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Di Bartolomei e la normalità

di Carlo Tecce
E poi si fa sera. «E noi parliamo, ci confrontiamo. Mi consiglia, mi trasmette forza». La dolcezza è nei verbi coniugati al presente. I verbi che vivono. E poi alza gli occhi, non li abbassa: «C’è stato un periodo che ero arrabbiata con lui. Che mi facevo tante domande e non trovavo una risposta. Mi sono detta che dovevo cercare la felicità nelle piccole cose, per me, i miei figli e per lui». Per il capitano buono, per il ragazzo di borgata che aveva riportato lo scudetto a Roma. Che aveva sfiorato la coppa dei Campioni, che hanno mandato via. Che hanno dimenticato. Il calcio, non la gente. Perché Ago era la gente: «Ancora oggi, a quindici anni da quel giorno, la gente parla di lui come di un esempio per i giovani calciatori, un uomo vero». Quel giorno, il 30 maggio 1994, Agostino Di Bartolomei si uccise con un colpo di pistola sul terrazzo della sua villa, sul mare, a San Marco di Castellabate, in provincia di Salerno. Dieci anni prima, il 30 maggio 1984, la Roma aveva perso la coppa dei Campioni ai rigori, all’Olimpico con il Liverpool. Una terribile coincidenza. Esatto, coincidenza. Marisa De Santis è una donna che seleziona le parole, che guarda negli occhi, che non sfugge a sé stessa. La memoria di Marisa è intatta, guarda al passato per valorizzare il presente. Trent’anni fa: «Era la fine degli anni ’70. Roma era diversa, era più a misura d’uomo. Dirsi buongiorno aveva un valore. Era una festa tra amici. Mi dissero “guarda, c’è il capitano della Roma, quel famoso Di Bartolomei”. Sembrava antipatico, non brillava per favella. Pensai: lavora con i piedi! Lui ascoltava, mi chiese che lavoro facessi. Ero un’assistente di volo, una hostess. Rispose con una battuta, si aprì in un istante. Ci siamo frequentati per diversi mesi, ci siamo messi insieme e ci siamo sposati». Era un calciatore, il capitano della Roma del barone, di Nils Liedholm: «I miei mi dicevano sempre: “ok, gioca a calcio, ma che lavoro fa?”. Noi eravamo completamenti estranei al calcio, non ci capivo niente, non mi interessava. Ma vivevo con Ago e dovevo entrare nel suo mondo, che era passione, sacrificio, gioia. Andavo allo stadio. Nel gioco a zona di Liedholm, che metteva a dura prova la velocità di Agostino e che ne esaltava le qualità di combattente, rivedevo “Il gioco delle perle di vetro” di Hermann Hesse». Il pallone, i libri, la pittura: «Non frequentavamo i salotti, il generone romano. Ci piacevano le cene con gli amici, le mostre di pittura, le presentazioni di libri. A letto leggevamo molto. Ci scambiavamo i libri con gli amici. Ago era ghiotto di arte. Certo, c’erano anche le serate con la squadra, promosse da Ago perché era il capitano e ci teneva al gruppo, al rispetto, più che l’amicizia. L’amicizia tra i calciatori è impossibile, c’è troppa competizione. L’importante che ci sia rispetto. E Ago era rispettato, apprezzato dai tifosi e dall’allenatore». Tre anni, un crescendo: 1982, nasce Luca; 1983, lo scudetto; 1984, la finale di coppa dei Campioni a Roma. «La gente era sicura di vincere, sentiva quella coppa già in bacheca. I rigori hanno zittito il pubblico, i giocatori, la città. Dentro Ago aveva un dolore enorme. Non so quante notti avrà passato insonne, tante. Era un uomo che somatizzava, non riusciva a condividere il suo dolore con gli altri». Il peggio arriva con Eriksson: «Non credo che il nuovo allenatore non volesse Ago, piuttosto il presidente Dino Viola aveva previsto altre scelte e aveva progettato di vendere Ago al Milan, dove c’era Liedholm che l’avrebbe accolto a braccia aperte». E fu Milan: «Ci trasferimmo a Milano. Luca era piccolo, c’era tanta neve, faceva freddo. Avevamo nostalgia di Roma. Ago voleva chiudere la carriera a Roma». Non c’entrano le discussioni con i compagni di squadra: «Quei rigori hanno segnato tante persone, Ago s’infuriò con Falcao che non volle batterlo. Aveva un buon rapporto con Bruno Conti, meno con Ciccio Graziani, che aveva un carattere particolare». Un anno a Cesena, due alla Salernitana: «Noi venivamo a San Marco d’estate, dalla mia famiglia. Avevamo deciso di costruirci una casa sul mare e Ago voleva farsi un’altra promessa e mantenerla: portare la Salernitana in serie B, risollevare la storia di una squadra che faticava nei campi di serie C». La Salernitana in B, e Agostino si ritira: «Quando smetti non è facile ritrovare un equilibrio, fisico e psicologico. Si passa da tre ore di allenamenti al giorno a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina ogni domenica, ad un’esistenza normale. Sembrerà una sciocchezza, ma credo che uno psicologo, qualcuno che stia vicino a chi smette di giocare sia necessario. Perché è dura». Senza riconoscenza, durissima: «Ago voleva allenare i bambini, farli crescere senza ingannarli. Sbaglia chi si fida troppo del calcio, che è finto, che fa male. Voleva dare l’esempio: non con le parole, che non sapeva e voleva maneggiare, con il comportamento». Nessuna chiamata dalla Roma: «E oltre ad uno studio assicurativo a Salerno, aprì una scuola calcio a San Marco. Era deluso dagli altri. Ma era felice». Il 29 maggio: «Cena con gli amici, un salto al mare. Luca sulle spalle di papà. Normale. Non me l’aspettavo, non era da lui. Non cerco spiegazioni. Anche se il gesto è stato improvviso, una debolezza che poteva superare, avesse scelto un altro modo per sopportare quel senso di debolezza». Con la pistola, non si può. Non si può rimediare. Il dopo. «Avevo bisogno di coccole, di una tata. Mi sono ripresa. Nella villa ospito amici e gente selezionata, sette stanze, prima colazione. Faccio l’alberghiera! Qui c’è la quiete, sente il mare? La gente viene da Roma e da fuori per rilassarsi. E quando vado a Roma, a trovare mio figlio Luca, avvocato, che per fortuna non aveva le doti per fare il calciatore, rientro nello smog, nel traffico, nella vita veloce». L’erede, Francesco Totti: «E’ venuto qui, nel ’95, per un torneo di calcio giovanile. Gli dissi: “Sarai il capitano della Roma”. E’ un bravissimo giocatore, un uomo educato e corretto, uno splendido padre”.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: l'Unità di sabato 30 maggio 2009)

Mameli non fa notizia

di Carlo Tecce
L’informazione italiana funziona così bene che siamo preparatissimi sulla Spagna e ignari sui fatti nostrani. Mercoledì sera all’Olimpico per la finale coppa Italia, l’inno di Mameli, suonato con titubanza dalla banda dei Carabinieri, è stato accolto con cori infarciti di parolacce, fischi cavernicoli, indifferenza tra le due curve e le due tribune: dell’inno interessava a pochi, le urla servivano ai tifosi di Lazio e Sampdoria per insultarsi, e la presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interessava ancora meno. Non giocava la Nazionale, non c’era il cambio della guardia al Quirinale, e l’inno era solo un fastidio, un minuetto nemmeno orecchiabile che interrompeva l’orgasmo adrenalinico. Non l’hanno cantato, non l’hanno fischiato, l’hanno semplicemente ignorato. L’avrà notato qualcuno, tra i duecento giornalisti accreditati? L’avrà scritto qualcuno, tra inviati speciali e opinionisti? Nessuno. E con una scusante: le agenzie di stampa hanno taciuto. Guai a fornire una notizia in esclusiva, vista da settantamila spettatori allo stadio e altri otto milioni alla televisione. Chi può prendersi una simile responsabilità? Quelli che farebbero infuriare Vittorio Alfieri, quelli della “genuflessioncella d’uso”, preoccupati del flessore e delle treccine, ormai esperti di rotula, tendini e malleolo. A Valencia per la coppa del Re, per il derby dell’irredentismo tra Atletico Bilbao e Barcellona, sua maestà Juan Carlos e l’inno vengono accompagnati dai fischi, possenti e unanimi: volontari, indirizzati alla Spagna, diversi e più gravi rispetto a quelli della coppetta italiana, ma erano prevedibili e quasi scontati. I giornali italiani offrono una pagina ciascuno alla «plateale manifestazione di dissenso» (Corriere della Sera). La domanda: perché il fatto, anzi il fattino o fatticino dell’Olimpico è stato trascurato? Vi offriamo tre plausibili risposte, scegliete voi.
A) In tribuna c’erano solo giornalisti sportivi e i giornalisti sportivi, che si fanno chiamare “testimoni oculari”, non sono veri e propri giornalisti, non osano spingersi oltre il fuorigioco.
B) I giornalisti sportivi erano impegnati a tifare per le rispettive squadre, con o senza sciarpa al collo.
C) Perché creare casini (il presidente Napolitano, l’inno, l’educazione del calcio) a mezzanotte e con i ristoranti che stanno per chiudere.
Ps. Aiutino: una prima firma di un primissimo quotidiano italiano, e le nostre orecchie possono fungere da testimoni uditivi se non proprio oculari, aveva paura di lasciare lo stadio perché in strada c’erano ancora dei tifosi della Sampdoria. «Dobbiamo nascondere il taccuino!». Che uomo impavido.
Carlo Tecce
(per gentile concessione dell'autore)

Quarant'anni e sentirli

di Carlo Tecce
Quarant’anni, un mucchio di polvere. Marzia Nannipieri ci soffia su, ogni mese di marzo, soffocata dal peso di un’esistenza in cerca di una verità che interessava a pochi, o forse a nessuno. Era una ragazza di 23 anni, con due bambini di 4 e 6. Era l’unica che non sapeva e la sola che sospettava, testimone di un omicidio in corso o di una disgrazia che, se davvero disgrazia era, non si poteva evitare. C’era lei e c’erano i suoi figli, quarant’anni fa, quando Giuliano Taccola, attaccante della Roma, moriva nello spogliatoio Amsicora di Cagliari. Ci sono loro, adesso.
Taccola aveva 25 anni, correva i cento metri in undici secondi, era un toscano tosto di un metro e ottanta, aveva battuto i tacchetti sui campetti in polvere e si faceva raccontare da immagini in bianco e nero e dal gracchiare delle radio. Erano gli anni 60, quelli più turbolenti, quelli che guardano ai 70. Alla deregulation nel calcio e nell’economia. Era un manovale del gol, per l’epoca. Dalla serie D alla promozione in A con il Genoa, poi la Roma: dove il manovale, come succede nella capitale, diventa principe. Scrivevano, allora: «Taccola è un ragazzo tranquillo, un professionista serio che evita accuratamente la pubblicità. E’ l’antidivo per eccellenza».
Era bravo, era forte: 10 reti nel campionato 1967/68, altre 7 nel successivo lasciato a metà. Lasciato per sempre. La stagione con Helenio Herrera, l’ex mago dell’Inter sulla panchina della Roma. L’anno 1969 inizia con influenze improvvise e insistenti, un problema cardiaco, l’operazione alla tonsille, una bronchite, addirittura una polmonite. Confusione, tanta confusione. Taccola si stava spegnendo, lentamente. Herrera lo voleva in campo, litigava con i medici, rifiutava le diagnosi e criticava le cure. Due settimane prima della trasferta di Cagliari, contro la Sampdoria, Taccola si fa male al malleolo. Recupero lampo, viene convocato per Cagliari: sta male di notte, va in tribuna. A fine partite, scende negli spogliatoi per festeggiare con i compagni, abbraccia e bacia tutti: cinque minuti e si accascia distrutto, intervengono i medici, muore. Questi sono i fatti che da quarant’anni tormentano la signora Marzia, che nessuno ha mai accertato, che nessun tribunale ha verificato. L’inchiesta viene aperta e chiusa in pochi giorni. La perizia medico legale viene consegnata alla moglie nel ’95, con 26 anni di ritardo. Marzia e la figlia subiscono due sfratti, a ogni sfratto coincide un contributo della Lega e della Figc. Un comodo lavaggio di coscienza. Marzia va dal pm Guariniello e il marito viene inserito in un processo che non conosce sentenza; tra i martiri del pallone, ammazzati dalla Sla e dai tumori, dalla fretta di guarire e dall’ansia, da parte di chi li allenava, di vincere. Come Bruno Beatrice e i raggi Roentgen. Come Fulvio Bernardini, che aveva segnalato Taccola alla Roma, e che apre, suo malgrado, la lunga lista dei morti nel calcio per la Sclerosi laterale amiotrofica. Soltanto nel 2005, quando Marzia è ormai anziana e i figli sono adulti, Giacomo Losi, il «core de Roma», ritorna nel ventre dello stadio Amsicora: «Giuliano era stato da poco operato per una tonsillite e dopo l'operazione, in genere dopo ogni allenamento, gli si alzava la febbre, così gli facevano un'iniezione e stava meglio. Il chirurgo che lo operò alle tonsille gli proibì di prendere certe sostanze, sembra per disfunzioni cardiache. Dopo la partita scese negli spogliatoi per festeggiare con la squadra. Diceva: "Mi sento male, mi gira la testa". Così l'hanno sdraiato sul lettino e gli hanno fatto la solita iniezione. Appena gli hanno messo l'ago, ha fatto alcuni sobbalzi e non si è più mosso. L'hanno lasciato lì. Herrera disse ai giocatori "Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più niente. Mercoledì abbiamo un'altra partita"». Quarant’anni, nessuna verità, nessun colpevole.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: l'Unità di ieri)

Vocabolario minimo

di Carlo Tecce
ASCENSORE: con porta scorrevole e senza gettoniera, si nasconde in mezzo all’area di rigore e viene utilizzato, dai giocatori più alti, per raggiungere un numero imprecisato di piani. E’ spesso frequentato da Materazzi, Amauri e Ambrosini.
BORDOCAMPISTA: persona, uomo o donna, con microfono e auricolare, che resta in piedi per l’intera partita a pochi metri da una panchina. Dotato di eccellente udito e di invidiabile paraculaggine, il bordocampista, cresciuto ingurgitando i gialli di Edgar Allan Poe e di Arthur Conan Doyle, riesce a trasformare un bisbiglio e un ammiccamento in una trama che appassiona e incuriosisce il telespettatore.
CASHMERE: cresce sui piedi dei calciatori più tecnici, non appassisce e non necessita cure né annaffiature. Può essere confuso con la peluria che, al contrario, abbonda sui centrocampisti rudi alla Gattuso.
DRITTO per DRITTO: direzione del pallone allo scoccare del tiro. Forma di perfezione, più complessa e precisa del "tiro dritto". Ha incuriosito matematici e fisici, persino teologi, poiché potrebbe condurre all’infinito e a dio.
ESTERNO: bazzica le periferie del campo, corre sulla linea del fallo laterale. Solo, affannato, emarginato. Attira le simpatie degli spettatori che, avendolo a tiro, possono urlargli e lanciargli qualsiasi cosa. Soffre la vicinanza con la panchina e il rapporto intimo e incessante con l’allenatore. Finge di esser sordo, distratto o troppo impegnato.
FLUIDIFICANTE: è il terzino moderno che, a mo’ di colluttorio e anticongestionante, si spinge oltre il centrocampo e stordisce i difensori avversari. Quando la partita è immobile e pastosa, l’allenatore perspicace può inserire un terzino o un centrocampista per "fluidificare", ovvero liberare il campo.
GARAGE: luogo truce e oscuro, rischioso da raggiungere, rievoca le buche dei vietcong. Lì si celano i presidenti e i vip che, dopo ore di logorante attesa, tra gas di scarico e lampeggianti, vengono scovati da coraggiosi giornalisti opportunamente equipaggiati con bombole d’ossigeno, funi e piccone, integratori alimentari, torce e radar.
HARD: da non confondere con hardware, hard disk e hard core. Aggettivo importato dall’inglese, prossima frontiera del calcio italiano, per indicare una partita: più dura del duro, più tosta del tosto (vedi dritto per dritto). Si può accompagnare al match, in notturna diviene "hard match in the night". Posticipo da non perdere.
IMPORTANTE: qualsiasi evento, azione, accadimento o personaggio che abbia un nesso con il calcio. C’è sempre un "tiro importante" in una "partita importante" con una "prestazione importante" di un "giocatore importante". Due sono i sinonimi diretti di "importante": superfluo o inutile.
LUCE: fenomeno paranormale che, come a miracol mostrar, si manifesta nelle moviole per lo studio del fuorigioco. La luce è portatrice di correttezza e regolarità: al passaggio del compagno, se c’è luce tra l’attaccante e il difensore, l’azione è valida e l’arbitro non deve intervenire. Se non c’è luce e l’attaccante segna ugualmente, sarà maledetto in eterno (e con egli, l’arbitro, i guardalinee e le rispettive mogli).
MANOVRA: più limpida di una "manovra di governo" e meno rischiosa di una "manovra su strada" (in particolare se contromano), la manovra di una squadra è orchestrata da più teste e più piedi. Può essere ariosa, così tanto da provocare agorafobia nell’avversario, cioè la paura degli spazi aperti. Può essere stringente, prendere ai fianchi e alla gola, allora sarà un guaio per i claustrofobici.
NASCONDINO: momento ludico e strategico della partita, quando la squadra che vince si fa furba e nasconde il pallone. Si corre di meno, si passa di più, si tergiversa. Ha sollevato la "melina", più anarchica e colta, dal trentennale servizio.
ORGOGLIO: sentimento democratico e trasversale, ultimo appiglio per una squadra in difficoltà. Spiritualisti e nobili d’animo, ogni gruppo e ogni calciatore è animato da orgoglio. Che può declinarsi in "orgoglioso": orgoglioso di "vestire questi colori", orgoglioso di "giocare con quel compagno". Quando il presidente annuncia uno "scatto d’orgoglio" dei suoi, siamo in odor di rivoluzione o dei cavalieri dell’apocalisse. Della fine del mondo.
PROFONDITA’: punto di estremo godimento per un allenatore che predilige il gioco sulle fasce. La profondità è un mistero che gira di squadra e squadra, e di campionato in campionato: non si raggiunge mai, però è sempre lì che, prona, si fa "attaccare" oppure "aggredire". "Andare in profondità" è il giuramento che, con trasporto, dovrebbe declamare chiunque voglia giocare da terzino o esterno.
QUESTURA: luogo di ritrovo e aggregazione per i tifosi dell’una e dell’altra squadra che, se allo stadio sono divisi dalle gabbie, qui possono incontrarsi e familiarizzare in attesa dell’identificazione.
RESISTENZA: l’ora solenne della chiamata, della compattezza e della protezione. Nei minuti finali, in vantaggio di una rete, la squadra intera deve fare resistenza: buttarsi a terra appena sfiorati, piangere dal dolore per un contrasto, spedire il pallone in tribuna. La resistenza è più snob e apprezzata del vecchio e pensionato catenaccio.
SINISTRO: a rischio estinzione per la sua risonanza politica. Viene spesso lasciato in panchina per il più elegante "mancino". La fascia sinistra, opposta alla fascia destra equidistante dal centro, ormai è la fascia mancina. Il tiro di sinistro è un mancino. I calciatori non scelgono più di parteggiare per il sinistro o la sinistra, sono duttili, loro, e si dichiarano "ambidestri".
TRAFFICO: arriva all’improvviso, a centrocampo come davanti al povero portiere che, circondato, deve alzare le mani. Nel traffico sgusciano via i giocatori di talento, rapidi e bassi. Sfuggono ai controllo come auto di nuova generazione, euro 4 o euro 5. Nel pantano, fermi, restano i più pesanti e farraginosi incontristi e difensori.
UNGHIE: accessorio femminile che i giocatori più maschi, all’occorrenza, sanno brandire come un’arma. Con le unghie si può vincere e pareggiare, ma sono fondamentali per raschiare il barile.
VALVOLA: è il punto G del pallone, un minuscolo foro coperto di gomma, una particella sensibile che provoca torsioni nell’area e in prossimità del portiere. Del Piero e Pirlo cercano il punto G nel calciare le punizioni e, quando ci riescono, state sicuri che faranno gol. Per la disperazione del portiere, vittima incosciente di un’esplosione ormonale del pallone, servo di colui che l’ha eccitato.
ZOOM: ossessione dei registi e dei moviolisti, tormento dei telespettatori. Dall’alto al basso, un vuoto allo stomaco: si zooma sullo zigomo e sulla coscia. Si zooma ovunque.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: l'Unità di ieri)

Tanta fiducia nel Brescia

di Carlo Tecce
Martedì sera, turno infrasettimanale, serie B. Un giorno prima della coppa Uefa, sette dagli ottavi della Champions. Una partita anonima con risultato prevedibile, quote modeste e abbordabili. Nella complessità della serie B, sempre sgusciante per gli allibratori, Brescia-Ancona era un evento chiaro e poco interessante. Eppure, senza distinzioni di agenzie, le società di scommesse hanno registrato importi eccessivi sulla vittoria dei lombardi, sull'1 finale (pagato mediamente 1,65) e sull'1/1 primo e secondo tempo. La quota sull'1 è drasticamente scesa nel pomeriggio, sino all'appiattimento totale, sotto l'1,50; poi alcune agenzie hanno bloccato le puntate sulle scommesse collaterali: gol/nogol, pari/dispari, handicap. Una squadra di vertice, che aveva racimolato un pareggio in tre turni, contro una squadra di media classifica dal pessimo rendimento esterno. Brescia-Ancona è la classica partita che può farti saltare una bolletta, che contribuisce poco alla vincita. E' un rischio da non correre. L'hanno corso, convinti, gli scommettitori che su Betfair hanno giocato 500mila euro sull'1. Una sproporzione enorme rispetto agli altri dieci incontri della serata. Una società che opera solo su internet, per l'1 del Brescia, ha ricevuto 50mila euro contro i 7mila per Rimini-Piacenza, seconda per numero di scommesse. Brescia-Ancona, sul campo, è stato un secco 3-0, senza patemi, con le reti ben distribuite e tutt'altro che sofferte: 11 angoli a 1 per la squadra di Sonetti, gol annullato a Tognozzi al 12', traversa e poi vantaggio di Okaka al 32', raddoppia Tognozzi al 72', chiude Baronio all'86'. La strana fiducia degli scommettitori nel Brescia arriva a sette giorni dalle lettere minatorie ai portieri di Empoli, Treviso, Ascoli e Piacenza e alla conseguente inchiesta della Procura Federale. Si teme per le scommesse, quelle illegali. Come gli anni 80. Quando dalle lettere si passò al primo scandalo del calcio italiano.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: L'Unità di oggi)