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Bandiera Roja

di Stefano Olivari
Per i fanatici dello streaming Roja Directa (http://www.rojadirecta.com/) è un sito ormai superato, non a caso media tradizionali e magistratura l'hanno scoperto solo da pochi mesi. Si tratta, né più né meno, di un portale spagnolo che offre indicazioni circa la visione di partite di calcio e di tanti altri sport. Non le trasmette direttamente trasformando il segnale, non è una piattaforma per far caricare video agli utenti stile You Tube (anzi, molto spesso per quanto riguarda gli highlights triangola proprio con You Tube), non è nemmeno un sito di condivisione: semplicemente organizza le informazioni e pubblica i link dove è possibile (in teoria, viste certe limitazioni 'cinesi' peraltro facilmente aggirabili agendo sui dns) andarsi a vedere in diretta gli eventi. E' proprio questa la materia del contendere, cioè della causa che Audiovisual Sport (detentrice dei diritti televisivi della Liga, fra gli altri) ha intentato al sito. La notizia, di pochi giorni fa, è che il tribunale di Madrid ha dato ragione a Roja Directa. Rimandiamo ai siti di El Pais e di El Mundo per i dettagli, la sintesi è che questo aggregatore non ruba i programmi a chi ne detiene i diritti e nemmeno indica link a siti 'pirata' (come è stato scritto ingiustamente, forse confondendo Rojadirecta con un famosissimo sito russo), ma indica collegamenti a siti di streaming che per il loro paese detengono regolarmente i diritti. Questa parte della sentenza è ambigua (del genere: io non dico come si fabbricano le molotov, ma do il link ad un sito dove lo si spiega) ma sta in piedi, mentre ridicolo è che Roja Directa sia considerata fuori dal discorso commerciale. Come tutti i suoi frequentatori sanno, per il sito che ha nella testata un disegno di Collina (a lui avranno pagato i diritti?) che sventola un cartellino rosso, non ci sono tasse di iscrizione ma una quantità di banner e pop up spesso a livelli dei peggiori siti porno (dipende dai giorni e dalle partite, quindi dal traffico). Il guadagno di Roja Directa è indiretto come potrebbe esserlo quello di un portale di scommesse, ma riferito proprio ai singoli eventi. Giuridicamente si può discutere (fra l'altro abbiamo letto sul sito del Mundo che in Spagna c'è in essere anche una causa della SGAE, la locale SIAE, contro un altro portale video), ma in pratica quella di Audiovisual è una battaglia persa. Nei prossimi post il racconto di come alcuni giornalisti italiani di pay-tv riescano a non pagare l'abbonamento alla 'loro' emittente: come possono poi pretendere che lo faccia un quindicenne? Certo è che questa sorta di esproprio proletario dei diritti video farà allo sport solo del male.

La classe di Jimmy Greaves

Jimmy Greaves è stato uno dei più grandi attaccanti della storia inglese, terzo marcatore di sempre in nazionale dietro a Bobby Charlton e Gary Lineker, ma soprattutto avrebbe dovuto essere il protagonista del Mondiale 1966. Qualche mese prima del grande evento l'allora ventiseienne del Tottenham aveva avuto un'epatite, ma guarì in tempo per essere a disposizione di Ramsey. Fece un'ottima preparazione e fu lui il titolare nell'esordio a Wembley contro l'Uruguay: uno zero a zero che rappresentò bene quanto visto in campo. Con il Messico altra musica: tante occasioni, con un bellissimo gol di Charlton ed il raddoppio merito proprio di Greaves. Niente gloria nel tabellino, ma suo il tiro che Calderon respinse corto in bocca ad Hunt. Greaves sempre bene nella vittoria con la Francia, più uomo assist che goleador, ma con una gamba squarciata da un tackle avversario. Niente di drammatico, solo un profondo taglio, ma Ramsey usò l'infortunio per far 'riposare' Greaves, buttare nella mischia Geoff Hurst e recuperare la sua arma tattica (la genialata, vista a posteriori, fu rinunciare alle ali pure) Alan Ball. La vita è crudele: Hurst segnò il gol vittoria nel quarto con l'Argentina e non uscì più. In campo nella semifinale con il Portogallo ed anche nella finale, a dispetto della stampa che premeva per il ritorno del più talentuoso Jimmy. Niente da fare: Hurst entrò nella leggenda, Greaves guardò i compagni ritirare le medaglie. Già, perchè al tempo le medaglie venivano date solo agli undici in campo. Due giorni fa parziale giustizia è stata fatta con la consegna dei pezzi dorati agli undici esclusi del 1966. Un'iniziativa della Fifa, per indennizzare i giocatori non scesi in campo delle squadre vincitrici, messa in pratica a Downing Street dal declinante Gordon Brown. Di classe il commento di Greaves, che ha sempre ricordato con dolore quel Mondiale vissuto da comprimario (mentre nel 1962 con Winterbottom fu protagonista fino alla fine, cioé fino al quarto perso con il Brasile): ''Adesso tutta la squadra ha la medaglia. È molto bello, ma se Sir Alf fosse ancora qui, probabilmente l'avremmo avuta prima''.

Registi intercambiabili

In ogni convegno sul futuro dell'informazione si dice che il quotidiano del futuro dovrà essere sintetico, evitando informazioni e soprattutto dichiarazioni inutili. Ma questo è purtroppo solo il futuro. Il presente è pieno di frasi di Jonathan Zebina, che dopo l'incredibile impresa del Franchi, con un Siena in ciabatte infradito battuto tre a zero da una Juventus all'inseguimento della Champions, ha spiegato la differenza fra Ferrara e Ranieri. In favore di Ciro il Grande, ovviamente: ''Fer­rara ci ha fatto dei discorsi giusti, che ci hanno caricato. A dire la verità, non ha par­lato molto, ma ha usato le parole chiave, quelle che un giocatore della Juve non si de­ve mai dimenticare. E, stando ad ascoltarlo, si è capito che lui è stato un calciatore, si è vista la differenza con il passato''. Capito? Ranieri (tredici anni da professionista fra Roma, Catanzaro, Catania e Palermo: come difensore meglio di Zebina) non è stato un calciatore e non sapeva dire le parole giuste. Tanto valeva ingaggiare Livio Sgarbi, il motivatore trash del Cervia. Con questo non vogliamo dire che Ranieri sia il migliore allenatore del mondo, ma che una qualunque persona di calcio calata in una società forte vale come qualunque altra: Ferrara come Ranieri come Conte come Lippi come Wenger (dato per aspirante alla panchina bianconera: prova che Jim Morrison è vivo e fa il giornalista). Orlandi avrebbe fatto giocare l'Inter peggio di Mourinho? Poi tutti noi siamo affascinati dall'allenatore-guru, dall'educatore integerrimo che plasma la materia grezza: ma in uno sport professionistico basato su potere di condizionamento, forza, corruzione, abilità e fortuna di spazio per coach Reeves (l'allenatore di 'The White Shadow', Time Out nell'Italia Uno del decennio d'oro) non ce n'è tantissimo. Nella critica cinematografica italiana si è convinti che il successo di un film dipenda principalmente dal regista (definito autore se fa parte del giro giusto e le trame sono tristi, con ex brigatisti tormentati o ereditiere in analisi), mentre gli attori sono intercambiabili, lo sceneggiatore un impiegato ed il produttore un ricco scemo che deve ripianare i conti. Ecco, nel calcio funziona un po' così: peccato che in entrambi i mondi quasi tutto dipenda dal produttore.

Quello sfigato di Tom Brady

Una delle principali regole del giornalismo cialtrone, quello che con varie gradazioni di dignità pratichiamo un po' tutti (il vero giornalista spiega quello che non sa, diceva un grande liberale, ma noi piccoli talebani l'abbiamo preso alla lettera), è che si può inventare qualsiasi cosa a patto che non faccia male a nessuno. Un buon esempio è una notizia appena battuta dalle agenzie, tradotta e ripresa dall'edizione americana di Vanity Fair che a sua volta l'ha copiata dal Metropolitan Post, riguardante Gisele Bundchen che oltre che del Gremio (l'unica cosa che sta in piedi, visto che è nata nello stato di Rio Grande do Sul) sarebbe una fan del vincente José Mourinho e non di quel noto sfigato di Tom Brady, da qualche mese suo marito. Fidandosi dello Special One avrebbe scommesso tramite il bookmaker Stanleybet (la marchettina non manca mai, ad abbellire il capolavoro) sulle partite dell'Inter arrivando a vincere 500mila dollari in pochi mesi. Insomma, Gisele che analizza le formazioni di Inter e Palermo è una palese invenzione che però domani troveremo su metà dei nostri giornali ripresa (di quarta mano, a questo punto, in stile 'In Spagna scrivono che') senza troppi scrupoli né rispetto per la logica. Con l'aggravante del fogliettone (traduzione dal giornalistese: il corsivetto pseudo-spiritoso che spesso ammorba la parte bassa delle pagine, con una bella penna che ricama sul nulla), che nei giorni privi di notizie è una certezza: in questo caso il prevedibile tenore dei pezzi potrebbe essere sintetizzato in 'La nostra bella Inter è seguita anche dai Vip', roba da Italia della Settimana Incom. Rapportate tutto alle sezioni 'serie' dei quotidiani e vedrete che lo schema non cambia: e andiamo con pezzi sui tacchi delle deputate o sulle barche del banchiere (o sulle banche del barchiere). Del resto se si scrivesse semplicemente quello che si vede, non diciamo neppure la verità o grandi retroscena, il manganello dei querelatori scatterebbe subito.

L'urlo dimenticato di Tardelli

I tempi stavano cambiando e strutturalmente il “Fila” cominciò ad apparire superato sin dal 1932. Nasceva lo "Stadio Mussolini". Edificato per volontà del Duce in cerca di una sede degna dove far svolgere i Littoriali del 1933 destinati al capoluogo, venne inaugurato il 14 Maggio 1933 dal Segretario del PNF Achille Starace a un tiro di schioppo dal “Campo Torino”. "…Lo stadio è formato da un vasto anello elissoidico - spiega lo sconosciuto autore de "Lo Stadio Mussolini a Torino", nel periodico mensile L'Architettura Italiana del settembre 1933 - il cui maggior perimetro è di circa 640 mt. La base è costituita da una banchina di granito bianco, sulla quale poggia lo zoccolo in intonaco rosso; dello stesso materiale sono formati i piani a 45° che delimitano tre strisce vetrate per l'illuminazione dei locali interni, coronate da un parapetto bianco. Sopra questo si affacciano ampi finestroni limitati da pilastri in cemento che sorreggono lo sbalzo terminale, sporgente per oltre tre metri con un'inclinazione di 45°. Gli accessi all'interno sono praticati attraverso 27 aperture, la principale delle quali conduce alla tribuna d'onore. Il parterre è in parte coperto dalle gradinate che vi aggettano a sbalzo, ed è leggermente rialzato nella parte più distante dal campo….” La capienza è di circa 80mila posti, che diminuiranno prima a 71mila e, negli ultimi anni, a 48mila.
Una volta giocati i campionati del mondo del 34’, diventerà principalmente lo stadio della Juventus che vi si sposterà in quegli anni dal “Corso Marsiglia”. Sarà la casa bianconera per 57 anni. Dalle rovesciate di Borel al talento bizzoso di Sivori, fino ai prodigi balistici di Platini, per terminare con l’abulia disarmante di Zavarov. E’ lo stadio più vincente d’Italia per una singola squadra, visto che la Juve degli Agnelli vi conquisterà ben 16 scudetti. Sarà anche lo stadio della Nazionale per tante volte, due in particolare da ricordare. Nel novembre del 1977 proprio lì si consacrò squadra di rango l’Italia di Bearzot che sconfiggendo 6-1 la Finlandia (con quattro reti di Bettega) fece capire al mondo, cinque anni prima dei mondiali di Spagna, che i tempi delle “pomodorate” erano definitivamente tramontati. Meno di tre anni dopo l’Italia lì sconfisse l’Inghilterra agli Europei casalinghi, tormentati dallo scandalo-scommesse. Ci sono gol e gol. Alcuni vengono ricordati per la loro importanza, altri per la loro bellezza, altri ancora per la tensione che sbloccano nell’urlo liberatorio del loro autore. Altri però, pur essendo tutt’e tre le cose insieme vengono quasi cancellati dalla memoria, superati da analoghe prodezze, con analoghi protagonisti, ma in circostanze addirittura più importanti. E il caso del gol di Tardelli, siglato all’Inghilterra in quella penultima gara del girone eliminatorio di Euro ’80. Al Comunale, il centrocampista juventino sbloccherà al 78’ una partita splendida e tesissima, consegnando all’Italia la semifinale virtuale della competizione (poi arenatasi sullo 0-0 col Belgio) ed ai tifosi azzurri il primo urlo di gioia irrefrenabile, con una corsa di sessanta metri terminata in placcaggio sotto la tribuna. Vera e propria prova generale di quello che vedrà protagonista lo stesso mediano dopo il 2-0 siglato al “Santiago Bernabeu” nella finale mondiale del 1982. Non tutti ricordano che in quell’occasione, dopo le “mazzate alcoliche” scambiate (sempre al “Comunale”) fra tifosi inglesi e belgi, esordì la “gabbia”. Fatta costruire per contenere i 5mila britannici al seguito e isolarli dal resto dello stadio. Un’immagine che sarebbe diventata consuetudine fino ai giorni nostri.
Il “Comunale” diventò la casa del Torino stabilmente solo dal 1963 in poi. E lì avrebbe vinto l’ultimo scudetto della sua storia. Nel 1976, sotto la guida di Gigi Radice e la presidenza di Orfeo Pianelli, dopo una lunghissima lotta con la Juventus di Trapattoni, che l’anno dopo dovette fare ben 51 punti (sui 60 disponibili) per avere la meglio dei granata finiti un punto dietro. Ma il vecchio Comunale non fu solo calcio: ospitò il museo dell’automobile fino alla fine degli anni ‘50 e svariati concerti. Memorabile quello dei Rolling Stones durante i Mondiali dell’82, quando Mick Jagger si presentò sul palco con la maglia della nazionale, con tanta voglia di festeggiare e tanti saluti alle sue lontane origini tedesche. E poi i Police, Madonna...E tanta atletica leggera, in particolare negli anni ‘ 70 con le folate a indice alzato di Mennea, la Simeoni, Cova e la Dorio e tutti i grandissimi campioni internazionali di quegli anni. L’ultimo avvenimento importante il vecchio Comunale lo ospitò in occasione della finale di Coppa Uefa Juventus-Fiorentina nel maggio del 1990. In campo (con i viola) Roberto Baggio, per una degna chiusura, prima di diventare campo di allenamento bianconero e di una “pensione” a tempo.
Sì, perché visto che a Torino gli stadi hanno disimparato a progettarli, in occasione di “Italia ‘90” ecco sorgere in zona periferica quella “cosa” che sarà chiamata “Delle Alpi”. Una via di mezzo fra un’astronave ed una cattedrale, con una pista d’atletica splendida ma che sarà usata solo per meeting di secondo e terzo livello, con spalti (soprattutto delle curve) lontanissimi dal terreno di gioco e una visibilità da loggione. Sgradito e sgraziato sin dalla prima amichevole poche settimane prima dei Mondiali. Ha 69.041 posti a sedere (di cui 62mila al coperto), disposti su 3 anelli per un'altezza dal campo massima di 33 metri (e scusate se è poco). Struttura “sfortunata” sin dal nome: al posto che “Vittorio Pozzo” l’arena sarà chiamata “Delle Alpi”. In linea con il tratto anonimo e freddo di quegli spalti, insomma. Giusto per capire: l’inutile pista d’atletica fu imposta dalla necessità di poter accedere al credito sportivo del C.O.N.I. (e dal compianto Primo Nebbiolo, torinese ex presidente della F.I.D.A.L.), mentre a progettarlo fu il giovane e sfortunato architetto piemontese Sergio J. Hutter. Nonostante la sua bruttezza, di vicende calcistiche il Delle Alpi ne ha viste parecchie. Durante i mondiali del 90’ fu Caniggia a gelare i sogni di grandezza brasiliani, “infiocchettando” in contropiede a dieci minuti dalla fine la catenacciara difesa voluta da Sebastiao Lazaroni, mentre sempre lì, poco dopo, ci fu la semifinale fra Inghilterra e Germania. Al 59' una palla avvelenata di Brehme fu causa dell’autorete del maldestro Parker, mentre all'80' fu il grande Lineker a pareggiare a modo suo: di rapina. I rigori, con gli errori di Pearce e Waddle, consegnarono la finale ai teutonici: in Inghilterra ancora bestemmiano al pensiero del palo di Waddle nei tempi regolamentari.
Il “Delle Alpi” sarà anche lo stadio del ritorno di una Juve scudettata (quella del primo Lippi e del secondo Lippi), ma anche quella di Moggi e dei gol inspiegabilmente annullati (quello del Cannavaro del Parma alla Juventus) e dei rigori non dati come quello che Ceccarini negò all’Inter di Simoni per fallo (meglio dire “tramvata”) di Iuliano su Ronaldo e delle coppe europee. Con la Juve che viaggiava a mille in direzione finale di Champions League e il Torino di Mondonico che s’inchinava solo a un fortissimo Ajax nella Finale di Coppa UEFA del 1992, dopo aver fatto fuori anche il Real Madrid. Ma sarà anche lo stadio della serie B “sistematica” di un Toro confuso dalle promesse cimminelliane e dalle iperboli lessicali di Romero. L’ultimo atto juventino dello stadio, prima della sua (forse temporanea) pensione il 15 maggio 2006 con la festa per il 29esimo scudetto bianconero. Con brindisi e festeggiamenti vaneggianti degni del bunker della cancelleria. L’ultimo atto di marca “Toro”, invece, sarà un Torino-Mantova, ritorno della finale playoff per la serie A, grazie alla quale i granata saranno promossi, a un solo anno dal fallimento. Ad assistere alla gara 58.560 spettatori per 886.001 euro d’incasso. Un dato come tanti, eppure significativo.
Il perché è semplice: alla ripresa dei campionati, nel settembre successivo, infatti, sia Torino che Juventus troveranno una nuova casa ad attenderli: il vecchio “Mussolini”, diventato Comunale ed ora ristrutturato e trasformato in “Olimpico”. Capienza 27100 spettatori, ora scesi a 25500 circa. Nemmanco la metà degli spettatori, raccolti, ad esempio, per i playoff di serie B. Nei progetti questa “bomboniera torinese” ritratteggiata per le olimpiadi invernali del 2006, quando si darà luogo alla ristrutturazione del “Delle Alpi” (destinato alla Juve), sarà la casa esclusiva del Torino e probabilmente prenderà il nome di “Stadio Grande Torino”. Vincolato nelle sue modifiche dalla sovrintendenza ai beni ambientali e architettonici, oltre alla copertura completa ed a un esile (in tema di capienza) terzo anello sì è dotato di oltre 90 telecamere che controllano l' intera struttura dentro e fuori, tanto che lo Stadio Olimpico di Torino, è oggi uno dei pochi in Italia che rispetta tutte le norme della “legge Pisanu”. Certo, ora il vero problema è quello della capienza. Un problema insormontabile, visto che progetti alla mano al massimo si potrà arrivare a portarla intorno ai 33mila posti con tribune smontabili al di sotto dell’attuale anello inferiore. Sempre troppo poco, anche ammesso che si voglia ampliarlo.
Né tantomeno sembra che il progetto che riguarderà il “Delle Alpi” possa dare una vera svolta all’impiantisca torinese. Di proprietà del Comune di Torino fino al giugno 2003, anno in cui la Juventus ha acquistato il diritto di superficie sull'area dello stadio per la durata di 99 anni per 24 milioni di Euro, il “Nuovo Delle Alpi” avrà 40.600 posti, senza la pista di atletica con una copertura in teflon trasparente che farà filtrare la luce all'interno dello stadio. A inizio del 2007 il CdA della Juventus Football Club ha approvato il progetto del nuovo stadio del club che sorgerà nell’invaso dell’attuale “Delle Alpi” (finanziato con fondi di almeno 100 milioni del credito sportivo). Successivamente l’approvazione anche da parte del Comune. Così Torino tornerà ad avere due stadi. Uno per la Juve, uno per il Toro. Difficile dire se qualcuno avrà voglia di “levarsi il cappello”, certo è invece che ben presto si tornerà a parlare di altri stradi da costruire. Più grandi, più capienti, perché sì: “piccolo e bello”, ma solo quando si parla di bomboniere. (fine quinta e ultima parte)

Fiorenzo Radogna
fiorenzoradogna@tele2.it

Le strade del Filadelfia

Fino agli anni Sessanta Ac Torino (così denominato sotto il fascismo) e Juventus continueranno ad avere una vita separata. Tanto che mentre la Juve vince e stravince al “Corso Marsiglia” prima e al “Mussolini-Comunale” poi, i granata inseguono il proprio mito, in un mito. Quello del “Campo Torino”, di via Filadelfia. Negli anni (soprattutto negli ultimi) si sono scritti fiumi di articoli e libri, sul terreno di uno dei campi storici del calcio italiano. Si è cercato di salvarlo dal decadimento, si sono organizzati musei, mostre, marce di protesta e sottoscrizioni. Ma non è valso a nulla. Di quei gradoni a picco sul terreno di gioco, di quel sottopassaggio che fu di Valentino Mazzola, della fucina di grandi campioni del settore giovanile che divenne poi, non rimane che un campetto brullo. Difficile aggiungervi qualcosa di davvero originale, anche se a volte basta accettare di unirsi al coro e raccontare. Quel poco o tanto che si sa.
Il 17 ottobre 1926, nell’area dei mercati generali (a pochi metri dall’attuale “Olimpico”) fu inaugurato dal principe ereditario Umberto il “Campo Torino” che di sabaudo aveva poco e d’inglese molto. Capienza fra i 20mila e i 25mila spettatori, di cui solo un quarto a sedere (in tribuna coperta). Il Filadelfia, così fu subito chiamato dai tifosi granata, venne edificato per volontà del Conte Enrico Cinzano, allora presidente granata, su elementare ma efficace progetto dell'ingegnere Gamba. La prima gara annunciò lo strapotere di una società che, poi, avrebbe dominato: il Toro battè 4-0 la Fortitudo Roma davanti a 15mila spettatori. Fu solo la prima di tante goleade e vittorie di una società che, in quella casa, avrebbe segnato più di un epoca. Lì il Torino avrebbe vinto sei dei suoi sette scudetti e giocato per oltre 600 volte, fra Campionato, Coppa Italia e Coppe Internazionali, raccogliendo qualcosa come 390 vittorie con quasi 1500 gol segnati. Venne utilizzato stabilmente dal 1926/1927 al torneo 1945/1946, quindi, con l’eccezione di qualche stagione fino al 1962/1963, nella quale il Torino disputò le proprie partite interne sia al Filadelfia che al Comunale. Nel campionato 1963/1964 venne disputata solo la Coppa Italia, prima dell'abbandono definitivo. Singolare una coincidenza: nel 1958/59 il Torino, Chiamato Talmone, giocò sempre al “Comunale” e retrocesse per la prima volta nella sua storia. Giusto un decennio dopo la tragedia di Superga. Onorevole la sua fine: proprio al “Fila”, da fine Sessanta in poi, il Torino Calcio decise di impostare il suo settore giovanile. Centinaia di calciatori professionisti e decine di giocatori delle varie nazionali si formeranno all’ombra di quegli spalti. Sempre più mal tenuti, sempre più decrepiti. Negli anni ’90 furono abbattute le tribune e si ricominciò a parlare di ricostruzione dello stadio, almeno in parte, da destinare a gare delle giovanili. Fra tentativi di speculazione sventati e comitati per il suo salvataggio il “Fila “, o meglio il suo ricordo, è ancora lì in attesa di un futuro degno, fatto di almeno un nuovo terreno di gioco e spogliatoi adatti a squadre professionistiche. Degli spalti che furono non esiste più nulla, nemmeno il sogno di una riedificazione. Il resto è racconto che si confonde con la fiaba e diventa leggenda reale.
Come quella del “Trombettiere del Filadelfia” che suonava la carica quando Mazzola e compagni apparivano più svogliati del solito, magari annoiati dal loro strapotere. Quella tromba suonò un’ultima volta solo dopo la tragedia di Superga, prima di essere recuperata tanti anni dopo e conservata nel museo del Grande Torino. L’ultima gara, con capienza ridotta a 1.500 spettatori, il “Campo Torino” la ospitò nell'estate del 1986 per la semifinale di un dimenticabile Torneo Estivo. Il Pisa battè il Torino 2-1, mentre l’ultimo granata a segnarvi in campionato era stato un certo Enzo Bearzot nel maggio del 1963. Massì, forse ha ragione lo sceneggiatore che in un film dedicato al Grande Torino e al suo “Fila” fa dire a Giorgio Albertazzi: “Vedi, amico mio, il tempo quando entra qui si ferma un attimo e si toglie il cappello…”. E non fa niente che non ci sia, oggi, un vero posto in cui entrare. Già basta che non ci sia, in quei luoghi, un supermercato. Raccontò un ex giocatore granata degli anni Cinquanta: “…Giocare al Fila, oltretutto era comodo. Con gli spalti a ridosso del campo, si partiva già in vantaggio. Si potevano sentire non solo le urla, ma anche i respiri dei tifosi. Per gli avversari, per chi non c’era abituato insomma, giocare lì poteva trasformarsi in un incubo”. (fine quarta parte - la storia degli stadi di Torino continua mercoledì 13 febbraio 2008).

Fiorenzo Radogna
fiorenzoradogna@tele2.it


Separati e felici

La prima vera casa del Torino è stata certamente lo “Stradale Stupinigi”, al quale il sodalizio granata si affidò dal 1913 al 1925. Non lontano da dove oggi c’è quel che resta del “Filadelfia”, campo sportivo inaugurato nel 1912 dalla figlia del presidente granata Giulio Castoldi. Lo “Stradale”, di anno in anno crebbe in ospitalità, visto che ai suoi lati si era provveduto a costruire una serie di tribunette in legno di non più di dieci gradoni. Molti ancora si portavano le sedie da casa. In occasione dei primi derby Torino-Juventus, alle gare potevano assistere fino a 10mila spettatori accalcati sulla fragile recinzione. Erano gli anni in cui il “fenomeno” calcio esplodeva e diventava anche attività remunerativa. La “bega” che spinse i dissidenti juventini capeggiati da Dick a unirsi con l’ Fc Torinese, pare fu proprio di questa natura. I fuoriusciti, infatti, non sopportavano la “virata professionistica” che si stava attuando in casa bianconera. E fu proprio su quel terreno di gioco che un giorno di primavera, al termine del quotidiano allenamento del Torino, i giocatori furono chiamati a raccolta dal proprio tecnico: “Ragazzi – disse più o meno così ai giocatori – Contro il Genoa non si giocherà più. Il campionato credo lo daranno a loro. Noi finiamo qui, sapete che è scoppiata la guerra…”. Era la fine di maggio del 1915. Il Torino avrebbe dovuto recarsi in casa del Genoa che comandava la classifica proprio sui granata prima di quell’ultima giornata. L’allenatore era Vittorio Pozzo.
A conferma di quanto sia strano il destino degli stadi torinesi, non può non citarsi il Motovelodromo di Corso Casale (foto), in riva al Po e a due passi dal centro. Sì, perché mentre del ben più importante “Stadium” ormai i quattro quinti dei torinesi hanno perso memoria, a tutela di questa struttura costruita con soldi privati si diede luogo negli anni a comitati, sottoscrizioni, petizioni. Tanto che oggi, quella che fu la casa dell’Fc Torino nella stagione precedente la Consegna del “Filadelfia” c’è ancora. In tutta la sua bellezza; ed è regolarmente usata. Per gare ciclistiche e come casa di una squadra di football americano. L’impianto, costruito in cemento nella zona est di Torino, fu inaugurato nel 1920 con il suo stile “art nouveau”. I posti a sedere erano circa 8mila, anche se in occasione di alcune gare della nazionale si arrivò a sfiorare le 20mila presenze. Si correva in moto, in bici e si giocava, saltuariamente, a calcio. Ma trovava spazio anche l’atletica leggera e l’opera. Ristrutturato più volte, dotato d’illuminazione nel 1965, il “Motovelodromo”, divenuto “Velodromo Fausto Coppi”, fa oggi bella mostra di se con 3500 posti a sedere ed ospita nel suo ventre svariate altre strutture sportive. Fra quella stesse curve paraboliche giocò stabilmente il Torino per la stagione 1925-26, stabilendo un grande primato. Nelle 11 gare di campionato lì giocate vinse sempre. Segnando 44 gol e subendone solo 9. Quell’anno la squadra trascinata da Libonatti e Baloncieri nel girone Nord arrivò a soli due punti dal Bologna che poi avrebbe perso lo scudetto con la Juve. Proprio ai due attaccanti voluti fortemente dal presidente Cinzano sono legati i momenti più belli di quella stagione al “Corso Casale” che visse momenti di gloria anche grazie alla nazionale che, in gare ufficiali, giocò due volte con la Cecoslovacchia. Riuscendo a vincere il 17 gennaio 1926 3-1, davanti a 18mila spettatori assiepati finanche sul tetto della tribuna centrale.
Mentre il Torino cresceva allo “Stradale Stupingi”, la Juventus allo stadio di Corso Sebastopoli superava la sua crisi economica e tecnica con l’avvento della famiglia Agnelli alla guida del sodalizio e cominciava, prima dei granata di Cinzano, a pensare in grande sul serio. Una prima dimostrazione fu lo spostamento dallo stadio di corso Sebastopoli che fu quasi immediatamente demolito, a una casa più solida e ospitale. Il 19 ottobre 1922 con Olivetti presidente venne inaugurato in una zona allora periferica di Torino lo stadio di Corso Marsiglia, il primo impianto dedicato al calcio ad essere realizzato interamente in cemento armato e non solo: pochi anni dopo la sua inaugurazione, per decisione del presidente Edoardo Agnelli, venne dotato di un impianto di illuminazione. Una cosa mai vista in Italia. Il perché di questa scelta è avvolto nella leggenda. Pare che Agnelli avesse deciso di sistemare i fari per permettere a un suo giocatore, tale Mosca, di allenarsi con la squadra la sera, in notturna. Era uno studente in medicina e voleva innanzitutto laurearsi. Fornito di una capiente tribuna coperta e di settore “Distinti” dalle ampie sedute, il “Corso Marsiglia”, rappresenterà negli anni, la crescita della Juventus . Arrivano gli scudetti e arrivano gli ampliamenti con la costruzione anche delle curve. Sarà spesso casa della Nazionale Italiana che, a Torino, lo preferirà al “ligneo” Stradale Stupinigi e anche al “Filadelfia”. Memorabile, il 22 marzo del 1925, la vittoria per 7-0 sulla Francia con doppiette di Levratto, Baloncieri e Moscardini. Negli ultimi anni giocati lì, la Juventus vincerà scudetti a mani basse, diventando la Vecchia Signora. Oggi quasi più nessuno se lo ricorda. (fine terza parte - la storia degli stadi di Torino continua mercoledì 6 febbraio 2008).

Fiorenzo Radogna
fiorenzoradogna@tele2.it

Lo Stadium dei sogni

Il Novecento è iniziato da un decina d'anni, con la Juve che si “arrabatta” in una casa non degna. Torino, capoluogo dalle mai celate ambizioni mitteleuropee, in un'Italia ancora periferica in quegli anni non disdegna di portarsi all’avanguardia. Anzi: di sperimentare, addirittura. Così nascono “cose strane”. Enormi, illusorie, quasi megalomani. Alla presenza di Re e della Regina Elena il 29 Aprile del 1911 fu inaugurato lo “Stadium”. L’obiettivo vero, in quanto Torino città dei Savoia, era quello di regalare alla città simbolo dell’Unità d’Italia un’edizione delle Olimpiadi successiva a quella del 1912. Edificato nei pressi di uno dei crocevia che incorniciava l’enorme Piazza D’Armi, aveva l’ingresso principale in direzione dell’attuale Corso Duca Degli Abruzzi, era stato progettato dall’architetto Carlo Ceppi ed aveva una capienza di quasi 80mila posti su tribune di cemento armato. 40 mila i posti a sedere, un’enormità per l’epoca, addirittura più che lo stadio Olimpico di Atene e quello di Londra che nel 1908 aveva ospitato le Olimpiadi. Con i suoi colonnati in stile greco, impressionanti le misure: 100mila metri quadrati di superficie, in disposizione ovale con asse principale di 361 metri e larghezza di oltre 200. Le velleità olimpiche della struttura erano evidenti, visto che il suo anello esponeva ben tre piste: l’esterna grande di circa 720 metri destinata al ciclismo, una “media” di circa 600 per i cavalli e infine la piccola di poco meno di 500 destinata alle gare podistiche. Finanziata con fondi privati, sotto le possenti gradinate si erano ricavati locali per spogliatoi, dormitori e ricevimenti, oltre a palestre per bocce, scherma e ginnastica. Insomma una vera e propria struttura polivalente, pagata con soldi privati, e utilizzata per svariate attività (dalla prosa al carosello Sabaudo, per andare alle fiere e i circhi equestri, oltre ad almeno dieci discipline sportive diverse) ma costruita un centinaio di anni fa. Un po’ il sogno (attualissimo e puntualmente irrealizzato) di ogni amministrazione comunale che ancora si “scervella” su come deliberare la destinazione di qualche centinaio di milioni di euro per la costruzione di “…nuovi stadi, che siano anche occasione di aggregazione sociale extrasportiva”. Lo Stadium sopravvisse a due guerre mondiali, anche se la sua attività cessò nel 1938, per poi essere demolito dopo il 1945. Oggi in quegli spazi sorge il Politecnico. A calcio, vista la sua ampiezza e la lontananza delle tribune dal rettangolo verde, si giocò poco, ma si giocò: due volte in campionato e ben tre volte con la Nazionale, anche se in gare non ufficiali. In una di queste, memorabile, il 17 maggio del 1913 la nazionale azzurra fu battuta 2-0 dagli inglesi del Reading. Un po’ come se oggi l’Inghilterra di Capello fosse sconfitta dalla Fiorentina. (fine seconda parte - la storia degli stadi di Torino continua mercoledì 30 gennaio 2008)

Fiorenzo Radogna
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Dove c'è Juve c'è casa

E guardano il calcio del Regno Unito, respirano, magari in fugaci “trasferte” televisive, l’aria di quegli stadi e quegli spalti. Gremiti, traboccanti. Poi confrontano quella realtà con la nostra. Stadi cadenti, incerottati con orrende strutture prefabbricate di metallo e spazi vuoti. E’ da queste premesse che poi nascono “i colpi di genio”. Gli stadi italiani sono vuoti? “Certamente è perché, oltre a esserci troppa violenza, le strutture sono troppo grandi”. Allora è semplice: costruiamone di piccole, ma talmente piccole da sembrare piene anche quando a guardare sfide di blasone ci vanno in quattro gatti. E’ probabilmente il ragionamento che hanno fatto a Torino con lo stadio Olimpico e con i suoi 25500 posti a sedere. “Catino” certamente all’avanguardia per quello che riguarda la sicurezza, casa di due fra le squadre più importanti e seguite del nostro “stracciato” calcio, ma in grado di ospitare solo qualche migliaio di tifosi in più del “Nuovo Romagnoli” di Campobasso. Nel cuore del Molise, stadio sicuramente più bello e affascinante. Ma si va anche oltre. Visto che a Torino uno stadio, bruttissimo, già c’era ma con capienza adeguata, si sta decidendo di ridisegnarlo, quasi dimezzandone i posti (non la bruttezza), in controtendenza rispetto al principio del panorama calcistico mondiale. Insomma solo in Italia “Piccolo è bello”. Così è in progetto per lo stadio “Delle Alpi”. D’accordo, se fosse stata un’automobile sarebbe stata una “Duna”, se invece fosse stato un quadro sarebbe stato certamente attribuito a Teomondo Scrofalo, ma almeno con i suoi 67mila posti a sedere è uno stadio “vero” degno di una città di quasi un milione di abitanti, di una Juventus che ha oltre dieci milioni di tifosi, di un Torino che vuole tornare a essere “grande”.
Eppure la tradizione degli stadi torinesi è stata, fino al 1990, decisamente un’altra. Dal velodromo “Umberto I” (foto), al dimenticato “Stadium”, al leggendario “Filadelfia”, fino al primo “Comunale”. Stadi d’altri tempi, addirittura all’avanguardia rispetto ai contemporanei. Degli anni ’20 e ’30. A calcio, nella Torino di fine ‘800, si gioca davvero solo al parco “Ël Valentin”. Di proprietà pubblica, il campo si allungava sulle le rive del Po, in una zona dove nei decenni fu situato anche lo zoo cittadino. Un terreno brullo e ai limiti degli (allora opinabili) regolamenti sia per dimensioni che per accessibilità. Più di una volta, il pallone spariva fra i flutti del fiume, trascinato chissà dove, dopo improvvide pedate. Fin dalla nascita, nel 1897, la Juventus si incrocia con altre realtà calcistiche locali: la “Ginnastica Torinese”, l’International Football Club Torino dove tirerà qualche calcio anche il Duca degli Abruzzi e l’Fc Torinese (da cui poi nascerà, sotto lo stimolo di alcuni “dissidenti” juventini capeggiati dallo svizzero Dick, l’Fc Torino, che diverrà temporaneamente Ac Torino sotto il fascismo). Tutte le società si accavallano in quegli spiazzi del cuore torinese. Una zona che oggi, riqualificata, fa bella mostra di sé con le sue bellezze botaniche. Si giocava al parco “Valentino”, ma anche alla campo di ginnastica della “Cittadella”, rettangolo improvvisato poco distante. Così chiamato, più giù, lungo le rive del Po, perché in occasione dell'Esposizione Internazionale del 1884 fu edificato “ex novo” un complesso che riproduce la struttura di una cittadella fortificata alto medioevale, con castello e ponte levatoio. Un piccolo borgo, con stradine, piazze, abitazioni e botteghe artigiane. Proprio ai piedi di questa rocca fiabesca che fa ancora bella mostra di sé, ecco spuntare un altro campo di calcio. Degli spalti manco a parlarne, ma più d’uno erano gli spettatori che si appoggiavano ai merli della piazzaforte ad assistere alle improbabili evoluzioni dei calciatori. Anche bianconeri. La Juventus e le altre squadre che poi, lentamente, scompariranno, giocheranno alternativamente su questi due campi dal 1897 al 1899.
Nel mentre ecco comparire, nei pressi dell'ospedale Mauriziano, il primo campo di calcio degno di questo nome: è il pionieristico velodromo “Umberto I”. Uno stadio importante, per la storia del calcio italiano. Di più: fondamentale. L'8 maggio 1898 per i festeggiamenti celebrativi dell'Esposizione Internazionale, ospitata per i cinquant'anni dello Statuto Albertino, ebbe luogo proprio al Velodromo “Umberto I” il primo Campionato Italiano di calcio. Nell'eliminatoria della mattina ci fu il successo dei bianconeri dell'International che superarono 1 a 0 i gialloneri del Football Club Torinese del marchese Ferrero di Ventimiglia, mentre il Genoa (in camicia bianca) batteva 2 a 1 la sezione calcio della Società Ginnastica Torinese (maglia blu con striscia rossa orizzontale). Nel pomeriggio si sarebbe tenuta la finale, disputata davanti a oltre un centinaio di spettatori paganti (a fronte di almeno altri 500 “portoghesi”) per un incasso, il primo ufficiale del calcio italiano, di 197 lire. Dopo i tempi regolamentari finiti 1-1, Genoa ed International di Torino fu risolta nei supplementari dal "golden goal" messo a segno dall'ala genoana Leaver. Il Genoa si portò a casa la coppa messa in palio dal Duca degli Abruzzi e a ciascun giocatore andò una medaglia d'oro, dicono le cronache, in perfetto stile rococò. Ma è inutile cercare, a cavallo fra i due secoli, strutture interamente dedicate al calcio. Al football si gioca in spazi improvvisati, molto spesso sottratti ad altre discipline. E’ di quegli anni una richiesta scritta al sindaco del capoluogo piemontese Vacalut che recita:”…E’ fatta richiesta di autorizzazione a piantare delle piccole banderuole per stabilire il confine del terreno di giuoco. Le quali banderuole finito di giocare saranno rimosse…”. Per la cronaca la richiesta era effettuata per la “Piazza d’armi” e il capo economato del Comune, avrebbe rifiutato l’autorizzazione per “Evitare lagnanze e disordini” coi numerosi giocatori di bocce che si servivano parimenti di quel campo. Insomma il calcio in concorrenza (perdente) con le bocce. Il “Velo”, come è implicito nella definizione, era una struttura dotata di anello parabolico per le corse ciclistiche (allora il vero sport nazionale) e solo secondariamente ospitava un calcio che, col Torino ancora di là da venire e la Juventus distante dallo strapotere degli anni successivi, accoglie tifosi in numero sempre crescente, fino al migliaio, in occasione delle sfide stracittadine, fra le scomparse “Ginnastica” e “International Football club” . Su una sua parabolica, ecco una delle prime scritte pubblicitarie di cui si abbia memoria nel calcio nostrano: “Cicli e motocicli Peugeot”, c’è scritto.
In attesa della storia granata, la vicenda calcistica di Torino si dipana fra il “Velo” e un’altra struttura. Si tratta della già citata “Piazza d’armi”, struttura assolutamente unica. Visto che nello spiazzo enorme ci sono fino a tre campi di calcio, un fianco dell’altro. Una zona significativa per il capoluogo piemontese, che fu sede di parate militari prima e dopo la Grande Guerra e dove anche il Torino (finalmente nato nel 1906) si appoggiò a partire dal febbraio 1910 e fino al febbraio 1912 spostandosi nel 1911 dal lato “Ferrovia” al lato “Crocetta”. Il campo era recintato con la classica staccionata lignea “irrobustita” dalle immancabili assi incrociate a “x”. La Juventus, invece, giocò al “Piazza d’armi - Lato Crocetta” dal 1899 al 1904. In quegli anni era una struttura con voluminose tribune di legno ma poco capienti, in parte simili agli spalti che fanno da cornice alle parate militari. Poi, con l’aumentare del blasone, conquistò il diritto di giocare al “Velo”, da dove però fu sfrattata dal suo ex presidente Dick che, andando a fondare l’Fc Torino nel 1906, si portò dietro anche il contratto d’affitto, destinandolo alla nuova società. Seguirono due anni di attività limitata da parte dei bianconeri, piombati in una crisi economica che, di fatto, li costrinse a tornare alla vecchia “Piazza D’Armi – Crocetta”, in attesa di un nuovo stadio.
La prima vera casa “dedicata” della società bianconera sarà quella del campo di Corso Sebastopoli, stadiolo situato proprio nel quadrato storico del calcio torinese, piemontese, nazionale. Corso Sebastopoli, infatti, è un’arteria non lontana dallo “Stradale” Stupinigi”, tocca sia la “Piazza d’armi” dei primi stadi e dello “Stadium”, sia la zona del successivo “Filadelfia” e quindi quella del “Mussolini”, poi “Comunale”, infine trasformato in “Olimpico”. Si può dire che quella di Corso Sebastopoli è proprio la “tangente” (in senso strettamente geometrico) dello sport torinese e dei suoi luoghi. Sul campo di Corso Sebastopoli la Juve giocherà per 14 anni. Dal 1908 al 1922. Anni difficili, prima dell’avvento degli Agnelli. Uno stadio in legno da meno di 10mila posti, improvvisato e anche parecchio insicuro. Come buona parte degli impianti sportivi europei in quegli anni. (fine prima parte-continua mercoledì 23 gennaio 2008)

Fiorenzo Radogna
fiorenzoradogna@tele2.it

Con quello stadio un po' così

C’è un luogo immerso nel cemento, cinto da alti caseggiati, dove l’odore del mare si fonde con quello dello smog, dove uno spiazzo d’asfalto incornicia una cattedrale dello sport. Con i suoi spalti a picco sul verde di un campo di calcio che tante ne ha viste. Dalla fisicità di Brighenti all’eleganza di Signorini, alle serpentine di Abbadie, alle capocciate di Pruzzo, ai duetti di Vialli e Mancini…Lì, piaccia o no, è nato e si è affermato il calcio moderno italiano. Quel luogo è il quartiere genovese di Marassi, quello stadio è il “Luigi Ferraris”, tempio di un calcio che fu, oggi casa di squadre mai dome di fronte alle proprie vicissitudini ed ascese sportive. E’ lo stadio più vecchio d’Italia, che ha una storia strana, un po’ lunatica come il carattere della gente che abita quei vicoli. Qualcuno dice per via di quel mare: “…che qualche volta ti dà, più spesso ti toglie”.
La storia di quel luogo è legata a doppia mandata a quella del Genoa, nato ufficialmente il 7 settembre 1893 grazie ad alcuni inglesi residenti nel capoluogo ligure. Il suo primissimo terreno di gioco era stato messo a disposizione da due industriali scozzesi, tali Wilson e McLaren, proprietari di una fabbrica in Piazza d’Armi nella zona del “Campasso”, vicina all’attuale via Walter Fillak a Sampierdarena. In quella zona e nella vicina trattoria “Gina” i marinai delle navi inglesi erano soliti ritrovarsi. A calcio si giocava il sabato e la passione cresceva. Tanto che dopo pochi anni quel terreno e quegli spalti furono subito giudicati insufficienti. James Richardson Spensley, vero demiurgo del calcio grifone e quindi italiano, ne procurò uno nuovo. Il nuovo campo di Ponte Carrega si trovava lungo le rive del torrente Bisagno, all’interno dello spazio utilizzato dalla Società Ginnastica Colombo come pista velocipedistica. Ed è proprio qui che venne disputato il primo incontro ufficialmente documentato della storia del calcio in Italia, il 6 gennaio 1898. E’ il calcio inglese che si trapianta in Italia e che mantiene le sue tradizioni anglosassoni. Dal tè nell’intervallo ai nomi che si storpiano. Del calcio più che pionieristico di quegli anni, fra retine per capelli impomatati, ghette e lunghi “mustazzi” virili, s’è già scritto. Ma la Genova di quegli anni è qualcosa in più. In omaggio al suo mare è un coacervo, di razze, tradizioni e lingue. Così non è raro veder scendere da un bastimento, giovani dalla pelle olivastra che accarezzano la palla di pezza come un pennello con la tela. Gente che arriva, sosta, “giochiccia” e poi riparte. Con tutto il suo talento, lasciando in eredità una saggezza tecnica, tutta istintiva, che attecchisce fra quei carrugi e che farà della città la capitale calcistica dello stivale per almeno trent’anni.
La storia di “Marassi” si sviluppa subito in modo strano. Come strano, articolato, quasi indecifrabile è il panorama del “fobàl” di quegli anni sotto la Lanterna. Una serie di squadre, dalla Sampierdarenese all’Andrea Doria, dal “Liguria” al Genoa 1893, a sgomitare per un posto al sole del neonato calcio nostrano. A sgomitare, come in una sorta di legge del contrappasso calcistico, sono anche i campi di gioco. Così il 22 gennaio del 1911 nasce, perpendicolare al torrente Bisagno, lo stadio del Genoa 1893. Lo si costruisce su un terreno venduto dal socio genoano Musso Piantelli, attiguo alle carceri. Una vendita particolare, visto che il Piantelli impose ai costruttori di dotare il campo di un anello di pista da destinarsi alle corse dei cavalli. Una posizione infelice, scomoda che, infatti, venne modificata quasi subito, tanto che (seconda stranezza) lo stadiolo già il maggio successivo fu inaugurato una seconda volta. Ma ora il terreno di gioco era parallelo al torrente genovese e non è finita qui…Giusto perché a Genova tengono a essere considerati “originali”, unici, caso probabilmente senza precedenti, lo stadio del Genoa era addirittura confinante con quello dell’Andrea Doria (terza stranezza). La “Cajenna”, così era chiamato questo secondo stadio attiguo, costruito con pochi mezzi dalla società biancoblù era strettissimo (solo 45 mt di larghezza), aveva le tribune in legno schiacciate al campo ed era separato da quello che diventerà il “Ferraris” da una sola palizzata (fatta costruire dai genoani, che pretesero metà della spesa ai “cugini”: 1000 lire). Raccontano le cronache che le due società litigavano puntualmente per definire, stagione per stagione, a chi spettasse l’onere della sua manutenzione. Alla fine si concordò una volta per tutte che il “Doria” (società storicamente più povera) avrebbe dovuto corrispondere ai cugini del Genoa ben 200 lire annuali. Calcio d’altri tempi, “mondi” scomparsi. Se si pensa che una struttura di soli 20mila posti in piedi, poteva all’epoca, ritenersi adeguata a contenere tutta la passione genovese per il calcio. Quell’incredibile rapporto di vicinato durò fino al 1926, anno in cui lo stadio doriano fu dichiarato inagibile e quindi abbattuto. Per la gioia di dirigenti e tifosi rossoblù che, proprio al suo posto, poterono edificare la curva nord. Esattamente dov’è ora, seppure con vari ampliamenti prima e ricostruzioni poi. Ma non prima di aver pagato il preziosissimo terreno ben 20mila lire.
Ma il calcio a Genova fino al secondo dopoguerra non è soltanto Genoa 1893 o Andrea Doria. E’ anche Sampierdarenese. Squadra dell’omonimo quartiere che si fonderà per ben due volte con l’Andrea Doria. Una prima, nel primo dopoguerra, dando vita alla sfortunata (nonostante le ambizioni) “Dominante” e la seconda definitivamente nel 1946 regalando i natali alla SampDoria. La Sampierdarenese giocherà prima sul campetto di “Villa Scassi” proprio nel cuore del quartiere natio in uno stadiolo di circa 5mila posti costruito in legno. Dopo la prima fusione, invece, si sposterà in uno stadio vero e proprio, costruito per volontà fascista nella confinante Cornigliano: lo stadio “Littorio” . Si trattava di un bell’impianto, per l’epoca. Con spalti in muratura e una copertura, per la capiente tribuna, in legno. Uno stadio “all’inglese”, per 16mila posti. Nelle intenzioni dei gerarchi fascisti “La Dominante”, avrebbe dovuto effettivamente dominare. Cosa che “puntualmente” non avvenne. Nemmeno quando si decise per un'ulteriore fusione (estate 1930) con la Corniglianese e la Rivarolese e per un nuovo nome: quello di “Liguria”. Anzi, fallito l’accesso alla massima serie a girone unico nel 28-29, nel 1931 la società sprofondò in prima divisione, l’attuale serie C1. Si continuò a giocare al “Littorio” di Cornigliano fino al 1943. Poi arrivarono le bombe inglesi e americane e lo stadio andò parzialmente distrutto, tanto che dopo la seconda fusione fra Sampierdarenese e Andrea Doria (dal 1935 erano di nuovo divise) la SampDoria chiese definitivamente ospitalità al comune nello stadio “Luigi Ferraris”. Il vecchio Littorio, infine, fu parzialmente riadattato ed utilizzato per il calcio dilettantistico, fino al 1958. Quell’anno fu definitivamente abbattuto, per crearvi al suo posto un deposito di tram. Finiva così, miseramente, dopo un trentennio, la storia del secondo stadio “vero” di Genova.
Il “Ferraris”, invece, non solo resisteva, ma s’ingrandiva e si gremiva. Di pubblico, di emozioni, di significati anche extracalcistici. Come quelli legati al suo nome. Nel 1933, infatti, si decise d’intitolare la struttura all’ex calciatore del Genoa 1893 Luigi Ferraris, proprio in occasione dei quarant’anni del sodalizio. Quasi quindici anni più tardi, invece, lo stadio fu nuovamente ampliato costruendo sul lato opposto alla tribuna una nuova struttura a due piani. il campo così raggiunse una capienza vicina ai 60.000 spettatori. Nel frattempo si erano giocati i primi derby. Il primissimo dei quali (con la neonata SampDoria in campo) fu proprio appannaggio dei blucerchiati, che sugli spalti venivano sbeffeggiati in continuazione per l’originalità della maglia, anche dai propri tifosi. Molti dei quali vedevano in quella nuova realtà una sorta di “aborto” volontario. Il 3 novembre 1946 finì 3-0 per i doriani, che dominarono la partita andando in gol con Baldini, Frugali e Fiorini. Saranno gli anni di una SampDoria competitiva ai massimi livelli, con un grande centravanti “petto in fuori” come Brighenti e tante comparse più o meno “indelebili”. Una di queste, tale Vujadin Boskov, tornerà trent’anni dopo un suo primo passaggio da mediano, a dispensare tattiche e motti, dalla panchina blucerchiata. Fino allo scudetto. Anni di sfide, di derby “avvelenati” solo dall’ironia, di retrocessioni e salvezze, di grandi bagni di folla. Eppure pare, ma il dato non è ufficiale, che il record di pubblico si sia registrato in un “inedito” Genoa-Lecco del giugno del 1973. Quel giorno i rossoblù staccavano contro i retrocedendi lariani, il biglietto per una seria “A” ritrovata dopo sette anni e dopo aver attraversato (per una prima volta) anche l’inferno della serie C. 57mila paganti, uniti a circa 13mila abbonati, giunsero a sfiorare la soglia dei 70mila spettatori.
L’11 Settembre 1983 il Genoa ha da poco compiuto 90 anni. La squadra allenata da Gigi Simoni scende in campo contro una squadra bianconera che non è la Juventus, ma che da poche settimane ha assunto un’importanza nell’immaginario calcistico italico anche maggiore. E’ l’Udinese del fuoriclasse Arthur Antunes Coimbra “Zico”, scippato al Flamengo da un abile manager come Franco Dal Cin e inserito, fra mille polemiche, in un organico che al suo fianco può schierare gente come il campione del mondo Franco Causio, il talentuoso Massimo Mauro, il pericolossissimo (sotto porta) Pietro Paolo Virdis. Eppoi tanti altri ottimi giocatori, come l'altro brasiliano Edinho. Di fronte un Genoa deboluccio con poche frecce nel suo arco che perde 5-0 (due gol di Virdis e uno di Mauro) fra gli applausi di un “Ferraris” dapprima stizzito, quindi attonito, infine ammirato. Zico inforna due gol e sforna due assist. Dirà lo stopper genoano di quel giorno, Carmine Gentile: “Che partita, spuntavano da tutte le parti. Che figuraccia, ma con Zico in campo…”. I 55mila spettatori alla fine applaudiranno quei bianconeri e il loro profeta carioca, come raramente capiterà nel calcio dello stivale.
Esattamente 27 anni prima, nel 1956, in un amichevole proprio contro l’Udinese, aveva giocato a Marassi per la prima volta forse il più grande giocatore rossoblù di sempre, l’estroso e trascinante uruguaiano Julio Cesar Abbadie. Talento cristallino che giunto al Genoa si fermò in rossoblù per ben cinque stagioni. Uomo squadra, ala più avvezza all’ultimo assist che alla realizzazione, Abbadie fu idolo della folla genoana che per lui vergò il motto “Vendete la Lanterna, ma non Abbadie”. Giocò, dopo aver chiuso in Italia al Lecco a 32 primavere, fino a 40 anni, togliendosi la soddisfazione, rientrato al Penarol, di vincere anche la Coppa Libertadores. Luci e ombre rossoblu a “Marassi”: in quello stesso 1983 di Zico, poco prima dell’inizio del primo derby, i tifosi doriani mandarono in campo una scimmietta con la maglia rossoblù dal numero “9”. Era quella di Chagas Francisco Eloya. Detto “Eloi”, triste attaccante brasiliano, giunto sotto il Grifone per volontà del presidente Fossati e presto calcisticamente scomparso. La struttura del “Ferraris”, intanto, rimase invariata fino all’inverno del 1989 quando, a pezzi e senza chiudere per le partite, lo stadio fu prima abbattuto e poi ricostruito a campionato in corso. Per i Mondiali si portò la capienza a poco meno di 45.000 di cui solo settemila in piedi nel settore parterre dietro le porte.
Giusto in tempo per consegnare alla SampDoria uno stadio degno del suo primo scudetto, l’unico della città di Genova negli ultimi 83 anni. La stagione 1990-91 sarà la stagione non solo di Vialli e Mancini scudettati, ma anche del Genoa di Bagnoli, che giunge 4° e si toglie la soddisfazione di battere i doriani nel derby forse più significativo degli ultimi venticinque anni. Il 25 novembre 1990 è una “fucilata” di Branco su punizione a insaccarsi alle spalle di Pagliuca e a regalare il 2-1 definitivo ai rossoblù. Una pallonata da quasi 110 km orari, come nella tradizione del terzino sinistro brasiliano. Un gol che resta nella storia di Marassi esattamente come quelle due squadre. La blucerchiata di Boskov che si identifica nei due fuoriclasse Vialli e Mancini e la rossoblù dello schivo “profeta della Bovisa” Osvaldo Bagnoli, che s’incarna nella statuarietà di capitan Signorini e nell’umiltà di Bortolazzi e Ruotolo. Due squadre, due caratteri, due modi di vivere il calcio, uniti solo nella loro “cattedrale”.
Oggi il “Ferraris”, eliminati gli scomodi posti in piedi, può contenere al massimo 37mila spettatori, ma è sbagliato considerarlo il più “inglese” degli stadi di casa nostra. Marassi è semplicemente Marassi. Anche se gli spalti non sono più gli stessi ed è cambiato il calcio. Troppo cambiato. Sì, è un luogo immerso nel cemento, cinto da alti caseggiati. Intorno a quel luogo, domenica scorsa, un paio d’ore prima del derby di serie A Genoa-Sampdoria, (il primo nella massima serie dopo 12 anni), almeno trecento individui, si sono ritrovati così, con la più ignobile spontaneità. Mazze ferrate, elmetti e scudi improvvisati e se ne sono date di santa ragione. E’ la nuova moda della teppaglia di casa nostra, mutuata da quella più degenere inglese, dove gli hooligans, ostracizzati dalle dure ed efficaci leggi, da anni si ritrovano prima delle sfide di cartello, dandosi appuntamento via computer. E botte da orbi. Così le luci di Marassi si spengono. E si ritorna a parlare di un “Ferraris” da abbattere, perché è insicuro, senza vie di fuga, troppo a ridosso dei condomini e via dicendo. Come se il seme della stupidità centrasse qualcosa con la fisicità di Brighenti, l’eleganza di Signorini, le serpentine di Abbadie.

Fiorenzo Radogna
fiorenzoradogna@tele2.it

Sognando Maradona

Hanno pericolosamente traballato per le serpentine di Sallustro, ondeggiato per le finte a stinco nudo di Sivori, sospirato per le capocciate baffute di Savoldi, per poi prostrarsi davanti al genio iperbolico di Maradona. Come in un ideale escalation di spettacolo calcistico, a far da teatro al talento. Sono gli stadi di Napoli, all’inizio quattro assi inchiodate su impalcature arrugginite, poi cattedrali dai mille contorni, catini ribollenti di passione dalle cento ambizioni nella città del calcio. La storia del calcio napoletano, almeno quella (solo quella) nasce in modo solito. Comincia con gli inglesi. Grazie a mister Potts, che lavora in città per una compagnia di navigazione inglese e, un bel giorno del 1904, canonicizza il calcio partenopeo dandogli una società. Il “Naples Cricket and Football club”, dove il senso di quel “Cricket” si smarrisce un attimo dopo. La maglia è in azzurro-celeste a righe verticali. Si gioca su campetti improvvisati. Quattro palacci squadrati uniti a far le porte e pubblico in piedi ai margini del campo . Pubblico numeroso per quegli anni, anche rispetto ad altre città, come Milano, Genova, dove il “fobàl” è già un tema (il concetto di “sport” non è ancora assimilato) che appassiona. Si gioca al “Campo di Marte” in zona Capodichino dove ora c’è l’aereoporto e al “Mandracchio” in via Cristoforo Colombo nei pressi del porto, in anni in cui tirare quattro calci a un pallone può anche attirare l’ilarità dei napoletani. Il primo vero “stadiolo” è quello di via Campegna, proprio dietro all’attuale stazione di “Campi Flegrei”, non distante dal San Paolo a Fuorigrotta. Un’esagerazione chiamarlo “stadio”, anche solo campo sportivo. Tutt’altra cosa rispetto a quello che è oggi il campo di calcio e rugby del Cus Napoli con tappeto verde ben curato e solidi spalti in cemento per mille posti.
E’ un calcio pionieristico. Di più: avventuroso. A praticarlo sono soprattutto benestanti. Sembra assurdo, ma già allora, fra carrozze e auto scoppiettanti, cominciano a esserci lievi problemi di posteggio e più di una volta i conti per un mancata precedenza, si regolano direttamente sul campo. I giocatori arrivano già in tenuta di gioco e così, dopo la gara, se ne rivanno. Il terreno è brullo e a tratti pietroso. Fra gli spettatori abbondano contessine, marchese e duchesse, notabili e “gagà” di chiara o incerta provenienza. Pochi anni e c’è un primo salto di qualità. Ad Agnano, proprio dove oggi c’è l’ippodromo ecco spuntare la prima vera struttura dedicata al calcio. Nell’ottobre del 1912 si inaugura il campo, fornito di spogliatoi in legno e di un settore, pure ligneo, destinato agli spettatori. I dirigenti di allora provano anche a far pagare il pubblico. Mezza lire costerebbe il biglietto per assistere alle partite del Naples, ma sono in pochi a passare dal botteghino. La maggior parte preferisce sfruttare i rilievi del terreno adiacente al rettangolo di gioco e godersi (gratis) le macchiettistiche evoluzioni di baffuti calciatori con retine fra i capelli e reggicalza. Sul terreno di gioco si alternano il Naples e l’Internazionale, società di poco più giovane. Il portiere di una di queste due ha una curiosa abitudine: si porta una sedia e su quella vi si siede, quando l’azione di gioco è lontana. Contemporaneamente si gioca anche da un’altra parte. Al “Vittorio Emanuele III” , ricavato negli spazi adiacenti del poligono di tiro, il terreno di gioco è sabbioso, e la sua irregolarità fa faticare i giocatori a controllare il pallone. Lo spettacolo ne risente, ma si comincia a pagare il biglietto. In genere fra il primo e il secondo tempo, addetti passano a raccogliere i soldi fra gli spettatori. Il campo è posto proprio dietro l’ingresso delle piazzole di tiro. Gli spogliatoi sono in muratura, gli spalti (quei pochi gradini) in legno. Oggi in quell’area che si affaccia sul mare e che dà sulla strada che porta a Posillipo ci sono ville e condomini di lusso.
In Italia sono gli anni di dominio della Pro Vercelli. Nel 1913 Naples e Internazionale Napoli sono relegate in un angusto “Girone Campano” composto da sole due squadre. Passa il Naples che regola facilmente l’Internazionale vincendo le due sfide. Ci penserà poi la Lazio a interromperne la corsa verso un improbabile scudetto. L’anno dopo avverrà il contrario. Il calcio si mantiene “tema” in crescita, ma non ancora dominante, non ancora “sport” anche se alle stracittadine partenopee si registrano le prime calche e le prime scazzottate. Per i derby, infatti, si arriva anche supporre una decina di migliaia di spettatori, con almeno un terzo paganti. Arriva la prima guerra mondiale e la vittoria italiana non contribuisce a risolvere il problema stadio di Napoli che oltre Al “Poligono” ed Agnano, si appoggia pure a un piccolo stadio all’interno dell’Ilva di Bagnoli. Spalti in legno, senza curve per un massimo di 8mila posti in piedi, proprio sotto Posillipo. E’ il campo dell’Ilva Bagnoli, ma a turno vi si appoggiano pure il Naples, l’Internazionale e la Pro Napoli. Piccole realtà dilettantistiche che, vengono sistematicamente battute non appena varcano le soglie della Campania. Società che abbisognano di una svolta. Sul piano organizzativo e su quello della mentalità.
Arriva il momento di Giorgio Ascarelli. E’ questo industriale tessile che il 1° agosto 1926 fonde Naples e Internazionale, dando vita alla Società Sportiva Napoli che conosciamo oggi. Ascarelli è uno in gamba, che pensa in grande. Uno dei suoi primi problemi è quello di dare stabilità alla società ora diventata “azzurra”. Il secondo è quello di dotarla di una “casa”. Proprio nel 1926, infatti, Ascarelli con un colpo di mano, che gli costa denunce e aspre polemiche, occupa di fatto un campo sportivo, con pista ciclistica, in località “Arenaccia” rimodernandolo fino a portarlo a una capienza di 12mila posti. Il novanta per cento in piedi. Si tratta di un terreno comunale che i militari avevano utilizzato durante la guerra per le loro attività. Con spalti parzialmente in muratura. In questo clima di inusuale coabitazione e in attesa di un nuovo stadio finalmente tutto suo, il primo Napoli “unificato” fa esordire nelle sue fila il primo vero fuoriclasse della sua storia. Attila Sallustro, poca fortuna nella nazionale di Pozzo, ma grande gloria sotto il Vesuvio dove sarà un idolo per un decennio. E’ un italo-paraguaiano, elegante nel vestire, forte fisicamente e dotato di tecnica sublime. Uno che segna (alla fine 114 gol in 234 partite in 12 anni) e fa segnare. Un dilettante puro che, non vuole soldi, in un epoca dove si arriva a pagare anche 250mila lire per tesserare Enrico Colombari, sorta di Gattuso anni ‘30. Al primo capitombolo davanti al pubblico napoletano “E’ cadut’o banc e’ Napule” grideranno i suoi tifosi al mediano. Attila Sallustro farà spallucce a Pozzo che lo convocherà solo due volte in Nazionale, preferendogli sempre Meazza. Lo stadio dell’Arenaccia esiste ancora, si chiama “ Generale Albricci” ed è restato di proprietà militare, dopo aver anche assistito a numerosi arrivi del giro ciclistico della Campania.
Ascarelli, intanto, stufo del tira e molla con comune e autorità militari per l’Arenaccia, lo stadio se lo costruisce da solo, di tasca propria. Nasce lo sfortunato stadio “Vesuvio”. A due passi dalla stazione centrale nel quartiere “Luzzati”, tribune in legno su tutti e quattro i lati per una capienza di 20mila posti. Un piccolo gioiello per quei tempi. Una grande impresa, quella di Ascarelli, che si ispira la tradizione inglese degli stadi di proprietà dei club. Alla faccia dell’attualità italiana dove società di piccolo-medio cabotaggio spendono decine di milioni di euro per giocatori e finti campioni, salvo poi aspettare il CONI e le amministrazioni comunali per dotarsi di impianti anche solo dignitosi. Costruito in soli sei mesi il “Vesuvio” è inaugurato giusto una manciata di giorni prima che Giorgio Ascarelli muoia d’infarto nel marzo del 1930. La struttura, che ospiterà il primo Napoli a girone unico per un decennio, prende così il nome del suo costruttore. Il Napoli si assenterà dall’Ascarelli solo nella stagione ‘33-‘34, dovendo lasciare l’impianto per una radicale ristrutturazione, in vista dei Mondiali del 1934. Dotatosi di spalti in cemento per una capienza raddoppiata a 40mila posti, lo stadio cambia ancora nome in vista della kermesse iridata, diventando definitivamente lo “Stadio Partenopeo”. Ai fascisti, visto che Giorgio Ascarelli era ebreo, il suo nome dato a uno dei simboli della città proprio non piaceva. C’è chi maligna, anzi, che la scelta del “Partenopeo” da ristrutturare, in luogo del “Vomero” sia voluta dal regime proprio per cancellare la memoria dell’industriale tessile e le sue idee. Lì si giocherà la finale 3°-4° posto fra Germania e Austria . Vinceranno i primi 3-2. Una storia breve e intesa quella del “Partenopeo”. All’inizio del 1942, con il Regio Esercito che arranca in Libia, Napoli entra nel raggio dei bombardieri inglesi “Wellington” che scaricano sui suoi pur solidi spalti una valanga di bombe. Il “sogno” di Ascarelli finisce in macerie. Non il suo nome che verrà dato al Rione Ascarelli sorto sulle sue ceneri.
Ma Napoli e il Napoli rimangono senza stadio solo per un anno. Con il “Partenopeo” a pezzi e saccheggiato e il “Vomero” requisito dagli americani, per qualche mese il Napoli gioca all’Orto Botanico in un campo sterrato con una tribunetta in muratura da 3mila posti in piedi, costruita in tutta fretta alla fine del 1944 sotto gli occhi divertiti degli statunitensi. E’ una soluzione transitoria, in attesa che l’altro stadio ritorni agibile. Quasi contemporaneamente alla costruzione “privata” dell’Ascarelli infatti, per inziativa del fascismo e soldi comunali, era stato inaugurato nell’ottobre 1929 lo stadio “Littorio” nella zona alta del Vomero. Uno stadio in muratura, con una pista d’atletica leggera e una capienza iniziale di 30mila posti che diventavano 40mila con impalcature occasionali. Uno stadio che avrà maggior fortuna dell’Ascarelli e vita ben più lunga, ma anch’esso toccato da più di una tragedia. Nella zona di prato, proprio sotto la curva nord, infatti, verranno sepolti temporaneamente i partigiani uccisi dai nazisti durante le “Quattro giornate di Napoli”. Che proprio nella zona del Vomero videro gli scontri più sanguinosi. Lo stesso terreno di quello che poi verrà chiamato “Stadio Arturo Collana” dal nome di un giornalista poi presidente del Napoli, sarà biecamente usato come campo di concentramento transitorio dai nazisti e quindi come deposito di mezzi dagli americani. Il Napoli avrà casa al “Collana” per quasi 15 anni. Anni difficili, anche di serie B, a cavallo fra gestioni disconnesse e incapaci e l’arrivo del “Presidentissimo” Achille Lauro. Stagioni (come sempre) di grandi passioni calcistiche, d’illusioni, d’invasioni di campo e tragedie sfiorate. Come quella del 27 gennaio 1946. Quel giorno, durante una gara col Bari, un albanese appena arrivato ma molto atteso segna il suo primo gol in campionato. L’esultanza del pubblico per la rete di Lustha fa crollare una parte di una delle curve. Si feriscono oltre 110 persone. Per miracolo non ci scappa il morto. Al “Collana” il Napoli giocherà fino all’inaugurazione del “San Paolo”, ma per la struttura ci sarà altra gloria minore. Ristrutturato negli anni ’70 con l’abbattimento delle curve e il rifacimento della pista d’atletica e posti per 12mila persone a sedere, al “Collana” in quegli anni, in serie C, giocherà anche la gloriosa Internapoli. Squadra che sfiorerà la B in più occasioni; che raccoglierà anche 6mila abbonati e lancerà nel grande calcio gente come Giorgio Chinaglia e Pino Wilson; che vedrà allenatori del calibro di Luis Vinicio e ne lancerà altri come Gianni Di Marzio. Negli anni ’80 al Vomero giocherà anche il Campania, altra entità calcistica partenopea che arriverà alle soglie della cadetteria e più tardi inizierà alla panchina Claudio Ranieri. Oggi il “Collana” è ancora in piedi con le sue grandi tribune dalle comode sedute, la sua pista d’atletica. Ma ha seri problemi di agibilità.
Gli stessi che, negli anni, hanno pure riguardato lo stadio più grande e più giovane. L’enorme San Paolo. Costruito (in sette anni) per espressa volontà di Achille Lauro a Fuorigrotta, inaugurato nel dicembre del 1959, il “catino” partenopeo ha a lungo conteso a San Siro e all’Olimpico di Roma la palma di stadio più grande d’Italia. Edificato su progetto di Carlo Cocchia, prende il nome del Santo che la tradizione popolare vuole abbia attraccato dal lontano oriente proprio nella zona di Fuorigrotta. E di “miracoli”, in senso calcistico, ne ha visti parecchi. Dai dribbling di Sivori ai giochi di Maradona, al record si spettatori paganti che appartiene ad uno “strano” Napoli-Perugia del 21 ottobre 1979 con 89.992 taglianti staccati. Perché un pubblico-record in una gara d’inizio campionato, contro una squadra diversa da Milan, Inter e Juve? La risposta è nel carattere dei napoletani. Espansivi ma di memoria lunga. Soprattutto per i torti o presunti tali. Nel modesto Perugia di quel giorno al San Paolo, infatti, giocava Paolo Rossi. “Pablito” solo tre mesi prima aveva rifiutato clamorosamente il trasferimento agli azzurri di Ferlaino. Oltre 100mila spettatori (compresi i numerosi “portoghesi”) quel giorno si recarono al San Paolo per farglielo “notare”. A modo loro. Raccontano le cronache di quella partita che, ogni volta che il futuro campione del mondo toccava il pallone, erano fischi continui, assordanti. E insulti, ironici e non. La gara finì 1-1 e a segnare per gli umbri fu proprio Rossi, al 71’, su rigore.… Nemmeno la sfida di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Butragueno nel 1987 o la finale di Uefa contro lo Stoccarda nel 1989, porteranno al San Paolo più paganti. Solo pochi mesi dopo, proprio in quello stadio, un’uscita sballata di Walter Zenga su Caniggia costerà all’Italia nella semifinale mondiale contro l’Argentina il pareggio temporaneo e la sconfitta ai rigori. Con un San Paolo diviso fra la passione per il suo idolo Maradona e quella per i colori nazionali.
Già, Maradona. Fra le centinaia di partite disputate a Fuorigrotta dal “Pibe de Oro” in molti ne ricordano soprattutto una. 20 Febbraio 1985: la Lazio di Juan Carlos Lorenzo arriva ospite del primo Napoli di Maradona. L’allenatore argentino, chiamato al capezzale di una “Lazietta” in odore di retrocessione, durante la settimana punzecchia il fenomeno di Lanus. “E’ grasso. Il suo Napoli arranca perché Maradona non è il fenomeno che si crede”. Non l’avesse mai fatto. Il Napoli vince 4-0 e Maradona segna tre gol. Uno su calcio d’angolo e un altro (forse il suo più bello e difficile al San Paolo) con una girata da tre-quarti campo che disegna una parabola a metà fra un pallonetto, una “foglia morta” e una pennellata di Kandinski. La sfera sbeffeggia il palo interno alla sinistra di Nando Orsi ed entra. Commenta un grande scrittore in tribuna: “Questo non è più calcio, nemmeno poesia. E’ arte moderna”. Un bomber bergamasco, Beppe Savoldi, un decennio prima aveva portato al Napoli oltre 70mila abbonamenti, quasi settemila in più in più saranno invece quelli staccati grazie all’arrivo di Maradona nel 1984. Cifre che parlano di una passione che non ha eguali in Italia in termini presenze allo stadio. Uno stadio che, con “Italia ‘90” cambia volto. In una interminabile serie di ristrutturazioni l’arena viene dotata di una copertura completa, di un innalzamento del secondo anello, della sistemazione di oltre 78mila seggiolini. Ma sono ristrutturazioni “farlocche”, visto che sul piano della sicurezza e della logistica continuerà a dare problemi. Di allagamento, per la mancata posa di tombini adatti al drenaggio del settore spogliatoio e di sicurezza, con recinzioni troppo facili da scavalcare. Oggi il San Paolo, con una capienza limitata a poco più di 60mila posti, resta sospeso. Fra i lavori richiesti per una serie A ritrovata dopo un lustro ed una strana tendenza che, al contrario dei paesi calcisticamente più evoluti, vuole stadi sempre più piccoli. Come se abbattere il San Paolo e costruire un’altra “bomboniera torinese” fosse la giusta soluzione per fare del Napoli il grande club che merita di tornare ad essere.

Fiorenzo Radogna
fiorenzoradogna@tele2.it

Luci al Meazza

Il calcio italiano cambia, gli stadi italiani restano sempre gli stessi. Come se il fascino indubbio dell’età, da solo, dovesse bastare a pedinare il progresso (o più spesso il regresso) di mode, costumi e abitudini della pedata nazionale. Tutti, tranne pochi. Alcuni, fedeli al motto “Bisogna sempre cambiare, per rimanere se stessi”, il proprio volto lo hanno cambiato eccome. Una, due, cinque volte. In attesa della sesta. Il “Meazza” ha da poco compiuto 80 anni. E’ vecchio, grandissimo, scomodissimo (nel suo terzo anello), ha una copertura che fa a pugni col pratone sottostante eppure nessuno lo vorrebbe cambiare. E in pochi, forse qualche furbacchione in cerca di appalti, ne vorrebbero un altro. Quattro file di spalti, una per ogni lato, senza semicurve e con una tribuna coperta in legno e metallo, con le colonne a innervarsi fra i gradoni. Questo è l’originale “Stadio Calcistico San Siro” del 1926, nato dal progetto della coppia Stacchini e Cugini e sviluppatosi su una superficie di 37mila metri quadrati, di cui solo 9mila occupati dal manto erboso. La prima capienza è di 26mila posti, tutti a sedere. Un vero lusso per gli anni ’20. In un epoca dove gli spettatori non solo stanno in piedi, ma possono addirittura addormentarsi senza cadere, tanto sono compressi. Scriverà Gianni Brera: “San Siro…era la ripetizione in cemento armato dei campi provinciali inglesi. Facciamo Ipswich: quattro lati di spalti che lassù sono in legno. Non qui da noi”.
E’ un derby, il 15 settembre, a inaugurare la struttura. Sono anni anonimi per le milanesi, una delle quali si prepara a diventare Ambrosiana. Un po’ come se il Napoli diventasse Gennarina. La struttura è di proprietà del Milan essendone la costruzione interamente finanziata da Piero Pirelli suo presidente. Nel primo San Siro gioca solo il Milan, mentre l’Inter si appoggia ancora all’eterna Arena napoleonica, tranne in occasione delle gare di grande richiamo, quando i suoi 30mila posti non sono sufficienti. Nel 1935 sarà il Comune ad acquistare lo stadio. Per vedere le due squadre milanesi alternarsi sistematicamente sullo stesso terreno di gioco bisognerà però attendere la fine degli anni ‘40. Nel frattempo si sono costruite le quattro semicurve e l’aspetto della struttura diventa ad anello, viene abbassato il terreno di gioco e costruito un utilissimo (ma scomodissimo) parterre. Capienza 55mila posti, disposti su un singolo anello. Proprio a San Siro l’Italia di Pozzo guadagna nei Mondiali nostrani del ’34 il diritto alla finale, battendo in semifinale la fortissima Austria con un golletto di Guaita al 19’ e tanta sofferenza. E’ la prima importantissima sfida internazionale giocata nel catino milanese.
Poi arrivano la guerra, le bombe e gli sfollati, ma San Siro resiste, anzi si rilancia. Grazie al progetto di ristrutturazione di Calzolari e Conca che viene reso esecutivo nel 1954. Si parla inizialmente di dotare il nuovo San Siro di ben 150mila spettatori di capienza. Uno sproposito. E infatti la ricettività verrà poi limitata a “soli” 100mila posti, 85mila un anno dopo con la sistemazione di seggiolini nel settore tribuna e distinti coperti. E’ di gran lunga lo stadio più grande d’Italia e fra i più grandi d’Europa. E’ con questo ampliamento che la struttura acquisterà il secondo anello e quella forma elicoidale esterna, procuratagli dalle rampe di accesso. Una forma che resta nell’immaginario collettivo e nel ricordo di un calcio anni ’60 e ’70 mai abbastanza rimpianto. Gli anni di Mazzola e Rivera, delle Coppe dei Campioni rossonerozzurre, degli scudetti di Moratti padre e di Rizzoli. San Siro diventa quella “Scala del calcio”, con un'enfasi d’altri tempi e altri giornalismi. Un palcoscenico nobile, dove si giocano due finali di Coppa Campioni in pochi anni (nel ’65 Inter-Benfica 1-0 e Feyenord-Celtic nel 1970) ma che non disdegna “marchette” per le serie minori. Il 17 novembre 1974 San Siro viene “prestato” a una gara di serie C fra il Sant’Angelo Lodigiano e il Monza. Finisce 0-0. Sedicimila spettatori e un incasso di 32 milioni. E’ proprio un altro calcio.
Era stato invece un altro sport, il pugilato, a invadere il tempio meneghino del football. Il 1° settembre 1960 Duilio Loi abbatte Carlos Ortiz nella sfida mondiale dei pesi welter junior, con un pubblico record di 55mila spettatori. Intanto il pubblico che si alterna sugli spalti comincia a peggiorare. Negli anni ’70 i più maleducati del secondo anello prendono la brutta abitudine di gratificare gli spettatori nei distinti d’improvvisate “piogge dorate”. Non è raro in quegli anni vedere gente di quel settore assistere alle partite con l’ombrello, anche quando il sole spacca le pietre. E non solo. Più di un tifoso, nei decenni, vola letteralmente dalla struttura. “Ero seduto sulla balaustra del secondo anello, rivolto verso il campo – racconta un tifoso dell’Inter – a un certo punto ho sentito la massa di tifosi alle mie spalle che mi cadeva addosso. Sono volato giù, atterrando nel parterre con la gamba destra. Ho sentito il ginocchio che mi esplodeva”.
Nell’autunno del 1978 si scopre casualmente un cedimento nella struttura portante del secondo livello. Il Milan si lancia verso lo scudetto della stella con una casa parzialmente inagibile. Giocherà con la parte inferiore dell’anello superiore chiusa al pubblico, una capienza limitata a 65mila spettatori e con progressivi problemi di ordine pubblico, culminati nel giorno della festa scudetto. Prima dell’ultima del campionato 1978-79, Milan-Bologna, un Gianni Rivera al passo d’addio al calcio è costretto dal campo ad appellarsi al buon senso dei tifosi che hanno invaso la zona inagibile. Un tifoso calabrese piangente invade il terreno di gioco e afferra il microfono del Golden Boy: “Ho fatto 1500 chilometri per questa festa, non può finire così” singhiozza. Il pubblico rientra nei settori agibili, la partita finisce 0-0. Al Milan il 10° scudetto, al Bologna la salvezza, a San Siro la “patente” per una sopravvivenza che appariva in forse. Non solo, finalmente lo stadio acquista un nome. Tutto suo. E’ quello di Giuseppe Meazza, a cui il 2 marzo del 1980 viene dedicato lo stadio. Meazza, primo grande fuoriclasse italiano degli anni ’30, ha giocato nell’Inter e anche, ma solo un anno e in fase calante, nel Milan. Qualcuno di fede rossonera storce il naso. Meazza si identifica soprattutto con i colori nerazzurri.
Pochi mesi dopo un evento destinato a rimanere nella memoria di molti. Ma il calcio non c’entra nulla. Il 28 giugno 1980 Bob Marley tiene sul pratone dello stadio, davanti a oltre 100mila spettatori, il suo più grande concerto europeo. E’ un'apoteosi. Di musica, di giovani, di canne e idranti. Gli stessi raccontati qualche hanno dopo da Antonello Venditti nella sua “Piero e Cinzia”. Il consolidamento del 2° anello consegna lo stadio agli anni ’80, dove una normativa finalmente codificata in ogni aspetto sancisce una capienza definitiva attorno agli 83mila posti. Che rappresentano il trampolino verso un nuovo, radicale, cambiamento in vista di “Italia ‘90”. E’ in questi anni che viene segnato a San Siro, uno dei gol più belli della sua storia. Lo mette a segno nel secondo turno di Coppa Uefa, il 24 ottobre del 1985, Kalle Rummenigge in un Inter-Glasgow Rangers va a spazzolare le orecchie del suo diretto avversario con una sforbiciata al volo dalle dinamiche irripetibili. L’arbitro tedesco annulla per gioco pericoloso. E per stupidità conclamata (la propria).
Fra il 1988 e il 1990, in vista delle kermesse iridata, viene cancellato l’anacronistico parterre a vantaggio di qualche gradone in più per i posti a sedere delle tribune, mentre viene costruito il terzo terrificante anello, grazie a quattro enormi piloni di sostegno che faranno anche da base per una copertura di metallo e plexiglas posta a 75 metri dal livello del terreno di gioco. La capienza, fra posti persi nel parterre e guadagnati col terzo anello (incompleto all’altezza del tabellone elettronico) sarà fissata a 85500 posti, oggi diventati poco meno di 83mila. Spostata la tribuna stampa, fra mille polemiche, dal primo al secondo anello, sistemati i tornelli del “dopo-Raciti”, il prossimo passo per la cattedrale meneghina pare sarà il completamento del terzo anello, con l’aumento della capienza fino a 95mila posti. Per la gioia di quei tifosi-arditi, e sono tanti, che acquistano il tagliando di questo settore, per poi scavalcare e lanciarsi nel secondo anello. Da dove la partita si vede e non sembra una ricostruzione al subbuteo. Sarà la sesta faccia di uno stadio che non smetterà tanto presto di raccontare. Di farci piangere per le vittorie passate e ridere per le sconfitte di una volta.

Fiorenzo Radogna
fiorenzoradogna@tele2.it