Visualizzazione post con etichetta Ridateci gli anni Ottanta. Mostra tutti i post
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Parlando con l'amico Andrea abbiamo oggi avuto un momento di sconforto pensando che gli A-ha daranno l'addio alle scene il prossimo 4 dicembre...

Il lavoro secondo Mtv

di Andrea Ferrari
Videomusic va ricordata per un motivo apparentemente banale: fu il primo canale italiano interamente dedicato alla musica e se è vero, per dirla con Nanni Moretti, che “le parole sono importanti”, va dato atto a quel canale, che in molti ricordano con nostalgia, di essere sempre stato coerente con la sua “mission” : videoclip, concerti, monografie, interviste e pochi fronzoli. Quel canale ormai non esiste più da oltre un decennio.

L'anno di Rebo-Gol

di Stefano Olivari
Confessiamo di non esserci riusciti a staccare da un tremendo Pescara-Milan vecchie glorie, partita di beneficienza pro-terremotati ma anche pro tanti ex grandi personaggi in cerca d'autore (o almeno di un vecchio testo). Numeri di Di Canio per i rossoneri e di Edy Bivi per gli abruzzesi, commozione per un'intervista a bordo campo a Pietro Scibilia. E poi Franco Baresi, Leo Junior, Massaro (autore di due gol, 4-1 il risultato), eccetera. Con la presenza straordinaria di Massimo Oddo, che non è ufficialmente un ex ma che ha voluto giocare un tempo nel Milan ed uno nel Pescara. Non vogliamo essere assunti a Mediaset (così come in qualsiasi altro posto), anche perchè di partite così ce ne sono mille con tutte le grandi coinvolte, ma solo un pretesto per ricordare il miglior Pescara della storia. Come molte squadre memorabili nato per puro caso: nel 1986, quando il Palermo fallisce e per la B viene ripescato proprio il Pescara fresco di retrocessione. Al posto dell'ex emergente Catuzzi viene chiamato Giovanni Galeone, che ha fatto discrete cose alla Spal in C1 ma che gode ai tempi di buona stampa (continuerà a goderne) e poco altro. Galeone incomincia così una cavalcata storica con i vari Gatta, Bergodi, Camplone, Gasperini (proprio l'attuale allenatore del Genoa), Pagano. Un grande calcio, a detto dello stesso mister migliore di quello che sarebbe stato mostrato in A. E' la stagione doro di Stefano Rebonato, che trascina la squadra in A, dove nel 1987-1988 senza Rebo-Gol compie qualche impresa (vittoria sull'Inter di Trapattoni a San Siro, vittoria casalinga sulla Juve di Marchesi). Proprio in quella stagione di A entra in scena Scibilia, il signor Gis ben noto a Francesco Moser. Ma nel calcio di Galeone Conconi c'entrava poco: Sliskovic non avrebbe corso nemmeno con la consulenza del professore.
stefano@indiscreto.it

La nostra Neverland

Non c'è nessuna vergogna nell'affermare che la morte di Michael Jackson ci abbia colpito più di quella di un parente o di un amico, nonostante i 41 anni (nostri) ed i sogni ormai nel cassetto (ma senza Fabrizia Carminati): fin quasi all'alba siamo passati da un canale all'altro, sperando che il LA Times avesse commesso un errore e celebrando una nostra messa silenziosa. Senza entrare in discorsi musicali, visto che detestiamo il periodo Motown così caro invece ai sui sedicenti 'veri' fan, Jacko è un buon esempio dell'eroe anche sportivo in cui un ragazzino si vorrebbe identificare. Bravissimo nel suo campo, con il mito dell'infanzia rubata, mai arrogante, senza una 'sua' vera famiglia (parenti-serpenti, pseudomatrimoni e figli nati chissà come non ci hanno ovviamente mai dato motivo per essere gelosi) perchè la sua famiglia eravamo noi, distante da qualsiasi problema pratico, assediato da ricattatori e furbi, fragile, dall'immagine asessuata come è quella del campione sportivo per il bambino che ripete i suoi movimenti davanti allo specchio. E soprattutto morto giovane, per la gioia dei colonnelli Parker che potranno costruire l'industria del mito senza più essere disturbati dal presente. E per il dolore di noi asserragliati nella nostra Neverland, fatta di cose inutili che scaldano il cuore.

I biondi azzurri di Bearzot

''Questa è la storia di Holly e Benji, due ragazzi che hanno una grande passione per il calcio e che sognano di diventare campioni del mondo''. Sono queste le prime parole del narratore nella prima puntata del cartone animato più bello di sempre, non a caso nato nel 1983 mentre la versione manga era partita qualche anno prima: grazie alla segnalazione di Mauro siamo riusciti a rivedere la prima puntata su You Tube e non occorre essere Brin & Page per trovare anche le altre. Volevamo solo condividere questa emozione ed un ricordo che...non ricordavamo. Infatti mentre la madre di Holly sta preparando i bagagli per il trasloco si sente la televisione raccontare il trionfo degli azzurri di Bearzot in Spagna: ''L'Italia si è aggiudicata questa edizione della coppa del mondo di calcio, speriamo di avere presto il piacere di ospitare questa grande squadra nel nostro paese''. Il tutto mentre Holly in casa, palla al piede, tiene in mano un quadretto raffigurante la vittoria degli azzurri: tutti biondicci e con le facce uguali!!! Quindi anche i giapponesi ci vedono simili e stereotipati...I genii del merchandising avevano visto che L'Italia stava giocando bene e nonostante il rigore di Cabrini avevano già distribuito i prodotti celebrativi? Comunque una scena emozionante. Con questo post non volevamo certo parlare di storia del calcio, come si sarà capito, ma solo suggerire un modo per vivere un quarto d'ora non deprimente.

Takaya ci ha deluso come uomo

di Stefano Olivari
Kakà e Ibra (forse) se ne vanno in Spagna, ma come diceva quel cronista embedded che poteva entrare nello spogliatoio rossonero (unico a poterlo fare, negli anni d'oro): ''Va sempre in campo il Milan!''. Varianti: l'Inter, il Crotone, o la neoadepta del bilancio in pareggio che volete voi. Commento generico, non riferito ad alcuno in particolare, dei vecchiacci del Muppet Show: in passato avremo anche pagato in nero, ma eravamo ragazzi. Di tutto questo ci importa comunque meno che dei migliori cartoni animati ad argomento sportivo della nostra vita, importante discussione nata in privato dopo il post su Holly. Questo il nostro personalissimo podio, da Nick Hornby fuori tempo massimo. Ed Holly escluso, è chiaro.
1. Grand Prix - Protagonista l'automobilismo ed una F1, poi Formula Zero, molto umana. L'eroe (Takaya Todoroki) si distingueva dalla massa dei cartoni-manga-anime per una caratteristica straordinaria: vinceva raramente, anzi quasi mai. Anche se andando avanti nella serie la sua media punti si alza, fino all'inevitabile titolo di campione. Benissimo sceneggiata, la storia parte dalle difficoltà di Takaya nelle formule minori e dalle sue complicate vicende private (su tutte quella del padre mai conosciuto, in realtà meccanico della Katori). Di superculto la figura di Nick Lanz, praticamente Niki Lauda ma senza pagargli i diritti, il grande pilota che crede in lui fin dalle prime gare. La prima fidanzata, Isabella, muore eroicamente per salvarlo, ma Takaya la dimenticherà con Suzuko: in questo si rivela un piccolo uomo, considerazione che rende il cartone valido anche per gli adulti.
2. Mimì e la nazionale di pallavolo - La magnifica carriera di Mimì Ayuhara, dalle scuole medie a ai campionati mondiali (vittoria in finale sulla formidabile URSS). Assurde le azioni di gioco, più quelle delle avversarie che quelle delle 'nostre' (chi si ricorda dell'attacco quadruplo?), molto cupo il contesto. Allenamenti durissimi (memorabile quello con le catene alle braccia), una serie infinita di sfighe personali (malattie, la morte del fidanzato), lo sport visto come dedizione assoluta e come missione, nei rapporti interpersonali un realismo forse inadatto ai bambini: dal nonnismo delle vecchie della nazionale ai favoritismi dell'allenatore (nel doppiaggio chiamato Nacchi, ignoriamo il nome originale). Un altro pianeta rispetto al banalissimo Mila & Shiro.
3. L'Uomo Tigre - Benissimo caratterizzato il protagonista, con un passato affascinante ed un presente da giornalista sportivo (parliamo del II, meglio precisare visto che i puristi preferiscono la prima serie) oltre che ovviamente da lottatore con tutte le arti marziali possibili. Mafia, politica, violenza, alcune figure reali (su tutte Antonio Inoki, che sconfigge anche il 'vero' Uomo Tigre): cose che in un cartone animato dei primi anni Ottanta (in Italia) raramente si vedevano. Abbiamo adorato l'etica di Tommy ed i suoi cambi di identità, ancora più dei combattimenti in situazioni tipo Lionheart.

Gli anni d'oro della grande Rial

di Stefano Olivari
Il Mondiale di Formula 1 con il salary cap a qualcuno piace. Nemmeno il tempo di aprire le iscrizioni per il 2010 (i termini scadranno fra una settimana) e subito l'adesione della Campos Racing squadra attualmente nel campionato spagnolo di Formula 3. Proprietario Adrian Campos, ex pilota ed ex manager di Fernando Alonso. La scuderia (che secondo Marca avrebbe fra i suoi finanziatori la stella dei Lakers Pau Gasol) si chiamerà Campos Meta 1 (Meta Image è la sigla dei soci di Campos). Il bello del salary cap è che potrebbe riportare in F1 quelle scuderie che non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena, ma che riuscivano spesso ad inventarsi qualcosa e spessissimo a lanciare piloti dal grande futuro. Rimanendo nel decennio più bello della storia d'Italia (che fra l'altro Campos visse guidando una Minardi che finiva pochi GP), di cui adesso stiamo subendo i sottoprodotti politico-culturali (un po' meno belli), ci vengono in mente, con lacrime agli occhi e in ordine sparsissimo: ATS, Ensign (fu con questa macchina che Clay Regazzoni ebbe il drammatico incidente di Long Beach), Shadow, Fittipaldi, Osella, Rial (nella foto Andrea De Cesaris a Silverstone), Onyx, Dallara, Theodore, Toleman, Eurobrun, Ram, Spirit, Lola, Coloni, Ags, Zakspeed. E chissà quante ne dimentichiamo, al di là dei vari team che con varie fusioni sono arrivati fino ai giorni nostri e di alcuni eroi dei Novanta come Leyton House, Fundmetal, Footwork, Life, Venturi, Andrea Moda, eccetera. Non è che una volta fosse tutto più bello, anche perchè i piccoli non vincevano mai. Però c'erano.

I gregari di Moser e Saronni

di Stefano Olivari
1. Coppi e Bartali, sempre le stesse storie con i figli sempre più vecchi. Fiorenzo Magni, sempre più un gigante. Moser e Saronni, i nostri primi anni Ottanta. Vista una puntata di Porta a Porta più interessante di quelle su Cogne, Erba e Garlasco messe insieme, nonostante l'assenza assoluta di novità. Venendo agli anni Ottanta, ci piace ricordare un episodio della rivalità fra Moser e Saronni che non riguarda il Giro d'Italia, vinto due volte da Saronni (1979 e 1983) ed una da Moser (1984 per volere Gazzetta, cancellando il tappone che avrebbe incoronato Fignon).
2. Mondiale di Praga, agosto 1981, che bello quando il Mondiale di fatto chiudeva l'estate: All'ultimo giro c'è in testa un gruppo pieno di italiani: i due grandi rivali, poi Baronchelli, Panizza, Masciarelli, Contini, Battaglin, Gavazzi. Da sottolineare che sui corridori di testa è rientrato, recuperando da solo (!) due minuti di distacco uno dei migliori Hinault di sempre, fresco vincitore del suo terzo Tour oltre che campione del mondo in carica. Scatti ripetuti, soprattutto di Baronchelli l'anno prima secondo a Sallanches (bravo Hinault, però quel salto di catena...), ma marcature a uomo. A una decina di chilometri dalla fine altro scatto del mantovan-bergamasco, compagno di club di Moser nella Fam Cucine, accompagnato da Robert Millar. Baronchelli non è certo uno sprinter, ma è senz'altro più veloce dello scalatore scozzese (nessuna parentela con David): insomma, nel caso dietro nessuno insegua la medaglia d'oro è sua, risarcimento per una carriera grande e sfortunata (dai 12 secondi di distacco da Merckx in giù). Ma a quel punto si rifà sotto un gruppo scatenato, trainato da...Miro Panizza, compagno di club di Saronni nella Gis. Nelle vere rivalità non si accetta la vittoria 'dell'altro' nemmeno per interposto gregario. Altro scatto di Millar, questa volta in solitario a due chilometri dal traguardo, altra ricucitura operata da Panizza. A quel punto, con i migliori tutti insieme, sarebbe logico che gli azzurri organizzassero un treno per Saronni. Moser però finge di non capire e così nasce una volata stranissima, in cui ognuno corre per sè. Ai 400 metri Baronchelli ricompare in testa, ma la sua trenata è poco convinta, così un nervoso Saronni parte troppo presto (si dice sempre così, con il senno di poi).
3. La spunta Freddy Maertens, già giustiziere di Moser a Ostuni, su Saronni e Hinault (straordinaria l'impresa del bretone, visto il recupero). L'ultima vittoria nella carriera del belga, passato ingiustamente alla storia italiana come uno sprinter opportunista quando invece è corridore da classiche e al top della forma anche da grandi giri (ha vinto la Vuelta del 1977 e senza caduta avrebbe vinto anche il Giro poi andato al compagno Pollentier). Alfredo Martini è furibondo, ma in vita sua ha visto di peggio e saprà passare oltre. L'anno dopo Saronni si rifarà, con uno dei gesti sportivi simbolo del nostro decennio.
stefano@indiscreto.it
Video: le fasi finali del Mondiale di Praga, con la telecronaca Rai di Adriano De Zan


Greg Page

di Stefano Olivari
Mettete un'alba anni Ottanta (11 giugno 1982) ad aspettare la diretta del match fra Larry Holmes e Gerry Cooney su Canale5: l'ex sparring partner di Muhammad Alì contro l'ennesima grande speranza bianca (questa volta l'abusata definizione era di Don King). Avevamo puntato la sveglia troppo in anticipo e così vedemmo anche l'incontro precedente, sempre con telecronaca di Rino Tommasi (in diretta solo in Lombardia, le leggi del tempo proibivano a canali non statali di trasmettere in diretta in più di una regione): in pratica il numero 3 ed il numero 4 dei pesi massimi si sfidavano per il loro futuro. il 4 Trevor Berbick prevalse a sorpresa sul 3 Greg Page al termine di dieci riprese tiratissime e di grande livello tecnico. Page è morto pochi giorni fa dopo otto anni drammatici, seguiti al coma dovuto al suo ultimo incontro contro Dale Crowe. Il pugile di Louisville era poi uscito dal coma, ma per sedersi su una sedia rotelle con tutta la parte sinistra del corpo paralizzata. Un morto di boxe, insomma, questa volta davvero e non per correlazioni statistiche. Nonostante lo stop con Berbick ed una serie di circostanze che poi gli impedirono di arrivare alla corona WBA da sfidante ufficiale quale era, Page riprese la sua ascesa e l'occasione arrivò nel 1984. Holmes aveva lasciato vacante il titolo WBC e i due sfidanti, Page e Tim Witherspoon, si batterono per prenderne il posto. Contro Berbick Page aveva perso da favorito, contro Witherspoon perse (in 12 round) da favoritissimo. Non solo, ma di lì a poco gli scivolò via anche il titolo americano (USBA) contro quel David Bey che al suo incontro d'esordio aveva battuto James 'Buster' Douglas (futuro giustiziere del miglior Tyson a Tokyo). Gli anni Ottanta regalarono però un'altra opportunità anche a lui: il sudafricano Gerrie Coetzee mise in palio volontariamente il titolo WBA e si scelse per l'esibizione nella sua Sun City questo pugile che sembrava in declino. Il primo dicembre 1984, all'ottava ripresa, Page diventò campione con uno dei colpi più devastanti del decennio. La gloria durò poco, perchè quattro mesi dopo perse la corona contro Tony Tubbs, ed i soldi ancora meno visto che da pugile ambizioso si trasformò in onesto sparring: tante belle (Douglas, Joe Bugner, 'Razor Ruddock, 'Bonecrusher' Smith) e meno belle sconfitte, fino alla fine.

I piedi nudi di Zahoui

di Stefano Olivari
Il nome di Francois Zahoui ci scalda il cuore, quindi ringraziamo Alessandro F. (fratello della Christiane dello zoo di Berlino?) per la richiesta. Acquistato nel 1981 per soli 15 milioni di lire, quando aveva 19 anni, dall'Ascoli di Costantino Rozzi, l'attaccante ivoriano ebbe problemi di ambientamento (eufemismo) e fu oggetto di mille leggende più provinciali che metropolitane. Fra le altre cose si disse e si scrisse che essendo abituato a giocare a piedi nudi (nell'Italia del 1981 si pensava che tutti gli africani giocassero a piedi nudi, alla Abebe Bikila) fosse impossibile reperire scarpe adatte a lui anche nelle Marche, che delle scarpe è la terra promessa: secondo misurazioni giornalistiche, quindi presumibilmente false, aveva il 42 di larghezza ed un quasi palanchiano 38 di lunghezza. La realtà è che era troppo leggero per la nostra serie A, nonostante la buona tecnica: Mazzone lo metteva in campo solo per perdere tempo, nella squadra di Brini, Mandorlini, Nicolini, Torrisi, Greco e Novellino. Dopo due stagioni con poche presenze, Rozzi lo vendette molto bene al Nancy, da lì poi andò al Tolone (con allenatore Rolland Courbis) per poi chiudere nel 1993 nel Nevers: dieci anni di calcio francese, quasi tutti a buon livello, per poi tornare in Costa d'Avorio ad allenare. Poi il ritorno in Francia: fra il 1999 ed il 2001 ha guidato il Tolone (che nel frattempo era fallito e ripartito dai dilettanti), rimanendo poi a livello semiprofessionistico. Il 2008-2009 lo ha visto allenatore dell'FC Seynois, squadra di un sobborgo di Tolone.

L'ultima Roubaix di Moser

di Stefano Olivari
Buona Pasqua aspettando la Parigi-Roubaix di oggi e ricordando quelle dei migliori anni della nostra vita, quelle di Francesco Moser. Che come tanti fuoriclasse stregati dalla Roubaix prima di vincerla l'ha molto sognata: secondo nel 1974 dietro a Roger De Vlaeminck e nel 1976 dietro a Marc Demeyer, Moser vince nel 1978 davanti a De Vlaeminck (fra l'altro l'unico che ha più podi di lui, 9 contro 7), nel 1979 ancora davanti a De Vlaeminck (terzo Kuiper) e nel 1980 prevale per distacco su quel Gilbert Duclos-Lassalle che tredici anni dopo farà piangere Ballerini. Ci ricordiamo benissimo la corsa del 1981, quando Moser potrebbe vincere per la quarta volta (al velodromo trionfa Hinault con la maglia di campione del mondo, come è riuscito a Moser tre anni prima) ed invece arriva terzo dietro anche a De Vlaeminck, come terzo arriva nel 1983 dietro a Kuiper e Duclos -Lassalle. Non sarà sfuggito che i nomi sono sempre gli stessi: nelle classiche vere funziona così, una volta più di adesso. Guardando poco il ciclismo di oggi abbiamo impressa anche l'ultima Roubaix del campione trentino, quella del 1987: la tredicesima partecipazione di Moser, che a 36 anni ha dato tutto e anche di più. Si batte come un leone, sta aggrappato ai favoriti e finisce diciannovesimo nell'edizione di Vanderaerden, che sfrutta una caduta di Sean Kelly per scattare piantando in asso il gruppo dei migliori, dove c'è anche Moser, e piombando su tre fuggitivi scoppiati. Come avrete intuito, questo ricordo è solo un pretesto per augurare buona Pasqua e buona Roubaix (magari senza agnello nella pancia, cerchiamo di iniettare un po' di senso di colpa) a tutti gli amici di Indiscreto.

Nazionale da passeggio

di Stefano Olivari
1. Da una ventina d'anni, cioè da quando anche in Italia è nata la figura del giornalista-personaggio, diamo tristemente per scontato che le telecronache riguardanti i club italiani siano faziose-tifose. Stupidamente faziose, diremmo: perchè, per fare due esempi, sono molti di più gli anti-interisti o gli anti-juventini rispetto agli interisti o agli juventini (il grigio e affascinante equilibrio di un Giuseppe Albertini non lo prendiamo nemmeno in considerazione). Però con la Nazionale non riusciamo ad abituarci al clima di unanimismo tifoso che avvolge ogni frase, ogni commento, ogni collegamento. La Nazionale non coinvolge solo tifosi, ma milioni di persone che seguono il calcio solo saltuariamente e che non meritano di essere militarizzate. Il Brasile-Italia dell'Emirates non ha fatto eccezione: partita inutilissima, a parte che per i due milioni di euro che le squadre si sono spartiti, decisa come sempre da episodi (il gol annullato a Grosso) ma giocata molto meglio dal Brasile a livello di atteggiamento (raramente, anche nell'era Dunga, si era visto un pressing simile) e di ispirazione dei singoli.
2. Però, secondo il bordocampista Paris, Dunga 'protesta con atteggiamento animalesco' (mezzo secondo dopo queste parole inquadratura sul c.t. brasiliano, in piedi con faccia arrabbiata ma non più dello Spalletti medio). E secondo il commentatore Bagni, quello che incitava Ferrara a fare male a Moeller nella finale di Champions 1997 (il famoso esempio per i giovani), i brasiliani facendo melina si meritavano le entrate fallose degli azzurri. E secondo tutti nessun azzurro a livello basso (mettiamo Cannavaro, Pirlo, Gilardino, Di Natale), ma solo un fenomeno (Zambrotta, omaggiato in stile 'generoso Graziani') e 'compagni che sbagliano' con la scusante di pensare al campionato (mentre Maicon e Ronaldinho la domenica vanno al parco). Per non dire della povertà del contorno: lo strombazzato 'derby del mondo' è stato analizzato in due secondi dal solito Lippi senza contraddittorio (''Abbiamo perso? Vedremo fra un anno e mezzo. L'atteggiamento? Forse timore reverenziale''), dalle risposte svogliate di uno dei peggiori in campo (Pepe) e da pochi altri. Va anche detto che Sky e Mediaset (probabilmente anche La7, visto il ridicolo da estasi mistica toccato con il contorno al Sei Nazioni) come caricamento dei toni avrebbero fatto peggio, quindi alla fine teniamoci RaiUno.
3. Un fenomeno curioso è che in occasione delle partite della Nazionale ci siano talebani del tifo di club che preferiscono seguire il dibattito sulla loro squadra nei canali locali (arriverà o no a Torino il padre di Diego?) piuttosto che guardare Italia-Brasile: con tutti i limiti delle amichevoli, pur sempre i campioni del mondo contro la squadra più seguita nel mondo. Così gli esperti di flussi Auditel spiegano i risultati buoni ma non buonissimi degli azzurri: ieri mediamente la partita è stata seguita da 9.816.000 spettatori, con il 32,79% di share. In termini di share, solo 5 punti meglio del recente Juve-Napoli di Coppa Italia (e solo uno meglio del Grande Fratello nella serata del grande sciacallaggio giornalistico su Eluana, rifiutato dagli italiani). In termini di composizione del pubblico come al solito risultati molto diversi dal calcio di club: con più donne, più spettatori occasionali, una distribuzione geografica più equilibrata. Fossimo uno sponsor preferiremmo un quadratino nei backdrop azzurri che in quelli dei soliti noti, ma il modo in cui vengono distribuiti i budget pubblicitari è tristemente noto.
4. Il 'Dove sono adesso' del giorno è dedicato ad Hans Dieter Mirnegg (richiesta cult di Felix), discreto difensore austriaco nel Como 1981-82 (allenatori Pippo Marchioro e Gianni Seghedoni: in quella stagione fra l'altro esordì in A un giovanissimo Stefano Borgonovo), ed anche nella nazionale (senza Mondiali, però) dell'era Pezzey-Prohaska-Krankl. Nessuna evoluzione strana, dopo il ritiro è diventato allenatore: il top in questa seconda carriera l'ha raggiunto al Lask Linz e al Red Bull Salisburgo (come vice) di quattro anni fa.
5. Fino a stamattina non sapevamo spiegare bene il nostro amore per gli anni Ottanta, anche perchè gli anni dell'infanzia felice (più i sogni di gloria, Panatta e Jura) sono stati per noi i Settanta. Poi un amico ci ha mandato il video dello spot della Sakura di cui gli avevamo parlato mille volte, ed abbiamo capito: quegli anni erano un misto di lucida follia, di ottimismo generale e di sicurezze create dal lavoro delle generazioni precedenti. Tutto questo e molto di più nel leggendario commercial di 'Orologio Italia', senza dubbio il più brutto orologio mai creato nella storia. Con testimonial un Franco Baresi ventitreenne, al quale un copy sotto Lsd fa dire, mentre passeggia abbracciando una ragazza in una specie di canneto, una frase sublimemente trash riferita a questo gioiello della tecnologia: ''E' anche da passeggio''. E' anche da passeggio!!! Secondo alcuni intellettuali dell'epoca c'era un doppio senso, riferito alla ragazza, ma noi pubblico di Rai Uno (abbiamo seguito anche ogni fotogramma di 'Raccontami', con un Massimo Ghini a livelli strepitosi) siamo sempre per il primo livello di lettura. Da ricordare anche l'inizio dello spot, con bambini tipo merendina Ferrero, ed il finale con degli pseudo-amici con maglietta azzurra e chitarra. Inutile dire che la Sakura (azienda milanese, a dispetto del nome: sede in via Mauro Macchi) qualche anno dopo è fallita, non prima di aver messo sul mercato modelli di superculto: su tutti il Sakura Fuego, con accendino incorporato, una cosa che avrebbe spaventato Muzio Scevola.
stefano@indiscreto.it
(appuntamento a domani, verso mezzogiorno)

Altro che malinconia

di Stefano Olivari
Non sappiamo se davvero Mike Tyson ed Evander Holyfield si affronteranno per la terza volta nella loro carriera ad Abu Dhabi, il prossimo 31 ottobre allo Zayed Sports City Stadium davanti a 25 mila persone. I 34 milioni di dollari di borsa complessiva ci indurrebbero a scommettere sul sì, ma per il momento ci accontentiamo della presenza sui media di due personaggi anni Ottanta come pochi altri. Tyson, che non sale sul ring dal novembre del 2006 (sconfitta con l'irlandese McBride, nel solito astuto incontro pro identificazione guardie-ladri), nel 1986 a 20 anni e 4 mesi diventò campione mondiale Wbc dei massimi battendo Trevor Berbick con un indimenticabile ko differito. Poi la versione Wba, battendo ai punti James 'Bonecrusher' Smith e quella Ibf sempre ai punti su Tony Tucker, più tanti altri episodi che tutti (o forse no, potremmo infliggere una Tyson Story) conoscono. Con una considerazione personale: l'inizio della fine non fu la sconfitta con Buster Douglas a Tokyo nel 1990, ma l'entrata nell'orbita di Don King di due anni prima, con conseguente allontanamento di uno dei pochi a non averlo mai truffato: Kevin Rooney, l'uomo che lo aveva guidato sul ring e come persona dopo la morte di Cus D'Amato, anche lui estremista del peak-a-boo (uno stile di boxe che porta a proteggere di più la faccia e alla ricerca del jab in uscita dallo scambio, considerando il lavoro al corpo solo preparatorio). In riviste anni Cinquanta abbiamo trovato filastrocche per memorizzare sotto pressione i pochi schemi: lì davvero c'è tutto Tyson...Holyfield è invece anni Ottanta non in relazione a Tyson (la prima sfida fra i due avvenne nel 1991) ma all'Olimpiade di Los Angeles: dove vinse un memorabile bronzo, memorabile perché da favorito fu squalificato da un arbitro jugoslavo in semifinale per avere colpito il neozelandese Barry a cronometro fermo. La curiosità è che in finale avrebbe dovuto affrontare Josipovic, jugoslavo anche lui...Preparati al diluvio di editoriali sulla malinconia di questa sfida e sulla bella boxe di una volta che adesso non c'è più (come le merendine e la tivù dei ragazzi), diciamo che invece siamo contenti almeno della prospettiva. E' bello che due ultraquarantenni siano lì, a battersi, sotto le luci. Fuori dal ring c'è poco, ed è difficilissimo da trovare.
stefano@indiscreto.it

L'etica di coach Reeves


I muri di Indiscreto riportano alla luce capolavori dimenticati da molti ma non da tutti, come il The White Shadow di cui abbiamo discusso qualche settimana fa. In Italia conosciuto come Time Out, era un telefilm di livello altissimo incentrato su basket e periferie: lo trasmetteva Italia Uno nel primo pomeriggio di metà anni Ottanta, ma in realtà le storie erano state girate tutte fra il 1978 ed il 1981: però all'epoca le informazioni arrivavano in maniera frammentaria, sembrava tutto nuovo. Prodotto da Bruce Paltrow (padre della da noi più nota Gwyneth), il telefilm ha come protagonista un ex giocatore della NBA, Ken Reeves, interpretato splendidamente da Ken Howard (curiosità per noi che amiamo il cinema d'autore: nell'ultimo episodio di Rambo Howard è nelle vesti di un prete). Reeves, ala dei Chicago Bulls a fine carriera, avrebbe tante opportunità (gli offrono di fare l'opinionista televisivo, in una puntata un'altra squadra NBA gli chiede di tornare in campo come cambio di esperienza) ma sceglie di allenare la squadra di una high school di un quartiere difficile di Los Angeles, la Carver. E da qui partono mille storie con lo sport come prestesto e protagonisti ragazzi senza speranze di professionismo sportivo (a parte il centro, Warren Coolidge) ma con problemi più concreti. Come dimenticare le battute di Thorpe (abbiamo scoperto solo oggi che lo doppiava Riccardo Rossi), i numeri di Hayward, l'italianità di 'Salami' Petrino (attore Timothy Van Patten, oggi grande regista tv: metà della serie dei Sopranos è stata diretta da lui), la timidezza di Goldstein? Su tutti la figura del coach: non il guru filosofeggiante di tanta cinematografia sportiva, ma una persona concreta e con un'etica più vissuta che teorizzata. La vera domanda è però come mai lo sport, così presente al cinema non solo degli anni Ottanta, non abbia mai avuto grande successo nelle fiction tivù: vale anche per gli Usa, tanto è vero che la CBS con The White Shadow non andò oltre la terza stagione. La fiction sportiva non piace né al pubblico dello sport né a quello tradizionale delle fiction: magari ha ragione il pubblico. Però quei cinquanta e passa episodi ci rimarranno nel cuore, non solo per l'effetto nostalgia: da quello del ragazzo che voleva lasciare l'Unione Sovietica a Coolidge tentato dagli Harlem Globetrotters, dalla finta morte del coach per raccogliere fondi alla finale statale.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Ancora un gioco


''Where football is still a game''. Questo lo slogan con cui la USFL fu lanciata in pieni anni Ottanta, con l'idea di smarcarsi anche ideologicamente dalla già ricchissima NFL. Periodo di attività ovviamente diverso (primavera), città non toccate dalla concorrente, regole innovative fra cui le più popolari furono senz'altro la conversione da due punti del touchdown ed un abbozzo di salary cap (curiosamente la lega fallì proprio per motivi finanziari), non a caso poi riprese dalla NFL. E campioni come Herschel Walker ingaggiati fin dalla prima stagione, quella 1983: poi sarebbero arrivati Reggie White, Jim Kelly, eccetera. Una lega che ci è rimasta nella memoria per la semplice ragione che sulle reti allora chiamate Fininvest se ne vedevano le partite, nell'età dell'oro della tivù in chiaro: poi i format demenziali per il popolo bue ed il campionatino di nicchia pay per borghesi avrebbero frazionato l'ascolto, ma all'epoca si poteva ancora dire 'Hai visto ieri in tivù?'. Lasciando le buone merendine di una volta e tornando alla USFL, il motivo principale della sua fine fu l'intenzione annunciata dopo il campionato 1985 (cioé il terzo) di disputare la stagione 1986 in diretta concorrenza con la NFL, quindi iniziando a fine estate. La lega rivale fece pressioni sui network televisivi per boicottare la USFL, che rispose facendo causa alla NFL e chiedendo come risarcimento l'incredibile, anche con gli occhi di oggi, cifra di 2 miliardi di dollari. La causa fece giurisprudenza ma finì in niente, per la USFL non ci sarebbero state né la 1986 né altre stagioni. Ma nel cimitero dei sogni anni Ottanta una lapide la merita.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Il Sanremo di Patty Brard


Nella puntata precedente abbiamo parlato di Luis Miguel e del Sanremo 1985, pieno cuore del decennio d'oro con al potere Craxi, Reagan, eccetera, ricevendo segnalazioni di superculto. Su tutte una: se è facile ricordare che a presentare quell'edizione fu Pippo Baudo (basta tirare a indovinare), non altrettanto si può dire della valletta o co-presentatrice: silenzio, rullo di tamburi e...Patty Brard! No, se non ve la ricordate non siete rincoglioniti. In Italia era una totale sconosciuta, quando un imbarazzato Baudo la presentò genericamente come 'attrice'. Invece Patty era soprattutto una cantante: Sull'allora trentenne olandese di origini indonesiane si diffusero mille voci: figlia di un principe, parente di Agnelli, raccomandata di mezzo arco costituzionale. L'unica cosa semi-reale era la seconda visto che all'epoca era sposata con Carlo Nasi, nipote o qualcosa di simile dell'Avvocato che tanto faceva sghignazzare i cronisti con battutone tipo 'Boniek bello di notte'. Per il resto era soprattutto una cantante, nelle famosissime Luv': a memoria la prima band di successo formata da sole ragazze, sorta di Spice Girls in salsa Settanta e di genere simil-Abba, creazione a tavolino di un manager olandese di cui proprio Patty era stata segretaria prima ancora che cantante. Insomma, non la solita miracolata sanremese (tipo la bulgara di Saccà), anche se nella nostra microstoria è stata descritta come una meteora dal genere Zahoui: adesso, ultracinquantenne, è inserita nel circuito dei revival di mezza Europa.

Noi ragazzi di ieri


Luis Miguel che canta, Toto Cutugno come autore, Sanremo 1985. Ce ne sarebbe abbastanza per mettersi a piangere dalla nostalgia, ma chi ha vissuto gli Ottanta odia il trombonismo reducistico di altre generazioni e prende tutto per quello che è: una canzone rimane una canzone, anche se abbiamo davvero bisogno, allora come oggi, di un paio d'ali e stimoli eccezionali. 'Noi ragazzi di oggi' rimane comunque uno dei manifesti pop dell'epoca, e non è per niente vero che dopo quel successo il cantante messicano sia finito nel dimenticatoio. Anzi: da lì fino ai giorni nostri ha raccolto successi incredibili in Sudamerica, in patria ed anche negli Stati Uniti: sempre nelle zone alte delle classifiche di Billboard, nel mondo latino è un protagonista fisso nelle riviste di gossip, un po' come da noi le Caroline e le Stephanie di Monaco dei bei tempi: un anno fa, a 37 anni, ha avuto un primo figlio 'ufficiale' ed abbiamo letto che insieme alla moglie Aracely Arambula (stella delle telenovelas messicane, ma messicane vere, di quelle con la ragazza sfortunata che alla fine si mette con il figlio del padrone) nei aspetta un secondo per i prossimi mesi. Musicalmente parlando, ci siamo riappassionati a lui solo negli ultimi anni: più Frank Sinatra che Julio Iglesias, per intenderci. Da quel magico 1985 l'Italia l'ha frequentata poco, certo, ma il discorso vale anche per Michael Jordan o Steven Spielberg.

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Video: Luis Miguel a Sanremo 1985

Chi si ricorda di Gary Ewing


Non sarà sfuggito ai maniaci che Hallmark, ore 19 sul canale 136 del decoder Sky, da qualche settimana manda in onda le repliche di Dallas. Serial della CBS datato 1978 ma che in Italia arrivò solo ad inizio 1981, su Rai Uno e non su quel Canale Cinque che di lì a poco avrebbe comprato e lanciato la serie fino a farla diventare la summa della sua filosofia. In gran parte coincidente con quella ottantesca vista per così dire da sinistra: inseguimento di soldi, sesso, potere ed in generale di gratificazioni personali senza alcun interesse per il mitico 'sociale' e soprattutto, questa la straordinaria svolta ideologica, senza sensi di colpa. Tutti conoscono i protagonisti della serie, almeno per sentito dire, dal fratello cattivo J.R. a quello buono Bobby. Ma solo i veri cultori ricordano il terzo figlio degli Jock ed Ellie Ewing, Gary (diminutivo di Garrison), che nei 13 anni in cui è durato Dallas si vede pochissimo. Prima di tutto è il padre di Lucy (la 'nana' bionda interpretata da Charlene Tilton, che come lo zio J.R. non si fa mancare niente e nessuno) ed è a causa di varie vicissitudini considerato il fallito della famiglia. A lui sono però affezionati sua madre ma soprattutto lo sceneggiatore, il grande David Jacobs, che lo riutilizza nell'altro suo capolavoro Knots Landing, in Italia meglio conosciuto con il non geniale titolo di 'California' ma che dopo un breve periodo di gloria su Retequattro da noi è finito nel circuito delle tivù locali. Onore comunque a Gary ed alla sua plurimoglie (fra un serial e l'altro dovrebbero essersi sposati ed avere divorziato almeno tre volte) Valene, interpretata dall'indimenticabile Joan Van Ark.

Stefano Olivari
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L'impresa di Phil Anderson


Tifavamo per Cadel Evans, nel Tour de France appena concluso, ritenendolo fra i campioni uno dei più puliti. In ogni senso, anche se ovviamente non si può giurare su nessuno. Purtroppo l'australiano è arrivato secondo per la seconda volta consecutiva: adesso sembra quasi una cosa normale, ma all'inizio degli Ottanta un corridore non europeo protagonista al Tour rappresentava una notizia ai confini della realtà. Proprio un altro australiano fu il primo extraeuropeo a vestire la maglia gialla: nel 1981 Phil Anderson cambiò la storia in una memorabile tappa pirenaica, da noi vista sulla Svizzera (all'epoca gli italiani disertavano il Tour, imitati dalla RAI), rimanendo incollato a Bernard Hinault in una giornata che vide trionfare il grimpeur Lucien Van Impe ed Anderson conquistare il primato in classifica. Poi Hinault schiantò tutti ed Anderson chiuse il suo Tour di esordio al decimo posto nella generale, fra la stupore degli esperti che non concepivano l'esistenza di campioni al di fuori di quelle quattro o cinque nazioni, ma il seme era gettato. L'anno dopo, sempre con la maglia della Peugeot (era un'epoca in cui ancora si capiva che cosa facessero gli sponsor), vinse una tappa ed arrivò quinto nella generale oltre ad aggudicarsi la maglia bianca (quella appena indossata da Andy Schleck) come miglior giovane. Poi una buona carriera, chiusa da 36enne in piena era Indurain: nel suo ultimo Tour, quello del 1994, la maglia bianca fu di Marco Pantani. Se i Lemond e gli Armstrong ad inizio carriera non sono stati guardati con sufficienza lo devono anche a Phil Anderson.
Stefano Olivari