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La mentalità del beduino

di Luca Ferrato
L'atteggiamento dei tifosi della Lazio nei confronti della loro squadra è qualcosa che il calcio italiano ha ormai interiorizzato e che va al di là del normale tifo contro...

Umorismo tedesco

di Luca Ferrato
La recensione di 'Englischer Fussball' di Raphael Honigstein, il libro che ha fatto infuriare l'Inghilterra calcistica. Fra storie risapute e luoghi comuni qualche riflessione interessante però c'è...

Nobiltà da Duke

di Luca Ferrato
1. La settima edizione della Homeless World Cup, in corso di svolgimento in questi giorni all’Arena Civica di Milano, ci sta dicendo che forse un altro calcio è possibile. Un calcio lontano dagli eccessi ai quali siamo ormai abituati e dalla furbizia come sistema di vita. Peccato che qui a Milano siano in pochi ad accorgersene, ma non è una novità per una città che non concepisce il calcio al di fuori di Milan e Inter e la beneficenza preferisce farla solo in cambio di un bel riscontro pubblicitario.
2. Comunque chi c’è si diverte. La Homeless World Cup è ricca di storie e di personaggi affascinanti, ovunque ti giri c’è un giocatore con il suo passato difficile ma anche con un futuro da scrivere, oppure una ragazza (le squadre che si affrontano a street soccer in partite di 14 minuti complessivi possono essere miste) che non ha paura nell’affrontare sul campo i colleghi maschi.
C’è per esempio la storia della nazionale giapponese, che è diventata la mascotte della manifestazione. Tutti acclamano i suoi giocatori, tutti vogliono farsi fotografare con loro. Hanno subito 56 gol in cinque partite, giocano uno sport molto simile al calcio, ma sono sempre sorridenti e disponibili con tutti. Oppure c’è il Sudafrica, con i suoi memorabili prepartita: prima del match contro il Kazakistan un canto che è durato 12 minuti.
3. Noi però vogliamo concentrarci su una storia a lieto fine, iniziata male ma male davvero. La storia di David Duke, scozzese di 29 anni, allenatore della squadra che porta sul petto la croce di Sant’Andrea. David ha una storia davvero particolare perché oltre ad essere allenatore è stato anche giocatore alla Homeless World Cup. Poco più che ventenne Duke ha perso il padre e da lì, anche per altri motivi, è iniziata la sua discesa agli inferi. Alcol, violenza, la rottura con la fidanzata e una vita che stava andando a rotoli. David, che è originario di Edimburgo, si è trovato in breve tempo senza un lavoro e senza una casa. A nulla è servito il trasferimento a Glasgow, dove pensava forse di dimenticare i momenti che l’avevano portato in breve tempo a perdere tutto. Anche lì il giovane allenatore scozzese ha vissuto in strada, preda ancora dell’alcol e senza alcuna prospettiva per il futuro.
4. In fondo questa potrebbe essere la storia di qualsiasi altro David, o Patrick o Giovanni del mondo, un uomo qualunque che dall’oggi al domani si trova sulla strada, uno di quegli uomini che magari solo qualche tempo prima avrebbe detto ”a me non succederà mai”. Poi improvvisamente ecco il calcio, la sua vecchia passione, e per lui, grande tifoso del Celtic, è stato quasi come il materializzarsi di un sogno. David viene coinvolto nel progetto della Homeless World Cup nel 2005 e reclutato come giocatore per l’edizione di Copenaghen. La regola del torneo voluto da Mel Young prevede che ogni giocatore non possa partecipare a più di una edizione, in modo che questa sia solo una fase di passaggio nel suo processo di riabilitazione e in modo che lo stesso giocatore si senta stimolato a coinvolgere altri senzatetto a partecipare all’iniziativa.
5. Ebbene, da quell’edizione di Copenaghen David Duke ha sposato la causa completamente.
Egli stesso ci dice: ”Dopo l’edizione del 2005 mi sono sentito rinascere e già dall’edizione successiva ero diventato assistente allenatore della squadra scozzese. Dal 2007 invece sono il primo allenatore e proprio in quel mio primo anno alla guida della squadra, nell’edizione svolta a Goteborg, ci siamo laureati campioni del mondo della Homeless World Cup, dopo una finale emozionantissima vinta per 9 a 3 contro la Polonia”. Il lavoro di David però non si è fermato li, visto che lui stesso è Chief Executive dell’associazione “Street Soccer Scotland” (http://www.streetsoccerscotland.org/), che cerca di coinvolgere più senzatetto possibile e poi di portarli con se alle varie edizioni del Mondiale.
6. I suoi giocatori sembrano usciti da un romanzo di Irvine Welsh, tutti ragazzi con un passato di alcool, droga e violenza alle spalle, ma tutti anche convinti che il calcio li porterà fuori dal tunnel. Per alcuni la strada è ancora lunga ma finalmente esiste un progetto di vita, qualcosa per cui lottare, quantomeno ora vi sono dei compagni con i quali si scende in campo tutti i giorni e per i quali si è disposti a dare tutto. David è soddisfatto per i risultati ottenuti nel suo periodo da allenatore: ”Sono estremamente contento per come stanno andando le cose. Ogni anno abbiamo ottenuto dei risultati con i ragazzi coinvolti, possiamo ritenerci soddisfatti per i risultati ottenuti nella vita da tutti loro dopo aver partecipato alla Coppa”.
7. Da un punto di vista prettamente sportivo, invece, David ha un problema molto simile a quello che Leonardo deve affrontare al Milan. Facendo le debite proporzioni, ovviamente: ”Quest’anno abbiamo una squadra un po’ vecchia. Abbiamo sì qualche ventenne, ma tre giocatori hanno più di quarant’anni ed è difficile per loro giocare, magari con giocatori africani non ancora ventenni che saltellano senza problemi per il campo. I favoriti non siamo certo noi, più che altro vedo bene Messico, Brasile e Portogallo”. Gli facciamo notare che anche l’Inghilterra non è niente male e lui annuisce, con la classica espressione che gli scozzesi fanno quando sono costretti a parlare bene degli inglesi. Anche se qualche giocatore con buone caratteristiche lo si vede, dalla squadra di Duke non uscirà il nuovo Henrik Larsson - essendo tifoso dei biancoverdi di Glasgow lo svedese è sempre stato il suo idolo - ma sicuramente anche da questa edizione David riuscirà a rimettere in piedi degli uomini che lui stesso ha raccolto mentre erano in ginocchio.
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Il calcio torna a casa

di Luca Ferrato
1. L’Afghanistan batte la Russia per 5 a 4 e si laurea campione del mondo per la prima volta nella storia. Non siamo impazziti a causa del caldo di fine luglio, ma questo è stato il risultato dell’ultima edizione della Homeless World Cup disputata a Melbourne nel dicembre 2008, la Coppa del Mondo dei senzatetto. L’idea venne all’imprenditore sociale Mel Young, che pensò di organizzare un torneo di street soccer su base mondiale riservato a quelle persone che si trovano in difficoltà, a volte senza una casa e un lavoro, essendo per i più disparati motivi incorse in scelte sbagliate che le hanno costrette ad una vita senza fissa dimora.
2. Il primo torneo venne organizzato a Graz in Austria nel 2003, grazie anche a un massiccio aiuto della municipalità cittadina che diede così il via a un evento che nel corso degli anni cambiò la vita a molti partecipanti alla competizione. In quella prima edizione austriaca le nazioni partecipanti furono diciotto e fu subito chiaro agli organizzatori che questa competizione aveva la possibilità di continuare. Da subito si riscontrò una grossa curiosità da parte del pubblico, del tutto imprevista per un torneo pochissimo pubblicizzato. Mel Young e le persone che nel corso degli anni hanno lavorato con con lui, sono riusciti a coinvolgere nella manifestazione anche personaggi del calibro di Eric Cantona, Didier Drogba e Rio Ferdinand, oltre ad agganciare sponsor di importanza mondiale come Vodafone e Nike ed avere il patrocinio dell’Uefa.
3. Si è deciso quindi di organizzare la competizione annualmente alternando ovviamente i vari Paesi ospitanti. Nel 2004 è il turno di Goteborg, mentre nel 2005 è la volta della splendida Edimburgo, dove la Homeless World Cup ha un successo di pubblico incredibile. I britannici ancora una volta si dimostrano molto sensibili alle forme di solidarietà legate al calcio e d’altra parte il giornale di strada “Big Issue” (chi è stato almeno una volta in Gran Bretagna avrà visto i ragazzi che agli angoli delle strade vendono la rivista, strillandone in modo inequivocabile il nome) è uno dei principali sostenitori della manifestazione. Nel 2006 si esce dall’Europa ed è Città del Capo ad ospitare la Coppa. L’anno seguente è il turno di Copenaghen mentre, come già accennato, nello scorso dicembre è stata Melbourne ad ospitare l’evento. In Australia addirittura si sono radunate ben 56 nazioni e si è data vita alla Homeless World Cup più grande di sempre. Per la prima volta è stato anche disputato un torneo femminile.
4. Da un punto di vista prettamente sportivo la squadra italiana si è comportata più che bene nelle precedenti edizioni, vincendo sia in Svezia che in Scozia l’anno seguente. Le partite, giocate fra squadre di tre giocatori di movimento più un portiere, vengono disputate in due tempi di sette minuti ciascuno e risultano belle, veloci, spettacolari e ricche di gol. L’aspetto più importante è ovviamente quello sociale e il grande successo della manifestazione è dato dal fatto che il 93% dei giocatori dopo la manifestazione ha trovato una nuova motivazione per vivere, mentre il 71% di loro ha cambiato significativamente stile di vita. Ben 118 giocatori delle edizioni precedenti hanno dichiarato di aver abbandonato alcol e droga mentre un 38% è riuscito a trovare una situazione abitativa stabile.
5. Quest’anno è il turno di Milano e la Coppa verrà ospitata all’Arena Civica dal 6 a 13 settembre. Saranno ben 48 le nazioni in gara, provenienti da tutte le parti del mondo. La presentazione ufficiale è avvenuta presso il Comune di Milano lunedì scorso, alla presenza del sindaco Moratti e del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Per questa edizione tra l’altro la Homeless World Cup è stata dedicata allo scomparso direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò. La speranza è quella di vedere lo stesso entusiasmo che si è avuto finora nelle edizioni precedenti, con una grande partecipazione di pubblico e un clima di festa generale simile a quello che si respira durante i Mondiali di calcio o le Olimpiadi. Il tutto per dimostrare che questa città calcisticamente non vive di solo Milan e Inter...C’ è ancora la possibilità di candidarsi come volontari per vari ruoli durante la settimana della Coppa. Chi fosse interessato può fare riferimento a: pietro@milanomyland.it . L'unica certezza è che la vita di qualcuno cambierà in meglio, forse anche quella di qualche spettatore.
(in esclusiva per Indiscreto)

Quelli che con la Cavese c'erano

di Luca Ferrato
Ebbene sì, esisteva anche un Milan prima di Berlusconi, un Milan precedente ai ventitre anni di trionfi che recentemente tanto vengono ricordati la dirigenza rossonera. L’affermazione non è scontata come sembra, visto che per molti l’anno di nascita della società non sembra essere il 1899 ( quella sera alla Fiaschetteria Toscana di via Berchet a Milano…) ma il 1986, quando l’allora Sua Emittenza acquisì una società moribonda e la trasformò nella più vincente del mondo. Di uno di quei Milan pre-berlusconiani, anzi dovremmo dire del peggiore di quelli, si è occupato Sergio Taccone, milanista di provata fede, con il suo “Quando il Milan era un piccolo Diavolo” uscito in questi giorni per la Limina Edizioni. L’autore in particolar modo prende in considerazione gli anni fra il 1980 e il 1983, cioè tutto quello che successe nel periodo fra la retrocessione in B per il calcioscommesse e la resurrezione dal secondo campionato cadetto con Presidente Giussy Farina. E fu molto quello che successe in quel mezzo lustro: anni non certo di vittorie ma piuttosto di patimenti, vergogne, presidenti messi in galera, trasferte europee a Szombathely per giocare contro l’Haladas. Taccone però ci ricorda col suo libro che quegli anni ormai vengono ricordati anche dai milanisti con tenerezza, con un pizzico di nostalgia, per poter magari dire che noi in quegli anni c’eravamo, che non siamo arrivati dopo con le Coppe dei Campioni, che magari siamo andati in trasferta a Varese e non siamo stati poi a Manchester qualche decennio dopo, che magari c’eravamo anche alla partita in casa con la Cavese, oppure conosciamo qualcuno che c’è stato e oggi lo racconta con orgoglio come quel giorno che andò a vedere Bob Marley a San Siro. Il libro prende in considerazione quattro stagioni: il 1979/80, con il suo seguito del calcioscommesse e Albertosi, Chiodi e Morini che ci finirono in mezzo insieme al presidente Colombo portando il Diavolo in Serie B. Oggi Cruciani e Trinca non se li ricorda più nessuno, ma in quegli anni un ristoratore e un fruttivendolo sconvolsero il calcio italiano. La stagione 1980/81, il primo campionato in B, con la sconfitta per 3 a 0 a Taranto, la classe di Novellino, l’Avvocato De Vecchi e la pronta risalita nella massima serie. Il 1981/82 con la squadra affidata a Gigi Radice, una rosa che secondo lo stesso Ct azzurro Bearzot era in grado di lottare per lo scudetto ma che già dopo poche giornate si trovò in fondo alla classifica. Ne seguì l’allontanamento dell’allenatore (sostituito da Galbiati), il cambio di presidenza, con l’avvento di Farina e un Milan che non la smetteva di sprofondare. La speranza tornò nelle ultime giornate, anzi ci si giocò tutto all’ultima giornata con l’obbligo di vincere a Cesena e sperare in una combinazione di altri risultati favorevoli. Effettivamente a Cesena successe il miracolo. Il Milan sotto di due gol ad inizio ripresa ribaltò il risultato e vinse grazie a un gol di 'Dustin' Antonelli. Non un gol qualsiasi, forse uno dei più bei gol della storia del Milan, che però non viene mai ricordato perché il “biscotto” di Napoli rese tutto inutile e si andò ancora in B questa volta, citando l’avvocato Prisco, non pagando ma gratis. Unica consolazione stagionale la vittoria in Mitropa Cup, una coppa che oggi viene nascosta, rinnegata, ma che ai milanisti di allora fece piacere vincere, perché non si vinceva mai e piuttosto di niente andava bene anche quello. Infine la stagione 1982/83 con l’ennesima risalita in A, con Castagner, il giovane ma già monumentale Franco Baresi, con “Jordan-Serena il Milan si scatena”. Unica costante in tutti questi anni la presenza dei tifosi: il pubblico rossonero infatti non abbandonò mai San Siro e anzi in alcune domeniche di B fece registrare più paganti di molti stadi di A di una certa importanza. Grazie a Taccone quindi per averci rifatto rivivere quegli anni della giovinezza - ovviamente ciò che viene dal passato ci sembra sempre più bello e più puro - e per averci rifatto riscoprire quel Milan da “vorrei ma non posso” opposto all’odierno del “potrei ma non voglio”.
(in esclusiva per Indiscreto)

Dove volano le pizze

di Luca Ferrato
La maggior parte dei tifosi pensa che tutto sia iniziato una sera di gennaio del 2005. Quella sera si giocava ancora nel vecchio Highbury, partita di campionato fra l’Arsenal e il Manchester United. Nel tunnel che portava i giocatori in campo Patrick Vieira, bandiera dei Gunners, cominciò a provocare Gary Neville e per tutta risposta ebbe un duro rimbrotto dal capitano e lottatore dello United, un certo Roy Keane. Dicevamo dunque che molti fanno risalire a questo episodio la rivalità recente fra i giocatori delle due squadre, che tra l’altro saranno anche protagoniste in una delle semifinali della Champions League. La verità è che però l’odio iniziò molti anni prima, un odio vero che porterà Keane a dire pubblicamente che sia lui che i suoi compagni “odiavano” l’Arsenal e Vieira a dichiarare nella sua autobiografia che il Man U è la squadra che in carriera gli ha dato le maggiori sensazioni, quindi è la squadra che odia di più pur essendo allo stesso tempo contento ogni volta che la incontra. Le prime scintille scoppiarono addirittura nel 1987, nel primo anno in panchina Red Devils per Sir Alex Ferguson. David O’Leary, allora centrocampista dei Gunners, venne scalciato per tutta la partita da Norman Whiteside, mentre David Rocastle, altra figura importante dell’epoca per l’Arsenal, venne provocato dagli avversari per tutto il match tanto da reagire ed essere espulso. Negli spogliatoi scoppiò una rissa fra giocatori, la prima di una lunga serie. L’anno seguente Brian McClair sbagliò un rigore in un match di FA Cup ad Highbury e il difensore Nigel Winterburn lo seguì poi fino a centrocampo per deriderlo e cercare di avere una reazione da parte dell’attaccante del Manchester United. Il 20 ottobre del 1990 la saga proseguì con gli stessi protagonisti in campo. Questa volta fu McClair ad entrare in maniera assassina su Winterburn e quella fu la miccia che fece esplodere gli animi degli altri giocatori in campo. Scoppiò infatti una rissa che coinvolse in pratica tutti e che non fu facile sedare. La rivalità e gli scontri proseguirono per tutti gli anni ’90, con il Manchester United che diventava sempre più vincente e l’Arsenal che alternava annate buone ad altre disastrose. Nel 1997 arrivò dal Giappone Arsene Wenger andandosi a sedere sulla panchina dei Gunners e dal quel momento non si sarebbe più parlato del “Boring Boring Arsenal”- il coro irridente che gli avversari rivolgevano ai Gunners per il loro gioco tradizionalmente noioso - ma di una squadra brillante, spumeggiante, capace di dare spettacolo facendo giocare dei giovani. La rivalità Manchester United-Arsenal da quel momento divenne anche, se non quasi esclusivamente, quella fra i loro allenatori, Alex Ferguson vs Arsene Wenger. Si arriverà così al 2004 e al famoso caso del “Pizzagate” o “la battaglia del buffet”, quando al termine di un match particolarmente combattuto, negli spogliatoi volò un pezzo di pizza (o una ciotola di zuppa: il tipo di cibo lanciato non è ancora stato chiarito) contro Sir Alex e pare che a lanciarlo fosse stato proprio un iracondo Wenger. Questo nel famoso terzo tempo del calcio inglese, quando gli allenatori di solito si ritrovano per sorseggiare un bicchiere di vino (celebre la bottiglia regalata da Mourinho a Ferguson qualche anno fa) e commentare quanto accaduto con più rilassatezza. In campo vi era stato anche un inseguimento a Ruud Van Nistelrooy da parte dei difensori dell’Arsenal dopo che l’attaccante olandese si era conquistato un rigore a tempo scaduto e con l’inganno, ma l’aveva tirato contro la traversa. Patrick Vieira riversa il suo odio anti United soprattutto contro l’olandese oggi in forza al Real Madrid. Dice nella sua biografia: ”Di lui non mi piace nulla, è un falso e un ladro. Tutti pensano sia un bravo ragazzo ma è un figlio di buona donna”. Ora si capisce meglio anche perché le pizze volavano. Ora, per la prima volta nella storia, Arsenal e Manchester United si affronteranno in Europa, per conquistare la finale Champions di Roma. Non ci sono più caratteri forti come Roy Keane, Peter Schmeichel e McClair da una parte o Nigel Winterburn, Ian Wright e Patrick Vieira dall’altra, ma siamo sicuri che anche stavolta le scintille non mancheranno.
(in esclusiva per Indiscreto)

Laterali e figurine

di Luca Ferrato
Incredibile ma vero, ogni tanto si trovano anche articoli che non parlano di calciomercato. Purtroppo questo, scovato sul sito del Guardian e scritto da Jonathan Wilson - quello di “Inverting the Pyramid” di cui abbiamo parlato qualche settimana fa - non lo abbiamo letto su un quotidiano italiano ma ci è particolarmente piaciuto. Wilson fa giustamente notare come si parli spesso di fantasisti o attaccanti e anche da noi quando si parla del dio calciomercato (cioè tutti i giorni) i nomi sui quali si discute sono sempre quelli: Diego servirà alla Juve? E’ Adebayor l’attaccante giusto per il Milan? Aguero potrebbe mai colmare quell’enorme vuoto che lascerebbe una eventuale partenza di Ibrahimovic? Con tanti saluti agli altri ruoli, come quello dei terzini di fascia o i laterali di difesa, chiamateli come volete: il numero due e il numero tre di una volta. Wilson fa notare come le ultime squadre che hanno vinto i Mondiali abbiano avuto sempre laterali molto forti, che sono stati determinanti durante la competizione iridata: Jorginho e Branco nel Brasile 1994, Thuram e Lizarazu nella Francia 1998, Cafu e Roberto Carlos nel Brasile vittorioso in Giappone-Corea nel 2002 e i nostri Zambrotta (quello del Mondiale, non l’attuale) e Grosso nell’Italia del 2006. D’altra parte anche la stessa Olanda degli anni ’70 era resa “totale” proprio dalla capacità che avevano i due laterali di difesa (Suurbier e Krol) di spingersi all’attacco, dando così l’impressione di una squadra che occupava tutte le zone del campo. In effetti lo faceva, oggi quasi tutti i terzini attaccano e ci viene più difficile capire cosa fece quell’Olanda in un periodo nel quale non era così usuale per gli uomini di difesa spostarsi in attacco. Wilson ci porta altri due esempi per far capire quanto il ruolo sia fondamentale, soprattutto nel calcio moderno. La Russia agli scorsi Europei è stata spettacolare e brillante, grazie sicuramente alle giocate di Arshavin e ai gol di Pavlyuchenko: ma il lavoro fatto dai due laterali Anyukov e Zhirkov è stato importantissimo. Questo è stato ancor più evidente quando i terzini sono stati bloccati nella partita di semifinale persa contro la Spagna. L’attaccante iberico David Villa si è infortunato al 34° minuto del primo tempo e il suo posto è stato preso da un centrocampista, Cesc Fabregas. In quel modo la Spagna è passata da un 4-1-3-2 a un 4-1-4-1. Così facendo altri due centrocampisti come Iniesta e Silva hanno avuto maggiori possibilità di allargarsi e poter così arginare le avanzate dei due laterali della squadra di Hiddink, che nello stesso tempo si dovevano maggiormente preoccupare dell’avanzata dei centrocampisti spagnoli. Altro esempio? Inter-Manchester United, ottavo di finale di Champions giocato a San Siro. La sofferenza nel primo tempo dell’Inter - che era sul punto di crollare- è stata evidente a tutti, sia a chi era allo stadio sia a chi guardava la partita a casa davanti alla tv. Alex Ferguson a sorpresa non ha schierato Rooney dall’inizio e al suo posto sulla fascia sinistra d’attacco ha inserito il coreano Park. Questo aveva anche lo scopo di arginare Maicon, che tutti sanno l’importanza che ha nel gioco d’attacco dell’Inter. Park dava anche la possibilità di far avanzare Evra, che a nostro avviso è stato uno dei migliori nel primo tempo di San Siro. Contromossa di Mourinho nel secondo tempo: fuori l’imbarazzante Rivas e dentro Cordoba, che ha dato più stabilità alla difesa e ha permesso a Cambiasso di non fare il difensore centrale aggiunto. Spostamento quindi di Javier Zanetti sulla destra per dare una mano a Maicon e soprattutto per arginare le avanzate del laterale francese del Manchester United. Prima abbiamo fatto riferimento al calcio totale olandese, ma sicuramente l’importanza dei laterali di difesa in grado di attaccare era stata evidenziata molto prima. Alcuni prendono ad esempio il Brasile del 1958 con il suo schema 4-2-4, ma quando si parla di tattiche e storia ovviamente tutto è molto opinabile. Quello che ci preme sottolineare - e lo fa ovviamente anche Wilson nel suo articolo - è che in sede di calciomercato oltre a scatenarsi sui vari Messi, Ribery, Rooney e Fernando Torres, un occhio di riguardo lo si dovrebbe dare anche a giocatori come Lahm, Anyukov, Evra e Dani Alves, che potrebbero risolvere problemi a più di una squadra trasformando in campioni centrocampisti e attaccanti con qualità normali. Poi il marketing editoriale, a tutte le latitudini, impone di fare i titoli su chi ha deviato il pallone in gol sulla linea di porta con lo stinco. Più grave è che questo calciomercato da figurine sia nella mentalità anche di tanti dirigenti: quante volte abbiamo letto dichiarazioni del tipo 'noi quella cifra per un difensore non la spendiamo'?
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Cara vecchia Superlega

di Luca Ferrato
Martedì 17 marzo il bisettimanale francese France Football è uscito con una boutade in prima pagina: “I piani segreti della Superlega europea”. Niente di nuovo all’orizzonte, verrebbe da dire. Sempre in questi giorni ci è capitato fra le mani un numero della rivista World Soccer, risalente al settembre del 1998. Nell’editoriale, a firma Keir Radnedge, l’autore riferiva di un incontro segreto avvenuto a Londra alla metà di luglio fra i rappresentanti dei principali club europei. Di cosa si sarebbe discusso? Della creazione di una Superlega europea, ovviamente. All’epoca la Champions League non aveva ancora il formato attuale, solo dall’estate precedente le principali federazioni avevano ottenuto il permesso dall’Uefa di iscrivere due club (il primo e il secondo classificato nei campionati nazionali) alla massima competizione europea. Ma non era abbastanza e i sodalizi più importanti si erano radunati con la volontà di riformare la Champions League, che in quel periodo ancora tutti chiamavano Coppa dei Campioni. I club che si ritrovarono in quella riunione carbonara ma non troppo furono Milan, Inter, Juventus, Real Madrid, Barcellona, Ajax, Bayern Monaco e Borussia Dortmund. I delegati di Manchester United, Liverpool e Arsenal negarono di avervi preso parte (al Chelsea non era ancora arrivato Abramovich) mentre i dirigenti di Paris St Germain e Marsiglia negarono anche di essere stati invitati. L’idea era quella di creare una lega autonoma scorporata dalla Uefa, visto che il massimo organismo europeo aveva più a cuore la mutualità verso i Paesi dell’Est e le piccole nazioni calcistiche piuttosto che il fatturato dei grandi club. Uno dei principali promotori dell’iniziativa fu sicuramente Silvio Berlusconi, che la Superlega aveva iniziato a sognarla fin dal suo arrivo al Milan a metà degli anni Ottanta. Su proposta degli uomini Fininvest, quindi, si voleva assegnare l’organizzazione del nuovo torneo a Media Partners, con il sostegno della banca d’investimenti JP Morgan. Più che una competizione ad eliminazione sarebbe stato un vero e proprio Campionato d’Europa, che avrebbe garantito introiti sicuri a tutti i club partecipanti. Sponsor come se piovesse e stadi sempre pieni sarebbero stati la logica conseguenza, almeno in teoria. Berlusconi chiese anche la possibilità di avere delle wild card per quei club che, per la loro storia e le loro vittorie europee, avrebbero dovuto sempre avere il diritto a giocare la manifestazione europea. Strano - o forse no - che il presidente del Milan chiedesse una wild card proprio nell’estate successiva a un campionato finito dal Milan al decimo posto, che significava per i rossoneri il secondo anno consecutivo lontano dall’Europa. I club sembravano fare sul serio e con quella riunione londinese diedero vita al primo abbozzo di quello che sarebbe poi diventato nel 2000 il G14. L’Uefa da parte sua non volle però scendere a patti. Già aveva modificato più volte in anni recenti il format della Coppa dei Campioni, ma accettare le richieste di quei club avrebbe voluto dire voltare le spalle al resto d’Europa. Anzi, se il torneo organizzato da Media Partners si fosse concretizzato (si sarebbe dovuto chiamare ESL, European Superleague o EFL, European Football League) avrebbe intimato a tutti i giocatori tesserati per quei club di non prendervi parte, pena una squalifica che avrebbe impedito la partecipazione a Mondiali ed Europei. Alla fine non se ne fece nulla. La Champions 98/99 ricominciò sotto l’egida dell’Uefa, che dava la possibilità alle prime otto nazioni classificate nel ranking di iscrivere due formazioni, con la seconda classificata in campionato che sarebbe dovuta passare dalle forche caudine del turno preliminare estivo. Quando la burrasca sembrò passata, ci accorgemmo però che l’Uefa a patti con il diavolo (inteso non soltanto come Milan) c’era scesa, visto che dalla stagione 1999/2000 le prime tre nazioni del ranking poterono iscrivere alla competizione addirittura quattro squadre, due che accedevano subito ai gironi e le rimanenti che vi potevano accedere dopo aver superato i preliminari. Le nazioni dal 3° al 6° posto nel ranking ne iscrivevano tre, con due subito ai gironi e la terza al preliminare con tanti saluti allo spirito della vecchia Coppa dei Campioni. Detto questo, non vediamo dove stia la notizia riportata dalla prestigiosa rivista francese (e ripresa acriticamente da mezza stampa italiana), visto che l’idea della Superlega è una cosa ormai ciclica che ogni tanto, soprattutto quando si vuol fare pressione sull’Uefa per la riforma delle coppe, risalta fuori. Ci sarebbe forse da chiedersi se questo sia il periodo migliore per una Superlega europea, durante una delle crisi economiche più grandi che il capitalismo abbia mai vissuto. Siamo così sicuri che si troverebbero sponsor alternativi a quelli che oggi l’Uefa già ha? France Football parla di tre campionati su base europea, uno di serie A, al quale dovrebbero accedere quattro squadre dai campionati di Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e Francia, e poi campionati di serie B e C nelle quali è prevista anche un qualche tipo di formula legata al meccanismo delle promozioni/retrocessioni. A questo punto però dove trovare le date per tutte queste partite, dal momento che il calendario internazionale sembra già oggi intasato? Forse l’obiettivo è un’abolizione del campionati nazionali, o almeno la non partecipazioni agli stessi da parte dei grandi club, ma il pubblico è preparato a qualcosa di simile? Per ora prendiamo l’articolo di France Football come una il solito scenario riempipagine, certi però che l’Uefa stia preparando un’ulteriore riforma delle proprie competizioni. Paradossalmente, però, la Superlega ci sembrava più vicina dieci anni fa.
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Il modulo per rimanere vivi

di Luca Ferrato
"All’inizio era il caos e il calcio non aveva forma, poi arrivarono i Vittoriani". Un libro che inizia in questo modo sicuramente vuol darsi subito un tono importante, senza scomodare la parola biblico. Anche se l’incipit ci ricorda qualcosa scritto molto tempo fa...Proprio così inizia il nuovo libro di Jonathan Wilson "Inverting the pyramid, a history of football tactics", edito in Gran Bretagna dalla Orionbooks al prezzo di 18,99 sterline. Se un lettore si fermasse al titolo, probabilmente non acquisterebbe il libro di Wilson, il solo pensiero di 356 pagine intrise di schemi e tattiche farebbe rabbrividire e spaventerebbe addirittura Arrigo Sacchi. Ebbene, questo libro è esattamente l’opposto. Interessante, intrigante, ricco di episodi inediti e con le tattiche calcistiche che via via si sono susseguite nel corso degli anni, che vengono spiegate però semplicemente, a volte con disegni e a volte solo rappresentando dettagliatamente l’inventore di tale schema o l’idea che l’ha portato a crearlo.
Il libro inizia veramente da quando il calcio non aveva forma, cioè dalla metà del XIX secolo e in particolar modo da quella sfida Scozia-Inghilterra giocata all’Hampden Park di Glasgow, che fu il primo match internazionale giocato fra rappresentative nazionali (a dir la verità la Scozia quel giorno schierò l’intera squadra del Queen’s Park, una potenza all’epoca). La partita, nonostante gli scozzesi si schierassero con quello che ad oggi potremmo definire un 1-2-7 e gli inglesi con un 2-2-6, finì a reti bianche, con buona pace di chi oggi ritiene che gli unici problemi del Milan siano dati dal fatto di non mettere in campo due o tre punte. Grande spazio ovviamente viene dato a quegli allenatori che veramente portarono delle innovazioni in campo tattico. In primis Herbert Chapman che, negli anni ’20 e ’30, prima con l’Huddersfield Town e poi con l’Arsenal, fu in qualche modo l’ideatore del famoso sistema a WM ( o 3-2-2-3) utilizzato poi fino almeno alla metà degli anni ’50.
Fu con quello schema che gli inglesi affrontarono l’Ungheria di Gustav Sebes a Wembley, nella famosa amichevole del 25 novembre 1953. Quel giorno qualcosa cambiò veramente, anche se gli inglesi non se ne resero conto e qualche mese dopo vennero nuovamente travolti a Budapest dagli ungheresi. Gli uomini di Sebes non cambiarono così tanto a livello difensivo - dove comunque Lorant si schierava un po’ più indietro rispetto alla linea di difesa composta da sinistra a destra da Lantos, Zakarias, Bozsik e Buzanszky- ma soprattutto molto cambiò a livello offensivo dove il numero nove, tale Nandor Hidegkuti, giocava in posizione più arretrata (da quel momento si iniziò a parlare del "centravanti alla Hidegkuti") dando così la possibilità ai vari Puskas, Kocsis, Czibor e Budai di inserirsi per calciare a rete. Gli inglesi non ci capirono assolutamente niente e continuarono a marcare quel centravanti che si muoveva ovunque con il loro terzino.
Wilson ovviamente non si limita agli aspetti più conosciuti o agli allenatori più famosi ma anzi spazia nei quattro angoli del globo per scoprire gli episodi più curiosi. Ad esempio quasi tutti conoscono il colonnello Lobanovsky e quanto ha fatto con la Dinamo Kiev, soprattutto a riguardo della preparazione fisica. Pochi invece conoscono Viktor Maslov e il suo "disordine organizzato" proposto nei campionati sovietici con la Dinamo Mosca, la Torpedo e con la Dinamo Kiev, dove giocava proprio un certo Lobanovsky. I due tra l’altro non andavano per nulla d’accordo ma il colonnello ricavò gran giovamento degli insegnamenti avuti da Maslov, una volta diventato allenatore. Interessanti anche i capitoli su Bela Guttmann e quanto ha fatto per il calcio brasiliano "post disastro Mondiale 50" e su come gli argentini abbiano cambiato il loro stile di gioco e il loro approccio alle gare alla fine degli anni ’50.
Il capitolo dedicato al Catenaccio è ovviamente molto incentrato sulla scena italiana, anche se si dice che ne fu inventore l’austriaco Karl Rappan che lo utilizzò per la prima volta con la Svizzera ai Mondiali del 1938. Sfiora un po’ la leggenda l’episodio legato a Gipo Viani e a come pensò per la prima volta al suo "Vianema". Pare che il buon Gipo, un pomeriggio della fine degli anni ’40, mentre passeggiava sul lungomare di Salerno (allora era allenatore della Salernitana) si fosse soffermato a guardare i pescherecci che rientravano al porto. In particolar modo rimase colpito dal fatto che le barche utilizzavano una prima rete per pescare il pesce e sotto a quella un’altra rete che riusciva a catturare il pesce che era fuoriuscito o non era riuscita a prendere la prima. Gipo pensò allora che dietro a una barriera difensiva era meglio mettere un altro giocatore (battitore libero) che sarebbe riuscito a fermare i giocatori sfuggiti alla prima linea di difesa. Storia intrigante, anche se è più probabile che Viani abbia conosciuto Rappan e il modo di giocare degli svizzeri.
Wilson ovviamente esamina anche il calcio totale olandese e ha un occhio di riguardo per il Brasile formato solo da trequartisti del 1970. Invece, nel caso qualcuno pensasse che il pressing sia un’invenzione italiana (o dell'Olanda del calcio totale), dia un’occhiata a ciò che l’autore scrive riguardo al Watford di Graham Taylor dei primi anni ’80. L’allenatore inglese sosteneva che a volte le squadre alzano il ritmo e costringono gli avversari nella propria metà campo solo negli ultimi 15-20 minuti, il più delle volte spinti dalla disperazione, dalla necessità di recuperare un risultato. Ebbene Taylor disse alla sua squadra che bisognava imporre quel ritmo dall’inizio, puntando tutto su un eccellente condizione fisica che, nel caso del Watford acquistato qualche anno prima da Elton John, andava a scapito anche della tecnica.
Il libro si conclude parlando del Milan di Sacchi, della decadenza tattica degli anni ’90 e della speranza riacquistata con quanto visto nei tornei internazionali del nuovo millennio. Perché come dice l’Arrigo nazionale:" Nel calcio ci sarà sempre qualcuno che ha voglia di innovare, di portare qualcosa di nuovo. Quando nessuno più lo farà il calcio morirà".
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Più Football e meno Italia

di Luca Ferrato
Non si può dire che quelli di Channel Four non siano fortunati. La televisione commerciale inglese che, come solitamente si fa in Italia con Retequattro, corrisponde al canale numero quattro del telecomando, è stata la prima a portare in Gran Bretagna il quiz “Countdown” oltre a una moltitudine di altre serie e telefilm che hanno fatto la fortuna dell’emittente. Nel 1992 Channel Four decise anche di puntare sul calcio. Non in maniera scriteriata come avrebbero fatto successivamente quelli di ITV - puntando ad acquisire i diritti della Premier League e creando anche una piattaforma digitale che sarebbe fallita di lì a poco -, ma decidendo di puntare sul calcio italiano di Serie A, che mai prima era stato trasmesso in diretta nel Regno Unito.
L’estate del 1992 fu anche quella dell’arrivo in Italia, e più precisamente alla Lazio, di Paul Gascoigne, il mitico “Gazza”, che nel 1990 proprio nel Belpaese aveva trascinato i Leoni inglesi alle porte di una finale mondiale. La scelta di trasmettere il calcio nostrano fu certamente influenzata dall’arrivo a Roma dell’estroso Paul, tant'è che la prima partita teletrasmessa fu Sampdoria-Lazio, giocata il 6 settembre 1992 e valevole per la prima giornata di Serie A 1992/93. Fortuna, dicevamo all’inizio. Così abbiamo voluto chiamare la scelta da parte di Channel Four di essere con le telecamere a Genova quel giorno per testimoniare l’esordio di Paul Gascoigne nel campionato italiano. Ebbene, quel giorno Gazza non giocò, ma il pubblico inglese si godette uno spettacolare 3 a 3 con un immenso grazie sia agli uomini di Eriksson (allenatore della Samp anche se in panchina quel giorno c’era Santarini) che a quelli di Dino Zoff.
Tutte quelle discussioni riguardo al calcio italiano catenacciaro, a quegli squallidi 0 a 0 , al prima non prenderle, sembravano svanite in un caldissimo pomeriggio genovese di inizio settembre.
Il successo fu immediato. Agli inglesi veniva offerto gratuitamente calcio in diretta alla domenica pomeriggio: senza concorrenza, quindi, visto che all’inizio degli anni ’90 non vi era ancora lo “spezzatino” di partite odierno.
Dallo studio il primo conduttore di Football Italia fu James Richardson, che al sabato mattina conduceva anche un programma intitolato Gazzetta e che aveva il compito di dare un’occhiata alla giornata che si sarebbe giocata nella penisola il giorno seguente (i posticipi Sky sarebbero iniziati, con Lazio-Foggia, a fine agosto 1993). Uno dei primi telecronisti delle partite domenicali fu invece il mitico Kenneth Wolstenholme: sì, proprio quello della finale mondiale del 1966, quello del “They think it’s all over over. It is now!”, urlato al microfono proprio nel momento nel quale Geoff Hurst aveva scaraventato nella rete tedesca il quarto gol inglese.
Quasi contemporaneamente alla nascita del programma televisivo, venne ideata anche una rivista dedicata al calcio italiano e che riprendeva il nome proprio dal contenitore di Channel Four. Uno dei principai ideatori della rivista fu John D. Taylor, che dal primo numero dell’ottobre 1992 è rimasto direttore fino a qualche settimana fa. Insieme a lui una serie di giornalisti che hanno amato e tuttora amano il calcio italiano, come Giancarlo Rinaldi, Antonio Labbate, Susy Campanale, Serafino Ingardia e - forse il più conosciuto dal pubblico di Indiscreto - Dominique Antognoni. Il primo numero uscì nell’ottobre del 1992 e nei primi anni non ebbe una cadenza fissa. Dal maggio 1996 a tutt’oggi la rivista ha avuto invece una cadenza mensile.
A dire la verità prima di Football Italia vi erano state altre iniziative editoriali britanniche dedicate al calcio italiano. La più famosa fu senz’altro la fanzine/rivista “Rigore!” ideata da Giancarlo Rinaldi: giornalista di BBC Scotland, contributor di “Calcio Italia” e, giusto segnalarlo, tifosissimo del Queen of the South. Rigore! uscirà fino a metà degli anni ’90 e contribuirà a far conoscere il nostro calcio a 360 gradi. Non solo Serie A, infatti, ma anche tanta B e C, oltre ad analisi dettagliate delle partite e rivisitazioni storiche di incontri e curiosità legate alle squadre italiane.
Tornando al programma televisivo, la seconda partita teletrasmessa fu ancora un match riguardante la Lazio e stavolta si riuscì finalmente a testimoniare l’esordio di Paul Gascoigne in Serie A. Fu un Lazio-Fiorentina e anche questa volta si consumò un festival dei gol, 2 a 2.
La terza, dal punto di vista delle reti segnate anche se non dello spettacolo vero e proprio, fu ancor più un successo con la gara del Franchi dove i Viola sconfissero il neopromosso Ancona con un inequivocabile 7 a 1. Football Italia, programma televisivo e rivista, andarono di pari passo e a braccetto fino all’inizio della stagione 2002/03, quando la rivista, in seguito al disimpegno da parte di Channel Four, decise di cambiare a quel punto il nome della testa nell’attuale “Calcio Italia”.
Per il calcio italiano in Gran Bretagna inizierà così un periodo tribolato. Gli anni d’oro dei primi ’90 sono andati e non ci sono più molti Gullit, Van Basten, Zola e Baggio da mostrare nelle case inglesi. La serie A comincerà così a pagare la sua perdita di appeal a livello internazionale, a vantaggio di campionati come la Premier League inglese e la Liga che televisivamente si vendono meglio. Dopo Channel Four quindi si fa avanti British Eurosport che oltre la partita della domenica pomeriggio deciderà di puntare anche sui posticipi, dato che Milan, Inter e Juve giocano, come oggi d’altronde, quasi sempre alla sera. L’esperimento, che sarà fatto con meno convinzione rispetto a Channel Four, durerà circa un paio di stagioni. Siamo ormai entrati nell’era di Calciopoli e il calcio italiano perderà anche quella poca credibilità che le era rimasta. In Gran Bretagna la serie A va a finire sul canale Bravo, che fa parte del pacchetto di Sky UK ma, per fare un paragone con l’Italia, è come se il massimo campionato inglese venisse trasmesso da FX.
Il canale è ovviamente a pagamento, chi lo guarda cerca altre cose e gli ascolti della serie A crollano. Tanto che Bravo decide di non aspettare nemmeno la fine della stagione e nel dicembre 2006 decide di non trasmettere più nessuna partita italiana. Nell’estate 2007 si fa avanti l’emittente in chiaro Five, con un progetto concreto e con un entusiasmo che sembra simile a quello mostrato qualche anno prima dal quarto canale. A condurre il programma c’è Mark Chapman, affiancato da Laura Esposto, modella nota al pubblico italiano per aver lavorato a Milan Channel. La trasmissione non è male: c’è passione e competenza, ma alla fine dell’anno si decide di non proseguire con il rinnovo del contratto.
La Serie A 2008/09 non è su alcuno schermo di emittenti britanniche. Sky Uk preferisce trasmettere la Liga spagnola, ritenuta più spettacolare e in alcuni casi anche bacino di reclutamento per la ancora più ricca Premier League. L’amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani, più volte si è lamentato della mancanza d’appeal della Serie A all’estero. Forse questo è un caso esemplare.
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)

Occhio alla Futbolstrojka


Questo mondo in cambiamento ci viene raccontato oggi nel libro di Alessandro Curletto - che già avevamo apprezzato nel Bignami dedicato allo Spartak Mosca- e di Romano Lupi "Futbolstrojka, il calcio sovietico negli anni della Perestrojka", edito dalla casa editrice Socialmente. Quella che fanno i due autori è una descrizione accurata e competente di quegli anni convulsi, raccontati attraverso il calcio e i giocatori sovietici che dalla metà degli anni ’80 cominciarono a non essere più degli sconosciuti: anzi, alcuni divennero 'personaggi' proprio in Italia. Il racconto inizia da un anno cruciale per l’Unione Sovietica, quel 1986 durante il quale le parole "perestrojka", "glasnost" e "Michail Gorbaciov", entrarono prepotentemente nelle case degli occidentali. Nel febbraio di quell’anno si svolse il XVII Congresso del PCUS, nel quale il nuovo Presidente Gorbaciov promise aperture e grandi cambiamenti all’interno del blocco sovietico. Il calcio sembrò quasi adeguarsi, volendo mostrare il suo volto migliore, spettacolare e divertente, sia tramite la nazionale sovietica a Messico 1986 (battuta negli ottavi di finale dal Belgio e da un arbitro spagnolo che ne combinò di tutti i colori) che attraverso la fantastica Dinamo Kiev di Lobanovskij, capace di giocare in una finale di Coppa delle Coppe contro l’Atletico Madrid una partita semplicemente stellare, sommergendo gli spagnoli con tre gol e facendo gridare a tutti al "calcio del Duemila"(quante volte abbiamo poi sentito abusare di questa espressione?). Gli autori dedicano anche grande spazio a ciò che successe all’interno dei confini sovietici in quegli anni, raccontando come cambiò la stampa sportiva nel periodo, i trionfi in campionato delle eterne grandi rivali, Spartak Mosca e Dinamo Kiev, e molto spazio viene anche dedicato ai primi "legionari" a cui fu permesso di varcare i confini nazionali per giocare all’Ovest. Il pioniere fu Anatolij Zincenko, che nel 1987 ottenne il permesso di trasferirsi dallo Zenit Leningrado al Rapid Vienna. A lui, nello stesso anno, si aggiunsero poi Jurij Gavrilov, che lasciò il Lokomotiv Mosca per un viaggio a in Finlandia, a Pori per vestire la maglia del locale PPT, e Sergej Savlo che disse addio alla Torpedo Mosca per rinforzare anch’egli il Rapid. Squadra, quest’ultima, con la quale le autorità sovietiche dovevano avere evidentemente uno stretto feeling. Successivamente si aggiunsero nomi ben più noti. Basti ricordare i vari Zavarov, Alejnikov, Michailichenko, Kolyvanov, croci e delizie delle squadre italiane nelle quali hanno militato. Non vengono ovviamente trascurati i grandi tornei internazionali del periodo e quindi la splendida ma perdente Unione Sovietica di Euro '88, quella meno bella ma vincente delle Olimpiadi di Seul e quella ormai in declino ma scippata ancora una volta dagli arbitri e dal ritorno della "mano de Dios" di Italia 90. La fine del calcio sovietico arriverà così nel 1991, come dell’entità politica d’altra parte, con la nazionale che giocherà l’ultima partita a Cipro a novembre e con il CSKA che, nello stesso periodo, si laureerà ultimo campione dell’Unione Sovietica. Il 31 dicembre dello stesso anno la bandiera rossa verrà ammainata dalla vetta del Cremlino.
Luca Ferrato
(in esclusiva per Indiscreto)