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Imbattibile Arcari

di Stefano Olivari
La boxe non è morta, nemmeno in Italia, ma a livello professionistico sta poco bene. A provarlo è la 'scelta di vita' dei migliori dilettanti: meglio lo stipendio statale e qualche comparsata televisiva piuttosto che la precarietà del togliersi la maglietta. C'è stato però un tempo in cui i nostri professionisti erano in cima al mondo, il tempo di Bruno Arcari. Del quale abbiamo letto di recente la biografia, 'Bruno Arcari l'ultimo guerriero' (autore Pier Cristiano Torre, prefazione di Rino Tommasi), confrontandola con ricordi personali troppo antichi per essere credibili. Arcari non è stato una star mediatica come Benvenuti, Mazzinghi, Loi, Rinaldi, eccetera, ma è stato probabilmente il più forte in rapporto alla sua categoria e alla sua epoca. Classe 1942, il pugile ciociaro è stato seguito per tutta la carriera da Rocco Agostino e non ha mai sofferto per questa sottovalutazione, come ha dimostrato anche un dopo-carriera con pochissime interviste. Cinque vittorie combattendo per l'Europeo, dieci per il Mondiale dei welter junior Wbc, le sopracciglia (a causa della loro tendenza a spaccarsi perse un'Olimpiade ed il primo match da pro) come unico punto debole, Arcari era un demolitore senza lacune. Il match a lui più caro è senz'altro quello della conquista nell'Europeo, nel 1968 a Vienna contro Orsolics ed una folla incredibile (più di 15mila) anche per quell'età dell'oro, ma forse in molti ricordano di più l'impresa mondiale di Roma contro Adigue nel 1970. Tolte le due sconfitte per ferita citate ed un pareggio con Rocky Mattioli (eccolo il ricordo personale, primavera del 1976 nel palazzone che sarebbe stato poi simpaticamente sfondato dalla neve) a Milano quando era ormai passato ai welter, Arcari fra i grandi della boxe italiana è stato l'unico a non essere stato mai tecnicamente battuto sul ring. In un'epoca in cui le sigle mondiali erano solo due ed i pugili affamati in proporzione molti di più.

L'invidia di Adriano

di Stefano Olivari
Nel suo 'Più dritti che rovesci' Adriano Panatta parla dei mille episodi controversi che hanno segnato la sua carriera, dando ovviamente la versione di...Panatta. Non è mai stato chiaro, per dire, il vero motivo dell'esonero di Nicola Pietrangeli da capitano di Coppa Davis dopo la vittoria nel 1976 (destinata a rimanere l'unica italiana) e la finale in Australia dell'anno seguente. Lo stesso Pietrangeli non ha mai indicato colpevoli precisi, pur dicendosi profondamente deluso dal comportamento dei giocatori e di Panatta in particolare. La memoria di Adriano? Sorvolando su un'antipatia dalle origini antichissime (Nicola era il ricco borghese che giocava al Tennis Club Parioli, Panatta il figlio del custode Ascenzio trattato con sufficienza dai soci), il re di Roma e Parigi 1976 sostiene che i problemi fossero cominciati proprio durante la trasferta di Sydney. Con il capitano che era troppo personaggio per essere sopportato da giocatori a quei tempi ai vertici. Durante la preparazione quasi venne alle mani con Tonino Zugarelli, litigò con gli altri azzurri (più con Barazzutti che con Panatta-Bertolucci), con gli allenamenti in corso leggeva ostentatamente il giornale a bordocampo, non aveva il minimo rapporto con il presidente federale Galgani. Ma soprattutto, questa era la cosa che faceva impazzire tutti gli altri, nella delegazione azzurra era la persona più nota a livello internazionale. Al punto che tivù e giornali australiani intervistavano quasi solo lui, ignorando i giocatori: merito dei successi del passato e della dimensione internazionale raggiunta attraverso le sfide con i miti d'Australia, da Laver a Rosewall. Invidia, per dirla in altre parole. Fatto sta che nel 1978 fu nominato capitano Bitti Bergamo: curriculum cento volte meno brillante di quello di Pietrangeli, ma grande amico e socio in affari di Panatta. stefano@indiscreto.it

Ricordi da Leòn

di Stefano Olivari
Compie oggi 68 anni Peter Bonetti, uno di quei calciatori ingiustamente ricordati per una partita sola. Ingiustamente, perchè 18 stagioni a difendere i pali del Chelsea non sono poca cosa: due storiche promozioni nella massima serie, nel 1963 e nel 1977, con in mezzo mille altre storie e pochi altri trofei. Fra questi una FA Cup e la Coppa della Coppe del 1971, vinta ad Atene in finale sul Real Madrid di Pirri e Zoco, dove giocava ancora un vecchissimo Gento. Era il Chelsea di Peter Osgood, con in panchina Dave Sexton. Ma la partita di Bonetti che il mondo ricorda è ovviamente quella dei mondiali messicani del 1970, il quarto di finale fra Germania Ovest e Inghilterra che l'oriundo svizzero (i genitori erano ticinesi) giocò al posto di un Gordon Banks messo a terra da vomito e diarrea. Campioni del mondo in carica in vantaggio per 2 a 0, poi rimonta tedesca per un tre a due che aveva bisogno di un capro espiatorio: ovviamente il portiere, anche se rivedendo i gol non sembra che avesse responsabilità enormi. Dopo il ritiro Bonetti si è trasferito all'Isola di Mull, in Scozia, facendo il...postino e giocando solo per divertimento. Nel 1966 era stato riserva, per questo non aveva avuto la medaglia di campione del mondo (assurdamente riservata solo agli undici giocatori della finale, un'ingiustizia durata fino al 1974). Quando la Fifa ha deciso di onorare anche le riserve, sia pure fuori tempo massimo, le medaglie inglesi sono state consegnate dal premier britannico Gordon Brown. Lo scorso 10 giugno a Downing Street c'erano Ron Springett, Jimmy Armfield, Gerry Byrne, Ron Flowers, Norman Hunter, Terry Paine, Ian Callaghan, John Connelly, George Eastham, con il grandissimo (ma quello a partire dai quarti fu il Mondiale del suo sostituto Hurst) Jimmy Greaves. C'era anche Peter Bonetti, e pazienza se il mondo si ricorda solo di quel disgraziato pomeriggio a Leòn.

L'assassino assassinato

Qualche giorno fa abbiamo citato Stanley Ketchel, destando una curiosità che ha fatto felici noi anziani ex lettori di BoxeRing. Qual è dunque l'importanza storica di questo peso medio, popolarissimo negli Usa di inzio Novecento? Il 'Michigan Assassin' fu uno dei primi grandi picchiatori dell'era moderna, entrando nell'immaginario popolare nel 1907 con tre epiche sfide contro Joe Thomas (considerato allora il miglior medio del mondo). Nella prima pareggiarono, nella seconda vinse Ketchel per k.o. al trentaduesimo (trentaduesimo...) round, nella terza prevalse ancora Ketchel. La consacrazione l'anno seguente, quando battendo Mike Sullivan tutto il mondo lo considerò senza discussioni il migliore. Va precisato che in quell'epoca anche l'ultima fiera di paese organizzava improbabili 'campionati mondiali' (esattamente come nel 2009) e che non esisteva un 'titolo' propriamente detto: non a caso certi albi d'oro sono stati ricostruiti a posteriori. Allora come oggi, i soldi veri si facevano nella categoria dei massimi e fu per questo che Ketchel aumentò di peso fino a sfidare nientemeno che Jack Johnson in un match che i giornalisti dell'epoca chiamarono 'Davide contro Golia'. Vinse Golia, per k.o. dopo dodici riprese di rissa pura in cui Ketchel andò però più volte vicino all'impresa. Pochi mesi dopo, a 24 anni, Ketchel morì assassinato reagendo ad un tentativo di rapina.

La sigla di Seb Coe

di Stefano Olivari
E' stato uno dei più grandi ottocentisti della storia, Sebastian Coe. Non solo perchè la seconda prestazione mondiale all time è ancora sua (l'1'41''73 di Firenze è stato record mondiale dal 1981 al 1997, prima che fosse prima eguagliato e poi battuto da Wilson Kipketer), ma per un decennio di continuità ad alto livello che nell'atletica di oggi sarebbe impossibile per mille motivi. Curiosamente gli ori più pesanti, quelli olimpici, Coe li ottenne però nei 1500 a Mosca 1980 e Los Angeles 1984. A Mosca veniva da un 800 perso da favorito contro l'arcinemico Steve Ovett (terzo il sovietico Kirov) il 26 luglio: una gara tatticamente scellerata, con volata iniziata troppo tardi. Quel pomeriggio del primo agosto Coe si presentò ancora da favorito, anche se Ovett era campione d'Europa in carica e da poco al Bislett di Oslo aveva eguagliato il record mondiale di Coe (le cose non stavano proprio così, ma il cronometraggio manuale arrotondò per tutti e due a 3'32''1). La gara fu tatticissima, con un passaggio 'femminile' agli 800: 2'05''...Cercò di sorprendere tutti il tedesco est Jurgen Straub, ottimo miler ma anche siepista, con uno strappo violentissimo. Coe gli rispose con gradualità, mettendolo nel mirino alla campanella e passandolo nel rettilineo finale con Ovett vicino ma che mai diede l'impressione di poter vincere. Oro a 3'38''4, Straub 3'38''8, Ovett di bronzo con 3'39''. Quinto, con il risultato della vita, il nostro Vittorio Fontanella, e ottavo uno Steve Cram ventenne che qualche stagione più tardi avrebbe dominato la scena. L'esultanza di Coe al traguardo è riproposta ogni anno dalla BBC, come sigla degli eventi di atletica. La sua vittoria più bella: in quel momento nacque il miglior Coe e finì il miglior Ovett.

L'idea di Anconetani

di Stefano Olivari
Parleremmo per giorni della storia della Mitropa, ma ci sono due problemi: a) interessa a pochi; b) la parte più gloriosa l'abbiamo già affrontata mentre quella più triste può essere sintetizzata in due fasi (per non dire due frasi). Negli anni Cinquanta (ripartì nel 1955, dopo una pseudoedizione nel 1951) e Sessanta fu un torneo minore rispetto alle altre nascenti coppe ma vide comunque la partecipazione delle squadre di serie A dei rispettivi paesi, delle solite aree: nel 1961 il Bologna la vinse per la terza volta, mentre nel 1966 fu il turno della Fiorentina. Nel 1979 la riforma che l'ammazzò definitivamente, riservando la partecipazione alle vincenti dei campionati di B-Seconda Divisione della stagione precedente: ad alzare il poco ambito trofeo furono fra gli altri Udinese, Milan, Pisa (due volte), Ascoli, Bari e Torino. Fra il trash anni Ottanta possiamo senz'altro includere anche la semiclandestina Supercoppa Mitropa: idea del presidente del Pisa Romeo Anconetani, che nel 1989 mise di fronte la sua squadra ed il Banik Ostrava, vincitrici delle edizioni 1988 e 1989 della coppa. Partite di andata e ritorno, tanto per non farsi mancare niente. Il 12 aprile a Ostrava vinsero i cechi 3 a 0 mentre il 25 il Pisa ribaltò il risultato: 3 a 0 (gol di Severeyns, Lucarelli e Incocciati) e supplementari. Dove il gol di Basta consegnò la supercoppa al Banik. Rimase l'unica edizione, ma la squadra di Elliott e di Mario Been la onorò. E la Mitropa? Si trascinò fino al 1992, con l'ultimo trofeo alzato dal Borac Banja Luka. Quattro nazioni rappresentate: Ungheria, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Italia (il Foggia di Zeman). Un po' di malinconia, ma proprio poca. La vera Mitropa era già morta da oltre mezzo secolo.

Gli anni d'oro della Mitropa

di Stefano Olivari
Il secondo trionfo internazionale di un club italiano arrivò nel 1934, l'anno del Mondiale casalingo: sempre Mitropa, sempre Bologna. In un'edizione che presentava la novità di 4 squadre partecipanti per ognuna delle 4 nazioni: anche il peggio della Champions era stato quindi anticipato. Protagonista assoluto fu Carlo Reguzzoni, bustocco di scuola Pro Patria: grande ala, Schiavio non mancava mai di ringraziarlo per i suoi assist, ed ottimo goleador, non entrò mai nel cuore di Pozzo. I rossoblu superarono in finale gli austriaci dell'SK Admira, antenati dell'Admira Wacker (nato nel 1971 da una fusione con il...Wacker) attualmente allenato dall'indimenticabile Walter Schachner. Era la 'squadra che tremare il mondo fa', secondo la retorica non solo giornalistica dell'epoca, di sicuro migliore italiana in Europa mentre in patria dominava la Juventus già agnellata. Nel 1936 allargamento ad altre nazioni: prima Svizzera e Romania, mentre seguente fu il rientro in pista della Jugoslavia. Tralasciamo gli albi d'oro e ricordiamo solo il senso del tutto: negli anni Trenta il meglio del meglio del calcio di club in Europa, Gran Bretagna esclusa. L'ultima edizione della Mitropa vera è datata 1940: in finale arrivarono il Ferencvaros ed il Rapid Bucarest, ma la partita non si sarebbe mai giocata. Pochi giorni prima della data fissata, infatti, l'Ungheria aveva invaso la Romania. Budapest era schierata con l'Asse, in maniera ancora più opportunistica e cialtrona rispetto all'Italia, mentre la Romania di re Carol (personaggio impossibile da liquidare in due righe ma comunque negativo, amico di Jules Rimet che più volte incrociò la storia del calcio) era all'epoca neutrale e con i nazisti si sarebbe messa solo qualche mese più tardi. Tutte cose più tragiche della fine della Mitropa, intesa come antenata della Champions.

C'era una volta il Bologna

di Stefano Olivari
I nerazzurri di Gramlick (stiamo parlando del Cricketer) si aggiudicarono due edizioni della Challenge-Cup, che fino al 1911 ebbe un discreto successo di pubblico. Poi le tensioni all'interno dell'Impero Austroungarico e le polemiche sugli arbitraggi (incredibile il numero di partite terminate con il ritiro per protesta di una delle due squadre) ne decretarono la fine, con il trofeo da allora rimasto nella bacheca dell'ultimo vincitore: il radicatissimo Wiener Sport Club (ha sede nel quartiere di Dornbach), la cui sezione calcistica è ai giorni nostri nella serie C e nella sua Hall of Fame può vantare Finn Laudrup (il padre di Michael e Brian) ma soprattutto il tedesco Horst Blankenburg che passò da lì prima di andare a vincere tutto con l'Ajax. Bella storia, peccato che fra Grande Guerra e altri problemi non si sentì più il bisogno di una vera attività internazionale per club fino agli anni Venti. Quello britannico rimaneva un mondo a parte, mentre nel continente il professionismo fu introdotto proprio dagli stati del centro Europa: Austria, Ungheria e Cecoslovacchia. Sulla spinta di Hugo Meisl, ex giocatore del Cricketer di Challenge-Cup e factotum della federazione austriaca (presidente, allenatore, segretario, più avanti creatore del Wunderteam), queste tre federazioni si accordarono con quella jugoslava per dare vita alla...Mitropa Cup. Versione inglese, in Italia si parlava di Coppa dell'Europa Centrale. Quella Mitropa era ben lontana, nel 1927, dalla serie B dei rispettivi campionati: vi avrebbero infatti partecipato le migliori due squadre di ogni paese, dal 1934 quattro. Particolare da non trascurare, dal 1929 il posto della Jugoslavia venne preso dall'Italia: prime partecipanti ad una coppa europea furono Juventus e Genoa, entrambe eliminate nei quarti (abbiamo dimenticato di dire che era prevista l'eliminazione diretta fin da subito). Il primo successo nostrano è invece del 1932, con il Bologna senza...finale. Infatti Juve e Slavia Praga nella semifinale di andata diedero vita ad una sfida di violenza notevole: stando all'ottima '11 Freunde', rivista tedesca di cultura calcistica (si riesce a leggere conoscendo le 50 parole base del calcio, provare per credere: alla peggio esistono i traduttori), la violenza in campo fu soprattutto degli italiani e quella fuori soprattutto dei cechi. Quattro a zero per lo Slavia e ritorno a Torino: sul due a zero per la Juventus la partita degenerò e dagli spalti piovve di tutto. Anche un sasso che quasi ammazzò il portiere ceco Planicka (proprio il grande Planicka). Solita avvertenza, una volta al mese ci tocca, per i cultori del 'non l'abbiamo visto in televisione, quindi non esiste': mancano i riflessi filmati anche della battaglia di Lepanto, così come dell'incoronazione di Carlo Magno. Lo Slavia abbandonò il campo per protesta, ma furono squalificati tutti e così senza giocare la finale il Bologna allenato dall'ungherese Gyula Lelovich (molti anni dopo scopritore di Giacomo Bulgarelli) diventò il primo club italiano a conquistare un trofeo internazionalmente riconosciuto.

L'idea di John Gramlick

di Stefano Olivari
John Gramlick, chi era costui? Stasera inizia la Champions League, che Michel Platini si sta sforzando con qualche successo di rendere più aperta alle nazioni che non abbiano un grande mercato televisivo. Ottimo pretesto per ricordare le manifestazioni sue antenate e la relativa importanza internazionale nel 'loro' tempo, senza cercare per forza l'aspetto pionieristico o grottesco delle situazioni: è in fondo molto più ridicolo definire campioni le quarte di qualche campionato. Partiamo dalla fine dell'Ottocento, quindi addirittura prima della nascita della Fifa (maggio 1904), quando l'unico calcio decente si giocava in Gran Bretagna ed entro i confini dell'Impero Austroungarico. Proprio dai paesi sotto il dominio di Francesco Giuseppe nacque la prima spinta anti-isolazionista: nel 1897 club di Austria, Ungheria e Cecoslvacchia raggiunsero un accordo per sfidarsi ogni anno in una competizione chiamata Challenge-Cup. Secondo il regolamento originario il trofeo, in senso fisico, sarebbe rimasto a chi avesse vinto tre edizioni consecutive della manifestazione. Che, scorrendo l'albo d'oro e l'elenco dei partecipanti, non riguardava tre stati (sia pure sotto lo stesso ombrello asburgico) ma di fatto tre città: Vienna, Budapest e Praga. La coppa non va confusa con la Tagblatt-Pokal, di fatto una lega riservata ai soli club viennesi (sponsorizzata da un giornale, il Neues Wiener Tagblatt) che ebbe vita brevissima. Più fortunata ed ispiratrice di sogni sarebbe stata la storia della manifestazione fortemente voluta dal già citato Gramlick, dirigente del Cricketer (così veniva chiamato il Vienna Cricket and Football Club, fondato dagli immancabili residenti inglesi) e ricchissimo imprenditore nel settore dei lavori idraulici. Come in tutte le attività umane, anche le più nobili, c'è sempre bisogno di quello che mette i soldi.

Vite nel vulcano

di Oscar Eleni
1. Oscar Eleni dal castello di roccia sotto il Monte Sant’Elena, nello stato di Washington, dove la vita nel vulcano, le viti dentro il vulcano, le giornate sotto i lapilli sembrano più desiderabili di queste ore passate aspettando il medico Godot, non sapendo se del domani vi sarà certezza, prendendo in considerazione quasi tutto, ma non certo i risultati delle amichevoli che per adesso sono brevi dal fronte del mondo ignoto dove tutti promettono qualcosa, dove i nuovi e i vecchi si passano parola per essere banali. Se ti compra Siena allora hai già la preghiera scritta come fa Hawkins: “Adesso capisco perché vincevano sempre loro“. Ma va? Se ti prendono in una squadra rivale di Siena, diciamo a Milano, Roma e, forse, Bologna, purtroppo da quest’anno non serve più specificare che si tratta della Virtus, allora il discorsetto è pronto appoggiato sulla maglia: “Siena si può battere”. Lo sentiamo dire da tre stagioni, prima e durante, perché nel dopo ci sono altre cose su cui discutere: ad esempio saldare debiti pregressi, ad esempio costruire su qualcosa che ha una base solida.
2. Comunque sia andiamo dritti verso una Supercoppa che forse non si giocherà. Non è bello dirlo, anche perché pensavamo che sarebbe stata la prima occasione per dedicare qualcosa a Porelli, in attesa che l’Eurolega decida per una celebrazione davvero grande come dovuta ai padri fondatori direbbero gli americani, ma le cose vanno così e non pensiamo che a Siena siano molto preoccupati. Da vedere avranno tantissimo durante la stagione e, purtroppo per noi, potrebbero anche avere il privilegio di vedersi le partite europee che in Italia non trasmetterà nessuno visto che SKY vuole risparmiare proprio sulla manifestazione più bella per far pagare l’ammutinamento interno, per far capire al basket che gli amici importanti si coltivano e si trattano bene, non si prendono a schiaffi andando in giro a mendicare dirette fasulle da altri. Comunque la speranza di avere le dirette resta viva. Minucci si sta impegnando e quando lui fa qualcosa non lo lascia mai a metà. Certo anche Milano, Roma e Treviso potrebbero dargli una mano. Lo sforzo vale la pena di essere fatto. Avevamo suggerito di spostare la supercoppa in altra sede, da Firenze in su, ma non ci hanno ascoltato ed è un peccato perché siamo sicuri che i primi ad essere d’accordo sarebbero stati proprio quelli del Montepaschi.
3. A proposito di televisione, diteci un po’ come avete visto gli Europei in Polonia. Non li avete visti? Ma come. Erano esclusiva Rai. Appunto. Meglio così, vi direbbero quelli della pallavolo che sono stati serviti benissimo fino al giorno della finale ma poi hanno cominciato a chiedersi dove fosse finita la diretta promessa.
4. Se non interessano i tornei precampionato di cosa vi occupate voi basket-dipendenti? Di tutto un po’. Napoli, ad esempio. Dicono che le cose non vanno benissimo, ma forse sono soltanto calunnie di chi a Rieti non sopporta di vedere la sua squadra in un'altra città. La Lega vigila?
Vitali ed Armani, ad esempio. La società ballerà con Iverson e i giovani affidati a progettisti che di Milano conoscono quasi niente. Misteri della logica, ma, si sa, in un mondo dove in troppi si prendono meriti che non hanno, basta leggere certi brodetti alla livornese, la cosa che infastidisce di più è rendersi conto che qualcosa in città era stato fatto: scudetti ad ogni livello, coppe con dentro qualsiasi crema. Erano i tempi dove le scarpe erano davvero rosse, dove il nome della società era sacro, dove non spariva d’incanto e misteriosamente, il famoso Fiero il guerriero che Gabetti aveva aggiunto al logo quando era entrato nella grande famiglia.
5. Tornando a Vitali che adesso all’Armani considerano come il Superbone del Monello, dopo averlo baciato e riverito, felici di avere il ricciolone che avrebbe ridato vita nuova ad una franchigia antica, ma sfinita, bisogna dire che non cambia mai spartito. Arrivando a Milano disse di essere eccitato dal progetto, da tutto quello che era acqua di Giò, più o meno quello che diceva nelle prime settimane in Nazionale quando ancora non si pensava che ad un certo punto, parola di gente che era dentro, ma proprio dentro al gruppo, compagni, allenatori, avrebbero brindato quando un infortunio lo aveva fatto tornare verso casa. Tipo speciale, sempre troppo alto di bacino, mai dedicato davvero alla difesa e alla squadra, come dicevano a Siena, ma adesso le cose sembrano cambiate. Sentite cosa ci dice da Roma dopo aver transato con Milano: ''Ho scelto di cambiare perché il progetto ambizioso mi stuzzica, mi eccita (ibidem, vostro onore, parlando della Milano dell’anno scorso. Beh, arrivò alla finale, ma lui si è separato in casa, dal pubblico quasi subito), c’è un bel gruppo di italiani (uhm), c’è Nando Gentile (già meglio del Bucchi a porte chiuse?), c’è la passione del presidente Toti (ma come, Livio Proli non aveva passione?)''. Vedremo.
6. Prima di lasciarci, sarà per sempre?, ah saperlo, dobbiamo dire che niente ci ha dato più allegria della bella intervista di Valenti, su Repubblica, al Walter Veltroni che, fino a dimissioni dichiarate, fino a comunicazione ufficiale, dovrebbe sempre essere nel cuore della Lega dove lo avevano voluto tutti, dove l’ex presidente Corrado era proprio orgoglioso di aver coinvolto un personaggio del genere. Che gli piaccia sempre il basket lo si capisce dalle cose che dice, quasi tutte condivisibili, anche se le parafrasiamo dal virgolettato: Porelli un grandissimo che nel basket ha fatto quello che il senese Artemio Franchi fece nel calcio….. Sacrati deve impegnarsi molto cominciando con l’abbracciare ogni tifoso Fortitudo ad ogni partita…. Beati voi che vivete a basket city….. Sabatini? Come Mourinho, intuitivo (vero), funambolico (pregio o difetto?), rapsodico (come ?). Comunque sia lui c’è sempre e non faremmo finta di non vederlo come è capitato agli stessi che quando era sindaco, quando era il numero uno del suo Partito, si inginocchiavano chiedendo di baciare l’anello. La gente intelligente, appassionata, serve sempre. Facciamo come quelli del CSI che mentre il mondo dello sport sproloquia, non riesce a sopportare accuse che sono facilmente dimostrabili, chiama per il suo corso allenatori Peterson, Zaccheroni e Lollo Bernardi. Tre super nel basket, nel calcio, nella pallavolo.
7. Per chiudere pensierino azzurro: coi tempi lunghi non si rianima la creatura, con il gattopardismo, come ha detto Messina a Walter Fuochi, non si va avanti e non si cambia davvero, con questo silenzio non si riuscirà mai ad essere crdedibili perché le decisioni di chi sa dirigere, comandare, di chi sa giocare, devono essere rapide, devono avere dentro la spinta che ridà fiducia al sistema. Cara gente abbiamo visto la foto di un ragazzo alto due metri di Ascoli Piceno che lancia il disco, che avrebbe voluto fare basket, ma non sapeva dove andare. E’ così da tante parti, persino a Milano.
Oscar Eleni
(per gentile concessione del'autore)

Quando andavamo in Polonia

di Stefano Olivari
L'Italia di Recalcati e dei ragazzi Nba (che però hanno quasi tutti, la Francia poi più di tutti, anche se poi per vari motivi non ci sono: in Polonia fra 16 nazionali al via ce n'erano in totale 15) sta forse guardando in streaming l'Europeo che si sta avviando verso i momenti decisivi. Di sicuro non lo sta giocando. Nemmeno all'unico precedente torneo giocato in Polonia le cose andarono bene per gli azzurri, dodicesimo posto su sedici partecipanti, ma almeno ci si qualificò. In un contesto con venti nazioni in meno rispetto a quelle iscritte oggi a FibaEurope, va precisato. Quella di Nello Paratore era una nazionale semi-sperimentale, che dei grandi schierava solo Paolo Vittori, ben diversa da quella che qualche mese prima si era fatta onore ai Mondiali (sì, nello stesso anno) in Brasile: con Riminucci, Lombardi, Gatti, eccetera. L'Europeo fu vinto dall'Unione Sovietica allenata da Alexander Gomelski: per il colonnello fu la prima di sei vittorie in questa manifestazione, per tacere del resto (dall'ASK Riga al CSKA, passando per titoli olimpici e mondiali con l'URSS). Secondi i padroni di casa e terza la Jugoslavia unita allenata da Aza Nikolic, che in campo aveva Radivoj Korac e Trajko Rajkovic: fenomenali attaccanti accomunati dalla classe, dagli argenti internazionali alle spalle dell'URSS (ma Rajkovic fece in tempo a vincere l'oro mondiale del 1970 con la squadra di Cosic e Solman), dall'esperienza italiana (Korac avrebbe giocato a Padova, Rajkovic a Livorno) e dalla morte. A un anno di distanza, entrambi in un incidente stradale come il più grande europeo di tutti.

La porcata del bastardo

Inebriati dall'eccellente Us Open della Pennetta e da quello più che buono di Schiavone ed Errani, abbiamo sorvolato sulla presenza impalpabile degli uomini italiani. Pretesto per ricordare la migliore prestazione azzurra in questo torneo, quella di Corrado Barazzutti nel 1977. L'ultimo anno di Forest Hills e soprattutto l'ultimo anno pre-cemento (dopo erba e terra rossa, si giocava sulla ormai scomparsa terra verde), che il ventiquattrenne Barazzutti sfruttò alla grande superando nei quarti Brian Gottfried, numero due americano, grande doppista (Gottfried-Ramirez) e quell'anno davvero in forma (pochi mesi prima aveva perso in finale al Roland Garros con Vilas) anche in singolare. La strada per la finale americana fu sbarrata dal grande Jimmy Connors, che però si trovò davanti un avversario al top psico-fisico e capace di portarsi sul 5 a 3 nel primo set. Nel nono gioco il famoso episodio, con una chiamata dubbia che Connors gestì alla sua maniera condizionando l'arbitro ma soprattutto facendo una cosa mai vista, degna di una cacciata istantanea: incursione nel campo di Barazzutti e segno della palla cancellato con la suola. Da lì in poi il match cambiò, con Barazzutti in stato di sudditanza psicologica che finì per giocarsi male tutti i punti decisivi: perse in tre set e Connors andò in finale, dove fu giustiziato dal miglior Guillermo Vilas di sempre. Di quel match abbiamo letto tante cose, ma una dell'epoca ci è rimasta impressa: un articolo di Gianni Clerici su una rivista di tennis da anni defunta (Tennis Club, se la memoria non ci inganna) riferito al comportamento di Connors. Contenuto memorabile, ma sempre meno del titolo: ''La porcata del bastardo''.

La lepre che si fece campione

di Stefano Olivari
Parlando dello scazzo fra Gregory Konchellah, ancora per poco Yusuf Saad Kamel, ed il Bahrein, abbiamo ricordato di sfuggita la figura di suo padre Billy. Oggi criminale con pendenze in vari stati (stupro e spaccio di droga, soprattutto), negli anni Ottanta prima lepre e poi protagonista nell'età dell'oro del mezzofondo veloce. Di ottima famiglia, da ogni punto di vista, il ventenne Billy si rivela al mondo il 10 giugno 1981 a Firenze: non vincendo, ma scandendo il passo per il record del mondo di Sebastian Coe: proprio l'1'41''73 che sarebbe stato battuto solo 16 anni più tardi da Kipketer e che ancora oggi è la seconda prestazione mondiale all time (il fantastico tempo di David Rudisha domenica scorsa a Rieti è la quarta). Passaggio di Konchellah ai 400: 49''7. Quarto all'Olimpiade di Los Angeles, campione del mondo a Roma 1987, dopo anni anni di attacchi d'asma e di stravizi vince a sorpresa anche a Tokyo 1991, battendo l'elegante Barbosa e lo sbracciante Everett. L'ultimo urrah al Mondiale 1993 di Stoccarda, in una gara che molti italiani ben ricordano: oro all'altro keniano Paul Ruto (anche lui con un passato da lepre, non a caso vince da front runner), bronzo a Konchellah, in mezzo il bellissimo argento di Giuseppe D'Urso. E' più o meno da quei giorni che i rapporti con il figlio futuro campione sono diventati quasi inesistenti.

Sulle orme di Pedernera

di Stefano Olivari
I tragici risultati di Diego Maradona come c.t. dell'Argentina (in piena zona spareggio con la quarta Concacaf, con possibilità di andare ancora più giù) hanno ricordato la precedente edizione in cui l'Albiceleste ha mancato la qualificazione alla fase finale di un Mondiale. Parliamo di Mexico 1970, che fu bucata dalla selezione guidata da Adolfo Pedernera. Uno dei più grandi calciatori argentini di sempre (appena sotto il livello Maradona-Di Stefano), quasi a voler confermare il luogo comune sul grande allenatore che deve essere stato sì un calciatore ma non un un fenomeno. Quell'ottima Argentina, senza fenomeni ma in una buonissima era a livello di club, non riuscì a prevalere sul Perù nella partita decisiva del girone (all'epoca la Conmebol ne aveva tre, non quello unico attuale), e Pedernera fu cacciato. Tutti sanno delle sue imprese in campo, ma va detto che anche in panchina la sua carriera fu più che buona: Boca, River, Independiente, Gimnasia, Huracan, il Nacional di Montevideo e altro. Fra questo altro la nazionale colombiana al Mondiale del 1962, ricordata più per l'incredibile gol da calcio d'angolo di Marcos Coll (con Jascin in porta!) che per il gioco espresso. E quindi? Nelle qualificazioni per il 1974 l'onore fu riscattato da Omar Sivori, che poi però non avrebbe guidato la squadra in Germania, (sostituito da Cap). Conclusione democristiana: il cervello può essere all'altezza dei piedi, ma anche no.