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Calzettoni alla Sivori

di Dario Spagnoli
Al rientro in Italia, andammo ad abitare al nr. 251 di via Nonantolana, nella prima periferia di Modena. Il rione non era dei più signorili, ma si stava bene lo stesso; la mia casa era circondata da prati verdi che, per noi bambini, rappresentavano un grande sfogo, fornendoci innumerevoli occasioni di gioco. La stessa cosa oggi sarebbe impossibile, visto che tutto quel verde ha ceduto il posto ad enormi palazzoni. Ho cominciato a tirare i primi calci, come tutti i bambini, nel campetto dell’oratorio di don Sergio Mantovani, passato poi agli onori della cronaca per essere diventato il cappellano dei piloti di Formula 1. Parrocchia di Santa Caterina alla Crocetta, gran cuore proletario della Modena del tempo. Era circa la metà degli anni ‘60 e tutti i santi giorni chiunque avesse voluto trovarmi, poteva venire a cercarmi, senza possibilità di errore, in quel campetto.
La mia prima divisa da calciatore me la regalò mio fratello, avevo poco meno di 9 anni: si trattò, inevitabilmente, della divisa della Juventus, perché lui sapeva che io impazzivo per Sivori. Ero infatti diventato juventino giocando con Roberto e Paolo, due bambini più grandi di me, nel cortile di casa; tutti e due avevano la maglietta bianconera e quando facevano le partitelle uno diceva:
«Io sono Sivori», e l’altro rispondeva:
«Io sono Charles».
Io, inconsciamente propendendo per Roberto, cominciai ad avere una grande ammirazione per il fuoriclasse argentino, che mi rimase nel tempo. Cercavo di copiarne i gesti e le movenze, come i calzettoni portati alle caviglie. Naturalmente, crescendo capii benissimo che non avevo le caratteristiche e soprattutto la qualità del grande Omar. Io ero gracilino, a quel tempo, e avevo molta paura dell’avversario, specialmente quando era più grande di me.
All’età di 10 anni entrai a fare parte di una squadra vera, con tanto di maglia ufficiale, tuta e partite vere; eravamo senz’altro i più scarsi del girone, prendevamo sempre delle sonore legnate, ma per me andava bene lo stesso. La squadra si chiamava Messori, nome che fino allora non avevo mai sentito nominare ma che mi diventò incredibilmente familiare, pur non dicendomi nulla. La divisa era: maglia verde con ampia striscia bianca orizzontale all’altezza del petto, calzoncini bianchi, calzettoni a piacere. Il dirigente-allenatore-tuttofare si chiamava Remo Ricci, un gran simpaticone, un amico più che altro, anche se era abbondantemente più grande di me. Ci si vedeva ogni giorno perché, oltre a essere vicini di casa, si finì col frequentare, con l’andare del tempo, lo stesso ritrovo, il glorioso bar Bettolo.
Durante il periodo estivo, terminate le scuole, il nostro passatempo era quello di andare a fare il bagno alla piscina comunale, ma i soldi non abbondavano e allora si cercava di escogitare qualche sistema per raggranellare le 200 lire che ci avrebbero permesso l’ingresso in piscina. Andavamo alle montagne di polvere nera, scarti di lavorazione che le fonderie vicino casa accumulavano, e lì in mezzo c’erano i pezzi di scarto dell’acciaio, la ghisa che noi raccattavamo e rivendevamo al solito rigattiere. Partivamo al mattino e fino a mezzogiorno ci immerdavamo di nero fino alla punta dei capelli, e quando trovavamo un pezzo grosso per noi era come aver trovato una pepita d’oro. Poi facevamo l’inventario del “bottino”, la stima e, al pomeriggio, appena avuti i soldi, via in piscina fino a sera, immersi in vasca.
All’incrocio tra via Nonantolana e via Crocetta teneva bottega il mitico barbiere Pippo, un signore di mezza età che agli occhi di noi ragazzini sembrava già vecchio. Era un accanito sostenitore juventino e avevamo anche avuto, io e lui, uno scontro a carattere sportivo perché all’epoca io ce l’avevo con Edmondo Fabbri, allenatore della nazionale, che aveva deciso di escludere gli oriundi. E questo avrebbe significato per me non veder più Sivori con la maglia azzurra. Lui diceva che era giusto, io invece sostenevo il contrario. Pippo era uno di quei barbieri vecchia scuola che era venuto su dalla gavetta, senza frequentare alcuna di quelle scuole professionali di taglio e senza nessun tipo di aggiornamento, e così tutte le volte che andavamo a tagliarci i capelli, ci votavamo a qualche santo, nella speranza che potesse riuscire a farci un buon taglio. Gli dicevamo: «Pippo, mi raccomando, mi faccia un taglio alla moda». E lui ti rispondeva alla maniera canonica: «A gh peins me’: a fagh un lavursinen muderen. Isamma, ona cosa giosta!». E immancabilmente si usciva fuori con il solito taglio. Pippo aveva anche un’altra particolarità. Quando qualcuno gli parlava, aveva l’abitudine di sottolineare il discorso del suo interlocutore con un caratteristico: «Ostia, boun boun!». Cosicché, qualsiasi cosa tu gli dicevi lui ti rispondeva con quell’intercalare. Si verificavano dialoghi del tipo: «Pippo, ho comperato una bicicletta nuova che è uno spettacolo». E lui: «Ostia, boun boun!». Oppure: «Pippo, ieri sono stato a fare un giro in montagna». E lui, di rimando: «Ostia, boun boun!». Non so se sia una leggenda metropolitana o sia accaduto veramente, fatto sta che un giorno un amico entro nel suo salone e, salutando mestamente, gli riferisce di essere di ritorno dal funerale di un suo amico. E lui, senza scomporsi: «Ostia, boun boun!» (2-continua)
Dario Spagnoli
(per gentile concessione dell'autore, fonte: La mia Akragas - Quando i pali erano quadrati). Chi fosse interessato all'opera completa è pregato di contattare la casa editrice (Il Fiorino) o direttamente l'autore:
dariospagnoli@libero.it.

Slittino francese, di Dario Spagnoli


In questo racconto ho cercato di ricordare certi momenti della mia vita, particolari e particolarmente intensi per me, che ho trascorso ad Agrigento, città nella cui squadra di calcio ho militato. Non vorrei fosse inteso, questo, come un gesto di megalomania; è soltanto il riappropriarmi del diritto che, credo, ognuno di noi abbia, di dire qualcosa, di ricordare fasi ed episodi della propria vita, di raccontare se stesso. Sono stati anni bellissimi, che ricordo con tanto affetto e tanta nostalgia. Certo, non è un racconto paragonabile a quello di calciatori più illustri del sottoscritto, dal punto di vista calcistico, ma i sentimenti e le sensazioni vissute e provate sono autentiche e non le ritengo per nulla inferiori. Scrivere e raccontarmi ha rappresentato per me motivo di soddisfazione e di orgoglio. Sono felice di averlo fatto e mi ritengo soddisfatto di questo piccolo risultato.Spero soltanto di non annoiare nessuno.
Sono nato a Bergamo, città in cui mio nonno, presi armi e bagagli, ritenne di spostarsi, da Modena, insieme alla famiglia. Erano anni di magra, e questi spostamenti di intere famiglie, anche tra città del norditalia, non erano infrequenti. Successivamente, e inevitabilmente, la famiglia si allargò, e così, fra le brume orobiche e da madre orobica, nacqui io, il 30 Agosto del 1954. Appena gli fu possibile, mio padre rientrò a Modena e andammo ad abitare in Via dei Tintori, nel cuore della citta’ (sotto l’ombra della Ghirlandina) con tutti noi. Avevo due anni, per cui posso ritenermi modenese a tutti gli effetti.
Alla fine degli anni ’50 subito l’emigrazione: avevo 4 anni e la Francia fu la destinazione finale. Il viaggio è una delle poche cose che ricordo con chiarezza: lungo, interminabile, pieno di silenzi, molto simile a quello che oggi, con un termine abusato, si potrebbe definire il “viaggio della speranza”, verso l’ignoto. Sbarcammo, con le poche masserizie che ci potevano tornare utili nell’immediato e, per quanto mi riguardava, con un bagaglio pieno di interrogativi, in un paesino che si chiamava Sancy, la nostra terra promessa. Il posto, a conti fatti, si rivelò pessimo, come mi conferma ancor oggi mia madre. Aggravata, la sua bruttezza, dal fatto di essere terra di emigrazione; si trovava a una trentina di chilometri da Metz, ai confini col Belgio, e mio padre trovò un lavoro ancor peggiore, se possibile, del posto: faceva il minatore. Rimanemmo lì per quasi un anno: un anno enigmatico, di freddo e di lunghe giornate passate in casa, a guardare da dietro i vetri quelle strade troppo diritte e troppo grigie per essere vere. A quell’epoca io non andavo ancora a scuola, e da questo punto di vista, forse, era migliore la condizione di mio fratello che, frequentandola, aveva occasione di incontrare altri coetanei.
Le mie uscite si limitavano all’essere inviato, quotidianamente, a comprare il pane, le famose baguettes, che acquistavo dal boulanger vicino casa. Non tanto vicino, in quanto mi ero inventato un complesso giro dell’isolato a causa del fatto che, proprio al centro della strada ove era la panetteria, vi era una stalla, e io evitavo accuratamente i bovini dal giorno in cui, era successo poco tempo prima, giocando con un altro bambino in un prato, fui avvicinato alle spalle da un vitellino che mi sbuffò all’orecchio, lasciandomi letteralmente terrorizzato. E da allora, appunto, dovetti inventarmi questo giro lungo, che in verità mi affaticava abbastanza. Ma questa era oramai la situazione.
Un altro aneddoto che ho ben fisso in mente è, quando nel Natale del ’58 la mia nonna paterna venne a trovarci. Oltre alla gioia nel vedere un volto amico, in una terra di sconosciuti, in aggiunta mi regalò un cavalluccio a dondolo. Non so bene per quale motivo, ma dopo un po’ non ci giocavo più, lo accantonai, preferendo altri passatempi. Là l’inverno era rigido, nevicava spesso e i bambini francesi, ben più attrezzati di me e mio fratello, che con la neve ci andavano a nozze, possedevano degli slittini in legno bellissimi. Mio padre probabilmente soffriva del fatto che, per via della nostra situazione economica, non poteva permettersi di comprarcene uno ma, aguzzando l’ingegno, un giorno disfece il cavallo a dondolo e ne ricavò uno slittino. Rimase encomiabile, questo sforzo di mio padre; quanto allo slittino, alla prima discesa andò in mille pezzi e non se ne parlò più. (1-continua).
Dario Spagnoli
(per gentile concessione dell'autore, fonte: La mia Akragas - Quando i pali erano quadrati).
Chi fosse interessato all'opera completa è pregato di contattare la casa editrice (Il Fiorino) o direttamente l'autore: dariospagnoli@libero.it.

La mia bandiera


Ho rincontrato, decenni dopo, Dario Spagnoli nelle nebbiose terre padane, in un freddo giorno di febbraio. Era all’appuntamento, sorridente come sempre, ma con l’indelebile traccia del tempo trascorso, da quell’epoca. Mi ha fatto accomodare nella cabina del suo furgone, ornata di sciarpe e gagliardetti dell’Akragas che lui, quotidianamente, porta in giro per l’Italia, con la serenità e la ripetitività del divulgatore di un verbo ormai estinto. Siamo stati un po’ assieme, in giro, a parlare del presente, più che del passato. Mi ha affidato l’incartamento, e con esso il peso dei suoi ricordi, come chi affida il proprio figlio a cure estranee, ma fidate. Alla fine ci siamo salutati e l’ho visto sparire nella nebbia, ultimo alfiere di una bandiera che non ha più sostenitori. Nell’epoca in cui un calciatore cambia casacca tre volte nello stesso campionato, la fedeltà è diventata oramai un requisito, per forza di cose, rarissimo nel mondo del calcio. E’ finita l’epoca in cui esistevano i calciatori-bandiera, quelli che facevano un’intera carriera con addosso una sola maglia. Ecco, per Dario Spagnoli si può parlare proprio di una situazione di questo tipo. Dario è stato “esclusivamente” un calciatore dell’Akragas, un calciatore che ha svolto la sua breve, se pur intensa, carriera vestendo unicamente la maglia biancazzurra, senza un prima e senza un dopo, eccezion fatta per le trafile giovanili nella Reggiana e per le appendici, brevi e sfortunate, di Ribera e Porto Empedocle. E di questa sua esclusiva carriera ha serbato ricordi carichi di entusiasmo, per quello che è riuscito a fare, e di rammarico, per quello che poteva essere il proseguimento di una splendida carriera al servizio dell’Akragas, e che non è stato. Carriera, come si vedrà, la cui brusca conclusione non gli ha negato la prerogativa di poter essere considerato, ancor oggi, una “bandiera” dell’Akragas e un “concittadino” dagli Agrigentini. Ingrediente di base, infatti, di questa memoria è il grande amore per la sua, mai “ex”, squadra e, in generale, per la città, unito alla grande affabilità comunicativa dimostrata da una persona che, senza finzioni o secondi fini, ha voluto mettersi a nudo e portare a conoscenza di coloro che ritiene ancora i “suoi tifosi”, le sue vittorie, i suoi timori, le sue aspirazioni e i suoi fallimenti di quel tempo, riportandoci, al contempo, quel ricco intreccio di stati d’animo e di umori che circolano negli spogliatoi di una squadra di calcio. Con questi presupposti, ne viene fuori un libro che presenta, al suo interno, un alternarsi di vari registri: ironico, per la molteplicità degli aneddoti in esso contenuti, appassionato, nella minuziosa esposizione di episodi agonistici, malinconico, nel ricordo di fatti calcistici e personali poco felici. Riteniamo sia una lettura gradevole e un’occasione, per il lettore, di “ritrovarsi” nello svolgimento della storia e di tornare a essere co-protagonista di un’epoca che tutti abbiamo vissuto e che è certamente piacevole ricordare. Curare la redazione di questa biografia è stato per me come fare uno splendido viaggio a ritroso nel tempo: ripercorrere le stesse strade del bambino che ero, rivedere persone che non ci sono più, risentire gli stessi odori di quel quartiere. Tutte sensazioni che non mi hanno certo immalinconito, se mai mi hanno dato un’ulteriore opportunità, da un lato, di ricordare taluni episodi quasi dimenticati, e dall’altro di fare una più approfondita disamina di quella che fu la nostra Agrigento dei primi anni ’70, sia dal punto di vista sia calcistico che, soprattutto, sociale, senza filtri e col senno dei trent’anni in più che ci portiamo, tutti, purtroppo, addosso.
Alessandro Todaro
(per gentile concessione dell'autore del libro, Dario Spagnoli. Fonte: La mia Akragas - Quando i pali erano quadrati).
Chi fosse interessato all'opera completa è pregato di contattare la casa editrice (Il Fiorino) o direttamente l'autore: dariospagnoli@libero.it.

La mia Akragas a puntate

Pensando di fare cosa gradita ai numerosi appassionati di calcio anni Settanta, iniziamo la pubblicazione (ovviamente con il consenso dell'autore) dell'opera di Dario Spagnoli 'La mia Akragas - Quando i pali erano quadrati' (Edizioni Il Fiorino). Chi fosse interessato all'opera completa è pregato di contattare la casa editrice o direttamente l'autore: dariospagnoli@libero.it.
Iniziamo con la prefazione scritta da Carlo Petrini...

PREFAZIONE
Conosco Dario Spagnoli perché mi bussò un giorno alla porta di casa, a Monticiano, dicendo che aveva letto il mio libro, Nel fango del dio pallone, che lo aveva molto colpito e avrebbe avuto il piacere di conoscermi. Non è una situazione che capita tutti i giorni; lui mi si presentò, col suo aspetto bonario e la sua caratteristica cadenza emiliana molto coinvolgente, particolari che hanno completato la sua presentazione e mi hanno fatto capire di trovarmi davanti a una persona perbene. Lo feci accomodare e mi disse che era di passaggio per una consegna col furgone, che aveva chiesto informazioni su di me al Bar del paese e gli avevano indicato la casa. Mi fece molte domande sul contenuto del mio libro e mi raccontò brevemente anche di sé, dell’essere stato un calciatore di serie D. Da lì nacque tra noi una bella amicizia e nel corso delle nostre frequentazioni, che, distanza permettendo, continuano a tutt’oggi, mi rivelò il suo progetto di scrivere un libro ove raccogliere i suoi ricordi di ex calciatore.
Il libro adesso è una realtà ed è una realtà molto positiva, a mio avviso, perché lo scrivere di un ricordo bello fa bene a chi lo scrive e fa bene a chi lo leggerà. Non necessita essere stati calciatori di squadre titolate, per poter scrivere: l’importante è che si abbia qualcosa da raccontare, qualcosa da condividere. Io ho cominciato la mia carriera a Lecce, in serie C, per poi passare a squadre più blasonate come Milan, Roma e Torino, fra le altre, e credo che la differenza di categoria tra le serie inferiori e la serie A non pesi per nulla, quando si tratta di raccontare i propri ricordi legati al mondo del calcio; i quali hanno lo stesso valore da nord a sud, dalla serie D alla serie A. Anzi, scrivere di una squadra meno titolata, come Dario fa con l’Akragas, aiuta a conservare la memoria dei momenti sportivi positivi che quella città, Agrigento, nel nostro caso, ha vissuto, e che interessano l’autore, ma anche i suoi ex compagni di squadra, gli ex dirigenti, la tifoseria e, in generale, tutta la città. Questi libri fanno bene.
Nel calcio, oramai, di gioco non c’è rimasto più niente. I calciatori sono diventati degli attori, più ricercati delle stelle del cinema, più noti dei politici; una situazione capovolta, rispetto ai tempi in cui io e Dario giocavamo. Il gioco del “pallone” non esiste più da quando è diventato business e spettacolarizzazione a tutti i costi e, contemporaneamente, sono spariti l’umanità, l’amicizia e il forte legame che univa noi calciatori all’interno dello spogliatoio, facendoci sentire “squadra”.
Con questi presupposti non si può che sentire forte la necessità di scrivere quanto di buono si ha da raccontare, e Dario lo fa, in questo libro, con grande semplicità e col suo inesauribile entusiasmo.
Carlo Petrini