Visualizzazione post con etichetta Interessante. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Interessante. Mostra tutti i post

Quarant'anni e sentirli

di Carlo Tecce
Quarant’anni, un mucchio di polvere. Marzia Nannipieri ci soffia su, ogni mese di marzo, soffocata dal peso di un’esistenza in cerca di una verità che interessava a pochi, o forse a nessuno. Era una ragazza di 23 anni, con due bambini di 4 e 6. Era l’unica che non sapeva e la sola che sospettava, testimone di un omicidio in corso o di una disgrazia che, se davvero disgrazia era, non si poteva evitare. C’era lei e c’erano i suoi figli, quarant’anni fa, quando Giuliano Taccola, attaccante della Roma, moriva nello spogliatoio Amsicora di Cagliari. Ci sono loro, adesso.
Taccola aveva 25 anni, correva i cento metri in undici secondi, era un toscano tosto di un metro e ottanta, aveva battuto i tacchetti sui campetti in polvere e si faceva raccontare da immagini in bianco e nero e dal gracchiare delle radio. Erano gli anni 60, quelli più turbolenti, quelli che guardano ai 70. Alla deregulation nel calcio e nell’economia. Era un manovale del gol, per l’epoca. Dalla serie D alla promozione in A con il Genoa, poi la Roma: dove il manovale, come succede nella capitale, diventa principe. Scrivevano, allora: «Taccola è un ragazzo tranquillo, un professionista serio che evita accuratamente la pubblicità. E’ l’antidivo per eccellenza».
Era bravo, era forte: 10 reti nel campionato 1967/68, altre 7 nel successivo lasciato a metà. Lasciato per sempre. La stagione con Helenio Herrera, l’ex mago dell’Inter sulla panchina della Roma. L’anno 1969 inizia con influenze improvvise e insistenti, un problema cardiaco, l’operazione alla tonsille, una bronchite, addirittura una polmonite. Confusione, tanta confusione. Taccola si stava spegnendo, lentamente. Herrera lo voleva in campo, litigava con i medici, rifiutava le diagnosi e criticava le cure. Due settimane prima della trasferta di Cagliari, contro la Sampdoria, Taccola si fa male al malleolo. Recupero lampo, viene convocato per Cagliari: sta male di notte, va in tribuna. A fine partite, scende negli spogliatoi per festeggiare con i compagni, abbraccia e bacia tutti: cinque minuti e si accascia distrutto, intervengono i medici, muore. Questi sono i fatti che da quarant’anni tormentano la signora Marzia, che nessuno ha mai accertato, che nessun tribunale ha verificato. L’inchiesta viene aperta e chiusa in pochi giorni. La perizia medico legale viene consegnata alla moglie nel ’95, con 26 anni di ritardo. Marzia e la figlia subiscono due sfratti, a ogni sfratto coincide un contributo della Lega e della Figc. Un comodo lavaggio di coscienza. Marzia va dal pm Guariniello e il marito viene inserito in un processo che non conosce sentenza; tra i martiri del pallone, ammazzati dalla Sla e dai tumori, dalla fretta di guarire e dall’ansia, da parte di chi li allenava, di vincere. Come Bruno Beatrice e i raggi Roentgen. Come Fulvio Bernardini, che aveva segnalato Taccola alla Roma, e che apre, suo malgrado, la lunga lista dei morti nel calcio per la Sclerosi laterale amiotrofica. Soltanto nel 2005, quando Marzia è ormai anziana e i figli sono adulti, Giacomo Losi, il «core de Roma», ritorna nel ventre dello stadio Amsicora: «Giuliano era stato da poco operato per una tonsillite e dopo l'operazione, in genere dopo ogni allenamento, gli si alzava la febbre, così gli facevano un'iniezione e stava meglio. Il chirurgo che lo operò alle tonsille gli proibì di prendere certe sostanze, sembra per disfunzioni cardiache. Dopo la partita scese negli spogliatoi per festeggiare con la squadra. Diceva: "Mi sento male, mi gira la testa". Così l'hanno sdraiato sul lettino e gli hanno fatto la solita iniezione. Appena gli hanno messo l'ago, ha fatto alcuni sobbalzi e non si è più mosso. L'hanno lasciato lì. Herrera disse ai giocatori "Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più niente. Mercoledì abbiamo un'altra partita"». Quarant’anni, nessuna verità, nessun colpevole.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: l'Unità di ieri)

Il finto ritiro della Kawasaki


Non far mai sapere al­la mano destra ciò che fa la sinistra. Questa sembra essere la filo­sofia adottata dalla Kawasaki nel tormen­tone natalizio del ”mi ­ritiro- non- mi ritiro”. Così mentre con uno stringato comunicato (...) Yoshio Kawamu­ra, managing director di Kawasaki Motors racing B.V., sembra to­gliere ogni speranza agli appassionati della marca di tutto il mon­do, annunciando un ri­tiro atteso, temuto ed a lungo rimandato, nello stesso seppellisce nel testo della missiva un messaggio criptato. Quando infatti dice che la Kawasaki ha deciso di sospendere la sua attività all’inter­no della MotoGP nel 2009, lascia infatti la strada aperta ad un ri­torno, e dove aggiunge che allocherà le risor­se in modo più efficien­te, ammette implicita­mente che le due verdi Kawasaki rimarranno in pista a combattere. Purché qualcuno si faccia carico degli oneri finanziari neces­sari per affrontare la stagione, naturalmen­te. In pratica Kawamura ci infor­ma che l’attuale situazione finanzia­ria della MotoGP, dove tro­vare sponsor è un’im­presa ed i salari dei pi­loti sono trascinati ver­so l’alto dalla quasi imbattibilità di Valen­tino Rossi, non soddi­sfa la Kawasaki che passa la mano in atte­sa di tempi migliori. A chi? Per il momento ­all’at­tuale team manager, Michael Bartholemy. Un ritiro di facciata, dunque, le cui modali­tà probabilmente sono state determinate dal­la necessità di non pa­gare le pesanti penali fissate dal contratto che legava l’industria giapponese alla Dorna sino al 2011. A questo punto, però, non si ca­pisce perché annun­ciare il ritiro... a meno che ciò non serva per azzerare contratti in essere troppo onerosi. Da oggi in poi, infatti, salve le eventuali ri­valse legali di Hopkins e Melandri, John e Marco dovranno ridi­scutere gli accordi con il nuovo soggetto giuri­dico. A pensare male, si sa, si fa peccato...ma molto spesso ci si pren­de.
(Fonte: Paolo Scalera, Corriere dello Sport di sabato 10 gennaio)

Schedatura ma non per tutti


Non si sa che fare con la tessera (o carta) del tifoso: il Viminale (soprattutto il ministro Maroni) vorrebbe tanto che dalla prossima stagione fosse obbligatoria. Ma il primo passo potrebbe essere quello di renderla necessaria almeno per andare in trasferta. Difficile, se non impossibile, imporla. Si rischiano contenzioni giudiziari infiniti. Si può però trovare una strada per convincere i club ad adottarla: deve essere un'operazione di marketing, più che di polizia. Bisogna convincere soprattutto gli ultrà che non ne vogliono sapere, temendo di essere ulteriormente schedati (ma già lo sono, vedi gli abbonati): non sarà per niente semplice. L'operazione fatta in accordo con Figc e Lega Calcio. Si dovrebbero sentire anche i rappresentanti dei tifosi. Al momento solo Milan e Inter l'hanno adottata: il prossimo turno la tessera fa il suo esordio in trasferta, nel senso che solo i tifosi dell'Inter che ce l'hanno potranno andare a Bergamo (saranno circa 2.000). Ma così si creano discriminazioni con le altre società. La Lega potrebbe affiancare i club almeno nelle pratiche burocratiche. Bisogna studiare una strada comune. Matarrese si sta già muovendo. Non c'è molto tempo.
(Fonte: Fulvio Bianchi, Repubblica.it)
L'AUTOREVOLE COMMENTO DI INDISCRETO: come ha detto Bianchi chi è abbonato con i form di iscrizione di oggi è di fatto già schedato, al di là del fatto che la presentazione del documento di identità ai cancelli sia quasi sempre un optional. Tutto il resto, non solo la ridicola carta del tifoso, è uno spot a favore del rimanere a casa davanti a Sky. Ma se la gente normale (cioé quella che paga i conti, non gli ultras che commercialmente vagono meno di zero) rimane a casa, i fantomatici nuovi stadi per le famiglie saranno solo un pretesto per edificare quasi gratis. Basta leggere i nomi dei proprietari delle aree per capire il senso dell'operazione. Poi casualmente tutti i grandi costruttori sono stati folgorati sulla strada dell'editoria: al centesimo pezzo su quanto è bella l'Allianz Arena viene voglia di leggere solo Tex.

Italiani come Alida Valli


A 70 anni suonati Sergio Vatta si rimette in gioco. Il mago del calcio giovanile, l’uomo che trasformava i ragazzi del Torino in oro, tende a realizzare un progetto che porta avanti da tempo: rifondare l’Unione Sportiva Fiumana, società sciolta nel 1947 dopo il definitivo passaggio di Fiume alla Jugoslavia. Vatta è nato a Zara ed é una delle duecentomila e passa persone che in quegli anni hanno vissuto in 95 campi profughi d’Italia prima di sparpagliarsi per il mondo. Nei campi ha vissuto per dodici anni, ma la Dalmazia, la sua terra, gli è sempre rimasta nel cuore e ci va appena gli impegni di lavoro glielo consentono. Ora vorrebbe riportare in vita quella gloriosa società calcistica, in cui maturarono campioni come Ezio Loik, Rudi Volk, Marcello Mihalich, i fratelli Mario e Giovanni Varglien.
Se dovesse rinascere, la Fiumana avrebbe sede a Torino. In Piemonte risiedono circa 40 mila tra profughi e loro discendenti. Inoltre Torino è la città dove campioni come Loik e i fratelli Varglien hanno mietuto vittorie a ripetizione, vestendo le casacche di Torino e Juventus: il legame con la città è molto forte, dunque, e si può dire che i massimi talenti del calcio fiumano hanno trovato proprio là il luogo in cui esprimersi ai massimi livelli. Tale ordine di considerazioni ha indotto il sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio, Guido Brazzoduro, ad autorizzare la rifondazione dell’Unione Sportiva Fiumana da parte del gruppo di profughi torinesi oggi impegnati in questo inedito tentativo.
La Fiumana ha chiesto di essere ammessa al Campionato di Prima Divisione (la vecchia Serie C/1) per la stagione 2009/10: i promotori dell’iniziativa sono convinti che alla squadra spetta di diritto ricominciare l’attività agonistica - come altre società poterono farlo già nel 1945 - da dove si era forzatamente interrotta nel 1943, poiché quando la società fu sciolta la squadra militava in quella categoria. E ciò in base a due leggi, una del 1952 e l’altra del 1983. L’auspicio di Lucio Toth, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, è che tutte le componenti del mondo dell’Esodo possano coagularsi intorno alla Fiumana, non facendone altro uso se non quello sportivo. La Fiumana intende interpretare il ruolo di società modello per trasparenza e metodi educativi che vorrebbe impiegare nell’insegnamento dello sport: si inizierebbe col calcio, ma si desidera proseguire con altre discipline, sino a diventare in futuro una polisportiva. Il “progetto Fiumana” è un progetto sportivo ma anche sociale: la rifondazione del sodalizio assume oggi un preciso significato, in quanto è intenzionato a diventare un polo di aggregazione per Esuli e per Rimasti.
Affinché nella storia di queste terre, come ha scritto Silvio Forza rispondendo sulle pagine de La Voce del Popolo a Lucio Toth, “Alida Valli possa diventare un’attrice (anche) dei croati di Pola quanto Mate Parlov deve essere considerato un pugile campione anche degli esuli”. Ecco, noi italiani rimasti a Fiume vorremmo veder messi uno accanto all’altro Abdon Pamich e Luciano Sušanj, perche ognuno di loro ha scritto pagine storiche dell’atletica leggera, oppure Rudi Volk e Pero Radaković, Ezio Loik ed Enzo Zadel, Mihalich e Bruno Veselica, i fratelli Varglien e le tre generazioni di portieri di casa Ravnich - tutti da considerare con le dovute proporzioni nella scala dei valori. Ognuno di loro ha segnato un’epoca, lasciando tracce più o meno profonde. Un discorso che si riallaccia in qualche maniera al tema dell’assurda, anacronistica frattura tra esuli e rimasti, perché “anche noi condividiamo la necessita di uscire dal ghetto”, e del fatto che l’Italia di oggi a volte rivendica il suo diritto all’italianità culturale di queste terre, e poi cade nel tranello dell’approssimazione, della trascuratezza, dell’ignoranza delle vicende del passato, con corrispondenze da Rijeka, Opatija, Poreč, Pula, disconoscendo i toponimi italiani, storici, di queste località.
(Fonte: Bruno Bontempo, Panorama)
L'AUTOREVOLE COMMENTO DI INDISCRETO: progetto emozionante e con grandi fondamenti sia nella storia che nell'attualità (Torino), ma è matematico che venga bollato mediaticamente come un progetto 'di destra' anche se al momento siamo ancora nella fase della simpatia (a una bella storia non si rinuncia). Con il paradosso che nemmeno la destra attualmente al governo lo difenderebbe: meglio dare al popolo Beckham, sia pure solo per un mese, che ricordare la vigliaccheria di stato ed aprire fronti polemici a causa di poche migliaia di persone oltretutto divise in correnti e sottocorrenti. In questo momento Abete avrebbe meno grane di immagine iscrivendo alla LegaPro una squadra palestinese: insomma, forza Vatta ma non ci crediamo.

A qualcuno rispondeva


Luciano Moggi, cosa pensa della sentenza che l’ha condannata a un anno e sei mesi per violenza priva­ta, ma l’ha prosciolta dal­l’accusa di associazione a delinquere?
«Io me lo aspettavo. Mi aspet­tavo questa sentenza. Mi di­spiace soltanto per mio figlio Alessandro che c’è rimasto male. Ma è una sentenza pa­radossola e per me è stata pre­sa per dare un contentino al pm Palamara. D’altra parte dopo l’entità delle richieste, non potevano smontare tutto. E’ caduto il masso, ma almeno un mattone doveva rimanere. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da farsi una grande risata...» Qual è l’aspetto così diver­tente?«Parliamo delle motivazioni. Io sono stato condannato per violenza privata nei confronti di due giocatori: Amoruso e Blasi. Vogliamo parlare di Blasi?»
Parliamone.
«Arriva alla Juventus dopo 8 mesi di squalifica e ai primi di luglio inizia ad allenarsi. A fi­ne luglio mi chiama il suo pro­curatore Antonelli a chieder­mi un prolungamento del con­tratto e un aumento. A parte il fatto che non sapevo neppure che Antonelli fosse diventato il suo agente, perché nei docu­menti della società era stato scritto diversamente, ma la cosa non mi va giù. Vado da Blasi e gli dico: non farmi chia­mare dal tuo procuratore per chiedere l’aumento, meritate­lo sul campo e vedrai che ti verrà dato. E infatti, dopo 27 presenze, pochissime partite saltate e una buona stagione, il contratto di Blasi fu ritocca­to e allungato. Ma il fatto di avergli detto: meritati l’au­mento e non farmi chiamare dal tuo procuratore è conside­rato violenza privata. Ve ne rendete conto? Allora nessuno può più fare il dirigente in Ita­lia. Qualcunque dirigente che fa l’interesse della sua società risponderebbe come me, ora stia attento! Rischia un anno e sei mesi».
E la questione legata ad Amoruso?
«Ancelotti viene da me e mi di­ce: cediamo Amoruso, non mi serve. Allora io convoco Amo­ruso, che per inciso dalla Ju­ventus ha incassato 14 miliar­di di lire, e gli spiego la situa­zione. Lui non vuole lasciare la Juventus, anche perché qui poteva prendere i premi per la Champions, lo scudetto o altri successi, allora gli dico: guar­da che se rimani te ne vai in tribuna. E così mi becco la con­danna per violenza privata. Capito l’assurdità? Allora di­cano pure che un dirigente de­ve sperperare i soldi della sua società. O dicano che i calcia­tori sono gli unici che possono comandare. Praticamente la sentenza stabilisce questo. Stiano attenti gli altri dirigen­ti! Anche all’estero, perché mi sembra che Benitez si sia comportato allo stesso modo con Pennant. Magari condan­nano pure lui...».
E ora?
«Queste accuse non reggeran­no in appello. Il processo di se­condo grado non saranno i tempi supplementari di que­sta vicenda. Lì andiamo al gol­den gol. Ma dopo questa sen­tenza mi aspetto che direttori sportivi e società di calcio in­sorgano perché tutti potrebbe­ro essere accusati di violenza privata. Se la Lega e le società non fan­no sentire la loro voce può es­sere la fine di un modo di am­ministrare le società di calcio. Spero che nessuno sottovalu­ti la portata di queste senten­za ».
(Fonte: intervista di Guido Vaciago a Luciano Moggi, Tuttosport di venerdì 9 gennaio 2009)
L'AUTOREVOLE COMMENTO DI INDISCRETO: se il procuratore di Blasi all'epoca della richiesta di aumento fosse stato Davide Lippi o Zavaglia o direttamente Alessandro Moggi, Luciano Moggi gli avrebbe risposto ed anche con un certo trasporto. Senza alcun interesse personale, ovvio, lo stipendio della Juventus gli bastava e avanzava....Quanto ad Amoruso, tutti i calciatori e a maggior ragione i quasi ex, ambiscono a rimanere nel giro: anche in questo caso l'omertà non si può giustificare, ma almeno spiegare sì. Ultima cosa: non si hanno notizie dell'esistenza di Davide Benitez...

Ventisette anni da Liedholm


La partita di papà. Roma-Milan significa anche Nils Liedholm: il Barone, scomparso nel 2007, visse 27 stagioni in rossonero e 12 in giallorosso. Il figlio Carlo, 50 anni, custodisce molti ricordi. Quali sentimenti legarono suo padre a Roma e Milan? «Con il Milan c' era un rapporto famigliare. La Roma gli diede le maggiori soddisfazioni. Diceva "Roma è una grande città, non capisco perché non possa avere una grande squadra". La più grande delusione? «La sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni. Gli era già sfuggita da giocatore e sperava di rifarsi da allenatore». È vero che fu lei a consigliare Ancelotti a suo padre? «Da giovane seguivo il calcio di C. Gli segnalai questo ragazzo e andammo insieme a vederlo, prima a Parma, poi nello spareggio-promozione per la B. Carlo segnò due gol e la Roma poco dopo lo acquistò». Suo padre stimava l' Ancelotti allenatore? «Il Milan di Ancelotti gli ricordava la sua Roma». Nils Liedholm e Berlusconi? «Le incomprensioni furono solo calcistiche. Berlusconi guardava al futuro e papà aveva le sue idee. Ma due Bilance ascendente Bilancia s' intendono e Berlusconi si è comportato da signore con papà». Nils Liedholm e Dino Viola? «Coppia straordinaria. Il presidente della Roma aveva senso dell' humour. C' era intesa». Un grande dolore di papà? «La morte di Di Bartolomei» Carlo Liedholm tifa per? «La Roma».
(Fonte: Stefano Boldrini, Gazzetta dello Sport dell'11 gennaio)
L'AUTOREVOLE COMMENTO DI INDISCRETO: se per 'signore' si intende che l'ha pagato e che non ne ha mai parlato male, cosa che nel calcio anche di serie A non è scontata, il ricordo di Carlo Liedholm è senz'altro realistico. Ma il 'badante' e nelle ultime partite direttamente supplente (ottimi risultati, vista la qualificazione Uefa ottenuta nello spareggio con la Sampdoria) Capello del 1987 non fu certo un attestato di stima.

College, l'ultimo baluardo sessista

In pieni anni Ottanta un giovane Moccia ci regalava un telefilm (con 'Chicco Lazzaretti' e Federica Moro: culto...) in cui uomini e donne facevano ancora parte di mondi differenti. Forse è per questo che si incontravano...