di Daniele Vecchi
La "Wendy's Offer", presso la catena di fast food americana Wendy's, consisteva nel presentarsi al botteghino dello Shea Stadium a Flushing, Queens, NY nelle partite indicate come "arancio" nella schedule annuale, ed avere due biglietti al prezzo di uno. Ovviamente le partite arancio erano le meno costose della stagione, e altrettanto ovviamente erano anche le meno interessanti della stagione, quelle che incidentalmente avrebbero fatto in modo che il gigantesco Shea Stadium sembrasse ancora più vuoto di quanto di solito sembrava.
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Spirito olimpico senza Coni
di Daniele Vecchi
Il Tchoukball è uno sport di squadra che combina elementi di pelota basca e pallamano ed è nato in Svizzera verso la fine degli anni sessanta da un'idea del professor Hermann Brandt. Al congresso della Federazione Internazionale di Educazione Fisica del 1971 Brandt presentò il suo lavoro che parlava della invenzione del Tchoukball come uno "studio critico e scientifico degli sport di squadra".
Il Tchoukball è uno sport di squadra che combina elementi di pelota basca e pallamano ed è nato in Svizzera verso la fine degli anni sessanta da un'idea del professor Hermann Brandt. Al congresso della Federazione Internazionale di Educazione Fisica del 1971 Brandt presentò il suo lavoro che parlava della invenzione del Tchoukball come uno "studio critico e scientifico degli sport di squadra".
Odiato e non rispettato
di Daniele Vecchi
Differenze. Un giocatore odiato e rispettato, Michael Jordan. Un giocatore odiato ma non (ancora) rispettato, LeBron James. Ritorna a giocare nella sua Cleveland, e il coro più carino che gli ex-devoti gli riservano è "Scot-Tie-Pip-Pen!!", per sottolineare il fatto che, anche in caso di una sua vittoria con gli Heat, sarà per sempre il secondo violino (il primo ovviamente sarebbe stato Dwyane Wade).
Differenze. Un giocatore odiato e rispettato, Michael Jordan. Un giocatore odiato ma non (ancora) rispettato, LeBron James. Ritorna a giocare nella sua Cleveland, e il coro più carino che gli ex-devoti gli riservano è "Scot-Tie-Pip-Pen!!", per sottolineare il fatto che, anche in caso di una sua vittoria con gli Heat, sarà per sempre il secondo violino (il primo ovviamente sarebbe stato Dwyane Wade).
Valli a capire
Ettore Messina è forse il miglior allenatore europeo e di certo tra i più tecnico-psicologicamente preparati di tutto il lotto mondiale, NBA compresa. Molti sono gli allenatori che si ispirano apertamente alla sua filosofia di lavoro, basti pensare che Mike Brown, allenatore dei Cleveland Cavaliers e "gestore" della più grande arma cestistico-mediatica che la NBA fornisce al mondo globale, ovvero LeBron James, ha speso parte del suo prezioso tempo estivo per confrontarsi (e per imparare) con Messina in quel di Bormio.
Una delle più riuscite espressioni della mentalità decisa e vincente di Ettore Messina è coach Giorgio Valli, allenatore della capolista di Legadue Carife Ferrara, discepolo dell'allenatore del Cska quando era in V Nera alla Virtus, e con un approccio alla espressione cestistico mentale della propria squadra sempre al massimo, sempre alla ricerca del limite dei propri giocatori. Chiarissimo esempio della mentalità tesa alla vittoria di coach Valli sono le famigerate partitelle del giovedì sera, dove, al termine dell'allenamento della Carife, alcuni privilegiati giornalisti del circondario sono spesso invitati a fare una partita contro (o talvolta a squadre miste) lo staff tecnico del Basket Club Estense. E qui esce fuori il vero spirito competitivo di Giorgio Valli. Vincere, non esiste niente altro, ad ogni costo, molto oltre il proprio limite fisico e psicologico, lottando e combattendo fino all'ultimo, fino all'esaurimento delle proprio risorse, fino a cadere stramati al suolo. Ovviamente i giornalisti conoscono la attitudine e l'approccio alla competizione di coach Valli, e ogni volta che si mettono i pantaloncini sanno cosa aspettarsi, sanno che sul parquet del Palasport di Piazzale Atleti Azzurri d'Italia sputeranno sangue. Any given thursday.
I protagonisti di queste sfide all'ultimo sangue sono di solito i componenti del coaching staff della Carife, coach Giorgio Valli, gli assistenti Alberto Morea e Alberto Serravalli, gli allenatori delle giovanili Franco Parigi e Alessandro Cerioli (coetaneo di chi vi scrive e "rivale" nei playground ferraresi e nelle sfide scolastiche tra "Itip Carpeggiani" e "Istituto Einaudi", non esattamente Oak Hill Academy contro St.Vincent St.Mary, ma sempre sfide ad alto tasso agonistico...) e qualche cane sciolto occasionale. Dalla altra parte c'è la fisicamente limitata ma estremamente agguerrita squadra dei giornalisti, ci sono, assieme al sottoscritto (non sempre presente), Mauro Cavina di Superbasket-La Nuova Ferrara-Telestense, Dario Salvadego di Telestense, Mauro Paterlini del Resto del Carlino, lo speaker delle partite Carife Michele De Palo, e anche da questa parte qualche cane sciolto occasionale.
Spesso sotto gli occhi esterrefatti/divertiti di Andre Collins e di altri giocatori Carife, le partite cominciano con i migliori intenti, onde affievolirsi tristemente dopo pochi possessi a causa della scarsa preparazione fisica della squadra giornalistica. A questo punto rimangono solo grande egoismo (tutti appena prendono palla tirano) e grandi duelli individuali, tra cui il più acceso e sentito è sicuramente quello tra coach Valli e Mauro Cavina, incidentalmente il giornalista più preparato fisicamente di tutto il lotto. Tra i due il duello è all'ultimo sangue, senza mezzi termini. Trash talking, spintoni, colpi proibiti, aggressività e agonismo alle stelle, una partita nella partita che bene o male finisce sempre in parità. Qui viene fuori l'incredibile e immenso spirito competitivo di coach Valli, che non molla la vittoria neanche contro i disastrati giornalisti e contro il suo specchio Mauro Cavina. In questo momento la Carife Ferrara è la squadra più in forma della Lega Due, e uno dei motivi non può che essere la grande dedizione e preparazione tecnico-psicologica del suo allenatore. L'abbiamo sperimentata.
Daniele Vecchi
pedrovecchi@libero.it
Una delle più riuscite espressioni della mentalità decisa e vincente di Ettore Messina è coach Giorgio Valli, allenatore della capolista di Legadue Carife Ferrara, discepolo dell'allenatore del Cska quando era in V Nera alla Virtus, e con un approccio alla espressione cestistico mentale della propria squadra sempre al massimo, sempre alla ricerca del limite dei propri giocatori. Chiarissimo esempio della mentalità tesa alla vittoria di coach Valli sono le famigerate partitelle del giovedì sera, dove, al termine dell'allenamento della Carife, alcuni privilegiati giornalisti del circondario sono spesso invitati a fare una partita contro (o talvolta a squadre miste) lo staff tecnico del Basket Club Estense. E qui esce fuori il vero spirito competitivo di Giorgio Valli. Vincere, non esiste niente altro, ad ogni costo, molto oltre il proprio limite fisico e psicologico, lottando e combattendo fino all'ultimo, fino all'esaurimento delle proprio risorse, fino a cadere stramati al suolo. Ovviamente i giornalisti conoscono la attitudine e l'approccio alla competizione di coach Valli, e ogni volta che si mettono i pantaloncini sanno cosa aspettarsi, sanno che sul parquet del Palasport di Piazzale Atleti Azzurri d'Italia sputeranno sangue. Any given thursday.
I protagonisti di queste sfide all'ultimo sangue sono di solito i componenti del coaching staff della Carife, coach Giorgio Valli, gli assistenti Alberto Morea e Alberto Serravalli, gli allenatori delle giovanili Franco Parigi e Alessandro Cerioli (coetaneo di chi vi scrive e "rivale" nei playground ferraresi e nelle sfide scolastiche tra "Itip Carpeggiani" e "Istituto Einaudi", non esattamente Oak Hill Academy contro St.Vincent St.Mary, ma sempre sfide ad alto tasso agonistico...) e qualche cane sciolto occasionale. Dalla altra parte c'è la fisicamente limitata ma estremamente agguerrita squadra dei giornalisti, ci sono, assieme al sottoscritto (non sempre presente), Mauro Cavina di Superbasket-La Nuova Ferrara-Telestense, Dario Salvadego di Telestense, Mauro Paterlini del Resto del Carlino, lo speaker delle partite Carife Michele De Palo, e anche da questa parte qualche cane sciolto occasionale.
Spesso sotto gli occhi esterrefatti/divertiti di Andre Collins e di altri giocatori Carife, le partite cominciano con i migliori intenti, onde affievolirsi tristemente dopo pochi possessi a causa della scarsa preparazione fisica della squadra giornalistica. A questo punto rimangono solo grande egoismo (tutti appena prendono palla tirano) e grandi duelli individuali, tra cui il più acceso e sentito è sicuramente quello tra coach Valli e Mauro Cavina, incidentalmente il giornalista più preparato fisicamente di tutto il lotto. Tra i due il duello è all'ultimo sangue, senza mezzi termini. Trash talking, spintoni, colpi proibiti, aggressività e agonismo alle stelle, una partita nella partita che bene o male finisce sempre in parità. Qui viene fuori l'incredibile e immenso spirito competitivo di coach Valli, che non molla la vittoria neanche contro i disastrati giornalisti e contro il suo specchio Mauro Cavina. In questo momento la Carife Ferrara è la squadra più in forma della Lega Due, e uno dei motivi non può che essere la grande dedizione e preparazione tecnico-psicologica del suo allenatore. L'abbiamo sperimentata.
Daniele Vecchi
pedrovecchi@libero.it
Venticinque anni e sentirli
Tornare a notte fonda da un lungo e tormentato viaggio, distendersi sul divano di casa, guardarsi Gara Due delle Eastern Conference Semi-Finals del 1983 tra Philadelphia 76ers e New York Knicks: una cosa meravigliosa. I Sixers di quell’anno erano letteralmente imbattibili, 65 vinte e 17 perse in regular season, e la famosa previsione di Moses Malone (a sinistra nella foto, insieme a Doctor J), “Fo’fo’fo’” nei playoff, ovvero un pronostico di tre series fino al titolo vinte dai Sixers per 4-0. In quella Gara Due delle East Semi-Finals allo Spectrum (vecchio impianto a Pattison, ora sovrastato da Wachovia Center, Citizens Bank Ballpark e Lincoln Financial Field, ma ancora funzionante), per due quarti si sono visti dei grandissimi Knicks, con un esplosivo Bernard King, due veloci guardie come Rory Sparrow e Trent Tucker, e una granitica front line composta da Marvin Webster, Bill Cartwright e il durissimo Truck Robinson, un irremovibile power forward di 2.05 grande rimbalzista e tecnicamente discretamente dotato. Poi nel terzo quarto, sul 64-53 per i Knicks, un parziale di 13-0 per i Sixers, con in campo tre panchinari come Clint Richardson, Frankie Edwards e Clemon Johnson, a fianco di Maurice Cheeks e Moses Malone, entrambi dominatori incontrastati del quarto quarto, che ha portato Philadelphia alla vittoria finale per 98-91, tra il tripudio della folla dello Spectrum che godeva anche della contemporanea sconfitta 95-116 dei Boston Celtics a Milwaukee. Assoluti protagonisti della gara sono stati comunque i due arbitri, impareggiabili Darell Garretson (padre di Ron, attuale arbitro NBA) e Joey Crawford, quest’ultimo (nato a Philadelphia e ad arbitrare i Sixers…strano, ma la NBA è anche questa) con una quasi folta capigliatura e un figurino fisico insospettato, soprattutto per chi è stato abituato a vederlo negli ultimi anni. Esilaranti i siparietti tra Crawford e Hubie Brown (con una spettacolare giacca azzurra e la immancabile – per quel periodo - ricciola permanente, “copiata” anche dal suo assistente e discepolo, Mike Fratello), allenatore dei Knicks, che si è persino lasciato “sfuggire” un dito medio nei confronti di un evidentemente maleducato tifoso dei Sixers. Guardando questo tipo di gare ci si rende conto della abissale differenza tra il basket di oggi e quello anche solo di 25 anni fa, quando la Lega stava cominciando a decollare a livello di immagine e di mercato globale. Pochissime erano le soluzioni per il tiro da tre punti e il contropiede era fulmineo, un po’ per tutte le squadre. Allo stesso tempo il gioco sotto canestro sembrava essere di gran lunga più duro e tosto di quello di oggi, le difese sui lunghi e il gioco in post basso erano caratterizzati da una incredibile fisicità. Chiaro che a quel tempo la difesa a zona era proibita e anche vista come segnale di codardaggine, ma l’impressione è comunque che il gioco di allora fosse più duro e puro. Nessuna nostalgia o dietrologia, solo appassionate constatazioni da divano su un gioco che continua rimanere meraviglioso, 25 anni fa come oggi.
Daniele Vecchi
pedrovecchi@libero.it
Daniele Vecchi
pedrovecchi@libero.it
Vivere con Jordan
Il tempo di lettura delle 120 pagine di questo ottimo cidilibro di Max Tozzi è molto facile da calcolare: New York-Philadelphia andata e ritorno, comprensivo di subway Arancio Broad Line fino al Wachovia Center e di ritorno a Chinatown per il pullman, una lettura fluida e super scorrevole, intervallata solamente da un altrettanto piacevole passatempo, la partita Philadelphia 76ers-New Jersey Nets, 90-91 dopo un tempo supplementare. Smetti di Essere Felice, cidilibro con romanzo e cd annesso, con brani suonati dai Cinemavolta, la ottima band dell'autore Max Tozzi, è una produzione NoReply, casa editrice dedita a crossover e contaminazioni artistiche di interessante fattura.
Il romanzo racconta la vita di un ragazzo come tutti, grande appassionato di basket che cerca di sopravvivere nella giungla della propria vita divisa tra campagna e metropoli, sempre alla ricerca di qualcosa e allo stesso tempo sempre in fuga da se stesso. Premesso che il modo di scrivere e l'esprimere i sentimenti e gli stati d'animo dei personaggi sono ultrafrizzanti e molto divertenti, le entusiasmanti particolarità di 'Smetti di Essere Felice' sono due: l'epoca, gli anni novanta, ovvero anni che sono corsi via senza salutare e che ci hanno abbandonato alla definitiva era della tecnologia e della velocità della comunicazione, ma che ci hanno lasciato una miriade di sensazioni e ricordi impossibili da cancellare. L'altra esaltante caratteristica del romanzo è la tempistica di quegli anni scanditi con il basket, con un folle amore per la palla a spicchi arancio.
Il personaggio Rico Manenti (e sicuramente anche l'autore...) trasuda passione per il basket, sia nostrano, con le Red Shoes della Olimpia Milano sempre nel cuore del protagonista e anche di chi scrive, sia oltre oceano, con spezzoni di racconti di vari Anelli NBA vinti dai Chicago Bulls di Michael Jordan, e con la minuziosa descrizione di ogni dettaglio della vita di Rico intrisa di basket fino al midollo: John Stockton, Jerry Reinsdorf, Ugo Francica Nava e Nba Action, Dennis Rodman, Spud Webb, il sorriso di Magic, e altre decine di piccoli elementi che fanno capire, nel modo più profondo e sensibile possibile l'amore del protagonista per il gioco. Non per nulla le prefazioni del romanzo, molto ben fatte, sono di Sasha Djordjevic e di Davide Pessina, due personaggi chiave della storia del basket europeo degli anni Novanta, mentre il cd dei Cinemavolta in contaminazione allegata si presenta chiaramente come un pallone da basket. Più chiaro di così...
Sicuramente da lodare la bravura di Max Tozzi e dei Cinemavolta nel fotografare alla perfezione, con musica e parole, un pezzo del nostro tempo passato e molto più presente di quanto ci rendiamo conto, e atrettanto da lodare sono le produzioni editoriali della NoReply, capace di proporre prodotti di alta qualità con originalità, esulando (finalmente!) dai soliti clichè della nostra editoria che, in qualsiasi campo, influenzano e soffocano sempre più la sperimentazione e la creatività.
Daniele Vecchi
pedrovecchi@libero.it
Il romanzo racconta la vita di un ragazzo come tutti, grande appassionato di basket che cerca di sopravvivere nella giungla della propria vita divisa tra campagna e metropoli, sempre alla ricerca di qualcosa e allo stesso tempo sempre in fuga da se stesso. Premesso che il modo di scrivere e l'esprimere i sentimenti e gli stati d'animo dei personaggi sono ultrafrizzanti e molto divertenti, le entusiasmanti particolarità di 'Smetti di Essere Felice' sono due: l'epoca, gli anni novanta, ovvero anni che sono corsi via senza salutare e che ci hanno abbandonato alla definitiva era della tecnologia e della velocità della comunicazione, ma che ci hanno lasciato una miriade di sensazioni e ricordi impossibili da cancellare. L'altra esaltante caratteristica del romanzo è la tempistica di quegli anni scanditi con il basket, con un folle amore per la palla a spicchi arancio.
Il personaggio Rico Manenti (e sicuramente anche l'autore...) trasuda passione per il basket, sia nostrano, con le Red Shoes della Olimpia Milano sempre nel cuore del protagonista e anche di chi scrive, sia oltre oceano, con spezzoni di racconti di vari Anelli NBA vinti dai Chicago Bulls di Michael Jordan, e con la minuziosa descrizione di ogni dettaglio della vita di Rico intrisa di basket fino al midollo: John Stockton, Jerry Reinsdorf, Ugo Francica Nava e Nba Action, Dennis Rodman, Spud Webb, il sorriso di Magic, e altre decine di piccoli elementi che fanno capire, nel modo più profondo e sensibile possibile l'amore del protagonista per il gioco. Non per nulla le prefazioni del romanzo, molto ben fatte, sono di Sasha Djordjevic e di Davide Pessina, due personaggi chiave della storia del basket europeo degli anni Novanta, mentre il cd dei Cinemavolta in contaminazione allegata si presenta chiaramente come un pallone da basket. Più chiaro di così...
Sicuramente da lodare la bravura di Max Tozzi e dei Cinemavolta nel fotografare alla perfezione, con musica e parole, un pezzo del nostro tempo passato e molto più presente di quanto ci rendiamo conto, e atrettanto da lodare sono le produzioni editoriali della NoReply, capace di proporre prodotti di alta qualità con originalità, esulando (finalmente!) dai soliti clichè della nostra editoria che, in qualsiasi campo, influenzano e soffocano sempre più la sperimentazione e la creatività.
Daniele Vecchi
pedrovecchi@libero.it
Sulle tracce del Most Dominant Ever
Wilt Chamberlain è una delle icone più incontrovertibili e leggendarie del basket mondiale. Il centro più dominante di sempre, nonostante negli ultimi anni Shaquille O'Neal si sia autodefinito lui il Most Dominant Ever. Due ere diverse, due stili diversi, due approcci al basket diversi, ma soprattutto due giochi diversi, la Nba degli anni Sessanta e Settanta, quella in cui Chamberlain dominava, e quella dei giorni nostri. Nessuno può giudicare (nemmeno tu) chi sia stato il più dominante di sempre, resta il fatto che Wilt Chamberlain ha segnato il gioco come forse nessuno ha fatto mai, neanche lo stesso Michael Jordan. Chamberlain era un nativo di Philadelphia, e nella Città dell'Amore Fraterno io vado sempre molto volentieri (circa 150 chilometri da New York, quindi facilmente raggiungibile). "Perchè non fare un salto a vedere dove è cresciuto Chamberlain?", mi sono chiesto un giorno, svegliandomi nel mio letto di Bank Street, nella parte più a est di Philadelphia, quasi sul fiume Delaware. Mi sono risposto affermativamente, e dopo aver scrutato dove si trovava la mitica Overbrook High School, a West Philadelphia, decido di andare.
Blue Line della Septa (trasporti municipalizzati philadelphiani) da East Market in direzione ovest, cambio sulla 33th Street e Trolley Line numero 110, una sorta di tranvai sulle rotaie, non underground ma in mezzo al traffico. La Overbrook High School si trova sulla 59th Street, all'incrocio con Lancaster Avenue, esattamente nel mezzo di uno dei più brutti ghetti della west side di Philadelphia. Appena salito sulla Trolley chiedo all'autista se mi può indicare la fermata della Overbrook e lui, un corpulento signore afro-americano sulla cinquantina, mi chiede se sono sicuro di voler andare proprio lì. Alla mia risposta affermativa non dice niente. Dopo trenta secondi, guardando fuori dal finestrino appena imboccata Lancaster Avenue, circa all'altezza della 35th Street, capisco (e già comunque sapevo) cosa lasciava perplesso l'autista. Da quel punto in poi, il ghetto si fa sempre più ghetto, e più precisamente si fa sempre più ghetto nero. Sono l'unico bianco sulla trolley, e sono l'unico bianco nel quartiere. Non mi devo fare troppo influenzare dalle apparenze. In fondo vivo ad Harlem, il ghetto nero per eccellenza, quindi non ho nulla di cui essere intimorito. I numeri delle strade salgono lungo Lancaster Avenue, 40th, 44th, 48th, tra circa dieci minuti dovrei trovarmi di fronte alla Overbrook High School. Alla 53th Street però, l'imprevisto. La trolley svolta a sinistra su Lansdowne Avenue, non è più su Lancaster Avenue. Devo fare della strada a piedi. Nel ghetto nero. Dopo qualche minuto arriviamo sulla 59th Street. La Overbrook è "sempre dritto", come mi dice l'autista, pochi millesimi di secondo prima di dirmi "be careful", stai attento. Non c'era bisogno del suo consiglio.
Scendo. Imbocco la 59th Street, saranno circa 500 metri a piedi, su una strada deserta, leggermente in salita, costeggiata da fatiscenti case quasi in rovina, e da montagne di spazzatura di ogni tipo. Non c'è nessuno. Mi incammino. Vedo distintamente la fine della strada, il Tustin, il parchetto di fronte alla Overbrook, ma sono ancora lontano. Tra me e la mia meta ci sono loro. Otto o nove, sul marciapiede. Mi vedono immediatamente, alla distanza di circa duecento metri. Mi indicano. Parlottano tra loro. Io continuo a camminare. Passo scattoso, non rallento, non cambio lato del marciapiede, non cambio strada, non svolto per Hunter Street, non torno indietro. Ormai mi hanno visto, se cambiassi la mia rotta dopo averli visti, per loro questo significherebbe due cose: 1) che ho paura di loro, e quindi li autorizzerebbe a rincorrermi per dare una lezione allo sfigato che accidentalmente si è trovato nella zona sbagliata al momento sbagliato; 2) che non dovrei essere lì, e che quindi non sono autorizzato ad essere nel loro quartiere, potrei essere uno sbirro, una persona non gradita, o addirittura uno sconfinante, quindi con la licenza di essere punito per la mia clandestinità. Nella giungla forse i leoni e le tigri hanno regole più elastiche? Vado avanti, i miei sensi sono attivati al massimo del loro regime, cammino deciso, ormai sono a meno di sessanta metri. Guardo dritto davanti a me, guardo per terra e guardo in fondo alla strada, non dò segno di rallentamento o di indecisione. La loro postura di gruppo dice che stanno aspettando il mio passaggio, sembrano addirittura curiosi. Il cuore batte forte. Quando sono circa a trenta metri si aprono in due tronconi, mi lasciano un corridoio nel marciapiede dove passare in mezzo a loro, quelli spostati sul bordo della strada mi fanno segno, come vigili urbani, di transitare all'interno del corridoio che hanno creato per me. Sono quasi certo di essere picchiato.
Sono a sei-sette metri da loro, non rallento e non accelero, mi dirigo nel corridoio, mi aspetto di essere colpito entro due o tre secondi. Sono dentro al corridoio. Mi sono ai lati. Uno alla mia sinistra mi dice: "just stop". Fermati. Mi fermo. Sono in mezzo a loro. Mi guardano, cercano di capire chi sia. Ostento tranquillità. Mi batte fortissimo il cuore. Ho la faccia relativamente distesa, lo sguardo fermo, non polemico ma deciso. Guardo colui che mi sembra abbia detto la frase. Lo guardo non interrogativamente, non lo guardo per chiedergli se posso finalmente andare, lo guardo per rispetto, perchè in fondo io sono nel suo territorio, e devo avere il coraggio di guardarlo negli occhi senza provocarlo (anche nella giungla è così? Ma dai....). Lo guardo ma in realtà non lo vedo. Vedo una faccia di un giovane afro-americano come se ne vedono miliardi. Dopo tre interminabili secondi le sue parole, facendo una specie di passetto indietro: "go ahead". Vai. Senza ringraziare o salutare vado, i primi passi sono per inerzia, ancora con la sensazione quasi certa di sentire arrivare colpi alle spalle. I colpi non arrivano. Sono lontano ormai più di cinquanta metri, e la tensione comincia a scendere. Senza accorgermene sono di fronte alla Overbrook High School, faccio meccanicamente un paio di foto, giusto per essere arrivato fino lì con tutti gli annessi e connessi. Ho deciso, torno a piedi lungo Lancaster Avenue fino alla 53th Street (ultima fermata della Trolley sulla Lancaster prima di girare), è molto più lunga ma non posso sfidare la sorte due volte. Ora sono sicuro che Chamberlain è il Most Dominant Ever.
Daniele Vecchi
Blue Line della Septa (trasporti municipalizzati philadelphiani) da East Market in direzione ovest, cambio sulla 33th Street e Trolley Line numero 110, una sorta di tranvai sulle rotaie, non underground ma in mezzo al traffico. La Overbrook High School si trova sulla 59th Street, all'incrocio con Lancaster Avenue, esattamente nel mezzo di uno dei più brutti ghetti della west side di Philadelphia. Appena salito sulla Trolley chiedo all'autista se mi può indicare la fermata della Overbrook e lui, un corpulento signore afro-americano sulla cinquantina, mi chiede se sono sicuro di voler andare proprio lì. Alla mia risposta affermativa non dice niente. Dopo trenta secondi, guardando fuori dal finestrino appena imboccata Lancaster Avenue, circa all'altezza della 35th Street, capisco (e già comunque sapevo) cosa lasciava perplesso l'autista. Da quel punto in poi, il ghetto si fa sempre più ghetto, e più precisamente si fa sempre più ghetto nero. Sono l'unico bianco sulla trolley, e sono l'unico bianco nel quartiere. Non mi devo fare troppo influenzare dalle apparenze. In fondo vivo ad Harlem, il ghetto nero per eccellenza, quindi non ho nulla di cui essere intimorito. I numeri delle strade salgono lungo Lancaster Avenue, 40th, 44th, 48th, tra circa dieci minuti dovrei trovarmi di fronte alla Overbrook High School. Alla 53th Street però, l'imprevisto. La trolley svolta a sinistra su Lansdowne Avenue, non è più su Lancaster Avenue. Devo fare della strada a piedi. Nel ghetto nero. Dopo qualche minuto arriviamo sulla 59th Street. La Overbrook è "sempre dritto", come mi dice l'autista, pochi millesimi di secondo prima di dirmi "be careful", stai attento. Non c'era bisogno del suo consiglio.
Scendo. Imbocco la 59th Street, saranno circa 500 metri a piedi, su una strada deserta, leggermente in salita, costeggiata da fatiscenti case quasi in rovina, e da montagne di spazzatura di ogni tipo. Non c'è nessuno. Mi incammino. Vedo distintamente la fine della strada, il Tustin, il parchetto di fronte alla Overbrook, ma sono ancora lontano. Tra me e la mia meta ci sono loro. Otto o nove, sul marciapiede. Mi vedono immediatamente, alla distanza di circa duecento metri. Mi indicano. Parlottano tra loro. Io continuo a camminare. Passo scattoso, non rallento, non cambio lato del marciapiede, non cambio strada, non svolto per Hunter Street, non torno indietro. Ormai mi hanno visto, se cambiassi la mia rotta dopo averli visti, per loro questo significherebbe due cose: 1) che ho paura di loro, e quindi li autorizzerebbe a rincorrermi per dare una lezione allo sfigato che accidentalmente si è trovato nella zona sbagliata al momento sbagliato; 2) che non dovrei essere lì, e che quindi non sono autorizzato ad essere nel loro quartiere, potrei essere uno sbirro, una persona non gradita, o addirittura uno sconfinante, quindi con la licenza di essere punito per la mia clandestinità. Nella giungla forse i leoni e le tigri hanno regole più elastiche? Vado avanti, i miei sensi sono attivati al massimo del loro regime, cammino deciso, ormai sono a meno di sessanta metri. Guardo dritto davanti a me, guardo per terra e guardo in fondo alla strada, non dò segno di rallentamento o di indecisione. La loro postura di gruppo dice che stanno aspettando il mio passaggio, sembrano addirittura curiosi. Il cuore batte forte. Quando sono circa a trenta metri si aprono in due tronconi, mi lasciano un corridoio nel marciapiede dove passare in mezzo a loro, quelli spostati sul bordo della strada mi fanno segno, come vigili urbani, di transitare all'interno del corridoio che hanno creato per me. Sono quasi certo di essere picchiato.
Sono a sei-sette metri da loro, non rallento e non accelero, mi dirigo nel corridoio, mi aspetto di essere colpito entro due o tre secondi. Sono dentro al corridoio. Mi sono ai lati. Uno alla mia sinistra mi dice: "just stop". Fermati. Mi fermo. Sono in mezzo a loro. Mi guardano, cercano di capire chi sia. Ostento tranquillità. Mi batte fortissimo il cuore. Ho la faccia relativamente distesa, lo sguardo fermo, non polemico ma deciso. Guardo colui che mi sembra abbia detto la frase. Lo guardo non interrogativamente, non lo guardo per chiedergli se posso finalmente andare, lo guardo per rispetto, perchè in fondo io sono nel suo territorio, e devo avere il coraggio di guardarlo negli occhi senza provocarlo (anche nella giungla è così? Ma dai....). Lo guardo ma in realtà non lo vedo. Vedo una faccia di un giovane afro-americano come se ne vedono miliardi. Dopo tre interminabili secondi le sue parole, facendo una specie di passetto indietro: "go ahead". Vai. Senza ringraziare o salutare vado, i primi passi sono per inerzia, ancora con la sensazione quasi certa di sentire arrivare colpi alle spalle. I colpi non arrivano. Sono lontano ormai più di cinquanta metri, e la tensione comincia a scendere. Senza accorgermene sono di fronte alla Overbrook High School, faccio meccanicamente un paio di foto, giusto per essere arrivato fino lì con tutti gli annessi e connessi. Ho deciso, torno a piedi lungo Lancaster Avenue fino alla 53th Street (ultima fermata della Trolley sulla Lancaster prima di girare), è molto più lunga ma non posso sfidare la sorte due volte. Ora sono sicuro che Chamberlain è il Most Dominant Ever.
Daniele Vecchi
Basket nero e culi bianchi
NEW YORK - Sudaticcio ma infreddolito (d' altronde, siamo a novembre, e a New York fa un freddo cane) dopo una partitella di basket al playground sulla Columbus Avenue, ritorno a "casa", ovvero uno stanzone occupato da dieci persone a me sconosciute ad Harlem, più precisamente sulla 114th Street. Sotto casa, come di consueto, stazionano gli homiez del quartiere, ragazzi afro-americani che a vederli fanno una gran paura, bardati di Nba fino al midollo e con la attitudine classica dei dominatori e padroni incontrastati della zona, ma che a conoscerli in realtà sono una massa di pecoroni teneroni. Come al solito, se ci sono alcuni di quelli che conosco, mi fermo a fare due chiacchere informali, non prima chiaramente di avere svolto il rituale dei complicati saluti, nocca contro nocca nei quattro punti cardinali all' arrivo, e stretta di mano con avvicinamento della spalla a mò di braccio di ferro al congedo. Nel mentre, siccome è venerdì sera, domando: "tonight?". Il più simpaticone, Ship, o Shit, non riesco mai a capirlo (lo chiamo sempre "buddie", amico, per non incorrere in lesa maestà chiamandolo Shit, merda), mi risponde ridendo: "kick some white ass, man!!", prendere a calci dei culi bianchi, con scherzoso ma chiaro riferimento al fatto che io sono bianco, che sono in realtà loro amico ma che forse un giorno potrebbero cambiare idea e iniziare la rivolta contro i bianchi proprio da me. Tutti ridono, l' atmosfera è rilassata, e io rispondo, sempre ridendo, simpaticamente, ma in fondo in fondo narrando tra le righe qualcosa di severo: "ah ah ah! you can start it now, man!! D'ya see?!? I' m white!!". Potete cominciare adesso, non vedete? Sono bianco!! E rido fortissimo, e loro ridono fortissimo, ci si piscia addosso dalle risate ci si dà dei cinque con lo schiocco, come detto l' atmosfera è iper-rilassata, ma io rimango sempre sul chi va là, non si sa mai.
Saluto gli homiez, entro in stanza, controllo che l' armadietto chiuso a chiave contenga sempre il mio laptop, rapida doccia, vestito alla moda newyorkese, ovvero larghissimi pantaloni neri presi a 5 euro al mercato di Bologna, bandana rossa da 99 cent in testa, scarpette sportive prese a 10 dollari da Conway, e gigantesca e logora maglia a larghe strisce orizzontali rosse e nere del Milano Mediolanum Rugby numero 22, il gigante degli anni novanta Berni, il tutto sotto un giaccone nero, anche quello proveniente da una baracchina di vestiti usati in Montagnola a Bologna. Sul Fredrick Douglass Boulevard prendo l' autobus, classico il numero 10, direzione downtown Manhattan. Si costeggia Central Park sulla 8th Avenue per una cinquantina di minuti (poco traffico!), si va giù fino a Port Authority sulla 42nd Street, dove scendo, cammino per un isolato fino alla 7th Avenue e prendo l' autobus numero 20, che attraverso il Garden e Chelsea mi porta fino nel cuore del Village, mia meta notturna. Sono circa le 11, su Bleeker Street c' è un mega-movimento. Saluto i ragazzi del 1849 (all' incrocio con MacDougal) e del Village Lantern (all' incrocio con Thompson), due locali dove ho suonato alcune volte e dove mi hanno sempre trattato bene, anche per il fatto che il booking manager del 1849 è di origini italiane, e che il Village Lantern fa anche cucina italiana. Siccome però la mia vera casa è l' East Village, perchè considero il Village "tradizionale" troppo turistico e pecoronistico, continuo la mia passeggiata verso est, oltrepasso la Broadway, scendo di un isolato e sono su East Houston Street, il confine tra l' East Village a nord e la Lower East Side a sud. Lo stomaco langue, e il take-away turco aperto 24 su 24 su Houston Street, Bereket, casca a pisello, come disse un noto attore cinematografico negli anni Ottanta. Non propriamente pulitissimo, Bereket è secondo me il miglior falafel di New York, sia a sandwich sia al piatto.
Non ho in programma nessuna serata galante, quindi la mia alitosi da falafel non mi disturba più di tanto, mentre mi incammino su Avenue A, perpendicolare a Houston Street. Ho un mezzo appuntamento con alcuni amici italiani in giro turistico (hotel a midtown, visita all' Empire State Building, crociera intorno a Manhattan e altre cagate simili, per questo gli ho dato appuntamento all' East Village, il luogo più "truly newyorker" di Manhattan), in realtà li dovrei beccare alle 11.30 al Sidewalk Cafè, su Avenue A at 6th Street, ma a mezzanotte inoltrata sono ancora in raccoglimento a Tompkins Square Park, qualche isolato più a nord, dove ogni giorno rendo omaggio al murale che raffigura Joe Strummer, cantante dei Clash scomparso nel 2002. Arrivo al Sidewalk Cafè (anche questo è un locale che ha visto le mie performances chitarristico-canore) intorno a mezzanotte e venti, e gli amici, visibilmente alticci, mi abbracciano e mi baciano, non li vedo da un pò (loro sono di Milano e non ho spesso occasione di beccarli) e sono felice di vederli. Ce ne andiamo dopo una mezz' oretta di chiacchere intense, e ci dirigiamo verso il Mercury Lounge, che si trova proprio su Houston Street. Ci sono milioni di persone in giro per Avenue A, il tasso alcolico e drogatico appare molto alto, all' altezza di 3rd Street assistiamo agli strascichi di una rissa appena sedata da una macchina degli sbirri, che hanno appena ammanettato uno sbattendogli la faccia sul cofano, mentre gli altri amici o nemici coinvolti nelle mazzate appena terminate questionano vigorosamente con i "pigs" (così sono universalmente conosciuti gli sbirri a New York). Al Mercury Lounge non ci arriveremo mai, perchè proprio nei pressi di 3rd Street c' è una piccola kebaberia, che risveglia la fame chimica dei miei amici e che diventa il luogo terminale della serata, finita a parlare dell' Italia con i cuochi arabi, uno dei quali, siriano, conosceva l' italiano per essere stato un anno in Italia. Il numero 20 mi riporta a Port Authority, e dopo mezz' ora di attesa sulla 8th Avenue, il numero 10 mi riporta ad Harlem. Sono quasi le tre, e degli homiez sotto casa nessuna traccia, chissà se hanno trovato dei bianchi da prendere a calci...
Daniele Vecchi
Saluto gli homiez, entro in stanza, controllo che l' armadietto chiuso a chiave contenga sempre il mio laptop, rapida doccia, vestito alla moda newyorkese, ovvero larghissimi pantaloni neri presi a 5 euro al mercato di Bologna, bandana rossa da 99 cent in testa, scarpette sportive prese a 10 dollari da Conway, e gigantesca e logora maglia a larghe strisce orizzontali rosse e nere del Milano Mediolanum Rugby numero 22, il gigante degli anni novanta Berni, il tutto sotto un giaccone nero, anche quello proveniente da una baracchina di vestiti usati in Montagnola a Bologna. Sul Fredrick Douglass Boulevard prendo l' autobus, classico il numero 10, direzione downtown Manhattan. Si costeggia Central Park sulla 8th Avenue per una cinquantina di minuti (poco traffico!), si va giù fino a Port Authority sulla 42nd Street, dove scendo, cammino per un isolato fino alla 7th Avenue e prendo l' autobus numero 20, che attraverso il Garden e Chelsea mi porta fino nel cuore del Village, mia meta notturna. Sono circa le 11, su Bleeker Street c' è un mega-movimento. Saluto i ragazzi del 1849 (all' incrocio con MacDougal) e del Village Lantern (all' incrocio con Thompson), due locali dove ho suonato alcune volte e dove mi hanno sempre trattato bene, anche per il fatto che il booking manager del 1849 è di origini italiane, e che il Village Lantern fa anche cucina italiana. Siccome però la mia vera casa è l' East Village, perchè considero il Village "tradizionale" troppo turistico e pecoronistico, continuo la mia passeggiata verso est, oltrepasso la Broadway, scendo di un isolato e sono su East Houston Street, il confine tra l' East Village a nord e la Lower East Side a sud. Lo stomaco langue, e il take-away turco aperto 24 su 24 su Houston Street, Bereket, casca a pisello, come disse un noto attore cinematografico negli anni Ottanta. Non propriamente pulitissimo, Bereket è secondo me il miglior falafel di New York, sia a sandwich sia al piatto.
Non ho in programma nessuna serata galante, quindi la mia alitosi da falafel non mi disturba più di tanto, mentre mi incammino su Avenue A, perpendicolare a Houston Street. Ho un mezzo appuntamento con alcuni amici italiani in giro turistico (hotel a midtown, visita all' Empire State Building, crociera intorno a Manhattan e altre cagate simili, per questo gli ho dato appuntamento all' East Village, il luogo più "truly newyorker" di Manhattan), in realtà li dovrei beccare alle 11.30 al Sidewalk Cafè, su Avenue A at 6th Street, ma a mezzanotte inoltrata sono ancora in raccoglimento a Tompkins Square Park, qualche isolato più a nord, dove ogni giorno rendo omaggio al murale che raffigura Joe Strummer, cantante dei Clash scomparso nel 2002. Arrivo al Sidewalk Cafè (anche questo è un locale che ha visto le mie performances chitarristico-canore) intorno a mezzanotte e venti, e gli amici, visibilmente alticci, mi abbracciano e mi baciano, non li vedo da un pò (loro sono di Milano e non ho spesso occasione di beccarli) e sono felice di vederli. Ce ne andiamo dopo una mezz' oretta di chiacchere intense, e ci dirigiamo verso il Mercury Lounge, che si trova proprio su Houston Street. Ci sono milioni di persone in giro per Avenue A, il tasso alcolico e drogatico appare molto alto, all' altezza di 3rd Street assistiamo agli strascichi di una rissa appena sedata da una macchina degli sbirri, che hanno appena ammanettato uno sbattendogli la faccia sul cofano, mentre gli altri amici o nemici coinvolti nelle mazzate appena terminate questionano vigorosamente con i "pigs" (così sono universalmente conosciuti gli sbirri a New York). Al Mercury Lounge non ci arriveremo mai, perchè proprio nei pressi di 3rd Street c' è una piccola kebaberia, che risveglia la fame chimica dei miei amici e che diventa il luogo terminale della serata, finita a parlare dell' Italia con i cuochi arabi, uno dei quali, siriano, conosceva l' italiano per essere stato un anno in Italia. Il numero 20 mi riporta a Port Authority, e dopo mezz' ora di attesa sulla 8th Avenue, il numero 10 mi riporta ad Harlem. Sono quasi le tre, e degli homiez sotto casa nessuna traccia, chissà se hanno trovato dei bianchi da prendere a calci...
Daniele Vecchi
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