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La versione di Stakhovsky

La traduzione di un'intervista che ci ha colpito per il modo diretto in cui il tennista ucraino spiega la realtà quotidiana del suo mondo. L'età media dei professionisti sempre più alta, i guadagni che coprono a malapena i costi di trasferta, la scomparsa dei campi veloci, gli schemi di Djokovic, i guadagni dei grandi, l'idea respinta di Nadal, i nemici di Federer, il prezzo dei biglietti aerei, i premi degli Slam, le scommesse dei giocatori, la neutralità svizzera e la politica dell'Atp.

Una classica in cinque righe

Gian Paolo Ormezzano su TuttoBiciWeb: il pensiero unico del calcio che dà da mangiare a tutti toglie spazio anche ai pochi che avrebbero voglia di occuparsi di altri sport. Trattati con sufficienza, come gente che non farà mai carriera e non sarà riconosciuta dal vicino di casa...

Di Bartolomei e la normalità

di Carlo Tecce
E poi si fa sera. «E noi parliamo, ci confrontiamo. Mi consiglia, mi trasmette forza». La dolcezza è nei verbi coniugati al presente. I verbi che vivono. E poi alza gli occhi, non li abbassa: «C’è stato un periodo che ero arrabbiata con lui. Che mi facevo tante domande e non trovavo una risposta. Mi sono detta che dovevo cercare la felicità nelle piccole cose, per me, i miei figli e per lui». Per il capitano buono, per il ragazzo di borgata che aveva riportato lo scudetto a Roma. Che aveva sfiorato la coppa dei Campioni, che hanno mandato via. Che hanno dimenticato. Il calcio, non la gente. Perché Ago era la gente: «Ancora oggi, a quindici anni da quel giorno, la gente parla di lui come di un esempio per i giovani calciatori, un uomo vero». Quel giorno, il 30 maggio 1994, Agostino Di Bartolomei si uccise con un colpo di pistola sul terrazzo della sua villa, sul mare, a San Marco di Castellabate, in provincia di Salerno. Dieci anni prima, il 30 maggio 1984, la Roma aveva perso la coppa dei Campioni ai rigori, all’Olimpico con il Liverpool. Una terribile coincidenza. Esatto, coincidenza. Marisa De Santis è una donna che seleziona le parole, che guarda negli occhi, che non sfugge a sé stessa. La memoria di Marisa è intatta, guarda al passato per valorizzare il presente. Trent’anni fa: «Era la fine degli anni ’70. Roma era diversa, era più a misura d’uomo. Dirsi buongiorno aveva un valore. Era una festa tra amici. Mi dissero “guarda, c’è il capitano della Roma, quel famoso Di Bartolomei”. Sembrava antipatico, non brillava per favella. Pensai: lavora con i piedi! Lui ascoltava, mi chiese che lavoro facessi. Ero un’assistente di volo, una hostess. Rispose con una battuta, si aprì in un istante. Ci siamo frequentati per diversi mesi, ci siamo messi insieme e ci siamo sposati». Era un calciatore, il capitano della Roma del barone, di Nils Liedholm: «I miei mi dicevano sempre: “ok, gioca a calcio, ma che lavoro fa?”. Noi eravamo completamenti estranei al calcio, non ci capivo niente, non mi interessava. Ma vivevo con Ago e dovevo entrare nel suo mondo, che era passione, sacrificio, gioia. Andavo allo stadio. Nel gioco a zona di Liedholm, che metteva a dura prova la velocità di Agostino e che ne esaltava le qualità di combattente, rivedevo “Il gioco delle perle di vetro” di Hermann Hesse». Il pallone, i libri, la pittura: «Non frequentavamo i salotti, il generone romano. Ci piacevano le cene con gli amici, le mostre di pittura, le presentazioni di libri. A letto leggevamo molto. Ci scambiavamo i libri con gli amici. Ago era ghiotto di arte. Certo, c’erano anche le serate con la squadra, promosse da Ago perché era il capitano e ci teneva al gruppo, al rispetto, più che l’amicizia. L’amicizia tra i calciatori è impossibile, c’è troppa competizione. L’importante che ci sia rispetto. E Ago era rispettato, apprezzato dai tifosi e dall’allenatore». Tre anni, un crescendo: 1982, nasce Luca; 1983, lo scudetto; 1984, la finale di coppa dei Campioni a Roma. «La gente era sicura di vincere, sentiva quella coppa già in bacheca. I rigori hanno zittito il pubblico, i giocatori, la città. Dentro Ago aveva un dolore enorme. Non so quante notti avrà passato insonne, tante. Era un uomo che somatizzava, non riusciva a condividere il suo dolore con gli altri». Il peggio arriva con Eriksson: «Non credo che il nuovo allenatore non volesse Ago, piuttosto il presidente Dino Viola aveva previsto altre scelte e aveva progettato di vendere Ago al Milan, dove c’era Liedholm che l’avrebbe accolto a braccia aperte». E fu Milan: «Ci trasferimmo a Milano. Luca era piccolo, c’era tanta neve, faceva freddo. Avevamo nostalgia di Roma. Ago voleva chiudere la carriera a Roma». Non c’entrano le discussioni con i compagni di squadra: «Quei rigori hanno segnato tante persone, Ago s’infuriò con Falcao che non volle batterlo. Aveva un buon rapporto con Bruno Conti, meno con Ciccio Graziani, che aveva un carattere particolare». Un anno a Cesena, due alla Salernitana: «Noi venivamo a San Marco d’estate, dalla mia famiglia. Avevamo deciso di costruirci una casa sul mare e Ago voleva farsi un’altra promessa e mantenerla: portare la Salernitana in serie B, risollevare la storia di una squadra che faticava nei campi di serie C». La Salernitana in B, e Agostino si ritira: «Quando smetti non è facile ritrovare un equilibrio, fisico e psicologico. Si passa da tre ore di allenamenti al giorno a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina ogni domenica, ad un’esistenza normale. Sembrerà una sciocchezza, ma credo che uno psicologo, qualcuno che stia vicino a chi smette di giocare sia necessario. Perché è dura». Senza riconoscenza, durissima: «Ago voleva allenare i bambini, farli crescere senza ingannarli. Sbaglia chi si fida troppo del calcio, che è finto, che fa male. Voleva dare l’esempio: non con le parole, che non sapeva e voleva maneggiare, con il comportamento». Nessuna chiamata dalla Roma: «E oltre ad uno studio assicurativo a Salerno, aprì una scuola calcio a San Marco. Era deluso dagli altri. Ma era felice». Il 29 maggio: «Cena con gli amici, un salto al mare. Luca sulle spalle di papà. Normale. Non me l’aspettavo, non era da lui. Non cerco spiegazioni. Anche se il gesto è stato improvviso, una debolezza che poteva superare, avesse scelto un altro modo per sopportare quel senso di debolezza». Con la pistola, non si può. Non si può rimediare. Il dopo. «Avevo bisogno di coccole, di una tata. Mi sono ripresa. Nella villa ospito amici e gente selezionata, sette stanze, prima colazione. Faccio l’alberghiera! Qui c’è la quiete, sente il mare? La gente viene da Roma e da fuori per rilassarsi. E quando vado a Roma, a trovare mio figlio Luca, avvocato, che per fortuna non aveva le doti per fare il calciatore, rientro nello smog, nel traffico, nella vita veloce». L’erede, Francesco Totti: «E’ venuto qui, nel ’95, per un torneo di calcio giovanile. Gli dissi: “Sarai il capitano della Roma”. E’ un bravissimo giocatore, un uomo educato e corretto, uno splendido padre”.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: l'Unità di sabato 30 maggio 2009)

Chi il coraggio ce l'ha

In molti interventi sulla vicenda Maldini si è detto che la curva del Milan non è più quella di una volta. A parte il fatto che non concepiamo l'idea stessa di curva, da quelle di una volta a quelle di adesso e dal Milan al Lignano Sabbiadoro, un contributo alla conoscenza dei fatti arriva da Luca Fazzo. Che sul Giornale ha messo a fuoco alcuni punti importanti. Pubblichiamo alcuni estratti del suo lavoro, invitando a leggere l'articolo completo, pieno di episodi e riferimenti da far paura.
''Martedì scorso il pm milanese Luca Poniz ha chiesto il rinvio a giudizio dei capi della nuova curva rossonera. Associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. I Guerrieri Ultras - questo il nome del gruppo che ha cannibalizzato a tempo di record la curva - sono accusati da Poniz di avere trasformato la Sud in una macchina da soldi, imponendo con la forza la propria legge...''. Indiscreto: si tratta dello stesso gruppo delle foto pubblicate ieri, quelle della festa natalizia con Galliani ed Ambrosini non esattamente entusiasti di essere lì.
''Una inchiesta ancora riservata, condotta dalla Digos milanese, sta ricostruendo in queste settimane il filo che lega un’altra serie di violenze. Violenze ai danni dei tifosi «concorrenti». E violenze sugli spalti, sorta di messaggi mafiosi inviati al Milan per costringerlo a venire a patti con i nuovi capi della curva. Il cervello è sempre lo stesso: Giancarlo Lombardi detto «Sandokan». Lombardi alla partita non ci va più, perché colpito da diffida. Uno dopo l’altro anche i suoi luogotenenti - Luca Lucci, Mario Diana, Giancarlo Capelli - sono stati colpiti da diffida. Ma anche dall’esterno i capi Guerrieri continuano a dettare legge. Lombardi due giorni fa era in via Turati, davanti alla sede del Milan, a farsi intervistare, spiegando e rivendicando gli insulti a Maldini. Brigate Rossonere, Commandos Tigre, Fossa dei Leoni: i gruppi storici sono spariti dalla curva molto in fretta''. Indiscreto: i veri tifosi non hanno voce, se non per fare domande di calciomercato a giornalisti che ne sanno meno di loro, mentre gli ultras sono mediaticamente onnipresenti. In particolare Capelli, il cosiddetto Barone (povero Liedholm, povero Causio, povero Sales, poveri noi), si è visto su varie tivù locali trattato come un interlocutore calcisticamente serio: gli facevano domande come se avessero avuto davanti De Rossi o Inzaghi, prendendo e portando a casa i suoi monologhi.
''Se questo è il milieu che sta dietro i Guerrieri Ultras, non c’è da stupirsi se le loro vittime scelgano quasi sempre di stare zitti. La sera del 25 gennaio 2007, davanti a San Siro, Valter Settembrini dei Commandos Tigre viene massacrato di botte da due Guerrieri, Michele Caruso e Massimiliano Colombo. Lo accusano di essere un confidente della Digos, lo rovinano di botte. Ma al processo Settembrini non si costituisce neanche parte civile. Scena ancora più eloquente a Torino, 20 maggio 2008, Juventus-Milan. Un tifoso juventino, William Marzano, viene aggredito brutalmente dai Guerrieri. Le telecamere immortalano il solito Luca Lucci. Quando la polizia lo incrocia all’uscita dallo stadio, pesto e sanguinante, Marzano dichiara testualmente: «Non è successo niente, sono caduto dalle scale». L’impunità genera altre violenze. Il 15 febbraio scorso Virgilio Motta, tifoso interista, viene aggredito durante il derby. Luca Lucci gli sfonda un occhio, Motta perde la vista per sempre. Questi sono i metodi criminali della nuova curva del Milan''. Indiscreto: non è obbligatorio applaudire Maldini, nemmeno Pelé o Di Stefano hanno raccolto consensi unanimi. Però capirete perchè lo riteniamo coraggioso.




A grande richiesta, questa volta davvero, iniziamo la pubblicazione delle prime pagine dei quotidiani sportivi. Per poterne parlare criticamente, senza offendere, e magari stimolare la lettura dei loro e dei nostri articoli. L'unica cosa che abbiamo imparato è che il titolo è raramente coerente con il contenuto del pezzo...