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Occhio alla Futbolstrojka


Questo mondo in cambiamento ci viene raccontato oggi nel libro di Alessandro Curletto - che già avevamo apprezzato nel Bignami dedicato allo Spartak Mosca- e di Romano Lupi "Futbolstrojka, il calcio sovietico negli anni della Perestrojka", edito dalla casa editrice Socialmente. Quella che fanno i due autori è una descrizione accurata e competente di quegli anni convulsi, raccontati attraverso il calcio e i giocatori sovietici che dalla metà degli anni ’80 cominciarono a non essere più degli sconosciuti: anzi, alcuni divennero 'personaggi' proprio in Italia. Il racconto inizia da un anno cruciale per l’Unione Sovietica, quel 1986 durante il quale le parole "perestrojka", "glasnost" e "Michail Gorbaciov", entrarono prepotentemente nelle case degli occidentali. Nel febbraio di quell’anno si svolse il XVII Congresso del PCUS, nel quale il nuovo Presidente Gorbaciov promise aperture e grandi cambiamenti all’interno del blocco sovietico. Il calcio sembrò quasi adeguarsi, volendo mostrare il suo volto migliore, spettacolare e divertente, sia tramite la nazionale sovietica a Messico 1986 (battuta negli ottavi di finale dal Belgio e da un arbitro spagnolo che ne combinò di tutti i colori) che attraverso la fantastica Dinamo Kiev di Lobanovskij, capace di giocare in una finale di Coppa delle Coppe contro l’Atletico Madrid una partita semplicemente stellare, sommergendo gli spagnoli con tre gol e facendo gridare a tutti al "calcio del Duemila"(quante volte abbiamo poi sentito abusare di questa espressione?). Gli autori dedicano anche grande spazio a ciò che successe all’interno dei confini sovietici in quegli anni, raccontando come cambiò la stampa sportiva nel periodo, i trionfi in campionato delle eterne grandi rivali, Spartak Mosca e Dinamo Kiev, e molto spazio viene anche dedicato ai primi "legionari" a cui fu permesso di varcare i confini nazionali per giocare all’Ovest. Il pioniere fu Anatolij Zincenko, che nel 1987 ottenne il permesso di trasferirsi dallo Zenit Leningrado al Rapid Vienna. A lui, nello stesso anno, si aggiunsero poi Jurij Gavrilov, che lasciò il Lokomotiv Mosca per un viaggio a in Finlandia, a Pori per vestire la maglia del locale PPT, e Sergej Savlo che disse addio alla Torpedo Mosca per rinforzare anch’egli il Rapid. Squadra, quest’ultima, con la quale le autorità sovietiche dovevano avere evidentemente uno stretto feeling. Successivamente si aggiunsero nomi ben più noti. Basti ricordare i vari Zavarov, Alejnikov, Michailichenko, Kolyvanov, croci e delizie delle squadre italiane nelle quali hanno militato. Non vengono ovviamente trascurati i grandi tornei internazionali del periodo e quindi la splendida ma perdente Unione Sovietica di Euro '88, quella meno bella ma vincente delle Olimpiadi di Seul e quella ormai in declino ma scippata ancora una volta dagli arbitri e dal ritorno della "mano de Dios" di Italia 90. La fine del calcio sovietico arriverà così nel 1991, come dell’entità politica d’altra parte, con la nazionale che giocherà l’ultima partita a Cipro a novembre e con il CSKA che, nello stesso periodo, si laureerà ultimo campione dell’Unione Sovietica. Il 31 dicembre dello stesso anno la bandiera rossa verrà ammainata dalla vetta del Cremlino.
Luca Ferrato
(in esclusiva per Indiscreto)

Il muro di Liedholm


Il Nils Liedholm dei media è sempre stato molto diverso da quello vero, ricordato da molti suoi giocatori come uomo di grande intelligenza e grandissima durezza. Forse perché la sua classe di calciatore nasceva dal cervello prima che dall'istinto, da chi aveva la fortuna di giocare per professione pretendeva un'applicazione maniacale che esaltava i più intelligenti e deprimeva gli stupidi. Poi sui giornali filtravano solo le battute e le storielle scaramantiche (dai maghi al sale, al confine con Oronzo Canà), ma Liedholm aveva ben altro spessore. Chissà che Barone avrà consegnato ai posteri Sebastiano Catte, che ha presentato a Roma il suo 'Nils Liedholm e la lieve memoria del calcio' (Ethos edizioni), frutto di conversazioni fra l'autore ed il fuoriclasse svedese scomparso di recente. Dall'oro olimpico di Londra 1948 al quasi ultimo urrah nel Mondiale casalingo di dieci anni dopo, piegato solo dal Brasile di Garrincha e Pelé, passando per un Milan fortissimo a cui mancò la consacrazione europea per cause di forza maggiore (la Coppa Campioni nacque nel 1955-56, a ciclo quasi finito, comunque una finale fu persa con il Real di Di Stefano) e proseguendo con una carriera in panchina più da costruttore che da gestore. Ecco, per motivi che ci sono sempre sfuggiti Liedholm non ha mai avuto una squadra di campioni già fatti, eppure per carattere e formazione l'avrebbe fatta funzionare meglio di tanti 'vincenti' della sua e della nostra epoca. Ingiustamente considerato inventore del gioco a zona, in un'Italia in cui si giocava a uomo ma dove fino agli anni Cinquanta la zona nelle sue varie declinazioni era l'unica filosofia calcistica conosciuta (c'è stata quindi un'epoca in cui il gioco a uomo rappresentava il 'nuovo'), la forza di Liedholm era quella di lavorare sul miglioramento individuale anche dei campioni, come pochi allenatori di alto livello hanno l'umiltà di fare: gli aneddoti sui palleggi contro il muro di Pruzzo sono tutt'altro che invenzioni, a detta dello stesso Pruzzo. In termini di marketing, per quello che si è capito, ci si rivolge più al mercato romanista (solo così si spiega il capitolo su Totti) che a quello milanista o degli appassionati di storia: peccato, perché Liedholm è uno di quei pochi personaggi calcistici il cui valore prescinde dal tifo.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Se il diavolo ha un cuore


Non leggiamo quasi mai cose che riguardino i motori, limitandoci a gioire quando la Ferrari va male, ma forse un romanzo ci renderà più digeribile la materia. Mercoledì esce infatti 'Se il diavolo ha un cuore' (editore Aliberti), scritto dall'inviato sulla Formula Uno (e non solo) Benny Casadei Lucchi, ambientato proprio nel circus che fa dormire il nonnino e lo zio dopo il tris di primi, il brasato e il limoncello. Di Casadei Lucchi non possiamo valutare la competenza motoristica (siamo a livello patente B) ma leggendola per caso abbiamo apprezzato il tono di una sua intervista a Flavio Briatore: spiritoso ma non strafottente come quello di suoi colleghi professorini frustrati, che esaltano i figli di papà cocainomani ma non chi come Briatore ha avuto successo per meriti propri. Tornando al libro, va detto che lo schema è molto interessante: tutti i personaggi, a parte i protagonisti, sono veri, come vere sono le vicende di contorno, ambientate durante il Mondiale 2007 (quello vinto da Raikkonen). Un meccanismo alla Ellroy di American Tabloid, almeno nelle intenzioni. Intrighi, spionaggio, giornalisti corrotti e attentati di fondamentalisti islamici: nella trama c'è di tutto e di più, ma noi ovviamente siamo curiosi di veder raccontato l'ambiente della Formula Uno senza obblighi di...scuderia, è proprio il caso di dirlo, e con la possibilità data dai romanzi di tratteggiare i caratteri delle persone meglio di quanto sarebbe possibile per un quotidiano o in televisione.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it