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Più pigri che poveri

di Jvan Sica
Con Kakà al Real Madrid ci resta il solo Ibrahimovic (se resta) come calciatore di fama internazionale e di alto lignaggio “promozionale”. Siamo ormai un campionato di secondo livello?
ROBERTO BECCANTINI: Premesso che l’ultima Champions vinta (dal Milan) risale al 2007 e non a un secolo fa, la perdita di fuoriclasse come Kakà (e forse Ibrahimovic) non può che confermare l’impoverimento tecnico del nostro campionato. Si va a cicli e adesso tocca a inglesi e spagnoli. I soldi non c’entrano: non quanto, almeno, risulti alla Lega. Ci siamo impigriti. E tranne la Juventus nessuna società ha cominciato a costruire un suo stadio.
La Juve sembra in una crisi organizzativa prima che tecnica. Chi e come può tirarla fuori?
RB: Urge un referente tecnico di spessore fra dirigenza e squadra. Sbaglia, Blanc, a sommare le cariche di amministratore delegato e direttore generale. Servono uomini di calcio, non di sport. La pista Marotta è interessante: a patto che abbia i poteri, veri, del direttore generale.
Campionato 2008-2009, chi è stato il miglior giocatore, il miglior giovane, la squadra rivelazione, il miglior allenatore?
RB: Miglior giocatore: Ibrahimovic. Miglior giovane: Balotelli. Squadra rivelazione: Genoa. Miglior allenatore: Gasperini.
Lei è uno dei due giornalisti italiani che votano per assegnare il Pallone d’oro. Al di là dei grandi campioni “mediaticamente” star internazionali, a quale calciatore darebbe il premio?
RB: Ne assegnerei uno alla memoria: a Gaetano Scirea. Più passa il tempo, più la nostalgia invece di diminuire cresce.
Tra istant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?
RB: Da un eccesso all’altro. In passato, i libri latitavano. Oggi, te li sbattono in faccia. E così la quantità fa aggio sulla qualità.
Quali sono stati i suoi riferimenti letterari?
RB: Troppo gentile. Ho sempre adorato leggere. I miei riferimenti? Nello sport, Gianni Brera, Gianni Clerici, Gianni Mura, Gianfranco Civolani, il mio primo maestro a Bologna, Giuseppe Pistilli, Emanuela Audisio. Fuori sport, gli americani (Raymond Carver e John Fante su tutti) e i classici russi (da Dostoevskij a Tolstoj). Fra i sudamericani, il Marquez di “Cent’anni di solitudine” e il primo Vargas Llosa. Fra i nostri, Sandro Veronesi e Giampaolo Pansa. L’importante è leggere di tutto e rubacchiare qui e là qualche briciola.
(per gentile concessione dell'autore, l'intervista completa è pubblicata su Letteratura Sportiva)

Sconfitta e rivoluzione

di Jvan Sica
Nel febbraio 2007 la casa editrice Limina pubblica il romanzo-saggio di Luigi Bolognini “La squadra spezzata”, che racconta la storia di Gabor, un ragazzo ungherese degli anni ‘50 che cresce nel mito della squadra d’oro e finisce per capire, nel momento in cui arriva la sconfitta ai Mondiali del 1954 in finale contro la Germania Ovest, che quell’oro era solo una patina usata dal regime comunista per nascondere la sua barbarie. E con Gabor un intero popolo. A distanza di due anni abbiamo contattato Bolognini.
L’Ungheria, come esponente della tradizionale scuola danubiana, aveva avuto sempre grandi interpreti e squadre temibili. Ma quale è stato il plus fondamentale che ha dato il là a quel gruppo di campioni e a quella squadra perfetta?
Anzitutto il fatto che la generazione nata tra le due guerre mondiali sia stata una nidiata clamorosa di fenomeni. Ogni tanto succede, e non c’è un perché, succede e basta. E poi il fatto che il regime filosovietico avesse cercato di imitare l’Urss dei piani quinquennali anche nello sport, mettendo a disposizione dei suoi calciatori e dei suoi tecnici (Sebes era un grande allenatore, l’ultimo di una grande scuola che aveva prodotto anche Arpad Weisz) la possibilità di realizzare un progetto di lungo termine in modo quasi scientifico. Tutto fu organizzato a misura delle richieste di Sebes, compreso il campionato di calcio, dove gli allenatori ebbero il consiglio (sarebbe meglio dire l’ordine) di giocare secondo lo schema della Nazionale. C’erano anche motivi di propaganda, ovviamente: i successi di quella squadra diedero lustro all’intero regime, sia a livello interno che estero. E altrettanto ovviamente l’insuccesso lo travolse, innescando la rivolta che poi sarebbe scoppiata nel 1956.
Il calcio e lo sport in generale sono da sempre usati per scopi politici. Come può emanciparsi lo sport da questa catena?
Temo che la prima domanda sia senza risposta, nel senso che è appunto sempre stato così e sempre lo sarà, anche se non ci piace. Però non estremizzerei la cosa, nel senso che accanto a un Berlusconi, un Videla, un Rakosi o un Mussolini (mischio esempi diversissimi tra di loro, ovviamente), ci sarà sempre chi usa lo sport per altri motivi, magari poco nobili comunque, tipo fare soldi, oppure perché spinto da sincera e disinteressata passione. L’importante è saperlo, e a quel punto regolarsi con la propria coscienza: qualcuno farà prevalere la passione politico-civile su quella sportiva, qualcuno farà il contrario, qualcuno si sentirà un utile idiota e qualcuno no. L’importante è sapere cosa c’è dietro la propria squadra, la propria passione, e trovare un compromesso con se stesso. Senza portare il cervello all’ammasso. Oppure portandolo, ma facendolo comunque con consapevolezza. Il calcio come propaganda politica non mi piace, ma in fondo che differenza c’è dal calcio che fa propaganda a un marchio di una bevanda, a un telefonino o a uno stile di vita? Nel migliore dei mondi il calcio sarebbe il calcio e lo sport sarebbe lo sport, ma questo non è il migliore dei mondi, o forse è il migliore dei mondi possibili, che è diverso. Ripeto, le armi con cui ci si può difendere sono la consapevolezza e la coscienza: con consapevolezza e coscienza si può anche scegliere di suicidarsi, se lo si vuole.
Perché, secondo lei, il calcio ha questo virale conservatorismo impresso a fuoco che può servire a tenere a bada il pensiero differente?
Per il semplicissimo motivo che il tifo è anzitutto e soprattutto conformismo. Lo dico in senso neutro, oggettivo. In uno stadio si trova tutta gente che la pensa alla stessa maniera, tifa la stessa squadra, reagisce in modo uniforme alle azioni di gioco. Il diverso pensiero è poco ammesso, e forse è giusto così, nel senso che le regole sono quelle. Dopodiché aggiungo che ho parlato di Mussolini e di Videla, ma in realtà sarei potuto risalire agli antichi imperatori romani, “panem et circenses” o ai Borboni che regnavano a Napoli, “feste, farina e forca”. Insomma, la regola dei regimi è sempre stata quella di riempire la pancia – o almeno levare la fame nera – ai propri sudditi e di dargli qualcosa per distrarsi, per non fargli notare l’assenza di libertà e di diritti. Cioè i circenses, i giochi, le feste, la forca, e nei tempi moderni lo sport. E i regimi potevano essere anche di sinistra, vedi per l’appunto quelli ungheresi e di tutto il mondo sovietico.
Lei scrive che la sconfitta di Berna nella finale del Campionato del mondo contro la Germania Ovest servì a togliere al regime l’ultima maschera: secondo lei può ancora una delusione sportiva far riflettere un intero popolo sulla sua condizione?
Sì, ma è difficile. Anzi, in realtà a mia memoria quello ungherese è stato l’unico caso in cui è successo qualcosa di simile, ma se è accaduto è perché il regime ungherese aveva puntato tutto sul calcio, senza cercare altre forme di controllo sociale e politico che non fossero la violenza e la delazione. Lungi da me il difendere Mussolini e il suo regime, ma se anche l’Italia non avesse vinto i Mondiali del 1934, il fascismo non sarebbe certo caduto né ci sarebbero state proteste. Perché in quel momento era indubbio, e in questo mi confortano gli storici, che il consenso fosse vero ed effettivo. Non sono certo le delusioni sportive a far riflettere un popolo sulla propria condizione. Al limite può valere il contrario, cioè le vittorie esaltano la considerazione che un popolo ha di sé. Benché pure questo non valga sempre, basti pensare al Mondiale 2006 che non ha certo migliorato le cose in Italia, a differenza del Mundial ’82 che fu un po’ il segno che la festa poteva incominciare dopo gli anni bui del terrorismo e dell’incertezza economica. Ripeto, l’unico caso a mia memoria di una delusione sportiva che danneggia in modo serio un regime è proprio quello dell’Ungheria nel 1954.
Grosics, Buzanszky, Lorant, Lantos, Bozsik, Zakarias, Budai, Kocsis, Hidegkuti, Puskas, Czibor. Tra questi chi erano le vere colonne della squadra e perché?
Facile dire Puskas, e infatti lui era sicuramente la stella, non solo per talento, ma anche per carisma. Ma ci sono almeno altri quattro giocatori che vanno citati. A centrocampo Bozsik, regista di stampo classico, uno di quelli capaci di lanci di 40-50 metri sui piedi degli attaccanti, ma anche pronto ad arretrare in difesa quando serviva e perfetto ragioniere in campo, spettava a lui applicare al momento gli schemi migliori. Come molti registi aveva cervello e infatti diventò presidente del Comitato Olimpico ungherese una volta smesso di giocare. Poi Hidegkuti, che a livello tattico era la chiave della squadra con i suoi arretramenti a centrocampo che risucchiavano il difensore che lo marcava, aprendo spazi per gli inserimenti di Puskas e Kocsis. E poi le due ali, Budai e Czibor, che al talento individuale (soprattutto Czibor, maniaco del dribbling anche irrisorio) univano la capacità di trasformarsi da centrocampisti in punte effettive, allargando il gioco e facendo impazzire i terzini. Grazie a questi giocatori quello che potremmo definire con gli schemi attuali una sorta di 3-5-2 poteva trasformarsi in un 4-2-4 micidiale per talento, forza e imprevedibilità.
In cosa la strategia e i metodi di gioco ungherese anticiparono il calcio contemporaneo?
Il giocatore più moderno era appunto Hidegkuti, che in un calcio come quello attuale in cui le punte devono spesso tornare ad aiutare il centrocampo avrebbe spopolato. L’altra grande innovazione fu quella del calcio totale, nel senso che i giocatori sapevano fare di tutto: Hidegkuti appunto il centrocampista, Boszik lo stopper, Budai e Cizbor i centrocampisti, e così via. C’era sempre un uomo in ogni posto del campo che sapeva disimpegnarsi, in qualche maniera. Anche perché la tecnica individuale era di gran livello: sapevano tutti dribblare e sapevano tutti giocare d’esterno (e non a caso il tocco d’esterno era detto “all’ungherese”, ai tempi). E Sebes anticipò il calcio contemporaneo anche nell’esasperata preparazione di ogni match, ad esempio misurando l’erba di Wembley e tagliando quella dei prati ungheresi alla stessa identica altezza per meglio abituarsi ai rimbalzi del pallone. Senza contare l’aspetto tattico, ma lì forse più che bravura ungherese fu stoltaggine altrui. In un epoca pre o paleo-televisiva, non c’erano molte informazioni che girassero sugli assetti tattici delle squadre, c’era una sorta di cavalleria per cui il 9 era il centravanti, il 5 lo stopper, l’8 e il 10 gli interni e così via. Sebes se ne fregò bellamente proponendo una squadra in cui il 9 era un centrocampista, il 5 il regista, l’8 e il 10 le due punte, per cui molti allenatori dovevano improvvisare le contromisure direttamente sul campo. E non c’era neanche una critica sportiva degna di questo nome, i giornalisti preferivano raccontare le partite usando roboanti aggettivi che analizzandole tatticamente. Il primo vero esperto di tattica fu proprio Gianni Brera, che infatti amò l’Ungheria di Puskas.
(per gentile concessione dell'autore, la versione integrale dell'intervista è su Letteratura sportiva)

Quattro squadre NBA

Personaggi ed interpreti: Alessandro Mamoli, telecronista di Sky nonché super-esperto di basket NCAA, e Francesco Casati, giornalista come il suo direttore tossico di March Madness on Demand (per informazioni, http://ncaa.com/home/).

Francesco Casati: North Carolina e Kansas sono due squadre speculari, la partita si annuncia combattuta fino all'ultimo tiro, chi pensi possa vincere? Tra Arthur, Jackson, Kaun, Aldrich ovvero il reparto lunghi dei Kansas Jayhawks chi è il più adatto a limitare Hansbrough? Inoltre, in ottica NBA come vedi Rush? Alessandro Mamoli: Kansas vs North Carolina è senza dubbio la partita che la CBS è contenta di mandare in onda più di tutte le altre, soprattutto per Roy Williams che è stato per anni il coach di Kansas e con i Jayhawks non è mai riuscito a vincere il titolo, mentre con Carolina il successo alle Final 4 è arrivato nel 2005; quindi il fascino della sfida è già raccontato da questa storia. Per quanto riguarda i giocatori: Brandon Rush sembra un giocatore NBA anche se deve aumentare la sua velocità di piedi per stare in campo da numero 2 o 3. Inoltre, è anche reduce da un infortunio serio e non so che lavoro fisico possa aver fatto da quel punto di vista; chiaramente rimane il punto di riferimento delle squadra insieme a Chalmers. La partita sarà estremamente fisica, giocata a viso aperto, Kansas è reduce dalla finale del Regional contro Davidson che in maniera commovemente è riuscita a tenere gli avversari a 59 punti; con Jackson, Arthur, Rush e Chalmers il talento offensivo di Kansas è di primissimo livello, quindi McKillop coach di Davidson ha rischiato di fare il miracolo, la sua squadra ha davvero difeso bene. Mi aspetto una partita tra due squadre che si affrontano, Roy Williams non è uno che ha paura e l'ha già dimostrato nel 2005, può venire fuori anche una partita ad alto punteggio. Tutti si aspettano Hansbrough e Rush, ma credo che la differenza per Kansas la possa fare Chalmers, il quale può difendere su Lawson e gli esterni di Carolina ed è attualmente uno dei primi tre difensori sul perimetro della NCAA e può avere anche grosse chance NBA in quanto gli scout professionisti seguono particolarmente le guardie con un fisico come il suo. Per Carolina, Hansbrough non è contenibile per intensità, anche se Arthur e Jackson sono potenzialmente tutti giocatori più forti. Hansbrough oltretutto deve stare attento ai falli, perchè per Carolina non è un giocatore sostituibile e questa potrebbe essere la chiave della partita.
FC: Anche secondo te, come per alcuni addetti ai lavori, Hansbrough è sopravvalutato? AM: Dipende. Se pensi che possa essere scelto nelle prime cinque chiamate del Draft NBA allora sarebbe un giocatore sopravvalutato. Dipende sempre dalla posizione di scelta, basta prendere l'esempio di Andrea Bargnani. Il Mago probabilmente non era una prima chiamata assoluta e lo sta dimostrando anche al di fuori delle sue recenti difficoltà, però se sei scelto da numero uno a quel punto le aspettative cambiano. La giusta collocazione per Hansbrough è tra la 10 e la 15 perchè lui è un giocatore di energia che può cambiare le partite uscendo dalla panchina, un po' come fa Millsap a Utah. Però Hansbrough ha fatto la storia a Carolina, sembra un predestinato e si vede che ha qualcosa di speciale.
FC: L'altra semifinale è Memphis-UCLA, la sfide fra Rose-Westbrook e Dorsey-Love sono le più interessanti? AM: Sì. Sono due squadre che giocano un basket completamente diverso, John Calipari, coach dei Tigers, ha definito il loro sistema di gioco una “Princeton Steroid Style”. La differenza la farà Rose, anche se sulla carta UCLA ha le guardie fisicamente adatte per contenere Rose; la chiave per i Bruins sarà non far correre Memphis e se oltre a questo riescono a tenere la partita sui 50 punti probabilmente UCLA ha anche discrete chance di vincere. Inizialmente, nel mio bracket vedevo una finale Kansas-UCLA con i Bruins Campioni, durante il torneo mi hanno convinto un pelo meno e ora sono un po' più convinto dai Tigers. Però a questo livello, dove ci sono praticamente 4 squadre NBA, funziona esattamente come in NBA ed è tutta una questione di accoppiamenti. Chiaramente sotto canestro i Tigers hanno atleti che possono mettere il fisico, da Taggart a Dorsey fino a Dozier, e in una partita così, dove tutti aspettano Rose può venir fuori Douglas Roberts. Diciamo, che Memphis mi sembra aver un potenziale offensivo migliore, se i Tigers riescono a correre credo che ci siano 10-12 punti di differenza fra le due squadre.
FC: Una curiosità, secondo te, c'è la remota possibilità che Keefe possa diventare il fattore X delle finali, un po' come capitò a Toby Bailey nell'ultimo titolo di UCLA? AM: No, non penso. Credo che sia difficile perchè comunque UCLA-Memphis sono due squadre abbastanze strutturate e con troppe risorse, però non escluderei l' “underdog” di turno che viene fuori. Per esempio nella finale del Regional Kaun è stato il giocatore che non ti aspettavi, ci può stare una prova del genere ma non di più. Poi per quel che riguarda Bailey, con Edney infortunato ha dovuto fare lo squadra già forte, come è successo per esempio a Josh Howard e Tayshaun Prince. AM: Si, però attenzione che Douglas Roberts è appena stato votato primo quintetto All American ed è meno step up, come si dice in gergo.
FC: Nella sfida tra UCLA-Memphis ci sono i prospetti NBA più interessanti, Love è davvero forte è Rose è un talento di un'altra categoria, ma non pensi che Chris Douglas Roberts possa essere la classica tarda prima scelta? CDR è un giocatore educato che potrebbe essere inserito in una notato perchè è messo in ombra da Rose, il quale per esempio non è stato inserito nel quintetto All American. Douglas Roberts mi sembra meno “giocatore di basket”di Prince e Howard, comunque è molto interessante e lui potrebbe essere “The Steal Of The Draft”, poi molto dipenderà da come giocherà la Final 4 e non credo che venga scelto così basso come i mock draft dicono. Poi al Draft molto dipende da che squadra sceglie e in quale posizione. Per esempio, non mi stupirei di vedere Gallinari all'uno se i Knicks dovessero avere la prima scelta assoluta. Se Miami dovesse avere la prima chiamata Beasley sarebbe prima scelta, stesso discorso vale per Minnesota con Rose. Quindi se una squadra ha bisogno di un 3 e nella valutazione degli scout Douglas Roberts è la migliore scelta possibile, lo scelgono pure 10 posizioni prima rispetto alle previsioni.
FC: Coach Calipari ha risollevato un ateneo come Memphis, è riuscito a reclutare ogni anno i giocatori più importanti dello scenario americano: da Wagner, a Stoudemire (passato professionista saltando l'università), fino a Derrick Rose e in più, sembra che Tyreke Evans, liceale di talento sopraffino, sia deciso a giocare a Memphis l'anno prossimo. Sulla panchina di Memphis, come player development, siede Rod Strickland leggenda dei playground di New York che può essere un innesto importante per reclutare giocatori nell'area della Big Apple. Qual è il segreto di Calipari?? AM: Calipari sa convincere e ha chiaramente i contatti giusti; possiamo citare il nome di William ”Wes” Wesley. E' un personaggio che attorno all'NBA trovi dappertutto, non a caso è lo stesso uomo che era dietro al reclutamento di Wagner e di Rose. Strickland è sicuramente è un buon contatto per l'area di New York, ed è chiaro che ogni mossa è calcolata, non si fa nulla per caso, soprattutto oggi dove il reclutamento è diventata un'autentica battaglia. Calipari costruisce la squadra sapendo bene che ha Rose e che l'avrà solo per una stagione e che deve fare tutto in quell'anno, già l'annata successiva verrà organizzata in modo diverso. Non è un caso che lui abbia cambiato il suo sistema di gioco in base alle caratteristiche di Rose, che è dipinto per il sistema di gioco dei Tigers e il suo talento, fantastico, viene espresso al 110%. Il primo giocatore NBA con cui mi viene in mente un paragone è Jason Kidd, la settimana scorsa ero a cena con il General Manager di Philadelphia e con uno Scout di Miami e chiedevo se secondo loro Rose potesse giocare in un sistema a metà campo. Mi hanno detto che secondo loro può giocarci e che è un potenziale Jason Kidd del futuro, uno che vede la pallacanestro e gioca dinamico anche a metà campo.
FC: Passando al Draft NBA, ci sono almeno 5 freshman che possono essere chiamati nelle primissime posizioni, tra questi c'è pure DeAndre Jordan, pensi che lui possa essere un possibile bust? AM: Parlando con gli scout c'è chi dice di no, c'è addirittura chi afferma che possa essere un nuovo Dwight Howard. Un conto sono le potenzialità e un conto è diventarlo. Può essere un bust per quel che ha fatto vedere, però a questo livello non basta vederli giocare, devi capire questi ragazzi cosa hanno nella testa. Se ha voglia di migliorarsi e di lavorare può diventare DH, se è una testa matta diventa uno di quei giocatori con grande fisico e nient'altro. Al Draft penso che Rose e Beasley andranno all'uno e alla due, con la possibilità di alternarsi, poi Lopez che a me non piace è visto tra i primi 5, Gallinari ha buone possibilità di finire nei primi 5 e poi Eric Gordon che è visto molto bene da tutti gli scout NBA. Invece, Oj Mayo mi sembra sottovalutato, ora per via del suo carattere lo danno intorno alla decima chiamata NBA, ma secondo me Mayo può imporsi anche in NBA.
FC: Stern ha proposto l'età minima di 20 anni per entrare in NBA. Questo vuol dire 2 anni di college obbligatori. Per te quest'idea di Stern è un limite o una risorsa? AM: Secondo me è solamente una partnership tra NCAA e NBA. Stern allunga una mano al mondo del college, tanto sa che in tempi brevi i talenti dell'NCAA finiscono tra i professionisti. Prendi la Final 4 di quest'anno, ci sono giocatori come Love e Rose che avrebbero potuto tranquillamente saltare il college, invece ora ritroviamo UCLA e Memphis a sfidarsi in una gara spettacolare.
FC: Ultima domanda, secondo te i giovani talenti italiani che sono comunque sul taccuino degli scout NBA, non farebbero meglio a 19 anni a prendere ed andare in un college, piuttosto che fare panchina in Eurolega o andare in prestito a Pavia? AM: Guarda, io credo che tecnicamente per un giocatore italiano se hai un buon allenatore che ti fa giocare e allenare sia meglio, perchè credo che in Italia ci si alleni di più e con maggior profitto. Nell'NCAA ci sono ottimi allenatori, ma hanno sempre meno tempo e soprattutto hanno giocatori che sono presi per caratteristiche quasi prettamente fisiche o di talento. Quindi Rose non è uno che hai bisogno di allenarlo tanto, perchè è un giocatore di istinti e non tutti sono come Love che è tecnicamente strapulito ed educato. Ai nostri giovani farebbe bene un anno proprio a livello di impatto fisico con atleti di un certo livello. Vi faccio un esempio: al CSKA c'è un giocatore che si chiama Alexey Shved, classe 1988, che da due anni sta facendo bottega con Messina; gli ha fatto vedere un po' di campo nella preseason, nelle partite scontate e di tanto in tanto in campionato. Per un ragazzo così, fare due anni con Messina che è uno che allena veramente, è una grande opportunità: io se fossi un giocatore sceglierei 50 volte su 51 questa opzione. Però, prendi Gallinari, che è un talento strabordante ma io non vedo un singolo miglioramento fatto da lui provocato da una scelta tecnica. Vedo cambiamenti perchè Danilo ha personalità e perchè è migliorato fisicamente, ma se lui avesse fatto un anno con Messina come giocatore sarebbe migliorato anche in aspetti tecnici del gioco.

Francesco Casati
f.casati@fastwebnet.it

Assicurazioni Adorni

L'assessore al comune di Parma con delega alle politiche per le attività motorie e sportive deve pensare al contempo all'annuale Festival dello sport cittadino che comprende tra i suoi eventi una Gran fondo internazionale da tremila partecipanti (prossima edizione domenica 8 giugno) e al destino del mondo del ciclismo professionistico, organizzato nella forma dell'Uci Pro Tour. Si può fare? Si può fare. Soprattutto se l'amministratore e dirigente in questione è uomo di sostanza, già presidente del Panathlon internazionale e membro della Commissione cultura del Cio. Da sempre un formidabile regolarista, tanto elegante quanto potente. Contro il tempo e ugualmente in linea con la modernità. Si parla dello storico titolare dell'agenzia d'assicurazioni in Borgo Marco dell'Arpa, convenzioni Udace dal 1979 (pòlizze per cicloturisti, amatori e non solo). Alla ricerca di garanzie per il futuro del movimento troviamo convenienza, cortesia e persino conforto: riàlzati sui pedali, Italia.
Vittorio Adorni, ci sono forse delle coperture a tutela dell'attività? “Come no. Innanzitutto la lotta al doping, che è serissima e scrupolosa. Vabbé, per colpa di qualche furbo chi rimane nella legalità si sente penalizzato, gli sponsor tendono a scappare e i mass media a rincorrere tutti, giocando a guardie e ladri...”.
Ci sono gli estremi per chiedere un risarcimento danni? “Quel che è sicuro è che non solo non si torna indietro: si spinge avanti tutta, sulla strada della riprogrammazione dei controlli e dell'introduzione del passaporto biologico. Nonostante gli altissimi costi economici e i tanti sacrifici richiesti ai corridori, da mettere in preventivo nel bilancio di questa campagna”.
E ne verrà qualcosa di buono? “Fosse per me io sarei anche più cattivo, con il ciclista professionista che froda. Oggigiorno la misura della radiazione andrebbe presa subito in considerazione, magari prima delle solite squalifiche, sanzioni, ammende pecuniarie”.
Soldi soldi soldi. Il ProTour si metterà sul serio in affari con Russia e Cina? “Non si può fare finta di niente, sono anni che lo sport si è globalizzato. Dai mercati dell'est partono richieste ufficiali per la promozione di nuove corse a tappe, almeno un paio di grandi eventi con un bacino d'utenza (potenziale) davvero imponente. La vecchia Europa si farà comunque forte del suo calendario storico, ci mancherebbe. Ma deve essere chiaro che l'apertura internazionale non è affatto un segnale di debolezza, non è un ripiego alla peggio. È invece una scelta ben ponderata e insieme una precisa necessità. Il Tour, il Giro e le grandi classiche saranno persino motivati a fare di meglio. Visto il successo dell'Amgen Tour of California?”.
Visto negli stessi giorni dello strappo dell'Aso, della difesa francese per l'autonomia degli organizzatori, che a loro dire si sentono sotto attacco. Màrgini per una ricucitura? “Sono loro che si sono chiamati fuori. Dentro le regole stabilite dalla federazione internazionale - e, tengo a rammentare, riconosciute dal Cio - è comunque possibile, anzi auspicabile sollevare problemi e motivare delle proposte. Ovvio, prescindendo da queste norme non se ne parla neanche”.
La Fci di Renato Di Rocco obietta che se è per quello, nemmeno l'Uci si limita a fare il suo. “Figurarsi. Ad Aigle non c'è nessuno, ripeto nessuno, che sogna di sostituirsi agli Zomegnan, ai Prudhomme o ai Cordero”.
Forse Verbruggen? “Il vicepresidente è un manager esperto e competente, la sua influenza è nota. È invece improprio affermare che detta legge, letteralmente, che impone a forza la sua linea. Ma dove? Via, al consiglio del ProTour si discute sempre liberamente, senza pressioni e senza prevaricazioni”.
Come ovviare agli intoppi nel meccanismo d'attribuzione delle licenze (di concessione delle wild card) ai gruppi sportivi Professional e Continental? “La procedura adottata è del tutto conseguente e ineccepibile, altroché. Chi non intende accettare l'introduzione del passaporto biologico accetti di conseguenza l'esclusione dal ciclismo di vertice. Ne consegue che Rcs Sport si assume la responsabilità dell'invito di partecipazione alle sue corse inoltrato alla Lpr Brakes di Danilo Di Luca, per esempio. Gente molto seria, non dubito. Ma perché quei distinguo sull'adozione del passaporto? Chi accetta la sua introduzione ha quindi garantita, di conseguenza, la sua partecipazione al Tour e a tutte le maggiori competizioni internazionali. Ma allora perché quell'eccezione dell'Aso nei confronti dell'Astana?”.
Cambiamo registro. Note dal punto di vista tecnico, sulla stagione in corso: come competere prima all'Olimpiade e dopo al Mondiale, di mezzo quaranta giorni d'attesa? “Il problema non si pone quando a doversi gestire è un campione ormai maturo, come il nostro Paolo Bettini. I due obiettivi sono entrambi alla portata dei corridori che non coltivano ambizioni nelle gare a tappe. Solo per chi fa classifica al Tour i piani potrebbero cambiare, rimandando (a malincuore) o l'uno o l'altro appuntamento”.
Tra gli atleti per le corse di tre settimane, da chi si aspetta - fiducioso - una gradita conferma? “Da Damiano Cunego e da Riccardo Riccò, magari - rispettivamente - al Tour de France e al Giro d'Italia. Il primo è ormai maturato al punto da poter davvero competere con qualsiasi avversario, ancora escluso dalle competizioni Ivan Basso. Il secondo potrebbe pagare qualche esuberanza di troppo, eppure le gambe sembrano sempre girargli a meraviglia. Chissà che proprio una vittoria importante non gli garantisca già nel 2008 grande tranquillità e ulteriore convinzione nei suoi mezzi”.
Un'ultima occhiata al calendario. Adorni, ha fatto bene i suoi conti? Quarant'anni fa Imola, il circuito dei Tre monti, i 9'50" rifilati a Herman Van Springel. Nostalgia? E lei e gli altri ragazzi del movimento (ciclistico), non mi dica che anche voi avete fatto il '68? “Eccome se l'abbiamo fatto. Quell'anno sancì davvero una svolta epocale: si ricorda chi vinse il suo primo Giro d'Italia, su alle Cime di Lavaredo fin giù a Napoli? Un certo Eddy Merckx. E proprio a quei tempi andavano a regime i primi controlli anti-doping, sistematici e un po' invasivi. E intanto al “Processo alla tappa” maturavo la convinzione e l'interesse per la comunicazione e la televisione. Mi assegnarono presto nientemeno che la conduzione di un programma serale di varietà, al mio fianco Liana Orfei: “Ciao mama”, ospiti Mina, Cochi e Renato e tanti altri ancora. Basta così?”.
Formidabile, questo Adorni.

Francesco Vergani
francescovergani@davide.it

Procuratore di gran fondo

638° alla Sanremo. Portati a termine il Fiandre e la Montpellier-Castres del Tour de France. 1233° al Lombardia. Il 2007 di Claudio Pasqualin ricorda molto quello del suo assistito Filippo Pozzato: un anno di grande impegno, tanti piazzamenti, qualche piccolo problema fisico. E pochi giorni per rifiatare, nel caso del procuratore, tra un'uscita e l'altra in bicicletta e per lavoro. Ma nel 2008 non si lascia, anzi piuttosto si raddoppia. Tra gli obiettivi stagionali le medio fondo di mezzo Veneto (dalla Bardolino alla Cunego) e soprattutto il tricolore dell'Associazione Italiana Magistrati Avvocati Notai Ciclisti. Ostregheta! Cosa non si fa in difesa del Gs Ombre biancorosse Cicli Boron, da Vicenza con passione: 10.000 Km a stagione, quattro uscite settimanali, lo stage invernale a Gran Canaria con Davide Cassani e Massimiliano Lelli. Giù di sella su con la vita e sotto con gli affari trattati dalla Pdp, la Pasqualin D'Amico Partners. All'attacco delle salite da dove partono tutte le trattative.
Avvocato Pasqualin, come si sta alla ruota di Pozzato? “Benissimo, grazie. Soprattutto in pianura e nei fondovalle”.
Bella forza, in scia di un passista così elegante e potente ci si mette comodi comodi, basta limare. “Macché, se Pippo allunga non ce n'è proprio per nessuno, tra i cicloamatori che lo inseguono”.
Mira e rimira avrà pure imparato da lui qualche trucco del mestiere. “Come no. Per esempio mi ha insegnato la pedalata e la posizione: agli inizi mi diceva che sembravo seduto su un water, più che su una Pinarello”.
Vengono marzo e aprile e la Liquigas si aspetta grandi cose, dal suo conterraneo. L'arrivo in squadra di Daniele Bennati porta altre pressioni? “Non credo. Stiamo parlando di due professionisti troppo seri e troppo intelligenti, per non approfittare della nuova situazione. Ciascuno prendendo e sfruttando i suoi spazi”.
Obiezione: il veneto è anche troppo primadonna, troppo personaggio troppo disponibile. E troppo bello, troppo bravo, troppo alto, troppo biondo... “Troppe chiacchiere. Chi conosce il ragazzo sa bene la vita che fa, altro che Ferrari e discoteca. Ma non è colpa sua, è che lo disegnano così”.
Pozzato rinnova o non rinnova con Dal Lago e Amadio? Il suo contratto scade a fine anno. “Perché no? Facile ci possa essere un incontro dopo le classiche. Vedremo.”
E lei rinnova o non rinnova il suo portafoglio clienti, tra i professionisti del gruppo? “Difficile. A oggi confermo il mio rapporto con un altro vicentino, Emanuele Sella della Csf Group-Navigare. Un domani, mai dire mai”.
L'uomo dei sogni per un giorno di procura? “Andy Schleck”.
A proposito d'interessi e tutele: visti gli sviluppi più recenti della normativa anti-doping? Come riconoscere dove cominciano i diritti dei corridori, finiti i doveri che si sentono di compiere? “L'ambiente del ciclismo è inquinato dalle nette divisioni che separano le sue componenti, oltre che dagli atleti che non rispettano la legge, gettando fango sull'immagine di questo sport. Le rivendicazioni dei corridori hanno solo bisogno di essere ampiamente condivise, e poi espresse con determinazione dall'organo di autotutela. Insomma, chiariscano la loro posizione una volta per tutte e nel caso si rivolgano tranquillamente ad un avvocato, qualora ritengano si sia davvero passato il limite”.
Dovranno chiedere di Claudio Pasqualin? “Qui ci vorrebbe il Sergio Campana della situazione, altroché”.

Francesco Vergani
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La Gazzetta ogni mattina

Questa nostra intervista a Candido Cannavò risale al marzo del 2007, avrebbe dovuto essere il primo punto di un libro storico e lineare sul giornalismo e suoi direttori. E’, adesso, soltanto un’interessante (si spera) chiacchierata.
Quasi 53 anni dal suo primo articolo sulla Gazzetta dello Sport, 19 anni di direzione. Cannavò, il rosa non stanca? «Potevo andare in giro per il mondo, fare conferenze, frequentare i salotti. Invece, dopo la direzione, non solo ho continuato il filone perché me lo chiedevano, non solo perché è il mio lavoro e mi permette di guadagnare oltre quello che mi spetta, ma ho continuato a fare questo lavoro perché mi piace. Ho le mie passioni e le ho ritrovate anche altrove, non solo nello sport. Amo vivere, ho curiosità della vita. La rubrica quotidiana è un atto di fedeltà al giornale, su queste pagine ci scrivo da più di mezzo secolo. Vorrà dire qualcosa?»
Torniamo indietro di 53 anni. «Ho sempre avuto la passione sportiva. Era scoprire un mondo nuovo per noi che non avevamo niente, poveri e senza prospettive, avevamo solo i dolori e gli spaventi della guerra. Ero senza padre. Ci attaccavamo alle cose che ci facevano sognare: non solo il calcio, ma anche l’atletica. Non so perché amassi tanto l’atletica e ne avessi piena conoscenza, c’era un qualcosa di fiabesco. Nei temi prendevo 7, ero bravino, però questo piacere per la scrittura, che mi ritrovo addosso, è un piacere fisico. Se non scrivo una cosa ogni giorno, anche adesso, mi sento vuoto».
Cosa significa raccontare lo sport? «Sorrido quando mi chiedono che nesso c’è tra un campione sportivo, un detenuto e un disabile? C’è l’uomo. Ho sempre cercato l’uomo, dietro Ferrari, Chechi, dietro la Simeoni, una splendida donna, dietro l’ergastolano, come Melodia del carcere di San Vittore, dietro la ballerina Simona Atzori. C’è sempre la persona al centro della scena, che domina la mia vita e la mia attività professionale».
E il Cannavò privato, fuori dal lavoro? «Quando torno a casa, a Catania, stacco la spina. Cerco di stare con mia moglie che, in questa nostra vita, ha avuto modo di incrociare i miei interessi, però è sempre stata distaccata, ha rispettato le mie scelte e – per fortuna – non è stata il tipo di compagna che ti tempesta di domande sul calcio e sullo sport. Poi ho vissuto il filone artistico di mia moglie, che ha la febbre della danza, un arricchimento anche per il mio lavoro. La foto di Simoma Atzori sulla copertina del mio libro, difatti, è stata scelta da lei. E’ importante essere in pace con la famiglia. Bisogna saper fare delle rinunce. Nel ’63 non sono venuto al Corriere della Sera perché avevamo due bambini piccoli».
Quanto è lontana Catania da Milano? «Non ho vissuto una vita facile. A volte, al contrario, avverto il senso della provvidenza, qualcosa che mi ha aiutato. Io nel 63 sarei corso a Milano, sarei salito anche con la vespa. A Catania, alla Sicilia, ero in una posizione di privilegio. Ero un numero uno, sfidavo l’editore, l’ho portato a fare cose che non avrebbe mai fatto: mi ha inviato in Giappone! C’era soltanto un po’ di invidia, che considero un pregio, perché se ti invidiano c’è qualcosa per cui farlo, ma non ne risento. A Milano non sono arrivato sconosciuto, altrimenti non mi avrebbero chiamato. Ho girato il mondo con Palumbo, Zanetti e Brera. Diverso è stato arrivare a Milano e “affrontarli” in casa loro. Ricordo i confronti con Gianni Brera, un prototipo unico del linguaggio giornalistico, non un direttore, un egocentrico come lui non poteva. Un pochino razzista lo è sempre stato. Non mi sono portato dietro queste piccole cattiverie, tant’è vero che oggi c’è il premio Brera perché mi impegno in prima persona, perché lui se lo merita, perché è un monumento del giornalismo. Ho avuto sempre un buon rapporto con i colleghi perché do sempre fiducia massima, ma se un giorno ti comporti male, dico: poverino, guarda, perché l’ha fatto. Ma non cambio il mio carattere se qualcuno mi ha tradito, non perdo un valore perché uno si è comportato male. Non è una strategia, bensì un istinto».
Come si passa alla direzione della Gazzetta dello Sport? «Con la curiosità si può fare tutto. Ho fatto un’inchiesta sugli ospedali della Sicilia, un’opera biblica durata tre mesi: è stata una palestra. Mi sono interessato allo sport, alle grandi manifestazioni. Un vero giornalista ha due requisiti: la chiarezza e il lettore. Quando si scrive bisogna pensare al lettore, l’unico interlocutore, non se Galliani si offende o come reagirà Agnelli. Se tu vendi un prodotto popolare ad un euro, salvo alcuni argomenti, le cose si devono dire chiaramente. Lo scrivere complicato è un limite, oltre che un sopruso. Nelle riviste letterarie si può scrivere difficile, nei giornali si deve scrivere semplice, comprensibile soprattutto. Indro Montanelli, sia benedetto per sempre, ha fatto di questi principi un testamento per le generazioni future».
Un fermo immagine dei suoi 19 anni alla direzione. «Un grandissimo orgoglio, per quello che è stato e per quello che è rimasto. In Gazzetta sono a casa mia, metà redazione l’ho cresciuta io. Il cruccio sono i dolori che ci sono stati, come la perdita di Giavazzi. I crucci sono stati i momenti negativi dello sport, quando ti accorgi di aver fatto male a qualcuno, sempre in maniera involontaria».
Quante pressioni esterne riceve un direttore? «Cito l’esempio di Galliani. Nei primi tempi alla presidenza, Berlusconi, carico d’entusiasmo, vedeva il Milan come il filone per il suo decollo mondiale. I tempi per le procedure dell’arrivo di Berlusconi furono per noi una coppa dei campioni al giorno: si vendeva il giornale a meraviglia, la gente era impazzata. E figurarsi che mi mandò un signore per chiedere cosa ne pensassi. Lui è un istintivo, come dice cazzate oggi, le diceva anche allora. Si lamentava, insomma. Persero male a Barcellona, Cerruti riportò lo sfogo di Berlusconi e lui mandò Galliani. Volevano che cambiassi Cerruti, io risposi: sto pensando che le posso fare un favore, scordarmi di questa telefonata. Da quel giorno non è successo più niente. Se avessi ceduto, mi avrebbero perseguitato tutta la vita. Prima di un’elezione, mi chiamò un personaggio politico per un’intervista. Dissi: va bene, però dopo le elezioni. Basta essere decisi una volta. Nemmeno l’editore mi ha messo i bastioni tra le ruota. E c’era la Juve direttamente interessata. Ma con Agnelli non ho mai avuto questioni, con Boniperti, invece, ci siamo mandati a quel paese per secoli. Ora ci amiamo. Andare dritti non è una questione morale: è una furbizia. Se a Moggi, che io detesto, c’è da dirgli bravo per Ibrahimovic: glielo dico, senza problemi».
Come si entra in Gazzetta? «Non ho mai avuto segnalazioni, curriculum tantissimi. Le mie assunzioni sono state sempre corali, non ho mai detto: garantisco su questo o sull’altro, in genere si prova. Arrivano tanti ragazzi, stanno mesi, vengono stritolati nella redazione, in estate soprattutto, e dopo un certo periodo sai tutto di loro. Come fatto personale, conoscendolo dai tempi di Catania, ho consigliato agli altri di provare Fausto Narducci e, come si vede, è diventato un grande».
Da direttore a editorialista. Sensazioni? «Ho smesso con serenità, mi sono concentrato sui libri e, nel contempo, non ho smesso di frequentare la Gazzetta: ho un ufficio, ci lavoro, mi mantengono nel cuore di queste sacre mura. Ho sofferto certe scelte dei direttori. Calabrese è un giornalista serio e di valore, solo che ha vissuto la Gazzetta come un piccolo svago, un qualcosa di temporaneo. Ho persino aiutato Di Rosa quando ho saputo delle sue ambizioni, ma per lui gli bastava un mio pezzo a settimana».
Il rapporto con Carlo Verdelli? «Divino. Dal primo momento ha avuto un atteggiamento positivo, non c’è mattina che non ci sentiamo, ci parliamo, ci ascoltiamo. Verdelli ha dato prova di un rinnovamento efficace, che a volte ha avuto punte eccessive, ma adesso marcia sul filo di una modernità equilibrata. Non è facile cambiare. Lui sta dando linguaggi, un modo, degli argomenti per le nuove generazioni. Anche “Altri Mondi” è un’esperienza positiva. Poi si impegna dalla mattina alla sera. Verdelli ha talento, fantasia e il senso adatto per valorizzare gli altri. Riesce a godere del suo lavoro attraverso i pezzi scritti dagli altri».
Calcio e stampa, che futuro? «Il nostro pallone è messo male, molto male. Ci sono crisi ovunque. Creare uno spettacolo è sempre più difficile. C’è una disfunzione culturale di base, come si fa se i bambini crescono con una mentalità sbagliata? L’unico sollievo è che, forse, peggio di così non si può scendere. Ci vorrebbero un po’ di anni sereni. Con l’arrivo della televisione, negli anni ’50, i miei colleghi mi consigliarono di lasciar perdere i giornali. La carta stampata può essere la salvezza di un certo giornalismo, ottima per l’approfondimento. La tecnologia, purtroppo, ha portato a forme di superficialità. L’errore più grave sarebbe quello di inseguire la televisione e i media più sofisticati. Si può perdere in quantità, ma si deve guadagnare in qualità».

Carlo Tecce
carlotecce@gmail.com