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Fink la barca va

di Alec Cordolcini
Basilea troppo forte, Costanzo show, l'editto di Constantin, la salvezza del Thun e la speranza del Bellinzona. 

Mistero poco buffo

di Alec Cordolcini 
Eccoli di nuovo, trentaquattro anni dopo. Dal finto dentista Doo-Ik Pak al “Rooney d’Asia” Tae-Se Jong. Il primo giustiziò l’Italia, il secondo proverà a ripetere l’impresa nientemeno che contro il Brasile. Cambiano gli interpreti, non il contesto. La Corea del Nord, ovvero lo stato più isolato del mondo. La nazionale nordcoreana, Chollima il suo soprannome, il grande mistero di questo Mondiale. Non sono più la “squadra di ridolini” (copyright Ferruccio Valcareggi) del 1966, ma della selezione attualmente guidata da Jong-Hun Kim si continua a sapere poco.

Il record amaro del Belgio

di Alec Cordolcini
Qualificazioni al Mondiale 1973, l'imbattibile difesa di Goethals prova a superare l'Olanda del calcio totale e quasi ci riesce. Anzi, a un certo punto ci riesce proprio...

Per chi si accende la B-Ticino

di Alec Cordolcini 
La Champions League del cantone,  la testa di Boldini, gli italiani del Bellinzona e la sfida Schallibaum-Morinini.

La verità di Starostin

di Alec Cordolcini
L'avventura di James Riordan, appassionato di comunismo e di calcio che volle studiare l'Unione Sovietica da dentro. Capendola in tempo, grazie anche al mito dello Spartak Mosca...

Da cosa nasce cosa

di Alec Cordolcini
La recensione di 'Volevo solo fare il giornalista' di Cristiano Tassinari, descrizione del cialtronismo che chiunque si sia accostato al mondo dell'informazione sportiva ben conosce. Fra miserie umane e delusioni professionali, anche la beffa di incontrare chi ti invidia...

Con Gedo

di Alec Cordolcini
Bilancio della Coppa d'Africa appena vinta dall'Egitto: il torneo di Ahmed Hassan, il cinismo di Shehata, gli attaccanti del Ghana e la lezione di Giresse.

Mostro o non mostro

di Alec Cordolcini
La storia di Eduard Streltsov, il fenomeno dello sport sovietico che fu distrutto da una condanna per stupro. Meritata o no, questo rimane uno dei grandi misteri di quel calcio dalle poche notizie verificabili...

Difendendo lo psicopatico

di Alec Cordolcini
Non c’è alcuna differenza tra uno psicopatico omicida e un calciatore violento. Così la pensa il quotidiano belga Het Laatste Nieuws, che nelle nomination relative persona più disgustose dell’anno 2009 ha posizionato Axel Witsel accanto a Kim De Gelder.

Le munizioni dell'Arsenal

di Alec Cordolcini
Bilancio di metà Premier League: la conferma di Vermaelen, la rinascita di Bent, Hart da nazionale, Diamanti non grezzo, la migliore di Kranjcar, il prezzo di Lescott, le riserve Zhirkov e Aquilani e i flop di Vanden Borre e Dikgacoi.

Un brasiliano c'è sempre

di Alec Cordolcini
L'impresa del Losanna, il pubblico di Berna, la storia di Rodrigo e una semifinale da Europa.

Forever Young (Boys)

di Alec Cordolcini
Speciale Svizzera: le riforme di Cavasin, il salto di Russotto, l'esperienza di Frei, la legge di Petkovic, la colonia ivoriana e il giapponese Traorè.

Gli osservatori di Adiyiah

di Alec Cordolcini
Fredrikstad è una città portuale il cui stadio è stato ricavato da un cartiere navale, e per raggiungerlo è sufficiente seguire l’apposita segnaletica orizzontale che adorna le strade cittadine. Un paese di pazzi per il calcio; questo è stato il primo contatto con l’Europa per il neo-milanista Dominic Adiyiah. Lasciare l’Africa, e la propria casa, per il freddo del grande nord. Norvegia, Svezia, Finlandia, addirittura Far Øer; partono in tanti, cercando l’occasione della vita, arrivano in pochi (Obi Mikel, Obasi, forse Ighalo). Il giovane ghanese Adiyiah non sembrava tra questi.

Lontani da Hermann e Chapuisat

di Alec Cordolcini
1. La Svizzera campione del mondo under 17 è un evento che merita un paio di considerazioni. La prima riguarda i benefici che un bacino d’utenza multirazziale può portare ad un movimento calcistico. Non intendiamo fare demagogia spicciola né decantare i pregi del multiculturalismo, parliamo solo di calcio. Attualmente le varie selezioni giovanili nazionali rossocrociate sono un crogiolo di “secondos”, ovvero di persone che non hanno origini svizzere. Prendiamo i neo-campioni e leggiamo i cognomi: Ben Khalifa, Seferovic, Rodriguez, Xhaka, Goncalves, Hajrovic. Influenze tedesche, francesi o italiane non se ne notano. Questo miscuglio rappresenta una delle armi vincenti, tanto oggi per gli svizzeri quanto ieri per le selezioni giovanili della Germania, campione d’Europa under 17, under 19 e under 21.
2. In un momento storico in cui le tradizionali scuole calcistiche stanno perdendo la propria identità di fronte al processo di globalizzazione, le nazionali che riescono ad integrare con profitto al proprio interno il maggior numero di elementi “alieni” rispetto alla propria cultura calcistica partono avvantaggiate. Il giornalista Humberto Tan uno volta scrisse che “senza l’apporto della colonia del Suriname, il calcio olandese probabilmente sarebbe assomigliato a quello tedesco”. Il concetto è tutto qui. Un abisso sempre più grande separerà la Svizzera di Hermann e Chapuisat da quella del futuro. I cui limiti continueranno ad esserci, ma potranno essere superati da un ventaglio di soluzioni sconosciute in passato.
3. La seconda riflessione verte sul miglior giocatore dei giovani elvetici ai Mondiali nigeriani, ovvero l’attaccante Nassim Ben Khalifa. Nella nostra personale top five dei baby-campioni attuali lo collochiamo al primo posto, davanti al capocannoniere del torneo Haris Seferovic (compagno di Ben Khalifa nel Grasshopper), allo strepitoso portiere Benjamin Siegrist (scuola Basilea, oggi nell’Academy dell’Aston Villa, ottimo nei quarti con un rigore parato all’Italia, superbo in finale contro la Nigeria), al centrale difensivo Charyl Chappuis (anch’esso una “cavalletta”) ed al brillante Granit Xhaka (Basilea, centrocampista sia interno che esterno capace di coniugare ottimi mezzi tecnici con personalità e corsa).
4. In campo Ben Khalifa, classe 1992, ha mostrato una maturità nell’approccio alla partita ben superiore rispetto a quello di molti suoi coetanei tecnicamente al suo pari. Guardando oltre il gesto tecnico o le reti segnate, Ben Khalifa è piaciuto per la capacità di lettura delle varie situazioni di gioco. Poi si lancia un’occhiata alla sua scheda personale e si scopre che nella stagione attualmente in corso ha disputato 385 minuti di gioco in prima squadra nel Grasshopper, collezionando 9 presenze (alle quali vanno aggiunte le 3 nel campionato scorso) e 2 reti. A 17 anni giocare contro i propri coetanei per lui è già un’eccezione. Un vero calciatore si costruisce anche così.
5. La Svizzera under 17 non aveva mai vinto un Mondiale prima d’ora, fermandosi al successo agli Europei di categoria del 2002 con una squadra in cui spiccavano Senderos, Barnetta e Ziegler, oggi tutti nazionali maggiori. In Nigeria gli elvetici hanno vinto tutti gli incontri disputati. L’unico dubbio rimane legato alle future scelte dei “secondos”; rimarranno fedeli alla nazionale che li ha formati (come Inler, Behrami, Abdi, Dzemaili) o andranno ad arricchire (Rakitic, Kuzmanovic) quella della loro origini? Come ha scritto Paolo Galli su Il Giornale del Popolo, queste sono “Domande per il futuro. Il presente è d’oro e va vissuto pienamente”.
(in esclusiva per Indiscreto, foto tratta da http://www.super-servette.ch/ )

Il pilota di McClaren

di Alec Cordolcini
1. Tre partite nel week-end. Sfida di vertice in Eredivisie tra Twente e Ajax: due squadre cariche, in salute e tecnicamente alla pari. Ne è uscito un incontro piuttosto scialbo e povero di spunti, come talvolta accade negli incontri di cartello. Gli uomini di McClaren hanno confermato tutto il proprio agio negli scontri diretti, principale tallone d’Achille dei fuochi fatui che brillano una-due stagioni (Heerenveen, Groningen), o anche meno (Utrecht). Il Twente è una big d’Olanda, punto. Lo è a livello economico, strutturale e anche tecnico, grazie ad una rosa piena di risorse e di prospetti dall’intrigante futuro. La dorsale Douglas-Brama si è confermata ferrea, a centrocampo il sinistro di Theo Janssen può inventare qualcosa in ogni momento (ieri ha pennellato su punizione l’assist per il gol partita). Davanti Stoch, pur sottotono, ha messo in mostra movenze e numeri da piccolo Overmars. L’Ajax di Jol è molto più squadra di quella degli anni precedenti targata Blind, Ten Cate, Koster e Van Basten. Ha costruito poco ed ha perso, ma non è franata e soprattutto ha ridotto al minimo spazi e opportunità concessi all’avversario. La differenza, come detto, l’ha fatta una magia di sinistro che ha messo sulla testa di Bryan Ruiz la palla decisiva. Con De Zeeuw gli ajacidi hanno trovato il leader di centrocampo che mancava da anni, e la linea difensiva tutta belga Alderwiereld-Vertonghen si è mostrata solida. In crescita Anita sulla sinistra, peccato per l’infortunio accorso a Pantelic, che ha privato Suarez di un punto di riferimento stabile in avanti (il subentrato Sulejmani, davvero spento, non è pervenuto).
2. Twente-Ajax era anche la sfida tra due dei tre migliori marcatori stagionali d’Olanda: Luis Suarez, 21 gol, contro Bryan Ruiz, 11 (il terzo è la punta dell’Heerenveen Micheal Papadopulos, 14). Il primo ha colpito una traversa, il secondo ha deciso l’incontro. Suarez attualmente è il miglior giocatore reperibile in Eredivisie, ed è in crescita continua (anche caratterialmente) fin dai tempi di Groningen; Ruiz per contro rappresenta la grande sorpresa, soprattutto per l’adattabilità (ala destra o sinistra, seconda punta, numero 10 alle spalle del tridente), nonostante già lo scorso anno nel Gand risultò tra i migliori del campionato belga. La sfida Suarez-Ruiz continuerà il prossimo fine settimana nello spareggio-mondiale tra Uruguay e Costarica. Uno dei due rimarrà a casa. Un vero peccato.
3. In Belgio Standard Liegi-Fc Brugge rappresentava il secondo grande test di maturità per i nerazzurri di Adrie Koster, autore nelle Fiandre di un notevole lavoro di ricostruzione, a dire il vero più morale che tecnico, dal momento che gli effettivi della rosa sono pressoché gli stessi dello scorso anno. Non è andata bene, con i Rouges che conducevano 3-0 (doppio Jovanovic, quindi Witsel) dopo soli 36 minuti. Del resto non era facile, perché quando la giornata è quella giusta, allo Sclessin lo Standard è assolutamente devastante. Il problema della squadra guidata da Laszlo Boloni è l’incapacità di giocare a ritmi che non siamo forsennati. Si spiega così il ritardo accumulato dalla vetta, nuovamente conquistata dall’Anderlecht (faticoso 2-0 a Genk) a scapito del Brugge, e il rischio della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League, dove i valloni hanno gettato alle ortiche nei minuti finali una vittoria contro l’Arsenal (da 2-1 a 2-3) e un pareggio in casa dell’Olimpiacos. Quanto al Brugge, la squadra possiede non solo i mezzi per rialzarsi ma anche, novità stagionale, il carattere giusto per farlo. Koster ha scoperto i gol del camerunese Kouemaha e le giocate dell’enfant prodige croato Perisic (classe 89), ha regalato continuità al nazionale venezuelano Vargas e si è trovato con un nuovo potenziale Kompany (il giovane Odjidja-Ofoe, altro 89) in mezzo al campo. Sperando che la sempre più vorace Premier League a gennaio non gli smonti il giocattolo.
4. Chiusura con la finale di Coppa di Norvegia, dove Molde-Ålesund era la classica trappola per lo scommettitore alla ricerca di soldi facili. Da un lato la squadra più offensiva e spettacolare della Tippeliga appena conclusa, arrivata seconda tra il consenso generale e capace di piazzare un giocatore al Manchester United (la punta Mame Biram Diouf), un secondo in cima alla classifica di rendimento del campionato (il play Makhtar Thiounè) e un terzo (l’altro senegalese Pape Patè Diouf, ala sinistra) tra i migliori assist-man. Dall’altro una piccola compagine sita in una delle città più belle di tutta la Norvegia, la liberty-style Ålesund, che ha lottato tutto l’anno con i denti per evitare la caduta in Adeccoliga. Il 13esimo posto conclusivo, un gradino sopra le forche caudine dei play-off salvezza, ha significato missione compiuta. Finale dunque con pronostico nettamente sbilanciato; siamo però in Norvegia, è novembre e pertanto privilegiare tecnica e palla a terra rispetto a fisicità e traversoni a raffica può non offrire i frutti sperati. Proprio questa è stata la chiave di lettura che ha permesso ad un tignoso Ålesund di rimontare per due volte la rete di vantaggio degli avversari (ennesimi timbri di Mame Biram Diouf), ringraziando le parate di Anders Lindegaard ed i due metri e quattro centimetri del gigantesco attaccante Tor Hogne Aarøy, che ha incornato a sei minuti dalla fine del secondo tempo supplementare la rete del definitivo 2-2. Al resto ci ha pensato Josè Mota, l’unico a sbagliare dal dischetto. Prima coppa di Norvegia della storia quindi ad essere assegnata ai calci di rigore, e primo trofeo in assoluto messo in bacheca dall’Ålesund, con tanto di rivincita personale per il tecnico Kjetil Rekdal. Famoso per essere il miglior marcatore norvegese di sempre in Coppa del mondo (segnò una rete al Messico a Usa '94 ed una al Brasile a Francia '98), Rekdal era diventato lo zimbello dei giornali norvegesi per le rancorose dichiarazioni costantemente sopra le righe e per alcune conferenze stampa assolutamente da vietare ai minori di 18 anni causa turpiloquio (favorito, almeno in un’occasione, da una permanenza troppo prolungata in qualche bar della zona). Campione di Norvegia nel 2005 con il Vålerenga, che aveva bloccato la serie di 13 titoli consecutivi vinti del Rosenborg, Rekdal aveva visto la propria carriera di allenatore imboccare un brutta china prima in Belgio a Lierse, dove era retrocesso ai play-off, poi nella Zweite Liga tedesca con il Kaiserslautern, che lo cacciò dopo 19 giornate e sole 3 vittorie conquistate. Ieri finalmente l’irascibile norvegese è tornato a sorridere.
(in esclusiva per Indiscreto)

Muurinen di gomma

di Alec Cordolcini
1. Presso i tifosi dell’HJK Helsinki il tecnico Antti Muurinen gode delle stesse simpatie che gli italiani non juventini hanno per Marcello Lippi. Per sette lunghi mesi dalle gradinate del Finnair Stadium i “Sakilaiset”, uno dei due gruppi di tifo organizzato del club, hanno intonato incessantemente il coro “faremo festa quando Mursu (nomignolo di Muurinen, ndr) avrà levato le tende”. La stampa specializzata non è stata meno tenera, definendo il gioco dell’HJK “calcio spazzatura”, ogni commento risulta superfluo. Piccola nota: l’HJK di Muurinen ha appena vinto il campionato finlandese 2009, interrompendo così un digiuno da titolo nazionale che durava dal 2003.
2. Non è stato un successo esaltante né quella cavalcata impetuosa ipotizzata alla vigilia quando un mercato importante, supportato da una capacità di spesa con pochi eguali nella Veikkausliiga, aveva collocato il club in pole-position nella griglia di partenza. E proprio qui per Muurinen sono nati i problemi. Il tecnico, reduce da una stagione mediocre alla guida della squadra (che aveva portato al titolo nel 1997 e alla fase a gironi di Champions League nella stagione successiva, prima di diventare ct della Finlandia), è stato accusato di guidare una Ferrari come se fosse un Maggiolino. Per larga parte della stagione il suo HJK è in effetti sembrato una squadra di First Division inglese anni Settanta catapultata per sbaglio nel nuovo millennio. Un palla-lunga-e-pedalare di rara bruttezza, tanta fisicità e schemi incapaci di contemplare qualcosa che fosse un pizzico più elaborato di un passaggio in orizzontale al compagno più vicino oppure di un lancio in profondità per la punta-torre. Dopo il calcio veloce e spumeggiante dell’Inter Turku campione di Finlandia 2008, per la Veikkausliiga si è trattato di un brusco ritorno alla realtà.
3. Nessun giocatore dell’HJK ha chiuso il campionato in doppia cifra. Si sono infatti fermati a quota 8 i due migliori giocatori stagionali della squadra, l’esterno Dauda Bah, nazionale del Gambia, e la punta Juho Mäkelä. Il primo, capocannoniere dell’Ykkonen (la serie cadetta finlandese) nel 2005 con il KPV, è stato l’autore della rete-scudetto nell’ultima giornata di campionato contro lo Jaro (1-1 il risultato finale di un incontro, al solito, modesto), e si è rivelato essere uno dei pochi elementi della squadra in grado di regalare un pizzico di brio e di imprevedibilità. Lo scorso anno fece litigare l’HJK e la Federcalcio del Gambia perché non si presentò in Finlandia nei tempi prestabiliti dopo un incontro di qualificazione alla Coppa d’Africa. Poco dopo si scoprì che la Federazione, intenzionata a fare economia, non aveva acquistato il biglietto di ritorno al giocatore. Mäkelä per contro è un cavallo di ritorno rivelatosi vincente; tipico attaccante d’area, forte fisicamente ma non disprezzabile nemmeno con la palla tra i piedi, Mäkelä è stato capocannoniere della Veikkausliiga 2005 con l’HJK, prima di intraprendere un viaggio che lo ha portato ad Edimburgo (Hearts of Midlothian, dove viene ricordato per una tripletta all’Alloa in Coppa di Lega), Fürth (casa del SpVgg Greuther Fürth, Zweite Liga tedesca), Thun, Waalkwijk e Ascoli, in questi ultimi tre casi solo per dei provini non superati. Menzione speciale anche per il centrocampista centrale Aki Rihihilati, uno dei giocatori più amati dai tifosi del Crystal Palace nell’anno del ritorno Premier League, stagione 2004-2005, omaggiato con tanto di striscione “Aki 15” posizionato dietro una porta del Selhurst Park.
4. Il bel calcio lo si è visto a Espoo e Turku, grazie a Honka e TPS, piazzatesi rispettivamente seconda e terza, pur totalizzando lo stesso numero di punti. Decisivo per gli uomini guidati dall’ex Perugia Mika Lehkosuo il 9-0 con il quale hanno schiantato il disastrato RoPS, autore di una figuraccia che ha indispettito numerosi supporter neutrali che simpatizzavano per il club di Rovaniemi e la sua bizzarra selezione composta in gran parte da giocatori africani. Ma un tale sfacelo tattico-atletico, nemmeno in campo ci fossero andati gli amatori del Pallohonka o del Real Kokkol, non ha causato rimpianti per la retrocessione del club, finito tristemente sul fondo della classifica. Il posto verrà preso dall’Ac Oulu. Sorrisi invece in casa Honka, dove negli ultimi quattro anni sono arrivati due quarti posti e due piazze d’onore. Del club di Espoo anche la coppia gol più prolifica, composta da Hermanni Vuorinen (16 gol, capocannoniere della Veikkausliiga) e Jami Pustinen (12). Per il TPS (sì, è proprio il vecchio Turun che nell’87 espugnò San Siro grazie a Mika Aaltonen) invece il contentino della qualificazione all’Europa League, anche se resta un po’ di amaro in bocca per non aver saputo garantire un pizzico di continuità in più a quel calcio tonico e arrembante che ha sorpreso molti. Tre nomi da seguire: il nigeriano Babatunde Wusu, la punta Wayne Brown (classe '88), in prestito dal Fulham, e la giovane mezzala Riku Riski (89).
5. Chiudiamo tornando a Muurinen, calcisticamente uomo fuori dal tempo ma contemporaneamente anche gentleman dai modi e dai toni pressoché sconosciuti nel calcio odierno. Il titolo lo festeggerà con una bevuta ed una sauna assieme al suo amico Olli-Pekka Lyytikainen, nientemeno che il proprietario dell’HJK nonché uno dei pochi fan (ma indubbiamente il più importante) del tecnico. Poi si comincerà a preparare la prossima stagione. E le critiche? “Non si può piacere a tutti. Siamo nel 21esimo secolo, dobbiamo abituarci all’idea che non tutti la pensino allo stesso modo”. Chapeau, mister Muurinen. E tante scuse per il paragone con Lippi.
(in esclusiva per Indiscreto)

Maccabi Haifa già nella storia

di Alec Cordolcini
1. La sera di martedì 15 settembre 2009 il Maccabi Haifa ha vinto il trofeo più importante della sua storia. Non è stata l’ennesima Ligat HaAl, il campionato nazionale, né l’altrettanto ambita Gvia HaMedina, la coppa d’Israele. In questo caso il successo ha valicato i confini dello sport per approdare molto più in alto, verso uno dei diritti fondamentali dell’uomo: quello all’esistenza. Quel giorno infatti per la prima volta il canale satellitare del Qatar Al Jazeera ha trasmesso un incontro di calcio di una squadra israeliana, ovvero la sfida di Champions League tra Maccabi e Bayern Monaco. Uno shock per le frange più radicali del mondo arabo, che già in passato avevano preso di mira l’emittente, “rea” di essere stata la prima televisione del Medio Oriente a mandare in onda interviste a politici e militari di Israele, mediante azioni di sabotaggio quali la manomissione di reti elettriche cittadine per impedire la visione dei documentari “incriminati”.
2. Non è facile giocare a calcio in Israele, dove il campionato può essere interrotto per l’acuirsi di una crisi (è accaduto lo scorso gennaio durante gli scontri a Gaza) o dove un giocatore (il portiere Dudu Aouate) può essere oggetto di un aspro dibattito parlamentare in merito alla sua esclusione dalla nazionale per non aver rispettato lo Yom Kippur. Agli slogan antisemiti che i club sono costretti a sorbirsi durante molte loro trasferte europee (anche in Italia, dove nel 2005 proprio il Maccabi Haifa venne accolto dalla curva più “democratica” del Livorno a suon di cori irripetibili), si aggiunge il settarismo di una società fortemente frammentata al proprio interno, in cui i conflitti politici, religiosi, economici e sociali sono all’ordine del giorno. “In Israele non esiste la cultura del tifo”, spiega il giornalista locale Uri Misgav, “ma solo quella dell’odio”.
3. Eppure, a dispetto del permanente clima di tensione, anche nel calcio israeliano non mancano gli investitori. Il miliardario Arcadi Gaydamak, padre dell’ex proprietario del Portsmouth, ha acquistato il Beitar Gerusalemme, il tedesco Daniel Jammer si è lanciato sul Maccabi Netanya, e anche il finanziariamente dissestato Bnei Sakhnin, l’unico club arabo di alto livello in Israele (e pertanto la squadra più a rischio in termini di ordine pubblico), è stato recentemente rimesso in carreggiata da una donazione, sempre ad opera di Gaydamak, pari a 500mila dollari. Il Maccabi Haifa che oggi a Torino, città oltretutto gemellata con Haifa, affronterà la Juventus è invece sostenuto dalle notevoli disponibilità del businessman Ya’akov Shahar, presidente della Mayer's Cars and Trucks Ltd, azienda che opera nel ramo dell’importazione di automobili.
4. In casa bianconera gli attuali campioni in carica di Israele (11 i titoli nazionali finora in bacheca) non fanno paura. Tuttavia sottovalutare il Maccabi sarebbe un errore. La squadra messa in campo da Elisha Levi è solida e quadrata, gioca bene di rimessa, ha superato tre turni preliminari di Champions (nel secondo rimontando i kazaki dell’Aktobe da 0-3 a 4-3, nel terzo eliminando il più quotato e danaroso Red Bull Salisburgo) ed a fine settembre fa ha perso a Bordeaux solamente per un gol nel finale di partita. La loro arma più pericolosa si chiama Muhamad Ghadir, 18enne arabo-israeliano (pertanto dispensato da quei tre anni di servizio militare obbligatorio che ostacolano il passaggio di molti giovani talenti locali nel calcio europeo) genio e sregolatezza modello primo Cassano, del quale non possiede la classe cristallina sopperendo però con una notevole fisicità. Può ripercorrere le orme di Yossi Benayoun, messosi in mostra una decina di anni fa in Europa proprio con il Maccabi Haifa, e oggi pedina importante nel Liverpool di Rafa Benitez. Da seguire anche la punta georgiana Vladimir Dvalishvili, arrivata a prezzo di saldo (300mila euro) dallo Skonto Riga e miglior marcatore europeo della squadra con 5 reti realizzate nei preliminari. L’unico precedente tra Juventus e Maccabi Haifa lo si trova a livello giovanile, con la Primavera dei bianconeri vittoriosa 2-0 (doppietta di Daud, oggi in B al Crotone) al debutto del Torneo di Viareggio 2009. Questa volta però la posta in palio è di ben altra caratura.
wovenhand@libero.it
(in esclusiva per Indiscreto)

Si fa presto a dire Guivarc'h

di Alec Cordolcini
1. Un recente sondaggio lanciato dal quotidiano inglese Daily Mail ha eletto il francese Stephane Guivarc’h peggior attaccante di sempre della Premier League, ovvero il campionato inglese dalla stagione 92-93 in poi. Campione del mondo con la Francia nel 1998, Guivarc’h era stato acquistato dal Newcastle, dove la sua avventura si incanalò ben presto nel poco emozionante tunnel che porta dalla panchina e tribuna, senza ritorno. Il diretto interessato, oggi allenatore di una squadra amatoriale bretone, non l’ha presa bene. “I sondaggi non mi interessano, ciò che dice quel giornale ancora meno. Giocai solo quattro partite, due da titolare, e segnai una rete al Liverpool. La gente ricorda solo ciò che le fa comodo. Ero arrivato in Inghilterra grazie a Kenny Dalglish, che però venne esonerato dopo due partite. Lo sostituì Ruud Gullit, un turista più che un allenatore. Si faceva vedere solo due volte alla settimana, il resto del tempo lo trascorreva in Olanda con la sua donna”. Guivarc’h può comunque consolarsi; ricca è la galleria di flop made in Premier League. Il sondaggio del Daily Mail ci fornisce l’occasione per ripescare un articolo comparso qualche tempo fa sul tristemente defunto Mister Football. Benvenuti nel Premier League Horror Show.
2. La panoramica sull’universo bidonaro inglese non può che iniziare dal simbolo dei disastri che la sentenza Bosman ha causato alle finanze dei club, ovvero Winston Bogarde. Per lui parlano i numeri: al Chelsea il difensore olandese guadagnava all’incirca 40mila sterline alla settimana, e se si considera che in quattro anni di Blues ha disputato solo dodici partite in prima squadra, risulta che il club di Stamford Bridge lo ha pagato 693mila sterline a partita, rimpinguandogli il conto in banca di ben 8 milioni di sterline in totale. Un’autentica gabbia dorata che Bogarde si rifiutò di lasciare anche quando il nuovo patron del Chelsea, Roman Abramovich, non gli assegnò il numero di maglia. Preferì la tribuna, le risatine di scherno alle spalle, i week-end spesi a Londra modello turista per caso, fino a quando arrivò la scadenza del contratto e lui se ne tornò in Olanda e pubblicò l’autobiografia “Questo negro non si piega davanti a nessuno”. Nemmeno al denaro?
3. Rimanendo in tema di olandesi, West Ham e Sheffield Wednesday ricordano ancora con parecchi brividi Marco Boogers e Wim Jonk. “Mad” Marco sbarcò ad Upton Park dopo anni di gol e gavetta in Eredivisie per spaccare il mondo, e invece alla seconda presenza distrusse solamente Gary Neville con un tackle a piedi uniti da codice penale. Poco dopo sparì dalla circolazione; lo ritrovarono nascosto in un parcheggio di roulotte in Olanda. Disse che non sopportava lo stress della vita a Londra. L’ex interista Jonk arrivò invece a Sheffield per prendere in mano le redini del centrocampo degli Owls. Lo fece con la stesse grinta di un budino molle, e al termine della seconda stagione la squadra retrocesse. La dirigenza lo difese: “Ha un tocco di palla vellutato e un gran cervello tattico”. Peccato che il calcio sia uno sport che contempli anche la corsa. Intelligente però lo era di sicuro; il suo contratto conteneva una clausola che prevedeva il pagamento di 5mila sterline per ogni partita persa per infortunio. Ne saltò quasi la metà.
4. Ai Mondiali del ‘98 esplose la stella di Michael Owen. "Non sono meno veloce di lui", dichiarò il sudafricano Sean Dundee appena sbarcato ad Anfield per affiancare in attacco proprio Wonder Boy. Referenze? Tre reti nel Karlsruhe fresco di retrocessione dalla Bundesliga, un campanello d'allarme che l'allora manager dei Reds Roy Evans ignorò. Poi gli bastarono tre partite per scaricarlo. Ad una velocità, quella sì, supersonica. Resistette invece molto di più John “Faxe” Jensen, centrocampista campione d’Europa con la Danimarca nel 1992 prelevato (irregolarmente, si sarebbe scoperto poi) dall’Arsenal di George Graham. Quattro stagioni con i Gunners (con 138 caps) e lo stesso numero di gol segnati all’Europeo, ovvero uno. Il lieto evento accadde il 31 dicembre 1994 contro il QPR; il giorno successivo ad Higbury e dintorni comparvero magliette dedicate al miracolo. C’era scritto “I saw John Jensen score”. Se però credere in un campione d'Europa può avere conseguenze negative, puntare su un campione del mondo può rivelarsi addirittura nefasto. Già detto di Guivarc'h, costato al Newcastle 3.5 milioni di sterline, non va dimenticato il brasiliano Kleberson, per il quale Alex Ferguson ne spese addirittura 6.
5. All’Old Trafford però si è visto anche di peggio. Bruciante è stato il fallimento di Juan Sebastian Veron, due stagioni (più un'appendice al Chelsea) a vagare senza meta nel centrocampo dello United, perso in un'incompatibilità pressoché totale con compagni, allenatore e ambiente. Sembrava che sopra l'Inghilterra gravitasse un buco nero capace di prosciugargli fino all'ultima stilla di talento, per restituirglielo una volta varcati i confini e uscito dal paese. Una sindrome, quella del buco nero, che ha colpito Andriy Shevchenko così come in passato si è accanita sul suo gemello del gol ai tempi della Dinamo Kyiv, Sergei Rebrov, transitato senza colpo ferire in quel di Londra (sponda Tottenham Hotspurs e West Ham), e sui capocannonieri di Euro 2000 Patrick Kluivert, più a suo agio sulle piste da ballo della capitale piuttosto che sull’erba del St. James’ Park di Newcastle, e Savo Milosevic, a cui erano bastate poche partite per venir ribattezzato dai tifosi dell'Aston Villa "Miss-a-lot-evic" (gioco di parole tra “miss”, sbagliare, e “a lot”, molto). In casa dei Villains peggio riuscì però a fare Bosko Balaban, 5.8 milioni di sterline regalati alla Dinamo Zagabria per meno di dieci presenze a rendimento zero (gol, ovviamente) in due anni.
6. Capitolo Italians: se i vari Zola, Di Canio, Vialli e Di Matteo hanno sventolato con successo il tricolore in terra inglese, lo stesso non si può dire per Michele Padovano (Crystal Palace), Corrado Grabbi (Blackburn), Massimo Taibi (Manchester United) e Andrea Silenzi (Nottingham Forest). Taibi, portiere di più che buone qualità, raggiunse il punto più basso della sua carriera proprio quando pensò di essere arrivato al top. A Manchester soffriva di tremarella, difficile altrimenti spiegare come fu possibile farsi passare sotto le gambe il placido pallone calciato da Matthew Le Tissier che quasi fece fatica, tanto era lento, a finire in rete. Quel pomeriggio del 25 settembre 99 all’Old Trafford il Southampton lo costrinse raccogliere tre palloni in fondo al sacco. Otto giorni più tardi ne arrivarono altri cinque, gentile omaggio del Chelsea, ed a fine partita per Taibi era già pronto un biglietto aereo di sola andata per l'Italia. Un simile foglio di via lo ricevette anche Silenzi dal Nottingham Forest: legnoso e grezzo come nemmeno un attaccante dell’ex Fourth Division, in sei mesi aveva gonfiato la rete solo dell'Oxford in FA Cup e del Bradford nella Coppa di Lega. Prestato al Venezia, quando si rifiutò di tornare in Inghilterra il Forest non fece una piega e gli liquidò all’istante i rimanenti due anni di contratto. A Nottingham e dintorni non si segnalò alcun tentativo di suicidio.
7. Storie da raccontare ne rimangono tante: Tomas Brolin finito a fare il venditore di aspirapolveri a Stoccolma dopo essere stato scaricato per adipe eccessiva da Leeds e Crystal Palace; Florin Raducioiu licenziato dal West Ham per aver preferito un giro defaticante tra i negozi di Londra alla routine dell’allenamento quotidiano; la gioventù bruciata di Hugo Viana (Newcastle) e Helder Postiga (Tottenham Hotspurs), per la serie non tutti i portoghesi possono essere Cristiano Ronaldo; la velocità “fermo immagine” di Igor Stepanovs (Arsenal) e Mauricio Pellegrino (Liverpool), scheletri nell’armadio rispettivamente di Arsène Wenger e Rafa Benitez. Lo spazio rimanente lo merita però il principe dei flop made in Premiership, il Bidone (maiuscola d'obbligo) per eccellenza, mister Ali Dia from Senegal. Lo ingaggiò Graeme Souness per il suo Southampton nella stagione 95-96 dopo aver ricevuto una telefonata da George Weah, nella quale l’allora giocatore del Milan caldeggiava vivamente l'acquisto di questo suo cugino 30enne che aveva giocato nel Paris Saint-Germain collezionando anche 13 presenze nella nazionale senegalese. Era tutto falso, telefonata compresa, che si scoprì essere stata fatta dal procuratore di Dia. Il buon Ali, ruolo attaccante, almeno nelle intenzioni, scese in campo per la prima e unica volta il 21 novembre 1996 in un match contro il Leeds. Sostituì Le Tissier dopo una mezz’ora di gioco e rimase in campo 53 minuti, sufficienti per permettere a centinaia di testimoni oculari presenti sugli spalti di affermare che quello sia stato il peggior giocatore mai visto su un terreno di gioco di Sua Maestà, talmente scarso da non poter ambire nemmeno a una squadra di non-league. Ci provò lo stesso tentando con i dilettanti dell’Fc Gateshead, ma venne messo alla porta dopo poche settimane e sparì nel nulla. Ali Dia, il Luis Silvio d'Albione. Si può fallire in Premier League anche quando si è campioni, ma è più facile quando non lo si è.
(in esclusiva per Indiscreto)

Qualità da Premier

di Alec Cordolcini
Renato La Monica è un esperto di calcio autentico. Uno di quelli la cui competenza nasce da centinaia di ore trascorse davanti ad un video a visionare giocatori, allenatori, tattiche e stili di gioco. Un perfetto giornalista sportivo, se vivesse in un paese normale. Invece deve accontentarsi di sfogare la propria passione calcistica scrivendo su internet o pubblicando libri. Di questi ultimi ne sono già usciti tre, due dei quali però sotto pseudonimo nonostante l’editore sia sempre stato lo stesso. Misteri dell’editoria italiana. La sua ultima opera, 'Guida alla Premier League 2009/2010', pubblicata dalla piccola casa editrice Cardano di Pavia, è una sorta di almanacco Panini interamente dedicato alla massima divisione del campionato inglese. Proposto con una veste grafica colorata e accattivante, la guida propone, per ogni giocatore, una scheda comprendente dati biografici, presenze e reti (non solo in campionato ma anche, grande novità, in campo europeo) anno per anno, palmarès personale e breve descrizione del ruolo. Un lavoro certosino impreziosito da curiosità statistiche, albi d’oro di campionato e coppe nazionali e scheda dettagliata di ciascuno dei 20 club di Premier League (anno di fondazione, stadio, bacheca, movimenti di mercato) nonché dei rispettivi allenatori. Un autentico vademecum del campionato più seguito al mondo, utile sia per gli appassionati che per gli addetti ai lavori. In che anno Erik Nevland ha militato nel Manchester United? Quale era la squadra norvegese in cui ha debuttato John Obi Mikel? Quanti gol ha realizzato in Europa Steven Gerrard? Se la memoria fa cilecca, da oggi per conoscere la risposta non è più necessario affidarsi a internet. Per informazioni info@magazinebianconero.com oppure info@cardano.it. Costo del libro € 15,00. Prefazione del maestro Roberto Beccantini: trovare persone calcisticamente competenti, che non scrivano solo quelle due cose che i tifosi vogliono sentirsi dire, è sempre più raro.

La crisi dello Zurigo

di Alec Cordolcini
1. Una scoppola così contro una squadra svizzera il calcio italiano non la rimediava dai tempi dell’ormai mitico Inter-Lugano 0-1 (rete del cileno-ticinese Carrasco nelle battute finali dopo l’1-1 in Svizzera - Roberto Carlos e ancora Carrasco -, nerazzurri in campo con Avioncito Rambert). Con la differenza che oggi il Milan reduce dalla figuraccia con lo Zurigo può comunque contare sul paracadute della fase a gironi, introdotte di proposito dai grandi club per metabolizzare meglio le sconfitte senza trasformarle in umiliazioni. Un lusso che quell’Inter, ai trentaduesimi di finale della Coppa Uefa 95-96, non poté permettersi.
2. Oggi però il cioccolato svizzero è andato di traverso ai rossoneri. Il ko contro lo Zurigo è ben più pesante di quanto molti potrebbero pensare. Dopo tutto sono i campioni di Svizzera, verrebbe da dire ricordando lo stesso discorso applicato non più di ventiquattro ore fa al Rubin Kazan-meglio-dell’Inter. Ma questi campioni sono in piena crisi, di gioco e di risultati. Lasciamo la parola ai numeri. Nelle prime undici giornate di Super League lo Zurigo non ha subito reti solamente due volte, in casa contro il San Gallo e contro il Lucerna. Ha perso tutti gli scontri diretti con le prime due della classifica (Young Boys, 3-2 e 3-0, Neuchatel Xamax, 3-0 e 2-1), è reduce da due sconfitte consecutive ed ha la terza peggiore difesa del campionato (20 gol subiti) dopo i fanalini di coda Aarau e Bellinzona. Attualmente quindi non segnare nemmeno un gol allo Zurigo (che ne ha presi tre anche dal Maribor nel preliminare di Champions) appare un’impresa quasi titanica.
3. A livello di gioco la squadra è molto lontana dagli standard dello scorso anno; molti protagonisti della brillante vittoria in campionato hanno perso smalto. Abdi, forse deluso dal mancato trasferimento all’Udinese, è finito in panchina; Nikci si è trovato di fronte il miglior Vonlanthen visto da quattro anni a questa parte; Djuric ha avuto qualche problema fisico; Hassli, partito bene, si è rotto la tibia in allenamento. La squadra ha sbandato parecchio soprattutto dal punto di vista difensivo, dove né Tihinen né il giovane Barmettler hanno saputo costituire un polo solido e affidabile. Per non parlare dei disastri combinati dai due portieri, Leoni e Guatelli.
4. I punti di forza del club svizzero si sono così rivelati essere, a oggi: uno scarto della Serie A (Vonlanthen, flop a Brescia, dove Cavasin pur di non farlo giocare mandava in campo il declinante Marco Delvecchio, ma anche a Breda con il Nac ed a Salisburgo con il Red Bull); un giocatore di indubbio talento ma dal fisico minato da una serie incredibile di gravi infortuni (Margairaz, comunque più tonico di Ronaldinho sano); e un onesto maratoneta della mediana (Okonkwo, o Tico). Tutto ciò è stato sufficiente per battere una squadra che solamente con la metà della cifra incassata per la cessione di Kakà potrebbe coprire l’intero valore di mercato della rosa dello Zurigo (ammontante a circa 30 milioni di euro), la cui fluidità di manovra vista a San Siro è risultata oltretutto ben inferiore a quella mostrata dal Bari di Ventura tre giorni prima. E’ bastato ordine, una sana vis pugnandi e il buon vecchio contropiede. Fossimo i padroni del vapore saremmo seriamente preoccupati. Anzi, di più.
(in esclusiva per Indiscreto)