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Senior si nasce

di Flavio Suardi
Settantaquattro anni oggi e non sentirli. Tonino Zorzi è nato il 10 giugno del 1935 a Gorizia. In pochi forse, solo per ragionian agrafiche, possono ricordare quanto fosse mortifero il suo tiro, certamente non sono pochi quelli che l’hanno scelto come miglior giocatore di ogni epoca della Pallacanestro Varese in occasione dei 50 anni della stessa. Il podio dice: Zorzi, Tony Gennari, Bob Morse. La carriera da giocatore, iniziata nel 1950 a Gorizia, si è conclusa 4458 punti, 35 presenze in Nazionale e 13 anni dopo. Da qui il Paròn ha cominciato la fase nomade, andando a sedersi sulle panchine di mezza Italia. Da Gorizia a Reggio Calabria (a più riprese), da Napoli con la conquista della Coppa delle Coppe nel 1969 a Pavia che porta in A1 con il fromboliere brasiliano Oscar Schmidt. Dopo anni di vagabondaggio cestistico, accetta la proposta di Matteo Boniciolli, che vuole un assistente esperto come lui per la sua esperienza adAvellino. Nella stessa stagione, oltre a vincere la Coppa Italia con l’Air, viene nominato Allenatore Benemerito d’Eccellenza, proprio perla sua straordinaria carriera. Segue Boniciolli anche a Bologna, ma questa è storia recente, così come recente è il divorzio dalle Vu Nere, dopo che Sabatini ha fatto piazza pulita di allenatore, alcuni giocatori e staff tecnico. Dopo aver sovvertito la tendenza che vede solo assistenti giovani sulle panchine delle squadre delle nostre parti, chissà se il Paròn è già pronto per imbarcarsi in una nuova avventura. Quello che è certo è che la location deve avere necessariamente un campo da golf. Se poi c’è anche il mare, è pure meglio.
flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Lo scudetto di Forti

di Flavio Suardi
27 maggio 1989. Ultimo atto della finale scudetto tra Enichem Livorno e Philips Milano. Mancano 34 secondi al termine dell'incontro, la Philips conduce di 1 punto, 86 a 85, con il possesso di palla. D'Antoni palleggia al limite dei 30" poi serve Premier: il tiro dell'Ariete di Spresiano si infrange sul ferro e Livorno ha la possibilità di condurre un ultimo attacco. Alexis conquista il rimbalzo e Fantozzi gestisce l'ultimo possesso. Vede Forti, lo serve e questi appoggia al vetro il canestro del possibile scudetto di Livorno, nonostante l'opposizione di Meneghin. Si accende una mischia: Premier, che già in precedenza aveva lanciato un asciugamano sul volto del telecronista Rai Gianni De Cleva, è uno dei più "attivi"nella baraonda generale. Al tavolo la confusione è totale, ma in un primo momento il canestro di Forti viene assegnato, con conseguente correzione del tabellone luminoso del punteggio 87-86. Livorno è Campione d'Italia, con tanto di sovrimpressione in tv. La festa livornese esplode al palazzo, sulle strade è tutto un susseguirsi di bandiere gialloblu. Il tutto per venti minuti. Venti indimenticabili minuti, esattamente come i successivi. L'arbitro Zeppilli dichiara di aver sentito nitidamente il suono della sirena prima che Forti scoccasse il tiro decisivo, quindi ribalta la decisione del collega che in un primo tempo lo aveva convalidato. Il canestro viene annullato, sulla città cala il silenzio, con la beffa di vedere il Tg1delle 20 che celebra ancora il successo labronico, evidentemente ignaro del cambio di rotta.
(in esclusiva per Indiscreto, foto tratta da http://www.ilbasketlivornese.it )

All'ultimo Banks

di Flavio Suardi
Eugene Lavon Banks compie oggi 50 anni. In un periodo storico in cui sparare sulla Fortitudo è fin troppo semplice, ecco cadere a pennello il genetliaco di una delle tante meteore transitate dalle nostre parti. Accompagnato da un curriculum di tutto rispetto, Banks è arrivato a vestire la maglia della Arimo Bologna di Mauro Di Vincenzo nella stagione 1988-89, per fare coppia con Artis Gilmore. Terminata la carriera universitaria con tre premi di MVP e uno di Rookie dell’anno (nel 1978) con Duke, Banks non aveva faticato a trovare posto in Nba. Quattro anni con gli Spurs e due con i Bulls a 11.3 punti di media a partita, per un totale di oltre 450 gare nei professionisti americani. Al suo arrivo in Italia, Banks in 15 partite produce 16 punti e 8 rimbalzi di media, ma i problemi ad un ginocchio rendono inevitabile il suo taglio. Al suo posto arriva il ventunenne Vincent Askew dalla Cba e con lui i playoff, in cui la Fortitudo si ferma ai quarti di finale contro l’Enichem Livorno. L’anno successivo è uno dei più tristi della storia fortitudina, con la retrocessione in A2. Gli Usa sono Chris McNealy e Dave Feitl, l’allenatore sempre Di Vincenzo, ma la condanna arriva dopo un playout concluso al sesto posto su sei squadre partecipanti. L’Aquila rimarrà in A2 per cinque stagioni, prima di tornare nella massima serie nel 1993. Sedici anni e dieci finali scudetto dopo, la nuova retrocessione, certificata anche dal respingimento del ricorso fortitudino alla Corte Federale dopo l’ultima gara giocata a Teramo.
flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

La politica di Fasoulas

di Flavio Suardi
Panagiotis Fasoulas compie oggi 46 anni. E' nato il 12 maggio 1963 a Salonicco ed oltre ad essere stato uno dei giocatori più rappresentativi della pallacanestro greca dalla fine degli anni 80 fino al ritiro nel 1999 ha giocato dodici anni con il Paok, dal 1981 al 1993, fino a chiudere la carriera con la maglia dell'Olympiacos dal 1993 al 1999. Dopo la formazione al college di North Carolina State, Fasoulas fu anche scelto dai Portland Trail Blazers, ma non giocò mai nella Nba. Centro di 213 centimetri, Fasoulas ha vestito per 17 anni la casacca della Nazionale ellenica, vincendo il titolo europeo nel 1987 e l'argento nel 1989. Interessante anche il post carriera: dopo il suo ritiro, Fasoulas si è buttato in politica, contribuendo con il suo lavoro all'organizzazione dei Giochi Olimpici di Atene 2004. Nel 2006 è stato eletto sindaco del distretto del Pireo, carica che ricopre ancora. La sua rielezione alle consultazioni del prossimo anno sembra assai difficile. Il motivo sembrerebbe da ricercarsi nella conduzione del distretto di cui Fasoulas è sindaco. Assenteista per vocazione, amante del genere femminile, delle auto sportive e dei nightclub, l'ex centro della Nazionale greca pare abbia addirittura affidato ad un'avvenente escort 23enne la vice presidenza della compagnia municipale sulle comunicazioni. La sua vita, condotta sempre sul filo della legalità, gli ha fatto perdere popolarità e non è escluso che, una volta scaduto il suo mandato, Fasoulas si trovi a dover fare i conti con la giustizia. Insomma, una carriera politica certamente non all'altezza di quella cestistica...
(in esclusiva per Indiscreto)

L'inizio dei tempi Graham

di Flavio Suardi
Orlando Graham nasce a Montgomery il 5 maggio 1965. Gioca 8 partite nei Golden State Warriors con cifre risibili (3 punti in totale) prima di approdare a Milano nel febbraio del 1990 per sostituire il deludente Earl Cureton, che a sua volta aveva sostituito Marc Iavaroni, messo ko da un infortunio al ginocchio a inizio anno. In una stagione in cui la Philips di Franco Casalini, dopo lo scudetto di Livorno, viene eliminata agli ottavi di playoff dalla Viola Reggio Calabria, Graham è unanimemente identificato come simbolo di una stagione storta. Sarà stata l'assonanza con il dialetto milanese (L'è propi Graham...) o le cifre prodotte (68 punti in 9 partite con un high di 20 proprio contro Reggio Calabria al PalaTrussardi), che fanno di questo giocatore una sorta di fenomeno di costume passato per l'Olimpia dei D'Antoni, Meneghin e McAdoo. La stagione successiva Mike smette i panni del giocatore per vestire quelli del coach. Una stagione senza sconfitte in casa, se non quella, decisiva, nell'ultimo atto della finale scudetto contro Caserta. Quella, per intenderci, con Esposito infortunato al ginocchio e una Phonola corsara con i 28 punti di Gentile, i 30 di Dell'Agnello e i 20 di Shackleford, contro la Milano di Riva (27) e Jay Vincent autore, quella sera, di 32 punti.
flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Il venticinque aprile di Sandro Gamba

di Flavio Suardi
Milano, 25 aprile 1945. Il CLN-AI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, ha proclamato lo sciopero generale contro l’occupazione fascista. In tutte le fabbriche inizia lo stato di agitazione e il Comitato di Liberazione Nazionale assume il potere. Migliaia di partigiani convergono dalle valli e dalle zone pianeggianti della Lombardia fino al capoluogo, spostando di fatto la guerriglia dalle strade di campagna alle vie di Milano. La caccia ai fascisti è senza quartiere: una lotta dura, frenetica, oltremodo cruenta da parte di persone decise a non rivivere più l’incubo dell’occupazione. Si spara ovunque: dalle finestre, dai tetti, da nascondigli fatti di macerie, da dietro i cespugli e spesso a rimanere sul terreno non sono solo partigiani o fascisti, ma uomini comuni, donne, bambini. Quel giorno, a giocare con gli altri ragazzini milanesi c’è anche un tredicenne esile ma già alto per la sua età: di nome fa Alessandro, come il papà, di cognome Gamba.
“Era appena terminato un allarme aereo e tutti noi siamo scesi di corsa a giocare in via Washington, una strada molto larga resa ancora più ampia dal fatto che tutti gli alberi erano stati segati per metterli a bruciare nelle stufe, visto che non c’era più nulla per scaldarsi”. Un cumulo di macerie, via Washington, con case distrutte, palazzi sfollati, insomma uno scenario in cui solo l’incoscienza tipica dei più giovani può aiutare a tirare avanti: “Nonostante ci fossero montagne di pietre e resti di case bombardate, noi avevamo il nostro spazio in mezzo alla strada, dove giocavamo a calcio. A quel tempo di traffico non ce n’era, passava ogni tanto qualche mezzo militare, ma la gente si muoveva in bicicletta. Mi ricordo bene di quel giorno, erano le due del pomeriggio e i gruppi di partigiani cominciavano ad arrivare in città, dando la caccia ai tedeschi che cercavano di scappare”. Le sparatorie erano ormai all’ordine del giorno in quella Milano talmente incattivita dall’oppressione da cercare con foga la vendetta nei confronti del fascismo. “Ad un certo punto un gruppo di partigiani ha notato una camionetta di tedeschi e fascisti che cercavano di scappare. Hanno cominciato a spararsi da un lato all’altro della strada e noi siamo rimasti in mezzo. Mi sono beccato due pallottole nella mano destra, ma a qualcuno che giocava con me è andata molto peggio”.
Via Washington diventa all’improvviso deserta, cala il silenzio, qualcuno però si occupa del piccolo Sandro, che viene trasportato nell’infermeria dell’ufficio del CLN-AI dove viene medicato in maniera sommaria. A portare quel ragazzo in braccio è un uomo che abita al pianterreno di un palazzo molto vicino alla casa dei Gamba. Uomo che rimarrà sempre senza nome, nonostante i tutti i tentativi che Sandro farà per rintracciarlo: “Quando sono guarito, mi sono presentato a casa sua per ringraziarlo, ma la portinaia mi ha detto che si era suicidato: era un militante fascista, che per sfuggire alla cattura dei partigiani si è tolto la vita. Non ho mai saputo nulla di lui, per me è una sorta di angelo custode”. L’odissea di Sandro continua: il ragazzo ha perso molto sangue e dalla clinica del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia viene ricoverato in quella svizzera di Via Monterosa, a pochi passi dal monumento in onore di Giuseppe Verdi. La diagnosi dei medici è impietosa: Sandro perderà la mano destra, unica soluzione resta l’amputazione. “I medicinali scarseggiavano e in casi come il mio, la strada più facile da percorrere era quella dell’amputazione. I miei genitori si opposero in maniera feroce, soprattutto mia mamma ha fatto di tutto per evitare l’intervento”. Il ragazzo viene medicato e al posto di una semplice fasciatura costrittiva, per tentare di mantenere la conformazione dell’arto, gli viene applicato sul palmo un pezzo di cartone di una scatola di scarpe, la cosa più rigida che si potesse trovare in quel momento.
Le ossa della mano sono frantumate, il cartone resta rigido lo spazio di poche ore e la mano assume una forma molto strana, riprendendo una conformazione “umana” solo dopo più di un anno di sforzi ed esercizi “fai da te”, cui il giovane Sandro si sottopone quotidianamente. La sua migliore amica diventa, in quegli anni, una pallina da tennis: “Ne ho tenuta in tasca una per tre anni. Mi avevano anche consigliato di provare a giocare a tennis, ma non riuscivo a tenere in mano la racchetta, dunque ho cominciato a stringere forte la pallina per tentare di recuperare la forza e soprattutto la manualità. Per un anno intero ho usato solo la mano sinistra, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di riuscire, un giorno, a ritrovare la funzionalità anche di quella ferita”. Intanto Sandro frequenta sempre più spesso il campo sportivo a pochi passi da casa sua. Papà Alessandro ci va spesso, dopo il lavoro, a giocare a bocce e il giovane Sandro resta ad osservare affascinato le partite di pallacanestro. “Gli americani giocavano moltissime partite tra di loro. Avevano due canestri fissati nella parte alta del retro di due camion. Quando decidevano di giocare, parcheggiavano i mezzi in modo da creare un campo improvvisato. Un giorno decisero di sfidare quel che rimaneva della vecchia Borletti. Una volta finita la guerra, non tutti erano tornati, dunque era difficile mettere insieme la squadra. I nostri sono entrati in campo con delle divise logore, vecchie, rammendate, insomma consone al periodo che stavamo vivendo: si faticava a trovare da mangiare e da vestirsi, figuriamoci se si potevano fare delle divise per una squadra di basket... Loro, gli americani della quinta armata si sono presentati con delle fiammanti divise rosse. Non ci fu partita, in tutti i sensi. Ho sempre sognato di giocare un giorno con delle divise rosso fuoco come quelle”. Tutto cominciò quel 25 aprile…
(per gentile concessione dell'autore, fonte: ''Sandro Gamba, il signore del basket', editore Meiattini)

Il cielo in un gancio

di Flavio Suardi
Il 16 aprile del 1947 nasceva a New York Lew Ferdinand Alcindor Jr., circa sessanta centrimetri di neonato con oltre 5kg di peso. Un’altezza eccezionale che, unita al colore della pelle, costrinse il futuro Kareem Abdul-Jabbar ad un’esistenza mai normale. Diversi gli aneddoti d’infanzia: dalle maestre che lo rimproveravano perché non stava seduto nel banco, quando lui seduto lo era già, fino a chi lo toccava con l’ombrello per capire se fosse vero quello che stava vedendo. Un ragazzo altissimo, fino ad un certo punto anche estroverso e ben disposto verso i suoi coetanei. Il primo episodio che ne mutò radicalmente il carattere risale ai tempi dell’high school. A Power Memorial, durante l’intervallo di una partita, il suo coach Jack Donohue lo apostrofò dicendogli: “Non corri, non lotti, non ti muovi! Stai proprio giocando come un negro”. Quell’episodio cambiò radicalmente l’esistenza di Alcindor, che continuò a dominare sul campo e a maturare rabbia nei confronti dei bianchi al di fuori. Il passo successivo lo portò a UCLA alla corte di John Wooden: come il suo allenatore di high school anche Wooden decise di impedire ogni contatto tra il giocatore e la stampa. Quattro anni senza interviste, ma con tre titoli NCAA consecutivi e un modo di dominare talmente eclatante da indurre la NCAA a vietare le schiacciate per limitarne lo strapotere. Nel 1968 aderì al boicottaggio dei giochi di Città del Messico, rifiutando la convocazione in nazionale. Nel 1971 diede applicazione pratica ai suoi studi sulla civiltà islamica, mutando il suo nome il Kareem Abdul-Jabbar, che significa il “generoso e potente servo di Allah”. Nel 1969 venne scelto come numero uno assoluto dai Milwakee Bucks, con i quali vinse il primo titolo due anni più tardi. La sua doppia esistenza continuava: venne minacciato di morte, divorziò e alcuni suoi amici vennero trovati uccisi in una casa di sua proprietà a Washington. In una partita contro Boston venne colpito violentemente ad un occhio: per la rabbia e il dolore si fratturò una mano scagliandosi contro il supporto del canestro e da quel momento cominciò a portare gli occhiali che non avrebbe più abbandonato. Nel 1975 passa ai Lakers e in una gara contro i Bucks fu protagonista di un episodio con la nostra vecchia conoscenza Kent Benson (Cantù): reagì ad una violenta gomitata con un pugno, fratturandosi ancora la mano e rimediando una multa salatissima. Nessun provvedimento nei confronti del bianchissimo Benson…Nel frattempo, dopo essersi risposato con Cheryl Pistono da cui ebbe un figlio, Amir, la sua casa venne completamente distrutta da un incendio, che si portò via anche una collezione di rarissimi dischi jazz e tappeti persiani. Grazie ad uno sky-hook, il tiro che lo rese celebre, superò il record di punti di Chamberlain (31.419), chiudendo la sua carriera a 44.149 punti con un unico canestro da tre punti, realizzato nella stagione 1986-87. Si ritirò a 42 anni nel 1989, dopo aver vinto cinque titoli con i Lakers dello showtime, talmente grandi da non essere nemmeno bisognosi di rievocazione più precisa. Sono passati vent’anni dalla sua ultima apparizione da giocatore. Auguri, Kareem.flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Com'era verde il nostro Valli

di Flavio Suardi
Il 7 aprile del 1902 nasceva a Milano Giannino Valli, uno dei pionieri della pallacanestro italiana. Valli, ancora prima di diventare l’allenatore del Borletti a partire dal 1936, è stato protagonista nella Assi Milano, storica società meneghina capace di vincere sei scudetti in sette stagioni dal 1920 al 1927. La Assi era una società fondata da studenti della scuola Cavalli e Conti, con l’appoggio della YMCA, che svolgeva i propri allenamenti in provincia. Di quei sette scudetti, Valli ha saltato solo il titolo relativo alla stagione 1926, formando con l’allenatore-giocatore Guido Brocca, Carlo Canevini e Alberto Valera l’ossatura di quel gruppo così vincente. Unica squadra in grado di spezzare l’egemonia della Assi Milano fu l’Internazionale, sempre di Milano. Correva l’anno 1923 e il cammino dell’Assi si fermò in finale contro gli uomini di Muggiani. Valli giocò anche la prima partita in assoluto della Nazionale italiana, quell’Italia-Francia 23-17 del 4 aprile del 1926, in cui realizzò 8 punti (gli altri 15 furono realizzati da Valera che ne mise a segno 6 e Canevini con 9). Seconda e ultima presenza in Nazionale un altro match contro i francesi un anno e qualche giorno più tardi, il 18 aprile del 1927. Gli azzurri si imposero per 22.18 con 6 punti di Valli, 4 di Valera e 12 di Canevini. Concluso nel 1927 il ciclo di scudetti con l’Assi, Giannino Valli chiede ed ottiene dalla Federazione Italiana Palla Al Cesto la possibilità di cambiare casacca, senza però riuscire ad ottenere altri successi. Nel 1936 arriva sulla panchina dell’Olimpia Milano, marchiata Borletti, conducendola per quattro volte al titolo di campione d’Italia. Erano anni in cui si giocava per lo più all’aperto e con il premio di un punto anche per la sconfitta. Nelle ultime tre stagioni da capo allenatore, Valli stabilisce l’invidiabile record di 43 vittorie e 4 sconfitte, prima di lasciare la guida dei milanesi nel 1943. Da notare che il Borletti tornerà al successo solo nel dopoguerra, nella stagione 1949-50, sotto la guida di Cesare Rubini. Giannino Valli ci ha lasciato il 26 febbraio del 1995 a quasi 93 anni.
(in esclusiva per Indiscreto, foto tratta da http://www.olimpiamilano.com/)

Il peso di Duckworth

di Flavio Suardi
In tanti ricorderete la Portland di Clyde Drexler e Cliff Robinson, di Buck Williams e Kenny Smith. Quelli, però, erano anche i Blazers di Kevin Duckworth. Questo centrone di 213 centimetri nasce il primo aprile del 1964 ad Harvey. Frequenta la Eastern Illinois University dove stabilisce il record di 867 rimbalzi catturati. Una carriera, quella di Duckworth, vissuta all’ombra di grandi campioni che ne hanno solo in parte offuscato l’efficacia. Uscito dal college va agli Spurs, con la scelta numero 33 all’attivo, ma con solo 14 partite giocate prima di diventare merce di scambio. A San Antonio arriva Walter Berry, per Kevin si aprono le porte dei Blazers. Una prima annata vissuta ai margini, quindi la grande occasione, in concomitanza con l’infortunio di Steve Johnson, che lo porta a duellare in area con i più grandi centri Nba degli anni ’90. Rivelazione dell’anno nel 1988, convocazione all’All Star Game nel 1989 per un giocatore da 18 punti e 7 rimbalzi di media. Arriva alla finale per il titolo nel 1990, contro i Bad Boys di Detroit, ma finisce 4-1 per Isiah Thomas e compagni. Duckworth continua a produrre cifre più che positive, tant’è che nel 1991 partecipa per la seconda volta all’All Star Game. La stagione successiva è la prima che comincia a lanciare segnali di declino: la condizione fisica peggiora e Portland decide di cederlo dopo la serie di playoff contro i Bulls. Kevin va a Washington in cambio di Harvey Grant (fratello gemello del più famoso Horace), prima di un altro trasferimento a Milwakee in una stagione costellata da infortuni. Giusto il tempo per la chiusura di carriera ai Clippers, prima di dedicarsi alle attività di alcune sue aziende. Si ritira con più di 8000 punti e quasi 4000 rimbalzi nella Nba, ma senza riuscire a conquistare un titolo. Dopo il ritiro Duckworth comincia ad ingrassare a dismisura ed è probabilmente da attribuire a questo grande aumento di peso la sua morte, avvenuta lo scorso 25 agosto durante un viaggio in Oregon. Kevin, infatti, rappresentava i Blazers in un tour che lo avrebbe portato ad insegnare pallacanestro in 19 città di quello Stato. flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Black & Barry

di Flavio Suardi
Ci sono certe settimane nel corso di un anno che ci si affretta a definire particolari. E allora che dire di questa che va a cominciare proprio il 23 marzo? Ecco a voi: il 23 marzo compie 54 anni Moses Malone, hall of famer 2001 ed inserito nella lista dei migliori 50 giocatori Nba del primo cinquantennio della lega. Ne compie 36 Jason Kidd, due volte oro olimpico e prossimo ai 10.000 assist nella lega. Ne compie 49 il 24 marzo, l’ex varesino Larry Micheaux, in compagnia del milanese Jobey Thomas e del faro dei Toronto Raptors Chris Bosh. Mercoledì 25 tocca ad un idolo dei tifosi varesini, Charles Pittman (51). Con lui, avrebbe compiuto 47 anni anche Fernando Martin, se un pauroso incidente non se lo fosse portato via nel 1989 quando aveva alle spalle già una stagione Nba e tante annate nel Real Madrid. 47 anni li compie mercoledì anche Leon Wood, ex Varese e Caserta, oro alle Olimpiadi del 1984 con la nazionale Usa e ora uno dei più apprezzati arbitri Nba. 44 anni il 25 marzo anche per Avery Johnson, allenatore dei Dallas Mavericks fino all’anno scorso, oltre che playmaker campione Nba con San Antonio nel 1999. Auguri anche a Dale Davis, ex Indiana, Detroit e Portland, che il 25 marzo compie 40 anni. Tra i tanti auguri, uno speciale, davvero. Che Marco Belinelli, 23 anni mercoledì, trovi al più presto una squadra con un allenatore meno schizofrenico di Don Nelson…Giovedì tocca a John Stockton (47), inutile elencarne la carriera, basta andare davanti al Delta Center di Salt Lake City, per trovare un monumento che lo raffigura…Perdonate se rammentiamo ai tifosi napoletani che il 26 marzo compie 47 anni anche l’ormai insegnante texano Uwe Blab…43 anni il 27 marzo per l’ex virtussino Zarko Paspalj, che non va ricordato solo per quelle 12 partite ma anche per, tra le altre cose, due argenti olimpici, un titolo di campione del mondo, tre titoli europei e un bronzo continentale con la nazionale jugoslava. Chiusura in grande stile con il weekend. Sabato: Jerry Sloan (67) da 21 stagioni e oltre 1000 vittorie con Utah. Rick Barry (65), hall of famer del 1986 e inserito nei migliori 50 giocatori di tutti i tempi. 59 anni per Chuck Jura, per il quale il direttore di Indiscreto ha pianto, 48 per l’ex Lakers Byron Scott, coach of the year nel 2008, mentre l’ex reggino Sasha Volkov ne compie oggi 45. Per lui, tra l’altro, un titolo olimpico e uno europeo con l’ex URSS. Domenica 29: 65 anni per l’ex arbitro e candidato alla Hall of Fame FIBA Kostas Rigas, un anno in meno per il bicampione Nba con New York Walt Frazier. Di lui si ricordano i 36 punti con 19 assist in gara6 della finale del 1970, oltre al cappello portato alla Warren Beatty in Gangster Story (1967). Ci scuseranno Igor Rakocevic (31), il baffuto 42enne Ainars Bagatskis, l’ex centro di Pesaro Robert Archibald (29) e tutti quelli di cui ci siamo fatalmente dimenticati…
(in esclusiva per Indiscreto)

Non dimentichiamoli May

di Flavio Suardi
Il passato remoto ci porta a Galeazzo Dondi Dall’Orologio. Nato a Frattamaggiore il 19 marzo del 1915 e scomparso nel novembre 2004, avrebbe compiuto oggi 94 anni. Dondi fu un personaggio chiave nella storia della Virtus Bologna del dopoguerra. Con le Vu Nere vince due scudetti consecutivi dal 1945 al 1947. Aveva esordito in Nazionale il 3 maggio del 1936 (totalizzerà 14 presenze con 21 punti) in una gara contro l’Austria, giocando nello stesso anno anche le Olimpiadi di Berlino. Dopo lo scudetto del 1946-47, Dondi diventa capoallenatore della Virtus per una stagione prima di entrare nei quadri dirigenziali e ricoprire la carica di presidente dal 1961 al 1966. Dal passato remoto, al passato più recente. Compie oggi 55 anni Scott May. Scelto al numero 2 nel draft del 1976 dai Chicago Bulls, gioca in Nba sette stagioni divise tra Chicago, Milwakee e Detroit, prima di approdare nel nostro paese. Sbarca a Brescia nel 1982 alla corte di Riccardo Sales per sostituire Tom Abernethy nelle ultime 11 partite di campionato. Per Brescia arriva un decimo posto assoluto, per May l’occasione di mostrare a tutti le sue doti di realizzatore (quasi 24 di media in quell’ultimo scorcio di stagione) e rimbalzista (8 carambole a gara). Passa l’anno successivo a Torino e in tre stagioni consecutive contribuisce alle tre semifinali disputate dalla Berloni di Guerrieri. Nel 1984 fuori 2-0 dalla Granarolo poi campione, quindi per due anni consecutivi l’eliminazione per opera della Simac Milano poi scudettata. Si trasferisce quindi a Roma, per fare nuovamente coppia con Mike Bantom e seguire le direttive di Guerrieri dalla panchina. Il cammino capitolino si ferma però ai quarti di finale contro Pesaro. Veste la sua ultima casacca italiana nella stagione 1987-88, chiudendo agli ottavi di finale il cammino con l’Enichem Livorno. Per May anche l’oro olimpico a Montreal nel 1976 e l’eredità raccolta dal figlio Sean, scelto anch’egli al primo giro del draft 2005 da Charlotte. Giunto alla sua quarta stagione con la maglia dei Bobcats, May jr ha una media di 8.7 punti in una ventina di minuti di impiego nelle 78 partite Nba fin qui disputate. La sua miglior stagione è stata certamente la seconda, conclusa a 11.9 punti e 6.7 rimbalzi di media in una carriera comunque funestata da diversi problemi fisici.
flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Dev'essere il figlio

di Flavio Suardi
Il sistema di visura tesseramenti della FIP non mente. Il 9 gennaio scorso l’atleta Aldo Ossola è stato tesserato per la società Sporting Varese, che milita attualmente nel campionato di prima divisione. Aldo Ossola di anni ne compie oggi 64, ma di smettere di giocare non ne vuole sapere, tanto che è il giocatore di pallacanestro in attività più anziano d’Italia. Un fratello, Luigi, calciatore in serie A, mentre il fratellastro Franco morì il 4 maggio del 1949 a Superga con il Grande Torino. Esordisce in serie A nell’All’Onestà Milano, ma la sua bacheca comincia a riempirsi a partire dal 1968, anno del suo passaggio a Varese. Nel 2005 il suo tesseramento alla FIP compiva mezzo secolo e, come regalo, Ossola si trovò in spogliatoio il coach che lo aveva guidato nella grande Ignis degli anni ’70, ovvero Sandro Gamba. Proprio con lui Ossola ha vissuto gli anni più intensi della sua carriera. Stagione 1973/74, Gamba subentra a Nikolic (scomparso il giorno prima del 55esimo compleanno di Ossola, il 12 marzo del 2000) sulla panchina di Varese. Nello spogliatoio varesino vigeva la regola di rivolgersi al coach usando il Lei. Ma Ossola e Gamba si erano incrociati diverse volte da avversari sul campo, quindi fu inevitabile continuare a darsi del tu in nome della vecchia amicizia, pur nel rispetto dei ruoli. Si può dire che Ossola fu il principale interprete delle idee che Gamba aveva per quella Ignis. Idee improntate su una grande cultura del lavoro, con la prospettiva di aumentare sempre di più la visione professionistica della pallacanestro. Il periodo non era dei più facili: gli anni di Nikolic, ancorché vincenti, furono anche assai dispendiosi dal punto di vista psicofisico per i giocatori, letteralmente svuotati dai metodi del Prof. La necessità era quella di ricreare un rapporto tra squadra e allenatore, ridando fiducia ad un gruppo che per molti aveva concluso il suo ciclo vincente. Ossola e Gamba, un connubio che porta subito Varese alla conquista dello scudetto, grazie anche ad alcuni schemi e metodologie di allenamento che Gamba assorbiva dal mondo americano. Un coach moderno e un playmaker d’alta scuola in grado di tradurre sul campo idee rivoluzionarie e un clima di fiducia attorno a tutta la squadra. Questo è stato uno dei segreti di quella Ignis, ovviamente aggiunto al grande talento di tutti quegli interpreti del parquet. Complicità tra squadra e staff tecnico anche nei momenti di goliardia: Gamba era convinto che i giocatori non dovessero bere un bicchiere di vino prima delle partite. Leggenda narra che prima di un impegno importante, Bruno Arrigoni, allora vice coach, intercettò un numero imprecisato di bottiglie di vino che i giocatori si passavano. Quando Gamba scoprì che erano piene di Coca Cola, la risata fu fragorosa. Proprio Arrigoni era uno dei bersagli preferiti per gli scherzi della squadra: il migliore fu quando gli attaccarono un enorme lucchetto alla chiusura del loden. Arrigoni non riuscì a riaprirlo e fu costretto ad andare in panchina con il cappotto da cui pendeva il lucchettone. Sette scudetti, cinque Coppe Campioni (con dieci finali consecutive), 2 Coppe Intercontinentali, 4 Coppe Italia e 1 Coppa delle Coppe. Questo è il palmares di Aldo Ossola, membro dallo scorso novembre della Hall of Fame del basket italiano, dopo la nomina da parte del suo grande amico e compagno di asse portante di quella Ignis Dino Meneghin. Con la Nazionale ha giocato 35 partite, partecipando all’Olimpiade del 1972 e vincendo la medaglia di bronzo agli Europei del 1971.
(in esclusiva per Indiscreto)

Il ponte di Messina

di Flavio Suardi
Quattro anni fa in questi giorni, veniva comunicata, volutamente in ritardo, la notizia della scomparsa del Prof. Nico Messina. Un personaggio non sempre tenuto nella dovuta considerazione dal mondo della pallacanestro, che lo ha sempre un po’ snobbato mortificandone in qualche caso le indubbie capacità. Dicevano che le sue squadre si allenavano da sole, che la sua figura non era poi così decisiva ai fini delle vittorie. Intanto conquistò due scudetti (a dieci anni di distanza uno dall’altro) ed una Coppa dei Campioni con Varese, dove scoprì in primis un certo Dino Meneghin. Definirlo solo allenatore di basket potrebbe sembrare addirittura riduttivo: Messina era un uomo di sport a tutto tondo, visto come “maneggiava” le altre discipline, dal calcio per finire a canottaggio e boxe. Nato a Potenza nel 1922, visse un’esistenza a tratti tormentata. A soli 13 anni decise che voleva partecipare alla guerra d’Africa. Scappò di casa diverse volte, fino a quando riuscì a raggiungere Eboli mentre Mussolini teneva un discorso alle truppe. Chiese direttamente a lui di essere arruolato, ma data l’età venne rispedito a casa. A quel ragazzino venne dedicata una copertina della Domenica del Corriere. Non solo Meneghin, ma anche Ossola, Bovone e diversi altri, furono scoperti dal Prof, che pose le basi per i successi della Ignis di Nikolic prima (con lui direttore tecnico) e Gamba poi. Proprio nell’anno del suo rientro da capo allenatore in Lombardia, Messina fu in grado di rivincere quel titolo conquistato dieci anni prima. Nel 1968 c’erano il diciottenne Meneghin e poi Ossola, Flaborea, Raga, Rusconi e Malagoli. Dieci anni più tardi Meneghin era più vicino ai 30, Ossola li aveva superati e con loro assieme al Prof. troviamo Morse, Yelverton, Iellini, Bisson e Zanatta. Esattamente la stessa squadra che l’anno prima aveva vinto il titolo con Gamba. Tenere vivo il ricordo di personaggi come Nico Messina significa anche prendere una boccata d’ossigeno rispetto alla pallacanestro di oggi dove, specialmente nei settori giovanili, si bada molto di più alla fisicità e alla quantità atletica, piuttosto che concentrarsi sull’insegnamento della tecnica individuale. Altri tempi, è vero, ma il bianco e nero ha il suo fascino anche nell’era di internet. Non per nostalgia, ma per salvare il meglio di un grande passato.
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(in esclusiva per Indiscreto)

Gli anni degli occhiali

di Flavio Suardi
C’erano anni in cui nella Nba, ma non solo, esisteva la necessità/moda di portare degli occhiali protettivi. Quelli “alla Jabbar”, per intenderci. Non bisogna però confondere questo tipo di attrezzo con quelli esibiti ad esempio, da George Mikan negli anni ’50 e Kurt Rambis negli anni ’80. Si trattava, in questi casi, di occhiali da vista, esattamente come quelli che portava Gianfranco Pieri in maglia Simmenthal Milano. Quelli indossati da Jabbar, Moses Malone e James Worthy (che compie proprio oggi 48 anni), servivano per proteggere il viso dai contatti violenti sotto canestro, ma anche le lenti a contatto, per lo più rigide a quel tempo, applicate al posto degli occhiali. Questo genere di accessorio, diffusissimo all’epoca dei Lakers dello showtime, era utilizzato prevalentemente dai lunghi, ovvero da coloro che avevano più probabilità di subire colpi violenti. Come dimenticare Moses Malone? A questo proposito vale la pena di ricordare che lo stesso Malone aveva l’abitudine di alzare gli occhiali sulla fronte mentre eseguiva i tiri liberi, per abbassarli solo dopo l’esecuzione del secondo personale. Per qualche periodo li ha usati anche Hakeem Olajuwon, ma quel genere di protezione aveva degli evidenti problemi di appannamento, dati dalla mancanza di aperture che consentissero la circolazione dell’aria. Dopo il vero e proprio boom di quegli anni, l’uso degli occhiali protettivi andò progressivamente diminuendo: li portava Horace Grant, con il vezzo di utilizzarli con colorazioni simili a quelli della divisa della sua squadra. Bianchi o rossi a Chicago, blu a Orlando, con una banda gialla sul frontale all’epoca dei Lakers. Piccola curiosità: anche il lungo Thurl Bailey li usava ai tempi degli Utah Jazz, ma quando è arrivato in Italia (1995-97 Cantù, poi un anno a Milano) non li ha più utilizzati.
(in esclusiva per Indiscreto)

Il film di Chicco Ravaglia

di Flavio Suardi
Oggi Chicco Ravaglia avrebbe compiuto 33 anni e forse è meglio pensare a lui nel giorno del suo compleanno, piuttosto che in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa. Era il 23 dicembre 1999, una partita da 23 punti alle spalle con la maglia di Cantù vittoriosa con Reggio Emilia. “Ho dimostrato di non essere un giocatore di serie B”, aveva dichiarato al termine di quella partita, intravedendo la fine di un tunnel lungo due anni costellati da infortuni e ripartenze. Poi l’autostrada verso Imola, per raggiungere la famiglia in occasione delle feste. Quella sbandata, la morte, il silenzio. Quando Chicco festeggiava il suo terzo compleanno, moriva Nereo Rocco. Strano l’intreccio tra due personaggi che non hanno nulla a che vedere uno con l’altro. Rocco però era ammaliato dal fascino dei numeri 10, dei giocatori dal talento cristallino e dall’istinto che solo il campione vero può vantare. Ravaglia aveva tutte queste caratteristiche: talento, faccia tosta, leadership. Sarebbe certamente diventato un grande numero 10, fosse stato un calciatore. Quel che è certo è che avrebbe avuto una grande carriera anche nella pallacanestro se la sfortuna, che sembrava averlo abbandonato, non si fosse abbattuta su di lui nella maniera più tragica. La sua storia diventerà un film, grazie ad un regista di Alzate Brianza, il 24enne Niccolò Civelli e allo sceneggiatore 25enne Tommaso Vimercati, di San Fermo della Battaglia. La speranza è quella che il progetto non salti per le solite questioni di budget, visto che la storia di Ravaglia ha dentro di sé tutto per diventare la trama di un film: gli infortuni, la risalita, la fine del tunnel e, purtroppo, un finale troppo tragico. Buon compleanno Chicco.
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(in esclusiva per Indiscreto)

Il Montepaschi dei nostri padri

di Flavio Suardi
Il 30 settembre del 1962 nasce ad Amsterdam Frank Rijkaard, centrocampista che avrebbe fatto le fortune del Milan e della nazionale olandese di calcio. Quel giorno nasce anche l’impresa del Simmenthal di Rubini, che avrebbe concluso la stagione senza sconfitte. Un cammino iniziato dal successo interno contro il Petrarca Padova per 75-47 e concluso il 21 aprile 1963 sempre in casa contro la Partenope Napoli (92-47). In quella stagione, disputata con partite di andata e ritorno con la sconfitta “premiata” da un punto, Milano non sbagliò mai. Era il Simmenthal di Binda, Gamba, Masini, Ongaro, Pieri, Riminucci, Sardagna, Vescovo, Vianello, Vittori e Volpato. I numeri parlano di uno scarto medio di 18 punti a partita, con sofferenza vera solo con le rivali storiche: Cantù, Varese, Bologna. Miglior realizzatore di quella squadra fu Gabriele Vianello, classe 1938, alla sua prima stagione in maglia milanese. Vianello mise a segno oltre 18 punti a gara, seguito a ruota da Paolo Vittori, stesso anno di nascita, ma più giovane di 25 giorni esatti rispetto a Vianello, che chiuse a quota 16.5. Da segnalare che lo stesso Vittori fu poi il miglior realizzatore dell’Italia ai mondiali brasiliani del 1963, conclusi al settimo posto. In quella nazionale, in cui cominciava già a bucare le retine avversarie un certo Dado Lombardi, l’Olimpia aveva portato, oltre a Vittori, anche Vianello, Masini e Riminucci. Quel percorso netto in campionato, non ebbe però seguito anche in Coppa dei Campioni. Dopo aver superato l’Alemannia Aquisgrana (67-69 in trasferta e 76-53 in casa) e aver regolato Casablanca (60-110), la corsa degli uomini di Rubini si fermò ai quarti contro la Dynamo Tblisi. Milano vinse in Russia per 70-65, ma fu battuta in casa per 74-68. In finale andarono Real Madrid e TSSKA Mosca e per assegnare il titolo furono necessarie tre partite: all’andata il Real vinse in casa per 86-69, al ritorno a Mosca si impose il TSSKA per 91-74 e nella bella, disputata a Mosca, i russi dilagarono sul 99-80.
(in esclusiva per Indiscreto, foto tratta da http://www.olimpiamilano.com/)

Sax & the City

di Flavio Suardi
Il sax soprano è da sempre il sassofono più difficile da suonare. Tremendamente faticoso da intonare, rappresenta l'alternativa più frequente per chi suona il sax tenore. Per uno che ha un padre suonatore di trombone non rappresenta quella che si potrebbe definire la diretta conseguenza di una passione musicale. Ancora più singolare se il connubio tra trombone e sassofono soprano ha come risultato finale un grande giocatore di pallacanestro. Il sassofono a tracolla e un pallone da basket in mano: questo potrebbe essere il poster più rappresentativo di Charles W. Yelverton. Coach Sandro Gamba nell’evoluzione della carriera di Yelverton ha rappresentato qualcosa di più di un allenatore, tanto che lo stesso giocatore si rivolge al suo vecchio coach chiamandolo semplicemente “papà”. Charlie Yelverton, “l’ascensore nero” o più semplicemente “sax”, approda in Italia nella stagione 1974-75, come straniero di Coppa della Mobilgirgi Varese, a quell’epoca allenata proprio da Gamba. Era reduce da una esperienza Nba per certi versi allucinante, durata lo spazio di una stagione con la maglia dei Portland Trail Blazers, dai quali era stato scelto al secondo giro del draft con il numero 8. L’episodio per cui viene maggiormente ricordato e che, paradossalmente, gli ha stroncato la carriera, risale proprio ai tempi dei Blazers: la società decise, con un pretesto, di tagliare Willie McCarter, uno dei compagni di colore di Charles. Yelverton visse questa esperienza come l’ennesimo episodio di razzismo e decise, assieme agli altri tre compagni di colore di protestare durante l’inno nazionale prima della gara con Phoenix. Al momento dell’inno gli altri atleti di colore non diedero seguito a quell’accordo e Yelverton si trovò solo a dirigersi verso la panchina invece di guardare la bandiera in segno di rispetto. Fu coperto di insulti (poi zittiti con una gran schiacciata) quando entrò in campo nell’ultimo quarto di quella partita, ma quell’episodio gli valse di fatto l’esclusione dal mondo Nba. Rientrato a New York dopo un’esperienza negativa nel campionato greco, conclusa ai quarti di finale tra risse e arbitri venduti, aveva comprato un taxi e dopo gli allenamenti lavorava la notte per la strada. Il problema è che in quel taxi era anche costretto a dormirci, visto che in quegli anni erano poche le persone che affittavano volentieri appartamenti a gente di colore: che fosse stato un giocatore di pallacanestro non mutava la sua condizione. Gamba lo aveva notato fin dai tempi del college, quando Yelverton guidò al terzo posto del torneo Ncaa il piccolo ateneo di Fordham. Arriva a Varese nel 1974 per disputare la Coppa dei Campioni, dopo essersi esibito in una tournée estiva con una rappresentativa di giocatori statunitensi reclutati dalla Repubblica di San Marino. Non si è mai separato dal sassofono, lo suonava in camera durante le trasferte e un po’ tutti si erano ormai abituati alla sua musica molto coinvolgente. Diceva sempre che suonare lo aiutava a superare i momenti di tristezza e che lo rilassava prima di una gara importante. Ma le “intemperanze sonore” di Yelverton non si limitavano al sax. Si dice che una mattina Gamba abbia ricevuto una telefonata da parte del padrone dell’appartamento dove alloggiava: si lamentava perché a qualsiasi ora del giorno e della notte, Charlie utilizzava il box auto per fare esercizi di ball-handling, svegliando tutto il vicinato. In alternativa, sempre e rigorosamente all’alba, andava a buttare giù dal letto il custode dello stadio di calcio adiacente il palazzo dello sport: arrivava davanti al cancello e urlava a squarciagola: “Luiiiisssss”, in modo che questi, tra un’imprecazione e uno sbadiglio, gli aprisse la porta per farlo correre sulla pista di atletica dello stadio. Al suo arrivo a Varese, Yelverton si deve accontentare di giocare una volta ogni due settimane, come straniero di Coppa, ma trascina subito la squadra sul tetto d’Europa. E dire che la notte precedente quel 10 aprile del 1975 Charlie aveva un febbrone da cavallo: la sera in camera aveva i brividi dal freddo, ma non avrebbe saltato quella partita neanche se gli avessero sparato. Sosteneva che per superare la febbre gli bastasse bere the zuccherato. Ne bevve dei litri e il giorno dopo trascinò Varese al successo contro il Real Madrid, annullando Brabender, il giocatore simbolo di quel Real. In quella partita Varese aveva anche dovuto fare a meno di Dino Meneghin, infortunato, ma riuscì a spuntarla per 79-66. Nonostante la vittoria, Yelverton lascia Varese per approdare a Brescia nelle due successive stagioni: si allenava tantissimo, ma per lui giocare solo una volta ogni due settimane era diventata una vera e propria sofferenza. Per un giocatore che ha conosciuto la povertà, il rapporto con il denaro è sempre un po’ particolare: dicono che non sia mai stato attaccato esageratamente ai soldi, ma utilizzava un gesto scaramantico molto divertente. Aveva in camera da letto un secchio che aveva riempito a metà con delle monete. Ogni tanto chiamava Gamba in camera sua e cominciava lo show. Prendeva quel secchio e si rovesciava tutte le monete addosso dicendo: “Coach, mi svuoto il secchio addosso così i soldi mi pioveranno in testa senza sosta per i prossimi anni. Lo faccia anche lei, porta fortuna”. La pallacanestro, il sax e l’Italia sono i tre grandi amori di Charles W. Yelverton: ora il ball handling lo insegna ai bambini del minibasket di Verbania invece di fare esercizi in un box, il sassofono lo suona in pubblico con il suo gruppo jazz e non più nella sua camera d’albergo durante le trasferte. L’Italia è diventata la sua casa.
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(in esclusiva per Indiscreto)

La terra dei pionieri

di Flavio Suardi
Donald Lee Haskins, il leggendario allenatore americano che ha ispirato il film 'Glory Road', è morto a El Paso, in Texas, il 7 settembre dell’anno scorso. Aveva 78 anni. Era considerato in America un simbolo dello sport che abbatte le barriere razziali: il primo allenatore a vincere un titolo nazionale di pallacanestro schierando in campo una squadra di soli giocatori afroamericani. La storica partita che consacrò Haskins si tenne nel 1966: in quell'anno i Texas Western Miners avevano grosse difficoltà di reclutamento, a causa della non florida situazione economica dell’ateneo. Haskins, costretto di fatto ad inventarsi una squadra, decise di ingaggiare i migliori giocatori di basket tra quelli che gli altri allenatori avevano scartato per il colore della pelle. Grazie al suo carisma e alle sue indicazioni tecniche, nel 1966 la neonata squadra dei Miners riuscì a conquistare il titolo NCAA battendo, a sorpresa, i Wildcats dell'università del Kentucky, guidata dal leggendario Adolph Rupp, squadra nella quale militava il giovane Pat Riley. Una vittoria storica che la Disney ha raccontato nel film 'Glory Road' (2006), dove Don Haskins è interpretato dall'attore americano Josh Lucas. A onor del vero Haskins non fu l'unico pioniere, in questa direzione. Il primo in ordine cronologico fu George Ireland (1913-2001), che per la prima volta schierò nel suo quintetto a Loyola Chicago quattro giocatori afroamericani nel 1961. Il secondo, Babe McCarthy, fu un pioniere "al contrario". Nel marzo 1963, infatti, decise di sfidare le leggi razziali dello stato del Mississippi, che impedivano le partite "miste". La sua squadra, composta da giocatori bianchi, avrebbe dovuto incontrare, caso vuole, proprio Loyola Chicago. Nonostante il divieto, McCarthy riuscì ad imbarcare in gran segreto la rappresentativa del Mississippi, per consentirle di scendere in campo regolarmente a East Lansing (Michigan). Questa impresa è raccontata in un documentario intitolato "One night in March".
(in esclusiva per Indiscreto)

Neri non per caso

di Flavio Suardi
E' morto a New York all'eta' di 96 anni John Isaacs, per tutti “Wonder Boy”, unanimemente considerato negli USA come il primo vero campione di colore della pallacanestro americana. Nato a Panama nel 1913 ma cresciuto ad Harlem, Isaacs fu tra i fondatori della prima squadra di basket composta solo da giocatori di colore di New York, gli Harlem Renaissance Team. Nella New York degli anni ’30 quella squadra divenne un faro per i giovani che volevano togliersi dai guai delle strade di Harlem. Come ricordato anche dal NY Times, fu il facoltoso uomo d’affari Bob Douglas l’artefice del miracolo dei “Rens”. Le strade di Douglas e di Isaacs si incrociarono nel 1930, in piena Grande Depressione, quando il proprietario dei “Rens” volle puntare su quell’uomo ancora sconosciuto al grande pubblico, ma già idolo dei ragazzini di Harlem: 150 dollari al mese, più 3 dollari al giorno per il vitto, questa la proposta, che venne immediatamente accettata. Il primo campo ufficiale per le partite in casa fu il Renaissance Casino Ballroom di Harlem, una grande sala da ballo che i Rens condividevano con le grandi orchestre di Count Basie e Jimmie Lunceford. Ovviamente la storia dei “Rens” non fu tutta rose e fiori, visto che nell’America razzista era assai difficile accettare di essere sconfitti da una squadra di neri. Risse, cene nelle cucine dei ristoranti e ogni altra discriminazione possibile veniva riservata ad una squadra che non perdeva praticamente mai (tra il 1932 e il 1933 sotto la guida di Douglas ne vinse 88 di fila). L’apice della storia dei “Rens” venne raggiunto nel 1939, quando la squadra di Isaacs sconfisse per 34-25 una rappresentativa della nascente NBA (fondata poi ufficialmente dieci anni più tardi) in una gara valida per il titolo di campione del mondo. Isaacs raggiunge così Bob Douglas, scomparso nel 1979, nella speranza che i due possano tornare a fare coppia fissa anche nella Hall of Fame del Basket di Springfield: Douglas è entrato nel 1972, chissà che per Isaacs non si comincino le pratiche.
Flavio Suardi
flavio.suardi@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

L'attentato a Kenney

di Flavio Suardi
Jim Tillman, uno dei primi atleti di colore a vestire la maglia del Simmenthal, arriva a Milano nell’estate del 1968. Ha un carattere discretamente particolare, difficile da gestire, ma è pur sempre un buon giocatore: capace di produrre quasi 19 punti di media in due stagioni, concluse entrambe al secondo posto. L’esperienza milanese di Tillman è legata, in un certo qual modo, a quella di un altro giocatore destinato invece a lasciare un segno indelebile nella storia sportiva delle Scarpette Rosse: Art Kenney. Estate 1969: la Milano di Rubini e Gamba è impegnata in un torneo prestagionale, durante il quale si trova ad affrontare una rappresentativa formata dai migliori giocatori del campionato francese, tra cui proprio Kenney. Art gioca una partita incredibile, mettendo in mostra il suo marchio di fabbrica: stile rude ma redditizio, grande energia e fisicità. Ovviamente, e non solo per affinità di ruolo, il bersaglio principale di Kenney diventa proprio Tillman, che non la prende benissimo, come testimoniano alcuni scambi verbali non proprio all’acqua di rose durante la gara. Quello che sembra un episodio chiuso al suono della sirena si riapre quando, fatalmente, le due squadre si ritrovano ad alloggiare nello stesso hotel. Un gioco di sguardi che diventa un insulto, gli animi si accendono, ed ecco l’inevitabile: rissa da Far West con Tillman ad inseguire Kenney per tutta la hall. Prima fermata, il bar dell’albergo, con Tillman a domandare inutilmente una bottiglia da spaccare in testa a Kenney. Quindi il lampo di genio del colored statunitense: brandito il primo telefono disponibile, Tillman pretende di chiamare il fratello, militare a Verona. Diverse le versioni dei fatti, uniformate in questa: “Hey man – avrebbe detto Jim al fratello -, mandami immediatamente una pistola che devo ammazzare un tizio!”. Ovviamente la rivoltella non arrivò mai, ma Rubini dovette intervenire energicamente per evitare altri danni…Più o meno ricomposta la frattura, l’anno successivo Milano doveva risolvere il problema della sostituzione proprio del bizzoso Tillman. Occorre ricordare che in quegli anni c’era un’aspra concorrenza tra NBA e ABA ed era difficilissimo trovare dei giocatori disposti a lasciare gli Stati Uniti a cuor leggero. In un primo tempo la coppia Rubini-Gamba decise di puntare su Bob Lienhard, ma dopo averlo provato per una settimana gli consentì di andare a Cantù (dove ancora ringraziano) a causa di caratteristiche non compatibili con l’idea di gioco milanese. Il pensiero ricadde quindi sul roccioso Kenney, di cui a Milano si ricordavano bene proprio per l’episodio del precampionato dell’anno precedente, oltre che per gli ottimi risultati che stava ottenendo con la maglia del Le Mans. Rubini e Gamba giunsero con un velivolo minuscolo a Saint-Nazaire, quindi in auto appena in tempo per assistere alle finali del campionato transalpino e imbastire una trattativa con il giocatore. Kenney sarebbe stato il tipo di giocatore perfetto per il Simmenthal, ma restava un’incognita la sua reazione ad una proposta milanese dopo i fatti dell’anno precedente. Giunti al campo, si narra che Rubini abbia chiesto a Gamba di intavolare il discorso con una frase del tipo: “Parlagli tu perché altrimenti rischio di prenderle sul serio questa volta”. Dopo non più di cinque minuti di trattativa, iniziava l’avventura italiana di Art Kenney.
Flavio Suardi
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