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Il fuoco sacro di Brown

Larry Brown ha ancora il fuoco sacro. O perlomeno una buona offerta in mano per tornare ad allenare nella NBA (anello 2004 con i Pistons, con l'ottanta per cento del quintetto uguale a quelli di oggi), se non addirittura a livello di college (nel 1988 vinse il titolo NCAA con Kansas). Altrimenti non non si sarebbe dimesso dalla carica di vicepresidente esecutivo dei Philadelphia 76ers, anche se dopo il licenziamento di Billy King dalla presidenza l'addio di Brown (suo head coach a Indiana, fra l'altro, oltre che sponsor del suo arrivo a Phila nel 1997) era nell'aria. Nessuno comunque al mondo aveva pensato che quello da dirigente sarebbe stato il suo modo per chiudere con il basket. Troppo bruciante il fallimento sulla panchina dei Knicks 2005-2006, con Isiah Thomas dietro la scrivania, per non volersi regalare a 67 anni un ultimo hurrah di quelli giusti. Finora fra college, ABA ed NBA Brown ha allenato in undici posti diversi: non è detto che ce ne sia un dodicesimo, visto che fra i mille rumor che si sono letti il più intrigante è quello riguardante un ritorno sulla panchina dei Knicks. Se lo meriterebbe.

La scelta del giovane Gallo

E' sempre interessante leggere quello che all'estero pensano di noi, anche se purtroppo Danilo Gallinari non è 'noi', ma è Danilo Gallinari. Su giornali e siti statunitensi la decisione di Gallo junior di dichiararsi per il draft non è passata inosservata, tanto che oltre alle ipotesi di squadra e di ordine di chiamata si sono sprecate le analisi tattiche. Molti allenatori italiani, fra questi anche Caja, vedono Gallinari come il '4' ideale in una squadra da small ball (al di là del fatto che nell'Armani giochi da '3' in una strutturazione tattica abbastanza classica), mentre secondo gli osservatori NBA interpellati dai vari giornalisti il diciannovenne predestinato è visto potenzialmente anche come una guardia. Al di là di un tiro da fuori che soprattutto in questa stagione va e viene, piace la capacità ci creare mismatch teorici quasi con chiunque. Quanto alla chiamata, nei vari mock draft che spesso hanno la valenza scientifica di notizie come Gerrard alla Reggina o Lampard al Bari (o di Michael Jordan a Milano, per citare Galliani) siamo intorno alla numero 15: valutazione forse ingenerosa, ma l'effetto (negativo) Bargnani, scelto al numero 1 nel 2006 dai Raptors, in questo caso si fa sentire.

Un duro a Milwakee

La prima idea delle squadre molli è quella di affidarsi ad un uomo con la fama di duro: per questo il fatto che i Milwakee Bucks da 26-56, nonostante le ambizioni playoff, abbiano scelto Scott Skiles come uomo della ricostruzione non ha sorpreso più di tanto. Contratto quadriennale per l'ex coach di Paok, Suns e Bulls, esonerato proprio sotto Natale a Chicago, e tanti saluti al suo buon amico Larry Krystkowiak. Amico al punto di andare a cena con Skiles e rispettive signore la sera stessa dell'annuncio del cambio della guardia, magari parlando per la millesima volta della famosa rissa in allenamento con Shaq ai tempi in cui tutti e tre giocavano ad Orlando (versione più nota, non necessariamente la verità assoluta: Skiles saltò addosso a Shaq che si stava accapigliando con l'ex stella di Montana). Il general manager dei Bucks, John Hammond, ha spiegato senza giri di parole di aver scelto il 44enne dell'Indiana non solo per l'esperienza o le qualità tecniche, ma per la capacità di pretendere il 100 per 100 dai giocatori. Per Skiles un ritorno, visto che nel 1986 i Bucks lo scelsero al primo giro (22esimo assoluto), anche se poi la sua stagione d'esordio NBA da giocatore fu un mezzo disastro, prima di trovare gloria come point guard non sempre (anzi) titolare nei Pacers, nei Magic (fu con questa maglia che realizzò il record NBA di assist in singola partita, trenta!), nei Washington Bullets e nei Sixers, con conclusione della parabola al Paok Salonicco. L'uomo giusto per dare una sferzata ai vari Bogut della situazione, e pazienza se litigherà con qualcuno.

La finitissima era Thomas

L'era di Isiah Thomas ai Knicks più che finita è...finitissima, al di là della transazione finanziaria con l'azienda e un vaghissimo incarico da consulente per il futuro. Secondo il New York Daily News il neo-presidente (succedendo proprio all'ex point guard dei Pistons era Bad Boys, che fino a pochi giorni fa assommava la carica a quella di allenatore) Donnie Walsh avrebbe inserito nell'accordo fra le parti una clausola che impegna Thomas ad astenersi da contatti di qualsiasi tipo con membri della squadra. Un appestato, insomma, per quanto costoso. Il 56-108 delle ultime due stagioni, con un monte ingaggi imbarazzante, si presta a poche discussioni ed in ogni caso non lo rende credibile come interlocutore tecnico del nuovo coach (forse il grande ex Mark Jackson, attualmente seconda voce alla ESPN). Thomas potrà quindi di fatto parlare solo con il proprietario James Dolan (il figlio di quello vero: Charles, il fondatore di Cablevision) ed ovviamente con lo stesso Walsh, ma senza una carica specifica. Una brutta fine, a parte lo stipendio che continua a correre, per una storia iniziata nel 2003 da dirigente e proseguita da allenatore dopo i fallimenti di Don Chaney, Lenny Wilkens e soprattutto Larry Brown, con gli interregni di Herb Williams. Nel futuro cestistico del personaggio NBA meno amato da Michael Jordan (ma anche John Stockton, Larry Bird, Karl Malone...) probabile un'avventura imprenditoriale. Peggio della CBA non potrà andare...

Ginobili sesto uomo dell'anno

Sul significato di 'sesto uomo' nel basket si può discutere all'infinito, quasi come sul fuorigioco passivo nel calcio, ma quello che è certo è che per la stagione 2007-2006 il Sixth Man Award della NBA è andato a Manu Ginobili. Il quasi 31enne argentino è stato infatti incoronato da una giuria di esperti, con maggioranze che una volta avremmo definito bulgare: su 124 votanti, infatti, 123 lo hanno collocato al primo posto, tanto che il punteggio di Ginobili, 615, è stato di soli 5 punti sotto al teorico massimo (620). Ginobili è entrato in questa speciale classifica perché è effettivamente partito dalla panchina in 51 delle 74 partite disputate dagli Spurs, cosa che non gli ha impedito di essere il leader della squadra per punti segnati (19,5 a partita, suo massimo in sei anni di NBA) e per energia. Al secondo posto uno che più si avvicina nell'immaginario collettivo all'idea di sesto uomo, come Leandro Barbosa (Phoenix Suns, 283 punti) ed al terzo un Jason Terry (Dallas Mavericks, 44 punti) che sesto lo è diventato dopo l'arrivo di Jason Kidd a febbraio. Ma che comunque ha rispettato il requisito base: la partenza dalla panchina in più di metà delle gare giocate.