di Paolo Sacchi
C'è chi ha il campionato più bello del mondo, chi invece mastica amaro. Come stanno facendo proprio in questi giorni in Australia. Non per il calcio, bensì per il rugby. Giornali e tv locali della Terra di Oz hanno definito la settimana scorsa come la più nera della storia sportiva del Rugby League.
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Non ci sono stadi italiani
di Paolo Sacchi
Note a margine del discorso Balotelli-Verona: la cultura extra-calcio, le sciarpe dei giornalisti inglesi, la maglia di Mayelé, la diversità del Chievo, i fischi da bianco e la denuncia nel posto sbagliato.
Lippi sui papiri
di Paolo Sacchi
Impressioni d'Egitto sulle foto dei negozianti, la vita complicata di Hassan Shehata, gli assenti in Angola e le critiche ai compagni di nazionale.
Il fantacalcio di Macalli
di Paolo Sacchi"I motivi partono dal considerare la denominazione serie C troppo spesso declassificante. Vogliamo dare il giusto valore a questa categoria che, al contrario, è da ritenere paritetica, se non superiore, alle altre, soprattutto come imprenditorialità. Abbiamo voluto cambiare questo vecchio abito, perché l'abito fa il monaco". Lo diceva, quasi un anno fa, Mario Macalli, alla presentazione del nuovo nome - Lega Pro - del campionato di serie C, partorito dopo un lungo lavoro di studio e analisi. Un “cambiamento epocale”, così era stato anticipato con modestia dall’ufficio stampa del presidente, “sul modello delle leghe inglesi" trovando "una diversa etichetta più accattivante”. Ora, è vero che le rivoluzioni non si fanno in un giorno, ma dopo la prima stagione con il vestito nuovo sono apparse subito le vecchie pezze. Tanto che forse la vera fortuna è che finora la nuova creatura abbia continuato ad essere oscurata dalle magagne dei fratelli maggiori di A e B. Di accattivante in Lega Pro continua a non emergere nulla. E’ sufficiente andare assistere ad una qualsiasi partita di campionato o sintonizzarsi su Rai Sport un lunedì sera a caso per rendersene conto. Paradossalmente la qualità del gioco espresso in campo è l'ultimo dei difetti. Società perennemente in difficoltà economiche, impianti al limite della fatiscenza, copertura televisiva semiclandestina (aste di vendita dei diritti chiuse al prezzo di 5mila euro...) e tutto il resto. Non che all'estero si navighi nell'oro e nel benessere, ma di modello inglese - organizzativamente parlando - da queste parti non si vede nulla. A proposito del Rodengo Saiano, peraltro simpatico sodalizio citato da Marco Lombardo nel suo pezzo su "Il Giornale", fate un salto al campo da gioco. Sarebbe un gioiellino visto nell’ottica italiana ma, con tutto il rispetto, se quello è un impianto di un club professionistico allora un qualsiasi stadietto della League Two o della Dritte Liga è un Old Trafford al quadrato. Anche se, giova ricordato, nella ricca provincia di Brescia, la squadra del capoluogo ha fatto esibire per quattro stagioni il più celebre calciatore italiano degli ultimi vent’anni (Roberto Baggio) in un impianto che sarebbe indecoroso anche nel terzo mondo. In attesa del "title sponsor" e di tutti quei termini che fanno molto business e da cui dovrebbero arrivare i soldi previsti dopo quelli investiti per la nuova sede inaugurata addirittura da Michel Platini, per ora la Lega Pro non utilizza neppure il nuovo nome per il proprio website (http://www.lega-calcio-serie-c.it/ è ancora tuttora valido, se cercate "lega pro" troverete già registrato un sito relativo a un torneo di fantacalcio…). Sarebbe però non corretto dire che non sia accaduto nulla. A febbraio Macalli è stato riconfermato presidente dai 90 presidenti dei club iscritti in preda ad una gran voglia di rinnovamento.Vabbè, buttiamoci sul Fantacalcio...
p-sacchi@hotmail.it
(in esclusiva per Indiscreto)
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Più in là dell'Old Firm

EDIMBURGO - Celtic, Rangers. Rangers, Celtic. E così via, la storia va avanti da un secolo. Più che la storia, la classifica: non passa stagione senza che la prima e la seconda posizione del campionato scozzese siano territorio di caccia in pratica riservato ai due grandi club di Glasgow. Un dominio assoluto da far apparire, soprattutto agli occhi di chi ha meno di 25 anni, come una sorta di miracolo, un’incredibile coincidenza astrale, i trionfi in patria e all’estero di Aberdeen e Dundee United tra il 1980 e il 1985. Per un lustro riuscirono a sovvertire l’ordine precostituito grazie a straordinarie capacità tecniche e manageriali (tra cui quelle del futuro “Sir” Alex Ferguson) sfruttando la contemporanea congiuntura economica negativa della famigerata Old Firm. Parliamo però di un epoca ormai lontana, di anni in cui parlare di Sky significava unicamente riferirsi al cielo, i matchday programme se andava bene erano ancora di 16 pagine in bianco e nero anziché di 80 tutte patinate e costavano meno che un tortino di carne e un bovril, ancor’oggi tradizionali snack e drink scozzesi del pre-partita. Così dal 1986 è stato nuovamente un interminabile Celtic - Rangers. Un dominio che ha generato, nel bene e nel male, effetti collaterali. Nel tentativo di rincorrere le due grandi (chi ricorda Caniggia al Dundee?) alcuni club hanno rischiato il tracollo, altri sono restati in vita con l’ossigeno dell’amministrazione controllata, un paio, soprattutto delle serie minori, salutato la compagnia. Nel frattempo la Lega ha cercato di modificare il format dei tornei per renderli più interessanti e competitivi (a dire il vero anche affidandosi a formule astruse), allargato il bacino d’utenza fondando nuovi sodalizi o ridistribuendoli in aree del paese non ancora “coperte” ma densamente popolate come Livingston, Cumbernauld, per non dire Inverness, sfidando anche la tradizione con l’impopolare “fusione” tra i due precedenti club locali militanti nella Highland League. Pur rimescolando le carte, soprattutto dopo la crisi del 2003 dovuta al ritiro dell’offerta di Sky (questa volta inteso come canale satellitare) per i diritti sulla Premier, titoli e utili hanno bene o male continuato a viaggiare verso Glasgow. Alcuni club sono finiti con l’acqua alla gola tanto che per la maggior parte dei 42 team “pro” del Paese l’obiettivo principale sembra essere ancor oggi soprattutto quello di sopravvivere. E mentre, come nel caso del Gretna, i sogni di gloria sono svaniti di fronte ad un drammatico (in ogni senso) fallimento, in definitiva il vantaggio della Old Firm si è consolidato. Ma ad Aberdeen come a Dumfries, a Falkirk come a Motherwell, seguito, passione e dignità non sono mai venuti meno. Anzi, sotto sotto qualche piccolo sogno di gloria, magari limitato alla Coppa di Scozia o quella di Lega, non è mai mancato né sembra mancare. L’occasione di una recente visita nella terra di Caledonia (lo sappiamo, è un po’ di retorico, ma l’alternativa era “la terra di Braveheart”…) è stata ideale per intuire lo “stato delle arti” in una piazza che a livello teorico potrebbe dire la propria se non proprio impensierire Bhoys e Gers. Stiamo parlando di Edinburgo, città tradizionalmente consacrata al rugby nel confronto con la “pallonara” Glasgow, ma che possiede due club di grande tradizioni. E se dalla parte dei “cuori” del Midlothian in questo momento si tocca “ferro”, o meglio, “legno”, viste le controverse notizie che arrivano da est circa la situazione patrimoniale di Vladimir Romanov, il banchiere russo-lituano proprietario dei gloriosi Hearts e di un paio di altre formazioni che un tempo avremmo definito di “oltrecortina”, dall’altra parte gli Hibs sembrano oggi possedere un retroterra più solido. Come ci si sta muovendo all’Hibernian FC? Quello che continua a colpire del rapporto tra i club britannici e i loro i tifosi è lo spirito d’appartenenza che si traduce in azione, la lealtà senza alcun tornaconto personale. Certo, nel caso dell’Hibernian (non certo isolato) senza un importante impegno economico – nello specifico di Sir Ron Farmer, imprenditore locale - forse i bianco verdi non sarebbero passati indenni tra un tentativo di terrificante “inglobamento” da parte degli Hearts ad inizio degli anni ‘90 e poi da un quasi-tracollo nel 2003 causato dal mancato arrivo dell’assegno di Sky Sports per il saltato accordo con la SPL, con effetto domino sui precedenti importanti investimenti per l’acquisto di giocatori da parte dell’allora manager Alex Mc Leish. Le motivazioni che hanno spinto Sir Farmer ad aiutare gli Hibs sono però state unicamente stimolate dal senso d’appartenenza alla comunità. Suo ma anche e soprattutto quello dei tifosi, chiamati a raccolta dall’allora CEO – ora presidente- Rod Petrie, che ha scongiurato il fallimento e la vendita dello stadio ad una campagna dal titolo “Stand Up And Be Counted” effettuata in collaborazione con le associazioni di tifosi e finalizzata ad attrarre allo stadio il pubblico - soprattutto quello perso nel corso degli anni – e alla vendita di gadget. Vero è che il debito iniziale di 17 milioni di sterline è sceso rapidamente anche mediante le cessioni di alcuni giocatori (da O’Connor, che ci capitò di vedere in Russia con la maglia del Lokomotiv Mosca, fino ad altri nazionali), ma finalmente oggi gli Hibs guardano avanti con fiducia, hanno un vivaio di prim’ordine e anzi il progetto di completamento dello stadio – già peraltro confortevole - con la ristrutturazione della post-vittoriana East Stand non sembra più un sogno. Persona ideale per raccontare l’attualità dalle parti di Albion Road è stata Stuart Crowther, New Media Manager dell’ HFC. Anche perché, con una media intorno alle 15mila presenze a partita, gli Hibs potrebbero essere un ottimo punto di riferimento per molte società italiane. Se non fosse che in Gran Bretagna nessuno guarda con commiserazione chi tifa squadre che non lottano per lo scudetto ma, tutt’altro, è motivo di vanto tifare per i più deboli o comunque per non chi vince sempre: “i nostri supporter sono, si, ottimisti, ma anche realisti. Sanno che non potremo mai spendere milioni di sterline per i migliori giocatori del mondo. Tuttavia il nostro e loro grande orgoglio è vedere crescere giovani giocatori locali, talenti del vivaio che poi diventeranno stelle magari, come spesso è accaduto, con la maglia della nazionale”. Anche perché “non costa alcuna fatica seguire un grande club che vince ogni settimana. Al contrario non c’è gioia più grande tifare per una squadra che riesce a raggiungere traguardi oltre le proprie aspettative. Questo significa amare il calcio. Questa è la vera passione. Essere tifoso significa mostrare sostegno soprattutto nei tempi duri, per poi festeggiarne meglio le vittorie”. Ma se qualche concessione al “calcio moderno” è stata fatta (il numero “01” sulla maglia di Riordan grida vendetta) dotandosi di una struttura e organizzazione aziendale all’avanguardia, l’atmosfera intorno alle società calcistiche scozzesi è rimasta quella dei “family club” non solo per le tante iniziative, anche benefiche, nel territorio. Tanto che, come avveniva in passato, non è insolito vedere tifosi sostenere anche individualmente gli ingaggi dei giocatori diventandone in parte degli “sponsor”. “Società come l’Hibernian sono molto integrate nella comunità locale. Sono il riferimento anche per coloro che non vengono allo stadio. Tanto che dopo la vittoria in Coppa di Lega del 2006, quando la squadra ha sfilato per la città sono venute decine di migliaia di persone a festeggiarne il ritorno a casa”. Marketing, merchandising, termini di cui spesso in Italia si parla spesso, ma il coinvolgimento dei tifosi in Gran Bretagna sembra decisamente più profondo rispetto a qualsiasi tipo di azione studiata a tavolino: “Nel nostro caso ai tifosi non dobbiamo “vendere” nulla. Il loro coinvolgimento è già totale, la loro lealtà è manifesta. Si sono già “venduti” al club in quanto ne sono parte attiva. Lo amano, ne supportano le tradizioni e continueranno a farlo in futuro”. In Scozia, come altrove, è importante avere lo stadio pieno. Significa più incassi. Ma non solo con i biglietti, ma al negozio di souvenir, al ristorante e ai bar dello stadio, e tanti altri servizi utilizzabili. Pertanto rendere lo stadio adeguato è ormai una necessità più che un obbligo di legge. “Nel pieno inverno scozzese forse si potrebbe pensare che qualche tifoso resti a casa o al pub a guardarsi la tv. In realtà il pubblico sa che l’atmosfera e l’esperienza della partita non potrà mai essere minimamente ricreata davanti ad uno schermo”. Il tutto senza avere mai la sensazione, come accade altrove, di essere schiacciati dalla potenza delle grandi squadre. “E’ comune ritenere che in Scozia la stampa nazionale conceda maggior spazio ai Rangers e Celtic rispetto alle altre compagini. Forse tutto sommato riflette la misura del loro tifo, ma non possiamo sostenere di non essere seguiti abbastanza, Anzi, gli Hibs hanno un’ottima copertura mediatica, a partire da molte importanti radio locali che ci seguono (inciso: in UK non esistono canali televisivi locali o network para-nazionali tipo quelli italiani) due quotidiani e vari siti internet, tra cui, ovviamente, quello ufficiale. Soprattutto con la stampa e radio locali lavoriamo parecchio anche in occasione di iniziative nella comunità oltre ovviamente per spingere eventi promozionali. Così come la pubblicità, relativa allo Hibs’ shop, alla vendita dei biglietti e abbonamenti”. L’importanza della comunicazione a livello multimediale è ormai evidente. “Un tempo le informazioni erano concentrate tutte sul programma della partita. Oggi, pur mantenendo la stessa autorevolezza, il matchday magazine sotto il punto di vista della comunicazione è stato sostituito da internet, per ovvie ragioni di immediatezza e profondità. Io arrivo proprio da competenze di IT e sono al club dopo aver gestito per anni il principale website dei tifosi. Oggi internet ci aiuta non solo a comunicare, ma a dialogare con i tifosi e conoscere i loro commenti, le esigenze, e non parlo ovviamente solo dell’aspetto tecnico. E’ una forma di scambio d’informazioni bidirezionale”. Ma non solo: “ l'Hibernian Interactive service riesce a garantire il commento on-line via internet radio di ogni gara, più le riprese dal vivo della partita a tutti i nostri abbonati al servizio fuori dal Regno Unito. Collaborano con noi 15 persone, assolutamente volontari, che ogni weekend garantiscono la copertura totale: fotografi, cameramen, reporter e ovviamente commentatori”. E’ un impegno importante, un atto d’amore – gratuito - che riserva grandi soddisfazioni. Innanzitutto morali aver aiutato il proprio club. Ma non solo, tanto che “alcune persone dello staff di Hibernian Interactive negli ultimi anni hanno sviluppato una tale professionalità che oggi lavorano per alcuni media scozzesi proprio grazie all’esperienza maturata a Easter Road”. Il tifoso britannico sembra un tifoso-cliente solo visto da lontano: sotto la maglietta (comunque raramente taroccata) c'è molto di più.
Paolo Sacchi, da Edimburgo
p-sacchi@hotmail.it
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(in esclusiva per Indiscreto)
Mare da Premier

Una nazionale con un tecnico perennemente sulla graticola. Un governo che prende misure draconiane per combattere la violenza negli stadi. Un campionato che stenta ad appassionare. Un pubblico che preferisce guardare il calcio in tv anziché andare alla partita. No, non stiamo parlando dell’Italia. Forse è vero che tutto il mondo è paese: quanto descritto è avvenuto, strano ma vero, a Mauritius nell’ultimo decennio. Ovvero su di una splendida isola nel bel mezzo dell’Oceano Indiano. Famosa soprattutto, se non esclusivamente, per il sole, le stupende spiagge e l’acqua cristallina del suo mare.
Spieghiamo meglio. Al di fuori dagli eccellenti alberghi che punteggiano e circondano l’intero perimetro della costa abita una popolazione che vive un’esistenza decisamente più agiata rispetto al resto dell’Africa e, quello che è sorprendente, ama il calcio in maniera viscerale. Quello inglese, però. Grazie alle parabole, diffusissime, migliaia di mauriziani si collegano quasi quotidianamente con la sudafricana SuperSports per assistere ad un’interminabile serie di partite di Premier League, la maggior parte delle quali trasmesse in diretta. Tanto da far sembrare assolutamente normale imbattersi in persone che discutono del pessimo momento del Tottenham o dell’ultima grande prova del Liverpool, la squadra con il maggior numero di supporter a giudicare dall’enorme diffusione di maglie indossate. E se a questo aggiungiamo il piacere delle scommesse, con le agenzie Tote-Le-Pepe (il “toto del popolo”) affollate da giocatori che cercano l’ispirazione scrutando tra le classifiche dei tornei calcistici britannici (fino alla 3rd division scozzese!) pubblicate con grande risalto sui quotidiani locali, non ci si stupisce se tutto ciò provoca un effetto domino sul campionato locale, decisamente meno seguito.
Il pubblico non frequenta i campi di Port-Louis o Curepipe come in passato anche perché le dodici squadre della prima divisione locale (non a caso, “Premier league”) non riescono più ad entusiasmare come un tempo. Ma non è solo una questione legata alla qualità del gioco o alla “concorrenza” satellitare di Chelsea-Manchester United. In realtà alla disaffezione ha contribuito un provvedimento governativo che, per quanto necessario, ha indubbiamente annacquato se non cancellato il fattore principalmente aggregante che solitamente alimenta l’attaccamento ai club negli sport di squadra: ovvero il “rappresentare” una comunità. E se nel mondo solitamente avviene sulla base dell’identificazione con un territorio, a Mauritius il “campanile” è stato molto più che una metafora. Fino al 2000 ogni club nasceva e affiliava giocatori su base etnica, dunque religiosa. In un'isola abitata da un milione e trecentomila abitanti in cui, vale ricordarlo, gli eventuali conflitti sociali sono anche anestetizzati dal benessere discretamente diffuso, le varie comunità (su tutte quelle indiana/hindu, creola/cattolica, musulmana, a parte le più defilate e minoritarie cinese e franco-mauriziana) riversano rivalità e rancori reciproci nello sport, proprio come avviene in ogni parte del pianeta. E il calcio, come talvolta avviene, nove anni fa ha fatto da detonatore. Così, in un crescendo, nel maggio del 1999 un’esplosione di violenza inaudita dopo una partita decisiva per l’assegnazione del titolo tra il Fire Brigade, club creolo/cattolico, e lo Scouts Club, musulmano, ha avuto esiti drammatici. Un rigore contestato, qualche parola di troppo e a Mauritius è stato un inferno per tre giorni. Letteralmente. Devastazioni, una mezza dozzina di morti tra cui una donna e una bambina figlia del proprietario di una sala da gioco data alle fiamme. Da qui lo stop - per decreto - ad ogni competizione sul suolo dell’isola, incluso il “Club M”, come viene soprannominata la nazionale mauriziana, costretto dalla stessa Federazione ad emigrare a La Reunion per le proprie gare interne di Coppa d’Africa.
Per consentire la ripresa dell’attività la soluzione presa dal governo dopo un anno è stata quella di rifondare i club, cancellando i nomi e la loro origine religiosa e ristrutturarli su base regionale mescolando così le varie etnie. Così oggi abbiamo il Pamplemousse anziché i “Vigili del Fuoco”, il Port-Louis SC anziché gli Scouts e via di seguito, in un torneo che da un paio di stagioni vede come dominatore assoluto il Curapipe Starlight, formazione che gioca i suoi incontri nel confortevole stadio “George V”, il cui nome ricorda l’appartenenza dell’isola alla corona inglese prima dell’indipendenza ottenuta nel 1968. Nello stesso impianto, alternandone l’utilizzo con il più grande “Anjalay” di Belle-Vue, (18mila posti) spesso sede dei concerti delle star di Bollywood, gioca la nazionale, compagine rosso vestita attualmente alla ricerca di una stabilità soprattutto tecnica.
Dopo la debacle ai “Giochi delle isole dell’Oceano Indiano” del 2007 si era dimesso il CT Sarjoo Gowreesunkur. Il suo sostituto, Ashok Chundunsing, è stato licenziato nel settembre scorso dopo dodici mesi sulla panchina del Club M, nel frattempo scivolato al 171° posto della classifica FIFA dopo una serie di 10 sconfitte (più due pareggi) in dodici gare, tra cui un umiliante 7-0 dai “rivali” delle Seychelles. Il suo momentaneo successore, il 48enne Benjamin Théodore, tecnico dell'AS Vascoas-Phoenix e già difensore della nazionale, pur onorato del ruolo ha resistito solo una gara, lasciando vacante il posto dopo la sconfitta per 5-0 patita contro il Camerun di Eto’o a metà ottobre. Ora si parla anche della concreta possibilità di assumere un tecnico straniero: l’identikit sarebbe quello di un CT con esperienza in grado di imprimere una svolta ma soprattutto insegnare. Scartata la suggestiva ipotesi dell’ex milanista Vikash Dhorasoo, francese di origine mauriziana, la Federazione sta valutando il da farsi, tenendo presente che le risorse economiche comunque non sono infinite.
Tanto per dare un misura delle differenze tra Europa e Africa, alla trasferta di Yaoundé, raggiunta dopo una doppia toccata in aereo via Mahé e Nairobi, hanno partecipato 22 persone: diciotto giocatori da mettere a referto guidati dal capitano dello Starlight Jean-Pierre Cervaux e il compagno Wesley Marquette, capocannoniere del team con due gol nelle qualificazioni, e quattro persone di staff: l’allenatore, il team manager André Kwo, il capo delegazione Samuel Komty più il medico. C’est tout, come direbbe Jacques-Désiré Périatambée, giocatore attualmente più rappresentativo per il fatto di militare nel Niort, in terza divisione francese, rispetto a Regaven e Lourdes, anch’essi in Francia ma in formazioni regionali, nonché Cundasamy, Godon, Nabot e Perle, “espatriati” in squadre del campionato de La Reunion. La Federazione però pare determinata a voltar pagina e l’obiettivo più imminente ora è quello di costruire una squadra che possa presentarsi al meglio agli “Indian Ocean Islands Games”, competizione decisamente più alla portata rispetto alla Coppa continentale. La strada non è semplice ma a Mauritius la passione certamente non manca. Come il sole e le spiagge.
Spieghiamo meglio. Al di fuori dagli eccellenti alberghi che punteggiano e circondano l’intero perimetro della costa abita una popolazione che vive un’esistenza decisamente più agiata rispetto al resto dell’Africa e, quello che è sorprendente, ama il calcio in maniera viscerale. Quello inglese, però. Grazie alle parabole, diffusissime, migliaia di mauriziani si collegano quasi quotidianamente con la sudafricana SuperSports per assistere ad un’interminabile serie di partite di Premier League, la maggior parte delle quali trasmesse in diretta. Tanto da far sembrare assolutamente normale imbattersi in persone che discutono del pessimo momento del Tottenham o dell’ultima grande prova del Liverpool, la squadra con il maggior numero di supporter a giudicare dall’enorme diffusione di maglie indossate. E se a questo aggiungiamo il piacere delle scommesse, con le agenzie Tote-Le-Pepe (il “toto del popolo”) affollate da giocatori che cercano l’ispirazione scrutando tra le classifiche dei tornei calcistici britannici (fino alla 3rd division scozzese!) pubblicate con grande risalto sui quotidiani locali, non ci si stupisce se tutto ciò provoca un effetto domino sul campionato locale, decisamente meno seguito.
Il pubblico non frequenta i campi di Port-Louis o Curepipe come in passato anche perché le dodici squadre della prima divisione locale (non a caso, “Premier league”) non riescono più ad entusiasmare come un tempo. Ma non è solo una questione legata alla qualità del gioco o alla “concorrenza” satellitare di Chelsea-Manchester United. In realtà alla disaffezione ha contribuito un provvedimento governativo che, per quanto necessario, ha indubbiamente annacquato se non cancellato il fattore principalmente aggregante che solitamente alimenta l’attaccamento ai club negli sport di squadra: ovvero il “rappresentare” una comunità. E se nel mondo solitamente avviene sulla base dell’identificazione con un territorio, a Mauritius il “campanile” è stato molto più che una metafora. Fino al 2000 ogni club nasceva e affiliava giocatori su base etnica, dunque religiosa. In un'isola abitata da un milione e trecentomila abitanti in cui, vale ricordarlo, gli eventuali conflitti sociali sono anche anestetizzati dal benessere discretamente diffuso, le varie comunità (su tutte quelle indiana/hindu, creola/cattolica, musulmana, a parte le più defilate e minoritarie cinese e franco-mauriziana) riversano rivalità e rancori reciproci nello sport, proprio come avviene in ogni parte del pianeta. E il calcio, come talvolta avviene, nove anni fa ha fatto da detonatore. Così, in un crescendo, nel maggio del 1999 un’esplosione di violenza inaudita dopo una partita decisiva per l’assegnazione del titolo tra il Fire Brigade, club creolo/cattolico, e lo Scouts Club, musulmano, ha avuto esiti drammatici. Un rigore contestato, qualche parola di troppo e a Mauritius è stato un inferno per tre giorni. Letteralmente. Devastazioni, una mezza dozzina di morti tra cui una donna e una bambina figlia del proprietario di una sala da gioco data alle fiamme. Da qui lo stop - per decreto - ad ogni competizione sul suolo dell’isola, incluso il “Club M”, come viene soprannominata la nazionale mauriziana, costretto dalla stessa Federazione ad emigrare a La Reunion per le proprie gare interne di Coppa d’Africa.
Per consentire la ripresa dell’attività la soluzione presa dal governo dopo un anno è stata quella di rifondare i club, cancellando i nomi e la loro origine religiosa e ristrutturarli su base regionale mescolando così le varie etnie. Così oggi abbiamo il Pamplemousse anziché i “Vigili del Fuoco”, il Port-Louis SC anziché gli Scouts e via di seguito, in un torneo che da un paio di stagioni vede come dominatore assoluto il Curapipe Starlight, formazione che gioca i suoi incontri nel confortevole stadio “George V”, il cui nome ricorda l’appartenenza dell’isola alla corona inglese prima dell’indipendenza ottenuta nel 1968. Nello stesso impianto, alternandone l’utilizzo con il più grande “Anjalay” di Belle-Vue, (18mila posti) spesso sede dei concerti delle star di Bollywood, gioca la nazionale, compagine rosso vestita attualmente alla ricerca di una stabilità soprattutto tecnica.
Dopo la debacle ai “Giochi delle isole dell’Oceano Indiano” del 2007 si era dimesso il CT Sarjoo Gowreesunkur. Il suo sostituto, Ashok Chundunsing, è stato licenziato nel settembre scorso dopo dodici mesi sulla panchina del Club M, nel frattempo scivolato al 171° posto della classifica FIFA dopo una serie di 10 sconfitte (più due pareggi) in dodici gare, tra cui un umiliante 7-0 dai “rivali” delle Seychelles. Il suo momentaneo successore, il 48enne Benjamin Théodore, tecnico dell'AS Vascoas-Phoenix e già difensore della nazionale, pur onorato del ruolo ha resistito solo una gara, lasciando vacante il posto dopo la sconfitta per 5-0 patita contro il Camerun di Eto’o a metà ottobre. Ora si parla anche della concreta possibilità di assumere un tecnico straniero: l’identikit sarebbe quello di un CT con esperienza in grado di imprimere una svolta ma soprattutto insegnare. Scartata la suggestiva ipotesi dell’ex milanista Vikash Dhorasoo, francese di origine mauriziana, la Federazione sta valutando il da farsi, tenendo presente che le risorse economiche comunque non sono infinite.
Tanto per dare un misura delle differenze tra Europa e Africa, alla trasferta di Yaoundé, raggiunta dopo una doppia toccata in aereo via Mahé e Nairobi, hanno partecipato 22 persone: diciotto giocatori da mettere a referto guidati dal capitano dello Starlight Jean-Pierre Cervaux e il compagno Wesley Marquette, capocannoniere del team con due gol nelle qualificazioni, e quattro persone di staff: l’allenatore, il team manager André Kwo, il capo delegazione Samuel Komty più il medico. C’est tout, come direbbe Jacques-Désiré Périatambée, giocatore attualmente più rappresentativo per il fatto di militare nel Niort, in terza divisione francese, rispetto a Regaven e Lourdes, anch’essi in Francia ma in formazioni regionali, nonché Cundasamy, Godon, Nabot e Perle, “espatriati” in squadre del campionato de La Reunion. La Federazione però pare determinata a voltar pagina e l’obiettivo più imminente ora è quello di costruire una squadra che possa presentarsi al meglio agli “Indian Ocean Islands Games”, competizione decisamente più alla portata rispetto alla Coppa continentale. La strada non è semplice ma a Mauritius la passione certamente non manca. Come il sole e le spiagge.
Paolo Sacchi, da Mauritius
p-sacchi@hotmail.it
Toccato lo Zenit

SAN PIETROBURGO - Una città in fermento. Da qualche anno San Pietroburgo è come in preda ad un'interminabile scarica di adrenalina. La seconda metropoli russa per dimensioni si sta scrollando di dosso il grigiore di quasi un secolo trascorso all'ombra di Mosca. Una rinascita artistica, sociale ed economica che ha riportato l'ormai lontana Leningrado al centro sia politico - Putin e Medvedev sono nati qui - che certamente economico e culturale, non solo del proprio Paese. Alle spalle del celebre albergo Pribaltyskaya sul Mar Baltico, un palazzone grigio in stile sovietico costruito per accogliere gli ospiti stranieri dell'epoca, fino a pochi anni fa c'era solo desolazione. Oggi l'hotel, ristrutturato, oltre a venir utilizzato da diverse avversarie dello Zenit per il ritiro pre gara, è circondato da un moderno parco acquatico, da bar e localini sul mare in cui decine di ragazzi praticano il kitesurf. Per non parlare dei tanti edifici storici tornati al massimo splendore, delle nuove infrastrutture, del sempre crescente numero auto di lusso rispetto alle comunque inossidabili Zhigulì.
In questo revival s'inserisce perfettamente il boom dello Zenit, squadra improvvisamente assurta al ruolo di icona della rinascita della città. I blu-bianco-azzurri stanno vivendo in questi mesi il periodo più felice della loro storia. Campioni di Russia, vincitori della supercoppa nazionale e soprattutto della Coppa UEFA. Il tutto nel giro di due anni. Vedere la compagine dell'antica capitale della russa zarista trasformarsi in club leader del calcio russo, smettendo finalmente i panni di un pressoché eterno ruolo comparsa per indossare quello di prim'attrice sia in patria che soprattutto in Europa, ha acceso entusiasmi mai registrati in passato. L'ascesa dello Zenit è stata entusiasmante quanto ammirare una delle tante opere d'arte esposte all'Ermitage. Perdonateci la metafora: un quadro, quello del team capitanato da Tymoschuk, costato finora quasi 70 milioni di milioni di euro, in cui cornice, tela e pittura sono stati finanziati dalla Gazprom, proprietaria della squadra.
Per trasformare l'affresco in capolavoro è stata però fondamentale l'abilità dell'artista. Così la pensano i supporter dello Zenit che sembra non abbiano dubbi su chi sia il massimo artefice dei successi della loro squadra del cuore: "Senza Advocaat tutto questo non sarebbe mai potuto accadere" è un refrain che, pur forse sottovalutando il ruolo della compagnia colosso del gas mondiale, sottolinea quanto l'olandese sia risultato essere l'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Anzi, più che un uomo, un supereroe. Proprio così, nei panni di un invincibile eroe dei fumetti, l'"Advocaat vittorioso", viene raffigurato in centinaia di manifesti di tutte le dimensioni che tappezzano San Pietroburgo da alcuni mesi. Imponente, dal possente fisico che ricorda quello di superman, indossa un mantello e un costume azzurro simile a quello di batman, con uno sguardo determinato che sembra guardar lontano, pronto a nuove sfide. Mentre la sua "Prima autobiografia completa" (in cirillico) va a ruba nelle librerie lungo la Prospettiva Nevsky e negli oltre venti punti vendita ufficiali del merchandising dello Zenit, proprio come l'Advocaat-supereroe allo Zenit si guarda avanti, spostando l'asticella più in alto, desiderosi di affrontare sfide sempre più stimolanti.
Pressoché archiviato il campionato 2008 - Rubin e Dinamo sono ormai irraggiungibili - anche a causa dei tanti impegni continentali e internazionali che hanno influito sulla forma di alcuni titolari, oltre, ad onor del vero, ad alcune amnesie difensive costate più di qualche punto in classifica come nel recentissimo clamoroso 1-3 subito in casa dallo Shinnik, per Advocaat e i suoi uomini l'obiettivo dichiarato è arrivare al meglio alle prossime prove sui più affascinanti palcoscenici continentali. A Monaco venerdì sera si gioca una partita più importante certamente per lo Zenit che il Manchester United. Vincere per Arshavin - piuttosto abulico nelle ultime gare, presumibilmente troppo distratto dalle sirene del mercato - e compagni potrebbe significare più che una consacrazione.
Pensando al futuro la Gazprom, in accordo con la governatrice cittadina Valentina Matviyenko, oltre a progettare una propria fantascientifica City lungo il fiume Neva, sta finanziando la costruzione di un modernissimo impianto a forma di navicella spaziale per circa 60mila posti a sedere sul sito dello storico stadio Kirov (attualmente la squadra gioca al Petrovsky, con una capienza di ventiduemila unità) investendo circa 6,5 miliardi di rubli, ovvero poco meno di duecento milioni di Euro. Il "Piccolo Generale" dell'Aja pensa invece al presente e così ha bussato alla porta della più grande azienda russa chiedendo rinforzi in vista della Champions League. Forse potrebbe essere anche su questo tavolo che si giocherà il futuro e le possibili scelte professionali del tecnico, ancor più che sul prato verde del Louis II. Stadio in cui, se la squadra titolare ritroverà la miglior condizione e potrà contare sul recupero di qualche titolare infortunato come Anyukov e Pogrebnyak, col suo micidiale 4-3-3 potrebbe far vivere già da subitoun'altra notte indimenticabile ad una città che lo adora.
In questo revival s'inserisce perfettamente il boom dello Zenit, squadra improvvisamente assurta al ruolo di icona della rinascita della città. I blu-bianco-azzurri stanno vivendo in questi mesi il periodo più felice della loro storia. Campioni di Russia, vincitori della supercoppa nazionale e soprattutto della Coppa UEFA. Il tutto nel giro di due anni. Vedere la compagine dell'antica capitale della russa zarista trasformarsi in club leader del calcio russo, smettendo finalmente i panni di un pressoché eterno ruolo comparsa per indossare quello di prim'attrice sia in patria che soprattutto in Europa, ha acceso entusiasmi mai registrati in passato. L'ascesa dello Zenit è stata entusiasmante quanto ammirare una delle tante opere d'arte esposte all'Ermitage. Perdonateci la metafora: un quadro, quello del team capitanato da Tymoschuk, costato finora quasi 70 milioni di milioni di euro, in cui cornice, tela e pittura sono stati finanziati dalla Gazprom, proprietaria della squadra.
Per trasformare l'affresco in capolavoro è stata però fondamentale l'abilità dell'artista. Così la pensano i supporter dello Zenit che sembra non abbiano dubbi su chi sia il massimo artefice dei successi della loro squadra del cuore: "Senza Advocaat tutto questo non sarebbe mai potuto accadere" è un refrain che, pur forse sottovalutando il ruolo della compagnia colosso del gas mondiale, sottolinea quanto l'olandese sia risultato essere l'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Anzi, più che un uomo, un supereroe. Proprio così, nei panni di un invincibile eroe dei fumetti, l'"Advocaat vittorioso", viene raffigurato in centinaia di manifesti di tutte le dimensioni che tappezzano San Pietroburgo da alcuni mesi. Imponente, dal possente fisico che ricorda quello di superman, indossa un mantello e un costume azzurro simile a quello di batman, con uno sguardo determinato che sembra guardar lontano, pronto a nuove sfide. Mentre la sua "Prima autobiografia completa" (in cirillico) va a ruba nelle librerie lungo la Prospettiva Nevsky e negli oltre venti punti vendita ufficiali del merchandising dello Zenit, proprio come l'Advocaat-supereroe allo Zenit si guarda avanti, spostando l'asticella più in alto, desiderosi di affrontare sfide sempre più stimolanti.
Pressoché archiviato il campionato 2008 - Rubin e Dinamo sono ormai irraggiungibili - anche a causa dei tanti impegni continentali e internazionali che hanno influito sulla forma di alcuni titolari, oltre, ad onor del vero, ad alcune amnesie difensive costate più di qualche punto in classifica come nel recentissimo clamoroso 1-3 subito in casa dallo Shinnik, per Advocaat e i suoi uomini l'obiettivo dichiarato è arrivare al meglio alle prossime prove sui più affascinanti palcoscenici continentali. A Monaco venerdì sera si gioca una partita più importante certamente per lo Zenit che il Manchester United. Vincere per Arshavin - piuttosto abulico nelle ultime gare, presumibilmente troppo distratto dalle sirene del mercato - e compagni potrebbe significare più che una consacrazione.
Pensando al futuro la Gazprom, in accordo con la governatrice cittadina Valentina Matviyenko, oltre a progettare una propria fantascientifica City lungo il fiume Neva, sta finanziando la costruzione di un modernissimo impianto a forma di navicella spaziale per circa 60mila posti a sedere sul sito dello storico stadio Kirov (attualmente la squadra gioca al Petrovsky, con una capienza di ventiduemila unità) investendo circa 6,5 miliardi di rubli, ovvero poco meno di duecento milioni di Euro. Il "Piccolo Generale" dell'Aja pensa invece al presente e così ha bussato alla porta della più grande azienda russa chiedendo rinforzi in vista della Champions League. Forse potrebbe essere anche su questo tavolo che si giocherà il futuro e le possibili scelte professionali del tecnico, ancor più che sul prato verde del Louis II. Stadio in cui, se la squadra titolare ritroverà la miglior condizione e potrà contare sul recupero di qualche titolare infortunato come Anyukov e Pogrebnyak, col suo micidiale 4-3-3 potrebbe far vivere già da subitoun'altra notte indimenticabile ad una città che lo adora.
Paolo Sacchi, da San Pietroburgo
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