La morte del novantenne Angelo Dundee. allenatore e consigliere (definizione riduttiva) di tanti fenomeni del ring (primo fra tutti Muhammad Alì-Cassius Clay, ma anche Ray Sugar Leonard, Carmen Basilio e tanti altri, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri con Oscar De La Hoya), ha avuto un meritatissimo spazio sui media di tutto il mondo. Uno spazio ben superiore alle tante sfide ‘mondiali’ di dubbio valore, che peraltro in Italia non si vedono quasi più nemmeno in televisione.
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L'ultima tentazione di Harrison
di Stefano Olivari
Le sorprese non sono sinonimo di partita taroccata, anzi in proporzione lo sono molto meno dei risultati che confermano i pronostici. La base del cosiddetto ‘match fixing’ è infatti la serena accettazione della sconfitta da parte del probabile sconfitto. Lo sanno bene i bookmaker inglesi, che hanno notato la massa di denaro confluita sabato in alcune agenzie di Manchester sulla vittoria al terzo round di David Haye contro Audley Harrison.
Le sorprese non sono sinonimo di partita taroccata, anzi in proporzione lo sono molto meno dei risultati che confermano i pronostici. La base del cosiddetto ‘match fixing’ è infatti la serena accettazione della sconfitta da parte del probabile sconfitto. Lo sanno bene i bookmaker inglesi, che hanno notato la massa di denaro confluita sabato in alcune agenzie di Manchester sulla vittoria al terzo round di David Haye contro Audley Harrison.
Imbattibile Arcari
di Stefano OlivariLa boxe non è morta, nemmeno in Italia, ma a livello professionistico sta poco bene. A provarlo è la 'scelta di vita' dei migliori dilettanti: meglio lo stipendio statale e qualche comparsata televisiva piuttosto che la precarietà del togliersi la maglietta. C'è stato però un tempo in cui i nostri professionisti erano in cima al mondo, il tempo di Bruno Arcari. Del quale abbiamo letto di recente la biografia, 'Bruno Arcari l'ultimo guerriero' (autore Pier Cristiano Torre, prefazione di Rino Tommasi), confrontandola con ricordi personali troppo antichi per essere credibili. Arcari non è stato una star mediatica come Benvenuti, Mazzinghi, Loi, Rinaldi, eccetera, ma è stato probabilmente il più forte in rapporto alla sua categoria e alla sua epoca. Classe 1942, il pugile ciociaro è stato seguito per tutta la carriera da Rocco Agostino e non ha mai sofferto per questa sottovalutazione, come ha dimostrato anche un dopo-carriera con pochissime interviste. Cinque vittorie combattendo per l'Europeo, dieci per il Mondiale dei welter junior Wbc, le sopracciglia (a causa della loro tendenza a spaccarsi perse un'Olimpiade ed il primo match da pro) come unico punto debole, Arcari era un demolitore senza lacune. Il match a lui più caro è senz'altro quello della conquista nell'Europeo, nel 1968 a Vienna contro Orsolics ed una folla incredibile (più di 15mila) anche per quell'età dell'oro, ma forse in molti ricordano di più l'impresa mondiale di Roma contro Adigue nel 1970. Tolte le due sconfitte per ferita citate ed un pareggio con Rocky Mattioli (eccolo il ricordo personale, primavera del 1976 nel palazzone che sarebbe stato poi simpaticamente sfondato dalla neve) a Milano quando era ormai passato ai welter, Arcari fra i grandi della boxe italiana è stato l'unico a non essere stato mai tecnicamente battuto sul ring. In un'epoca in cui le sigle mondiali erano solo due ed i pugili affamati in proporzione molti di più.
L'assassino assassinato
Qualche giorno fa abbiamo citato Stanley Ketchel, destando una curiosità che ha fatto felici noi anziani ex lettori di BoxeRing. Qual è dunque l'importanza storica di questo peso medio, popolarissimo negli Usa di inzio Novecento? Il 'Michigan Assassin' fu uno dei primi grandi picchiatori dell'era moderna, entrando nell'immaginario popolare nel 1907 con tre epiche sfide contro Joe Thomas (considerato allora il miglior medio del mondo). Nella prima pareggiarono, nella seconda vinse Ketchel per k.o. al trentaduesimo (trentaduesimo...) round, nella terza prevalse ancora Ketchel. La consacrazione l'anno seguente, quando battendo Mike Sullivan tutto il mondo lo considerò senza discussioni il migliore. Va precisato che in quell'epoca anche l'ultima fiera di paese organizzava improbabili 'campionati mondiali' (esattamente come nel 2009) e che non esisteva un 'titolo' propriamente detto: non a caso certi albi d'oro sono stati ricostruiti a posteriori. Allora come oggi, i soldi veri si facevano nella categoria dei massimi e fu per questo che Ketchel aumentò di peso fino a sfidare nientemeno che Jack Johnson in un match che i giornalisti dell'epoca chiamarono 'Davide contro Golia'. Vinse Golia, per k.o. dopo dodici riprese di rissa pura in cui Ketchel andò però più volte vicino all'impresa. Pochi mesi dopo, a 24 anni, Ketchel morì assassinato reagendo ad un tentativo di rapina.
Il marine che ispirò Stallone
di Stefano Olivari1. Come tutte le estati noi di estrazione socio-culturale medio-alta stiamo rivedendo la serie di Rocky, quest'anno su Sky. Impossibile dire qualcosa di originale su una maschera che ha rappresentato alla perfezione l'America nei Settanta e negli Ottanta, trascinandosi poi con poche idee negli ultimi due episodi. E' invece possibile ricordare l'ispirazione sportiva di Stallone, sceneggiatore fin dal primo episodio: Chuck Wepner, l'ex marine newyorkese che nel 1975 fu coinvolto da Don King in una sfida a Muhammad Ali che ebbe molto in comune con quella successiva e cinematografica fra Rocky Balboa ed Apollo Creed.
2. Wepner aveva diverse caratteristiche interessanti agli occhi del geniale organizzatore: a) era (è) bianco, cosa che in un'era dominata da pesi massimi neri aveva grande valore di marketing (mai come quello raggiunto qualche anno dopo da Gerry Cooney); b) aveva un record pessimo ma pieno di match, sia pure tutti persi, di grande valore: fra gli altri con Sonny Liston, George Foreman (messo al tappeto al secondo round, prima di essere fermato per ferita), Joe Bugner; c) aveva servito la patria nei Marines, non in prima linea in Vietnam ma comunque nei Marines, e pompare una rivalità con il renitente alla leva (ma pagandone in prima persona le conseguenze, al contrario di altri imboscati) Ali non sembrò vero all'ex recuperatore di crediti (punto in comune fra King ed il Balboa del primo episodio); d) aveva coraggio, ma tecnicamente non valeva la metà del campione e aveva la sconfitta scritta in faccia; e) dopo l'enorme dispendio fisico e nervoso della Rumble in the Jungle con Foreman, Ali aveva bisogno di una passeggiata per la sua difesa del doppio titolo WBC-WBA (all'epoca c'erano 'solo' due sigle).
3. Centomila dollari a Wepner e quasi due milioni al Mito: con queste premesse il 24 marzo 1975 al Richfield Coliseum di...Richfield, per l'appunto (paesino dell'Ohio a metà strada fra Cleveland e Akron, i fan di LeBron James avranno un'idea della geografia), andò in scena questa sfida all'apparenza impari. Alla quale Wepner si era preparato per la prima volta da professionista vero, rinunciando ai lavori part time da guardia giurata e da buttafuori. La maggior parte dei bookmaker non lo vedeva in piedi oltre la terza ripresa, ma in più di un'intervista lui disse che 'Chi è sopravvissuto ai Marines può sopravvivere anche ad Ali'.
4. Era vero, anche se l'inizio fu terrificante. Wepner riuscì a mettere a segno pochissimi colpi fino alla nona ripresa, quando un diretto alla bocca dello stomaco mandò il campione al tappeto. Da lì al quindicesimo round si vide (noi l'abbiamo fatto grazie alla Grande Boxe, memorabile trasmissione del Rino Tommasi Fininvest) uno dei migliori Clay-Alì di sempre, che ridusse Wepner ad una maschera di sangue. Una maschera che tenne duro eroicamente, nonostante dal suo angolo gli gridassero di arrendersi, fino a quando l'arbitro decretò il ko tecnico. Sconfitto ma vincitore morale per lo spettatore medio, Wepner investì i centomila dollari alla Balboa e qualche anno dopo fu arrestato per avere venduto migliaia di autografi falsi di grandi campioni dello sport: molti di questi erano di Ali.
5. Quanto all'ispirazione data al telespettatore Stallone, non è mai stata certificata dall'interessato: anche per una questione, banalmente, di diritti. E' invece vero che l'idea diede la svolta alla carriera di Stallone e che nel corso degli anni lui e Wepner si siano incontrati diverse volte (sul suo sito c'è anche una foto che li ritrae sul set del film Copland). Oggi l'ex marine vive di discorsi motivazionali, di comparsate ad eventi vari e di racconti riguardanti il passato: fisicamente sta meglio dell'Ali attuale, nonostante abbia preso il decuplo delle botte (fra le altre anche quelle di Joe Frazier, di cui era lo sparring partner prediletto). Rocky se l'è cavata.
Il pastore sbagliato di Foreman
di Stefano OlivariSiccome siamo sempre sulla notizia, stanotte abbiamo rivisto il bellissimo documentario 'When we were kings' di Leon Gast, su tutto quello che girava intorno ad Alì-Foreman di Kinshasa 1974. Una cosa che non ricordavano era il pastore tedesco con cui il campione del mondo in carica (Foreman) si presentò nell'allora Zaire: bellissimo cane, ma che nell'immaginario popolare era associato ai cani-poliziotto dell'esercito belga che fino a qualche anno prima aveva colonizzato il paese (poi Mobutu era mille volte peggio del peggior colonialismo, ma questo è un altro discorso). Un particolare che contribuì insieme a vari altri ed all'intelligente piacionismo dell'ex Cassius Clay a spostare il tifo verso lo sfidante. Memorabili un giovane Larry Holmes sparring partner di Alì, la sfilata di protagonisti della black music (James Brown e B.B. King su tutti), le conferenze stampa di Alì, l'essere troppo 'americano' di Foreman (prima di vederlo sulla scaletta dell'aereo, il novanta per cento degli zairesi credeva fosse bianco...) che gli si ritorse contro, la quantità di nani, ballerine ed intellettuali seriosi che fece di quel match una genialata mediatica con pochi eguali nella storia. Anche nella storia già di suo incredibile di Don King, che fino a qualche anno prima aveva operato nel recupero crediti (ammazzando un debitore, fra le altre cose). Il marketing di Mobutu spese bene quei dieci milioni di dollari (l'offerta più alta di organizzatori Usa era stata di quattro), insanguinandoli con una strage di ladri di strada che avrebbero potuto turbare le uscite dei giornalisti occidentali. Così il bravo inviato, ovviamente bianco, potè scrivere che lo Zaire è un paese di forti contrasti ma anche in crescita. L'avete letta anche di recente?
Greg Page
di Stefano OlivariMettete un'alba anni Ottanta (11 giugno 1982) ad aspettare la diretta del match fra Larry Holmes e Gerry Cooney su Canale5: l'ex sparring partner di Muhammad Alì contro l'ennesima grande speranza bianca (questa volta l'abusata definizione era di Don King). Avevamo puntato la sveglia troppo in anticipo e così vedemmo anche l'incontro precedente, sempre con telecronaca di Rino Tommasi (in diretta solo in Lombardia, le leggi del tempo proibivano a canali non statali di trasmettere in diretta in più di una regione): in pratica il numero 3 ed il numero 4 dei pesi massimi si sfidavano per il loro futuro. il 4 Trevor Berbick prevalse a sorpresa sul 3 Greg Page al termine di dieci riprese tiratissime e di grande livello tecnico. Page è morto pochi giorni fa dopo otto anni drammatici, seguiti al coma dovuto al suo ultimo incontro contro Dale Crowe. Il pugile di Louisville era poi uscito dal coma, ma per sedersi su una sedia rotelle con tutta la parte sinistra del corpo paralizzata. Un morto di boxe, insomma, questa volta davvero e non per correlazioni statistiche. Nonostante lo stop con Berbick ed una serie di circostanze che poi gli impedirono di arrivare alla corona WBA da sfidante ufficiale quale era, Page riprese la sua ascesa e l'occasione arrivò nel 1984. Holmes aveva lasciato vacante il titolo WBC e i due sfidanti, Page e Tim Witherspoon, si batterono per prenderne il posto. Contro Berbick Page aveva perso da favorito, contro Witherspoon perse (in 12 round) da favoritissimo. Non solo, ma di lì a poco gli scivolò via anche il titolo americano (USBA) contro quel David Bey che al suo incontro d'esordio aveva battuto James 'Buster' Douglas (futuro giustiziere del miglior Tyson a Tokyo). Gli anni Ottanta regalarono però un'altra opportunità anche a lui: il sudafricano Gerrie Coetzee mise in palio volontariamente il titolo WBA e si scelse per l'esibizione nella sua Sun City questo pugile che sembrava in declino. Il primo dicembre 1984, all'ottava ripresa, Page diventò campione con uno dei colpi più devastanti del decennio. La gloria durò poco, perchè quattro mesi dopo perse la corona contro Tony Tubbs, ed i soldi ancora meno visto che da pugile ambizioso si trasformò in onesto sparring: tante belle (Douglas, Joe Bugner, 'Razor Ruddock, 'Bonecrusher' Smith) e meno belle sconfitte, fino alla fine.
Scrupoli
di Stefano OlivariNon siamo grandi tifosi delle pensioni assegnate per meriti speciali, dalla legge Bacchelli al vitalizio Onesti, a causa di considerazioni che ci sembrano demagogiche e 'signora mia' al solo pensarle. Ma la pensione assegnata per decreto governativo a Giancarlo Garbelli ci sta tutta, non solo perchè soffre del morbo di Parkinson. Fra i pugili più popolari degli anni Cinquanta, nella irripetibile Milano di Rocco e i suoi fratelli, Garbelli è stato campione d'Italia dei pesi welter tra il 1957 e il 1958, ma è ricordato per non essere mai stato sconfitto per ko in 98 incontri da professionista (l'ultimo nel 1972, a 41 anni) e soprattutto per l'epica sfida con il campione ungherese Laszlo Papp (da dilettante tre ori olimpici: Londra nei medi, Helsinki e Melbourne nei medi junior) il Santo Stefano 1960: Garbelli ne uscì con un pari, una delle sole due volte in cui da professionista Papp non riuscì a vincere. Ma soprattutto Garbelli, nell'ambiente soprannominato 'Scrupoli' per la mancanza di quella crudeltà che a volte fa il campione, è stato un grande rivale di Duilio Loi negli anni d'oro della nostra boxe: storica la sfida del 1955 con in palio il titolo europeo dei leggeri, vinto di misura da Loi. Purtroppo non siamo mai riusciti a vedere il documentario girato dalla figlia regista Gianna Maria (titolo 'Il combattente alias The Italian Fighter'), ma la realtà e i racconti dei padri ci hanno fatto lo stesso intuire cosa Garbelli sia stato.
Flash di una mattina
di Stefano OlivariPomeriggi coreani che corrispondevano a tante mattine italiane, vissute facendo la guardia al bidone con l'attenzione fissa su Capodistria e sulle telecronache di Rino Tommasi. Aspettando il giorno dopo su Repubblica (si compravano i giornali in base alle firme e non all'ultimo prosciutto allegato, ma non veniva considerata una scelta snob) i commenti di Mario Fossati, un grandissimo su cui si sta giustamente facendo una tesi di laurea. Per questo Giovanni Parisi ci rimarrà nel cuore al di là delle altre volte in cui da coetanei lo abbiamo incrociato come spettatori di trionfi e delusioni o come banali intervistatori. La squadra azzurra per Seul 1988 è di livello inferiore a quella di Los Angeles ma comunque ambiziosa: Parisi che è il grande favorito per l'oro nei piuma, il sardo Mannai, il crotonese Campanella, Gaudiano, Magi, Mastrodonato e soprattutto la grande speranza dei medi junior Vincenzo Nardiello. Nel primo turno un Parisi debilitato (per rientrare nei 57 chili ha dovuto perdere sei chili in poche settimane) asfalta un pugile di Taipei, poi il fortissimo sovietico Kazaryan e nei quarti passeggia contro l'israeliano Shmuel. In semifinale invece del sudcoreano toccato a Nardiello nei quarti (lo scomposto Park-Si-Hun, al quale regalano la vittoria: l'allora segretario del CONI Pescante che lo abbraccia gridando 'ladri, ladri' è una delle immagini memorabili di quella Olimpiade), trova il temibile Achik: non lo fa arrivare al secondo round, ma deve ringraziare anche un metacarpo lussato del marocchino. Finale con il romeno Daniel Dumitrescu, che un anno prima ha vinto il confronto diretto, risolta alla grande (alla Flash, viene da dire) con un gancio sinistro alla prima ripresa, dopo un minuto e quaranta secondi. In prima fila si nota Angelo Dundee, guida tecnica e spirituale di alcuni grandissimi (da Clay-Alì a Ray Sugar Leonard, ancora qualche mese fa era consigliere di Oscar De La Hoya). L'Olimpiade è trasmessa in chiaro anche oggi, ma a mancare dai radar del telespettatore medio del 2009 è una visione completa di quanto accade durante i quattro anni: quanti bambini di famiglie 'no Sky' hanno visto una partita di Federer o un'azione di LeBron James? Ma ridurre tutto alla tivù è...riduttivo, esistendo il web e vari altri modi di informarsi: diciamo che alcuni sport si sono venduti meglio o semplicemente erano (sono) più funzionali al controllo sociale: quale demente rovescerebbe cassonetti per un verdetto contro Nardiello? Mentre per la squadra che rappresenta l'onore dei maschi del paese...Oggi sfideremmo un medio lettore della Gazzetta a citare dieci pugili del presente, non necessariamente italiani, convinti di vincere quasi sempre la scommessa. Ci dispiace per la boxe, ci dispiace per Parisi.
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