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L'anno dei Lakers


“Non credo che i Lakers abbiano una sola possibilità di vincere 70 partite”. Questa è la risposta di Phil Jackson, dopo la vittoria sul campo di Philadelphia, ai giornalisti del Los Angeles Times alla domanda 'Questa squadra può raggiungere il record dei Bulls del '96?'. Cioé 70 vinte, 12 perse e sempre Jackson allenatore...Ovviamente coach Jackson ha voluto stuzzicare i suoi giocatori, cercando una reazione di orgoglio per mantenere alta la concentrazione e vincere la regolar season. La competizione nella Western Conference è di primissimo livello e il fattore campo è fondamentale, ma ancora più importante lo è in finale, dove il formato 2-3-2 diventa un vantaggio significativo per chi ha il miglior record. La NBA a 30 squadre fortemente voluta dal commissioner David Stern è costituita da 6/7 formazioni da titolo, una dozzina di franchigie giovani e di talento e, purtroppo, da troppe realtà senza alcuna prospettiva. Questo rende l'attacco dei Lakers sufficiente per vincere la regolar season NBA e per raggiungere inoltre quel record di vittorie dei Bulls.
Ma quanto valgono i Lakers? Soprattutto, cosa hanno in più dell'anno scorso visto che la rosa è la stessa? Oggi i Lakers sono la miglior squadra dell'Ovest e giocano il miglior basket offensivo della Lega. Hanno corsa, esecuzione, mani buone, fiducia e Kobe Bryant. Le differenze tecniche dall'anno scorso sono poche ma significative. Partiamo da Lamar Odom. Quest'anno ha visto il suo minutaggio leggermente ridotto ed è stato inventato nel ruolo di sesto uomo per lasciare spazio in quintetto al giovane Andrew Bynum. Il management ha investito forte su Bynum, contratto da 58 milioni di dollari per 4 anni, per uno dei centri emergenti della lega, mentre lo staff tecnico sta portando avanti un lavoro di sviluppo individuale. I Lakers amano dire che Kareem Abdul Jabbar ne sia il mentore, ma in sono realtà Brian Shaw e Jim Cleamons che stanno seguendo il ragazzo nella sua crescita tecnica. Bynum al fianco di Gasol significa un quintetto più alto, con tanta intimidazione e punti in area? Se da gli anni '80 il basket non si fosse evoluto la risposta sarebbe sì, invece la verità è tutt’altra. Gasol e Bynum non si integrano bene insieme né in attacco né tantomeno in difesa; l'impossibilità di aprire il campo e di accoppiarsi con un quintetto basso e veloce sono evidenti, ed è per questo che Lamar Odom sesto uomo è fondamentale.
Il numero 7 dei Lakers, che è senza ombra di dubbio il miglior difensore e passatore della squadra, quando entra in campo abbassa il quintetto e automaticamente alza il ritmo dell'attacco e l'intensità difensiva. In sostanza, i Lakers hanno 3 giocatori di livello per 2 ruoli, ma la coppia Bynum-Gasol non è di primo livello e Odom sesto uomo è l'unico modo per giocare, nei momenti chiave delle partite, un basket veloce fatto di movimento e di letture. Inoltre, Odom è uno di quei giocatori che non si misura dalla statistiche e lui stesso è il primo a non darci peso; autentica rarità in una lega piena di primedonne.
L'altra novità tattica dei Lakers risponde al nome di Trevor Ariza, un atleta formidabile capace di correre, difendere 4 posizioni e segnare tiri piazzati dall'angolo (pur non essendo un tiratore continuo), nervo scoperto nella difesa di 28 squadre su 30, uniche eccezioni sono Cleveland e San Antonio. La scorsa stagione i Lakers sono crollati in finale, dove almeno una delle 3 stelle di Boston (Allen,Garnett e Pierce) veniva marcata da un difensore mediocre; Ariza potrebbe superare questo limite accoppiandosi a piacimento contro la guardia o l'ala piccola avversaria. Il mondo NBA vive di questi piccoli dettagli, lo sanno bene giocatori dal talento limitato come Bowen e Posey che hanno fatto la differenza in questi anni.
Il basket è uno sport dove la guida tecnica incide in percentuale molto alta sui risultati di una squadra, ma senza giocatori come Kobe Bryant e Tim Duncan nessun Trevor Ariza o Bruce Bowen sarebbe mai decisivo per la vittoria di un titolo. Quello che Kobe Bryant sta facendo quest'anno è qualcosa di assolutamente nuovo per lui: gioca in controllo, ha fiducia nei suoi compagni, non sente l'esigenza di forzare tiri e accetta con serenità un minutaggio medio di 33 minuti, sintomo di una squadra in salute. Kobe ha già vinto 3 anelli, ma quei successi dei Lakers vengono (giustamente) associati al nome di Shaq, che era leader assoluto di quella squadra. Da quando le strade di Shaq e i Lakers si sono separate, Bryant è diventato padrone della squadra, ma solo nelle ultime due stagioni ha avuto per le mani la possibilità di competere per il titolo. Solo Phil Jackson è riuscito a rapportarsi con l'ego smisurato di Bryant, il quale per la prima volta nella sua carriera non ha conflitti interni nello spogliatoio ed è sulla stessa linea del general manager Kupchak. Sul campo Kobe non ha limiti, è spettacolo puro.
L'altra sera a Philadelphia ha dominato la partita con 32 punti e una capacità unica di decidere lui quando chiudere la partita e zittire un pubblico che non l'ha mai amato. Kobe si è sempre definito un figlio di Philadelphia, ma i cittadini della città dell'amore fraterno non lo considerano come tale in quanto ci ha vissuto solamente negli anni del liceo, per di più in un area residenziale in collina (Ardmore, reddito medio per famiglia di 75 mila dollari). I 19mila presenti (secondo i dati ufficiali, in realtà non erano più di 15mila) al Wachovia Center erano tutti lì per Kobe: non certo per fischiarlo, ma per vedere giocare uno dei migliori di sempre. Inoltre, non mancavano centinaia di tifosi di Kobe con la maglia 24 dei Lakers che hanno intonato a più riprese il coro “MVP!MVP!”.
I Lakers hanno tutto per vincere; gli occhi dei media sono puntati su di loro, e negli uffici NBA di New York si prega per rivederli in finale, perché anche l'NBA ha una crisi da fronteggiare, e le stelle come Kobe e LeBron riescono a far vendere a cifre da capogiro questo prodotto. Ma non solo: riescono a nascondere le pecche di una lega che negli ultimi anni ha cavalcato troppo l'espansione commerciale aprendo nuove franchigie in mercati non adeguati.
Francesco Casati, da Philadelphia
f.casati@fastwebnet.it
(in esclusiva per Indiscreto, foto di Francesco Casati)

Aspettando LeBron


NEW YORK - Non ha ancora giocato un minuto per i Knicks e non lo farà prima del 2010, ma LeBron James è già il re di New York. Martedì 25 Novembre è arrivato al Garden con i suoi Cavs e ha smantellato i Knicks in una normale gara di regolar season. Ma a New York City non c'è niente di normale. L'attesa era palpabile, il Post titolava “Royal Visit” in prima pagina, la Nike ha pianificato, proprio per questa partita, il lancio delle nuove scarpe di LeBron, che casualmente si chiamano “Big Apple” per via del loro colore rosso mela. Inoltre, i playground leggendari della città sono stati riempiti di palloni rossi col baffo della Nike e il logo LBJ. LeBron e Nike binomio vincente, tanto che Spike Lee, altro uomo Nike, ha “voluto” omaggiare l'arrivo del prescelto in città indossando le nuove scarpe.
Per scoprire come mai da una settimana circa i media non parlino d’altro che dell'arrivo di LeBron a New York nel 2010 bisogna fare un passo indietro. Donnie Walsh, nuovo presidente delle basketball operations, ha effettuato scambi con poca valenza tecnica ma con un forte impatto sul monte salari dei Knicks: sono partiti Jamal Crawford, Zach Randolph e Mardy Collins in cambio di contratti più che di giocatori. Infatti, i contratti dei nuovi arrivati, che rispondono al nome di Al Harrington, Tim Thomas e Cuttino Mobley, scadono nel giro di 2 anni, giusto in tempo per liberare lo spazio necessario per arruolare LeBron e un altro free agent al massimo di stipendio. Lebron ha dichiarato di avere un grande feeling con la città di New York, e che giocare al Garden gli regala sempre sensazioni uniche. Tutti gli indizi lo portano in maglia Knicks: la città, l'esposizione mediatica, gli sponsor, il suo tifo per gli Yankees, il coach D'Antoni definito da lui un “Mastermind dell'attacco” e la possibilità di riuscire a risollevare una franchigia che non vince l'anello dal 1973.
Quindi basta aspettare due anni per vedere LeBron nella città del Basket? In teoria si, ma due anni a New York sono un’eternità; la pressione e le aspettative della grande mela rendono difficili i progetti a lungo termine. Walsh è un uomo esperto, capace e pragmatico; è un newyorkese del Bronx, conosce l'ambiente e sa benissimo che gli ostacoli da superare per realizzare un progetto vincente sono due: difendere il proprio lavoro dai titoli dei media e dall'umore dei tifosi, dare continuità alla guida tecnica. I tifosi dei Knicks non accettano l'idea di non poter vincere, di non aver giocatori di talento in squadra e, quando al Garden il livello della pallacanestro si abbassa si alzano forti i fischi (buu in America). Ogni sconfitta viene amplificata dalla stampa locale e comincia una corsa al colpevole, una caccia all'uomo che porta tutti ad essere in discussione. La guida tecnica è sicuramente la parte più difficile da far funzionare; qui ha fallito miseramente pure Larry Brown e il ricordo della sua squadra si riassume in una parola: Titanic. Mike D'Antoni tecnicamente è lontano dal basket ruvido e compassato che il pubblico di New York ha amato con la squadra del ‘73 e poi con i Knicks di Ewing, Oakley e Starks. Inoltre, tranne Chris Duhon, Wilson Chandler e Gallinari, tutti i giocatori dei Knicks sono precari, e di questo gruppo almeno la metà sanno già che non vedranno il rinnovo di contratto.
Tra i precari c'è anche un prigioniero: Stephon Marbury. Il suo contratto da 21.9 milioni (nell’ultimo anno) di dollari lo rende invendibile; D'Antoni l'ha messo fuori squadra per le prime 12 partite di campionato, e ora con la rosa ristretta a causa di infortuni e scambi si rifiuta di giocare. Marbury, newyorkese puro sangue, oltre ad essere una primadonna e un carattere complicato non ha più voglia di giocare per la maglia dei Knicks, vuole prendere i suoi soldi e scappare lontano per ripartire da zero in una nuova squadra. Possibili destinazioni: Miami e Boston. A sua volta Donnie Walsh vuole che l’addio di Marbury sia legato a una clausola che impedirebbe al play di giocare per squadre della Eastern Conference. Gestire lo spogliatoio e creare un gruppo solido è un lavoro al limite dell'impossibile per D'Antoni, il quale non deve perdere la disponibilità dei propri giocatori e deve difendere la propria autorità di fronte alla stampa per non essere screditato. Tra due anni New York potrebbe essere una reggia pronta ad accogliere King James a suon di dollari, ma potrebbe anche essere un inferno cestistico. Tutto è insomma nelle mani di Walsh e D'Antoni.
Tornando alla partita Cavs-Knicks, tecnicamente possiamo commentare solo il primo quarto in cui tutti i Cavs hanno dimostrato di essere squadra nel saper difendere e andare a rimbalzo. Incredibile il lavoro di aiuto dei lunghi, specie sulle entrate avversarie e nei movimenti ad uscire sui pick ‘n’ roll; e ancora, il tiratore in angolo non viene mai lasciato libero e il contropiede primario viene fermato subito dalle guardie. Spettacolo puro! Ma 20mila spettatori erano al Garden per vedere LeBron, e noi non siamo certo stati da meno. La cosa più impressionante di James è il fatto di aver giocato come se avesse già visto la partita o l'avesse già immaginata. Il suo riscaldamento si è basato su tiri da fuori con poco ritmo, presi contro Gibson, fintando una partenza muovendosi con un passo e senza palleggio. I primi 6 punti della sua partita sono stati esattamente 2 tiri da 3 di questo tipo. Poi i Cavs hanno dominato in lungo e in largo e LeBron ha viziato i presenti con qualche giocata da fuoriclasse autentico qual è. In casa Knicks ben poco da segnalare, come si è potuto intuire dai fischi fortissimi arrivati dagli spalti.
Nas, un rapper di New York cresciuto nel Queensbridge (stesso quartiere di Ron Artest) in una sua recente canzone ha scritto queste rime: “The shot Robert Horry to win the game in the finals kid, Some things are forever, some things are not, It's the things we remember that gave the world shock”. I tifosi dei Knicks sognano momenti come questi e negli ultimi anni di gestione Thomas il Basket non è stato rispettato. Walsh e D'Antoni hanno voltato pagina e devono ricostruire una mentalità vincente nell'attesa che al Re vengano consegnate le chiavi della città.

Francesco Casati, da New York
f.casati@fastwebnet.it
(in esclusiva per Indiscreto, foto di Francesco Casati)

Quattro squadre NBA

Personaggi ed interpreti: Alessandro Mamoli, telecronista di Sky nonché super-esperto di basket NCAA, e Francesco Casati, giornalista come il suo direttore tossico di March Madness on Demand (per informazioni, http://ncaa.com/home/).

Francesco Casati: North Carolina e Kansas sono due squadre speculari, la partita si annuncia combattuta fino all'ultimo tiro, chi pensi possa vincere? Tra Arthur, Jackson, Kaun, Aldrich ovvero il reparto lunghi dei Kansas Jayhawks chi è il più adatto a limitare Hansbrough? Inoltre, in ottica NBA come vedi Rush? Alessandro Mamoli: Kansas vs North Carolina è senza dubbio la partita che la CBS è contenta di mandare in onda più di tutte le altre, soprattutto per Roy Williams che è stato per anni il coach di Kansas e con i Jayhawks non è mai riuscito a vincere il titolo, mentre con Carolina il successo alle Final 4 è arrivato nel 2005; quindi il fascino della sfida è già raccontato da questa storia. Per quanto riguarda i giocatori: Brandon Rush sembra un giocatore NBA anche se deve aumentare la sua velocità di piedi per stare in campo da numero 2 o 3. Inoltre, è anche reduce da un infortunio serio e non so che lavoro fisico possa aver fatto da quel punto di vista; chiaramente rimane il punto di riferimento delle squadra insieme a Chalmers. La partita sarà estremamente fisica, giocata a viso aperto, Kansas è reduce dalla finale del Regional contro Davidson che in maniera commovemente è riuscita a tenere gli avversari a 59 punti; con Jackson, Arthur, Rush e Chalmers il talento offensivo di Kansas è di primissimo livello, quindi McKillop coach di Davidson ha rischiato di fare il miracolo, la sua squadra ha davvero difeso bene. Mi aspetto una partita tra due squadre che si affrontano, Roy Williams non è uno che ha paura e l'ha già dimostrato nel 2005, può venire fuori anche una partita ad alto punteggio. Tutti si aspettano Hansbrough e Rush, ma credo che la differenza per Kansas la possa fare Chalmers, il quale può difendere su Lawson e gli esterni di Carolina ed è attualmente uno dei primi tre difensori sul perimetro della NCAA e può avere anche grosse chance NBA in quanto gli scout professionisti seguono particolarmente le guardie con un fisico come il suo. Per Carolina, Hansbrough non è contenibile per intensità, anche se Arthur e Jackson sono potenzialmente tutti giocatori più forti. Hansbrough oltretutto deve stare attento ai falli, perchè per Carolina non è un giocatore sostituibile e questa potrebbe essere la chiave della partita.
FC: Anche secondo te, come per alcuni addetti ai lavori, Hansbrough è sopravvalutato? AM: Dipende. Se pensi che possa essere scelto nelle prime cinque chiamate del Draft NBA allora sarebbe un giocatore sopravvalutato. Dipende sempre dalla posizione di scelta, basta prendere l'esempio di Andrea Bargnani. Il Mago probabilmente non era una prima chiamata assoluta e lo sta dimostrando anche al di fuori delle sue recenti difficoltà, però se sei scelto da numero uno a quel punto le aspettative cambiano. La giusta collocazione per Hansbrough è tra la 10 e la 15 perchè lui è un giocatore di energia che può cambiare le partite uscendo dalla panchina, un po' come fa Millsap a Utah. Però Hansbrough ha fatto la storia a Carolina, sembra un predestinato e si vede che ha qualcosa di speciale.
FC: L'altra semifinale è Memphis-UCLA, la sfide fra Rose-Westbrook e Dorsey-Love sono le più interessanti? AM: Sì. Sono due squadre che giocano un basket completamente diverso, John Calipari, coach dei Tigers, ha definito il loro sistema di gioco una “Princeton Steroid Style”. La differenza la farà Rose, anche se sulla carta UCLA ha le guardie fisicamente adatte per contenere Rose; la chiave per i Bruins sarà non far correre Memphis e se oltre a questo riescono a tenere la partita sui 50 punti probabilmente UCLA ha anche discrete chance di vincere. Inizialmente, nel mio bracket vedevo una finale Kansas-UCLA con i Bruins Campioni, durante il torneo mi hanno convinto un pelo meno e ora sono un po' più convinto dai Tigers. Però a questo livello, dove ci sono praticamente 4 squadre NBA, funziona esattamente come in NBA ed è tutta una questione di accoppiamenti. Chiaramente sotto canestro i Tigers hanno atleti che possono mettere il fisico, da Taggart a Dorsey fino a Dozier, e in una partita così, dove tutti aspettano Rose può venir fuori Douglas Roberts. Diciamo, che Memphis mi sembra aver un potenziale offensivo migliore, se i Tigers riescono a correre credo che ci siano 10-12 punti di differenza fra le due squadre.
FC: Una curiosità, secondo te, c'è la remota possibilità che Keefe possa diventare il fattore X delle finali, un po' come capitò a Toby Bailey nell'ultimo titolo di UCLA? AM: No, non penso. Credo che sia difficile perchè comunque UCLA-Memphis sono due squadre abbastanze strutturate e con troppe risorse, però non escluderei l' “underdog” di turno che viene fuori. Per esempio nella finale del Regional Kaun è stato il giocatore che non ti aspettavi, ci può stare una prova del genere ma non di più. Poi per quel che riguarda Bailey, con Edney infortunato ha dovuto fare lo squadra già forte, come è successo per esempio a Josh Howard e Tayshaun Prince. AM: Si, però attenzione che Douglas Roberts è appena stato votato primo quintetto All American ed è meno step up, come si dice in gergo.
FC: Nella sfida tra UCLA-Memphis ci sono i prospetti NBA più interessanti, Love è davvero forte è Rose è un talento di un'altra categoria, ma non pensi che Chris Douglas Roberts possa essere la classica tarda prima scelta? CDR è un giocatore educato che potrebbe essere inserito in una notato perchè è messo in ombra da Rose, il quale per esempio non è stato inserito nel quintetto All American. Douglas Roberts mi sembra meno “giocatore di basket”di Prince e Howard, comunque è molto interessante e lui potrebbe essere “The Steal Of The Draft”, poi molto dipenderà da come giocherà la Final 4 e non credo che venga scelto così basso come i mock draft dicono. Poi al Draft molto dipende da che squadra sceglie e in quale posizione. Per esempio, non mi stupirei di vedere Gallinari all'uno se i Knicks dovessero avere la prima scelta assoluta. Se Miami dovesse avere la prima chiamata Beasley sarebbe prima scelta, stesso discorso vale per Minnesota con Rose. Quindi se una squadra ha bisogno di un 3 e nella valutazione degli scout Douglas Roberts è la migliore scelta possibile, lo scelgono pure 10 posizioni prima rispetto alle previsioni.
FC: Coach Calipari ha risollevato un ateneo come Memphis, è riuscito a reclutare ogni anno i giocatori più importanti dello scenario americano: da Wagner, a Stoudemire (passato professionista saltando l'università), fino a Derrick Rose e in più, sembra che Tyreke Evans, liceale di talento sopraffino, sia deciso a giocare a Memphis l'anno prossimo. Sulla panchina di Memphis, come player development, siede Rod Strickland leggenda dei playground di New York che può essere un innesto importante per reclutare giocatori nell'area della Big Apple. Qual è il segreto di Calipari?? AM: Calipari sa convincere e ha chiaramente i contatti giusti; possiamo citare il nome di William ”Wes” Wesley. E' un personaggio che attorno all'NBA trovi dappertutto, non a caso è lo stesso uomo che era dietro al reclutamento di Wagner e di Rose. Strickland è sicuramente è un buon contatto per l'area di New York, ed è chiaro che ogni mossa è calcolata, non si fa nulla per caso, soprattutto oggi dove il reclutamento è diventata un'autentica battaglia. Calipari costruisce la squadra sapendo bene che ha Rose e che l'avrà solo per una stagione e che deve fare tutto in quell'anno, già l'annata successiva verrà organizzata in modo diverso. Non è un caso che lui abbia cambiato il suo sistema di gioco in base alle caratteristiche di Rose, che è dipinto per il sistema di gioco dei Tigers e il suo talento, fantastico, viene espresso al 110%. Il primo giocatore NBA con cui mi viene in mente un paragone è Jason Kidd, la settimana scorsa ero a cena con il General Manager di Philadelphia e con uno Scout di Miami e chiedevo se secondo loro Rose potesse giocare in un sistema a metà campo. Mi hanno detto che secondo loro può giocarci e che è un potenziale Jason Kidd del futuro, uno che vede la pallacanestro e gioca dinamico anche a metà campo.
FC: Passando al Draft NBA, ci sono almeno 5 freshman che possono essere chiamati nelle primissime posizioni, tra questi c'è pure DeAndre Jordan, pensi che lui possa essere un possibile bust? AM: Parlando con gli scout c'è chi dice di no, c'è addirittura chi afferma che possa essere un nuovo Dwight Howard. Un conto sono le potenzialità e un conto è diventarlo. Può essere un bust per quel che ha fatto vedere, però a questo livello non basta vederli giocare, devi capire questi ragazzi cosa hanno nella testa. Se ha voglia di migliorarsi e di lavorare può diventare DH, se è una testa matta diventa uno di quei giocatori con grande fisico e nient'altro. Al Draft penso che Rose e Beasley andranno all'uno e alla due, con la possibilità di alternarsi, poi Lopez che a me non piace è visto tra i primi 5, Gallinari ha buone possibilità di finire nei primi 5 e poi Eric Gordon che è visto molto bene da tutti gli scout NBA. Invece, Oj Mayo mi sembra sottovalutato, ora per via del suo carattere lo danno intorno alla decima chiamata NBA, ma secondo me Mayo può imporsi anche in NBA.
FC: Stern ha proposto l'età minima di 20 anni per entrare in NBA. Questo vuol dire 2 anni di college obbligatori. Per te quest'idea di Stern è un limite o una risorsa? AM: Secondo me è solamente una partnership tra NCAA e NBA. Stern allunga una mano al mondo del college, tanto sa che in tempi brevi i talenti dell'NCAA finiscono tra i professionisti. Prendi la Final 4 di quest'anno, ci sono giocatori come Love e Rose che avrebbero potuto tranquillamente saltare il college, invece ora ritroviamo UCLA e Memphis a sfidarsi in una gara spettacolare.
FC: Ultima domanda, secondo te i giovani talenti italiani che sono comunque sul taccuino degli scout NBA, non farebbero meglio a 19 anni a prendere ed andare in un college, piuttosto che fare panchina in Eurolega o andare in prestito a Pavia? AM: Guarda, io credo che tecnicamente per un giocatore italiano se hai un buon allenatore che ti fa giocare e allenare sia meglio, perchè credo che in Italia ci si alleni di più e con maggior profitto. Nell'NCAA ci sono ottimi allenatori, ma hanno sempre meno tempo e soprattutto hanno giocatori che sono presi per caratteristiche quasi prettamente fisiche o di talento. Quindi Rose non è uno che hai bisogno di allenarlo tanto, perchè è un giocatore di istinti e non tutti sono come Love che è tecnicamente strapulito ed educato. Ai nostri giovani farebbe bene un anno proprio a livello di impatto fisico con atleti di un certo livello. Vi faccio un esempio: al CSKA c'è un giocatore che si chiama Alexey Shved, classe 1988, che da due anni sta facendo bottega con Messina; gli ha fatto vedere un po' di campo nella preseason, nelle partite scontate e di tanto in tanto in campionato. Per un ragazzo così, fare due anni con Messina che è uno che allena veramente, è una grande opportunità: io se fossi un giocatore sceglierei 50 volte su 51 questa opzione. Però, prendi Gallinari, che è un talento strabordante ma io non vedo un singolo miglioramento fatto da lui provocato da una scelta tecnica. Vedo cambiamenti perchè Danilo ha personalità e perchè è migliorato fisicamente, ma se lui avesse fatto un anno con Messina come giocatore sarebbe migliorato anche in aspetti tecnici del gioco.

Francesco Casati
f.casati@fastwebnet.it

Forever Young

Nick Young, sedicesima scelta del draft 2007 dei Washington Wizards, è un guardia di 198 cm dotata di un talento cristallino, di un atletismo esplosivo e di un sorriso contagioso. La sua prima stagione NBA è caratterizzata da errori banali, lampi di genio e sprazzi di talento che fanno di lui uno dei prospetti più interessanti dell'intera lega. Su un campo di basket Nick ha pochi limiti, ha quel dono raro di far sembrar facile una giocata impossibile e riesce a farlo col sorriso e l'incoscienza di un ragazzo di 22 anni. Purtroppo, la vita di Nick Young è un insieme di dolore, rabbia, sofferenza e violenza che hanno portato la sua famiglia a un passo dallo sfaldarsi. Ma la sua storia è anche densa di speranza, orgoglio, amore e voglia di ricominciare. Nel 1991, a Los Angeles, Charles Jr, il fratello maggiore di Nick, viene assassinato da un membro dei Blood (gang rivale dei Crips, bande che hanno tenuto sotto scacco la città di Los Angeles per anni). Nick era sconvolto, l'altro fratello, John, non ha retto al dolore e si è chiuso in un mondo tutto suo, i genitori, invece, hanno dovuto stringere i denti, cercando aiuto in Gesù per tenere insieme una famiglia distrutta. Nick non aveva solo perso il suo fratellone; aveva smarrito la voglia di vivere e non riusciva a reagire all'urlo di dolore, a superare il ricordo di quella telefonata della polizia che invitava i suoi genitori a correre all'ospedale, non riusciva nemmeno a frequentare la scuola. La sua testa era piena di problemi, e nei corridoi del liceo vedeva ragazzi della sua età indossare bandane rosse, segno di riconoscimento dei bloods, di chi uccise suo fratello. Nick ha abbandonato 2 licei prima di trovare la forza di reagire. Ha avuto la sua seconda possibilità alla Cleveland High School, dove ha trovato in Andre Chevalier un allenatore capace di scuoterlo, e dove, aiutato dai professori del liceo, è diventato parte di un programma destinato ad aiutare i ragazzi con difficoltà di apprendimento; Nick non è stupido, ha solo bisogno di più tempo per apprendere determinati concetti. Dan Forer, giornalista con 30 anni di esperienza, ha prodotto e realizzato un film documentario sulla vita di Nick. Il progetto si chiama "Second Chance Season", e racconta la vita di Nick affrontando temi sociali importanti, con un particolare occhio di riguardo alla giustizia e alla riabilitazione. Dan Forer, regista debuttante e indipendente, già acclamato dal LA Times e dal Washington Post per la realizzazione del film, ha lavorato 4 anni ipotecando la casa per poter completare il suo lavoro. L'abbiamo raggiunto per parlare del film, di Nick e delle sue sensazioni. Ci è sembrato più giusto lasciare in inglese il suo racconto.
Francesco Casati: Dan, could you tell us about the production of the movie and about how the film was born? Dan Forer: The movie making took about four years, a little less than half million dollar and it was a long slow journey. We followed him (Nick Young) from his junior year of high school to his being drafted into the NBA.
FC: Second Chance Season is an independent movie, how did you succeed in covering the production costs? DF: We covered the production cost with private financing. The movie is going to be released most likely in theatres and then on television and then on DVD after the NCAA Final Four. Hopefully it’s going to come out here in the United States this Spring or next Fall. It will be released after the college season is done and before the NBA Playoffs begins or just prior to the start of next season.
FC: Have you been inspired by other movies? DF: Of course, we’ve been inspired by ‘Hoops Dreams’, ‘Hoosiers” and “Through the Fire.” There have been many wonderful sports movies, many documentaries that inspired us to do this film.
FC: This movie is about a true story, full of passion and pain. How did this movie change your life? DF: It changed my life and made me revaluate my feelings about the rehabilitation of young criminals. When I meet the young man who committed the crime, who murdered Nick’s brother, he wasn’t at all what I expected and it showed me what rehabilitation can do for a young person when it is handled properly.
FC: Charles Jr. was killed by a gang, which for many years controlled the city. How is the gang situation nowadays? DF: I wish I could tell you that it has changed a lot but I’m not sure that it has. I think gangs are a problem in many U.S cities and unfortunately remain a problem here in Los Angeles also.
FC: I want to know your vision about restorative justice and juvenile rehabilitation. DF: My feelings regarding restorative justice is that it can not work for all young criminals, but it can work wonderfully for those who are open to changing their lives and being rehabilitated. I have met many young people who made tragic mistakes when they were adolescents. They got into the right program with the right people, they came to understand their mistakes, and are doing everything possible to live their lives in a proper, responsible manner and want be very constructive members of society.
FC: How is Nick's career going in Washington? DF: He is loving life in the NBA. Gilbert Arenas had a knee surgery and this means that Nick has to step up quite a bit. Instead of coming along slowly, his minutes are going to double, and his production has to double. His minutes improved, his points improved and he told me that, for the first time, he feels like he belongs to the NBA. We are hoping that he will able to earn a position in the NBA All-Star Game, in the Rookie-Sophomore game. It would be wonderful to see him in the Slam Dunk Competition but that is usually reserved for veterans.
FC: Thanks to your movie, Nick can become a positive model for young people. There is much hope in your movie, which feelings give you all this? DF: I feel great about that because I believe Nick is a magnificent role model for young people. He faced many obstacles, a lot of people in his shoes would quit, but he did not. He just kept a positive attitude and kept working hard. He had to make things workout and they did. I think it is a wonderful message to be sent to young people who meet difficulties in their lives.
FC: Could you talk about Andre Chevalier, he looks like an extraordinary person. DF: He is a magnificent person. Andre Chevalier was a Division One basketball player at a school called Cal State University Northridge. He was leading score there. He is extremely tough and has high expectations for all his players. He doesn’t let them get away with too much and five of Nick’s teammates ended up earning college scholarships. I think a lot of that can be attributed to Andre.
FC: How is the situation with Young's family nowadays? DF: His brother John, who suffered severe depression following the murder is doing better, but I don’t know if he will ever be totally capable of living on his own. But, he is much better then he was two years ago when we shot the movie. The family still lives in their apartment but, in the next few months, they will move into a modest new house that Nick purchased for them. The father continues to work as a truck driver.
FC: Did Nick's father loose his faith in Jesus? DF: No, not at all.
FC: “Junior let's go out and play” are the words pronounced by Nick everytime before going out on the court. What does this ritual represent for Nick? DF: Nick and his brother were very, very close. He took Nick with him everywhere. He took him on dates. He took him bowling. He took him to the movies. And, most importantly he took him to the park every day. Nick wanted to impress his older brother and tried to be as tough as he could. When Nick lost him, he was a very big part of Nick’s life. Nick said he buried his sorrow and kept his brother alive by talking to him, especially before basketball games; he feels his brother is there for inspiration, for hope, for strength and that’s why he invites him to join him before he goes out on the court by saying, ”Junior,let's go out and play.” I think it is just the way some guys have of getting taped, trying their shoes or putting on their uniform in a certain way; it's just part of his routine to get ready and get focused. And, Nick truly thinks it helps him.
FC: You are a journalist for more than 30 years. Are you able to choose your favorite 5 players that you had the opportunity to work with? DF: Good question. OK, let's start with the number one, Magic Johnson. I think there is a lot of Magic in Nick for his personality and his smile. Number two is Larry Bird, because of his work ethic. I have never seen anybody who works harder at his game than Larry and when I used to see Nick at the park for hours he reminded me of Larry. Number three, of course, Michael Jordan. I believe he is the most competitive athlete that I had the opportunity to cover. MJ wanted the ball when the pressure was on and I think Nick is very similar to that. Nick doesn't like anybody else taking that shot when the game is on the line. In that way he is just like Michael Jordan. Number four is Byron Scott. I knew him when he was in the high school and he is very religious and extremely smooth and cool. I think Nick is similar. When there is a formal affair no one looks better than Nick. The last one, is a player of a long time ago, you probably know him better as a coach, John Wooden. John Wooden played at Purdue University and he has inspirational Words of Wisdom. Wooden combined all of his famous sayings into what he called a Pyramid of Success, and at the top of the pyramid he defines success as doing the best you can to make the most out of what you have. Unquestionably, Nick Young has done the best that he could with what he has to become a success. Those are my five favorites and I see a little of each in Nick.
Thanks Dan.

Francesco Casati
f.casati@fastwebnet.it