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College, l'ultimo baluardo sessista
In pieni anni Ottanta un giovane Moccia ci regalava un telefilm (con 'Chicco Lazzaretti' e Federica Moro: culto...) in cui uomini e donne facevano ancora parte di mondi differenti. Forse è per questo che si incontravano...
I collegamenti di Bubba

La crisi dei mercati finanziari tanto reale poi non è, almeno finché nelle banche nostrane non si parlerà l'inglese. Quella dell'economia reale rende un po' più socialisti i neocon americani e un po' più liberisti i cinesi, da sempre comunisti almeno sulla carta. Il maestro unico italiano, invece, c'era anche nella decade da bere, ma era sorvegliato a vista dal crocifisso, dalla foto di Cossiga e dal primo piano di Giovanni Paolo II. Non è un caso che proprio vent'anni fa, in piena epoca pentapartitica, finì al Festival di Sanremo la simpatica formazione dei Figli di Bubba. Un progetto da non definire "band" per via dell'effimera durata, e da non inquadrare neanche per sogno nei concetti tra loro opposti di "squadra" e "collettivo": una squadra denominata Italia, per esempio, a Sanremo ci andò nel 1994 con il veneratissimo Mario Merola, mentre un collettivo qualsiasi sa di Feste dell'Unità da qualcuno compiante. I Figli di Bubba sono concettualmente vicini allo spirito dell'epoca: mettere assieme Mauro Pagani e Franz Di Cioccio della PFM con l'ex paninaro Enzo Braschi e Sergio Vastano, più tre giornalisti come Giorgio Manfredi, Roberto Gatti e Alberto Tonti significava oltrepassare il concetto di pentapartito. Che la loro "Nella valle dei Timbales" fosse una sentenza per i posteri lo si intuisce fin dall'incipit: "Dopo una vita di risparmi, di bot e cct, io devo proprio riposarmi, andare via di qui". La base scorre mentre i figli di Bubba - nel senso di Giorgio, il mitico cronista di 90° Minuto - pescano a caso tra femmine procaci, peones, marones, salmones, daiquiri, bon bons, sognando di dormire tra lenzuola di raso, con le dita nel naso, senza Celentano e la Carrà. L'imparziale cronaca ricorda che al Festival di Sanremo 1988 vinse Massimo Ranieri con "Perdere l'amore", mentre i Figli di Bubba si classificarono quattordicesimi: ben dodici posizioni sopra Alan Sorrenti, fanalino di coda con "Come per miracolo". Dopo il Festival incisero anche un ellepì-cult intitolato "Essi", parodia esplicita del marchio della compagnia petrolifera che coniò lo slogan yuppie "Vai col tigre". Ma quella canzonetta è anche una prosecuzione filologica del "Nuntereggaepiù" di Rino Gaetano, uscito guardacaso dieci anni prima: sequenze binarie come "Eya alalà pci psi dc dc pci psi pli pri dc dc dc dc" e classiche come "mi sia consentito dire/il nostro è un partito serio/disponibile al confronto/nella misura in cui/alternativo/aliena ogni compromesso" inducono quantomeno al dubbio. E pazienza se nel frattempo il numero 5 (Ferri o Stankovic?) avrà trovato spazio in prima squadra.
Stefano Troilo
http://www.myspace.com/stefanotroilo
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Quando eravamo Happy Children
"Happy children" è un must degli anni Ottanta e degli "italo-party" che trovano tuttora spazio in alcune discoteche del nord Italia, meglio ancora del nord Europa. Paul Lion, all'anagrafe Paolo Pelandi, cantava e suonava la tastiera con disinvoltura pari a quella di Alan Wilder dei Depeche Mode. I due terzi dei tre minuti e mezzo del videoclip di "You are the children" lo immortalavano invece alla fedele Yamaha, tra case e strade d'ambientazione vagamente ulsteriana, mentre cantava di guerre infinite, del dio denaro e di vite senza speranza. A suon di cassa gli si sovrapponevano immagini di bambini alle prese con passatempi "da bere" come l'altalena, la giostra ed il trenino del luna park. Quei bambini erano predestinati ad una vita difficile e dalle facili illusioni, eppure in grado di salvarsi in forza di quel "children power" cui l'anno dopo avrebbe dedicato una canzone Yoko Ono. Era il 1984. L'anno in cui Orwell dava voce all'utopia negativa col romanzo "Nineteen Eighty-Four" e gli Eurythmics urlavano allo scandalo sessuale con "Sexcrime", scandendo nel refrain un altro inquietante quanto robotico "Nineteen Eighty-Four". Prospettive tutt'altro che "da bere" per l'anno della venuta al mondo degli attuali "golden-children" Carlos Alberto Tévez, Emmanuel Adebayor, Mathieu Flamini, Abdoulay Konko e Fernando Torres. Sul piano strettamente musicale, "Happy children" è emblematica della italodisco quanto "Mad desire" di Den Harrow, "People from Ibiza" di Sandy Marton e "Tarzan boy" di Baltimora. Ma è soprattutto una testa di ponte verso la synth-wave d'ispirazione mitteleuropea che fa capo agli Yazoo di "Don't go" (Alison Moyet e Vince Clarke, qui i Depeche Mode c'entrano davvero), agli Heaven 17 di "Let me go" ed agli Ultravox di quel Midge Ure rigenerato nel 1997 dalla Swatch per via di uno spot pubblicitario. Ma se "Breathe" è diventata nel giro di dieci anni una cosetta da i-Pod, "Happy children" fa trasalire quanti hanno visto la Coppa dei Campioni il mercoledì sera e la discoteca il giovedì' notte. Con buona pace del maestro Pelandi, che è rimasto nell'ambiente e cura le edizioni musicali della propria etichetta discografica.
http://www.myspace.com/stefanotroilo
Happy Children: http://www.youtube.com/watch?v=3-yVcW4eWG8
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Splendore degli Squallor
"1965: nascono i Doors. 1968: nascono i Led Zeppelin. 1971, nascono gli Squallor. Immortali". Uno qualsiasi tra i milioni di utenti di Youtube.com accosta spontaneamente il quartetto Savio-Bigazzi-Pace-Cerruti a leggende del rock quali Jim Morrison, Jimmy Page e Robert Plant, mentre in video Alfredo Cerruti alias Concettina Tramortato rende l'estremo saluto al suo Papele. La sequenza è tratta dal film "Uccelli d'Italia" (1984) e si ispira alla sceneggiata "Tombeado", inclusa nell'ellepì "Mutando" che consegnò alla memoria collettiva la celebre "Cornutone".
Dissacrazione ad ogni costo e contro ogni cliché, linguaggio spinto oltre i limiti del turpiloquio ma abbondantemente sotto la soglia della volgarità, testi attuali anche oltre il proprio contesto "storico". Questi i punti di forza di tutta la produzione discografica degli Squallor, che i critici hanno inquadrato nella categoria "demenzial-rock" nella consapevolezza di trovarsi al cospetto di un caso unico per la musica italiana.
Alfonso, "negro" trapiantato a Napoli, ha preso un potente raffreddore. Se ne duole pubblicamente in "Raffreddore nero". Tra uno starnuto, un colpo di tosse ed un intercalare, il suo monologo-bestiario mette a nudo tre quarti di umanità. Chiedendosi se sia il caso di prendere farmaci "suffamidici, antipastitici o aristocratici", teme di perdere un appuntamento a Bolzano per fare la tratta delle bianche (mentre i bianchi il raffreddore non lo pigliano mai) e chiede un fazzoletto ai Rondò Veneziano. Da notare che i dischi dell'ensemble di Reverberi erano prodotti dalla Baby Records, la stessa di Stephen Schlaks, Ricchi e Poveri, Gazebo, Den Harrow, Pupo e lo stesso Daniele Pace. Il suo calvario culmina in un interrogativo rimasto a tutt'oggi inevaso: perché l'uomo è arrivato sulla Luna "ma una pillola per il raffreddore non ce la danno?".
Lo spirito di beffarda denuncia che informa i dolori del giovane Alfonso - il cui essere "negro" dà ulteriore forza al suo messaggio - approda a più goliardici consigli in "Damm'e danare", radiocronaca minuto per minuto delle nozze di due principi dell'Arabia Esaudita, "rate et consummate" per meri scopi petroliferi: laggiù l'esportazione del greggio avviene infatti per "via anale e per via orale", mentre nel golfo "campano-afrodisiaco" si continua a cantare "damm'e danare". La questione politico-economica riaffiora prepotente nel 1985, l'anno di "Tocca l'albicocca". Alla globalizzante "We are the world" di Michael Jackson, il maestro Savio e compagni ribattono con "Usa for Italy", brano numero due del disco. Una ballad toccante, in cui Mike è pregato di fare un disco "per noi che stiamo a Napoli", mandare "tanti danari" a tutti i meridionali e farne parola anche a Berlusconi perché "senza danari sono cazzi amari".
In realtà il disco risparmia nulla e nessuno: "Guatemala Guatemala" mette alla berlina cose rivoluzione francese e colonialismo, "Torre Annunziata" la classe nobiliare, "Bagno Aurora" la borghesia e "Pierpaolo in Urss" la rivoluzione comunista. Spiccano inoltre "Vota Verdi" - grottesca descrizione di una Napoli governata dal partito del sole che ride, col Maschio Angioino circondato dai coccodrilli - e "La ricreazione", in cui il registro della radiocronaca minuto per minuto è ripreso per raccontare in tempo reale della nascita del mondo, con il lancio del primo 45 giri e la nascita del pene. Notevole anche "Il computer Amadeus", prototipo di calcolatore concepito nel sud Italia e dotato di un particolare software che "inserisce".
Perle del genere sarebbero improponibili negli attuali palinsesti dei network privati. Quando gli Squallor si affacciarono sul mercato, le emittenti si spaccarono in due fronti. Molte ne ignorarono i dischi, altrettante li trasmisero con la stessa facilità di quelli di Gianni Togni. Così le gesta di Berta e Arrapaho rimasero tra i "dischi caldi" della hit parade per intere settimane, in compagnia dei soliti Police, Pink Floyd, Battisti e così via.
http://www.myspace.com/stefanotroilo
Raffreddore nero: http://www.youtube.com/watch?v=H09n6mjvIOg Usa for Italy: http://www.youtube.com/watch?v=JuOx4-xi9ps
Dissacrazione ad ogni costo e contro ogni cliché, linguaggio spinto oltre i limiti del turpiloquio ma abbondantemente sotto la soglia della volgarità, testi attuali anche oltre il proprio contesto "storico". Questi i punti di forza di tutta la produzione discografica degli Squallor, che i critici hanno inquadrato nella categoria "demenzial-rock" nella consapevolezza di trovarsi al cospetto di un caso unico per la musica italiana.
Alfonso, "negro" trapiantato a Napoli, ha preso un potente raffreddore. Se ne duole pubblicamente in "Raffreddore nero". Tra uno starnuto, un colpo di tosse ed un intercalare, il suo monologo-bestiario mette a nudo tre quarti di umanità. Chiedendosi se sia il caso di prendere farmaci "suffamidici, antipastitici o aristocratici", teme di perdere un appuntamento a Bolzano per fare la tratta delle bianche (mentre i bianchi il raffreddore non lo pigliano mai) e chiede un fazzoletto ai Rondò Veneziano. Da notare che i dischi dell'ensemble di Reverberi erano prodotti dalla Baby Records, la stessa di Stephen Schlaks, Ricchi e Poveri, Gazebo, Den Harrow, Pupo e lo stesso Daniele Pace. Il suo calvario culmina in un interrogativo rimasto a tutt'oggi inevaso: perché l'uomo è arrivato sulla Luna "ma una pillola per il raffreddore non ce la danno?".
Lo spirito di beffarda denuncia che informa i dolori del giovane Alfonso - il cui essere "negro" dà ulteriore forza al suo messaggio - approda a più goliardici consigli in "Damm'e danare", radiocronaca minuto per minuto delle nozze di due principi dell'Arabia Esaudita, "rate et consummate" per meri scopi petroliferi: laggiù l'esportazione del greggio avviene infatti per "via anale e per via orale", mentre nel golfo "campano-afrodisiaco" si continua a cantare "damm'e danare". La questione politico-economica riaffiora prepotente nel 1985, l'anno di "Tocca l'albicocca". Alla globalizzante "We are the world" di Michael Jackson, il maestro Savio e compagni ribattono con "Usa for Italy", brano numero due del disco. Una ballad toccante, in cui Mike è pregato di fare un disco "per noi che stiamo a Napoli", mandare "tanti danari" a tutti i meridionali e farne parola anche a Berlusconi perché "senza danari sono cazzi amari".
In realtà il disco risparmia nulla e nessuno: "Guatemala Guatemala" mette alla berlina cose rivoluzione francese e colonialismo, "Torre Annunziata" la classe nobiliare, "Bagno Aurora" la borghesia e "Pierpaolo in Urss" la rivoluzione comunista. Spiccano inoltre "Vota Verdi" - grottesca descrizione di una Napoli governata dal partito del sole che ride, col Maschio Angioino circondato dai coccodrilli - e "La ricreazione", in cui il registro della radiocronaca minuto per minuto è ripreso per raccontare in tempo reale della nascita del mondo, con il lancio del primo 45 giri e la nascita del pene. Notevole anche "Il computer Amadeus", prototipo di calcolatore concepito nel sud Italia e dotato di un particolare software che "inserisce".
Perle del genere sarebbero improponibili negli attuali palinsesti dei network privati. Quando gli Squallor si affacciarono sul mercato, le emittenti si spaccarono in due fronti. Molte ne ignorarono i dischi, altrettante li trasmisero con la stessa facilità di quelli di Gianni Togni. Così le gesta di Berta e Arrapaho rimasero tra i "dischi caldi" della hit parade per intere settimane, in compagnia dei soliti Police, Pink Floyd, Battisti e così via.
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Raffreddore nero: http://www.youtube.com/watch?v=H09n6mjvIOg Usa for Italy: http://www.youtube.com/watch?v=JuOx4-xi9ps
Vento di Alizée
La ragazza francese balzata in vetta alla hit parade durante la primavera-estate 2001 con "Moi lolita" - in stretta concorrenza con la Kylie Minogue di "Can't get you out of my head", il che è tutto dire - merita una rivalutazione che nemmeno il miglior revisionista storico oserebbe col Ventennio. Perché, in barba ad ogni tentativo di classificazione alternativa, il suo posto sarebbe stato tranquillamente negli anni Ottanta: il videoclip del suo pezzo forte è pieno, zeppo di richiami eighty-oriented. Si parte con un'ambientazione bucolica: signora (forse la nonna) che fa il bucato nel cortile di una casa che somiglia a quella del Mulino Bianco. Quindi si passa ad un campo di grano che rievoca un'altra pubblicità delle brioche del gruppo Barilla, quella in cui una signorina con la chitarra domandava cantando: "Hai mai visto il grano?". Quindi Lolita arriva in discoteca. S'aggiusta il trucco, controlla la pressione del wonderbra e, colpo di scena, scende in pista dove cucca con il suo fascino acqua e sapone. Infine, se ne torna a casa ripassando per il campo di grano: diva e Cenerentola ad un tempo. Alizée (nome d'arte ma anche di battesimo) è nata ad Ajaccio, come Napoleone. Essendo stata registrata all'anagrafe il 21 agosto 1984, viene da pensare che i suoi genitori l'abbiano concepita ascoltando "To meet me" di Den Harrow. E ammesso che durante l'amplesso decisivo il loro piatto stesse girando un disco di Charles Aznavour, un ballo su "Mad desire" se lo saranno sicuramente concesso. Sua antesignana naturale è senza dubbio Vanessa Paradis. La moglie di Johnny Depp ha inciso "Joe le taxi" nel 1987, ha pubblicato addirittura sette ellepì ma non ha lasciato il segno. Al Festivalbar ci andò con poca grinta ed il suo nome è più facilmente associato alla love story con Lenny Kravitz. Chi segue il cinema se la ricorda meglio nei panni della protagonista di "Noce blanc", film di Jean Claude Brisseau in cui impersona la diciassettenne innamorata del professore di filosofia. Né più né meno di una "moi lolita". La còrsa è invece riuscita a risvegliare dal torpore i soliti critici che devono criticare in quanto tali. Qualcuno le ha appuntato l'immagine troppo "sexy". Qualcun altro le ha rimproverato la somiglianza con la sua produttrice Mylène Farmer, (quella di "Libertine", brano dal piglio sessual-artistico che negli anni Ottanta la rese più celebre persino di Madonna). Degna erede di cotanta Pigmalione in mini e babydoll, vissuta in un decennio cui persino gli intellettuali che avevano scambiato per un manifesto della destra "Il mio canto libero" di Lucio Battisti se ne andavano a ballare "Moscow Discow".
Stefano Troilo
www.myspace.com/stefanotroilo
Link1 (Video di 'Moi Lolita'): http://www.youtube.com/watch?v=dDwKPGUIVME Link2 (Vanessa Paradis ad 'Azzurro 1988): http://www.youtube.com/watch?v=x7OxJ6VqMJE
Stefano Troilo
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Link1 (Video di 'Moi Lolita'): http://www.youtube.com/watch?v=dDwKPGUIVME Link2 (Vanessa Paradis ad 'Azzurro 1988): http://www.youtube.com/watch?v=x7OxJ6VqMJE
Si Savage chi può
Zeljko Vujkovic ha vissuto i dies horribiles di guerre che negli anni Novanta frantumarono la Repubblica Socialista Federale Jugoslava di Ribar e Tito nelle repubbliche di Croazia, Slovenia, Macedonia, Serbia-Montenegro e Bosnia-Erzegovina. Albe tragiche come quelle tra agosto e novembre 1991, con l'assedio di Vukovar da parte dei serbi e i crimini di guerra del generale Arkan. Per guadagnarsi l'alba successiva Zeljko s’è aggrappato alla musica: "Quando le granate cadevano sulla città, indossavo le cuffie del mio walkman e cominciavo ad ascoltare canzoni italodisco. Fu un'esperienza terribile, ma posso dire di essere sopravvissuto anche grazie a quei brani", testimonia il croato sul suo sito internet dedicato alle star dell’epoca, mentre introduce un’intervista a Roberto Zanetti in arte Savage. Proprio lui, quello che nella decade “da bere” frequentava i piani alti delle hit parade sfornando lenti da discoteca come le memorabili "Don't cry tonight" e "Only you", con cui l’artista di Massa raccoglieva applausi a "Superclassifica Show". Paladino della romantic-dance e futuro pigmalione di gente come Alexia, Ice Mc e Double You, Zanetti godeva della stima incondizionata dei Pet Shop Boys. In un’intervista rilasciata al settimanale "Record Mirror" nel 1985, Neil Tennant dei Pet Shop Boys affermò infatti che "il 'boom clap boom clap boom clap clap clap' è ciò che apprezzo maggiormente dell'eurodisco, molto malinconica e dalle melodie dolcissime, come 'Don't cry' di Savage. Del resto, la maggior parte dei dischi che ci piacciono è italiana". L’elogio del toscano s’accompagnava alle sviolinate pro-Raf e Baltimora. "Attualmente funziona un motivetto che fa 'oh woah oh' - presente sia in “Self control” del primo che in “Tarzan boy” del secondo - e molti non crederanno che a noi piaccia, ma il bello di questa faccenda è apprezzare qualcosa di oscuro, che è oscuro per il gusto di esserlo". “Self control” fu pubblicato dalla Carrere in Inghilterra e poi in Italia dalla Cgd. “Tarzan boy”, che porta la firma del maestro Maurizio Bassi, divenne invece il jingle ufficiale degli spot Coca-Cola. Simili testimonianze d’affetto nei confronti dei quarantacinque giri nostrani fanno pensare. Perché se c’è un posto in cui l’italodisco è stata messa da parte, quel posto è l’Italia. Dove molti deejay, troppi, “bucano” su Lee Marrow e Albert One. Per loro gli anni Ottanta sembrano essere cominciati dalla fine, all’indomani di “Pump up the volume” dei Mars ed alla vigilia dei deliri techno di “James Brown is dead”. Quanto sarebbe credibile un pianista che ignora Chopin?
Stefano Troilo
www.myspace.com/stefanotroilo
Link1 (Savage canta 'Don't cry tonight' a Sperclassifica Show 1984): http://www.youtube.com/watch?v=MMjpqGnhT4Y&feature=related
Link2 (Savage canta 'Only you' a Superclassifica Show 1984): http://www.youtube.com/watch?v=gGwLObOLvWI&feature=related
Link3 (Raf canta 'Self Control'): http://www.youtube.com/watch?v=ifZtphTvDLA
Lin4: (Baltimora canta 'Tarzan Boy'): http://www.youtube.com/watch?v=_r0n9Dv6XnYInvia per e-mail -->
Stefano Troilo
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Link1 (Savage canta 'Don't cry tonight' a Sperclassifica Show 1984): http://www.youtube.com/watch?v=MMjpqGnhT4Y&feature=related
Link2 (Savage canta 'Only you' a Superclassifica Show 1984): http://www.youtube.com/watch?v=gGwLObOLvWI&feature=related
Link3 (Raf canta 'Self Control'): http://www.youtube.com/watch?v=ifZtphTvDLA
Lin4: (Baltimora canta 'Tarzan Boy'): http://www.youtube.com/watch?v=_r0n9Dv6XnYInvia per e-mail -->
Rivolta d'Haddaway
L'unico che ebbe il coraggio di presentarsi con una canzone disimpegnata nella stagione '92-'93 (quella dopo gli Europei in cui non ci qualificammo, per capirci) fu Alexander Nestor Haddaway, più semplicemente Haddaway. Al Festivalbar spiazzò tutti con un pezzo d'amore facile facile, tant'è che si chiamava "What is love". Piacque molto allo staff di Vittorio Salvetti, al punto da diventare il promo ufficiale del Festivalbar che Italia 1 faceva girare a tutte le ore. Del resto nei primi anni Novanta si vedeva ancora la musica nella tv generalista. E i programmi per ragazzi, come "Big" di Raiuno e "Twin clips" di Italia 1 (con Federica Panicucci in versione long-hair), alternavano i videoclip ai cartoni animati con buona pace della mitica Videomusic. Meno canali per tutti, più canzoni per tutti.
L'Italia di Tangentopoli, prima-seconda Repubblica e così via, rischiava invece di non qualificarsi per il "Club 92". Gli artisti del mainstream s'erano scossi, e così venne fuori roba tipo "Radio Baccano" di Gianna Nannini & Jovanotti (memorabile l'attacco "Hai ragione, in prigione!"), nonché gli incazzatissimi ellepì "Terremoto" dei Litfiba e "Gli spari sopra" di Vasco Rossi. E' per che questo Haddaway, originario di Trinidad e Tobago ma trapiantato in Germania, fu "adottato" dagli italiani: "What is love" alleggerì (e non di poco) l'aria nello Stivale. Secondo Wikipedia il suo successo fu anche maggiore "nei paesi dell'era post-sovietica, dove la sua musica rappresentava la nuova indipendenza acquisita". Pare che in Estonia ne abbiano fatto una sorta di inno nazionale. Insomma: il trait d'union tra Seconda Repubblica e Perestrojika era Haddaway.
L'enciclopedia libera ricorda anche che "Haddaway è apparso al 'Comeback reality television show' in Germania nel 2004, poi in uno show inglese simile, 'Hit Me Baby One More Time', nel 2005 e successivamente nella versione americana dello stesso". Insomma, dopo il Den Harrow naufrago per amore del reality, aridatece Haddaway per tutto il resto.
Stefano Troilo
stefano.troilo@jayculture.com
L'Italia di Tangentopoli, prima-seconda Repubblica e così via, rischiava invece di non qualificarsi per il "Club 92". Gli artisti del mainstream s'erano scossi, e così venne fuori roba tipo "Radio Baccano" di Gianna Nannini & Jovanotti (memorabile l'attacco "Hai ragione, in prigione!"), nonché gli incazzatissimi ellepì "Terremoto" dei Litfiba e "Gli spari sopra" di Vasco Rossi. E' per che questo Haddaway, originario di Trinidad e Tobago ma trapiantato in Germania, fu "adottato" dagli italiani: "What is love" alleggerì (e non di poco) l'aria nello Stivale. Secondo Wikipedia il suo successo fu anche maggiore "nei paesi dell'era post-sovietica, dove la sua musica rappresentava la nuova indipendenza acquisita". Pare che in Estonia ne abbiano fatto una sorta di inno nazionale. Insomma: il trait d'union tra Seconda Repubblica e Perestrojika era Haddaway.
L'enciclopedia libera ricorda anche che "Haddaway è apparso al 'Comeback reality television show' in Germania nel 2004, poi in uno show inglese simile, 'Hit Me Baby One More Time', nel 2005 e successivamente nella versione americana dello stesso". Insomma, dopo il Den Harrow naufrago per amore del reality, aridatece Haddaway per tutto il resto.
Stefano Troilo
stefano.troilo@jayculture.com
Diamond nel cuore
Certa musica degli anni Ottanta impone il rispetto dei posteri. Soprattutto la dance “made in Italy”, finita nelle discoteche e nelle colonne sonore di serial-cult come “I ragazzi della terza C” e “Professione vacanze”. Grazie ai sequencer dal suono “rotondo”, alle melodie facili da memorizzare ed ai motivetti spensierati, le star della “italodisco” - la definizione deriva da una compilation tedesca a tema - hanno riempito, e bene, lo spazio tra il punk plumbeo di fine anni Settanta e le crisi d’identità degli anni Novanta.
Molte canzoncine “made in Italy”, o di provenienza estera ma ascrivibili al filone “italodisco”, hanno infatti trovato la propria giustificazione nell’edonismo tipico di una decade da qualcuno definita “dell’individuo”. L’essenza scanzonata ed i richiami yuppie della “italodisco” hanno inoltre causato la scomunica da parte della cosiddetta “cultura di sinistra”, favorito l’aprioristica collocazione a destra dell’intero genere e dato corda ad inquietanti paralleli con gli anni Trenta, quando le camicie nere godevano del massimo consenso popolare. Già. Nell’epoca fascista la hit era “Mille lire al mese” ed in quella yuppie “Diamond”, sulla copertina del cui quarantacinque giri era stampata proprio una banconota con il faccione di Giuseppe Verdi, ritrovatosi suo malgrado tra i simboli dell'epoca paninara. Ma era tanto difficile ammettere che quelle canzoni erano fatte bene (godevano dell'approvazione dei Pet Shop Boys e Neil Tennant ne andava matto) e si rivolgevano senza distinzione a compagni romantici, camerati playboy e sfigati bipartisan?
Senza scomodare Gazebo e la sua “I like Chopin”, “Mon amour” dei Deblanc è una lunga dichiarazione d’amore che culmina con la frase “It’s magic when you tell me ‘Baby, je t’aime’”, con accenni alle bellezze di Portofino ed innesti di archi stile Carrara (quello della fighettissima “Shine on dance”). Peana all’amore fisico sono invece il testo di “Bad boy” di Den Harrow, che mette sullo stesso piano biondine, brunette e diversi tipi di sigarette, ed il video di “Looking for love” di Tom Hooker: il cantante venuto dagli States appare in trench sulle porte di un gay-club, dall’interno del quale alcune ragazze (cotonate e truccate di tutto punto) gli ammiccano maliziose.
Niente male anche il filone “fantasy”, che portava in pista i racconti per bambini. “King Arthur” e “Lancelot” di Valerie Dore sono degne risposte on the groove alla vicenda del cavaliere fuggiasco cantata da Maggie Reilly in “Moonlight shadow” di Mike Oldfield. Lecito chiedersi semmai per quale motivo nessuno abbia ricavato un ballabile dalla saga de “Il signore degli anelli”: poca solerzia da parte sua o scarsa incisività del racconto di Tolkien? “Aliens” dei Radiorama e “Woodie boogie” di Baltimora sono onesti tributi ad una categoria di mostri nati sulla scia di “E.T.” e ad un picchio che si guadagnava la giornata uccellando bestie più grosse di lui.
Cosa dire infine di “Turbo Diesel”? Un autentico inno generazionale in cui Albert “One” Carpani passa in rassegna tutte le marche automobilistiche - dalla Bentley alla Ferrari, fino alla Mercedes “so classic and so chic” - perché vuol diventare l’eroe del gran prix: sogno ripreso anche da qualche figlio dei ragazzi dell'85, sebbene diventare tronista sia molto meno faticoso.
Stefano Troilo
stefano.troilo@jayculture.com
Molte canzoncine “made in Italy”, o di provenienza estera ma ascrivibili al filone “italodisco”, hanno infatti trovato la propria giustificazione nell’edonismo tipico di una decade da qualcuno definita “dell’individuo”. L’essenza scanzonata ed i richiami yuppie della “italodisco” hanno inoltre causato la scomunica da parte della cosiddetta “cultura di sinistra”, favorito l’aprioristica collocazione a destra dell’intero genere e dato corda ad inquietanti paralleli con gli anni Trenta, quando le camicie nere godevano del massimo consenso popolare. Già. Nell’epoca fascista la hit era “Mille lire al mese” ed in quella yuppie “Diamond”, sulla copertina del cui quarantacinque giri era stampata proprio una banconota con il faccione di Giuseppe Verdi, ritrovatosi suo malgrado tra i simboli dell'epoca paninara. Ma era tanto difficile ammettere che quelle canzoni erano fatte bene (godevano dell'approvazione dei Pet Shop Boys e Neil Tennant ne andava matto) e si rivolgevano senza distinzione a compagni romantici, camerati playboy e sfigati bipartisan?
Senza scomodare Gazebo e la sua “I like Chopin”, “Mon amour” dei Deblanc è una lunga dichiarazione d’amore che culmina con la frase “It’s magic when you tell me ‘Baby, je t’aime’”, con accenni alle bellezze di Portofino ed innesti di archi stile Carrara (quello della fighettissima “Shine on dance”). Peana all’amore fisico sono invece il testo di “Bad boy” di Den Harrow, che mette sullo stesso piano biondine, brunette e diversi tipi di sigarette, ed il video di “Looking for love” di Tom Hooker: il cantante venuto dagli States appare in trench sulle porte di un gay-club, dall’interno del quale alcune ragazze (cotonate e truccate di tutto punto) gli ammiccano maliziose.
Niente male anche il filone “fantasy”, che portava in pista i racconti per bambini. “King Arthur” e “Lancelot” di Valerie Dore sono degne risposte on the groove alla vicenda del cavaliere fuggiasco cantata da Maggie Reilly in “Moonlight shadow” di Mike Oldfield. Lecito chiedersi semmai per quale motivo nessuno abbia ricavato un ballabile dalla saga de “Il signore degli anelli”: poca solerzia da parte sua o scarsa incisività del racconto di Tolkien? “Aliens” dei Radiorama e “Woodie boogie” di Baltimora sono onesti tributi ad una categoria di mostri nati sulla scia di “E.T.” e ad un picchio che si guadagnava la giornata uccellando bestie più grosse di lui.
Cosa dire infine di “Turbo Diesel”? Un autentico inno generazionale in cui Albert “One” Carpani passa in rassegna tutte le marche automobilistiche - dalla Bentley alla Ferrari, fino alla Mercedes “so classic and so chic” - perché vuol diventare l’eroe del gran prix: sogno ripreso anche da qualche figlio dei ragazzi dell'85, sebbene diventare tronista sia molto meno faticoso.
Stefano Troilo
stefano.troilo@jayculture.com
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