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I Jefferson non sono invecchiati

di Paolo Morati
Da qualche tempo su CanalOne (numero 38 del digitale terrestre, perlomeno a Milano) stanno riproponendo una delle migliori situation comedy prodotte dalla televisione americana. Stiamo parlando de I Jefferson, storia di una famiglia black che ha fatto fortuna con una catena di lavanderie e si è trasferita a vivere a Manhattan. La serie, spin-off di un'altra eccellente sitcom, All in the family, trasmessa in Italia con il titolo di Arcibaldo, risulta ancora molto divertente e attuale a quasi quarant'anni dalla sua prima messa in onda negli Stati Uniti.

Mistero Buffa

Il gran rifiuto a Sky, il pubblico da eliminare, il moderatore di Controcampo e la sfortuna della Rai.
L'articolo del Guerin Sportivo

Il provino di Marysthell

Una delle più famose Olgettine è il volto nuovo di Milan Channel, dove legge le e-mail durante le trasmissioni. Un peccato non essere abbonati...
L'articolo del Sole 24 Ore e quello di Quotidiano.Net

Terrorismo da poster

di Andrea Ferrari
La fiction su Carlos trasmessa da Sky è di grande qualità, nel panorama italiano era ovvio che risaltasse. Peccato solo per qualche omissione storica e per iniziative di marketing degne di una civiltà al tramonto...

Dahlia nera

La vicenda di Dahlia, con la sua crisi finanziaria e i suoi diritti tornati sul mercato e non ancora assegnati, la dice lunga sul rapporto fra calcio, informazione o presuna tale, politica e sopravvivenza di televisioni dipendente da quella che in Italia è l’unica vera ‘killer application’, per esprimersi in cialtronese 2.0.

L'esclusiva esclusa di Sky

di Stefano Olivari
Aveva ragione Galliani. Le botte in allenamento fra Ibrahimovic e Onyewu sono cose successe mille volte (sempre silenziate, ma questo è un altro discorso) e hanno alla fine dato un po’ di cattiveria in più al Milan, che a Bari con un modulo meno da dream team (Berlusconi stava in quel momento seguendo lo show dell’ex camerata Fini) ha colto un successo importante. Aveva ragione anche su un’altra cosa, Galliani. Basta fare la voce grossa, anche quando conti sempre meno e ti hanno messo nel mirino (a Milano Moggi 2011 è più probabile dell’Expo 2015): la classe giornalistica è formata da gente che fondamentalmente non vuole grane.

Ridateci le catene

di Stefano Olivari
L'estate propone avventure incredibili, degne del 'pizza fredda e birra calda' di Eleonora Giorgi e Massimo Ciavarro. La nostra è stata la visione su Rai Gulp delle vecchie puntate di 'Mimì e la nazionale di pallavolo', uno dei più bei cartoni animati a tema sportivo mai prodotti. In Italia, con vari titoli, la serie gira dall'inizio degli anni Ottanta (Italia Uno) ma in realtà è stata creata in Giappone nel 1969. Chiunque abbia apprezzato le vicissitudini di Mimì e dell'amica Midori sa di cosa stiamo parlando, l'ennesima visione ci ha solo fatto riflettere sulla genialità del proporre ad un pubblico di bambini (tale era una volta quello dei cartoni) una visione dello sport e della vita basati sul sacrificio oltre ogni limite. Tutto molto ben lontano dal lieto fine, sia pure passando attraverso mille sfighe, di tante altre serie anche giapponesi.

Catene in replica

di Stefano Olivari
Lunedì il principale canale Mondiale di Sky, in parole povere il 205, tornerà ad essere Supercalcio. E fin qui siamo all'ordinaria informazione 'di servizio' dei giornali che a fianco a questi arguti trafiletti ospitano casualmente la pubblicità di Sky. Chiusura in bellezza, domenica, con una maratona con tutti i faticosi uno a zero della Spagna campione. La cattiva notizia è che ovviamente per un mese Supercalcio sarà quasi totalmente un canale di repliche, come del resto gli altri di Sky Sport fatta eccezione per qualche tristissima amichevole e qualche torneo di golf (che i golfisti veri non guardano, peraltro: il golf in tivù piace soprattutto a noi in canottiera, Cipster e Sprite).

Cvetkovic e Arslanovic erano nostri

di Stefano Olivari
Tonino Carino non era un maestro di giornalismo: non lo si può dire nemmeno adesso che è morto, a meno di non essere specializzati in coccodrilli o autori di una fiction di Rai Uno. Ammesso che lo fosse, nessuno fuori dalle Marche (dove dopo i fasti di Novantesimo Minuto era diventato caporedattore alla sede regionale di Ancona) lo ha mai saputo.

Troppe luci in the Sky

di Jvan Sica
Le differenze fra l'Olimpiade invernale vissuta attraverso la pay-tv o secondo lo schema Rai: completezza contro romanzo, vince il romanzo...

Il lavoro secondo Mtv

di Andrea Ferrari
Videomusic va ricordata per un motivo apparentemente banale: fu il primo canale italiano interamente dedicato alla musica e se è vero, per dirla con Nanni Moretti, che “le parole sono importanti”, va dato atto a quel canale, che in molti ricordano con nostalgia, di essere sempre stato coerente con la sua “mission” : videoclip, concerti, monografie, interviste e pochi fronzoli. Quel canale ormai non esiste più da oltre un decennio.

Vite ultrapiatte

La fame nel mondo è un problema più importante, però è da qualche giorno che noi smadonniamo per la scelta di Sky Sport di passare al formato 16:9 per tutte le sue trasmissioni, dal calcio ai tg. Ci voleva l'inizio del campionato di calcio per far scattare l'indignazione della maggioranza silenziosa, l'Italia che si autotassa di 70 euro al mese per poter vedere in pace quelle tre o quattro cose che le interessano in mezzo ad un mare di vuota inutilità. Al di là della nostra sociologia alberoniana (l'ultimo pezzo del maestro è sull'utilità per la coppia di conservare le amicizie), questa scelta evidenzia l'idea abbastanza classista che Sky ha del suo pubblico. La famosa famiglia di ceto medio tendente (nella fantasia) all'alto, mito di ogni venditore cialtrone di pubblicità: stando ai centri media ed alla fandonie che raccontano ai big spender (almeno loro produttori di beni concreti), in Italia queste famiglie dovrebbero essere circa 400 milioni. Altrimenti non si spiegherebbe la presenza in edicola di 400 riviste di viaggi, 350 di lusso, 200 di auto ed addirittura più magazine di golf che di calcio...Tornando a Sky, il simpatico monopolista così caro ai grandi quotidiani affamati di pubblicità è fermamente convinto che chi spende 70 euro al mese per la tivù non possa non spendere un migliaio di euro per cambiare televisore e passare al 16:9 ultrapiatto Full HD eccetera (manca il commovente '99 canà' degli strepitosi televenditori anni Ottanta, con montone e stereo Rossini Hi-fi in omaggio: se la memoria non ci inganna Joe Denti era fra questi eroi dell'etere). Peccato che nel presente la maggioranza abbia ancora televisori del vecchio formato. Siamo quindi al consumatore che si sente sempre inadeguato ed invidioso del prodotto del vicino, il famoso effetto Veblen. Non c'è nessun complotto delle multinazionali o dei servizi deviati, ma solo un'idea classista del proprio pubblico che si evince anche dalle pubblicità. Classista, ma anche sbagliata.

I palinsesti che sorprendono Mediaset

La concorrenza all'italiana prevede che un'azienda televisiva decida i palinsesti delle concorrenti, quando non direttamente la loro presenza su una piattaforma satellitare nemica. Scontato e abusato l'esempio della Rai, piena di uomini Mediaset o comunque di nomina governativa (con il presidente del Consiglio che non viene dal settore dell'acciaio o della viticoltura), leggermente più sottile quello di Dahlia Tv che ci è tornato in mente ieri ascoltando l'annuncio di Abete circa l'accordo per i diritti sul digitale terrestre dal 2010 al 2012. Si parla del secondo pacchetto, il cosiddetto 'Silver Live', relativo alle partite casalinghe di 8 squadre sulle 20 della serie A, con le 12 del 'Gold' già assegnate a Mediaset. 31 milioni e rotti l'anno che divisi per 8 fanno l'ingaggio lordo di 4 medi giocatori da squadra che deve salvarsi: soldi su cui comunque è vietato sputare e che per Dahlia saranno comunque ben spesi visto che non ci sono milioni di italiani disposti a spendere 15 euro al mese per Nascar, poker, boxe e parapendio (mentre il canale porno merita attenzione, non necessitando di un tracciabile abbonamento ad hoc). L'aspetto grottesco della vicenda è che dall'anno prossimo saranno i detentori del pacchetto Gold a scegliere di fatto le squadre della presunta concorrenza, visto che la contrattazione sarà collettiva. Non occorre essere Nostradamus per intuire che non sarà possibile come quest'anno vedere su Dahlia squadre da primi dodici mercati televisivi come Fiorentina e Palermo. Poi ci si chiede perchè i diritti tivù del calcio italiano siano sottoquotati...E l'advisor? Avvisa.

L'uovo oggi del basket

Meglio l'uovo oggi o la gallina domani? Domanda epocale, a cui i dirigenti della Lega basket (tranne il partente Sabatini e la Benetton) continuano a dare una risposta precisa: uovo oggi. Il contratto firmato ieri con Sky farà la gioia di noi maniaci, che avremo fino al 2011 immagini di qualità e telecronache all'altezza, ma non farà arrivare a questo sport un solo telespettatore-praticante casuale in più che sia uno. Il famoso bambino, che quindi prenderà in mano il pallone solo nel caso abbia già un genitore maniaco. Forse non tutti sanno che il motivo per cui nei notiziari sportivi extra-Sky non si vede una sola immagine di basket italiano è che Sky ha l'esclusiva assoluta anche sugli highlights e li fa pagare agli eventuali canali interessati più di mille euro al minuto. Si capirà che già è difficile convincere direttori e caporedattori a dare spazio al basket, figuriamoci con questo balzello per un prodotto che dovrebbe essere fornito gratis dalla Lega: stiamo parlando di informazione, non dello spettacolo che va venduto al miglior offerente. E gli sponsor, fonte primaria di reddito delle società, cosa dicono? Un minibuona notizia per la carta stampata è che l'anticipo del sabato sarà alle 20 invece che alle 21 e le due partite della domenica saranno alle 12, come negli anni scorsi, ed alle 18 invece che di sera: la speranza di strappare qualche riga in più a gente scimmiata solo per Ibra e Lavezzi c'è. Ma ancora una volta il basket italiano ha avuto paura di interessare a pochi e si è così svenduto.

I biondi azzurri di Bearzot

''Questa è la storia di Holly e Benji, due ragazzi che hanno una grande passione per il calcio e che sognano di diventare campioni del mondo''. Sono queste le prime parole del narratore nella prima puntata del cartone animato più bello di sempre, non a caso nato nel 1983 mentre la versione manga era partita qualche anno prima: grazie alla segnalazione di Mauro siamo riusciti a rivedere la prima puntata su You Tube e non occorre essere Brin & Page per trovare anche le altre. Volevamo solo condividere questa emozione ed un ricordo che...non ricordavamo. Infatti mentre la madre di Holly sta preparando i bagagli per il trasloco si sente la televisione raccontare il trionfo degli azzurri di Bearzot in Spagna: ''L'Italia si è aggiudicata questa edizione della coppa del mondo di calcio, speriamo di avere presto il piacere di ospitare questa grande squadra nel nostro paese''. Il tutto mentre Holly in casa, palla al piede, tiene in mano un quadretto raffigurante la vittoria degli azzurri: tutti biondicci e con le facce uguali!!! Quindi anche i giapponesi ci vedono simili e stereotipati...I genii del merchandising avevano visto che L'Italia stava giocando bene e nonostante il rigore di Cabrini avevano già distribuito i prodotti celebrativi? Comunque una scena emozionante. Con questo post non volevamo certo parlare di storia del calcio, come si sarà capito, ma solo suggerire un modo per vivere un quarto d'ora non deprimente.

Takaya ci ha deluso come uomo

di Stefano Olivari
Kakà e Ibra (forse) se ne vanno in Spagna, ma come diceva quel cronista embedded che poteva entrare nello spogliatoio rossonero (unico a poterlo fare, negli anni d'oro): ''Va sempre in campo il Milan!''. Varianti: l'Inter, il Crotone, o la neoadepta del bilancio in pareggio che volete voi. Commento generico, non riferito ad alcuno in particolare, dei vecchiacci del Muppet Show: in passato avremo anche pagato in nero, ma eravamo ragazzi. Di tutto questo ci importa comunque meno che dei migliori cartoni animati ad argomento sportivo della nostra vita, importante discussione nata in privato dopo il post su Holly. Questo il nostro personalissimo podio, da Nick Hornby fuori tempo massimo. Ed Holly escluso, è chiaro.
1. Grand Prix - Protagonista l'automobilismo ed una F1, poi Formula Zero, molto umana. L'eroe (Takaya Todoroki) si distingueva dalla massa dei cartoni-manga-anime per una caratteristica straordinaria: vinceva raramente, anzi quasi mai. Anche se andando avanti nella serie la sua media punti si alza, fino all'inevitabile titolo di campione. Benissimo sceneggiata, la storia parte dalle difficoltà di Takaya nelle formule minori e dalle sue complicate vicende private (su tutte quella del padre mai conosciuto, in realtà meccanico della Katori). Di superculto la figura di Nick Lanz, praticamente Niki Lauda ma senza pagargli i diritti, il grande pilota che crede in lui fin dalle prime gare. La prima fidanzata, Isabella, muore eroicamente per salvarlo, ma Takaya la dimenticherà con Suzuko: in questo si rivela un piccolo uomo, considerazione che rende il cartone valido anche per gli adulti.
2. Mimì e la nazionale di pallavolo - La magnifica carriera di Mimì Ayuhara, dalle scuole medie a ai campionati mondiali (vittoria in finale sulla formidabile URSS). Assurde le azioni di gioco, più quelle delle avversarie che quelle delle 'nostre' (chi si ricorda dell'attacco quadruplo?), molto cupo il contesto. Allenamenti durissimi (memorabile quello con le catene alle braccia), una serie infinita di sfighe personali (malattie, la morte del fidanzato), lo sport visto come dedizione assoluta e come missione, nei rapporti interpersonali un realismo forse inadatto ai bambini: dal nonnismo delle vecchie della nazionale ai favoritismi dell'allenatore (nel doppiaggio chiamato Nacchi, ignoriamo il nome originale). Un altro pianeta rispetto al banalissimo Mila & Shiro.
3. L'Uomo Tigre - Benissimo caratterizzato il protagonista, con un passato affascinante ed un presente da giornalista sportivo (parliamo del II, meglio precisare visto che i puristi preferiscono la prima serie) oltre che ovviamente da lottatore con tutte le arti marziali possibili. Mafia, politica, violenza, alcune figure reali (su tutte Antonio Inoki, che sconfigge anche il 'vero' Uomo Tigre): cose che in un cartone animato dei primi anni Ottanta (in Italia) raramente si vedevano. Abbiamo adorato l'etica di Tommy ed i suoi cambi di identità, ancora più dei combattimenti in situazioni tipo Lionheart.

Trentamila pentiti

Le grandi ed inutilissime domande di Indiscreto, in stile Voyager: l'appassionato di sport esiste? Intendiamo una persona in grado di capire l'importanza di un evento anche se non riguarda la propria disciplina preferita. Non riusciamo infatti a toglierci dalla testa l'analisi fatta di recente su Superbasket da Stefano Valenti, riguardante il mercoledì sera della finale di Champions League fra Barcellona e Manchester United. In pratica Benetton Treviso-La Fortezza Bologna, gara cinque dei quarti dei playoff trasmessa su Sky Sport 2 ed iniziata alle 20 (tre quarti d'ora prima), in prossimità del fischio d'inizio dell'Olimpico ha visto crollare da 40mila a poche migliaia i suoi spettatori, per poi risalire lentamente e letteralmente schizzare in concomitanza dell'intervallo del calcio: 110.676 il picco toccato alle 21 e 42. Il bello è che quando le squadre di Guardiola e Ferguson hanno ripreso a giocare, al Palaverde mancavano ben 8 minuti: visti, secondo l'Auditel, da circa 70mila spettatori. Nostra considerazione grossolana: trentamila persone genericamente interessate allo sport hanno preferito vedere la fase decisiva di una partita di basket, in contrasto con la scelta effettuata fino a pochi minuti prima, per il semplice fatto che hanno avuto la possibilità di fare un confronto. Qui non si vuole dire che il basket sia sempre meglio del calcio (noi, per dire, abbiamo seguito in maniera talebana solo Barcellona-Manchester United), ma che la distribuzione di interesse fra i vari sport può avvenire solo se questi sport vengono fatti vedere. In questo senso il digitale terrestre dà qualche speranza, a patto che almeno RaiSport e SportItalia rimangano free. Speranze flebili, perchè la vera tivù che crea i miti è quella generalista: Valentino Rossi solo pay (in passato il motomondiale lo è stato, tornando subito sui suoi passi) sarebbe mediaticamente poca cosa, pensando al fatto che decine di milioni di italiani non hanno mai visto un game di Federer.

Maschi over venticinque

Non seguiamo una puntata del Processo di Biscardi da decenni, ma la trasmissione va avanti anche senza di noi e la sua esistenza viene ribadita ogni martedì da comunicati trionfalistici ripresi acriticamente dalle agenzie (che addetti stampa arroganti spesso considerano solo megafoni). Secondo l'ultimo, lunedì scorso su Sette Gold si sarebbe arrivati ad uno share del 7,2%. Con il trucco, leggendo meglio: intanto si tratta del picco, e nemmeno del picco assoluto ma di quello nella fascia maschile over 25 (o over 75, stando alla statistica personale sulle persone che ci chiedono 'Ha sentito ieri sera da Biscardi?'). Lo share medio è in realtà dell'1,32%, comunque alto vista la concorrenza di tivù locali molto più biscardiane dell'originale e del fatto che Sette Gold in quasi tutti i televisori italiani è sintonizzato oltre il 'nove', situazione che comunque non ostacola il maschio over 25 che verso mezzanotte cerca quei film soft core dove scopano solo verso il 90'. La cosa interessante è che ogni emittente stravolge i dati Auditel a proprio vantaggio: Mediaset si è inventata il target commerciale (cioè sotto i 15 anni e sopra i 64 sei una merda senza potere d'acquisto, quando invece mai come in questo momento ci sono adulti che chiedono soldi agli anziani genitori), la Rai il 'gradimento', Sky vende la sua pubblicità con la solita barzelletta del quarantenne del Nord Italia che ha tre lauree, fa cento viaggi l'anno, pratica diciotto sport, parla cinque lingue, legge mille libri, va a tutte le mostre ed è 'curioso' (mai capito cosa voglia dire). La cosa grave è che le aziende che producono mettono in mano i loro soldi ad altre aziende, chiamate centri media, che a queste balle fingono di credere.

Soft core business

I cani da guardia del sistema impediscono alla Lega Calcio di crearsi una propria tivù e di raggiungere sul mercato interno i risultati della Premier League, per i motivi più volte ricordati: finché i due principali clienti, Sky e Mediaset, saranno i vessilli di due distinte parti politiche il prodotto sarà sempre svenduto. Poi magari la Infront ci smentirà e farà incassare alla serie A i 1600 milioni l'anno che televisivamente vale, ma per la gioia del cavallo di Troia è più probabile che non ci riesca. Non si parla però mai di Dahlia, che altro non è che l'erede di La7-Cartapiù: il gruppo svedese che fa capo alla famiglia Wallemberg (quelli della Saab) ha rilevato la baracca pay da Telecom (quindi con i contratti fino al 2010 di Fiorentina, Palermo, Bologna, Sampdoria, eccetera) ed ha ripreso, curiosamente, molti dei concetti di quel progetto che circolava in Lega qualche anno fa. Potremmo spiegarne la filosofia, ma amiamo la sintesi: il progetto che per qualche tempo fu portato avanti dalle medie società potrebbe essere definito elegantemente 'calcio e figa'. Basta vedere le cinque colonne della programmazione di Dahlia Tv in Italia: calcio medio, generici 'altri sport' (una medaglia però la collaborazione di Rino Tommasi per la boxe) con diritti non contesi da nessuno, sport estremi per chi cerca il brivido mangiando i Cipster sul divano, film soft core per chi preferisce aspettare novanta minuti prima della scena madre (tipo certe pellicole del magazzino di Sette Gold) e film porno in senso stretto per noi di periferia. Ma se di filmacci è pieno il mondo, la serie A è un bene limitato: chi ce l'ha in mano può decidere le sorti televisive italiane, fondando una tivù da zero (a maggior ragione con il digitale terrestre diffuso in tutta Italia). Basta guardare il principale oppositore del supermanager per capire tutto.