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Senza bisogno di marchette

di Stefano Olivari
Siamo fuori da tutti i giri, in particolare da quello della letteratura su vampiri e dintorni. Per questo conosciamo Amanda Hocking solo per sentito dire e per genuina invidia, visto che la giovane (davvero, non come i cinquantenni europei) scrittrice del Minnesota è diventata famosa per avere venduto più di un milione di ebook in meno di un anno ma soprattutto per essere diventata un'icona del self-publishing. Sia pure solo a livello ebook, visto che sull'onda del successo web i suoi libri in versione cartacea sono stati pubblicati da un editore tradizionale come St. Martin's Press. Siccome tutti, noi per primi, abbiamo grandi libri nel cassetto, abbiamo trovato interessante l'intervista concessa dalla Hocking al sito mediabistro.com. Questo il link, inutile copiarla, di nostro aggiungiamo che pur avendo la biografia perfetta per tenere la parte dell'outsider che ce l'ha fatta contro il sistema cattivo, la Hocking non si ritiene un'artista maledetta ma una scrittrice che aveva solo il problema di farsi conoscere.

Gli sfigati di Facebook

Facebook è finito? Domanda idiota, visto che si riferisce a un social network che dichiara oltre 800 milioni di utenti attivi (che vuol dire non disiscritti, anche se magari la loro pagina FB non la guardano mai) nel mondo, ma qualcuno la deve pur fare. Usciamo dall'autoreferenziale ghetto giornalistico, visto che lì la risposta c'è già: meglio Twitter, che obbliga ad essere sintetici e soprattutto ti ricorda che non stai sparando cazzate con i tuoi amici ma che potenzialmente puoi essere letto da chiunque. Su Facebook invece sembra sempre di parlare fra intimi, a volte è davvero così ma più spesso no visto che l'amicizia viene concessa con leggerezza per non sembrare stronzi.

Cara e vecchia Apple

di Stefano Olivari
Il new iPad ha deluso, inutile negarlo, anche se i fedeli del mondo Apple non ammetteranno mai che il loro dio è sceso sulla terra. Magari non è morto, a meno di non identificarlo unicamente con Steve Jobs (ci può stare, comunque), ma di sicuro è diventato umano. L'enfasi sulle caratteristiche tecniche del terzo prodotto della serie iniziata nel 2010, quelle più impressionanti riguardano la definizione delle immagini, invece che sull'impatto del nuovo gingillo sulle nostre vite significa una cosa sola: Apple non è più quella di una volta, proprio come le merendine e la professionalità.

A chi importa se il Manifesto fallisce

di Stefano Olivari
Del governo Monti i media parlano bene, grazie anche al facile confronto con i precedenti, ma non ancora benissimo. Sarà per questo che lo stanziamento per i contributi diretti all'editoria, inizialmente previsto in 47 milioni di euro, è stato elevato prima a 70 milioni e adesso, all'ultimo conteggio, si è arrivati a quota 120.

Questo Faceskin è un po' Facebook

di Stefano Olivari
Che fine ha fatto Claudio Cecchetto? L'immortale idolo di Gioca Jouer dopo avere festeggiato, si fa per dire, i trent'anni della Radio DeeJay da lui fondata (e lasciata a metà anni Novanta, ora è di proprietà del gruppo Espresso-Repubblica e il direttore è Linus) ed avere lanciato un'infinità di talenti fra musica (arrivando quasi ai giorni nostri, con i Finley) e spettacolo in senso ampio, adesso si occupa di web. E ha creato, sì avete indovinato, un social network. Il suo nome è Faceskin, l'idea di base sembra buona: nel mare di internet fornire una guida, per risparmiare tempo e angoscia derivante dalle troppe possibilità di scelta.

Le motivazioni di Feltrinelli

di Stefano Olivari
Pochi minuti fa siamo arrivati alla decima, prima del Real Madrid. Si stanno sprecando le rievocazioni riguardanti la morte di Giangiacomo Feltrinelli, avvenuta quasi (era il 14 marzo) 40 anni fa poco lontano dal luogo che sarebbe diventato la sede della... Mondadori (il palazzo di Segrate progettato dal famoso, nel senso che se lo conosciamo noi deve essere per forza famoso, Oscar Niemeyer è stato inaugurato nel 1975). Il corpo, dilaniato da un'esplosione, fu trovato nei pressi di un traliccio e da quel momento fino ai giorni nostri è stato un diluvio di rivelazioni, ricostruzioni, allusioni: tutto riconducibile al genere giornalistico 'servizi deviati', che spesso ha raccontato agli italiani verità pesantissime ma a volte (sembra essere una di quelle, viste le conclusioni dell'inchiesta giudiziaria) è incapace di arrendersi all'evidenza.

Coccodrilli che comprano su Amazon

di Stefano Olivari
La chiusura di una libreria di solito ispira un buon temino da giornalista che rimpiange vaghissimi bei tempi, magari omettendo di scrivere che non entra in una libreria tradizionale da anni e che quel poco che legge (è pur sempre un giornalista, non ha tempo se non per le marchette) lo compra su Amazon e su altre librerie online. Leggendo la notizia dell'ennesima chiusura di un negozio, la libreria Largo Mahler, vicino all'Auditorium di Milano, sappiamo già cosa sia scattato nella mente di qualche coccodrillo: del resto ancora oggi nei banchi di molte scuole c'è il buco per il porta-inchiostro...

Meglio i videogiochi di oggi

di Stefano Olivari
Il culto acritico del passato, con il sottinteso era tutto meglio, ha contagiato addirittura la fantascienza. Ma non impedisce di scrivere capolavori come Player One, titolo originale Ready Player One: di notte chi frequentava le sale giochi negli anni Ottanta si sogna ancora queste tre parole, così come il tamarro (il nostro incubo si chiamava Aniello) che pretendeva il gettone omaggio. E' il titolo del romanzo che Ernest Cline ha dedicato apparentemente ai videogiochi ma in realtà a un rapporto sano con i mezzi tecnologici totalizzanti. Un libro pieno di citazioni alla portata di tutti (Space Invaders, PacMan, Dungeons and Dragons) ed altre oltre il confine del maniacale anche per chi come noi ha avuto quasi tutto: dal Ping-O-Tronic (Regalo di Natale 1977, con l'aggiunta del Gun-o-tronic: stiamo parlando di un tennis giocato da due linee verticali, di un calcio tre contro tre, sempre linee, e di un tiro al bersaglio dove il bersaglio era un quadrato bianco) alla PlayStation, passando per Intellivision (il set shot del basket era vettoriale come il nostro sul campo reale), Commodore 64 e Sega MegaDrive.

Umberto Eco chi?

Articoletto autocelebrativo, sborone e spocchioso, perché la classe non è acqua (per noi devoti di Sharon Zampetti e Chicco Lazzaretti è One O One) ma soprattutto perché abbiamo scoperto che scrivere in un libro che molti giornalisti sono in malafede poi ti espone al rischio di non avere recensioni sulle testate in cui questi giornalisti lavorano. In un mondo ridicolo e con pochi interessi come il calcio, figurarsi nell'economia o in altri settori pesanti...

Le recensioni scomparse

di Stefano Olivari
Risposta cumulativa agli amici che ci chiedono come mai non pubblichiamo più recensioni di libri di sport. Semplice: fra poco inizieremo a produrli (già quasi, con il 'quasi che inizia a preoccuparci, pronti tre titoli) e non vogliamo entrare nel meccanismo che porta a giudicare orrende le opere degli 'altri' o semplicemente di chi non è nostro amico.

Teste di Caso

di Stefano Olivari
Solo in Italia la famiglia Caso può essere definita 'una famiglia di editori'. Leggendo dell'arresto di Gian Gaetano e del figlio Fabio nell'ambito di un'inchiesta della magistratura romana su false fatturazioni e abusivismo bancario, con contorno di bancarotta fraudolenta e truffa, la domanda è stata una sola: ma come ha fatto mezza Italia a prenderli sul serio per anni?

Editoria new age

Del cristiano perfetto ci mancano la fede e in parte, con la parziale giustificazione di avere le pezze sul culo, la carità. Però non ci manca la speranza, intesa come speranza nella parte migliore delle persone. Per questo ci siamo entusiasmati leggendo dell'ultima iniziativa di Paulo Coelho.

Leggiamo sempre di più

di Stefano Olivari
Le statistiche sull'utilizzo del web assomigliano ai bollettini della vittoria di Diaz, come toni, anche se per adesso i risultati finanziari di chi ci crede (non noi, quindi) sono da Cadorna o da Capello. L'Audiweb ha infatti da poco comunicato che nel gennaio 2010 risultano 23,2 gli utenti web attivi in Italia.

Fra porno e tecnofurbetti

di Stefano Olivari
Una mattina di settimana scorsa ci siamo svegliati con il trip dell'imprenditoria e siamo andati allo IAB Forum, consapevoli che ci saremmo fatti del male e che il risultato sarebbe stato solo una pila di biglietti da visita con elencate le cariche più improbabili. Il più sobrio era infatti 'Southern Europe country manager' di un'azienda con sede a Roma ed una sola filiale, a Milano. A prima vista si trattava di uno dei tanti convegni di aziende del cosiddetto web 2.0, dove tutti prendono soldi da chissà chi nel presente e ne promettono moltissimi per il futuro. La seconda vista ha confermato la prima. Restringendo il discorso all'editoria sportiva, più o meno online, dopo qualche anno di vendita di 'progetti' (fumo puro, ovviamente) e di vaghissime prospettive di 'community' svanite di fronte al muro della moderazione (fateci caso, gli articoli più pesanti raramente sono commentabili), si sta tornando a parlare di quantità. Non tanto di pagine viste, quanto di utenti unici giornalieri. Tutte le grandi e piccole concessionarie del settore si sono di fatto trasformate in cloni più trasparenti del programma Adsense di Google, mentre la strada alternativa delle cosiddette affiliation alla fine favorisce solo l'inserzionista che mette gratis il suo marchio. 'E' il momento del Search', ci raccontava convinta una ragazza manager sottintendendo che un astuto uso delle parole chiave può portare più risultati di Montanelli, Brera e Giordani che escono dalla tomba e si mettono a scrivere per noi. 'Un giusto mix di parole mass e parole target', recitava l'account manager della porta accanto. Cioè tanta gente o in alternativa poca ma su argomenti con grandi investitori. La scelta è quindi fra il sito porno (parole chiave 'Sesso, figa, incontri al buio, donne vogliose') e il sito tecno-furbetto (parole chiave 'Scarica musica gratis, giochi per i-phone, guadagnare su Internet, moltiplica il capitale'). I concessionari di pubblicità parlano tranquillamente dei dati di traffico dei siti dei grandi giornali nazionali: oltre il 90% dipende dalle photogallery. L'articolo che parla di Corona vale uno, i diciotto scatti di Belen che lo corredano valgono diciotto e costano meno (un contratto forfettario con un'agenzia fotografica conviene rispetto a pagare articoli ad un free lance, anche di pretese modeste). Frastornati ci siamo inerpicati in una riflessione acuta come quelle di Cioran: chi paga tutto questo carrozzone? Al Billionaire lo champagne di Lele Mora viene pagato dal ricco sfigato ma contento di esserci, qui deve funzionare un meccanismo simile. Concludendo, cosa dovrebbe fare chi intende parlare quasi solo di sport su un sito web? Adsense per pagarci la pizza, intanto cerchiamo un lavoro vero.

Voglia di passività

di Stefano Olivari
E' ufficiale, il nonno multimediale sta per andare fuori di testa: gli scippatori con il numerino in coda per scippare il pensionato Fantozzi ed i suoi indebitati figli sembrano rispettabili (ma non troppo) però non si riesce a stargli dietro. Fra poco il nonno dovrà valutare due proposte che gli faranno Sky e Mediaset (la Rai, completamente gregaria della sua concorrente, e La Sette che mira solo ad essere vista dai critici televisivi, non contano; quanto a Dahlia, presidia il rispettabile mercato della masturbazione), da togliere il sonno anche a chi non dice internét. Proposta Sky, che sintetizziamo perchè non abbiamo la sua pubblicità e non dobbiamo quindi farle da tamburino: un televisore Full HD da acquistare in comode 36 rate, come nemmeno i materassi di Mastrota (a proposito, ma perché non rifà USA Today? Programma strepitoso, pieno di curiosità e cazzeggio...), e una chiavetta chiamata Digital Key da infilare nel decoder che permetterà con un solo telecomando (evidentemente quello di Sky) di vedere anche i canali in chiaro del digitale terrestre. Il non detto, ma sarà presto evidente, è che ci dovrà essere almeno la possibilità di vedere i canali che interessano spendendo meno: una persona sana di mente non può spendere 70 euro al mese per vedere solo basket (senza nemmeno più l'Eurolega), tennis (un solo Slam su quattro), Dexter, Mad Men e In Treatment. La risposta Mediaset? Stando a quanto anticipa il Sole 24 ore, la web tv in tandem con una spinta del digitale premium: sul secondo fronte l'interattività dovrebbe essere introdotta dal millesimo baracchino, nome provvisorio Mediaset Set Top Box, per ordinare prodotti e film. Ma noi alla sera stiamo stanchi, non vogliamo ordinare niente: lasciateci in pace, mentre guardiamo Voyager e Carlo Conti che lancia il medley dei successi di Mal.
stefano@indiscreto.it

e-Entusiasmo esagerato

di Stefano Olivari
In un paese in cui si legge pochissimo crediamo ancora meno nella lettura online dei libri, che dopo la decima riga farebbe cadere l'attenzione anche dei più motivati. Dal punto di vista degli editori è però interessante il nuovo fronte aperto da Google, che l'anno prossimo lancerà un servizio chiamato Google Editions: in pratica si potranno leggere (dopo averli comprati, è bene precisare) i libri attraverso cellulari, computer e lettori di e-book (Kindle di Amazon e Reader Pocket di Sony i più noti). L'accesso sarà via browser, quindi traducendo per noi nonni multimediali bisognerà avere una connessione internet. Fin qui siamo nell'ordinaria futurologia, che non tiene conto del fatto che a otto persone su dieci di leggere importi poco (in quanti nella vostra classe venivano a scuola con un giornale? La statistica personale mente raramente...) a prescindere dal mezzo. Poi il Kindle è davvero carino, avutolo in mano l'abbiamo maneggiato come fosse un neonato...L'aspetto interessante della questione risiede però nella spartizione dei ricavi. Google si terrà infatti il 55% dei profitti, mentre il resto andrà agli editori e ad eventuali altri intermediari. Giova ricordare che del prezzo di copertina di un libro fisico in Italia rimane all'editore circa il 40% (il resto va ai vari anelli della distribuzione: metà alla libreria, semplificando), ma che il libro online avrebbe il non trascurabile vantaggio di eliminare i costi di produzione (a parte autori, che il medio editore italiano comunque di solito non paga, e grafica). Nel 2008 negli Usa questo tipo di editoria ha fatturato 113 milioni di dollari, lo 0,4% del totale speso dagli americani per l'aqcuisto di libri. Quando sentiamo delineare grandi scenari bisogna quindi ricordare che si tratta di un fenomeno marginale, per quanto in crescita.

Eclettici e first mover advantage

1. Noi cantori della magnifiche e progressive sorti del web dovremmo guardare in faccia la realtà (anche se più facile sognare, come ammoniva giustamente l'Eros pre-Michelle) ed aprire un agriturismo con quel poco che ci rimane. Secondo l'Osservatorio permanente sui contenuti digitali il 45% degli italiani non va mai sulla rete, per nessun motivo. Vecchi, poveri, gente che consuma poco, vi direbbe qualche cialtrone di quelli che hanno drogato l'informazione per decenni mandando in edicola merda pura definita pietosamente 'lifestyle'. Peccato che quasi 3 giovani su 5 (esattamente il 58%) utilizzino sì la rete, ma senza accedere a contenuti informativo-culturali. Tutti quindi vanno alla ricerca dei cosiddetti 'Eclettici' (la gente di marketing parla così), pari a circa il 12% degli italiani. Poi un giorno sì ed un giorno sì tocca leggere analisi sul futuro successo degli e-book. Ma se non leggiamo nemmeno i book...
2. Siamo cultori di Emilio Fede, ovviamente al livello di lettura umoristico-trash: le marchette su Capri con inquadrature alla moglie senatrice del PdL, l'intervista allo specialista del San Raffaele cavalcando l'ultimo allarmismo, le inchieste 'in giro per l'Italia' fatte solo nel centro di Milano, il meteo del fine settimana, la cronaca nera nelle città amministrate dalla sinistra, le spiagge sempre piene come a Ferragosto, l'ottimismo (della volontà). Nemmeno quest'anno rimarremo delusi, perché fra le novità annunciate (oltre alle conferme, tipo il lisergico Sipario condotto da Raffaella Zardo) ci sarà una 'meteorina' imparentata con il calcio nel solito modo. Toccherà a Silvia Slitti, fidanzata di Giampaolo Pazzini, anticipare il tempo al vecchino incerto sulla pesantezza del golfino da mettersi al parco e al weekendista che vuole ammortizzare il posto barca. Un trash trasparente, però, al contrario di quello subdolo e ben confezionato dei telegiornali seri: lo schema 'panino' del Tg1 (dichiarazione del Pdl, dichiarazione del PD, chiusura con dichiarazione di qualcuno del Governo quindi sempre Pdl), l'ideologia sceneggiata del Tg3 (professori da 4 mesi di vacanza all'anno che parlano di produttività e adolescenti con kefiah che hanno come mito Veronica Berlusconi), la CNN alla vaccinara di Sky (l'importante è che la notizia arrivi dall'estero) con in video Barbie e Ken.
3. Paola Ferrari a Sorrisi & Canzoni: ''Sono una donna sensibile e mi incuriosisce scavare nel carattere delle persone. Per questo mi piacerebbe condurre un reality, come il Grande Fratello o l’Isola dei famosi. Chissà''. Roba di sicuro meno triste dello speciale sulla Champions. Ma perché sempre quei colori che una volta avremmo definito bulgari?
4. Un giorno qualcuno ci spiegherà perchè in un paese come l'Italia, che ha qualche montagna più dell'Olanda, il digitale scelto sia quello terrestre e non quello satellitare. Mancano solo 2 giorni allo switch off in Piemonte e un gruppo di umoristi chiamato DGTVi (l'associazione dei broadcaster del digitale terrestre, dicono) annuncia trionfante che la loro tecnologia è presente nell'80% delle case dei piemontesi. Vediamo, 100 meno 80...significa che il 20% dei piemontesi non potrà più vedere la tivù in chiaro? Ma tanto saranno tutti vecchietti, con potere d'acquisto modesto.
5. A proposito, dicono che in Rai si stia parlando di un secondo canale sportivo da mandare sul digitale terrestre ad inizio 2010: RaiSportPiù2? Nuovi contratti da firmare, forse addirittura leggendoli.
6. Vicende vissute, come quelle che una volta ci deliziavano su Intimità (lo leggeva nostra zia, siamo cresciuti così). Un paio d'anno fa uno dei tanti cialtroni 2.0 da noi incontrati, per certi versi il peggiore, ci disse che avremmo dovuto proporre sul nostro sito un video-editoriale ogni lunedì analizzando i fatti della domenica calcistica. Idea originalissima, secondo il nostro consigliere ex business school (quella di Chicco Lazzaretti, però) non l'aveva mai avuta nessuno: ''In questi casi è decisivo il first mover advantage''.
stefano@indiscreto.it

Sesso gratis

Una decina di anni fa abbiamo avuto la sventura di credere a chi sosteneva che il web rappresentasse la premessa di un modo meraviglioso di fare informazione. Invece, senza grandi analisi massmediologiche, possiamo dire che è senz'altro un modo meraviglioso di vendere i propri prodotti-servizi ma che ha anche ammazzato quel poco che rimaneva del giornalismo. Cresciuti con la logica del 'se non lo fai tu ce ne sono dieci fuori dalla porta che lo farebbero per meno', abbiamo visto questo meccanismo crescere esponenzialmente fino al semidilettantismo (anche nostro) di oggi. Ma venendo al concreto, quanto vale la pubblicità in Italia sul web? Risposta: considerando il numero di persone coinvolte quasi zero. A luglio in totale la raccolta è stata di 41 milioni e 975 mila euro (dati FCP-Assointernet), rispetto al luglio 2008 significa più 1%: meglio del crollo di altri settori, con prestigiosi quotidiani nazionali che vendono pagine a 500 euro mettendo pubblicità di parrucche e vibratori, ma una miseria considerando il numero di siti di cui stiamo parlando e che la parte del leone nella spartizione (agli editori va circa la metà della raccolta) la fanno i siti legati a televisioni o giornali già esistenti. Traduzione: dei numeri agli inserzionisti continua ad importare poco, visto che continuano a farsi intortare dai cantori del 'brand'. Qualche speranza però c'è, perchè all'interno della raccolta web si notano tre tendenze diverse: stanno andando a picco (meno 14% sul luglio precedente) la pubblicità Display (quella tradizionale, sintetizzando brutalmente) e quella Affiliate (simpatica truffa attraverso cui le aziende piazzano il loro banner gratis, ben sapendo che saranno in pochi a cliccare e quindi a generare revenue per l'editore), mentre sta andando benissimo quella cosiddetta Search basata sui motori di ricerca. Conclusione-consiglio per chi abbia un sito con un traffico significativo e la pubblicità di Google Adsense o simili: infarcite di vostri articoli di parole chiave. Figa, soldi, gossip, guadagnare, sesso gratis, auto, calciomercato, voli scontati, bambine bionde, incontri, eccetera.

Corruzione a prezzi stracciati

La settimana scorsa un quotidiano nazionale, un tempo glorioso, ha venduto un'intera pagina pubblicitaria al prezzo di...500 euro. Cinquecento, lo scriviamo in lettere, roba da giornalino dello stadio ma in realtà da LegaPro. A parte la comicità del prezzo di listino ad oltre 4mila euro (!!!) e la banale, come è nel nostro stile, considerazione che in tempi di crisi bisogna essere umili e raccattare tutto quello che c'è, la situazione che si sta materializzando è molto semplice: il fruttivendolo sotto casa, il direttore di Indiscreto, il parrucchiere che si lamenta del basso stipendio del figlio ingegnere mentre si rifiuta di darti la ricevuta, il venditore di jeans, insomma tutti, possono comprare una pagina di un quotidiano nazionale (l'editore è uno di quelli che soloneggia su Prima Comunicazione, con foto e mano ad avvolgere il mento, magari spiegando che Murdoch è un mediocre e che Arnoldo Mondadori era un sopravvalutato) ed influire quindi sulla sua linea. Con 500 euro possiamo avere quindi pagina pubblicitaria e recensione positiva per il nostro libro, senza nemmeno dover fare i simpatici con un redattore culturale di quelli che ''Dopo Dostoevskij il romanzo è morto''. Per noi 500 euro sono sempre una bella cifra, ma per un costruttore che volesse far pressione sul sindaco no. E per una banca? Si tratta dell'equivalente delle commissioni di 76 bonifici (siamo rimasti ai tempi dei Medici, come efficienza), roba che una filiale di periferia realizza in un giorno. Poi ci si sorprende dei direttori che fanno i killer per conto dei padroni...

Salvati dal modern rich

La dura vita del piccolo editore è piena di umiliazioni e di direttori marketing che tornano il 7 settembre (dopo essere partiti il 7 maggio, però). Poi magari ci spiegheranno i grandi scenari del web 2.0, letti su Wired in spiaggia, aggiungendo che 'bisogna volersi bene'. Intanto noi abbiamo visto la luce grazie ad un articolo pubblicato su Gentleman, rivista che colpevolmente non leggiamo ma che per l'amico Dominique Antognoni è sacra. In un'intervista Umberto Angeloni, creatore di Uman (ignoriamo cosa sia, temiamo una linea di abbigliamento), ha indicato il suo cliente target: ''Il modern rich è un individuo affluente, moderno, razionale e internazionale, che si informa con cura, sceglie con gusto e acquista con giudizio, alla ricerca del piacere, del valore e della funzionalità. E anche sensibile e responsabile nei riguardi del più ampio contesto sociale, culturale, ambientale, teso a sviluppare uno stile personale e inimitabile''. Il modern rich: ecco il tipo di lettore che ci farà svoltare dal punto di vista pubblicitario. Come mai non ci abbiamo pensato prima?