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Non c'è più la musica di una volta

di Stefano Olivari
Finalmente qualcuno che prende in giro la folle ossessione per il passato di quasi tutta la cultura contemporanea, nelle sue varie declinazioni. E' il critico musicale Simon Reynolds, nel suo difficile e per molti aspetti profondo Retromania - Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, in Italia edito da Isbn. Un libro difficile perché pieno di riferimenti musicali sconosciuti ai più, sia a livello di nomi (chi sono i Temperance Seven?) che di genere (cos'è l'hypnagogic?), ma profondo proprio perché scava nelle ragioni ultime della nostra rivalutazione o ipervalutazione anche di ciò che 'ai suoi tempi' era considerato marginale. Siamo ben oltre la tiritera del Totò snobbato dalla critica (detto fra parentesi, lui era un genio ma i film rimangono orribili anche a sessant'anni di distanza), siamo in piena patologia.

Cotto da Parma

di Stefano Olivari
1. La forza dei grandi romanzi americani è spesso la trama, intesa più come storia di personaggi che come intreccio: vale per la letteratura di ricerca come per i best seller costruiti a tavolino con pochi ingredienti ben dosati. Della seconda categoria si occupa con successo John Grisham, del quale abbiamo letto quasi tutto ma parliamo qui solo per motivi sportivi. Infatti dopo 'L'allenatore' abbiamo solo da poco finito l'altro suo romanzo con il football sullo sfondo, 'Il Professionista' (Mondadori, 2007). In inglese un chiarissimo 'Playing for pizza', tanto per sottolineare l'ambientazione.
2. Il protagonista è Rick Dockery, ventinovenne quarterback reduce da una commozione cerebrale ma soprattutto da tre disastrosi intercetti subiti in una partita decisiva, guidando l'attacco dei Cleveland Browns contro i Denver Broncos. Non in una partita qualsiasi, ma nella finale AFC, anticamera del Super Bowl: con lui in campo al posto del titolare infortunato i Browns si fanno rimontare 17 punti e perdono il treno della vita. Dockery viene soprannominato da Charles Cray, opinionista principe di Cleveland, 'il più grande cane di tutti i tempi', ma all'università era stato una stella prima di perdersi nell'anonimato ben pagato della NFL. Senza più mercato negli USA e linciato dai media, Dockery accetta una modesta (24mila euro) offerta dei Panthers Parma (esistono davvero così come i Lions di Bergamo, poi quasi tutti i nomi delle persone sono inventati), squadra della massima serie italiana, ed inizia la scoperta di un paese nuovo. Da italiani troviamo geniale questa parte del libro, in cui vengono analizzati diversi atteggiamenti della maggioranza di noi: l'ossessione per la cucina e per i vini, non solo in concreto ma anche come oggetto di conversazione, il provincialismo orgoglioso (''Il nostro formaggio è il migliore d'Europa'' e cose del genere), le forze dell'ordine viste come strumento di potere che come tutori della legalità, la lagna sulle 'eccellenze' (l'opera, il prosciutto, l'arte, eccetera), la distinzione al limite della schizofrenia fra lavoro e passioni.
3. Dopo il primo approccio con la città, omaggiato da tutti, Dockery comincia a svolgere il suo lavoro in una realtà che con la NFL ha in comune solo le regole del gioco ma dove tutti prendono la loro attività sul serio: non c'è schema di gioco o episodio storico della NFL che i ragazzi italiani non conoscano, dilettanti che danno lezioni di professionismo nel senso più alto del termine. Nel senso più venale, invece, i professionisti della squadra sono solo i tre (in seguito lo diventerà anche un wide receiver italiano, Fabrizio) americani e l'allenatore, Sam Russo, americano anche lui e nella vita guida turistica.
4. Il tempo libero è tanto, troppo, e Dockery lo occupa rimuginando su quello che poteva essere e non è stato o fantasticando su storie con donne locali: dalla moglie del presidente alla cantante lirica. Ad un certo punto il suo agente gli prospetta l'opportunità di tornare vicino a casa, o in Canada o nell'Arena Football, ma il quarterback un po' per il rispetto della parola data e un po' perchè avvolto da questo mondo nuovo rifiuta: solo più tardi capirà che il vero regalo che Parma gli ha fatto è stato restituirgli la passione per il football, e attraverso questa la passione in generale per la vita. In mezzo a episodi forti, come quello del viaggio lampo a Cleveland solo per dare un pugno allo strafottente Cray, e a vicende da ordinario giocatore (la nottata nei locali milanesi, i favori chiesti all'amico giudice), Dockery vive al tempo stesso da vicino e da lontano il dramma dei suoi due compagni connazionali Turner e Colby (neri, lui è bianco: una qualità di Grisham è sempre stata quella di raccontare la tensione razziale senza pistolotti) che si infortunano: piccoli professionisti in un professionismo minore, con tanta rabbia inespressa ed inesprimibile. Ma soprattutto conosce Livvy, universitaria americana in trasferta-studio, che permette all'autore una sottile presa in gira del viaggiatore acculturato, prima ancora che colto: più informato delllo stereotipo dell'americano visto dall'Europa, ma pervaso da un'ottusità che lo fa concentrare sul particolare perdendo di vista tutto il resto.
5. Non sveliamo il finale, comunque poco importante nell'economia dell'opera. Che è l'opposto dell'altra di Grisham con il football sullo sfondo: nell'Allenatore i temi e la storia erano fortissimi, semplici e commoventi, mentre in questo la trama è quasi un impiccio fra una notazione di costume e l'altra. Davvero buona la traduzione dei termini sportivi e dello sviluppo di certe giocate, che in italiano non è uno scherzo, ma rimane la sensazione che Grisham abbia preso le distanze da tanti luoghi comuni proprio usando altri luoghi comuni. Ottimo per le vacanze, ma non il suo capolavoro: per chi ama il football però imperdibile. E lo stadio Lanfranchi è proprio quello vero.
stefano@indiscreto.it

La media gioventù

di Jvan Sica
Marco Innocenti nel libro “Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze" (Mursia, 245 p,) (titolo molto bello per la sua quotidianità, senza strombazzamenti poetici né virate socio-storiche) scrive del calcio degli anni ’60 con riferimenti alla società, al costume, al quotidiano di quegli anni. Molti si diranno: “l’ennesimo libro sugli irripetibili ’60?” In parte sì, in parte no. Se infatti il libro summa del calcio degli anni ’60 e del mondo che lo ha visto scorrere via è “Il più mancino dei tiri” di Edmondo Berselli, il libro di Innocenti è una sorta di controcanto normalizzato del testo e del progetto di scrittura di Berselli. Mentre Berselli è il discolo della memoria rubata a se stesso, l’artista che in tre pennellate riempie la tela della nostra lettura di sensazioni, Innocenti è il cartografo dei ricordi, l’artista divisionista che accosta miriadi di tocchi leggeri per un quadro che dà piacere se goduto nel suo insieme. Berselli ha un progetto di scrittura sperimentale, ovvero quello di viaggiare sulla frontiera pericolosa e labile della memoria personale, sulle corde delle emozioni giovanili che diventano, filtrate dal Berselli di oggi, ricostruzioni di una storia per sé e poi per gli altri. In questo modo la lettura si muove su flash che possono non dire nulla oppure aprire un mondo di ricordi. Il tentativo è costruire una catena di memorie tra sé e il lettore che può condurre verso lidi semiotici lontani tra di loro e vasti. Dall’altra parte Innocenti non sperimenta le possibilità semantiche della memoria soggettiva ma costruisce un corretto puzzle di fatti e biografie che il lettore recepisce come percorsi a lui noti e di cui ha piacere soprattutto nel momento del punto e a capo. Mette nel suo libro tutte le storie degli anni ’60 come la Storia e non la memoria narra, ma allo stesso tempo non è “il solito libro” della meglio gioventù (ci sono comunque le riflessioni ormai incancrenite del: “Noi avevamo un sogno, quello di cambiare il mondo”. E chi lo diceva, adesso vuole che si ritorni agli anni ’50), bensì un vero esercizio di approfondimento cronachistico sulle vite di quegli attori straordinari che hanno vissuto quella stagione (straordinari non perché hanno vissuto proprio quella stagione, ma perché chi è straordinario è straordinario sempre. Per dire, se Herrera è stato il personaggio degli anni ’60, anche negli anni ’80 restava tale e della sua parabola anche quegli anni contano). Degni di nota soprattutto i pezzi sulle squadre milanesi e sulla Roma di “Raggio di luna” Selmosson. Dicono altro rispetto ad una semplice ricerca su Wikipedia i pezzi su Carosio, Concetto Lo Bello e Brera, cade un po’ nel già sentito il pezzo su Scopigno, mentre poco o nulla aggiungono al conosciuto e ribadito i pezzi su Best, Eusebio, il Real Madrid e Pelè. L’unica cosa che l’autore poteva davvero risparmiarci era l’ennesima parafrasi di Italia-Germania 4-3 (con tanto di tabellino indigeribile). Al di là di questo è un ottimo libro, dalla scrittura perfetta nel suo paratattismo conciso e coinvolgente. Degli uomini di cui si parla si tira fuori il senso di quello che sono stati per i tifosi di calcio e per la gente che leggeva i giornali o ne sentiva parlare in quegli anni, senza voler scoprire arguti retroscena senza sapore né santificarli perché profeti di chissà cosa. Solo racconti di vita e storie di calcio, il meglio che si può chiedere.
Jvan Sica
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Letteratura sportiva)

Una vita di Corsolini

di Stefano Olivari
Piccola guida per spiegare cosa è stato Gianni Corsolini per il basket italiano: appassionato allenatore durante la giovinezza bolognese, geniale dirigente creatore insieme alla famiglia Allievi del miracolo Cantù negli anni Sessanta (con un grande ritorno a fine Ottanta), uomo marketing e dirigente anche nella Udine degli Snaidero (anche qui con un ritorno), presidente di Lega, fra i primi in Italia ad avere dato una veste meno artigianale e mecenatistica alle sponsorizzazioni sportive, se la memoria non ci inganna titolare anche di una rubrica nello storico Superbasket di Aldo Giordani (di cui era amico) nonché padre del giornalista Luca. Un'esistenza nel basket italiano, visto da ogni angolazione, sintetizzata nell'agilissimo 'Quasi sessant'anni della mia vita con gente del basket' (Editore Alba Libri), che permette anche a chi è digiuno della storia di questo sport di comprendere la sua evoluzione orgnizzativa nel corso dei decenni. Mille personaggi, dai famosissimi agli sconosciuti, e un grande pregio: raccontare cosa c'è dietro al basket di alto livello, impossibile da sostenere solo con gli incassi al palazzetto. Un difetto del libro è forse quello di concentrarsi più sul racconto e la descrizione, come nell'ansia di non dimenticare nessuno in campo e fuori, che nell'analisi di un mondo che solo i Corsolini possono analizzare al tempo stesso con realismo ed apertura mentale. Alla fine si capisce che quello che vediamo ogni domenica anche nel 2009 è quasi un miracolo, rapportato alla penetrazione del basket nel sentire popolare: un miracolo costruito con il lavoro, la passione e l'amore per la gente del basket. Come la Cantù dei Marzorati e dei Recalcati giocatori, più luogo dell'anima che progetto replicabile ai giorni nostri.
stefano@indiscreto.it

Respiro olandese


Scrivere di calcio per i tifosi è mestiere facilissimo, scriverne per gli appassionati è invece quasi uno sport estremo: un campione di questa disciplina è Alec Cordolcini, non lo diciamo noi ma i lettori del Guerin Sportivo e di Indiscreto (quando si è preso una pausa, per i mille impegni, qualcuno ci ha riservato parole poco simpatiche). Non ribadiamo quindi il concetto, anche perché saremmo di parte e rischieremmo la classica recensione all'italiana: quella in cui il giornalista recensisce il libro dell'amico sperando in futuro che questi ricambi il favore per la sua 'opera'. Nessuno sbrodolamento: Cordolcini è esattamente l'Alec di Radio Olanda e di Calcio Totale, quindi a voi il giudizio.
Più concretamente veniamo al contenuto di 'La Rivoluzione dei Tulipani', da poco uscito per Bradipo Libri: la storia di un secolo di calcio olandese, attraverso le vite dei suoi protagonisti. Pim Mulier, fondatore nel 1879 della prima squadra d'Olanda e geniale organizzatore-evangelizzatore. Henri Denis, la prima vera stella: uno dei migliori difensori al mondo negli anni Venti, protagonista in tre Olimpiadi e ad Amsterdam 1928 lettore del giuramento olimpico. Il grande bomber Bep Bakhuys (in Olanda ancora oggi i gol di testa in tuffo vengono definiti gol alla Bakhuys), simbolo del passaggio dal dilettantismo ipocrita al professionismo. Kick Wilstra, il più forte di tutti anche perché personaggio di fantasia: fumetto popolarissimo, nato dalla sintesi delle caratteristiche di diversi campioni. Faas Wilkes, fenomenale dribblatore anche con la maglia dell'Inter di Lorenzi e Nyers. Il generale Rinus Michels, prima campione in campo e poi inventore del calcio totale e dell'idea che il mondo ha del calcio olandese. Coen Moulijn, una vita per il Feyenoord, con lui in campo prima squadra olandese a trionfare in Europa e nel mondo anticipando gli eterni rivali dell'Ajax. La personalità di Jan Jongbloed, l'immensità assoluta di Johan Cruijff, la durezza di Wim van Hanegem, l'unicità di tutta la generazione della Grande Olanda (Neeskens, Krol, Rep...), i campioni degli anni Ottanta dalle vette di Van Basten-Gullit-Rijkaard in giù, fino ad arrivare ai protagonisti dei giorni nostri.
Ogni capitolo una vita, a volte difficile ma sempre interessante, in pratica in ogni capitolo un romanzo. Con la statistica ridotta opportunamente al minimo e la Storia con la Esse maiuscola a fare da contorno alle storie. Impressiona rendersi conto di quante cose non sappiamo su personaggi di cui abbiamo parlato un milione di volte e di sicuro è un delitto leggere questo libro velocemente, come se la velocità di lettura ('si legge in un fiato' e tristezze del genere, pensando di fare un complimento) fosse un valore. Invece ogni capitolo soddisfa molte curiosità e ne fa nascere tante altre, che ci fanno sperare in prossimi libri dello stesso autore e capire perché molti di noi hanno tifato Olanda senza sapere bene perchè: tutti gli stati sono entità politiche e geografiche, ma sono pochissimi quelli che rappresentano un'Idea. La Rivoluzione dei Tulipani va letto lentamente perchè dentro c'è molto calcio ma soprattutto molta vita: cultura olandese, interiorizzata sul posto, ed il respiro ampio di chi guarda oltre l'orticello.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Quando i pali erano quadrati


Nessuna ricerca di mercato, nemmeno se condotta su un campione di abitanti di Agrigento, potrà mai convincerci della redditività di un libro sull'Akragas. Ma valore e prezzo sono cose diverse, quindi dopo avere letto 'La mia Akragas - Quando i pali erano quadrati' (Edizioni Il Fiorino), non possiamo che essere felici di avere impiegato bene il nostro tempo. Notevole è infatti il contributo alla conoscenza di un calcio raccontato sempre male, da corrispondenti di provincia che per campare fanno mille lavori (fra questi raramente è compreso il giornalista) o da grandi inviati che arrivano al paesello con la puzza sotto il naso e la pretesa di raccontare il mitico 'uomo' di persone conosciute cinque minuti prima. L'autore è Dario Spagnoli, modenese che nell'Akragas ci ha giocato da centrocampista, e che è riuscito a descrivere il calcio semiprofessionistico degli anni Settanta in maniera strepitosa (merito anche del curatore, Alessandro Todaro). Non è un libro di denuncia alla Petrini (fra l'altro suo amico, la prefazione è firmata proprio da lui), ma il racconto dall'interno dello spogliatoio di miserie e nobiltà morali di un ambiente che propone gli stessi difetti del grande calcio ma senza darne in cambio i vantaggi. Lo schema dell'autobiografia dà fluidità al racconto, la forza di certi personaggi permette di non perdere il filo, l'assenza di livore anche quando parla di situazioni sporche (stipendi non pagati, partite sospette, eccetera) porta chi legge ad una facile immedesimazione. Spagnoli è stato una vera bandiera dell'Akragas e di un certo calcio siciliano, dopo le giovanili nella Reggiana, ma oggi lavora al di fuori dello sport e l'onestà nel raccontare certe situazioni gli viene più facile che ad uno che vuole rimanere nel giro, anche solo come grillo parlante alla Agroppi. Gli manca Agrigento, ma non quel calcio di promesse poco mantenute.
Stefano Olivari

Il mercato di Mourinho


Sui giornali italiani mancano tante notizie, ma di sicuro non quelle su José Mourinho. Ci sembra quindi incredibile che continuino ad uscire a getto continuo biografie sull'allenatore dell'Inter, che ha insegnato il calcio a Ibrahimovic e Figo (almeno a loro dire, mentre Mancini parlava di taekwondo e burraco), ma siccome non si fa editoria per beneficenza significa che per questo tipo di libri esiste un pubblico da rispettare. La biografia per così dire ufficiale scritta da Luis Lourenco (pubblicata in Italia da Mondadori con aggiunte di Fabio Licari), un very best dell'allenatore portoghese proposto da Stefano Barbetta (Morellini), l'inevitabile parallelo con Herrera messo nero su bianco da Michele Tossani per Limina, le frasi celebri dello Special One raccolte da Giancarlo Padovan per Cairo, più sicuramente qualcosa che ci è sfuggito. Di tutta questa produzione non abbiamo letto una sola riga e difficilmente lo faremo, quindi non possiamo dare giudizi né meditati né cialtroni. Però siamo stati alla presentazione del libro di Padovan, lunedì scorso, e dobbiamo dire che si è trattato di una delle più divertenti presentazioni di libri mai viste. Parole dell'ex direttore di Tuttosport: ''Questo è un instant book, un'opera che non passerà alla certo alla storia. Personalmente non ho fatto niente: mi sono limitato a raccogliere frasi di Mourinho e a trascriverle. La prefazione è di Gino & Michele, con il punto di vista dei tifosi: punto di vista che non mi trova d'accordo. In definitiva pensavo che Mourinho fosse leggibile anche per i non tifosi dell'Inter, però mi sono sbagliato''. Questo misto di onestà e di autoironia (al secondo livello, dedicata ai frustrati da romanzo nel cassetto e purtroppo spesso anche fuori), da parte comunque di uno dei pochi giornalisti italiani di calcio che si fa leggere sempre, ha fatto da preludio ad un dibattito fra storia ed attualità con Roberto Beccantini e Nicola Cecere che preso così com'era avrebbe surclassato il 99% delle trasmissioni televisive sul calcio (curiosamente anche quelle che ogni tanto vedono ospiti Padovan, Beccantini e Cecere). Dibattito ad un certo punto monopolizzato da Danilo Sarugia (a livello di Albertazzi le sue citazioni a memoria di articoli di Brera) e dai ricordi con buchi stile Emmenthal dell'ex direttore sportivo dell'Inter Giancarlo Beltrami. Con momenti di culto assoluto, come quello in cui una giornalista di una televisione presente ha chiesto 'Ma qui c'è qualcuno di importante?' o quando Beltrami ha ricordato il modo in cui le società pagavano (e pagano) i giornalisti per far uscire determinate notizie di mercato. Parlare di calcio in questo modo è meraviglioso, quanto al libro siamo sicuri che quello che scriverà Padovan (quindi il prossimo) sarà imperdibile. Una visione troppo alta della letteratura sportiva lascia le librerie in mano ai troppo bassi...
Stefano Olivari

Dieci per cento di sincerità


Non ce n'è: come interesse l'autobiografia batte quasi sempre la biografia, anche quella che vorrebbe essere critica o addirittura di denuncia. E 'Dico tutto', il libro che Antonio Cassano ha scritto (con i piedi) insieme a Pierluigi Pardo, non dovrebbe fare eccezione. Almeno stando alle anticipazioni, perché sarà in libreria solo da mercoledì prossimo...L'Under 21? Una squadra per sfigati e rimbambiti. Del Neri? Non si capiva un cazzo di quello che diceva. Capello? A Madrid davanti a tutti gli ho dato dell'uomo di merda, più falso dei soldi del Monopoli. Spalletti? Uno da Udinese. Totti? Quando siamo andati dalla De Filippi s'è preso quasi tutto il compenso. Donne? Ne ho avute fra le sei e le settecento, di cui venti del mondo dello spettacolo. Trigoria? Facevo entrare in camera mia chi volevo. La patente? L'ho comprata. Quando si parla in prima persona la versione è sempre di parte, pettinatissima e volta a far sembrare stupidi o disonesti tutti tranne il protagonista. Però quel dieci per cento di sincerità vale la lettura di opere spesso scadenti (Gattuso, Materazzi, Moggi, Baggio, Paolo Rossi, incombe anche un Buffon, l'elenco sarebbe infinito), ma che confrontate a quelle dei terzi da copia & incolla (mercato di riferimento: il tifoso coglione finché è caldo, entro una settimana da una grande vittoria) sembrano la Recherche. Poi in Italia le rivelazioni pesanti latitano anche nella autobiografie, perché sembra che vendere i libri non interessi nemmeno all'editore, ma questo è un altro discorso. Così come il giudizio su Cassano, la cui sincerità in questo libro forse supera il dieci per cento.

stefano@indiscreto.it

Certezze middle class


Vecchio modo dei non lettori per darsi un tono quando vengono incastrati in discussioni pseudoletterarie: ''Caro mio, dopo Dostoevskij il romanzo è morto''. Nuovo modo, orecchiato e prontamente riciclato per giustificare la nostra ignoranza: ''Al giorno d'oggi la vera narrativa è contenuta nella saggistica''. Insomma, pur leggendo l'impossibile per noi nel 2008 prendere in mano un romanzo è una vera rarità. Con Sportswriter, di Richard Ford, non abbiamo però buttato via il tempo nonostante il triplo errore che ci ha indotto a leggerlo: credevamo fosse recente ed invece è stato pubblicato nel 1986 (l'editore italiano è Feltrinelli), credevamo di avere fatto una scoperta ed invece è un libro famosissimo, credevamo riguardasse la vita del giornalista sportivo ed invece questo mestiere è solo una delle chiavi per raccontare la visione del mondo del protagonista Frank Bascombe. Che per l'appunto lavora per una rivista di sport, occupandosi soprattutto di grandi interviste e di pezzi di analisi: insomma, una 'firma', dopo aver riposto senza rimpianti le ambizioni letterarie giovanili. Del romanzo colpiscono soprattutto il tono, per niente nostalgico-lamentoso, e la vita del protagonista: non il solito borghese (architetto, suonatore di oboe ma figlio di un industriale, oppure professore con l'immancabile romanzo nel cassetto) europeo chiuso in se stesso e convinto che dietro al suo rapporto con il padre (o la portinaia, o il compagno di doppio a tennis, o l'assicuratore) ci sia la spiegazione del tramonto dei valori dell'Occidente. Invece Frank Bascombe ha avuto nella vita varie disgrazie, prima fra tutte la morte del figlio, ma vive il presente senza disprezzare le certezze della middle classe del New Jersey. Casa, rapporti umani decenti, piccole manie che non degenerano, tristezza generica ma senza colpevoli diversi dalla vita stessa. Il premio Pulitzer Ford ha davvero un grande passo, regalando anche qualche perla sul giornalismo sportivo su cui torneremo.

stefano@indiscreto.it

Soldati a cavallo


Abbiamo visto e salutato timidamente Mario Soldati quando era stravecchio e noi stragiovani, nella sua (per modo di dire, era nato a Torino e vissuto ovunque) Tellaro. Cosa si poteva chiedere ad un protagonista vero della cultura italiana del Novecento? Tante cose, ma nel dubbio siamo rimasti zitti. Insegnante, scrittore ('America primo amore' è degli anni Trenta), regista di successo ('Piccolo mondo antico', con Alida Valli, la sua vetta di popolarità anche se non il film migliore) già prima della Seconda Guerra Mondiale, giornalista, ancora regista, poi scrittore a tempo pieno (dalle 'Lettere da Capri' in avanti), maschera di culto di una tivù RAI agli albori con il replicatissimo Viaggio lungo la Valle del Po, ma soprattutto personaggio. Senza togliere niente a tutto il resto, Soldati faceva soprattutto Soldati: buon per la sua vita, ricca di storie e di passioni, meno per le opere spesso recensite con sufficienza. L'interesse per l'enogastronomia e la contaminazione fra generi lo rendevano poi una specie di Gianni Brera senza l'autoghettizzazione del giornalismo sportivo, perlomeno così in tarda età veniva percepito. Ed è proprio in questa veste di 'Soldati' che nel 1982 il direttore del Corriere della Sera Alberto Cavallari ebbe l'idea di mandarlo (a 76 anni!) inviato in Spagna a seguire il Mondiale di calcio. I rischi dell'intellettuale, o più spesso presunto tale, che si accosta al grande evento sportivo per occuparsi del terribile 'colore' sono fondamentalmente due: il primo è che ai lettori interessi nulla di quello che scrive, il secondo è che parli solo di se stesso prendendo una chiacchiera con un passante come una verità rivelata ed un mal di denti come la rappresentazione di tutti i dolori del mondo. In Soldati c'è davvero poco di tutto questo, almeno quando parla di calcio: dalla Juventus che va e torna in tutta la sua esistenza fino all'essenza del gioco, capace di spiegare un carattere nazionale meglio di mille enciclopedie. Questi 27 scritti spagnoli furono ripubblicati da Rizzoli nel 1986 e solo da poco sono stati rieditati dalla Sellerio, sempre con lo stesso titolo: 'ah! il Mundial! - Storia dell'inaspettabile'. Già all'epoca fra i tanti tromboneggiamenti, spesso in chiave tifosa, la prosa di Soldati ci era sembrata aria pura: poca introspezione, molto racconto del Mondiale e dei suoi personaggi. Un torneo visto e vissuto negli stadi, negli alberghi, nelle strade, con una stima per Bearzot dichiarata prima ('Un serio funzionario mitteleuropeo'), incontri memorabili (grande l'articolo su Havelange a Santiago de Compostela) ed una passione per il calcio che lo porta a vedere tutte le partite possibili astenendosi dai massimi sistemi e ragalando solo i flash di verità di cui sono capaci i grandi artisti e i grandi sportivi. Per appassionati del 1982, ma non solo.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Più di figurina e meno di guru


Meglio avere la fama dell'intelligente che quella dello stupido, nessun dubbio. Però non esiste essere umano che possa dire sempre cose intelligenti, tanto meno con la mediazione di un libro. Sono ormai più di trent'anni, da quando uscì il suo 'Calci e sputi e colpi di testa', che Paolo Sollier è costretto a recitare la parte di quello fuori dal coro, del calciatore con il cervello, del santino per chi ama contrapporre i bei calciatori proletari, almeno come origini, di una volta a quelli piccolo borghesi di oggi. All'epoca, era il 1976, il libro di Sollier ebbe una grande importanza non solo per la famosissima copertina ma perché per la prima volta in un linguaggio comprensibile venivano descritte le reali dinamiche interne di una squadra e soprattutto quello che girava intorno al pianeta calcio. Tutte cose nascoste dalla stampa dei tempi, non tanto per malafede quanto per differente impostazione rispetto ad oggi: nello stesso quotidiano sportivo c'erano il giornalismo ipertecnico per l'appassionato, quello trombonistico-retorico per il tifoso, quello cronachistico (il giornale ancora doveva 'dare' le notizie') per tutti. Poche interviste, zero gossip, pochissimi approfondimenti sul personaggio, per non parlare dei mille giochini e dei collateral: purtroppo abbiamo l'età per ricordare e senza nostalgia (gli anni Settanta erano tristissimi ed anche da lontano lo sono rimasti) bisogna dire che era un giornalismo di livello più alto, fortemente gerarchizzato, con barriere all'entrata notevoli, dove le prime punte scrivevano i pezzi importanti e gli scarsi si dedicavano ai tabellini per tutta la vita. In molti casi l'opinionista era un supertecnico, almeno così si considerava, con velleità di campo, nel senso che la sua massima aspirazione era diventare consigliere della dirigenza o dell'allenatore: non a caso, lo dicono le statistiche, pur con una televisione a due canali nazionali quei quotidiani erano meno letti di quelli illeggibili (ma per altri motivi) del 2008. Era in ogni caso un giornalismo spesso omertoso, come quello di oggi, che nemmeno con la chiave del 'colore' riusciva a descrivere l'ambiente sportivo al di là del fatto agonistico. Il libro di Sollier, discreto centrocampista di una squadra in ascesa come quel Perugia (che casualmente lo cedette al Rimini poche settimane dopo l'uscita del libro), fu una vera boccata d'aria ed ancora oggi (è stato ristampato di recente) trasmette quello spirito.
Esaltazione del passato per bastonare il presente, il trucco non meriterebbe di entrare nemmeno nel Manuale di Silvan, opera immortale ma purtroppo inutile (ci siamo rovinati il braccio sinistro a forza di provare il numero della cenere da spalmare sulle lettere scritte con il limone). In ogni caso 'Spogliatoio', scritto da Sollier con Paolo La Bua per Kaos Edizioni ed uscito qualche mese fa, è stato una parziale delusione. Le premesse erano buone: Sollier si spoglia della sua immagine da Sollier ed analizza il calcio di oggi senza fare il bolso ex che dice che una volta era tutto meglio. Anche lo schema scelto, quello del libro intervista, sembrava deporre a favore della non pesantezza del libro. Sollier ne esce benissimo, come una persona equilibrata che ha i suoi rimpianti ma sa vivere il presente. Soprattutto, dopo essere stato a suo tempo strumentalizzato, non si autostrumentalizza: è rimasto di sinistra, ma non vuole essere un'icona senza un pensiero elaborato, una specie di Che Guevara di se stesso o una figurina Panini omaggiata acriticamente dal Fabio Fazio di turno. Ne esce benissimo lui, dicevamo, ma il libro è purtroppo modesto. Il 'purtroppo' deriva dal fatto che leggiamo (è un limite, certo) solo libri verso i quali abbiamo un pregiudizio positivo: non è bello buttare ore della propria vita dietro a parole inutili. Il libro è modesto per troppa ambizione, visto che tocca ogni settore dello scibile calcistico: dagli arbitraggi al rapporto con Castagner, dalla vittoria nel Mondiale 1982 al doping, dai soldi a Renato Curi, dalla playstation nei ritiri alla reticenza dei giornalisti, dal terrorismo a Corto Maltese, eccetera. Tutti abbiamo un parere su tutto, al di là della competenza, ma non per questo ci scriviamo un libro sopra. Non è un caso che la parte più interessante dell'opera sia quella sul rapporto fra calcio e politica e della sua evoluzione negli anni. Non sta a noi giudicare i giudizi (ma cosa direbbe del catalanismo di Oleguer, se Pirlo chiedesse la secessione della Lombardia?), che comunque danno la dimensione di una persona interessata a qualcosa di più del suo orticello: in ogni caso il lavoro è senz'altro leggibile, fra una biografia di Mourinho e l'altra (ne abbiamo contate tre, forse sbagliamo per difetto). Sollier è molto più di una figurina della memoria, ma molto meno di un guru.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Chi vince e chi Ghana


Il libro sportivo più citato dell'anno è stato senza dubbio Calcio Mafia (titolo originale The Fix: cioé aggiustamento, tarocco), il saggio sulle scommesse calcistiche scritto da Declan Hill in Italia edito da Rizzoli e promosso in tutto il mondo con qualche anticipazione su partite forse truccate del Mondiale 2006. Trecento pagine che si leggono velocemente, ma che aggiungono poco alla conoscenza di un fenomeno che rende sempre meno credibili il calcio 'medio' sia in Asia che in Europa. Le tesi di fondo sono due: la prima è che il centro finanziario del mondo delle scommesse sportive sia in Asia, la seconda è che anche calciatori di primo piano siano facilmente corruttibili o perlomeno influenzabili e che quindi anche i campionati più ricchi ed organizzati siano ad alto rischio di inquinamento. La centralità dell'Asia a livello di raccolta è nei fatti, sia per il numero di scommettitori che per la capacità di attrarre capitali occidentali (mentre raramente accade il contrario): Hill però è bravo a documentare il tutto attraverso interviste a vari operatori del settore (quasi sempre malavitosi, in qualche caso anche giornalisti coraggiosi o poliziotti meno corrotti della media), con particolari di viaggio di impossibile verifica ma che rendono considerazioni di buon senso quasi un libro inchiesta. Meno fondato invece il discorso sulla credibilità del grande calcio: se con poche centinaia di migliaia di euro si può tenere in pugno il calcio malese o di Singapore, con la stessa cifra non si può essere sicuri della fedeltà nemmeno di un centrale difensivo di serie B italiana. Insomma, il grande vecchio ci può teoricamente essere ma di sicuro per condizionare il calcio che conta deve avere potenzialità finanziarie, o ricattatorie, da presidente di grande club europeo. Non stiamo dicendo che il calcio occidentale sia pulito, anzi pensiamo l'esatto contrario, ma solo che al momento non esiste una Spectre che possa intervenire su ogni tarocco: sono dirigenti e giocatori che di volta in volta ragionano secondo la propria convenienza, stando a quel poco che filtra dai muri omertosi. Del resto nemmeno Hill va fino in fondo, limitandosi a notizie di dominio pubblico e calando la carta Mondiali per guadagnare un po' di attenzione. Le partite in zona sospetto di Germania 2006 sono quattro, secondo Hill: Italia-Ghana del girone, Brasile-Ghana ed Inghilterra-Ecuador degli ottavi di finale, Italia-Ucraina dei quarti. Nessun risultato a sorpresa, va detto, ma questo rientra nella filosofia dei veri aggiustatori di partite: assicurare un risultato probabile porta meno rischi che lavorare per un colpo gobbo ad una quota più alta. L'autogiustificazione principe di molte squadre è infatti del tipo 'Perderemo lo stesso, tanto vale farlo guadagnandoci', che nel calcio dell'Est europeo viene addirittura teorizzata dai dirigenti dei club. Tutto verosimile, che non significa vero: le anticipazioni ad Hill sono date da uno scommettitore di grande taglia, ma nell'ottica del libro di denuncia hanno anche il difetto di essere molto logiche. Ed una anche sbagliata, visto che secondo gli aggiustamenti previsti l'Inghilterra avrebbe dovuto vincere due e non uno a zero contro l'Ecuador. Il lavoro giornalistico più interessante è quello fatto sul Ghana, frequentando il ritiro di Wurzburg (la città natale di Dirk Nowitzki, nei secoli, anche se va detto che nei libri scolastici è maggiormente presente il concittadino Heisenberg) e notando la facilità enorme per personaggi di qualsiasi tipo di formulare proposte ai giocatori della nazionale africana. Quasi tutti motivati e seri, visti da vicino, ma circondati da faccendieri e vecchie glorie (Abedi Pelé, per dirne una) dal ruolo imprecisato ed imprecisabile. Il tramite fra scommettitori e giocatori sembra essere stato nel caso specifico un ex allenatore dell'Under 17 ghanese, intravisto qualche tempo prima dallo stesso Hill a Bangkok in un Kentucky Fried Chiken mentre discuteva con delinquenti del ramo scommesse. Tutto tenuto insieme davvero con lo spago, ma la parte di inchiesta rimane comunque interessante al di là delle conclusioni forzatissime. Un po' la stessa sensazione avuta leggendo il Mundialgate di Oliviero Beha e Roberto Chiodi su Italia-Camerun 1982: un'inchiesta portata avanti bene (molto meglio quella dei due giornalisti italiani, anche riletta ad anni di distanza), ma utile più a descrivere un ambiente corruttibile e corrotto che a provare una singola frode sportiva. Che magari c'è stata, sia nel 1982 che nel 2006, ma che anche in questo caso sarebbe meno organica al 'sistema' di quanto lo siano i tarocchi del calcio di club. Mettere in piedi un intrigo internazionale per un evento che si gioca ogni quattro anni sembra esagerato, più credibile semmai che qualche giocatore abbia lavorato in proprio. In definitiva un libro di cui si è parlato molto, con il traino delle quattro partite mondiali, ma più ferrato sul calcio del sud est asiatico degli anni Novanta che su quello europeo di oggi. Le scommesse rimangono una grande opportunità, sia per chi guadagna troppo poco sia per il miliardario che si sente intoccabile, e sono il vero grande rischio per lo sport del terzo millennio: siamo ormai nella zona in cui credere a tutto è uguale al credere in niente, ma gli sport individuali (tennis su tutti) o quelli senza tifosi che ti prendono a bastonate sotto casa (il bordeggiamento degli spread previsti nella stagione regolare NBA è quasi un'arte, altro che caso Donaghy) sono messi decisamente peggio.

Stefano Olivari

Coraggioso e gentile


Dei tre libri scritti dal Phil Jackson allenatore, dopo i due da giocatore, il più divertente è The Last Season (il racconto della folle stagione 2003-2004 sulla panchina dei Lakers) ed il più 'definitivo', quello scritto per i posteri del basket, è More than a game (2001, a quattro mani con Charley Rosen, giornalista ma soprattutto ex assistente di Jackson ad Albany, in una CBA di culto). Il nostro preferito è però quello filosofico, Sacred Hoops, opera del 1995 vergata insieme a Hugh Delehanty dopo il primo dei ritorni di Michael Jordan e tradotta in Italia da Libreria dello Sport con il titolo azzeccato di 'Basket & Zen': qui Jackson usa la sua carriera nel basket, soprattutto da giocatore e da coach non ancora emerso, come filo conduttore per esporre la sua idea di gioco di squadra ed in definitiva di convivenza civile fra le persone. Una sintesi fra gli insegnamenti dei genitori (il padre era pastore pentecostale), la ribellione alla famiglia ed alla vita di provincia, le letture buddiste e zen, il machismo della NBA, la saggezza derivante dall'esperienza quotidiana ma anche quella dei nativi americani (quelli che per noi fedeli di Tex rimangono 'gli indiani'). Il sincretismo del coach è a volte spericolato, ma ci sono molte pagine profonde ed alcune addirittura commoventi. La meta di Jackson è al tempo stesso raggiungibile e proibita: rispettare l'avversario ma non averne paura, essere aggressivi ma senza violenza, vivere il presente (da sempre il 'Giocate qui, giocate adesso', è il suo mantra) senza essere ottusi, usare la prima persona plurale nei propri pensieri prima ancora che nei propri discorsi. Fra le tante, ci ha colpito la sua definizione di guerriero, di giocatore, di uomo ideale: ''Coraggioso e gentile''. Il rischio trash-Paulo Coelho è dietro l'angolo, ma è proprio l'enfasi messa sul presente e sull'esperienza concreta che consente al coach di evitarlo. Un libro facile e profondo, come forse vorrebbe essere ricordato Jackson.

Stefano Olivari

Gli ultimi Giochi a misura d'uomo


Ogni nazione, per non dire ogni città, pompa le sue glorie locali con argomentazioni spesso ridicole. Abbiamo inventato tutto, da noi si mangia meglio, qui si respira la storia, fino all'immancabile, per chi un'Olimpiade l'ha ospitata, 'I nostri Giochi sono stati i più belli, gli ultimi a misura d'uomo'. Nessuno ha ancora osato dirlo per Pechino, ma ad Atene questa articolessa era un must, per non parlare di Sydney, Barcellona e via crogiolandosi nel passato. Nel caso di Roma 1960 abbiamo sempre pensato però che questi assiomi provinciali avessero una base consistente di verità dovuta anche al periodo storico: la guerra davvero lontana, non come a Londra 1948 o a Helsinki 1952, la televisione agli albori come fenomeno di massa, un'Italia che si era ripresa in tutti i sensi, una città conosciuta nel mondo a prescindere dall'evento sportivo. Insomma, avremmo voluto esserci per vivere quell'evento in maniera più partecipe dei leggendari Tognazzi e Vianello dell'Olimpiade dei mariti (le mogli erano la Mondaini e Delia Scala). Per questo abbiamo letto con trasporto, pur senza fare scoperte, il librone (nel senso delle quasi 500 pagine) di David Maraniss, 'Rome 1960: The Olympics that Changed the World' (Simon & Schuster), acquistato su Amazon in piena crisi da astinenza olimpica . L'autore, premio Pulitzer per un'inchiesta sulla campagna elettorale 1992 di Bill Clinton, di sportivo ha scritto una biografia di Vince Lombardi (lo storico coach dei Green Bay Packers) ed in quest'opera raccoglie un po' di tutto e lo shakera a supporto della tesi dell'Olimpiade di confine fra lo sport e la comunicazione di dimensioni umane e quelli di dimensioni non più governabili, con i meccanismi moltiplicatori che oggi tutti conoscono. Pochi pistolotti massmediologici, ma tanti racconti delle gesta di grandi personaggi: inquadrati nel contesto internazionale del 1960 ma senza la seriosità del giornalista che vuol far capire che lui va oltre. Interessante la parte sulla fine dell'amatorialità dello sport, per la verità finita decenni prima, e con essa di un'idea della competizione da upper class. Chissà perché, c'è venuto in mente il Lord Lindsay di 'Momenti di gloria' (quindi Parigi 1924), che saltava gli ostacoli su cui erano posate coppe piene di champagne appena versato dal maggiordomo: l'immagine più geniale della fine di un'epoca che Maraniss rende comunque bene a parole pur essendo discutibili i suoi riferimenti temporali. Tanti personaggi e persone entrate nella storia, da Cassius Clay a Wilma Rudolph passando per Abebe Bikila e duecento altri, inutile fare classifiche: di sicuro il cuore dell'autore è per Rafer Johnson, con tutto il bene che vogliamo a Livio Berruti e ad Eraldo Pizzo la scelta ci può davvero stare. Ma anche no.

Stefano Olivari



Campioni del Mondo, di Fabio Bonacina

Non riusciamo ad immaginare un bambino del 2008 che collezioni francobolli, ma noi nei cupi anni Settanta lo facevamo. Per chi subisca il fascino della storia e della geografia ci vengono in mente poche cose più emozionanti di lettere antiche, con indirizzi di stati defunti ed immagini di presidenti misteriosi. Ci ha quindi colpito un libro di Fabio Bonacina, 'Campioni del Mondo' (Vaccari, 2006), sui francobolli dei paesi organizzatori e di quelli vincitori dei Mondiali, da Uruguay 1930 a Germania 2006. Un'opera ben curata, giustamente con molte foto e pochi testi, che soddisfa sia il maniaco che il semplice curioso: senza fare l'elenco di cosa c'è, visto abbiamo trovato tutto interessante (non sapevamo che il primo francobollo a tema calcistico fosse ungherese, stampato nel 1925), facciamo i nazionalisti e ricordiamo le più famose emissioni italiane. Quelle anni Trenta, piene di simboli di un'Italia molto teorica (aerei e grandi opere, insieme a stadi e giocatori), quella 1990 con raffigurato il terribile pupazzo, burattino, mostro (non sappiamo come chiamarlo) montezemoliano Ciao (ma noi non eravamo complici, sulla schedina del Totocalcio avevamo votato 'Amico'), quella del 2006 con la bandiera e le quattro stelle e soprattutto quella del 1982: il 1000 lire disegnato da Renato Guttuso, con le braccia di Dino Zoff a sollevare la Coppa. Da brividi.

Il campionato più marcio del mondo

Moggiopoli non è mai finita, ma quello che è peggio è che può prescindere dalla persona fisica di Luciano Moggi. Anche se l'originale rimane inimitabile: la telefonata a Sonetti, per fargli capire che dietro all'Ascoli c'è lui, dopo aver detto poco prima al direttore sportivo che Sonetti in confronto a Papadopulo è nessuno, andrebbe ascoltata nelle scuole di recitazione....Oltre ai fatti specifici, quasi tutti interpretabili per gli amici e chiarissimi per i nemici, anche chi del calcio italiano pensa il peggio rimane colpito dall'atmosfera mafiosa che si respira in ogni rapporto, ad ogni livello. Un mondo autoreferenziale al massimo, dove una miniribellione te la fanno pagare anche per interposta persona.

Per questo non perderà mai d'attualità quello che dei libri di Carlo Petrini non è certo il migliore, ma di sicuro è il più giornalistico (insieme al recente 'Calcio nei coglioni'). Ci riferiamo alla sua terza opera: dopo il successo di 'Nel fango del dio pallone' e de 'Il calciatore suicidato', Petrini (o chi per lui, sull'estensore materiale del libro non giureremmo) ha messo nero su bianco una interessante sintesi di sue esperienze personali, come nel primo libro, e di indagine-ricostruzione giornalistica, come nel secondo. Per 'I Pallonari. Zone grigie, fondi neri e luci rosse: vent'anni di calcio all'italiana' (Kaos edizioni, come gli altri, uscito nel 2003) l'autobiografismo ridotto al minimo, lo stile di scrittura e soprattutto la quantità di riferimenti giudiziari, giornalistici e storici, ci inducono a pensare che Petrini sia stato, nell'ipotesi più buonista, aiutato da un 'negro' di grande qualità e dall'ottimo archivio. Ma forse a tutti andava bene così, perchè Petrini è ormai un brand, perdonateci il termine, nella nicchia del maledettismo calcistico (nella sottonicchia 'corruzione-sesso', con Ezio Vendrame che presidia quella 'poesia-autodistruzione'), e i giornalisti, specie quelli bravi, hanno già abbastanza querele per la loro attività principale. Non siamo ancora ai livelli dell'amato (una volta) James Ellroy, con il nome dell'autore gigantesco e il titolo del libro quasi invisibile, ma poco ci manca. Detto questo, assumiamo però per ipotesi che l'autore sia davvero l'ex attaccante di tante squadre di A e B degli anni Settanta, nato a Monticiano (come Luciano Moggi...) nel 1948. In fondo per qualcuno nemmeno Omero è esistito realmente, quindi si può accettare che sia riveduto e corretto anche Petrini.

E parliamo finalmente del libro, ricordando ancora una volta il suo anno d'uscita: 2003, in pieno moggismo, quando ancora per i grandi opinionisti 'episodi pro e contro nell'arco di una stagione si compensano'. Un libro che è di alto livello, scritto in maniera chiara ma difficile da digerire per la semplice ragione che riga dopo riga ci si rende conto di aver dedicato gran parte della propria vita, anche da semplici spettatori, a uno sport finto, ancora prima che sporco o immorale. Insomma, uno sport che non è più uno sport e forse non lo è mai davvero stato. Petrini ha il merito di descrivere benissimo non il senso di impunità dei protagonisti del pallone italiano, dirigenti e calciatori, e la loro considerazione per 'quei coglioni dei tifosi', che permette di soddisfare senza freni la propria avidità, in tutti i sensi. Per questo ne parliamo anche a quattro anni di distanza: agghiaccianti non sono tanto gli episodi, visto che non viviamo nella valle dell'Eden, quanto i rapporti personali e l'assenza assoluta di una dimensione etica, in un mondo che occupa gran parte delle giornate anche di chi non lo vive professionalmente.

L'opera è divisa in tre parti. La prima, quella sulle zone grige, è incentrata sulla marea di partite combinate, per motivi di calciomercato, di classifica o più banalmente di scommesse clandestine, e più in generale su tutta la sporcizia che riguarda il famoso 'campo', con anche il doping protagonista. La costante di tutte le vicende raccontate da Petrini è che si sono concluse con un polverone e pochi pesci piccoli pescati, anche quando testimonianze e prove non mancavano. Portieri scommettitori e ricattabili dai boookmaker, partite concluse con risse per 'non aver rispettato i patti' (memorabile quel Genoa-Inter del 1983, con gol della vittoria nerazzurra di Salvatore Bagni a quattro minuti dalla fine, con i compagni che nemmeno lo abbracciavano), o aggiustate secondo i voleri di una 'centrale': situazione marcia che portò al calcioscommesse bis, nel 1986. Come se non ci fosse stato quello di sei anni prima, con un colpevole su dieci condannato e pochi mostri sbattuti in prima pagina, più stupidi e meno corrotti dei mostri veri. Mille episodi tutt'altro che segreti, che non porteranno all'autore nessuna querela: il silenzio, per chi continua ancora a navigare nel marcio, è la migliore arma di difesa. Non a caso, in un paese cultore della trash tivù e delle storie più taroccate, chi ha qualcosa di vero da raccontare, anche se come personaggio è tutt'altro che limpido (Petrini fu condannato per il calcioscommesse del 1980), e con una vita a dir poco drammatica, non viene quasi mai invitato da nessuno. Magari avrebbe qualcosa di più interessante da dire della zia di Rudy o della vicina di casa della Franzoni...Tremenda la storia del commissario Giuseppe Montana, eroe italiano, ucciso nel 1985 mentre stava indagando, fra le altre cose, anche su certi traffici di personaggi vicini al Palermo. Le zone grigie si trovano in ogni città di calcio: Milano, Roma, Napoli, con una commistione appiccicosa e atroce fra calciatori, faccendieri, dirigenti, giornalisti, gestori di locali, finti disoccupati, bookmaker clandestini, medici senza scrupoli e amici degli amici. Fatti del passato, pericolosamente simili a quelli del presente, con il doping che è cambiato solo per quanto riguarda i nomi dell sostanze.

La seconda parte, quella relativa ai fondi neri, è meno petriniana (nel senso che l'ex genoano, milanista, romanista, eccetera, dà l'impressione di considerare meno grave un reato finanziario di un risultato sportivo taroccato), ma non meno forte. Si raccontano gli albori del meccanismo delle plusvalenze, quello che ha portato il calcio di oggi al crack (con la fattiva collaborazione di proprietari e manager farabutti o incapaci), con il famoso caso Palestro, ai tempi del Moggi granata, e la consuetudine dei pagamenti in nero, a tutti i livelli. Con una particolare attenzione ai conflitti di interesse dei procuratori, arrivando ovviamente a parlare della Gea dei figli di papà, ora defunta e risorta con altre fattezze.

La terza sezione, 'Luci Rosse', è un po' deludente non tanto perchè approfondisca fatti risaputi (nemmeno le altre due parti portano alla luce notizie inedite) con tono vagamente pruriginoso, come a voler stupire il lettore di bocca buona, quanto perchè manca l'aspetto cialtrone della vicenda: insomma, se non si fa male a nessuno, non capiamo dove sia il problema. Marketing editoriale, forse: il sesso tira sempre. Importante però l'accenno al tabù dell'omosessuailità del calcio, con i suoi campioni gay, in tutte le epoche, che devono sempre sposarsi l'anno prossimo.

Insomma, un libro giornalistico da leggere per chi ha la memoria corta (noi molti episodi non li ricordavamo, anche se all'epoca dei fatti eravamo già grandicelli) e ovviamente per chi non c'era, visto che certe situazioni è più facile raccontarle a vent'anni di distanza, mentre i giornali di oggi sono pieni solo di fuoriclasse immarcabili, desiderosi di rimanere a vita nel loro club attuale, e di presidenti che stanno lavorando bene per il futuro. Perlomeno fino a quando non finiscono in galera o qualche magistrato si mette in testa che un personaggio calcistico è un cittadino come gli altri. La vera domanda, alla fine della lettura e pensando all'attualità, è la seguente: perchè perdiamo tempo a seguire il calcio? Ognuno ha la sua risposta, a volte spaventosa.

Vite alla moviola

Lo sport senza televisione è sempre stato inimmaginabile, non solo in Italia, così come la televisione senza sport. Anche se nell’ultimo mezzo secolo il rapporto fra il mezzo ed uno dei suoi principali contenuti è cambiato in modo strutturale. Senza la compunzione del massmediologo, visto che non si tratta di un testo universitario ma di un saggio, e riducendo al minimo il ricatto affettivo della nostalgia, Pino Frisoli ha scritto (già da tempo, ma dei libri ci piace parlare solo dopo averli letti) un’opera più unica che rara, ‘La Tv per sport’ (Edizioni Tracce, 2007), che affronta gli intrecci italiani fra i due mondi dagli anni Cinquanta ai giorni nostri. Senza grandi retroscena ma pieno di notizie inedite o comunque dimenticate, con una prospettiva storica affascinante senza bisogno di dimostrare tesi inutili, ed una qualità che viene troppo spesso trascurata: quella della precisione dei riferimenti, vera rarità anche nelle opere di tromboni che si servono di stuoli di negri (quasi sempre studenti in cerca di sistemazione) per mandare in stampa un libro ogni tre mesi. Frisoli affronta il tema da giornalista, resistendo alla tentazione del macchiettismo e dando al tutto una scansione cronologica.
Si parte ovviamente dalla radio che nel 1928 con la cronaca di Bosisio-Jacovacci apre un mondo, si prosegue con i primi esperimenti televisivi dell’allora Eiar avvenuti prima della guerra (già nel 1939 pochi fortunati potevano assistere a regolari programmi televisivi) per arrivare a quelli della Rai, con inizio nel nel 1949: si può dire che nel febbraio del 1950 Juventus-Milan sia stato il primo incontro di calcio trasmesso in video ed in voce nel nostro paese. La data di nascita ufficiale dello sport televisivo italiano è uguale a quella della televisione: 3 gennaio 1954, con la Domenica Sportiva. Una data che viene presa come inizio di tutto spesso per convenzione, ma che rimane comunque da scolpire nella memoria. Il viaggio prosegue con il racconto dell’impulso dato da tutti i grandi eventi, tipo Mondiale del 1954 ed Olimpiade di Roma, e con l’evoluzione della cronaca sportiva nel corso degli anni in tandem con il progresso tecnologico-tecnico: dalla mondovisione al satellite, passando per il colore e tante altre pietre miliari che non vorremmo banalizzare con un semplice elenco copiato dal sommario.
Il libro è da leggere sia come opera unitaria che preso per singoli capitoli, ognuno dei quali rimanda a sviluppi ed approfondimenti che dipendono dalla sensibilità e dal tempo del lettore. Il nostro personale podio, quanto ad interesse, va all’inizio dell’era del colore, racconto distribuito in più capitoli ed indicativo di una certa mentalità delle cosiddette elìte italiane, alla parte su Svizzera e Capodistria (apprezzabile soprattutto dagli ex bambini del Nord Italia) ed alla vera svolta nel rapporto fra tivù commerciale ed emittenza pubblica: il Mundialito del 1981 (quello di Victorino) , con i diritti prima acquistati da Canale Cinque dell’emergente Silvio Berlusconi e poi in parte subceduti alla Rai dopo incredibili polemiche. Non a caso ogni tema ci offrirà nelle prossime settimane il pretesto per analizzare la situazione attuale, mentre per quanto riguarda il libro in particolare possiamo dire che la disamina è priva di quella retorica della nostalgia che in genere a noi è tanto cara ma che a gente di altre fasce d’età può dare fastidio. Giustamente Frisoli non personalizza mai più di tanto le grandi svolte ed ogni protagonista degli eventi viene bene inquadrato nella sua epoca e nella prospettiva di chi si è trovato al posto giusto nel momento giusto. In questo senso l’opera è un passo avanti rispetto alle tante rievocazioni, scritte e televisive, del genere ‘Sfide’, dove il colpo al cuore del bianco e nero spesso sopprime la capacità di analisi.
Se difetti proprio si devono trovare a questo libro, oltre a quello di non essere stato adeguatamente promosso dall’editore (noi stessi lo abbiamo trovato solo grazie al passaparola), possiamo individuarne due: la riduzione al minimo dell'aspetto critico, quasi inseguendo l'asetticità, ed un eccesso di sintesi nel trattare gli eventi sportivi che hanno accompagnato lo sviluppo della televisione italiana. Ma a ben vedere è proprio questo il prezzo da pagare per l’assenza di retorica. Ovviamente nella trattazione il calcio fa la parte del leone, più nei tempi moderni che agli albori della tivù, quando come sport popolari ciclismo e pugilato tranquillamente potevano reggerne il confronto. Ed in ogni caso procedendo con la lettura ci si rende conto di quanto importante sia diventato come ‘killer application’ il calcio nel corso degli anni, fino ad arrivare alle ovvie considerazioni su Telepiù-Sky che sono cronaca dei giorni nostri e non più storia. In questo senso il libro riesce a far capire perfettamente che la monocultura calcistica attuale non è qualcosa di imposto dal nostro passato remoto, ma una sorta di imposizione dello sviluppo commerciale e tecnologico: bisogna ‘andare sul sicuro’, sia nella tivù finanziata dalla pubblicità che in quella basata sugli abbonamenti, per gli ‘altri sport’ solo briciole di chiaro e nicchie pay più o meno dorate. Con qualche eccezione dovuta al tifo, che si parli di Ferrari piuttosto che di Tomba.
Alla fine della lettura ci si rende drammaticamente conto di quanto tempo abbiamo dedicato allo sport visto in televisione e che un cambiamento tecnologico o di programmazione nelle trasmissioni influisce sulla nostra vita più della scomparsa di un parente o di un amico. Non se ne esce, ma nemmeno vogliamo uscirne.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

LA TV PER SPORT, di Pino Frisoli (Edizioni Tracce, 2007)