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Il complesso del Dream Team


1. Siena sembra soffrire un po' del complesso del Dream Team. Ad un certo punto la nazionale americana ha cominciato ad affrontare avversarie che non erano più paralizzate dal suo fascino come successe nel 1992 ma facevano ostruzionismo – prima – e poi hanno cominciato a giocare senza timori reverenziali e soprattutto senza pressione. Oggi quando una squadra italiana affronta Siena non ha pressioni addosso, gioca libera, non ha l'obbligo di vincere e finisce per esprimersi a livelli molto alti, come Treviso una settimana fa, Teramo nel terzo turno di campionato. Al contrario il problema di Siena è che ogni vittoria non larghissima viene interpretata dall'opinione pubblica come un mezzo segnale di cedimento. E' chiaro che viene valutata secondo standard differenti. Se i successi non chiarissimi con Treviso e Teramo sono una crepa sul muro senese lo scopriremo presto, ma la capacità di vincere a prescindere resta un segnale importante in un campionato in cui almeno tre candidate a intromettersi al vertice stanno già mostrando limiti notevoli e inquietanti. Parliamo di Treviso, Milano e Fortitudo.
2. Tre giornate non sono abbastanza per tirare delle somme. Diciamo che la Benetton sta giocando senza il suo playmaker titolare, DaShaun Wood, e questo sicuramente non la aiuta. Ma Milano non ha mai superato i 70 punti in una singola partita il che dice che il talento offensivo di questo gruppo è modesto. Diciamo che se David Hawkins e Jobey Thomas giocassero bene assieme potrebbero cambiare qualcosa ma Milano ha un look un po' troppo da squadra gregaria, oltre ad avere la sua parte di infortuni. Qualcosa dovrà cambiare perché i progetti pluriennali non si abbandonano dopo un mese ma gli errori sì. Mike Hall è un errore? Onestamente ci sembra meno scarso di come viene dipinto, ma commette tanti errori e gioca in modo un po' immaturo. Molti dicono: Milano aveva Jumaine Jones, l'ha perso per le note questioni contrattuali e dopo non poteva prendere qualcuno un po' più solido e sicuro di Hall? Forse, ma è vero che i soldi risparmiati con Jones sono stati probabilmente investiti su Hawkins.
3. La Fortitudo è un caso molto delicato. Apparentemente il problema è legato all'incompatibilità di Joseph Forte con il resto di una squadra molto turbolenta e quindi alla scommessa folle di affiancarlo a Qyntel Woods, un giocatore di talento estremo ma probabilmente anche uno dei giocatori meno graditi ad ogni livello. Ma questa è l'apparenza. Dietro ci sono storie di risse notturne, allenamenti fisici, voci inquietanti sulla solidità di un club che all'improvviso ha scelto la strada della non comunicazione, singolare con 4000 abbonati cui rendere conto di quanto succede. Ma commentare le voci è un azzardo, giusto stare ai fatti. Stando ai fatti, la rinuncia a Forte è un gesto clamoroso che ha determinato la sconfitta di Montegranaro.
4. E' possibile che si sia un po' esagerato nel considerare questo un campionato spezzato in due, vista la crisetta di tre presunte grandi ma anche l'aggressività di realtà piccole ma ricche di giocatori di qualità che divertiranno parecchio. Alla rinfusa citiamo il tiratore rookie di Teramo, Jaycee Carroll, la guardia portoricana cresciuta a Miami di Caserta, Guillermo Diaz, forse lo stesso Shan Sugar Foster casertano, di sicuro Andre Collins, miniplaymaker al terzo anno a Ferrara, che tira da distanze incredibili, poi Bryce Taylor, strepitoso atleta di Montegranaro. Insomma, ne vedremo di belle su tutti i campi. Non è un brutto campionato, basta non giudicarlo necessariamente sul metro del rendimento delle solite grandi per poi liquidarlo come livellato verso il basso solo perché Treviso, Milano o Fortitudo restano, appunto, in basso.
5. Parte la stagione NBA e non abbiamo idea di chi vincerà il titolo. I favoriti sono i Lakers, lo dicono tutti, e il pronostico ha senso perché una squadra arrivata in Finale riceverà il supporto di Andrew Bynum. Ma c'è una statistica curiosa: nella NBA è più facile ripetersi che vincere il titolo dopo aver perso una Finale. Dal 1989 quando Detroit vinse il titolo battendo i Lakers un anno dopo averci perso in Finale, nessun club sconfitto in Finale si è imposto l'anno successivo. Striscia avviata dai Lakers nel 1990 e poi proseguita con Portland, ancora Lakers, ancora Portland, Phoenix, New York, Orlando, Seattle, Utah due volte di fila, New York, Indiana, Philadelphia, New Jersey due volte di fila, Lakers ancora, Detroit, Dallas, Cleveland. Difficile spiegare questo fenomeno ma qualcosa significa. Una scelta molto trendy potrebbe essere New Orleans in virtù di Chris Paul e dell'aggiunta di James Posey, uomo da due titoli da gregario in tre anni a Miami e Boston. Ma gli Hornets hanno una panchina piuttosto corta. I Celtics possono certamente ripetersi, ma dipenderà molto dal livello di motivazioni dei Big Three ora che hanno vinto il titolo.
6. La vicenda di Isiah Thomas, ricoverato brevemente in ospedale per una overdose di sonniferi ha lasciato interdetti e un po' tristi. Ha tentato il suicidio o no, ha cercato di coprire l'accaduto attribuendo il problema alla figlia 17enne ipoglicemica o no? I giornali di New York sono andati giù pesanti come del resto erano stati pesanti nel valutarlo come presidente, general manager e allenatore dei Knicks. Ma la vicenda adesso è umana. Isiah è un uomo ricchissimo, ma come tutti i grandi campioni, sparito l'applauso della folla e nel suo caso incapace di duplicare fuori del campo i successi che aveva riscosso in campo, sembra essersi smarrito. Non c'è niente di più triste che vedere un campione, ammirato per la sua forza mentale, il killer instinct, imboccare la strada della depressione. Non tutti riescono a gestire il post-carriera nel modo migliore. Forse nei suoi seminari la NBA (ma citiamo la NBA solo perché è di lei che stiamo parlando) oltre che spiegare ai rookie come comportarsi al top della notorietà, dei guadagni e della fama, dovrebbe insegnare ai veterani a gestire il passaggio da eroi che ricevono trattamenti regali a soggetti alle prese con il dilemma più grande: come arrivare a sera?

C'era una volta la zona


1. Le prime giornate di campionato sono tradizionalmente fatte apposta per sconfessare quanto accaduto una settimana prima, anche perché il calendario influisce sulla graduatoria in misura evidente. Ad esempio, Teramo è senza dubbio la squadra sorpresa del giorno, con due vittorie in due gare e tuttavia ha battuto Ferrara e Biella, entrambe a secco di vittorie e probabilmente squadre di terza fascia, se il campionato come si dice avrà appunto solo tre fasce di merito e non quattro. Di sicuro il calendario non l'ha danneggiata anche se a Biella ha vinto senza Poeta. Roma, che nella prima giornata aveva battuto Caserta in casa dopo un supplementare, ha spadroneggiato a Bologna contro una Fortitudo che a sua volta era stata capace di dominare a Udine con due giocatori in meno (Huertas e Woods). E la stessa Caserta è stata triturata in casa da Cantù, una settimana prima abbattuta da Siena sul proprio campo. Insomma, servirà del tempo per identificare i valori. Sabato Roma ha destato grande impressione contro la Fortitudo ma i bolognesi hanno sbagliato 20 dei primi 21 tiri. Una statistica del genere non si giustifica solo con l'eccellente difesa capitolina. Milano si è fatta rimontare un vantaggio di oltre venti punti dalla Virtus Bologna bloccandosi contro la difesa a zona. Il problema in effetti è che l'Armani Jeans sta segnando un po' poco. Per quanto bene puoi difendere è dura uccidere le partite segnando meno di 70 punti com'è successo sia a Pesaro che contro la Virtus. Ma si può rispondere che di fatto la partita con la Virtus era stata uccisa, un vantaggio di 22 punti nel terzo quarto quale altro significato deve avere se non partita finita? E tuttavia diciamo anche che la Virtus è la squadra forse più pericolosa da portare ad una volata finale perché già ai tempi della NBA, Earl Boykins i finali tirati riusciva a deciderli.
2. Anche Danilo Gallinari, come aveva fatto Marco Belinelli la scorsa stagione, ha scartato con sdegno l'ipotesi di andare a giocare brevemente nella D-League. E' chiaro che dal punto di vista di un ragazzo europeo l'idea è interpretata come una mezza bocciatura, un oltraggio, laddove la volontà sarebbe quella di far accumulare al giocatore esperienza, ritmo, minuti di presenza agonistica. Ma c'è un altro aspetto da ricordare: gli europei sono molto legati al concetto di squadra come gruppo più di quanto lo siano gli americani, almeno a livello professionale. Per cui succede che un Gallinari vada a New York e si senta parte della resurrezione dei Knicks, si senta uno che aderisce ad un progetto, un ideale. Lo stesso valeva per Belinelli. La visione degli americani è più centrata sull'individuo, in questo caso sul giocatore, su cosa è meglio per lui e infine per la squadra. Ma un europeo se si sente parte di una squadra vuole esserne protagonista anche emotivamente.
3. Questa è la settimana dell'Eurolega, che ha tanti difetti e non è gestita sempre con un piano preciso in mente ma ha avuto il merito di costruirsi una reputazione tecnica importante persino in America. Sul piano politico il fatto dell'anno è la rottura tra la stessa Eurolega e la lega spagnola che ne aveva guidato la nascita e di fatto è anche la struttura che gestisce l'Uleb, l'unione delle leghe europee, quella che a sua volta dovrebbe contenere la stessa Eurolega. Un gioco di scatole cinesi meno complicato di quanto si pensi. Da una parte ci sono i grandi club europei, grandi nel senso di ricchi, che vogliono un torneo il più chiuso possibile, e dall'altra c'è la lega spagnola che si sente minacciata. A lungo raggio il piano dell'Eurolega è diventare un torneo omogeneo, magari senza arrivare a portare via i suoi club dai campionati nazionali, ma comunque un campionato di riferimento che con il tempo finirà per rendere insulse le leghe nazionali almeno laddove ci sono club effettivamente competitivi su scala europea. La Spagna vuole difendere il suo orticello privilegiato, la sua bella lega, ed ecco perché propone un'Eurolega versione non Champions League come si dice erroneamente ma versione Coppa dei Campioni di una volta, aperta di fatto solo ai campioni nazionali, che non ha alcuna probabilità di essere accettata. E' chiaro che ha sparato alto per ottenere qualcosa a metà strada e forse anche per limitare un po' lo strapotere di quei club che hanno preso a dettare le leggi senza curarsi degli altri, vedi CSKA, Maccabi, Panathinaikos.
4. Adesso che Golden State l'ha tagliato siamo curiosi di scoprire se Dan Dickau attenderà un'altra chiamata NBA o tornerà in Europa con un'altra mentalità o forse con quel passaporto polacco che lo renderebbe molto più appetibile in ogni angolo del continente. Dickau ha detto che qualche dolore alla schiena è stato ingigantito dal club di Avellino. Ma questa è un'altra conseguenza dell'introduzione delle finestre di mercato. Il timore di giocare un mese e mezzo in situazione svantaggiosa ha convinto i club a fare subito un bilancio della situazione stranieri. Se Avellino non era convinta di Dickau, fosse una questione fisica o di rendimento, ha fatto bene a porsi il problema subito. Adesso ci sono club con americani in discussione ma se li dovranno portare dietro fino al 24 novembre oppure bruciare il jolly di mercato con la conseguenza di non poter poi intervenire più in situazioni di emergenza improvvisa per infortunio o altro.
5. La vittoria della Virtus Bologna a Milano ha due padri, ovvero il secondo tempo mostruoso di Gui Giovannoni e la chirurgica capacità di Earl Boykins di controllare ritmo e partita nell'ultimo quarto in cui il concetto è quello di mandare subito gli avversari oltre il limite di quattro falli e poi lasciare che lui gestisca la palla, si procuri altri liberi e li trasformi dalla lunetta. Ma è vero che la difesa a zona ha paralizzato l'attacco di Milano. Quella difesa a zona che continua ad essere probabilmente l'arma più sottovalutata del basket moderno. Viene usata pochissimo e solo in situazioni particolari, praticamente nessuno si mette a zona dal primo minuto e in linea di massima è considerata una difesa per deboli. Renato Pasquali ha ammesso di non averla preparata un granché e di averla usata perché ormai non c'era più nulla da perdere. L'efficacia della zona oggi è soprattutto psicologica. Se la fai decentemente obblighi gli avversari a tirare da fuori e se non ci prendono si bloccano mentalmente e sbagliano. Ma nessuno prova a fare la zona, se non come difesa base (Syracuse ha vinto un titolo NCAA facendo la 2-3 per 40 minuti tutte le partite) almeno come proprio strumento difensivo e non necessariamente perché non ci sono altre strade da provare. Oggi ad esempio Roma fa una buona zone-press nella metà campo avversario ma sarebbe interessante se qualcuno provasse a rovesciare un po' le carte in tavola. In passato ci sono stati allenatori che usavano la zona sul serio, Ezio Cardaioli, Mario De Sisti (spesso difese miste), lo stesso Rudy D'Amico, e si differenziavano dalla massa. Oggi succede troppo poco.
Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

Sempre più lontana


1. Tutti sognano un campionato un po' più equilibrato e incerto rispetto agli ultimi due, ma pensare che la differenza odierna tra Siena e le altre grandi teoriche del torneo sia destinata a ridursi con il passare del tempo è oggi solo una speranza. E' sicuro che ci siano squadre in grado di giocare meglio, che progrediranno in modo inequivocabile e saranno più competitive di adesso. Ma avvicinarsi a Siena è un'altra cosa. Il Montepaschi continua a giocare con la stessa forza mentale, lucidità, precisione degli altri anni e le vittorie anziché indebolirlo caratterialmente hanno alzato il livello di fiducia. La squadra sembra più forte di prima e gioca meglio. Dovremmo aggiungere che se la squadra più forte come organico e più collaudata ha anche il miglior allenatore e il miglior assistente allenatore i giochi sono già fatti. La vittoria di Cantù può rientrare nella normalità. Le dimensioni anche. Eppure avevamo visto Cantù in precampionato, l'abbiamo vista nel primo tempo della stessa partita. Pensavamo che sarebbe finita diversamente. E non siamo rimasti delusi da Cantù, ma stupiti dalla determinazione selvaggia di Siena. Luca Dalmonte, il coach canturino, ha detto che ad un certo punto la sua squadra ha smesso di giocare. Ma l'ha fatto perché il livello di concentrazione, di intensità mentale necessario per giocare contro Siena è logorante. Potremmo sbagliarci, a noi sembra che la differenza sia aumentata, con buon pace di tutti.
2. D'altronde intendiamoci: la squadra identificata come la rivale più credibile è Roma. Roma è stata l'unica formazione italiana capace di battere Siena nei playoff negli ultimi due anni. Ma rispetto all'anno scorso – quando un po' di differenza tra le due squadre comunque c'era – la Lottomatica non ha più David Hawkins ed Erazem Lorbek. Fino a prova contraria erano i suoi migliori giocatori. Ne ha presi altri, alcuni molto buoni come Sani Becirovic, Primoz Brezec, Andre Hutson e anche Brandon Jennings, ma rinforzarsi partendo dalla cessione dei migliori non è facile. Milano ha perso Danilo Gallinari: la ricostruzione è nata da questa base di partenza. E appunto Milano come le bolognesi e Treviso è stata rifatta praticamente da capo.
3. La vittoria di Milano a Pesaro sembra uno spot contro l'importanza degli allenatori. E' una forzatura, ovviamente, ma le due giocate decisive sono state un tiro di Hawkins da otto metri e uno di Luca Vitali fuori equilibrio da otto metri anche quello. Non erano buoni tiri, non erano tiri ad alta percentuale, erano quel genere di tiri che da avversario dici di voler concedere. Ma sono andati dentro e con quelli Milano ha vinto. La partita di Pesaro è stata brutta ma sono questo genere di partite che danno fiducia, ti permettono di guadagnare tempo e di costruire una buona stagione. Quindi non è una vittoria da sottovalutare anche se certamente Mike Hall non ha convinto e Hawkins non potrà giocare tante altre volte a quei livelli. Ma è un dato di fatto che le sei grandi presunte abbiano tutte vinto. Primo segnale di un campionato davvero spaccato in due?
4. Dan Dickau sta cercando disperatamente di fare la squadra di Golden State Warriors. Non hanno di fatto un point-man perché Baron Davis se n'è andato, Monta Ellis si è spaccato tutto cadendo da una moto e la posizione è vacante. Se la contendono CJ Watson, ex delusione di Reggio Emilia, Marcus Williams più DeMarcus Nelson e appunto l'ex avellinese. Ai giornali americani ha raccontato la sua versione dell'esperienza italiana. Prima di tutto voleva andare in Russia, ma l'offerta di Kazan partiva dal presupposto che avesse un passaporto polacco, e lui non lo aveva. Così è andato ad Avellino portandosi dietro moglie e tre figli. "Non era la situazione giusta per tanti motivi, la squadra, la città, l'organizzazione che avrebbe dovuto facilitare l'ambientamento della famiglia. Poi per un paio di giorni ho avuto dei dolori alla schiena e hanno reagito in modo totalmente sproporzionato, come se fossi arrivato già rotto... Sono tornato in America e dopo due giorni ero pronto per giocare". Per la verità circolava anche un'altra teoria e cioè che per curarsi Dickau avesse bisogno di medicinali che da noi sono doping mentre in America sono perfettamente consentiti. Può anche essere che alla fine, schiena o no, ad Avellino si siano convinti che avere Travis Best sarebbe stato più produttivo per tutti.
5. L'introduzione delle finestre di mercato può avere effetti collaterali superiori a quanto si pensi. Ad esempio se oggi Pesaro decidesse che la coppia Stanic-Van Rossom in regia è inadeguata – alzi la mano chi non l'ha pensato vedendoli contro Milano – potrebbe prendere un rinforzo e utilizzarlo subito ma quello sarebbe il tesseramento jolly, l'unico effettuabile in qualunque momento. A parte quello, tutte le variazioni all'organico sono consentite solo quando si aprono le finestre. La prima vittima di questa situazione è la Fortitudo Bologna. Aveva scelto di non tesserare Earl Barron in quanto infortunato, mossa saggia per non sprecare né il tesseramento (ne sono consentiti solo 16 quest'anno, erano 18 l'anno passato) e il famoso visto per gli americani. Così avrebbe potuto attendere Barron o nominare un sostituto salvo decidere in seguito se attendere la finestra o giocarsi il jolly. Ma nel frattempo ha sbagliato il tesseramento dell'italo-brasiliano Marcelinho Huertas. In pratica non è stato presentato un certificato di residenza, necessario per il tesseramento di un italiano acquisito proveniente dall'estero. Huertas non è stato tesserato in tempo. Ora può giocare subito alla seconda di campionato ma diventa il tesserato-jolly il che obbligherà i bolognesi a far giocare Barron o un altro solo dopo il 23 novembre.
6. Marco Belinelli non riceve più elogi facili dal suo allenatore Don Nelson. Il coach l'ha definito mentalmente forte, uno che vuole diventare un giocatore e ha lavorato duro perdendo anche peso in estate per cui è più veloce ed esplosivo. Ma ha aggiunto che finora non ha superato alcuno che gli fosse davanti nella rotazione. "Kelenna Azubuike è ancora migliore di lui e i minuti per quel ruolo di terzo esterno non sono infiniti", ha detto. Nelson usa Stephen Jackson da guardia e Corey Maggette da ala piccola. Ma contro Oklahoma City, Belinelli ha giocato 45 minuti, ha anche portato palla e segnato 22 punti. Qualcosa sta facendo. Ma Nelson è uno che quando parla va preso con le pinze. Spesso dice cose che non pensa o smette di pensare di lì a poco.
7. Daniel Hackett è stato intervistato da Sports Illustrated. O meglio, dal suo sito. Ci sono cose interessanti che vale la pena menzionare. 1) Non ha mai pensato di tornare in Italia prima di completare il ciclo di studi a Southern California perché è una persona leale e vuole andare nella NBA partendo dal percorso tradizionale: high school, college, NBA. 2) Il tatuaggio con scritto lo stallone italiano non onora le sue origini ma la sua high school. Quando andava in lunetta i tifosi cantilenavano "Italian Stallion, Italian Stallion". Si è scritto il soprannome per ricordarsi quei giorni. 3) La prossima estate sarà disponibile a giocare in nazionale. 4) Danilo Gallinari è un suo amico, lo conosce da tempo e gli pronostica grande successo a New York. 4) Il giocatore NBA che che gli piace di più è James Posey perché fa le cose semplici, silenziose e vince. Ad Hackett piace l'aspetto competitivo, agonistico del basket.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

Brandon di qualità

1. L'esclusione di Capo d'Orlando – dolorosa per la città, la tifoseria, i giocatori, i tecnici, i dirigenti, gli impiegati e anche perché era una bellissima favola – ha quale unico merito quello di restituire alla serie A una parvenza di credibilità e serietà. Sedici squadre sono un numero accettabile – forse anche un tantino alto, ma non gonfiato ad arte come a 18 – e le due retrocessioni trasformeranno il nuovo campionato in una battaglia tecnica senza esclusione di colpi. Il blitz dei piccoli club che avevano provato a imporre un campionato senza retrocessioni è stato sventato. In una drammatica assemblea di Lega, venerdì scorso, i grandi club erano riusciti a dare un contentino ai peones: una retrocessione se Capo d'Orlando fosse stata salvata sapendo che sarebbe partita con una penalizzazione enorme; due se il campionato è a numero pari di squadre. Hanno vinto i grandi club. E ora via alla battaglia perché roster alla mano diremmo che non rischiare la retrocessione sono senza dubbio al massimo nove squadre: Siena, Roma, Milano, Treviso, le due bolognesi più Pesaro, Avellino e Cantù. Ma almeno le ultime tre non ci giurerebbero.
2. Il presidente di Lega, Francesco Corrado è una persona rispettata, tutta d'un pezzo per il quale è facile nutrire affetto. Sta gestendo la Lega con lo spirito del crociato e si batte come un leone per dimostrare che i club sono uniti. Ma i suoi associati parlano, parlano tutti troppo e certi segreti hanno le gambe corte. Ha detto che tutti i club si sono resi conto che bloccare le retrocessioni non sarebbe stato intelligente e per questo non si è neppure votato. E invece l'hanno fatto e se la mozione non è passata è solo perché non ha raggiunto il quorum necessario. Contro le retrocessioni si sono espressi in otto o nove non è chiaro, in quattro si sono astenuti, due proprietari hanno litigato di brutto. Insomma, non è una lega unita, non lo sarà mai, non potrà esserlo in nessun caso. Corrado resiste perché ha buoni attributi ma l'hanno voluto lì perché permettesse ai proprietari di avere un nome da spendere e da mandare avanti ma poi le decisioni sono collettive. Il problema è che quando gli interessi di ricchi e poveri sono in contrasto non si può più governare collegialmente. Serve un uomo forte. Ma nessuno lo vuole e forse non esiste nemmeno. Corrado è il più forte che si possa avere di questi tempi. Un club piccolo per salvarsi in un campionato severo come questo potrebbe aver bisogno di due giocatori in più da prendere durante l'anno. Ballano come minimo 400.000 euro. Se fossero state bloccate le retrocessioni quei 400.000 euro sarebbero restati in banca e magari uno o due giocatori sarebbero stati ceduti o scaricati risparmiando altri soldi. Alla fine tra un campionato con due retrocessioni e uno senza ballano almeno 600.000 euro. E due club retrocederanno comunque. Di fronte a queste considerazioni pensare prima agli interessi del movimento che a quelli particolari è davvero un'impresa. Ma Corrado alla fine il risultato con qualche affanno l'ha portato a casa. E pazienza se alle 18 di venerdì chiedeva ai suoi associati di non divulgare informazioni sul calendario della A a 16 squadre già consegnato e dopo due ore la prima giornata era nelle mani di un quotidiano e il giorno dopo nelle mani di tutti i giornali.
3. Da tutta questa vicenda altri spruzzi di veleno. Solo una e-mail di un ex giocatore siciliano in esilio a Copenhagen e fatta circolare in Lega, tra i club e infine tra i giornalisti ha sventato uno scandalo che però ci pare riguardi più il Coni che il basket. Nella commissione della Caera di Conciliazione e Arbitrato del Coni che avrebbe dovuto deliberare su Capo d'Orlando un membro era cugino di Enzo Sindoni, proprietario del club. Solo l'ingombrante e-mail ha svelato l'arcano e suggerito le dimissioni dalla causa in questione del cugino di Sindoni. Si è sfiorato il ridicolo. Ora Capo d'Orlando esce dalla giustizia sportiva e si rivolge al TAR. Qualcosa ci dice che la partita non sia ancora finita. Ma almeno adesso si parte.
4. Visto finalmente Brandon Jennings il baby-fenomeno di Roma che secondo le prime previsioni sui draft NBA dell'anno prossimo può entrare tra i primi dieci. Eravamo molto scettici sul ragazzino. In parte lo siamo ancora: a 19 anni senza avere mai giocato contro un giocatore maggiorenne come avrebbe potuto rispondere alla sfida di un campionato ricco di giocatori che non lo valgono sul piano del talento o su quello atletico ma sono più forti fisicamente, cattivi, esperti, smaliziati? Ma dopo averlo visto contro la Virtus Bologna molte perplessità se ne sono andate. Ora siamo solo curiosi di vederlo in campionato, in partite vere. A parte il prevedibile atletismo ha un arresto e tiro in controtempo a tre metri dal canestro virtualmente immarcabile. E' un altro motivo di grande attrazione del campionato, nato sotto il segno della stalle ma con la forte possibilità che diventi invece il campionato delle stelle. Woods, Boykins, Jennings, Neal, Domercant. E parliamo solo dei nuovi.
5. Intanto è cominciata la preseason NBA e ha già giocato Marco Belinelli. Diamo a queste partite il peso che hanno ovvero nulla, perché i minutaggi sono fatti apposta per risparmiare i giocatori veri e gli allenatori usano i panchinari per decidere le rotazioni o persino gli elementi da tagliare. Ma al primo colpo il bolognese ha fatto 14 punti e ha tirato bene. Siccome in quintetto dopo le vicende estive da guardia gioca l'ala Stephen Jackson per fare posto a Corey Maggette come ala piccola, una guardia vera come Belinelli può trovarsi la strada spianata. Far bene in prestagione è il primo passo. Tra i compagni di squadra di Belinelli figura anche Dan Dickau che ha battuto tutti i record di guarigione. Ad Avellino aveva la schiena a pezzi e non poteva restare. Dopo 48 ore era a Oakland ad allenarsi. Non ha giocato contro New Orleans per scelta del coach, ma il fatto è sospetto. Dickau purtroppo era uno dei grandi colpi del mercato estivo. Alle volte puntando troppo in alto, si finisce molto in basso. Avellino ha ripiegato bene su un professionista come Travis Best ma la mezza fuga di Dickau è roba da altri tempi. Siamo curiosi di vedere Andrea Bargnani dopo un'estate di lavoro. Secondo testimoni oculari si è presentato al camp a quota 262 libbre, circa 121 chili di peso. Cifra che già fa paura. Poi dicono che in allenamento giochi costantemente vicino a canestro dopo aver lavorato nei camp estivi per costruirsi quel gioco ravvicinato che prima non ha mai avuto. In generale non siamo mai gasati quando un giocatore prende peso perché certamente può servire ma spesso genera infortuni, produce lentezza, fa perdere atletismo. Ma forse Bargnani è un'eccezione.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

Piove sul bagnato

1. La caduta di Fausto Maifredi e del governo federale era nell'aria. Diciamo che si poteva trovare un accordo tra le parti, anticipare le elezioni che ci sarebbero state comunque ed evitare il commissariamento che comunque bloccherà un po' di attività. Ha rischiato di cadere il governo di Lega a causa dell'ostinazione di Francesco Corrado di mandare in onda la presentazione di Venezia a a dispetto del momento. Ma diciamo pure che Corrado è un presidente voluto dai club per governare collegialmente, quindi lui o un altro non sarebbe cambiato molto. E comunque sotto la sua ala qualcosa di positivo è successo: i club si sono compattati, almeno sui grandi temi sembrerebbero sulla medesima lunghezza d'onda. Ora se in queste ore verrà confermata l'esclusione dal campionato sia di Napoli che di Capo d'Orlando, bisognerà tenere buoni i piccoli club che vorrebbero cogliere la palla al balzo per bloccare le retrocessioni. Sarebbe una follia, non perché amiamo particolarmente le retrocessioni ma perché sono l'unico strumento con il quale obbligare i club a darci dentro fino alla fine. Senza retrocessioni, partirebbe subito il processo di snellimento del monte salari, cessioni, transazioni, rinunce eccetera. Cantù ha proposto una retrocessione e 12 squadre ai playoff, evidentemente un'idea self-service. Lasciamo perdere: serve credibilità e in questo caso servono anche le retrocessioni. E' vero che andranno in Legadue due club che probabilmente avevano fatto abbastanza in fase di costruzione del roster per evitare che succedesse.
2. Siccome piove sul bagnato, è finito in una bolla di sapone anche l'esperimento Shawn Kemp di Montegranaro. Aveva avuto il merito di far parlare positivamente di basket durante l'estate poi tutte le perplessità tecniche e di opportunità sull'operazione si sono concretizzate ed è stata una fortuna per tutti che Kemp non abbia cominciato la stagione. Qui ci preme ribadire per l'ultima volta che la nostra idea era che si trattasse del miglior giocatore NBA mai venuto in Italia ma il riferimento era alla sua carriera americana non al momento del suo approdo da noi. Ovviamente. Per chiarire ancora: se Larry Bird domani firmasse per Milano sarebbe il miglior giocatore NBA mai venuto in Italia, non il miglior giocatore mai venuto in Italia e basta. Bob McAdoo non era una vecchia gloria appassita quando è venuto a Milano ed è stato uno dei più grandi giocatori del campionato italiano. La nostra idea era che al top del rendimento Kemp sia stato nella NBA più importante di McAdoo al suo top. Kemp non ha mai vinto niente nella NBA ma ha giocato una Finale e l'ha persa contro i Bulls. Neanche Karl Malone è andato oltre, neanche John Stockton, neanche Patrick Ewing. McAdoo ha vinto due titoli ma veniva dalla panchina dei Lakers, era importante, non fondamentale. Quello era il concetto. Ma farsi capire è davvero difficile, alle volte, poi ognuno legge quello che vuole ed è libero ovviamente di non essere d'accordo.
3. Siamo abbastanza convinti che la crisi odierna del basket italiano sembrerebbe più tollerabile se la nazionale non avesse fatto il disastro che ha fatto nelle qualificazioni europee. Purtroppo non è la prima volta che un club perde il posto in A, è successo per questioni più o meno economiche e in tempi recenti persino a Virtus Bologna e Pesaro. Ma stavolta è successo a coronamento di un periodo in cui i giocatori italiani hanno minacciato di scioperare e poi sono andati in campo e hanno fatto "abbastanza" male tanto che se avessero davvero rinunciato all'azzurro oggi avremmo almeno l'illusione che – giocando – si sarebbero facilmente qualificati come pensavamo tutti. Insomma il disastro azzurro ha fatto sembrare tutto più brutto e intollerabile. E intanto nella ridda di interviste, commenti, opinioni su quanto è successo e deve succedere nessuno ha mai osato dire la sua su un altro tema: davvero anche così questa nazionale non poteva fare meglio? A questa domanda nessuno ha ancora dato una risposta. Si passa per censori di Carlo Recalcati che per inciso passerà comunque alla storia come uno degli allenatori più vincenti nella storia della nazionale oltre che una persona seria, appassionata, che sta dando tutto alla causa e non ha mai trattato nessuno in modo maleducato. Nella sua posizione qualche volta avrebbe potuto farlo. Suoi illustri colleghi, meno vincenti, l'hanno fatto. Lui no. Per questo è umanamente difficilissimo criticarlo. Ma stiamo parlando di basket e di allenatori. Se si pensa che la sua modesta nazionale settembrina abbia reso al di sotto dei suoi mezzi – noi ne siamo certi – si può anche dirlo.
4. Intanto si sono messi a litigare anche Eurolega e lega spagnola sul nuovo format della massima competizione internazionale. L'Eurolega intesa come organismo ha varato un progetto che rende le partecipazioni sempre più blindate, la lega spagnola – la più forte – si è ribellata e ha ipotizzato una competizione stile vecchia Coppa dei Campioni in pratica aperta solo a chi vince i titoli nazionali. Sarebbe un tuffo nel passato che tecnicamente e sentimentalmente può apparire attraente ma l'Eurolega era stata inventata per uscire da questa logica, per creare una struttura tecnica e organizzativa che fosse più simile al modello NBA che a quello europeo degli anni '60. La proposta della lega spagnola può riscuotere consensi alla base ma i grandi club europei non la accetteranno mai. Una cosa si può dire: in questi anni l'Eurolega ha acquisito un prestigio enorme, che probabilmente non ha ancora trovato il successo economico cui ambirebbe, ma credibilità sì. Presso i giocatori, gli sponsor, la NBA. Indietro non si torna, anche se l'operazione nostalgia un suo fascino ce l'ha.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

Diluvio dopo le tempeste

1. E' stata quella passata la settimana più traumatica forse della storia del basket italiano. Due club espulsi dal campionato a quindici giorni dall'inizio, dimissioni di metà consiglio federale, un presidente palesemente sfiduciato e su tutto – particolare molto più importante delle beghe politiche – una nazionale che ha toccato il minimo storico di rendimento. Non si è qualificata per la fase finale degli Europei, dovrà farlo attraverso il ripescaggio che mette in palio un posto tra sei squadre. Una di queste è la Francia. Ha gli stessi problemi nostri ma onestamente non riusciamo ad affrontare nessuno con tutta questa fiducia. In aggiunta le nazionali giovanili, con la parziale eccezione dell'Under 20 di Sacripanti che da tre anni fa molto bene o abbastanza bene, hanno solo fatto brutte figure negli ultimi anni. E neppure la femminile si è qualificata per gli Europei. Peggio di così non siamo mai stati.
2. Con un bilancio deficitario in termini sia organizzativi che tecnici, nulla al mondo giustifica la determinazione con la quale il presidente federale Maifredi sta tentando di restare al suo posto e addirittura di venire rieletto anche se le possibilità ormai sembrano ridotte. Il problema è non fare confusione: se Napoli tarocca i documenti per ottenere l'iscrizione al campionato, la colpa è di Napoli e del suo atteggiamento fraudolento, Maifredi non c'entra niente. Questo va detto perché in periodi di crisi si fa presto a trovare i capri espiatori accusandoli di tutto. Ora se il problema più grave del basket italiano è tecnico, ovvero la difficoltà a produrre giocatori, a fare reclutamento, a coltivare abbastanza talento da indurre i club ad utilizzarlo senza lamentarsene troppo, è giunto il momento di portare ai vertici federali qualcuno che venga dal campo. Carlo Recalcati che ha passione, amore, carisma e l'umiltà per studiare anche i settori del mestiere dove potrebbe non essere ferratissimo potrebbe davvero essere un candidato sponsorizzabile piuttosto che rivolgersi al politico di turno, al dirigente di provincia bravo a raccogliere voti e senza nome, senza credibilità, senza carisma. Recalcati parte della soluzione della crisi del basket italiano potrebbe essere un'idea meravigliosa, anche se come allenatore dopo il biennio magico 2003-2004 – per il quale andrà ringraziato in eterno – ha fallito. Dagli Europei del 2005 ai Mondiali del 2006 (qualificati solo grazie ad una wild-card), dagli Europei del 2007 alle qualificazioni europee del 2008 siamo andati sempre peggio e abbiamo fallito in modo inequivocabile. Nessun allenatore nella storia, probabilmente in ogni sport, è mai sopravvissuto a quattro fallimenti consecutivi. Questi sono i fatti. Il suo grido d'allarme nell'interesse del basket italiano è lodevole e da ascoltare, come sarebbe da ascoltare Pino Sacripanti quando giura che alle competizioni internazionali giovanili i nostri sono sempre i più piccoli e leggeri segno che sono allenati male o che il reclutamento alla base non funziona o tutte e due le cose. Da una parte c'è la crisi produttiva e dall'altra c'è il rendimento dei vecchi che non è sufficiente. Non ci piace questa eterna mancanza di autocritica. Maifredi che vuole sapere da Recalcati perché siamo andati male e Recalcati che diffonde comunicati per dire che è meglio rimanga lui. Come Maifredi non ha motivo di restare al vertice della federazione, Recalcati non ha motivo di restare l'allenatore della nazionale o quantomeno dovrebbe permettere – contratto a parte – di lasciare che siano altri liberamente a decidere se ormai tenerlo è il minore dei mali o se conviene svoltare subito. Può darsi sia più semplice confermarlo visto che oggi un'alternativa pregiata non c'è e che chiunque decida il nome del prossimo allenatore non potrà esimersi dal tentare in ogni modo di riportare in azzurro Ettore Messina. Le crisi estreme impongono correttivi estremi anche molto costosi, ingombranti. Tentare non è un diritto, è un dovere. L'altro nome è Sergio Scariolo. Sotto questi due non si dovrebbe scendere. Il part-time (ma Scariolo non potrebbe poi allenare in Spagna perché lì il part-time non è consentito) è uno strumento da usare per gestire il peso economico della scelta. Il terzo nome è quello di Simone Pianigiani, l'emergente, ma Siena non gli consentirà mai di dividersi tra club e nazionale come fece ai tempi proprio di Recalcati.
3, L'aspetto positivo dell'esclusione di Napoli e Capo d'Orlando è che la serie A si ridurrà a 16 squadre, numero accettabile. 18 squadre erano troppe. Il problema è che restano due retrocessioni e molte squadre sono in preda al panico. Prima si pensava che – penalizzazione o meno – Napoli sarebbe retrocessa. Fosse stata penalizzata anche Capo d'Orlando avrebbero brindato in tanti. Gli stessi che ora si sentono a rischio. Rieti, Ferrara, Udine, Biella, Caserta, Montegranaro, Teramo. Alcune di queste squadre non pensavano minimamente di correre un rischio retrocessione. Ora hanno tutte paura. A ben vedere è un altro assist per le rivendicazioni della Lega che vorrebbe avere il via libera per introdurre il famoso sistema delle wild card che consentirebbe a chi retrocede, sulla base di un ranking pluriennale, di salvare il posto. Ci aspetta un campionato tremendo.
4. E' una fine ingloriosa per la gestione napoletana di Mario Maione. Passerà alla storia come il Marco Madrigali partenopeo. Madrigali è stato al tempo stesso il più grande presidente della storia della Virtus Bologna cui ha regalato un biennio magico e il Grande Slam, e il peggiore di tutti perché l'ha condotta anche all'esclusione dal campionato. Maione ha regalato alla Napoli dei canestri momenti entusiasmanti, semifinali scudetto, vittorie, la partecipazione all'Eurolega e una Coppa Italia, oltre a Lynn Greer. Ma è anche il presidente che l'ha portata virtualmente alla radiazione, anche se il termine è improprio. Non sappiamo in questo momento se provare più tristezza per l'uomo che ha cercato probabilmente di fare di più di quanto poteva, sbagliando, o rabbia per averci illusi e poi traditi.
5. La notizia più incredibile del precampionato è che Siena ha perso. Dopo un supplementare, di un punto, contro l'Efes Pilsen quotatissima di quest'anno ma ha perso. Da quando l'allenatore è Simone Pianigiani e il nucleo quello attuale, non aveva mai perso una partita di prestagione. Un dato che ha più significato di quanto si pensi. Pare ci sia stato anche un litigio tra Pianigiani e il coach turco Ergin Ataman, di cui fu assistente proprio a Siena. Un po' di gossip, dunque. Le partite e il clima agonistico hanno il potere di far cadere alla maschera a certe relazioni che magari non sono così buone come si vuol far credere. Ma non è neppure importante. La notizia vera è che Siena ha perso. Lo diciamo perché dopo aver smantellato il CSKA Mosca al completo pensavamo fosse addirittura imbattibile.
6. Gli interessati hanno smentito che il CSKA Mosca stia lavorando per riportare a casa Andrei Kirilenko. Non sappiamo se ci siano i margini per una trattativa ma sappiamo che Kirilenko guadagna 15.1 milioni di dollari quest'anno, 16.4 l'anno prossimo e 18 quello dopo. In pratica può rimanere a Utah per quasi 50 milioni di dollari in tre anni. Anche per un nostalgico ci vorrebbe un bel coraggio per rinunciare a tanto. Non è un dettaglio, non si capisce come si possa dare credito ad una voce del genere senza menzionare il contratto del giocatore. Anche perché nella maggioranza dei casi, uno come Kirilenko rappresenta un patrimonio del suo club: può cederlo per avere un giocatore o due in cambio oppure può lasciare che vada a scadenza per liberare spazio sotto il salary cap e permettere al club stesso di andare pesantemente sul mercato successivo. Questo caso può essere diverso solo per un motivo: Utah non vuole entrare nel territorio minato della tassa di lusso e di tutti i suoi primi sei-sette giocatori, Kirilenko è quello cui tiene di meno, considerato rendimento, tenuta mentale e salario. Dovendo affrontare i rinnovi di Carlos Boozer, Memo Okur, Kyle Korver, Paul Millsap e Ronnie Brewer, a Salt Lake City – dove ai soldi stanno attenti – sanno che qualche sacrificio dovranno farlo. Se all'improvviso Kirilenko sparisse dal monte salari magari sarebbe un affare perché quei soldi li investirebbero su giocatori ritenuti più importanti. Ma il CSKA dovrebbe pagare anche il club. A noi sembra una bufala ma potremmo sbagliarci.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

Belle ma seconde



1. Viste le prime uscite di Siena non siamo poi così convinti che il prossimo campionato risulterà diverso dagli ultimi due. Può darsi che le avversarie del Montepaschi siano più attrezzate dell'anno passato, alcune lo saranno di sicuro perché non avrebbero potuto fare diversamente, ma prima di parlare di gap ridotto occorre aspettare un po' di tempo. Siena ha lo stesso nucleo di sempre, la mentalità non pare cambiata, gli infortuni – grave quello di Rimas Kaukenas – li ha patiti anche la stagione passata e su quell'organico collaudato, su un sistema che funziona come un orologio svizzero ha aggiunto il talento atletico di Morris Finley e Henry Domercant, due che possono segnare 20 punti, tirare da tre, difendere forte. E il giovane centro Luca Lechthaler dubitiamo che in questo momento sia inferiore a tutti i pivot convocati in nazionale, vedi Cittadini (ottimo in Finlandia), Infante, Di Giuliomaria e anche Crosariol, che nelle ultime gare ha dimostrato che non aveva avuto senso lasciarlo fuori prima. Insomma Roma, Milano, le due bolognesi, più che Treviso, potrebbero davvero dar vita ad un campionato equilibrato ma solo per contendersi il secondo posto. Oggi Siena è due livelli sopra il resto del gruppo, poi è chiaro che lo scudetto si assegna tra nove mesi e in nove mesi può accadere di tutto.
2. Quello di Napoli è un vero pasticcio. Una maxipenalizzazione salverebbe il titolo sportivo del club e permetterebbe all'avvocato Maione di guadagnare del tempo, quello che serve per ripulire la società e cederla pronta per il prossimo campionato di Legadue. Ma il danno di immagine arrecato al campionato sarebbe incalcolabile: come si può pretendere di essere seri con una squadra che parte da meno 20 o meno 25 punti, condannata a retrocedere e di fatto a falsare la regolarità di un torneo in cui parte penalizzata anche Rieti (come in Legadue Scafati)? Ma la radiazione è una pena pesante, la frode è amministrativa e qui stiamo pur sempre parlando di canestri non di piccoli risparmiatori ingannati da finanzieri senza scrupoli. Poi il processo dei ripescaggi sarebbe complesso: Varese deve rimettersi in ordine e otterrebbe di partire in ritardo di un paio di gare che comunque non è il massimo, Trapani non vuole fare la Legadue improvvisandola, Montecatini non è chiaro e via andare. E intanto in serie A molti spingono per una soluzione dispari, 17 squadre e una sola retrocessione, scuola di pensiero che non si basa sulla volontà di proteggere nessuno oltre che se stessi, perché con Napoli in campo una retrocessa certa c'era, con Varese al suo posto non c'è.
3. La Virtus Bologna ha aperto il proprio museo all'interno del vecchio Palamalaguti, rilevato dal suo proprietario Claudio Sabatini e ribattezzato Futurshow Station. Non è il primo museo dedicato ad un club sportivo in Italia ma forse è il primo con una forte componente interattiva, terminali touch-screen, immagini epiche che si fondo con un pizzico di attrazioni da jam session NBA, come la possibilità di confrontare il proprio piede con quello di Roberto Chiacig o di fotografarsi accanto alla gigantografia cartonata di Sharrod Ford. E' bello quando qualcuno onora il passato, se lo fa con mezzi moderni e addirittura futuristici per cui non si tratta di una collezione di foto e maglie ma di molto di più, ancora meglio. La Virtus è una delle poche società cestistiche con una storia vera alle spalle e un pubblico interessato a celebrarla, ma non è detto che le belle idee non possano essere copiate da altri.
4. In attesa di capire quale sarà il destino della Nazionale dopo il successo ottenuto in Finlandia e gli ultimi due decisivi turni del girone di qualificazione ai prossimi europei, forse può essere interessante dilungarsi sulle prime impressioni suscitate dai giocatori americani nuovi. Quelli che abbiamo visto almeno: Earl Boykins (Virtus Bologna) finora è andato a tratti. Ha cambi di velocità e direzione insostenibili da qualunque difensore europeo e diventeranno il suo marchio di fabbrica, come i tiri arcobaleno penetrando e la capacità di prendere fallo nell'ultimo quarto quando le gambe sono stanche e il suo movimento "ankle breaker" diventa letale. Ma ha molte cose da mettere a posto: nella NBA faceva il guastatore, entrava dietro un titolare e aveva il compito di alzare il ritmo, cambiare passo, qui invece il titolare è lui e deve imparare a gestire e dettare i ritmi. Si tratta di modificare mentalità. Poi una cosa sempre difficile per un reduce dalla NBA: prendere atto che non esistendo i tre secondi difensivi, battere il proprio uomo dal palleggio non ti permette di andare automaticamente fino in fondo o di avere un secondo in più per farlo, ti può anche capitare di sbattere contro un muro di difensori che occupano l'area. Per questo qui il basket è meno adatto ai solisti e più ai giocatori di squadra. Questo sarà l'adattamento che dovrà fare più in fretta.
5. Qyntel Woods (Fortitudo) ha una facilità nel fare canestro mostruosa, ad alti ritmi è ingovernabile perché è più alto delle altre ali piccole, più veloce, più bravo a trattare la palla, più atletico. Il tiro da fuori non è continuo ma resta pericoloso. Carattere a parte – non avesse avuto problemi di testa non sarebbe qui – ci sembra chiaramente il miglior giocatore del campionato, a patto che sia continuo, concreto e soprattutto che giochi con un'intensità che ogni tanto evapora. Ha la tendenza a fare tutto con tre marce perché non ha bisogno della quarta. E' il suo limite. Il suo compagno di squadra Jamont Gordon per ora è la vera rivelazione perché gioca tutti i ruoli, ha una potenza fisica terrificante per un play-guardia tanto che l'abbiamo visto difendere persino su Kevinn Pinkney. E' mancino, è molto giovane (21 anni) e non è un tiratore. Ma va dentro come una ruspa e calamita falli. Sarà un giocatore molto ostico anche se siamo curiosi di vedere come si adatterà a difese preparate per fronteggiarlo. Sundiata Gaines, playmaker di Cantù, ha vinto la finale di Riva del Garda con un'azione inusuale per un playmaker: ha catturato sul meno 2 il rimbalzo offensivo su tiro libero sbagliato volutamente, ha segnato e preso fallo. Dalla lunetta ha firmato la vittoria. E' newyorkese ma giocava a Georgia nella stessa conference di Gordon. Ha caratteristiche non tanto dissimili: è un vero playmaker ma soprattutto ha grande potenza fisica e si sente a rimbalzo. Ci è piaciuto per l'aggressività difensiva, va solo capito quanto possa dare in attacco anche se Cantù i tiratori li ha, incluso Jason Rich, suo compagno di reparto, uscito da Florida State ma in ritardo di condizione per un problema fisico. Deji Akindele, il supergigante di Pesaro, finora non ha fatto nulla per convincerci che sarà lui e non Casey Shaw il centro titolare della Scavolini. Ha un fisico terrificante, è 2.17, ma non ha la forza e la tecnica per chiudere un movimento. Sarebbe uno stoppatore ma per ora ha soprattutto commesso tanti falli. Nik Caner-Medley (Capo d'Orlando) ci piaceva già ai tempi di Maryland perché ha energia, è un bianco esplosivo, mancino, sa tirare da fuori. Non poteva andare nella NBA perché non ha un ruolo. Non ha il passo dell'ala piccola, non ha la forza dell'ala grande. Ma sa mettere palla in terra, trattarla decentemente. è aggressivo, pensiamo possa essere una delle novità più interessanti del campionato. Greg Brunner (Capo d'Orlando) ci entusiasmava ai tempi di Iowa quando formava un triangolo bianco di combattenti, con Jeff Horner e Adam Haluska. Ora siamo curiosi di vedere cosa farà in Italia. Essendo 1.98 a Ostenda avevano provato a portarlo un po' fuori ma non è veloce, non è abbastanza tiratore per fare l'esterno. Ora ci sembra giochi da centro con licenza di uscire e tirare occasionalmente dalla lunga. E' grosso, forte, aggressivo, non atletico. L'abbiamo visto tre volte e ci è sembrato promettente.


Il grande centro



1. Venerdì scorso a Springfield si è svolta una delle cerimonie più toccanti dello sport americano, l'ingresso nella Hall of Fame di nuovi eletti. E' uno dei momenti più belli, lo sport che riconosce i grandi del suo passato. E' stata un'edizione tra le più significative perché a entrare nella galleria degli immortali sono stati Pat Riley, ovvero uno dei due allenatori più celebrati negli ultimi venti anni, e due dei grandi centri degli anni '80 e '90, Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing. Fino all'arrivo e poi l'esplosione di Shaquille O'Neal, si è discusso per anni su chi fosse migliore: Olajuwon, Ewing o David Robinson? Diremmo che il migliore sia stato proprio Hakeem: Ewing è stato un miglior giocatore di college e con la sua Georgetown sconfisse in finale proprio la Houston di Hakeem. Ma nella NBA è stata un'altra storia. Olajuwon ha giocato due finali e le ha vinte tutte e due, Ewing è arrivato all'atto conclusivo due volte ma non ha mai vinto. La prima volta a batterlo furono proprio i Rockets di Olajuwon, la seconda volta nel 1999 era infortunato e non riuscì a giocare la Finale. Avesse potuto farla avrebbe incrociato le armi con Robinson, l'altro dei "Big Three" del ruolo. Ma San Antonio quell'anno era superiore ai Knicks e difficilmente Ewing avrebbe vinto il titolo. Alla fine, a Ewing è mancato il titolo che Robinson ha vinto due volte grazie a Tim Duncan principalmente e Olajuwon si è conquistato con le sue mani. Pochi hanno notato che Hakeem ha vinto la Finale del 1994 battendo Ewing e quella del 1995 battendo Shaquille. Prima di arrivare in Finale aveva battuto anche Robinson. Nel 1995 Robinson fu Mvp della regular season ma le sei partite della finale di conference non lasciarono dubbi su chi fosse il migliore. Hakeem appunto.
2. Nella galleria dei grandi allenatori NBA, quelli che hanno segnato un'epoca, gli innovatori, Pat Riley viene cronologicamente dopo Red Auerbach e Red Holzman. Ha combattuto contro Billy Cunningham e Bill Fitch e KC Jones ma la verità è che all'inizio della sua folgorante carriera non ha avuto un vero avversario fintanto che Chuck Daly non ha preso in mano i Pistons e soprattutto Phil Jackson è approdato a Chicago. Ma Daly era più anziano e la sua permanenza ai vertici della Lega è stata tutto sommato di breve durata. Così sono stati Riley e Jackson a imporsi prima che lo facesse Gregg Popovich che come personaggio non è nemmeno vicino alla statura degli altri due. Oggi abbiamo la sensazione che non ci sia in rampa di lancio un allenatore con quel tipo di carisma. I coach di maggiore personalità, più creativi, allenano nei college ma ormai si tratta di due lavori diversi. Billy Donovan ha flirtato con l'idea di passare alla NBA dopo due titoli NCAA a Florida ma si è chiamato fuori prima di farlo davvero. Rick Pitino prima di lui ha fallito. Mike Krzyzewsky non ha mai voluto provarci pur avendo avuto le offerte e le opportunità per farlo. Così abbiamo il sospetto che Jackson resterà l'ultimo dei mohicani. Con nove titoli a cinque, ha vinto più di Riley ma non siamo sicuri sia stato un miglior allenatore. Tutti e due hanno vinto con giocatori fantastici ovviamente ma i successi dei Lakers contro Sixers e Celtics abbiamo la sensazione valessero qualcosa di più dei sei titoli vinti dai Bulls. E Riley ha cominciato una decina di anni prima di Jackson, il suo regno è stato più lungo e ha costruito più squadre. Si tratta di giudizi soggettivi, intendiamoci. Dwyane Wade parlando di Riley ha detto una cosa molto interessante: "E' stato lui a rendere figo fare l'allenatore". E' stato nella NBA il primo coach-personaggio, capace di trascendere il proprio ruolo e il proprio sport. Ma dietro queste etichette si nascondeva un lavoratore maniacale. Crediamo abbia sulla coscienza solo una partita importante, la settima della Finale NBA del 1994, ironicamente proprio quella che ha impedito a Ewing di vincere il suo titolo. Quella sera Riley aspettò per tutta la gara che John Starks si sbloccasse come era successo in gara6 quando era arrivato ad un tiro dalla vittoria, il titolo e la palma di Mvp della Finale. Ma Starks non si sbloccò, fece 2/18 al tiro e 0/11 da tre. I Knicks persero e il titolo andò a Houston. Riley ad un certo punto avrebbe dovuto tirarlo fuori e far giocare chiunque, Hubert Davis o persino l'appassito Rolando Blackman, ma non Starks. E tuttavia anche in quella scelta – sbagliata, l'ha ammesso lui stesso – si cela un allenatore che ha un sistema, ha delle convinzioni e non si piega mai. Riley cavalcò Starks fino alle estreme conseguenze perché era con Starks che era arrivato fino a quella partita. Fosse stato meno rigido nelle proprie convinzioni forse avrebbe vinto un titolo in più. La morale? Fosse stato un allenatore un pochino meno bravo, avrebbe vinto quella partita.
3. Dietro questa cerimonia ci sono tante storie particolari. Olajuwon si dichiarò per i draft NBA del 1984. Quella è l'edizione considerata la più grande di sempre. Olajuwon fu chiamato all'1, Michael Jordan al 3, Charles Barkley al 4, poi toccò più avanti a John Stockton. I Rockets scelsero Olajuwon un anno dopo Ralph Sampson e non ebbero mai grossi dubbi, ma se avessero davvero offerto Sampson ai Bulls avrebbero potuto avere anche Jordan. Rod Thorn, allora general manager dei Bulls, ha ammesso che per Sampson gliel'avrebbe dato. Come sarebbe cambiata la storia se Olajuwon e Jordan fossero arrivati insieme a Houston? Portland al numero 2 avrebbe scelto comunque Sam Bowie che ricordava molto Bill Walton, purtroppo anche nella fragilità fisica. In retrospettiva Jack Ramsay, allora coach dei Trail Blazers, ha ammesso che se fossero stati un po' più svegli avrebbero preso Jordan pur avendo Clyde Drexler – arrivò un anno prima – dopodichè avrebbero potuto cedere Drexler e il veterano Jim Paxson per prendere il centro che non avevano. Ma avrebbero avuto Jordan. Ci siamo chiesti spesso cosa sarebbe accaduto invece se Patrick Ewing anziché tornare al college per il quarto anno si fosse dichiarato assieme a Olajuwon e Jordan. Ai tempi nostri sarebbe successo di sicuro. Houston avrebbe scelto comunque Olajuwon per una questione di campanilismo anche se Ewing era più quotato. Ma Portland, che voleva un centro, avrebbe preso Ewing, non Bowie, e siccome Chicago da una ricostruzione è emerso che non avrebbe mai preso Bowie, ecco che l'indirizzo di Jordan non sarebbe cambiato. I Blazers però avrebbero costruito il loro decennio successivo sulla coppia Drexler-Ewing. E forse avrebbero davvero cambiato il loro destino. E magari Drexler a fine carriera non sarebbe andato a Houston e chissà cosa sarebbe successo ai Rockets.
4. Mentre Riley veniva indotto nella Hall of Fame, per usare un'espressione americana (non si viene eletti ma inducted appunto), a 78 anni moriva Don Haskins. Si tratta dell'allenatore dell'università di Texas Western che nel 1966 portò al titolo NCAA un quintetto di soli giocatori di colore. Oggi sarebbe normale, nessuno lo noterebbe, ma quaranta anni fa fu un evento storico che ha ispirato anche il celebre film "Glory Road". A incrementare l'impatto di quella partita fu il nome dell'avversario. Non solo Kentucky era una superpotenza del basket universitario – Texas Western poi diventata UTEP, ovvero Texas-El Paso, non lo era – ma l'allenatore, il leggendario Adolph Rupp, detto il Barone, era tanto bravo come coach quanto detestabile umanamente. Era considerato un razzista e non si vergognava di esserlo. Celebre l'episodio in cui telefonò ad un giornalista del New York Times chiedendogli di apporre un asterisco accanto ai nomi dei giocatori di liceo di colore così non avrebbe perso tempo a reclutarli. Tant'è che la squadra di Kentucky che perse la finale del 1966 aveva un quintetto tutto bianco. Uno dei migliori giocatori, ecco il legame, si chiamava Pat Riley. Per chiarire, Haskins ha allenato l'afroamericano Nolan Richardson che poi ha portato al titolo NCAA l'università di Arkansas, oltre a Nate Archibald, Tim Hardaway, Antonio Davis.
5. Una moratoria sulla nazionale appena travolta in Serbia è doverosa per evitare di essere ripetitivi. Ci sono arrivate numerose e-mail sull'argomento. Qui preme puntualizzare che in effetti andare a Belgrado con Amoroso e Di Giuliomaria come coppia di lunghi titolari e Gigi Datome da ala piccola – e non ha segnato! - non è proprio il massimo. L'elenco degli assenti è impressionante: Bargnani, Gallinari, Belinelli, Bulleri e Vitali (infortunati), Rocca, Hackett, Galanda, Marconato, Pecile, Basile se andiamo a considerare anche quelli che hanno più o meno chiuso con l'azzurro o sono rotti o sono stati ignorati. Ma restiamo dell'avviso che l'inevitabile maxiprocesso debba cominciare da una severa autocritica che deve partire dai vertici federali, passare attraverso l'allenatore (ha ottenuto il meglio dagli uomini che aveva?), i giocatori presenti (hanno fatto quello che potevano?) e infine anche quelli che non c'erano. Ognuno deve assumersi le sue responsabilità. I giocatori che hanno incassato venti punti dalla Serbia sono gli stessi che quando vanno a trattare l'ingaggio con i loro club non fanno proprio professione di modestia e il monte salari della nazionale di questi giorni è come minimo il triplo di quello degli ungheresi che ci hanno battuto all'andata.
6. Un lettore si chiedeva la scorsa settimana cosa significasse "giochi proprio a Toronto" relativamente ad Andrea Bargnani e la preferenza dei Raptors affinchè saltasse l'impegno con la Nazionale. I Raptors, come avevamo spiegato poco prima, sono il club che ha di fatto perso Jorge Garbajosa per un anno a causa della nazionale, quindi è evidente che se c'è un club scettico e timoroso sotto questo aspetto è proprio quello di Toronto. Tra l'altro Calderon si è infortunato anche lui durante le Olimpiadi. Sarà sempre più difficile trovare un canale di comunicazione sgombro con quel club, se vogliamo essere realisti.

Disfattismo peggio della disfatta


Che i risultati della Nazionale stiano sorprendendo o meno, purtroppo in senso negativo, collocarli all'interno di un discorso sul valore del movimento italiano e degli stessi giocatori italiani non è per nulla semplice. Non ci si può arrabbiare con quelli che stanno rimediando sconfitte indecorose perché è vero che loro sono qui e se per caso fossero davvero più scarsi di bulgari e magiari non sarebbe colpa loro o non solo colpa loro. Però si sta anche un po' esagerando nel disfattismo perché crediamo che l'Italia in ogni momento possa schierare una squadra in grado di vincere con Ungheria, Bulgaria e Finlandia, in casa e fuori. I tre giocatori di riferimento della Bulgaria sono Ibrahim Jaaber, Filip Videnov e Todor Stojkov. Il secondo era un buon cambio a Rieti quest'anno, il terzo è stato scaricato da Roseto anni fa, Jaaber è buono, forse buonissimo, ma è un giocatore. Questa è la Bulgaria che non possiamo battere. Ci vengono in mente diverse considerazioni.
1)Ci fossero stati Bargnani, Belinelli e Gallinari le vittorie avrebbero coperto le magagne e oggi ci crederemmo più forti di quanto siamo. E' vero, ma è anche vero che nessuna squadra al mondo può rinunciare facilmente ai suoi migliori tre giocatori (quattro se vogliamo mettere dentro anche Basile). Gli Stati Uniti senza Bryant, Wade e LeBron avrebbero vinto l'oro a Pechino? La Spagna senza Gasol, Calderon e Rudy non perderebbe mai con l'Ungheria e neppure con l'Italia, per onestà, ma non sarebbe la stessa squadra. Nel basket tre giocatori sono tanti, fanno quasi una squadra, nessuno può assorbire tante assenze senza battere ciglio. Il problema è che senza i giocatori NBA abbiamo capito quale abisso li separa, in termini di talento, dal resto del gruppo.
2)Non diamo la colpa allo scarso utilizzo dei giocatori italiani da parte dei club perché quelli che sono in Nazionale, quelli che stanno perdendo in Nazionale, giocano, hanno ruoli importanti anche nei club. La Nazionale e l'utilizzo degli italiani sono due cose che non hanno nulla a che spartire. Al massimo, a lunghissima scadenza, si potrebbe dire che forzando l'utilizzo degli italiani si obbligherebbero i club a lavorare per produrli. Ma molti lo fanno già. I migliori tre settori giovanili crediamo appartengano a Siena, Treviso e Virtus Bologna, quindi tre dei primi sei club di serie A.
3) Siamo stati criticati per aver detto che tre giocatori come Gallinari, Bargnani e Belinelli non li abbiamo mai avuti tutti insieme. Ovviamente bisogna capire il momento storico del basket mondiale, sport globalizzato a ogni livello. Marzorati-Meneghin-Villalta vorremmo averli anche adesso. Questo è sicuro. Ma nel 1984, per dire, una nazionale americana di collegiali, forte (Michael Jordan, Patrick Ewing, Chris Mullin, Sam Perkins, Wayman Tisdale) ma non fortissima (Jon Koncak, Joe Kleine, Jeff Turner, Steve Alford) vinceva le Olimpiadi sotterrando i professionisti di Spagna, Jugoslavia, Italia. Oggi non sarebbe possibile. Insomma il basket è cambiato e dentro questo basket la realtà è che nelle ultime tre edizioni del draft nessun giocatore europeo è stato scelto prima dei nostri. Nel 2007 Belinelli è stato chiamato prima di Rudy Fernandez, di un anno più anziano (non consideriamo Joakim Noah che cestisticamente va considerato americano). Questo intendevamo dire.
4)Restiamo però dell'idea che anche con quello che passa il convento, come si è letto tante volte in tante disamine, questa Nazionale senza i giocatori NBA dovrebbe fare un po' meglio di così. Non dimentichiamo che al termine del girone di andata è ultima nel proprio girone e se i conti si facessero oggi non parteciperebbe neppure al ripescaggio, anzi retrocederebbe nella seconda divisione del basket europeo. Questo è il valore di Mordente, Bulleri, Soragna, Mancinelli?
5)La cosa che ci angoscia è la totale mancanza di autocritica. I giocatori da qualche tempo sono soprattutto dei sindacalisti. Ma se c'è un momento in cui rivendicare spazi sembra anacronistico è questo. L'allenatore degli azzurri Carlo Recalcati, al quale è giusto dare eterni meriti per averci regalato probabilmente la più grande impresa nella storia della nazionale ad Atene 2004 (e il bronzo in Svezia per importanza ed emozione vale quasi quanto gli ori europei di Nantes 1983 e Parigi 1999), parla delle colpe del sistema, mentre il presidente federale Maifredi mette in discussione proprio Recalcati e lo fa apertamente alla vigilia delle elezioni: un argomento così sportivamente squallido che non merita altre riflessioni. Diciamo pure che con un quadriennio di fallimenti (incluse le nazionali giovanili) alle spalle, le dimissioni di Maifredi sono il minimo che ci si possa aspettare ma sarebbe bello se Recalcati, dopo avere spietatamente messo a nudo le problematiche che non dipendono da lui, spiegasse se questa Nazionale davvero vale meno della Bulgaria, se davvero può perdere in Ungheria e rischiare in casa con la Finlandia pur essendo allenata molto bene. Perché questo invece dipende da lui. Infine anche un giocatore che si faccia carico delle responsabilità della categoria non guasterebbe. Qualcuno che dica: noi ce la stiamo mettendo tutta e le rivendicazioni di categoria sono per evitare che in futuro ci siano altre nazionali come questa, ma sul piano del rendimento possiamo fare di più e di meglio. Perché tutto sommato anche questa storia di doverli ringraziare solo perché giocano non ci convince fino in fondo.
6)Proteggere i giocatori che sono in Nazionale oggi è un modo per attaccare quelli che hanno detto di no alla convocazione o che hanno dovuto farlo ovvero Bargnani e Belinelli, visto che Gallinari è infortunato. Ma anche questa situazione è spia del basket moderno: sulla disponibilità dei giocatori NBA non si può mai fare affidamento. Inutile chiedere delle azioni di forza. L'unico giocatore che abbia veramente litigato con il proprio club per andare in nazionale è stato Jorge Garbajosa e i fatti hanno dimostrato che aveva ragione Toronto a ritenere che non dovesse fare gli Europei del 2007. Ma Garba sapeva di avere un'occasione memorabile, gli Europei in casa e subito dopo le Olimpiadi con la Spagna più forte di sempre. Qui stiamo parlando di qualificazione europee. Uno come Bargnani può anche pensare che se la Nazionale italiana non è in grado di battere l'Ungheria anche senza di lui allora è inutile stare a parlare di ambizioni. La realtà è che puoi importi e andare in nazionale più o meno quando vuoi se sei un giocatore affermato. Se sei un giocatore "borderline" come Belinelli devi fare quello che ti dicono. Se sei uno che viene da una stagione negativa dopo aver giocato proprio in nazionale, e guarda caso giochi proprio a Toronto, può capitare che ti dicano di pensare a chi ti paga 4 milioni di dollari all'anno. Questa è la realtà: dare la colpa agli assenti è comodo ma è anche il miglior modo per convincerli a stare a casa anche la prossima volta. E noi non possiamo permettercelo, anzi dobbiamo convivere con questa realtà. Criticarla in modo distruttivo non porterà mai a nulla.

Ricominciamo da tre

1. Mentre il torneo olimpico viaggiava verso la conclusione, la nazionale italiana si faceva infilzare prima dalla Serbia (in casa) e poi dall'Ungheria in trasferta compromettendo la strada verso gli Europei in Polonia del 2009. A questo punto serve una rimonta nella speranza di essere ripescata con le seconde migliori, altrimenti dovremo puntare al ripescaggio della prossima estate come un Israele o una Lettonia qualunque, con tutto il rispetto. La mediocrità messa in vetrina dalla squadra azzurra in questi giorni conferma che in questo momento abbiamo delle grandi prime punte – Danilo Gallinari, Andrea Bargnani e Marco Belinelli – ma non ci sono i secondi violini. Al completo, in singola gara, possiamo giocarcela con tutti, e mettere in campo una squadra dignitosa, ma il livello medio dei giocatori italiani è modesto. Se mancano le stelle e occorre affidarsi agli altri, diventiamo squadra di terza fascia... europea. Probabilmente non siamo mai stati peggio. Un anno fa di questi tempi si parlava di ipotesi di medaglia a Pechino. Il segretario generale del Coni, Pagnozzi, in una memorabile panoramica sullo sport italiano, definì la nazionale di basket la più forte che avessimo mai avuto. La verità è che forse non abbiamo mai avuto tutti insieme tre giocatori come Bargnani, Belinelli e Gallinari. Ma il resto? C'è un'intera generazione totalmente assente: dietro i ragazzi nati alla fine degli anni '70 c'è un decennio di vuoto. Quelli che potrebbero aiutarci a confezionare una buona nazionale sono ancora troppo giovani, come Luca Vitali e Daniel Hackett. I vecchi sono appassiti, hanno dato moltissimo ma ormai hanno poco da spendere.
2. Ora se ascoltassimo le lamentele dei giocatori italiani dovremmo dire che siamo messi così perché gli italiani non giocano in un campionato molto straniero, ma Gallinari è stato il miglior giocatore di quel campionato, in quel tipo di torneo Bargnani ha deciso una finale scudetto e Belinelli ne è sempre stato grande protagonista come prima di lui lo era stato Basile, per restare in ambito Fortitudo. Quindi? Abbiamo la sensazione che Ricky Rubio, il favoloso bambino spagnolo, giocherebbe anche in Italia, non solo alla Joventut Badalona. Il problema è che abbiamo questi giocatori e con questi si perde. Ma soprattutto con questi non si fa un campionato valido. Non è un problema di numero di giocatori ma di qualità. Con il bacino di elementi da cui attingere si produce un campionato che diventa tanto più mediocre quanti più italiani vengono spediti in campo. Per uscire da questa crisi, di chiunque sia stata la colpa, occorre lavorare sul futuro e non sui numeri, sui passaporti, sulle eleggibilità. Senza le tre stelle siamo questi, molto scarsi nel complesso e a dispetto dei guadagni che restano molto alti per la scontata regola della domanda e dell'offerta. Per quello che hanno fatto in Ungheria, gli azzurri avrebbero potuto scioperare e quasi quasi sarebbe stato meglio. Non avessimo giocato contro i magiari avremmo pensato, nel caso, ad una vittoria comoda nonostante le assenze. Il mancato sciopero ci ha fatto precipitare nella realtà. Che è molto triste.
3. E' chiaro che al di là degli interessi personali questa nazionale ha bisogno delle sue stelle e non può permettersi di giocare senza. Ognuno deve giustamente pensare alla propria carriera e sappiamo tutti bene che quando un giocatore va nella NBA finisce per sfuggire al controllo del suo paese d'origine per cui può capitare di non poterne disporre. E poi Gallinari è infortunato sul serio. Ma d'ora in poi Bargnani e Belinelli dovranno mettersi una mano sul cuore e aiutare gli azzurri. Belinelli onestamente alla nazionale ha già dato molto, Bargnani un po' meno. Paradossalmente lui è andato prima nella NBA che in nazionale. Ma non è questo il problema. Il problema è che c'è un movimento che li ha prodotti, che attraversa un periodo di grandissima difficoltà. Hanno anche loro il dovere di dare una mano. Sperando che ai prossimi Europei l'Italia ci sia. In qualche modo.
4. La finale del torneo olimpico è stata il festival dell'atipicità. Non ha sorpreso la vittoria degli americani, ovviamente, e neppure l'eroica resistenza della Spagna. Quando arrivi in finale nel basket e trovi una squadra come quella statunitense tutta la pressione evapora e puoi giocare senza problemi, leggero. La sorpresa è che gli Stati Uniti hanno segnato 69 punti nel primo tempo. 69! Ed erano avanti di appena otto punti. Poi hanno chiuso a 118. 118! E hanno vinto di appena undici punti. E' vero che erano una squadra offensiva, atletica e piccola quindi votata a fare contropiede, correre e alzare il ritmo. Poi esiste una vecchia legge del basket: quando sei più forte hai tutto l'interesse ad alzare il ritmo per avere il maggior numero possibile di possessi. Ma tutta questa applicazione difensiva non l'abbiamo vista in questa sorta di piccolo dream team. Guardie aggressive ma sempre alla ricerca dell'anticipo per rubare palla e andare in contropiede. Atteggiamento che in generale può aver pagato ma resta rischioso e contro i principi della buona difesa di squadra. Ogni anticipo sbagliato costringe gli altro quattro a giocare in inferiorità numerica e se l'attacco fa girare la palla arriva sempre un buon tiro. La Spagna è rimasta in partita 38 minuti perché ha avuto tantissimi "open looks" sul perimetro e segnato altrettanto nel cuore dell'area. Gli Stati Uniti si sono sforzati di giocare in modo un po' più europeo a questa Olimpiade ma laggiù la prima regola di ogni difesa prevede la responsabilizzazione dei singoli. Nessuno deve farsi battere altrimenti mette tutti in difficoltà. Bisogna fidarsi dei compagni. Gli aiuti sono già frutto della disperazione. In Europa, la possibilità di essere superati dal palleggio non solo è contemplata ma addirittura prevista. Le difese di squadra sono più sofisticate. Quelle americane seguono il principio della staffetta: ognuno dà il massimo singolarmente e si spera che basti per battere gli altri. Ma qualche volta il bastoncino cade e allora si perde.
5. Diremmo che gli Stati Uniti di Pechino hanno ricordato molto i Phoenix Suns prima maniera di Mike D'Antoni e proprio D'Antoni è considerato il favorito come capo allenatore della nazionale nel nuovo ciclo olimpico. Gregg Popovich, origini montenegrine ma cuore patriottico, è un'altra possibilità. Alla fine conteranno i giocatori e il loro atteggiamento. Ad esempio Carmelo Anthony in nazionale, stranamente, sembra dare qualcosa di più di quello che fa abitualmente ai Denver Nuggets. Jerry Colangelo ha svolto un grande lavoro nella scelta dei giocatori, eliminando le mele marce. Alla fine anche i giocatori sacrificati non hanno fatto storie. Magari Carlos Boozer la prossima volta rinuncerà alla nazionale ma finché ne ha fatto parte ha accettato di essere la riserva più pagata del mondo. Poi dominare dipenderà dalle avversarie. A ogni grande nazionale serve una generazione di campioni com'era quella argentina che ha dato al proprio paese un oro olimpico, un argento mondiale e un altro bronzo olimpico. Ma il futuro della Celeste non pare entusiasmante. Già a Pechino aveva sei giocatori e i migliori (vedi Ginobili) probabilmente non ci saranno più. La Spagna ha tutta l'aria di poter essere l'avversaria più tosta per diversi anni. Il prossimo anno avrà due giocatori NBA da quintetto, Calderon e Pau Gasol, più almeno tre da rotazione, Marc Gasol, Rudy Fernandez e Sergio Rodriguez che neppure era a Pechino. Juan Carlos Navarro comunque nella NBA ha dimostrato di poterci giocare e Ricky Rubio è già il favorito come prima scelta dei draft del 2009. Alle spalle dei veterani premono nuovi campioncini.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

Nonostante i russi

1. Non abbiamo ben chiari i motivi, probabilmente si è trattato di una somma di ottime confluenze astrali per cui a Milano è entrato Giorgio Armani, Roma conserva le solite ambizioni degli ultimi anni, Siena è Siena, la Virtus Bologna deve riscattare una stagione tragica e mettere in campo una squadra all'altezza dell'impianto rilevato e rimodellato dal suo proprietario Claudio Sabatini, la Fortitudo non poteva che rispondere all'assalto virtussino: fatto sta che c'è stata una vivacità sul mercato da anno-boom. Considerate le difficoltà del mercato rappresentate da squadre russe che arrivano, spendono il triplo del valore di mercato di qualunque giocatore e lo portano a casa, i nostri club si sono battuti egregiamente. Ad eccezione di Danilo Gallinari abbiamo perso un solo giocatore del primo livello, Erazem Lorbek. Sono state dolorose le perdite di Marques Green e Devin Smith più ancora di quella di Bootsy Thornton, molto bravo ma non di quella fascia di giocatori che se non ci sono ne avverti la mancanza. In compenso sono arrivate diverse stelle che forse la Lega farebbe bene a presentare alla sua presentazione navale (nel senso che verrà effettuata a bordo di una lussuosa nave da crociera a Venezia) di fine settembre: Earl Boykins, Primoz Brezec e Dan Dickau vengono direttamente dalla NBA, Henry Domercant, Jamie Arnold, Qyntel Woods, Andre Hutson, se vogliamo anche Gary Neal e Chris Warren sono giocatori importanti in Europa. Le rivelazioni dell'ultimo campionato – a parte Green appunto – continuano a giocare da noi: Sharrod Ford, DaShaun Wood, BJ Elder, Morris Finley, Keith Langford, Pape Sow, CJ Wallace. Avremo un campionato che merita di essere seguito.
Abbiamo omesso tra tutti i nomi quello che ci incuriosisce più di tutti: Shawn Kemp. La notizia del suo arrivo a Montegranaro ha scosso alle fondamenta tutto il mondo del basket mondiale. Il giovane coach dei marchigiani, Alex Finelli, appare sul sito della ESPN chiamato a commentare l'arrivo del giocatore alternativamente ribattezzato "Reign Man", il regnante, o "Rain Man", l'uomo della pioggia, tanto la pronuncia è la stessa. Era un secolo che un giocatore come Kemp non arrivava in Italia. Negli anni '80 abbiamo importato giocatori che avevano fatto l'All-Star Game, vinto classifiche marcatori, titoli NBA e addirittura Mvp stagionali. Bob McAdoo, George Gervin, Marques Johnson, Alex English, Adrian Dantley, George Gilmore, Micheal Ray Richardson, Jim McMillian. Ma probabilmente non è mai venuto in Italia un giocatore che in una Finale NBA in sostanza è stato – pur perdente – il migliore in campo nell'arco di sei partite. Successe nel 1996. Era l'anno dei Bulls dei record. Seattle riuscì nell'impresa di battere due volte i Bulls in una stagione che, senza loro, sarebbe stata mostruosa, 64 vittorie in tutta la regular season. Michael Jordan fu nominato ovviamente Mvp ma nell'arco delle sei gare forse Kemp fu addirittura superiore. In quel momento nessuna ala forte NBA era migliore di Kemp. Nella finale di conference eliminò i Jazz di Karl Malone, che la stagione seguente sarebbe stato nominato Mvp della regular season. In quella stagione nei playoff Kemp chiuse con 20.9 punti e 10.4 rimbalzi in 20 partite.
2. Purtroppo tutto questo succedeva 12 anni fa. E purtroppo fu l'apice della sua carriera. Dopo, ebbe altre quattro grandi stagioni, una a Seattle e tre a Cleveland dove però cominciò il suo declino. Le sue ultime tre stagioni NBA a Portland e Orlando non fanno testo. I problemi fuori del campo presero il sopravvento: Kemp ha combattuto di sicuro contro l'alcool, forse contro la droga e contro i soldi. Quelli che gli servivano per pagare gli alimenti per mantenere i troppi figli sparsi in tutti gli Stati Uniti. Per far fronte a quegli impegni finanziari Kemp forzò la mano ai Sonics per ottenere la cessione a Cleveland dove gli diedero il contratto pluriennale da oltre 100 milioni di dollari cui aspirava. Non è bello dirlo ma ipotizzare che sia tornato a giocare per il vile denaro non è da escludere, anzi. Specie ricordando che dal 2003 non gioca e da allora i tentativi di tornare in campo sono stati tutti aborti spontanei. In altre parole, Kemp è un giocatore che viene dal passato e non si sa cosa potrà fare adesso. Le condizioni atletiche e l'età (quasi 39 anni) sono eccellenti motivi di preoccupazione. Ma la curiosità è tanta. A proposito di Shawn Kemp: nel 1989 fu scelto da Seattle al primo giro e cominciò la sua carriera NBA. Tecnicamente risulta proveniente dal Trinity Valley Community College ma la realtà è che non ha mai giocato un minuto a livello universitario. In altre parole può essere considerato uno di quei giocatori saltati direttamente dall'high school alla NBA. L'ha fatto sei anni prima di Kevin Garnett. Anche in questo è speciale.
3. Potrebbe essere la stupidaggine dell'estate, ma dopo aver visto Jannero Pargo negli ultimi playoff con la maglia degli Hornets ci siamo convinti che il suo arrivo alla Dinamo Mosca sia il vero colpo americano del mercato europeo. Più di Earl Boykins alla Virtus Bologna, di Carlos Arroyo al Maccabi, degli europei tornati al di qua dell'oceano tra i quali includiamo Carlos Delfino. Pargo gioca due ruoli, ha fisico, atletismo, tiro e uno contro uno. E' stato per anni un journeyman, ma adesso è decisamente un'altra cosa. Tira dalla media, va dentro, gioca due ruoli, ha personalità. Sarà una perdita importante per gli Hornets e una grande addizione per la Dinamo Mosca. In ogni caso alcune squadre russe fanno spavento. Per dire: il Khimki Mosca ha Milt Palacio, Carlos Delfino e Jorge Garbajosa; il Triumph ha preso Goree e Krstic e adesso sembra contendere Gordan Giricek al Fenerbahce; la Dinamo Mosca ha un quintetto con Hollis Price, Jannero Pargo, Boki Nachbar, Darius Lavrinovic e Robertas Javtokas senza dimenticare dalla panchina Sergei Monya, Arriel McDonald e Travis Hansen. E lasciando per ultimo il CSKA Mosca, ovvero la squadra più forte. Sicuri che sia quella spagnola la lega migliore? Nella sua globalità forse sì ma al top e come numero di stelle?

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

America senza chili

La grande differenza tra la squadra americana presente a queste Olimpiadi e quella ribattezzata Dream Team del 1992 è soprattutto negli avversari. Nel 1992 i giocatori NBA delle altre nazionali erano pochissimi e quasi tutti marginali, ad eccezione di Drazen Petrovic (la sua Croazia arrivò seconda, Toni Kukoc non era ancora nella NBA) e Sarunas Marciulionis (la sua Lituania infatti arrivò terza). Allora la NBA era ancora un pianeta quasi irraggiungibile e composta quasi esclusivamente di americani. Oggi ci sono stelle NBA in quasi ogni squadra di rilievo. Pau Gasol, Dirk Nowitzki, Manu Ginobili, Yao Ming, poi ci sono altri giocatori NBA credibili come Luis Scola, Andres Nocioni, Yi Jianlian. E' un altro mondo, non c'è timore reverenziale. Ginobili non vuole farsi le foto con Kobe Bryant perché l'ha già sfidato ad armi pari a casa sua. La differenza principale è questa: il Dream Team dominava su un mondo meno convinto di oggi di poter sfidare il grande colosso. Poi c'è un'altra differenza abissale: la potenza fisica della squadra del 1992 che aveva come centri Patrick Ewing e David Robinson, due dei più grandi della storia nel ruolo, e ali forti di straripante potenza atletica come Karl Malone e Charles Barkley. Oggi i giocatori americani sono soprattutto giocatori perimetrali. Il gioco è nelle mani di Kobe Bryant, LeBron James, Dwyane Wade. Ma gli esterni sono più vulnerabili, così in una partita secca può accadere di tutto. Questa nazionale americana ha tre soli lunghi veri: Dwight Howard, Chris Bosh e Carlos Boozer. Un centro, un'ala-centro leggera e un'ala forte sottodimensionata. Fa un po' impressione. Carmelo Anthony e Tayshaun Prince devono giocare da ali forti. Nella NBA non potrebbero farlo, nel basket internazionale, con regole e arbitraggi internazionali sì, ma la mancanza di chili, centimetri e giocatori interni è palese.
Quando si parla del Dream Team del 1992 ci sono alcuni miti che andrebbero sconfitti. Intanto non era la squadra di Jordan, Magic e Bird, perché il bostoniano era a pochi giorni dalla fine della carriera, rotto, dolorante e impossibilitato a giocare davvero se non per qualche apparizione sporadica. Insomma Bird c'era ma non era Bird. Magic era reduce da un anno di inattività. Era Magic ma non era Magic. In più il dodicesimo uomo era Christian Laettner, che veniva da Duke e non c'entrava niente con quella squadra. Era solo un contentino dato alla NCAA, improvvisamente privata della nazionale. Infine John Stockton si infortunò durante le qualificazioni di Portland, recuperò ma solo verso la fine del torneo diventò il vero Stockton. Insomma, era uno squadrone ma non era al top, aveva diversi infortunati, giocatori a fine carriera. La grande impresa fu riuscire a vincere tutte le partite largamente senza mai chiamare un time-out. Se c'è un allenatore che ha lavorato meno di Chuck Daly per vincere un oro olimpico vorremmo sapere chi è.
L'Italia purtroppo non è coinvolta in queste Olimpiadi. Successe già dal 1988 al 1996 compreso, poi tornammo nel 2000 a Sydney e vincemmo un incredibile argento ad Atene. Oggi l'interesse italiano è monopolizzato da uno dei mercati più vivaci degli ultimi anni. Non si sa perché e per come, ma i nostri club sono stati protagonisti di alcuni dei colpi migliori sul mercato internazionale. Earl Boykins è uno dei quattro-cinque giocatori più rilevanti che abbiano lasciato la NBA per l'Europa. Ci sono lui, Josh Childress, Nenad Krstic, Carlos Arroyo, forse Boki Nachbar. Il baby fenomeno di Roma, Brandon Jennings, sulla cui efficacia ad un livello così alto, considerata l'età, nutriamo forti dubbi, ha fatto parlare dell'Italia e della Lottomatica anche in America (solo per Childress è stato consumato più inchiostro). Qyntell Woods (Fortitudo), Henry Domercant (Siena), Primoz Brezec (Roma), Jamie Arnold (Virtus Bologna) sono altri giocatori contesissimi che abbiamo aggiunto al campionato italiano in un'estate in cui l'unico giocatore davvero rilevante che abbiamo perso è stato Erazem Lorbek (da Roma al CSKA), visto che David Hawkins giocherà a Milano. Ovviamente senza considerare Danilo Gallinari.
Sulla fuga – molto relativa, perché alla fine è Childress l'unico giocatore che la NBA davvero avrebbe voluto trattenere, degli altri onestamente può fare a meno – di giocatori verso l'Europa, ha espresso una teoria molto interessante come al solito il vulcanico proprietario di Dallas, Mark Cuban. Nel suo blog ha detto in sostanza che se un giocatore vale certi soldi, i soldi glieli daranno. Non vengono dati ai giocatori che non si è sicuri valgano certe cifre. In questo caso per un club NBA è molto meglio che il giocatore vada in Europa piuttosto che vederlo rinforzare una concorrente diretta. In più considerare l'opzione europea percorribile permette ai club NBA di prospettare soluzioni di questo tipo ai propri giocatori giovani senza suscitare nervosismi particolari con il vantaggio di poterli osservare sotto pressione, mentre fanno esperienza, conservandone i diritti. Ma Cuban è andato oltre: secondo lui due o tre superstar in Europa farebbero la fortuna anche della NBA perché determinerebbero la voglia di costruire una vera coppa del mondo per club capace di generare soldi, interesse su scala mondiale. Secondo lui la concorrenza a livello mondiale è meglio del monopolio.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com