli sportivi, una quindicina da responsabile vendite presso varie aziende e tre di lotta contro il cancro. Poi se ne è andato ai sessantacinque, lasciando la moglie Janie dopo 39 anni di matrimonio e tanti ex bambini ammiratori del suo coraggio. Al Salt Palace come al Palalido.

La filosofia degli Abba


Nel paese dei processi infiniti una querela non si nega a nessuno: di solito è poco più che una minaccia, ma può capitare che il tifo (spesso politico, qualche volta sportivo) del giudice faccia degenerare la situazione. Insomma, non si sa mai. Però appare improbabile che Zdenek Zeman debba risarcire Moggi per qualcosa. L'allenatore boemo aveva accusato il 'sistema Moggi' di avergli impedito di lavorare, l'uomo che al sistema dà il nome ha ribattuto che Zeman è stato tenuto ai margini dalla sua stessa incapacità (sintetizziamo). La cosa incredibile è che secondo molti giornalisti la credibilità derivi solo dalle vittorie: il senso comune trova impossibile che si possa essere conteporaneamente campioni del mondo con pieno merito e persone dall'etica spregevole, oppure che si possa essere superati tecnicamente da dieci anni ma anche onesti e meritevoli di ascolto. The winner takes it all, non solo secondo gli Abba.

Il primo quarto perfetto di Gurioli

di Stefano Olivari
Nella storia del basket si sono visti parziali pazzeschi, facilitati dal fatto che nella parte di mondo senza salary cap (quasi tutto) le differenze anche fra squadre partecipanti allo stesso campionato sono enormi. Mai però avevamo sentito di un 25 a 0 al di fuori del settore giovanile.

Legia ma con pregiudizio

di Stefano Olivari
Fine settimana di (vera?) gloria. Beccati Cambuur (più 32), Stella Rossa Belgrado (36), Chelsea (19), Twente (27), Milan (54), Panionios (45), siamo rimasti delusi solo dal derby di Cracovia. Comunque l'utile di 113 porta il capitale a 1.095,15 euro. Adesso concentriamoci su Champions e dintorni, soprattutto sui dintorni visto che l'allibraggio rende ingiocabili molte partite (Arsenal e Real Madrid su tutte). Consigli su: Colchester United, Liverpool, Oxford United, Kettering Town, Leeds, Chievo, Legia, Bayern, Manchester United e Atalanta.

Terza stella a destra

di Libeccio
Ibrahimovic fedele all'aliquota, le designazioni di Moggi, la terza stella di Blanc, il patteggiamento dimenticato e l'oblio della stampa che conta.

Nostalgia preventiva

di Simone Basso
Et voilà, consuntivo consumato di una stagione storica per i gesti bianchi: ad inizio Masters (chiamatele voi Atp Finals...) un gesto doveroso, coraggioso e soprattutto, per non smentirsi mai, molto chic. Il caffè di fine cena nel tennis, prima della pausa pit-stop, è un torneo che ne rinnega il principio fondamentale, ovvero l'eliminazione diretta; dunque un epilogo stagionale parecchio simile alle esibizioni pro degli anni Sessanta. Il fato vuole che si sia aperto il gruppo B con la riproposizione della partita, in versione mignon, che ha cambiato le sorti della stagione e, incredibile ma vero, modificato il panorama storico di questa epoca; tarda federeriana, beninteso. Anno mitologico, nella piccola storia del grande tennis, perchè ha sancito definitivamente l'immortalità statistica di Roger Federer. Vi risparmiamo i calcoli matematici che potrebbero assicurare, nella classifica, l'ennesimo numero uno finale all'elvetico: se il computer ci smentisse, sarebbe l'ennesima riprova che i calcolatori sono l'invenzione umana più idiota dopo il musical.

Ha sempre ragione Morfeo

di Antropiovra
Le note vicende di cronaca necessitano di una interpretazione chiara sulla questione sessuale in questo paese, senza lasciarsi prendere, a seconda dei casi da basso chiacchiericcio, voyeurismo, o arrapamento. L’italiano medio non sa come intepretare criticamente quanto è accaduto negli ultimi tre anni, dal caso di Cosimo Mele in poi, ogni 6 mesi deve tornare al voto, e chiede una riscalatura dei valori etici. E’ ora di mettere ordine, a meno che non si voglia consegnare lo scettro dell’ultima parola nelle mani di Vespa e dei maglioni di Crepet.

Il primo dei Supermac

di Christian Giordano
1. Comincia la carriera da terzino nel Tonbridge prima di arrivare, nell’agosto 1968, al Fulham, dove Bobby Robson lo avanza a centravanti. Quando Robson se ne va, Malcolm Macdonald cade in disgrazia e nell’estate 1969 viene ceduto al Luton Town per 30 mila sterline. In due stagioni agli Hatters viaggia a oltre un gol ogni due partite: 49 in 88 gare di campionato.
2. Nel maggio 1971 il Newcastle United lo prende per 180 mila sterline, allora record del club. Nel Tyneside, Macdonald diventa l’idolo più grande dai tempi di Jackie Milburn. In uno dei suoi primi match coi Magpies (“mègpìs”, non “megpàis”) rifilò una tripletta al Liverpool, e per tutte le sue cinque stagioni fu il miglior marcatore del Newcastle, segnando un totale di 138 gol in 258 presenze. Quando i Magpies raggiunsero la finale di FA Cup, nel 1974, andò a rete in tutti i turni della competizione, e l’anno seguente eguagliò il record realizzativo individuale con l’Inghilterra infilando una cinquina contro Cipro. Di conseguenza, l’intero Tyneside restò di sale quando, nell’agosto del 1976 per 333.333 sterline, lasciò St James’s Park per l’Arsenal.
3. Nella sua prima stagione ad Highbury, con 25 gol vinse la classifica marcatori della First Division. Nel 1977-78 trascinò i Gunners alla finale di FA Cup, persa 1-0 contro l’Ipswich Town. La stagione seguente, dopo appena quattro partite, subì un serio infortunio a una gamba in una trasferta di Coppa di Lega contro il Rotherham United. Nel luglio 1979, a soli 29 anni, Malcolm Macdonald annuncia il ritiro. In poco più di due stagioni ad Highbury, aveva realizzato 27 gol in 107 partite fra campionato e coppe.
4. Al Craven Cottage torna come dirigente di marketing, poi viene nominato allenatore. Nei suoi primi mesi in carica, tiene il club alla larga dalla zona-retrocessione in Fourth Division e nell’1981-82 guida il club alla promozione in seconda divisione. La stagione seguente per poco non porta i Cottagers alla massima serie, ma nel marzo 1984, in seguito a rivelazioni sulla sua vita privata, lascia il Fulham per gestire un pub a Worthing. Rientra nel calcio come manager dell’Huddersfield Town prima di trasferirsi, nel 1993, a Milano come impiegato nelle telecomunicazioni sportive. Per un periodo fa anche il procuratore calcistico e contribuisce a portare al St. James’s Park un suo assistito, la (presunta) stella brasiliana Mirandinha.
Da allora è nel cosiddetto “after-dinner circuit” come speaker, oltre che commentatore per radio locali e columnist del nord-est dell’Inghilterra. Celebre il suo talk-show radiofonico sull’emittente Century FM intitolato "The 3 Legends". Con Supermac, le altre due leggende sono Eric Gates e Bernie Slaven.

La sponda dei tatuati

di Oscar Eleni
Oscar Eleni dal prato della Ghirada, in Treviso, dove la Verde Sport organizzerà il campo dedicato ai bambini, all’intelligenza motoria, una iniziativa, si dice, buona, per i virgulti da zero a sei anni, ma considerando il paese dove siamo, la scuola che abbiamo, facciamo pure da zero a venti e anche oltre, perché su quel campo si possono anche curare ferite da taglio chirurgico.
Servirebbe a tutti avere campi del genere dove valutare certe attitudini e a Milano, quella che un tempo vinceva e parlava pochissimo, quella che sembra fuori da tutto ma ha ancora energie per creare qualcosa di bello, stanno pensando di imitare il progetto illustrato da Gilberto Benetton in un convegno stranamente disertato da chi doveva almeno renderne conto ai lettori prima delle brevi, della disfida fra Roma e Venezia per le Olimpiadi, delle notti passate sognando il poker e la California. I soliti problemi sugli inviti sbagliati, perché questo è un carnaio dove tutto funziona per simpatia, inviti, eppure si sapeva che c’era un ministro, si sapeva da tanto tempo del progetto, come del resto è noto che quando Gilberto Benetton scende in campo nello sport lo fa per amore vero, senza secondi fini come abbiamo sempre ricordato anche al Minucci, prima delle liti e delle divisioni che ci hanno lasciato con i quaqquaraquà, come potrebbero testimoniare persino quelli che nella Marca fingono di non sapere chi ha sostenuto l’attività di alto livello, al di fuori del calcio, ovviamente.
Ma come ti sei svegliato se ti metti a parlare bene di Benetton adesso che la Benetton basket ha preso due rimpalli che mandano un messaggio preciso ai vari Petrucci del quartierino? Mi sono svegliato male dopo aver visto D’Antoni guidare New York, guidare si fa per dire, una banda di sciagurati che neppure lo ascoltano, che vanno per il campo seguendo il profumo dell’oro, gente che ha ridotto Danilo Gallinari a fare la sponda invisibile o, al massimo, a tirare con i piedi sempre per terra, il contrario dell’evoluzione tecnica che ci aspettavamo, soprattutto adesso che fa il Larry Bird dell’oro olimpico, ma soltanto quando va in panchina, sdraidonsi a terra per dare sollievo alla schiena che non sembra guarita come dicevano e dicono gli avidi e i frettolosi che fanno gattini ciechi. I Knicks dei tatuati, te le raccomando le regole NBA su giacca a cravatta, puttanate, hanno perso il terzo supplementare in una stagione dove le sconfitte fanno malissimo, dove Michelino è nei guai seri perché la gente fa presto a sbatterti contro il muro.
La gente è feroce da tutte le parti. Ricordiamo il pubblico del Real che urlava Scariolo dimission, quello della Virtus che sembrava insofferente al realismo di Lino Lardo, al faticoso tirocinio dell’husky Koponen, quello di Milano che non sente Bucchi come il vero Cid di una squadra che ha bisogno del grande guru per nascondere tutto il resto, quello di Mosca che già non sopporta il sostituto di Messina, quello di Malaga che non perdona Aito, quello che ti mangia per essere a posto con la coscienza, quello che diventa Peterson o Bagatta dal film, purtroppo non film muto, a seconda delle musiche che sente in cuffia, quello che risolverebbe sempre tutto mandando via l’allenatore, il presidente, quello che se la prende con Claudio Toti e lo invita ad andarsene sapendo che del domani, a Roma, come a Milano, e certamente a Bologna, non c’è una certezza. Dovrebbero saperlo anche a Pesaro dove adesso sono davvero spaventati perché sembra che Napoli possa arrivare a fare una squadra normale e quasi competitiva a certi livelli entro la fine del girone di andata, pronta a rimontare almeno sulla penultima.
La gente è feroce. È cattiva, noi critici siamo dei bestioni con la bava alla bocca come i bevitori di vodka macerata con l’erba dei bisonti, sempre pronti a vedere il male in tutto, anche se esiste il diritto di replica, il diritto di non essere sempre d’accordo con i Proli della situazione, con quelli che arrivano in città e ti dicono c’è un nuovo sceriffo, del vostro passato me ne impippo, con i fenomeni che scelgono i sarti, i cuochi, persino i medici , fuori dalla città e poi si chiedono perché la città reagisce freddamente. Beh, a parte Pittis che confonde ancora l’eccellente Jumaine Jones con il principesco McAdoo, Milano, ad esempio, era abituata bene, aveva il meglio e per emozionarsi chiede proprio questo, non certo Iverson spinto da chi si confonde fra il risotto e le deiezioni dei cani. Certo che Iverson farebbe notizia, muoverebbe il cielo sopra Milano, ma per quanto tempo prima di pentirsi ci chiedono da Memphis e dintorni? Questo è il problema con chi si vanta di avere solida competenza, grandi maestri: erano sempre in bagno a fumare quando c’erano lezioni vere.
Settimana di purificazione nel distacco da Carlo Recalcati. Piangono i coccodrilli e i delfini di fiume. Non se ne poteva più di una situazione malata e insistere troppo per avere Pianigiani alla guida di Azzurra sembra voler fare un torto al quarantenne lupo della Mens Sana che certo sbalordisce il mondo con questa voracità, con questo record di 10 sconfitte su 136 partite, perché ai cari Petrucci e Meneghin voremmo dire che per un Chessa o un Martinoni al risveglio bisogna poi segnalare le prove dei titolari dell’ultima frana europea e il premio a Capobianco come allenatore dell’anno è strameritato perché bisogna davvero essere pazienti per sopportare Teramo così come la vediamo oggi, per non prendersela troppo davanti a certe prestazioni come quelle dei ragazzi d’oro Poeta ed Amoroso che certo meritano affetto, ma dovrebbero anche smetterla di fare recite fuori tema: il regista è spesso stonato e monocorde, ma sembra sempre che sia soltanto lui a tirare la carretta della Tercas, l’ala forte ha uno strano modo di combattere, un modo che piace quasi a tutti, ma poi lo vedi cedere di nervi quando servirebbero braccia solide per tenere su il tetto. Meglio allora i Michelori e Di Bella, i Mordente, che non se la tirano, ma in campo ci mettono sempre la faccia e non chiedono sconti se arricci il naso perché non fanno tutto bene.
Pagelle sulle ferite nella settimana europea che mette Siena e Milano contro le grandi di Spagna dove la ACB ha chiuso i conti con tanti soldi nelle casse, tanti progetti, ma certo loro ci prendono il mondiale che è vero zucchero e ci appoggiano per l’europeo che, ormai, è vero tormento anche giocato in casa propria come vi direbbero i polacchi che non sono certo tanto più deboli di Azzurra allo sbando, di questo basket dove tutti guardano in alto e non si accorgono che il resto del sistema è nella palude, nel giardino dei poveri di idee e quattrini.
10 A ZISIS e MORDENTE, compagnoni ai tempi di Treviso, produttori di vino rosso e bianco, il non ancora famoso Zimor che contiamo di stappare presto ringraziando questi due galantuomini, questi ragazzi che hanno cervello e cuore, che sono uomini veri e che al momento sono anche la gioia e la fortuna dell’Armani e di Siena.
9 A Carlo RECALCATI se troverà subito una nazionale da allenare, se tornerà presto su una panchina di serie A, se chiederà un po’ di silenzio e di rispetto su questa vicenda sgradevole che lo ha separato nella casa dell’ex amico Meneghin. A noi piace Micione Charlie quando lavora, non quando trama.
8 All’ ALTRA MILANO che domenica porterà Chuck Jura il magnifico sul legno del Palalido per una premiazione solenne prima che vadano in campo Armani e Scavolini. Dovrebbe presentare il tutto un Dan Peterson che anche quando deve fare giochi a due con gente sbagliata, gli succedeva a SKY, gli capita anche oggi, è sempre il numero uno, quello che sa cosa bere quando il sole delle parole al vento spacca le pietre che non hanno trovato le teste giuste da rompere.
7 A Massimo CHESSA, sassarese di Biella, classe 1988 e Nicolò MARTINONI, varesino Cimberio, classe 1989, prestato dalla Benetton a chi nell’ultima giornata ha mandato in campo di lavoro chi pensava di essere già pronto alla beatificazione per aver rischiato nella costruzione della squadra. Due giovani che danno speranza per il 2011, speriamo che con Melli ci diano qualcosa di più di quello che assurdamente ci aspettiamo dai ragazzi NBA.
6 Alla NBA che coltiva l’Europa alla sua maniera, che ti offre l’elenco giocatori mettendo di fianco a ciascun nome l’ingaggio. Un suggerimento che la Lega dovrebbe seguire in fretta, prima che al Coni scoprano certe cifre per certi italiani.
5 Al grande MASCELLANI, presidente di Ferrara, per aver fatto sapere ai suoi giocatori che per quello che ha speso si aspetterebbe di avere risultati migliori. Non è questa la strada per ridare energia e fiducia ad un gruppo che ha pagato anche momenti di esaltazione collettiva esagerati.
4 A Massimo BULLERI perché se è fra i migliori ogni volta che è in dubbio, ogni volta che deve fare un test pre gara per sapere se potrà andare in campo, allora le gente comincerà a sospettare che non tutti i mali vengono per nuocere e non tutti gli allenamenti saltati fanno perdere la buona predisposizione ad essere creativi, a tirare dal perimetro quando l’allenatore chiede più palloni per i centri.
3 A Maurizio GHERARDINI che dopo le uscite di curva della Toronto dove Bargnani resta, inutile litigarci ancora, quello che in Spagna e nella qualificazione europea lasciava perplessi tutti quelli che avevano già capito come non esistesse un feeling fra allenatore e giocatore, fra giocatore e basket con pelotas, dopo questo inizio stagione NBA con molti scuri, non ha ancora sentito i suoi personalissimi tifosi italiani urlare che la colpa non è del geniale forlivese, ma di chi non lo ascolta come fanno nella federazione canadese. Uhm.
2 A Dino MENEGHIN per quel comunicato senza dentro niente con il quale la Federazione si congedava da Recalcati, per questo silenzio sul futuro tecnico, il settore più delicato ed importante di una Federazione che ha bisogno di idee, di gente con voglia di lavorare, di esplorare il territorio, di fare battaglie rusticane con quelli della pallavolo e dell’atletica per avere gente da educare sui campi di basket nei posti giusti, con le giuste esperienze e f dolorose fatiche. Non vi salvate solo con le azzurrine della femminile volute dal Ticchi. Comunque meglio lacrime finte delle cause in tribunale come si rischiava anche adesso, dopo la vergogna della causa contro Riccardo Sales di quel tipo che oggi, per fortuna, cerca tartufi in una terra dove nascono soltanto fichi.
1 Alla BENETTON cucinata in salsa parilla da Pillastrini e dalla Cimberio perché non basta avere coraggio nelle scelte, bisogna anche rischiare a spendere qualcosa in più per sostenere l’esperimento. I giovani meritano spazio, ma pure bastone oltre a piatti di carote. Se cominciano con dei difetti poi non se li tolgono più. Nei vivai bisogna investire partendo dai buoni stipendi per chi istruisce i giovani.
0 A Nando GENTILE che non può iniziare con cinque stranieri cinque sul campo di Siena, non può reggere due tempi sfruttando il meno possibile i ragazzi i italiani dopo aver visto che tipo di purgante è il tifo del presidente Petrucci per chi predica bene e finisce per razzolare malissimo.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)

Applausi per Postiglione

di Stefano Olivari
I pochi bookmaker che accettano puntate sulla ex serie C, ma anche sul ventre molle della B (o di come la vogliono chiamare: ieri sera un dirigente peone, perché noi non parliamo mai con gente di primo piano, ci ha detto che l'ultimissima ipotesi è 'Lega Italiana'), sono di sicuro masochisti. Anche quando obbligano a legare tre risultati: potrebbero farne legare anche cinque...La freschissima vicenda di Potenza è in questo senso istruttiva, visto che il protagonista non è il solito stopper dalla marcatura morbida che leva all'attaccante il pizzuliano 'problema di girarsi'. Qui fra gli altri è stato arrestato il presidente, Giuseppe Postiglione.
E le partite in questione non sono solo quelle della sua squadra: da Ravenna-Lecce, serie B 2007-2008, Postiglione secondo l'accusa avrebbe tratto un lucro di 86.000 euro. Importante dettaglio: non si parla di totonero (le scommesse sotto inchiesta sono state effettuate in agenzie regolari), ma di calcio finto in senso stretto. Altro dettaglio: la parte sportiva non è centrale nell'inchiesta, a riprova che solo casualmente (le intercettazioni da cui nacque Calciopoli in origine rigurdavano mondi totalmente diversi) si può scoprire qualcosa sulla fiction che ci dà di che vivere. Inutile per il momento (gli arresti sono avvenuti poche ore fa) trarre conclusioni oltre la registrazione dei fatti, ma si può ricordare che Postiglione è presidente del Potenza da tre stagioni: lo ha infatti preso, nel 2006 (a 24 anni! Attività primaria: un'azienda che installa antenne e ripetitori) in C2. All'attivo una promozione, al passivo una retrocessione poi annullata dal ripescaggio deciso dalla Lega e un'altra simpatica vicenda (un presunto illecito con la Salernitana, diventato nella sentenza della Disciplinare 'slealtà sportiva' con il buffetto di tre punti di penalizzazione). Abbiamo letto, visto che non c'eravamo, che ieri durante Potenza-Rimini gli ultras lo hanno fischiato mentre la parte 'normale' dello stadio lo ha applaudito.

La discesa di Van der Velde

di Simone Basso
1. La faccia da schiaffi è di quelle memorabili, i capelli lunghi ma non troppo (da primi Stones) e gli occhietti da eterno furbastro. Johan Van der Velde da Rijsbergen, nato il 12 Dicembre 1956, aveva tutte le caratteristiche del fuoriclasse: il fisico longilineo e la capacità, rara, di essere eccellente in ogni settore richiesto a uno sfregaselle. Si materializzò nei pro, dopo una carriera giovanile notevole, al Giro di Romandia 1978: la matricola ventunenne sorprese tutti nella tappa più dura della corsa elvetica, compreso il suo capitano nonchè leader della corsa, Hennie Kuiper. Con il grande Hennie in crisi, Vdv ebbe via libera per un numero d'alta scuola, salendo verso Thyon nella neve; singolare caratteristica meteorologica che rimbalzerà qua e là nelle vicende agonistiche del nostro. Un presagio o un destino, fate un po' voi.
2. L'onnipotente Peter Post, a ragione, pensò d'avere in squadra il futuro fenomeno del ciclismo internazionale: anche perchè il presente, per i conterranei di Van Gogh, luccicava talmente tanto da consigliare un bel paio di occhiali da sole...Erano gli anni dei tulipani da esportazione, una sfilata sontuosa di eredi del mitico Janssen: duri a morire, sempre presenti a Tour e classiche (il già citato Kuiper e Zoetemelk) e pirati delle strade nordeuropee alla Raas e alla Knetemann. Una scuola di talenti disposti a tutto per passare il traguardo prima degli altri, con una borsa di trucchi alcune volte oltre l'indecenza (chiedetelo per esempio a Battaglin...). Corsari dell'asfalto rodati dal vento e dalle pioggie di quei luoghi dal panorama meravigliosamente monotono; il Giovanni fu il più fico dell'ultima sfornata, comprendente talenti come Winnen e Lubberding, quest'ultimo lombrosianamente gemello del testone di Rijsbergen.
3. Per Vdv c'è l'intero articolo, ma il biondone bis della Raleigh necessita di una piccola finestra: negli ultimi trent'anni di Tour fu l'unico atleta meritevole (?) di una scorta della gendarmeria per proteggerlo dagli spettatori incazzati. Nel 1983 infatti (con già un successo in tasca ad Aurillac) in un testa a testa con Michel Laurent, accompagnò lo sfortunato alfiere della Coop-Mercier da una parte all'altra della sede stradale, peraltro larghissima. Il poverino fu schiantato dal buon (?) Henk sulle transenne e rovinò a terra dopo un salto mortale spettacolare. Il delinquenziale pluricampione olandese trovò persino il tempo di esultare, prima della prevedibile fuga in albergo seguita dall'inevitabile squalifica: da quel giorno, sulle cime alpestri, per sapere dov'era Lubberding bastò ascoltare con attenzione la reazione acustica della folla. Al passare degli eroi della strada, il tulipano cattivo venne accolto da una via lattea di fischi, che lo accompagnò fino ai sospirati Campi Elisi.
4. Per tornare al Van, il talento olandese rese ancor più memorabile il noviziato portando a casa anche i Giri di Gran Bretagna e Olanda: facile ricordarsi delle lodi spericolate della stampa arancione, quando due anni dopo concluse in maglia bianca (dodicesimo assoluto) una Grande Boucle tutta orange, scudiero prezioso del Zoetemelk finalmente vincitore. Quella sfilata orgogliosa dei Paesi Bassi a Parigi (undici vittorie di tappa e con il bonus del Kuiper secondo in classifica) fu anticipata dall'esibizione muscolare di Giovanni al Delfinato: all'ottava frazione nei pressi di Grenoble, con ai bordi della strada la neve, improvvisò un esercizio fuga che sbancò la corsa e impressionò i tecnici.
5. C'era abbastanza materiale per preparare la successione ufficiale, peccato che il lungagnone nelle stagioni seguenti confermasse una predisposizione genetica all'evasione delle proprie responsabilità. Detto in soldoni, il pigro Johan non ne volle sapere di spiccare il salto definitivo verso la gloria assoluta, soddisfatto della dimensione di campioncino imprevedibile e un po' matto. Iniziò, negli appuntamenti più importanti, a nascondersi come un bambino divertito nel giardino di casa: cucù, indovina dove sono? In prima fila quasi mai, reietto. Allergico alla disciplina di uno squadrone come la Raleigh, oblomoviano dal punto di vista degli allenamenti, nel 1981 riuscì a portare a casa lo scalpo della Liegi-Bastogne-Liegi dopo una corsa perfetta, portata a termine sotto il diluvio. A ribadire l'eterna incompiuta di Vdv, arrivò la positività al pisciatoio e la Doyenne andò all'elvetico Fuchs: un destino dolceamaro, quello del perdente di successo. Eppure, tra una delusione e l'altra, mise insieme in pochi anni un bel carnet: due titoli nazionali, Zurigo, eccellenti prestazioni al Tour culminate con un terzo posto promettentissimo nel 1982. L'anno dopo, in un'edizione durissima, si immolò agli dei con una caduta spaventosa; un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi della frattura alla spalla.
6. La rottura con il padrino Post, alla vigilia della diaspora dello squadrone che caratterizzò un decennio, significò la scelta bizzarra dello sbarco in Italia; alla corte di Mauro Battaglini. Attratto da una barca di soldi, in quel periodo fu l'unico corridore di un certo livello che accettò le lusinghe del Bel Paese, poco conveniente per un veltro delle sue caratteristiche. Immaginiamolo infatti immerso in quella specie di Medioevo ciclistico, caratterizzato da gare ammaestrate, prive di grande agonismo e con percorsi degni della gloriosa Udace. In quel biennio raccolse una valanga di piazzamenti, buttandosi al colmo della disperazione anche nelle volate di gruppo, vinse (naturalmente per distacco) una splendida Coppa Bernocchi e fu testimone oculare al Giro'84 di un fenomeno della natura quale il Laurent Fignon dell'anno orwelliano. Quel dì ad Arabba la sua fu un'impresa, perchè resistette al francese fino all'ultima salita, esibendo un tenacissimo elastico di fronte alle quattro ruote motrici del parigino.
7. Il 1986 segnò un momentaneo ritorno all'ovile dell'allora Panasonic e l'ormai eterna promessa, di un futuro visto solamente in cartolina, si ritagliò un paio di giornate memorabili nelle corse a tappe: andò a segno sia al Giro, a Pejo dopo la canonica sgroppata solista e l'altrettanto abituale tempo da cani, che al Tour. L'approdo alla Gis di Waldemaro Bartolozzi fu l'ennesimo capitolo della saga confusa dell'olandese errante; "leggendaria" la vittoria nella classifica a punti del Giro'87, dopo una prima settimana sull'orlo del ritiro, trovò l'ispirazione giusta ai piedi delle Dolomiti e vinse a Sappada e a Canazei. Se la prima vittoria passò quasi in silenzio a causa della celeberrima faida interna alla Carrera (Roche che fregò il Visentini), la cavalcata dei Monti Pallidi ci consegnò una delle immagini più esaltanti del nostro eroe riluttante. Sulla Marmolada piantò in asso signorini come Lejarreta e Millar (che oggi si chiama Philippa York), macinando gli ultimi chilometri in uno stato di grazia regale.
8. Ma fu al Giro 1988 che ci offrì, di ciclamino bardato, l'essenza della sua follia poco lucida; la polaroid di una carriera spericolata, da campione pazzo. Scenario maestoso ed impietoso il Gavia, segni particolari una situazione climatica da tregenda; nevicò manco fosse Natale. Lo stravagante lungocrinito impose un ritmo proibitivo alla ciurma e accoltellò tutti i favoriti: Hampsten, Breukink, Zimmermann, Chioccioli, Bernard, Delgado, Visentini... Se ne andò via domando lo sterrato e il tempo infame, zingaro filiforme con la testa da sbandato ed il resto da fuoriclasse. Un paio di centimetri di neve sulla capa scoperta, le maniche corte e senza guanti (sic): sulla cima del mostro accennarono a fermare la corsa, ma il gigante della strada fece segno ai pigmei, intirizziti nella bufera, di togliersi di mezzo...In quel gesto l'irrazionalità e la follia del Vdv, che senza nemmeno un giubbino e semiricoperto di ghiaccio e acqua si buttò in discesa. Dopo una serie di curve suicida, l'ex campione olandese crollò dalla bici in preda ad un violento attacco di freddo: dopo qualche attimo di terrore (si pensò a un tuffo nel vuoto delle innumerevoli scarpate di quel monte..) il Giovanni ipercongelato fu ritrovato e condotto in una macchina, per riacquistare un aspetto almeno alla parvenza umano. A Bormio ci arrivò, quarantasei minuti e quarantanove secondi dopo il vincitore di tappa, ovvero il connazionale Erik Breukink: perse praticamente cinquanta minuti in quei momenti drammatici, sorpassato da colleghi più saggi ma altrettanto masochisti, imbacuccati dalla testa ai piedi.
9. Il Vdv, sciagurato all'ennesima potenza, aggiunse una postilla originale alla sua fama: addirittura implose in una vicenda "famigliare" tragicomica. Nell'estate del 1990 il Van fu beccato, accompagnato dal degno fratellino Theo (stessa scatola cranica disabitata, talento ciclistico bonsai), mentre saccheggiava un ufficio. Colto sul fatto con tanto di attrezzi del mestiere (forse il ciclismo era un passatempo?), confessò agli allibiti poliziotti di Zundert le precedenti imprese compiute negli anni passati: sette (!) furti con scasso ai danni di abitazioni e negozi, roba da entusiasmare Arsenio Lupin e altri professionisti del settore. Così, nella maniera più squallida e ridicola, terminò la vicenda del pazzoide Giuàn: dal camper del Gavia alle galere olandesi. Non molto tempo fa, Vdv è ricomparso al Tour: nell'ambiente (dopo tanti anni) erano tutti contenti di riabbracciarlo; magari, dopo i saluti e le frasi di circostanza, qualcuno ha controllato la presenza del proprio portafoglio in tasca. Meglio non fidarsi di quel monello con il viso da bambino invecchiato.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

La differenza fra pallone e pallina

di Stefano Olivari
Ritardi, serie, alternanze, legge dei grandi numeri: buona parte della stampa specializzata in scommesse affronta l’argomento con una logica degna della roulette. Che è il gioco statisticamente più onesto dell’universo, scontando solo la cosiddetta tassa sullo zero (circa il 2,7%), ma nel lungo periodo è lo stesso perdente. Nel caso del calcio non ci si può aggrappare nemmeno a considerazioni matematiche, per quanto labili e fallaci. Dal fatto che il Liverpool sia dato a 1,90 contro il Manchester City vari ‘esperti’ dedurrebbero che i Reds abbiano il 52,6% (100 diviso 1,90) di probabilità di vincere. Non è vero, visto che la quota tiene conto anche dei comportamenti degli scommettitori e dell’aggio del bookmaker: ma non stiamo a sottilizzare, prendiamo la premessa per buona. Il problema è che da questa premessa nascono ragionamenti di stampo roulettistico: in pratica si consiglia, dopo il primo colpo perso, di andare al raddoppio della posta su un’altra partita con la stessa quota. In alternativa di usare una delle tanti montanti rovina-famiglie. La pallina non ha memoria, ma il calcio a volte sì: le partite in un certo range probabilistico non rispettano quindi nemmeno una ‘quasi’ equilibrata distribuzione fra vittorie e sconfitte. In altre parole, scommettendo un milione di volte cento euro su una squadra data a 1,90 il ritorno verso il pareggio o verso una modesta perdita non è affatto garantito come invece sarebbe in una ipotetica notte infinita fra Manque e Passe.
(pubblicato sul Giornale)

Dal Nebraska in poi

di Oscar Eleni
1. Ieri è tornato in città, a Milano, Chuck Jura, il figlio dello sceriffo del Nebraska che fece impazzire la Milano vestita di stracci, come diceva il nemico Rubini, come dicevano i tifosi dell’Olimpia-Simmenthal quando ancora si sentivano padroni del mondo e perdevano la testa dietro al perno gigante del biondastro che Riccardo Sales aveva portato al Palalido proprio per l’esordio. Siamo andati a cercare sul libro di Olivari e Specchia la storia del Green Giant, un capitolo meraviglioso di storia cestistica negli anni dove in Italia venivano Morse, Hawes, dove c’era di tutto, c’era di più e dove un ragazzo del Nebraska confessava di aver imparato a vivere e giocare da quel suo allenatore con la erre, dal Riccardone che poi lasciò al professor Guerrieri il vero Chuck Jura da combattimento, al prof e a Gurioli che era davvero avviato ad una grande carriera tecnica prima di capire che era più bello vivere nella sua Rho, vivere nel Canaglia Club dove non ammetteranno mai, purtroppo, Gianni Corsolini.
2. Lo hanno portato in una birreria di via Procaccini, gli hanno fatto visitare gli angoli dell’altra Milano, quella lontana dal Torchietto, lui mangiava da Mico, nel feudo Giordani, gli hanno portato tanti vecchi amici, tanti nostalgici di quella che era davvero una settimana speciale quando si entrava nella stracittadina, soprattutto nel condominio di via Monreale dove c’era la sede, dove abitavano l’allenatore, il presidente, l’ex arbitro Germani, ma anche tifosi delle scarpette rosse. Notti infernali , con campanelli che non tacevano mai. Guerra psicologica, ma anche serate divertenti ascoltando storie del Nebraska, dell’America, dei suoi cani, della vita degli altri, della moglie Janet.
3. Adesso che siamo tutti più vecchi, con qualche pezzo in meno, adesso che la sua nostalgia lo porta a ricordare anche le giornate felici di Mestre, di Celada, abbiamo provato a spiegargli cosa sta accadendo nel basket italiano, quello che oggi anticipa tre partite e, guarda caso, mette nella stessa sera sul campo tre lombarde con qualche problema nel bosco dei canestri. Milano la vedremo nella diretta da Teramo; Varese che non ha fatto in tempo a presentarci il nuovo americano, ma ci ha già fatto capire che per i ragazzi cresciuti in casa, cominciando da Passera, sarà vita dura, difficile, perché a Treviso devono purificarsi dopo essersi rotti i denti a Cremona, dopo aver dovuto tagliare la lingua a Daniel Hackett; Cantù che, come dice il suo immaginifico allenatore, deve resettare, dopo lo schiaffo del Forum, per non dare campo a Biella che è sicuramente squadra di seconda fascia, subito dietro le grandi favorite, forse una carrozza più lussuosa di quella occupata adesso dalla NGC che pure va benissimo, anche se è con la lingua fuori per la fatica delle giornate passate aspettando Lydeka e Jeffers che vanno presi in considerazione se stanno bene, altrimenti è meglio se guardano dalla panchina.
4. Non sappiamo se Jura senza paura guarderà il basket di oggi e domani, ma lunedì parlerà ai ragazzi nella vecchia palestra Cambini, ma accidenti, dovenano aprirgli la secondaria del Lido, e poi scopriremo altre cose, tanto per tenere viva la conversazione che per lui è iniziata proprio leggendo il titolo sul divorzio Nazionale-Recalcati come vi avevamo già detto una settimana fa. Contro Charlie ci giocava, se lo ricorda bene, lo considerava geniale, con un braccio d’oro, uno furbo, uno fastidioso in quella zona del Cantucki. Non gli abbiamo detto niente del sostituto perché nessuno capisce cosa sta accadendo a Palazzo, lo stesso palazzo dove hanno dato un 20-0 a Faenza che aveva battuto Venezia, nella femminile, perché una regola balorda, inventata quando i presidenti troppo furbi, per la verità esistono ancora come direbbero a Napoli, volevano risparmiare cacciando allenatori e promuovendo i vice, dice che l’assistente non può dirigere mai, lo deve fare il capitano. Una roba da corporazione sudata, una infamia quasi peggio di quella che l’anno scorso faceva cadere squadre che dimenticavano la regola sulla presenza in campo di un certo numero di italiane.
5. Non ci siamo allargati sul discorso del presidente del Coni, visto ieri a Milano, su invito Benetton, contro l’apertura di dialogo federale nei confronti di Pianigiani e, quindi, di Siena. Rob de matt dicono sui Navigli. Ma è così. Chuck non potrebbe capire, anche se qualcosa aveva intuito nei giorni in cui un arbitro, nel derby, anche se una palla di carta lo aveva colpito su un occhio, facendolo lacrimare, non fece ripetere il tiro libero sbagliato che permise a Iellini di lanciare il contropiede vittoria negli ultimi secondi. Godiamocelo per qualche giorno e in Brianza ha tifosi sicuri, cominciando dai Caspani, e pure a Varese, perché gli sponsor e gli avversari dell’altra Milano venivano dalla nobile contea degli Allievi e dal Sacromonte.
Oscar Eleni

La casa sul Panionios

di Stefano Olivari
1. Oggi alla una occasionissima in Serbia, dove la Stella Rossa Belgrado va sul campo del Cucaricki. La capolista di Super Liga contro l'ultima, in estrema sintesi. 100 euro a 1,36 sugli uomini di Vladimir Petrovic, l'indimenticato centrocampista di due Mondiali con la maglia jugoslava: quello del 1974 da diciannovenne, oltre ovviamente (ovviamente perché siamo convinti che tutti sappiano di quell'edizione ogni formazione a memoria) a quello del 1982.
2. La quota è bassa per colpa dell'allibraggio, ma anche a 1,19 troviamo giusto giocare il Chelsea di Ancelotti in casa contro i Wolves, che in trasferta giocano secondo noi meglio che al Molineux (stavamo per scrivere 'le mura amiche'). Comunque la differenza fisica e tecnica è troppa.
3. Chissà se la sosta ha fatto male al Twente di Steve McClaren, ma a 1,27 in casa sul Vitesse è giocabilissimo. E' ancora vivo il ricordo della buona prova dei gialloneri, peraltro con sconfitta finale, sul campo del PSV, ma se non accettiamo questo rischio è meglio giocare a tombola a Natale con le cartelle a 50 centesimi l'una e il nonno che dice '77, le gambe delle donne'.
4. Musichetta della Champions o no, la quota di 1,54 del Milan domani in casa con il Cagliari è una tentazione a cui non resistiamo. Impossibile dire qualcosa di nuovo sui rossoneri in ripresa totale, ci saremmo astenuti dalla puntata solo in caso di Cagliari disperato. Ma così, a metà classifica, con giocatori appena usciti dalla loro recente dimensione mediatica (Marchetti, Biondini) e tanti altri con il privé della discoteca già prenotato, ci ispira molto.
5. Domani pomeriggio giocheremmo la casa sul Panionios, più forte di quanto dica la sua media classifica, contro un Panthrakikos che è ormai una certezza. Ultimo in classifica, nella serie A greca ha perso 9 volte su 10. La squadra di Alvaro Recoba (che ha saltato metà delle partite) è invece in netta ripresa dopo il brutto inizio di stagione. A 1,45, quota trovata presso due bookmaker non certo di nicchia (niente pubblicità: chi la vuole la pagherà), ci metteremmo non una ma due case. Tanto non le abbiamo. Comunque l'occasione è grossa, di quelle che fanno meditare sulla possibilità di vivere di scommesse.
6. Una buona opportunità viene anche dal derby di Cracovia. Il Wisla capolista, allenato dal giovane Maciej Skorza, dopo il passo falso con il Legia del derby di Polonia (l'ufficio marketing ci dice che per avere più commenti dovremmo parlare del derby d'Italia) ha tutto per riprendere la corsa: a 1,38 i biancorossi si giocano. Appuntamento a martedì per la conta di morti e feriti...

La nuova pozione di Obelix

di Simone Basso
1. "Non hai forza per tentare di cambiare il tuo avvenire/per paura di scoprire libertà che non vuoi avere...Ti sei mai chiesto quale funzione hai?" (Franco Battiato 1972).
2. Un aggiornamento scientifico ogni tanto ci vuole, per precisare lo stato reale delle cose. Perchè se abbiamo un compito, qui su Indiscreto, è quello di spazzare via l'epica da bar sport o almeno renderla meno ipocrita. Tutta quella melassa da quattro soldi, spalmata su una montagna di retorica facile e strappalacrime, preparata solitamente sotto dettatura e prezzolata. Visto che dalle altre parti, vantando padrini padroni ingombranti (beati loro...), tendono a fornire una versione dei fatti alterata o di comodo, noi abbiamo bisogno del samizdat: il sistema usato nell'Urss di Stalin per diffondere materiale informativo clandestino.Per farlo compiutamente, necessitiamo di un preambolo tortuoso come la discesa del Fauniera...
3. Qualche anno fa in Irlanda ebbero l'idea di produrre un telefilm dalla verve comica irresistibile, basato su un argomento tabù dalle nostre parti. "Father Ted" elevò a icone di resistenza umana tre preti cattolici, confinati su un'isola sperduta: il protagonista Ted, donnaiolo e scommettitore folle; il vecchio Jack, alcolizzato demente e violento, e il giovane (?) Dougal, un ventiseienne ritardato mentalmente. I tre eroi, esiliati dal mondo moderno perchè impresentabili, rappresentavano loro malgrado il rifiuto totale verso il sistema: improbabilmente anarchici e magnificamente liberi. Ebbene, la serie (che ebbe un successo incredibile) coniò pure un neologismo: il dougalismo, ovvero l'incapacità di distinguere tra realtà e finzione, enunciando frasi talmente stupide e ignoranti da apparire surreali (postdadaiste?).
4. Il punto è proprio questo: oggi i media, chi più chi meno, sognano un mondo di idioti felici, pronti a bere (e quindi consumare) qualsiasi aborto giornalistico partorito dal quarto (e quinto) potere. Insomma un pianeta di Dougal: eterni adolescenti cristallizzati sul vuoto pneumatico, incapaci di andare oltre le frasi fatte e la destrutturazione cerebrale delle stesse. E adesso arriviamo al cuore dell'argomento, che è questo. Nulla di clamoroso, accade ormai con frequenza sospetta da almeno un decennio; tutto ciò è però indicativo per raccontare al meglio lo sport moderno.
5. Il tempismo è degno di un'assistenza al bacio di Oscar Robertson o Gianni Rivera, una sorta di marketing del farmaco performante: autunno e inverno, quindi i periodi di pausa, consentono di testare la nuova pozione di Obelix. Il brand più ricettivo (atletica, ciclismo, sci e nuoto) può adeguarsi e sperimentare metodi più sicuri di prestazioni massime: le discipline più ricche (...) seguiranno gli aggiornamenti con vivo interesse. Perchè non provare l'ultima novità farmacologica su un promettente passista scalatore? In fin dei conti, sognando il podio al Tour, qualcuno è anche disposto a pagare bene: una banale cavia da laboratorio, per esempio un topo, non lo farà mai.
6. Lo facciamo anche per "rovinarvi" la visione dei due megaeventi che caratterizzeranno il 2010: magari vi regaleremo la chiave di lettura giusta, per capire una vittoria nella 50 km di Vancouver o il trionfo tutto gruppo e pressing alto di una combriccola pallonara in Sudafrica. Un metodo semplice e pulito per recuperare dalle fatiche di un incontro tennistico stile maratona: una spillatura indolore ("Già fatto?") e il dì dopo sarete ancora pronti per la trincea. Promettiamo, un bel giorno, di affrontare serenamente anche la questione del d****g e dell'antid****g, che paiono molte volte come la camorra e la commissione parlamentare antimafia: due realtà simbiotiche e senza vergogna alcuna.
7. Nel frattempo sarebbe bello rendere omaggio alla strage di innocenti incoscienti: esibiti alla pubblica riprovazione se sfregaselle, annegati nel silenzio omertoso quando appartenenti all'intoccabile foot. Avete contato quanti calciatori cinquantenni sono morti recentemente? E la loro solitudine l'avete almeno immaginata? Infatti il problema sta tutto nel nostro sguardo impietoso, forgiato da un fanatismo di tipo fondamentalista: allora, se permettete, giochiamo alle Sliding Doors sportive.
8. Il vostro Borgorosso è lì per entrare in zona Champions e il risultato è di quelli storici: denari e gloria eterna per tutti. Ma il fuoriclasse del Football Club, il carioca Daddarius, è zoppo e sottotono; urge una cura miracolosa per rimetterlo in piedi ed in perfetta efficienza. Ipotesi numero uno: lo siringhiamo come un cavallo, con un prodotto all'avanguardia, e domina la partita decisiva con il suo talento naturale. Daddarius da Pallone d'Oro. Controindicazione sfavorevole: dieci anni dopo quell'incontro si ammalerà e morirà. Ipotesi numero due: evitiamo l'acquasanta e lo schieriamo a basso regime; la squadra perde malamente e sfuma il sogno di una vita. Daddarius mercenario senza cuore. Controindicazione favorevole: vivrà abbastanza per godersi i nipotini.
9. Siate sinceri, ragionate da tifosi, quindi esseri divertiti e irrazionali: a quanti di voi interessano le sorti future di questi gladiatori depilati? In ogni caso potremmo anche aver trovato una miniera d'oro: a far gli informatori scientifici, se si conoscono le scorciatoie giuste, si è ricompensati adeguatamente. Il rumore è quasi sempre gratis, il silenzio invece costa uno sproposito.
10. "Non esiste un'avanguardia, ci sono solo persone un pò in ritardo". (Edgar Varese)
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

Le Italie di Recalcati

di Stefano Olivari
Carlo Recalcati ha quindi alla fine transato il suo contratto con la Nazionale, lasciando libero Meneghin di annunciare il successore sulla panchina azzurra. Il sondaggio tra gli addetti ai lavori dà la maggioranza a Pianigiani, mentre persone vicine a Petrucci riferiscono che il presidente del Coni farà l'impossibile per Sacripanti ed in ogni caso per non 'senesizzare' l'Italia cedendo sui passaportati e altre questioni non marginali: a costo di andare sul costoso Repesa, mentre non capiamo perché nemmeno si parli del semidisoccupato Boniciolli. Vedremo, intanto l'unica certezza è che purtroppo non c'è fretta. Inutile fare piani per un Mondiale a cui non parteciperemo, essendo usciti senza un vero perchè (non saranno stati i 500mila euro di gettone, meno dell'ingaggio annuale di Recalcati...) anche dalla lotta per le wild card turche. Qui volevamo solo esprimere il dispiacere per come si è chiusa la carriera di Recalcati, uno che ha vissuto da protagonista tutte le stagioni della pallacanestro italiana. Quella delle parrocchie (in senso letterale: cresciuto nel Pavoniano di Fratel Brambilla e di Arnaldo Taurisano), quella del boom degli anni Settanta (da straordinaria guardia a Cantù) e Ottanta (da allenatore emergente a Bergamo e Cantù), quella globalizzata dal post-Bosman ad oggi in cui i roster cambiano dalla sera alla mattina. Facendo benissimo in contesti dai soldi contati (a Reggio Calabria è un mito), in società storiche (Varese, con lo scudetto della stella: 1998-99) e in società che mai avevano raggiunto il grande traguardo (obbiettivo raggiunto a Bologna-Fortitudo 2000 e Siena 2004). La statistica dice che insieme Valerio Bianchini è l'unico allenatore italiano ad avere vinto il titolo in tre società differenti. In comune con il Vate Recalcati ha anche il fatto di avere vinto in un periodo storico ben circoscritto e di essere l'archetipo del player's coach, cioè dell'allenatore che cavalca le caratteristiche individuali dei giocatori invece che imporgli un imprecisato 'sistema'. Il paradosso è che quindi sarebbe stato l'ideale per l'Italia dei Bargnani, dei Belinelli, dei Gallinari, anche se i fatti hanno detto il contrario. Sarà il candidato naturale alla prima grande panchina che salterà, ma il meglio l'ha comunque già dato. La finale per il bronzo dell'Europeo 2003 basta secondo noi per consegnare la sua Italia alla storia, anche dimenticando l'argento olimpico ed i fallimenti seguenti.

Charity Shield

di Italo Muti
1. Alla fine arrivò lo scudo, immaginifica visione guerriera, icona del coraggio spartano alle Termopili. Sono passati un po’ di anni e, il significato intrinseco della parola, ha cambiato significato. Rientro di capitali protetto, tutto ciò che è stato esportato in conti esteri, paradisi fiscali compresi, the new meaning. Alla fine però, non hai l’obbligo dei tempi di Leonida (o torni con lo scudo, o sopra lo scudo). Se lo devono essere perso nel decreto.
2. Considerando the shield nel disegno complessivo della situazione, era inevitabile che un grosso condono andasse a convogliare risorse finanziarie nelle casse esangui dello Stato. Soprattutto quando tutti gli stati si stanno movendo nella stessa direzione. D’altra parte, imposte e tasse non possono essere aumentate, dovrebbero scendere per far crescere la massa monetaria disponibile.
3. La spesa dello stato non si può contrarre più di tanto, in maggior ragione se devono essere rinnovati molti contratti collettivi. Si potrebbe potare senza alcuna pietas tutti coloro che hanno una pensione di invalidità falsa. Non è una cosa impossibile, dei medici normalissimi potrebbero visitare a sorpresa tutti gli invalidi e notare se un vero cieco riesce a guidare un’automobile.
4. Inevitabilmente con la grande crisi in cui siamo immersi, lo scudo serve a reperire la materia prima, basta dirlo e indicarlo con il suo vero nome e non vergognarsene: condono.
5. Considerando anche che i prezzi delle materie prime, petrolio compreso target 100 dollari al barile, stanno salendo, le cose si sono appesantite visto l’aumento di tali prezzi non è dovuto all’aumento della domanda dovuta alla ripresa economica. Sarà colpa dell’anemia?
6. Interessante la considerazione apparsa sul Corriere della Sera: Rosella Sensi percepisce dalla Roma un ingaggio (1,1 milioni di euro l'anno) pari alla cifra spesa in questa stagione dalla società giallorossa per la campagna acquisti. Il vero problema, dico qui a Monte Carlo, non è tanto il debito astronomico quanto il creditore Unicredit che per altri suoi problemi ha necessità di rientrare. In uno scenario diverso la Roma non l'avrebbe toccata nessuno, ma ai tifosi va detto che non rischia nulla: qui a Monte Carlo è pieno di potenziali e romanistissimi interessati alla successione. La sciagura per la squadra sarebbe che Rosella restasse.
7. Tornando per un attimo allo scudo, quanti addetti ai lavori della nostra serie A ne beneficieranno? A occhio tutti quelli con un conto da ripulire: conosciamo la legge ed i dettagli del provvedimento, ma anche la prassi bancaria. Per cifre inferiori ai 10 milioni di euro il vostro funzionario di fiducia si guarda bene dal fare segnalazioni, è per patrimoni di altra taglia che si stanno studiando formule alternative. Insomma, il mercato immobiliare italiano dovrebbe avere un rilancio. Anche se qualcuno riuscirà a buttarli via aprendo il solito ristorante con il solito socio di ficucia.
(in Dentro La Finanza la versione integrale)

Carne di Menzo

di Stefano Olivari
Il 7 a 0 della LDU (tripletta di Claudio Bieler, argentino che potrebbe diventare l'Amauri della nazionale ecuadoregna) ci ha dato un po' di ossigeno: 17,75 euro che portano il capitale a 982,15. Piccoli passi, speriamo non verso il baratro. Continua ad affascinarci la Eerste Divisie olandese, per la sua formula ben oltre i confini della follia (i 'campioni' dei sei periodi e tutto il resto) e per le relative certezze che offre allo scommettitore. Stasera alle 20 c'è un interessante Cambuur-Emmen. La squadra allenata dall'ex portiere dell'Ajax Stanley Menzo è in buonissima forma: terza in classifica e nell'ultimo mese quattro vittorie e una sola sconfitta, con una formazione del suo rango come l'Excelsior. Gli avversari sono un punto solo sopra la zona retrocessione, in trasferta hanno una media di oltre tre gol subiti a partita (anche per i continui problemi fisici dell'ottimo Joos Valgaeren: qualcuno lo ricorderà, oltre che nel Celtic ed in varie altre squadre, nel Belgio che giocò contro gli azzurri di Zoff ad Euro 2000) e soprattutto perdono quasi sempre. Va però detta una cosa: contro le grandi della categoria, Go Ahead e De Graafschap, l'Emmen ha sì perso ma sempre al termine di partite tiratissime (l'abbiamo ovviamente letto). Ma tanto è un gioco, non copriamoci: 100 euro sui favoriti trovati a 1,32.

Il ritorno di Jura

L'angolo dei fatti nostri torna prepotente. Solo per annunciare, con mini-preavviso da rave party, che venerdì 20 novembre (sì, domani) alle 20 un gruppo di persone motivatissime si ritroverà a Milano. Non in San Babila o alle Colonne, come ai brutti tempi dei nostri fratelli maggiori, ma nel contesto più anni Ottanta (cioè cazzeggio assoluto) del 4-4-2 di via Procaccini. Non presenteremo libri perchè l'abbiamo fatto cinque mesi fa e ci è bastato per sei vite, non pubblicizzeremo iniziative di beneficienza perché ci sentiamo già buoni abbastanza, non modereremo dibattiti perché non siamo autorevoli. Però...però ci sarà Chuck Jura, in arrivo (speriamo) da Omaha, Nebraska, via Atlanta: ovviamente il noto problema ai computer di terra, molto grave proprio ad Atlanta, ha causato un ritardo ma Jura sarà lo stesso fra noi. Fino a notte risponderà a domande di ultraquarantenni, o peggio, imbolsiti ma non ancora sconfitti dalla vita e di giovani appassionati di storia del basket. Chi è a tiro e non rischia il divorzio è invitato, il rimanente 99% dovrà accontentarsi del nostro resoconto.

Incubo De La Cruz

di Stefano Olivari
Ci hanno tradito l'orrida Francia ed uno scarico Egitto, non riuscendo ieri nemmeno ad ottenere (nei 90' regolamentari) il pari che ci avrebbe coperto, ma pazienza. Preso tutto il resto a quotone, ma rimane il bilancio parziale di meno 100 e quello totale di 964,4 euro: per la prima volta siamo sotto il capitale iniziale, almeno in questa rubrica. Oggi di calcistico si trova davvero poco, ma come scommessa del giorno troviamo interessante l'1,56 della Liga de Quito contro il River Plate di Montevideo, nella semifinale di ritorno della Copa Sudamericana (la loro Europa League, cioè l'ex Coppa Conmebol: l'anno scorso l'ha vinta l'Internacional Porto Alegre di Andres D'Alessandro, proprio quello della 'boba' amata da Italia Uno). All'andata gli uruguayani hanno vinto due a uno in casa, quindi per il tossico non è strampalato giocare l'1 con copertura in direzione dei grandi vecchi del calcio ecuadoregno. Ulises De La Cruz (l'incubo del Trap ad Asia 2002) ed Edison Mendez sono infatti andati a rinforzare la squadra che l'anno scorso ha vinto la Libertadores perdendo il Mondiale per club solo in finale con il Manchester United. Quindi 75 euro a 1,57 e 25 sul pari a 4,30, sperando di uscire dalla sacca di negatività.

Calcio ingiusto

1. Il calcio è ingiusto, il Mondiale anche di più. Per questo la migliore nazionale africana dell'ultimo lustro (campione continentale 2006 e 2008) non avrà l'onore della ribalta più prestigiosa, che le manca da Italia Novanta (l'unica altra partecipazione risale al precedente Mondiale italiano). Ribalta che toccherà ad un'Algeria che ha cercato di battere il record negativo di tempo effettivo per una partita e che curiosamente alle ultime due Coppe d'Africa nemmeno si era qualificata: nello spareggio sudanese non ha meritato meno degli avversari, comunque, tolti venti minuti del secondo tempo.
2. Il calcio è stato ingiusto anche con l'Irlanda, al di là degli episodi (anzi, dell'episodio: il tocco di mano di Henry prima del gol di Gallas, ammesso nel dopopartita anche dal diretto interessato) non vedevamo una squadra di Trapattoni giocare così bene dai tempi della sua primissima Juventus (quella tutta italiana della Coppa Uefa 1976-77). Clamorosa la prestazione di Duff, ma tutti bravi nel secondo tempo a contenere la peraltro modesta manovra francese e a ripartire. Interessante Domenech che sul sito della Fifa sdottorava sul fatto che la vittoria nel calcio non è tutto: lo diceva però una settimana fa. Del resto abbiamo visto spezzoni e highlights, ma si può senz'altro dire dire che la Russia sia uscita con pieno demerito: il peggior lavoro mai fatto da Hiddink in vita sua, con un materiale umano di buonissimo livello.
3. Il calcio sarà ingiusto anche con Giampaolo Pazzini, che si è accorto del fatto che una semplice verità burocratica gli costerà il posto. Le sue acrobazie dialettiche nel dopopartita di Italia-Svezia valgono più di qualsiasi anticipazione: ''Non volevo fare alcuna polemica: su Amauri ho semplicemente detto la verità ed è scoppiato il finimondo''. Oltre che le parole, ovvietà che solo in un ambiente bulgaro potevano passare per dichiarazioni incendiarie, Pazzini pagherà i cori a suo favore del Manuzzi, contrapposti ai fischi per il solito noto. ''Sono contento dei consensi ricevuti, ma ribadisco che ho solo detto una cosa vera''. L'ultima amichevole dell'Italia prima della comunicazione dei 23 convocati, a meno di cambi di calendario, è prevista per il 3 marzo e per quella data il passaporto italiano di Amauri (al di là dei discorsi etici più volte fatti, che gli amanti del calcio dei club trovano noiosi: tranquilli, sabato si ricomincia) potrebbe non essere pronto. Lippi rischia quindi di convocare per il Mondiale un giocatore mai provato nemmeno in amichevole. Perché conta il gruppo, anche se bisognerebbe dire quale.
stefano@indiscreto.it

Il gruppo non si oppone

di Stefano Olivari
Il gruppo, il gruppo, il gruppo. Così come Casini qualche anno fa ci martellava di spot in cui urlava 'La famiglia, la famiglia, la famiglia' (forse intendeva che bisogna averne più di una), Lippi ha vissuto i sui due anni da corvo di Donadoni ammorbando mezza Italia con la teorizzazione dell'unità di intenti come base per le vittorie. Qualcuno pensava che un obbiettivo comune si raggiungesse meglio disuniti che uniti, quindi questi concetti andavano scolpiti nel marmo. Non a caso il suo tremendo libro-intervista 'La squadra' è stato scritto da Rosa Alberoni, con prefazione del marito Francesco. L'ovvio dei popoli, riconoscendo il copyright ad un Roberto D'Agostino anni Ottanta. E oggi, dov'è finito questo gruppo? Il gruppo non vuole Cassano, il gruppo dà lezioni a distanza a Balotelli, il gruppo dimentica il miglior difensore della Bundesliga (che poi del gruppo aveva fatto parte), il gruppo si riserva di giudicare Totti se arriveranno prima scuse tramite il solito messaggero, il gruppo tifa contro Del Piero e Amauri ma non lo può dire. Si è qualificato per la fase finale dei Mondiali, il gruppo, ma forse non era merito del gruppo. Nella consueta intervista registrata con Varriale, che andrà in onda stasera prima di Italia-Svezia e che eviteremo di guardare (alle 18 e 30 Egitto-Algeria, alle 19 Ucraina-Grecia, alle 20 e 45 Bosnia-Portogallo: serata formidabile), Lippi ha infatti spiegato che ''Le qualificazioni contano pochissimo. Questo gruppo è variegato e lo devo completare. Se Aquilani giocherà bene nel Liverpool perché non lo devo convocare?''. Già, perchè no? In fondo suo figlio Davide, grande amico di Aquilani, non si opporrebbe. E nemmeno il gruppo, c'è da giurarci.

Mancano solo le classifiche

di Libeccio
1. Soprattutto in Italia il calciomercato impazza tutto l’anno (sui giornali sportivi, in tv e radio, sui giornali generalisti, sul web), dando luogo ad un fenomeno di pessimo costume nazionale che soprattutto classifica negativamente la stampa sportiva. Si assiste ogni giorno ad un tourbillon di ipotesi che collocano Tizio almeno in tre squadre diverse, Caio in 5, Sempronio invece è considerato inamovibile tranne che il tal patron non sia disposto ad una follia. Alla fine non si muove quasi nessuno. Le notizie del calcio mercato sono di una noia assoluta: “L’Inter sul nuovo Samuel”, “la Juve sul nuovo Platini”, “Milan: per il nuovo Kakà è fatta”, “Toni: sogno di giocare con Totti”. Sono i titoli sparati che ogni giorno senza ritegno, spesso basati su invenzioni. La tua squadra ha problemi di vario genere, ma quel nome potrebbe spazzare via tutto e risolvere ogni questione. E con quel giocatore ogni traguardo diventa possibile. Fateci caso: da quotidiani sportivi e pagine sportive dei quotidiani generalisti bisogna impegnarsi per trovare le classifiche, anche nei giorni che seguono le partite. Perché quelle non fanno sognare.
2. A Roma stanno rinnovando il contratto a Francesco Totti. Il giocatore ha 33 anni e viene da almeno due stagioni pessime, soprattutto a causa dei tanti infortuni patiti. Era appena rientrato dopo mesi di stop e si è dovuto fermare di nuovo per problemi al menisco che hanno imposto una nuova operazione. Il contratto dovrebbe essere di cinque anni a cinque milioni di euro netti l’anno più un vincolo per i cinque anni successivi a livello dirigenziale. A Totti sarebbe lasciato per intero anche il fatturato commerciale derivante dallo sfruttamento del suo nome/marchio attualmente di proprietà della Roma. Difficilmente comprensibile puntare su un giocatore di 33 anni in precarie condizioni fisiche, per un tempo così lungo. Incomprensibile comunque la si guardi. La Roma ha modeste possibilità economiche, è ostaggio delle banche, non può di fatto operare sul mercato. In questo contesto la società punta su un giocatore oramai al tramonto e investe sullo stesso un vero e proprio patrimonio stimabile in circa 40-50 milioni di euro. Tutto normale?Incomprensibile sotto il profilo finanziario e industriale (la Roma è quotata in borsa), incomprensibile sotto il profilo sportivo (servirebbe ben altro per il rilancio della Roma), incomprensibile sotto il profilo di gestione della squadra (in questo modo si vive alla giornata e non si pianifica il futuro). Ma Totti è ormai lo scudo stellare e mediatico dei Sensi, che non possono rifiutargli niente.
3. Walter Zenga a inizio campionato ne ha detta una delle sue, pericolosa come le sue uscite di quando difendeva la porta dell’Inter: “Per lo scudetto ci siamo anche noi”. La dichiarazione è sembrata una colossale balla, molto al di là delle normali panzane estive per i tifosi. Ma Zenga ha capito che con Zamparini bisogna vincere subito in ogni caso, vale sia per l'allenatore umile che per quello spaccone. Adesso sembra arrivato all'ultimo giro, la sua marcia di avvicinamento (nella sua fantasia, visto che Moratti ha altre idee) al dopo-Mourinho subirà un rallentamento. Ma in carriera si è tirato fuori da situazioni ben peggiori, con ingaggi molto minori di quelli del signore dei mercatoni. Che fra gli operatori del calcio gode di una buonissima fama, essendo uno dei pochi ad onorare davvero tutti i debiti.

La domanda morettiana di Tyler

di Stefano Olivari
1. Come Brandon Jennings, anzi di più. Jeremy Tyler non solo ha rinunciato all'ormai classico 'one and done' universitario, ma anche all'ultimo anno di high school: aprendo una nuova frontiera e incassando dal Maccabi Haifa 140mila dollari per questa stagione, mentre per la prossima (sarà eleggbile per il draft Nba solo dal 2011) si vedrà. Di sicuro il sogno di Rick Pitino di averlo nella sua Louisville è svanito. L'inizio di stagione nel massimo campionato israeliano è stato da diciottenne, per quanto di talento: in tre partite, pochi minuti giocati e due soli punti, conditi da un'espulsione per una testata. Nelle prossime settimane i suoi agenti faranno arrivare in Israele padre e fratello per dargli un minimo di sostegno, ma viene da chiedersi la ragione di tutto questo.
2. Stiamo parlando di commercio, non di basket o di etica. Perché un anno in una università seria vale tranquillamente 40mila dollari fra vitto, alloggio e iscrizione, senza contare rimborsi spese, benefit per i familiari ed 'anticipi' non risultanti da nessun contratto dati da agenti e futuri sponsor. Tutto questo poi va a sommarsi al fatto che negli Usa un talento allenato un anno a Louisville, con buone prospettive per il torneo finale Ncaa, ha leggermente più visibilità rispetto a quella data da qualche minuto nel campionato israeliano. E anche quest'anno, da protagonista come senior da high school, gli avrebbe dato qualche chance in più per una scelta alta, un contratto migliore (c'è un automatismo) e maggior interesse degli sponsor (lì la cifra non è fissa: più si parla di te e più guadagni).
3. Espn ha intervistato Sonny Vaccaro, esperto di marketing e onnipresente consigliere di quasi tutti i teenager afro-americani di talento, che ha fatto un distinguo: ''Brandon Jennings a livello di high school si era misurato a un livello più alto di Tyler. Se in Italia ha giocato poco è stato per motivi tattici, non perché non fosse pronto. Tyler sta avendo qualche problema, ma ha la forza per superarlo''. I 55 punti segnati sabato ai Warriors hanno fatto battere a Jennings il record per un rookie dei Bucks, che era detenuto da Jabbar (quinto rookie ogni epoca a segnare 55 o più punti: gli altri sono stati Baylor, Chamberlain, Rick Barry ed Earl Monroe), ma sono stati soprattutto un messaggio: invece che perdere anche un solo anno al college, perchè non raccattate subito qualche dollaro? A Jennings è andata bene, anche perché Roma non è un inferno e un anno passa presto: soprattutto per chi, come lui, aveva più intervistatori che responsabilità.
4. Ad Haifa si è scesi di livello e di un anno come età. La pletora di agenti di Tyler (Wasserman Media Group) è impazzita alla lettura di questo articolo del New York Times, in cui senza giri di parole si afferma che l'allenatore del Maccabi Avi Askenhazy lo considera pigro e fuori condizione, mentre i compagni lo giudicano troppo soft in campo (Tyler fra cinque o sei anni nei sofni dovrebbe essere un centro alla Dwight Howard o un 'quattro' vecchio stampo) e con la lingua troppo lunga fuori. Non solo: Tyler non sembra avere il fuoco sacro del gioco, parla solo del suo ritiro fra 15 anni con 200 milioni di dollari in banca e della fidanzata figlia di un rapper, in generale anche rapportato alla giovane età non è una cima. Non sapeva che per espatriare occorresse il passaporto e per questo ha perso il primo volo prenotato per Israele...
5. Tutte cose riportate dall'inviato del NY Times, mentre da lontanissimo vediamo tre certezze. La prima è che ad Haifa c'è un progetto chiaro, per niente strampalato: il proprietario Jeffrey Rosen vuole diventare un punto di riferimento per i giovani americani che non vogliono perdere un anno al college e magari anche alla high school. Intanto strizza l'occhio alla Nba, che gli ha 'consigliato' di non cambiare il nome della società in 'Maccabi Haifa Heat' (davvero, i giornali israeliani in estate davano la cosa per fatta). La seconda è che Tyler ha molto talento, che per il momento è confinato a clip su You Tube con sparring partner futuri dentisti o impiegati. La terza è che sempre più giovani americani si faranno la domanda morettiana: mi si nota di più come presunto fenomeno all'estero o come prospetto visibile in patria?

Lontani da Hermann e Chapuisat

di Alec Cordolcini
1. La Svizzera campione del mondo under 17 è un evento che merita un paio di considerazioni. La prima riguarda i benefici che un bacino d’utenza multirazziale può portare ad un movimento calcistico. Non intendiamo fare demagogia spicciola né decantare i pregi del multiculturalismo, parliamo solo di calcio. Attualmente le varie selezioni giovanili nazionali rossocrociate sono un crogiolo di “secondos”, ovvero di persone che non hanno origini svizzere. Prendiamo i neo-campioni e leggiamo i cognomi: Ben Khalifa, Seferovic, Rodriguez, Xhaka, Goncalves, Hajrovic. Influenze tedesche, francesi o italiane non se ne notano. Questo miscuglio rappresenta una delle armi vincenti, tanto oggi per gli svizzeri quanto ieri per le selezioni giovanili della Germania, campione d’Europa under 17, under 19 e under 21.
2. In un momento storico in cui le tradizionali scuole calcistiche stanno perdendo la propria identità di fronte al processo di globalizzazione, le nazionali che riescono ad integrare con profitto al proprio interno il maggior numero di elementi “alieni” rispetto alla propria cultura calcistica partono avvantaggiate. Il giornalista Humberto Tan uno volta scrisse che “senza l’apporto della colonia del Suriname, il calcio olandese probabilmente sarebbe assomigliato a quello tedesco”. Il concetto è tutto qui. Un abisso sempre più grande separerà la Svizzera di Hermann e Chapuisat da quella del futuro. I cui limiti continueranno ad esserci, ma potranno essere superati da un ventaglio di soluzioni sconosciute in passato.
3. La seconda riflessione verte sul miglior giocatore dei giovani elvetici ai Mondiali nigeriani, ovvero l’attaccante Nassim Ben Khalifa. Nella nostra personale top five dei baby-campioni attuali lo collochiamo al primo posto, davanti al capocannoniere del torneo Haris Seferovic (compagno di Ben Khalifa nel Grasshopper), allo strepitoso portiere Benjamin Siegrist (scuola Basilea, oggi nell’Academy dell’Aston Villa, ottimo nei quarti con un rigore parato all’Italia, superbo in finale contro la Nigeria), al centrale difensivo Charyl Chappuis (anch’esso una “cavalletta”) ed al brillante Granit Xhaka (Basilea, centrocampista sia interno che esterno capace di coniugare ottimi mezzi tecnici con personalità e corsa).
4. In campo Ben Khalifa, classe 1992, ha mostrato una maturità nell’approccio alla partita ben superiore rispetto a quello di molti suoi coetanei tecnicamente al suo pari. Guardando oltre il gesto tecnico o le reti segnate, Ben Khalifa è piaciuto per la capacità di lettura delle varie situazioni di gioco. Poi si lancia un’occhiata alla sua scheda personale e si scopre che nella stagione attualmente in corso ha disputato 385 minuti di gioco in prima squadra nel Grasshopper, collezionando 9 presenze (alle quali vanno aggiunte le 3 nel campionato scorso) e 2 reti. A 17 anni giocare contro i propri coetanei per lui è già un’eccezione. Un vero calciatore si costruisce anche così.
5. La Svizzera under 17 non aveva mai vinto un Mondiale prima d’ora, fermandosi al successo agli Europei di categoria del 2002 con una squadra in cui spiccavano Senderos, Barnetta e Ziegler, oggi tutti nazionali maggiori. In Nigeria gli elvetici hanno vinto tutti gli incontri disputati. L’unico dubbio rimane legato alle future scelte dei “secondos”; rimarranno fedeli alla nazionale che li ha formati (come Inler, Behrami, Abdi, Dzemaili) o andranno ad arricchire (Rakitic, Kuzmanovic) quella della loro origini? Come ha scritto Paolo Galli su Il Giornale del Popolo, queste sono “Domande per il futuro. Il presente è d’oro e va vissuto pienamente”.
(in esclusiva per Indiscreto, foto tratta da http://www.super-servette.ch/ )

Se il Brasile non ha fatto orge

I gol di Parry e Shannon hanno affossato il Prestatyn Town e anche noi, che abbiamo chiuso virtualmente il fine settimana a meno 53,8 euro. Il capitale è così sceso a 1.064,4 euro, stiamo facendo il compitino e neppure troppo bene. Vediamo adesso quali sono le occasioni più interessanti per buttare via i soldi a metà settimana: le nazionali ci emozionano come appassionati, ma per le scommesse sono una iattura. Tutte queste ridicole amichevoli, con gente che se ne frega e ci riporta a logiche tennistiche da torneo Atp minore. Mah, adesso concentriamoci sul presente pensando alle richieste pervenute: almeno un consiglio di gioco al giorno invece della rubrica bisettimanale. Da giovedì magari ci proveremo.
1. Con l’ingaggio che prendono, è impensabile che i brasiliani vadano a passeggio in Oman oggi pomeriggio, quindi a 1,23 si possono senz’altro giocare. Gli avversari di Dunga non sono proprio dei poveracci: sabato hanno ceduto solo nel finale all’Australia (di Emerton il 2 a 1), in Asian Cup e guardando ai risultati Claude LeRoy (gli opinionisti di Mascat Tv lo definirebbero ‘tecnico giramondo’: fra l’altro avversario degli azzurri, sulla panchina del Camerun, a Francia ’98)) sta facendo un buon lavoro. La cilindrata è comunque differente, se ieri notte la Selecao non ha partecipato a orge dovrebbe andare tranquilla.
2. L’Under 21 di Casiraghi sta deludendo, ma anche senza dire le solite cose su orgoglio, riscatto, eccetera, dovrebbe andare tranquilla in Lussemburgo: 1,34 è una quotona, anche ricordando che la nazionale guidata da Luc Holtz sta andando oltre i propri limiti (pareggio con il Galles e vittoria in Bosnia).
3. La nostra vita è così triste che oltre scrivere notizie di calciomercato (su Indiscreto non le leggerete mai) studiamo anche la stagione del Connah’s Quay guidato da Mark McGregor (ex difensore di Burnley e Blackpool, fra le altre cose). Che nel campionato gallese sta andando malissimo, mentre nei vari torneini va forte: chissà se gli opinionisti di Cardiff Tv dicono che ha la mentalità giusta per le coppe…Addirittira settimana scorsa ha battuto il Rhyl (anch’esso guidato da un player-manager inglese, Greg Strong) finora dominatore della stagione, che stasera ha però tutto per riscattarsi nel suo stadio: 100 euro a 1,28.
4. Domani ci sembra che l’Egitto arrivi meglio allo spareggio con l’Algeria per la qualificata del gruppo C africano: il gol di Emad Moteab nel finale della partita di sabato mette psicologicamente in vantaggio la squadra di Shehata, che come somma dei valori dei singoli è secondo noi più forte. Le note vicende extrasportive potrebbero ribaltare tutto, ma lo scommettitore è per natura ottimista (e al tempo stesso nichilista). 70 sull’Egitto a 2,15, con 30 sul pari di copertura a 3,35.
5. Dei quattro spareggi europei per il Mondiale il più giocabile è senza dubbio Francia-Irlanda, nonostante all’andata sullo zero a zero la squadra di Trapattoni abbia creato occasioni (più che altro situazioni) pericolose. 75 sulla Francia a 1,55 e 25 sul pari di copertura che abbiamo intercettato a 4,30.
6. Un’altra certezza è la qualificazione dell’Uruguay nello spareggio intercontinentale con il Costarica. Il gol di Diego Lugano all’andata rende relativamente tranquillo il ritorno a Montevideo per Tabarez, ma non si sa mai: 75 a 1,48 per la Celeste, 25 sul pari a 4,60.
stefano@indiscreto.it

La prima guerra del calcio

di Stefano Olivari
1. Le partite delle nazionali hanno un pubblico migliore rispetto a quelle dei club? Nonostante la prospettiva deformata dalla realtà italiana, dove il nazionalismo (con anche i suoi aspetti positivi) ha sempre riguardato una minoranza, la risposta è no. Lo spareggio mondiale fra Egitto ed Algeria, mercoledì sul neutro di Karthoum (Sudan), ricorda per certi versi lo storico incontro di quaranta anni fa fra Hunduras e El Salvador. La materia del contendere ai tempi, premesso che entrambi i paesi erano governati da dittature e che quindi non era facile individuare i 'buoni' della situazione, era l'emigrazione di disoccupati e contadini salvadoregni nel leggermente meno povero Honduras.
2. 8 giugno 1969, andata dello spareggio per andare in Messico all'Estadio Nacional di Tegucigalpa. La notte prima della partita i tifosi dell'Hunduras hanno preso d'assalto l'albergo della squadra rivale: sassate alle finestre, clacson, minacce varie. Poi gomme tagliate al pullmann, e via di questo passo. Il più debole (sulla carta) El Salvador riesce sul campo a limitare il passivo ad un solo gol di scarto dopo una drammatica battaglia, con il sostantivo 'battaglia' per una volta non abusato. Ritorno a San Salvador il 15 giugno, in un clima di vendetta. Notte della vigilia con trattamento resituito all'Honduras e assedio all'albergo. I giocatori dell'Honduras raggiungono lo stadio Flor Blanca a bordo di carri armati, circondati da gente inferocita. Clima incendiario e sugli spalti incidenti ancora più gravi che all'andata con decine di feriti. Il risultato? Tre a zero per i padroni di casa e spareggio, visto che ai tempi la differenza reti non conta.
3. Due settimane di messaggi criminali pubblici e di ritorsioni private, in attesa del 27 giugno. Presso l'Azteca di Città del Messico si schierano migliaia di poliziotti (diecimila secondo alcune fonti), ma la guerriglia urbana esplode lo stesso e la città viene devastata. Vince El Salvador tre a due ai supplementari e la sera l'Honduras rompe le relazioni diplomatiche. Non finisce lì, perché l'Honduras incomincia ad espellere in massa gli immigrati salvadoregni e il 14 luglio l'aviazione salvadoregna inizia a bombardare i vicini, mentre l'esercito passa il confine. Una settimana di guerra totale, passata alla storia come 'Guerra delle Cento Ore' o 'Guerra del Calcio', che coinvolge militari e civili e che porta alla morte di quasi 5mila persone.
4. Una guerra fra tirannelli il cui contesto è stato descritto benissimo da Ryszard Kapuscinsky nel suo 'La prima guerra del football'. Fra i vari protagonisti della vicenda rimane nella memoria, in negativo, il colonnello Lopez Arellano dittatore dell'Honduras: visti i suoi finanziatori (la United Fruit, una multinazionale che commerciava in frutta: dopo varie fusioni e cambi di nome l'azienda è la Chiquita dei giorni nostri), il suo paese fu definito 'Repubblica delle banane' e la definizione è stata adattata poi anche ad altre latitudini. Un po' per via di Woody Allen e molto per la popolarità del calcio, che ha evitato che quella si sia trasformata in una delle mille guerre dimenticate.