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Perché non si parla di Carraro

di Stefano Olivari
Da Napoli stanno arrivando ogni giorno notizie e deposizioni clamorose, che tutti i beneficiari dell'osceno patto non scritto dell'estate 2006 (vi diamo scudetto e Ibrahimovic, voi non rivangate il passato e vi godete le vittorie, teniamo tutto circoscritto alla stagione 2004-2005: prima e dopo nessuno ha parlato al telefono o condizionato arbitri) hanno interesse a far cadere nel vuoto. Sentire Luciano Moggi scagliarsi contro Franco Carraro merita però una riflessione in più. Entrambi per quasi un ventennio sono stati il braccio a volte violento del sistema Geronzi nel calcio, a livelli diversi. Carraro uomo di raccordo con la Fiat, la politica romana di varia natura, i consessi sportivi internazionali e volto gradito a tutti i grandi club (quando dovevano lamentarsi per qualche presunto torto, Moratti e Berlusconi lo facevano con lui). Moggi tessitore dei rapporti con società indebitate e mille personaggi con cui banchieri e dirigenti non vogliono sporcarsi le mani. Un meccanismo quasi perfetto che distribuiva vittorie o almeno contentini a quasi tutti, a volte anche scippando la stessa Juve di Moggi (scudetti di Lazio 2000 e Roma 2001), con i perdenti tenuti buoni con promesse mai mantenute. Deposizione di Moggi: ''Sono stato anche accusato di aver fatto retrocedere il Bologna, quando poi si va a leggere di un'intercettazione dell'allora presidente federale Franco Carraro nella quale dice al designatore Paolo Bergamo che bisogna aiutare Lazio e Fiorentina a evitare la retrocessione. Guarda caso retrocedono Bologna e Brescia e si salvano Lazio e Fiorentina. L'intercettazione del presidente della Figc passa inosservata''. Incredibile che Carraro non sia a Napoli, in almeno una delle sue incarnazioni: sì, sappiamo che è stato prosciolto. Alla fine il sistema ha sacrificato il suo volto meno presentabile alla massa di bocca buona (quella che vive nel mito dello 'stile' e delle 'battute' di miliardari ignoranti e cocainomani), che solo grazie a rapporti personali e qualche notizia riservata è riuscito calcisticamente a sopravvivere. Ci dicono che abbia intenzione di aprire a breve il capitolo sui giornalisti miracolati, alcuni dei quali nel momento del bisogno non gli sarebbero stati abbastanza fedeli.

Eroi per interposto Federer

di Marco Lombardo
La vita è strana. Da bambino uno vuole fare l’astronauta, il medico, magari il veterinario, poi cresce e scopre che il sogno di una vita è un altro: fare l’inviato a Wimbledon. Neanche il giornalista, ma proprio quello. Lo so, non si dovrebbe metterla sul personale, ma è per spiegare perché Roger Federer è diventato domenica a Parigi il più grande tennista della storia. Perché ha realizzato il sogno di una vita. Anzi, due. La vita è strana, un giorno diventi inviato a Wimbledon per davvero e passi le mitiche Doherty Gates neanche entrassi nel castello incantato e ti guardi intorno, mentre il profumo d’erba e di fragole si mischia ai colpi ovattati delle racchette. Ti sembra di essere in un altro mondo e a un certo punto incontri lui, uno svizzero col codino, con la faccia un po’ così ma con un gioco che non hai mai visto, neppure quando sognavi il futuro davanti alla tv e ai colpi di Borg e McEnroe. Uno svizzero, possibile? Già, era Roger Federer, era il 2003, e il tuo primo Wimbledon diventa il suo, certo lui in campo e tu che sei lì ai bordi, nel posto giusto al momento giusto, nel posto dove volevi essere da un vita davanti al tennista che nessuno aveva mai visto prima. E a quel punto hai scelto: lui è il tuo eroe. Anzi, il tuo Eroe. La vita è strana, anche quando vinci, figuriamoci quando perdi dopo che - a quel Wimbledon - ne sono seguiti altri quattro, più cinque Us Open e tre vittorie in Australia. Anche quando sei il numero uno del mondo, il numero uno di tutti i tempi, ma qualcosa non va più, chissà la mononucleosi, chissà le nuove generazioni, chissà quel maledetto spagnolo che non si stanca mai, che non riesci a odiare perché è così gentile fuori dal campo e quando sei dentro ogni volta ti smarrisci perché già per 4 volte ti ha rubato un sogno, Parigi. Arriva il 2008, ancora Wimbledon, e tu che sei fuori sai che il destino è implacabile, è come quando McEnroe rubò il trono a Borg che lo aveva battuto l’anno prima per conquistare il suo quinto titolo. La vita è strana, perché tutto succede: Nadal batte Federer nella partita forse più bella di sempre, dopo cinque trionfi Wimbledon passa di mano, e tu ancora oggi non hai il coraggio di riguardarlo quel match, perché sai che il tuo Eroe ha perso, sai già com’è andata e non è possibile che il destino sia stato così implacabile. E allora tutti ti dicono che Federer è finito e in fondo lo pensi anche tu che il tuo Eroe è stanco. Ma poi vince ancora in America e il record di Sampras è lì a un passo. E c’è un solo posto al mondo dove lui può eguagliarlo, dove può raggiungere i 14 titoli dello Slam e diventare il sesto giocatore della storia a vincere tutti e 4 i tornei più grandi. Già, Parigi. Già, è il destino. La vita è strana, perché il Più Grande di Sempre è in fondo un bravo ragazzo, un uomo da milioni di dollari che vive con una mucca, che è quella che i genitori gli hanno regalato quando ha vinto il suo primo Wimbledon e non certo Mirka - come pensano i maligni -, la moglie-amante-ragioniera-manager che lo accompagna da una vita e che adesso, guarda il destino, proprio adesso, gli regalerà un figlio. Certo Roger non è una star, si alza presto per allenarsi, la sera va a letto presto, ha smesso di spaccare racchette perché aveva paura dei rimproveri della mamma, insomma l’uomo da milioni di dollari è quello della porta accanto. Eppure nessuno ha mai visto un gioco così, la classe nell’era del tecnotennis, l’eleganza al posto della forza bruta. Già, possibile: uno svizzero è come Rod Laver, dicono. Ma forse era Rod Laver a essere come lui. La vita è strana perché, dopo aver battuto Soderling, Roger Federer ha pianto, come ha sempre fatto quando ha vinto e anche quando ha perso, a Wimbledon come in Australia quest’anno, perché lui è un Eroe e non un robot. Ha pianto, e le sue lacrime sono le tue, perché l’incredibile è quando vedi i tuoi sogni realizzati, anche se è qualcuno a farlo al posto tuo. E dopo aver fatto l’inviato a Wimbledon te n’era venuto un altro di sogno: vedere Roger Federer vincere il Roland Garros.Per questo, per Federer, per Parigi, per quell’Emozione difficile da trattenere, se qualcuno vi dirà che ieri in fondo c’è stata solo una partita di tennis, non credetegli. Lui non sa quant’è strana la vita.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: il Giornale)

Quelli che maturano tardi

di Marco Lombardo
All’inizio della stagione della terra rossa e alla fine del torneo di Montecarlo ci si chiede se il tennis italiano possa ristabilirsi dopo il terribile inizio anno che ha visto i nostri non riuscire a passare due turni consecutivi in nessun torneo. Fino ai giorni del Principato, appunto, dove sia Fognini che Bolelli sono riusciti ad approdare al terzo turno, lasciando poi il campo con i soliti rimpianti. Per carità: nessuno chiede di avere in casa un Nadal, arrrivato al quinto successo consecutivo, però perdere dal veterano Ljubicic (Bolelli) o farsi recuperare dal pur fortissimo Murray un vantaggio di 5-0 al primo set (Fognini) è - come sempre - sinonimo di scarsa lucidità. E se tempo per migliorare ci sarebbe pure (anche se Fognini ha già perso al primo turno oggi a Barcellona), quel che resta - come sempre - è il comportamento dei nostri, in campo ma soprattutto fuori. Bolelli paga la personalità del suo coach Claudio Pistolesi, bravo ma straripante, soprattutto nella polemica contro la Federazione che danneggia, pur avendo molte ragioni, soprattutto il suo assistito. Fognini invece sconta l’atteggiamento da vittima - pur avendo ragioni anche nel suo caso, visto il trattamento avuto dagli organizzatori di Montecarlo che l’hanno costretto ad aspettare Murray negli spogliatoi per più di un’ora - che spesso mette in mostra. Nel Principato infatti ha spaccato le solite racchette in campo, mentre si racconta che suo padre si sia fiondato nella cabina Sky per riprendere aspramente la telecronista Elena Pero «colpevole» di aver criticato il suo ragazzo. Si dice insomma che gli italiani maturano più tardi: quanto sopra spiega il perchè.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: il Giornale.it)

Ossi di Seppi

di Marco Lombardo
Per carità, abbiamo spezzato le reni alla Slovacchia e dunque il tennis italiano è in festa. A Cagliari è finita 4-1 ed ora, per ritornare nei piani nobili delle racchette attendiamo il sorteggio che ci abbinerà a una delle sconfitte del primo turno del World Group. Lo spauracchio - si sa già - è la Serbia di Novak Djokovic. Però potrebbe capitare di meglio e allora l'Italia si ritroverebbe finalmente in serie A dopo anni di trasferte persino nello Zimbabwe, cosicché la domanda che sorge spontanea è se davvero ce lo meritiamo. Anzi, se davvero se lo meritano. Perché dietro il successo di ieri spunta il solito caso che coinvolge un nostro giocatore e soprattutto il suo portafoglio. In pratica: Seppi poteva sì o no giocare? E soprattutto: esiste davvero un contrasto tra l'azzurro e la federazione per questioni economiche? L'ipotesi più probabile - come sostiene un esperto collega - è che la verità stia nel mezzo: Seppi era un po' infortunato, ma per quello che gli danno per scendere in campo non ha voluto rischiare. Siccome però questa è solo una personale supposizione (tutti a Cagliari si sono affrettati a dire che proprio Seppi non poteva giocare), resta comunque la sensazione che il nostro tennis non perda occasione per farsi un po' del male. Pensiamoci. Del caso Bolelli ormai si sa tutto: l'azzurro - rifiutata la convocazione a settembre per Italia-Lettonia, match per evitare una retrocessione in serie C - è stato squalificato…Parlano i risultati dei tornei: i nostri tennisti vincono poco e pretendono molto. Vero fino a quando il presidente della Federtennis Binaghi sarà tale. Ora: la squalifica della federazione è sacrosanta, è sinedie - con conseguente opera per fare terra bruciata attorno al giocatore e al suo irascibile coach Pistolesi che comincia a stonare e stufare (e nei due sensi). Eppoi ecco dietro le quinte la solita battaglia del grano, abitudine cominciata 10 anni fa alla vigilia della finale di Milano contro la Svezia dagli azzurri capitanati da Andrea Gaudenzi, guarda caso il manager che oggi si dice curi gli affari di Seppi. Solo malignità Anche perché ci sono i numeri a parlare, e a parlare chiaro. In una recente ricerca del sito specializzato http://www.ubitennis.com/ si rileva quanto segue: Bolelli - il reprobo numero uno d'Italia - ha vinto due partite di seguito in un torneo l'ultima volta a ottobre 2008; Cipolla - in campo a Cagliari nel doppio - eproprio Seppi non arrivano al terzo turno in un tabellone dagli Us Open, cioè fine agosto. Anche per Fognini - l'«eroe» contro la Slovacchia - si parla dello stesso mese. E per Starace - l'altro singolarista - si arriva addirittura a luglio. In pratica: risultati come questi sono da serie B. È per questo insomma che il continuo sottofondo di denaro che tintinna (sarà solo colpa di noi giornalisti?) ogni volta che si parla di Davis diventa addirittura volgare: il tennis - si sa - è gioco individuale, ma quando si parla di scendere in campo per l'Italia si dovrebbe fare meno rumore. E la Federazione, criticata spesso giustamente, in casi come questo passa dalla parte della ragione. Proprio Seppi, parlando dalla tribuna di Cagliari e spezzando l'atmosfera idilliaca, ha subito detto che «bisogna recuperare Bolelli». Insomma Seppi non cerca soldi ma unità d'intenti. Legittimo: ma anche Bolelli dovrebbe fare qualcosa per recuperare l'Italia. E soprattutto i giocatori italiani dovrebbero fare molto di più per riguadagnare un po' di stima da parte di chi del tennis non ne fa una questione solo di soldi.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Benvenuta a Dubai

di Marco Lombardo
Shahar Peer no, ma Andy Ram sì. E adesso chissà cosa si inventeranno gli organizzatori del torneo di tennis del Dubai per spiegare perché c'è chi è più isreaeliano di un altro. Infatti alla Peer, che doveva scendere in campo questa settimana nel torneo femminile, è stato vietato il visto dalle autorità degli Emirati Arabi che, pur non intrattenendo rapporti formali con Gerusalemme, di solito si mostramo tolleranti nei confronti degli atleti con la stella di David. Questa volta no, però, perché c'è di mezzo la questione Palestina, anche se la giustificazione è stata «motivi di sicurezza». Imprecisati naturalmente. però nel caso della Peer - che in passato giocava in doppio con l'indiana Mirza, partner che ha abbandonato per le minacce dei musulmani integralisti - il divieto d'ingresso ha scatenato una reazione in grande stile: una tv americana ha cancellato il torneo dal palinsesto, uno sponsor se n'è andato, la Wta ha minacciato di cancellare Dubai dalla geografia del tennis. Così ecco che improvvisamente gli emiri hanno ufficializzato la concessione del visto di entrata nel Paese del doppista Ram, che da lunedì sarà in campo nel torneo maschile: «Si tratta di un permesso speciale», precisato un funzionario del Ministero degli Esteri. E motivi di sicurezza? Scomparsi, naturalmente. Magari - dice qualcuno - per evitare che il paradiso dello shopping di lusso si registri qualche defezione, causa boicottaggio. Si sa: sono tempi di crisi...
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Come rovinare Orleans

di Marco Lombardo
Bisogna saper perdere, e ancora una volta la Francia ci ha insegnato come non si fa. Il giusto e meritato trionfo nella Fed Cup delle nostre azzurre a Orleans è stato strumentalizzato dai nostri avversari per le proteste - invero molto fuori le righe - di Flavia Pennetta nel match vinto contro Amelie Mauresmo: per la cronaca la nostra eroina ha prima insultato la giudice di sedia per una chiamata a lei avversa e poi ha chiuso il tutto alzando il ditino medio, con un gesto che fa a pugni con la sua grazia. Capita, però, sui campi da tennis e non solo: certo, la giudice poteva andare un po' più al di là della semplice ammonizione - in gergo un «warning» - ma di sicuro i francesi sono andati molto oltre facendo ricorso per chiedere la sconfitta a tavolino della squadra italiana. Che tra l'altro alla fine ha vinto 5-0. Insomma, non una bella figura la loro. Questo però non giustifica il solito regolamento di conti che a ogni vittoria in coppa Davis e Fed Cup si scatena in casa nostra. Puntuale infatti, sul sito della federazione, è arrivato il messaggio alla nazione del direttore della comunicazione della Fit Giancarlo Baccini, che non ha perso tempo per polemizzare con la stampa italiana, a suo dire, assente ingiustificata a Orleans. Ecco come: «La Nazionale di Fed Cup ha scritto un'altra pagina della sua ormai leggendaria epopea (ad aprile punterà alla terza finale mondiale in quattro anni: una striscia di trionfi con pochissimi precedenti nell'intero panorama dello sport azzurro) ma a viverla sul posto per raccontarla agli italiani c'erano soltanto due dei tre quotidiani sportivi italiani. Mancava il terzo, così come mancavano gli inviati dei grandi giornali d'informazione. Questo ostracismo mediatico è per certi aspetti perverso e per altri inspiegabile. Perverso, perché alcune latitanze, ripetendosi, non possono certo essere casuali. Inspiegabile, perché a me che faccio il giornalista sportivo da quarant'anni appare francamente incomprensibile come si possa non pubblicare neppure una riga su un quarto di finale di un campionato del mondo di una disciplina universalmente praticata e allo stesso tempo dedicare un'intera pagina a una nazionale che non solo pratica una disciplina conosciuta in non più di una quindicina di paesi, ma oltretutto vince una partita ogni morte di Papa. Che devono fare, Flavia, Francesca e tutte le altre nostre formidabili ragazze, perché la loro classe, il loro cuore e il loro attaccamento alla maglia azzurra trovino il giusto spazio sui giornali? Forse ribellarsi alle convocazioni e sputare sulla FIT, come certi colleghi maschi? Scommettiamo che a marzo, quando l'Italia debutterà nella "Serie B" di Coppa Davis, gli assenti di ieri, che stanno già facendo la punta alle proprie penne, saranno presenti in massa, pronti a scrivere soltanto del caso-Bolelli?». In pratica: Baccini - che poi ha fatto una seconda puntata per definire «maleodorante» un articolo di pesante critica alla Pennetta apparso sull'Unità - per attaccare i giornalisti se la prende pure con il rugby, sport - secondo lui - sopravvalutato. Forse, si potrebbe anche convenire, perché il rugby fino a un po' di tempo fa aveva l'immagine di una disciplina perdente e di scarso appeal, così come - e lo diciamo a malincuore visto che siamo appassionati prima che giornalisti - per anni l'ha avuta il tennis. La differenza ora è che il rugby, rimasto comunque sostanzialmente perdente, ha conquistato un successo mediatico grazie al lavoro della sua federazione. Mentre nel tennis gli attacchi un po' a sproposito di chi rappresenta il vertice (sul «nemmeno una riga» consiglio la lettura dei quotidiani di oggi) ottengono l'effetto contrario. E se c'è chi non sa perdere, di sicuro non manca chi non sa vincere. E non sa crescere.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Lei tornerà

di Marco Lombardo
Dietro di sé ha lasciato una scia di profumo griffato e un braccialetto, le tracce degne di una Diva. Maria Sharapova non c’è più, è scomparsa, o meglio si è eclissata con una spalla in fiamme lasciando vedovo il tennis del suo glamour così vincente. Uniche notizie attuali i continui ritiri dai tornei, gli Australian Open prima, adesso Parigi e poi Dubai, sempre il solito messaggio, quel «mi dispiace non poter esserci, però...», quei comunicati così freddi e impersonali mentre il mondo delle racchette vive il travaglio della sua assenza. Perché senza di lei manca la vera regina. Maria è la Divina, a quasi 22 anni è gia veterana di tornei e passerelle, perché «la vita non è solo un campo da tennis», perché «devo pensare anche al mio futuro». Questo detto tra un colpo vincente, un urletto e un flash del fotografo, mentre qualche milione di dollari aumentava a dismisura il fascino di una bellezza così maledettamente siberiana. Però il problema ora è che Maria non c’è più, scomparsa, dopo anni di servizi - micidiali in campo e alla moda fuori -, dopo migliaia di immagini in costume da bagno o in gonnellino da urlo, sempre così composta, sempre così 'notizia'. Maria non c’è perché a un certo punto il meccanismo si è inceppato, la spalla ha fatto crac e la Sharapova ha scoperto che il tennis non era un'appendice della sua prossima vita, ma era la vita che faceva di lei la numero uno. E così, dall’estate scorsa, la Sharapova è scomparsa: qualche notizia - sì - sul suo sito, dove appunto si parla di un braccialetto da lei disegnato finito nella collezione di Tiffany o di un suo completino indossato in un match da vincere all’asta. Ma della più bella delle racchette, della ragazza che diceva «non gioco a tennis per essere sexy, ma mi piace un mondo esserlo», è rimasta solo qualche foto d’archivio e da urlo, più poche novità qua e là. Per il resto c’è solo un concorso a premi: «Incontrate Maria aMiami». Ma non si sa più quando. E allora ecco la cronaca recente. Ultimo domicilio conosciuto New York, dove finalmente ha deciso di farsi operare in artroscopia dopo aver tentato un inutile periodo di riabilitazione a Indianapolis nella clinica che cura i bestioni del football americano. Ultimo Natale a Phoenix, in una stanza d’albergo tra un allenamento e una riabilitazione, a fare pacchetti regalo:«Sembrava un laboratorio, non la smettevo più di fare fiocchi, a un certo punto speravo solo che finisse. Mi sono consolata comprando un sacco di borse, lo shopping non mi stufa mai, anche se farlo con un uomo attorno è un disastro completo. Si lamentano sempre del prezzo del conto finale, sono attratti dai buoni regalo. Altri, invece, girano per i negozi e ripetono sempre “bahh”... “hum”...». E ultimo fidanzato Charlie Eberson, il figlio del presidente del network televisivo NBC Sports, uno che naturalmente deve sapere come «farla ridere», perché tanto a conto in banca probabilmente stanno pari. E poi basta: niente tennis, niente copertine, niente fotografi. Niente Maria. Intanto il circuito femminile langue, è tornata Serena Williams ma non è la stessa cosa. E per questo ora tutti tifano per lei, anche quelli che salutavano le sue sconfitte con degli «olè», perché Maria è bella, troppo, e lo sa. Tutti vogliono sapere dov’è la Sharapova, vogliono rivederla presto in campo, anche perché - come ha detto la Divina in passato - quello è il suo posto: «Il tennis è il modo in cui ho guadagnato tanti soldi e i soldi non bastano mai. Io gioco per averne sempre di più, non c'è limite al denaro che puoi fare se sei numero uno del mondo. E rinuncerei a qualche milione di dollari solo in cambio di altri tornei dello Slam. Ma non per la gloria tennistica: perché così aumenterei i milioni che ho guadagnato finora». Ecco perché Maria tornerà, con la spalla a posto e con la voglia di risalire in classifica, ora che il computer la mette addirittura al numero 17, con la situazione che può solo peggiorare. Ma Maria Sharapova riapparirà, così come è scomparsa: la vedremo di nuovo in copertina e il mondo risentirà il suo profumo. L’incantevole profumo del denaro.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale di venerdì 6 febbraio 2009)

Scommessa da Canas

di Marco Lombardo
Nuova combine nel tennis? L’indiscrezione proviene da numerosi forum dedicati al mondo delle scommesse on line ed è stata rilanciata dal sito http://www.ubitennis.com/, diventato ormai il punto di riferimento per gli appassionati. Il fatto è questo: al torneo di Zagabria la wild card locale Antonio Veic, che attualmente è al numero 255 delle classifiche mondiali, batte l’argentino Canas (numero 68) per 4-6, 6-4, 6-2 al primo turno. Fin qui nulla di strano: Canas è un giocatore in fase (molto) calante e tra l’altro già molto chiacchierato in passato dopo essere stato colpito da una squalifica per doping. Insomma: il classico risultato a sorpresa e nulla più. Il problema però è che prima dell’inizio del match - così come da pronostico - il sito di scommesse Betfair quotava 1.11 la vittoria dell’argentino, che infatti si è aggiudicato il primo set. A quel punto, però, le cose sono stranamente cambiate: la quota di Canas è improvvisamente salita a 7, mentre quella di Velic è passata dal 7,40 iniziale a 1.10. Secondo quanto riportato sui forum si sarebbe sparsa la notizia di un presunto infortunio al braccio destro dell’argentino e per questo le quote sono state cambiate, ma il risultato è che Betfair - che è un sito dove i giocatori decidono se «bancare» o se scommettere variando così le quote - ha deciso di sospendere i pagamenti delle vincite: «Siamo consapevoli delle speculazioni inerenti a questapartita - è stato scritto sul sito -, pertanto le vincite ad esso legate rimangono al momento sospese, finché non verrà fatta chiarezza». Già nel recente passato il tennis ha dovuto far fronte a uno scandalo scommesse, con il match disputato 2 anni fa in Polonia fra tra il russo Davydenko el’argentino Vassallo Arguello che aveva avuto un andamento simile a quello di Zagabria. Le indagini dell’Atp però hanno scagionato i protagonisti della partita, mentre finora gli unici colpevoli sono stati alcuni tennisti italiani, rei di aver scommesso piccole somme. Domanda: l’Atp vorrà fare chiarezza?
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Lacrime per una certezza

di Marco Lombardo
Il problema è che questa volta non sono lacrime di gioia ma è un pianto di resa. Roger Federer non ce la faceva neppure parlare alla fine e Rafael Nadal, trionfatore degli Open d'Australia, ha dovuto consolarlo: «Sono felice per me, ma sono triste per lui». Lo spagnolo ha battuto ancora il suo amico-nemico (il conto ora è di 13-6), vince il suo sesto titolo del Grande Slam e soprattutto impedisce a Federer di raggiungere Pete Sampras a quota 14. Un finale forse inatteso, visto che Nadal ai 5 set della semifinale contro Verdasco - in 5 ore e 14 minuti di gioco - ne aggiunge altri 5 cinque nella finale riuscendo alla fine anche a vincere. La partita, come quella di qualche mese fa a Wimbledon, entrerà negli annali del tennis per intensità, emozioni e bel gioco: alla fine dura quattro ore e 23 minuti e si risolve nel crollo di Roger che si blocca al 2-2 del quinto set. E così piange Federer durante la cerimonia di premiazione, senza riuscire a rispondere alle domande del cerimoniere. Il pubblico lo incita, ma il groppo in gola e le lacrime sonopiù forti di tutto. Tocca a Nadal, appunto, abbracciarlo e poi prendere il microfono per dirgli «ricordati che sei un grandissimo campione e sono sicuro che agguanterai e supererai Sampras. È sempre un piacere giocare con te». Il problema per lo svizzero è che questa volta il 7-5, 3-6,7-6, 3-6, 6-2 racconta di una partita bella, incerta e nella quale, soprattutto, Nadal non sembrava - almeno fino a un certo punto - il più forte. Federer insomma avrebbe potuto vincere e di occasioni ne ha avute molte, ma alla fine ha vinto Rafa. E il dubbio ora è che il fatto che lo spagnolo sia ormai l'indiscusso numero uno sia una certezza. Anche nella testa di Federer.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Regina verso il basso

di Marco Lombardo
Certo, c'è Serena. C'è sempre lei, la Williams più piccola e più grossa, che si appresta a vincere il suo decimo Slam e riconquistare il numero uno al mondo: le sono bastati solo due set per far fuori Elena Dementieva e per riproporsi nella finale degli Australian Open nel solito anno dispari, visto che a Melbourne ha già vinto nel 2003, nel 2005 e nel 2007. L'ultimo ostacolo sarà la russa Dinara Safina, ma vogliamo credere che la sorellina di Marat la possa davvero fermare? Molti lo sperano, ma anche se fosse il tennis femminile odierno non ne uscirebbe alla grande, perché dopo anni di dominio Williams (ma con avversarie di altro spessore), la splendida parentesi Henin e l'avvento glamour della Divina Maria Sharapova, ora il livellamento è inesorabilmente verso il basso. Insomma, il tennis femminile cerca una regina e alla fine ritrova la solita Serena, anche perché le altre vengono fuori a tratti ma poi si sciolgono al sole. E il caldo autraliano c'entra poco. In pratica: ci sono le russe, ma al di là della Sharapova, attualmente infortunata, le altre sembrano tutto tranne che una numero uno. La Dementieva, appunto, così carina ma così fragile. Eppoi la Safina, grandi mazzate come la Petrova e pure la Zvonareva, oppure la Kuznetsova, più agile tatticamente ma sempre troppo leggera. Dopodiché le serbe, con la Jankovic fino all'Australia numero uno al mondo senza aver vinto uno Slam e la Ivanovic che ogni tanto finisce per rompere lo specchio. Tutte fuori perché ripassa la Williams. E poi poco altro, così finisce che quando Serena decide che è l'ora di giocare a tennis non ce n'è più per nessuna: a 27 anni, dunque, si appresta - salvo sorpresona - all'ennesimo trionfo, ma dietro di lei ora c'è il vuoto. E soprattutto non c'è una rivalità come quella che Melbourne probabilmente rimetterà in scena tra gli uomini: Federer infatti è già in finale. Scommettiamo che ci arriva anche Nadal?
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Il sonno di Verdasco

di Marco Lombardo
Fernando Verdasco non è uno che da piccolo abbia fatto molta fatica: papà ricco, due campi da tennis nella villa di casa a Madrid, un allenatore personale fin da quando aveva 8 anni. E poi vestiti alla moda, look da playboy del sabato sera e perfino un naso rifatto per essere ancora più appetibile. Insomma, sembrava tutto tranne che un tennista, anche se qualche risultato l'aveva ottenuto. Ma a 25 anni sarebbe diventato uno spagnolo di passaggio se un giorno, in Argentina, folgorato sulla via della coppa Davis, Verdasco non avesse improvvisamente deciso di fare sul serio: è successo - lo scorso novembre - che la Spagna orfana di Nadal andasse a vincere in trasferta l'Insalatiera e che Fernando - trovatosi improvvisamente protagonista della sfida - risultasse decisivo: «È stato il giorno che mi ha cambiato la vita». Buttati via i panni di Tony Manero del 2000, Verdasco si è rifugiato a Las Vegas per passare le vacanze di Natale a casa Agassi, il suo idolo. Il quale - prima di partire con la moglie Steffi Graf per le vacanze sulla neve - lo ha lasciato alle prese del suo vecchio preparatore atletico Gil Reyes, non prima di avergli dato qualche consiglio: «Mi ha detto come devo allenarmi, a quali tornei devo puntare, in quali settimane è meglio caricare il lavoro». In pratica gli ha spiegato come diventare un tennista vero. Così a quel punto da playboy ecco che Verdasco decide di fare sul serio: molla la fidanzata Ana Ivanovic - la più bella del tennis - per evitare di distrarsi,vince il torneo di Brisbane e adesso, dopo aver eliminato il francese Tsonga, è arrivato in semifinale degli Australian Open dove se la vedrà con il numero 1 Nadal: «Lo so che è difficile, quasi impossibile. Ma mi sento di poter battere chiunque: adesso non mi pongo più limiti». L'unico, forse, è quello di andare a letto presto la sera.
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

La prima volta da favorito

di Marco Lombardo
Andy Murray ha capito cosa vuol dire essere favorito. L'ha capito lasciando un campo da tennis testa china e borsone sulle spalle, mentre il suo avversario - lo spagnolo - salutava la folla con la sorpresa negli occhi. «Vamos Fernando» gridava la folla degli Australian Open, per festeggiare la prima vera sorpresa del torneo, considerando che se le cose fossero andate come da pronostico ci sarebbe stato invece il record: le prime otto teste di serie nei quarti di finale. Invece non è così, grazie a Verdasco o forse grazie a Murray che si è perso per la strada del match sotto il peso dei giudizi da favorito. «Ma per me non è un disastro - ha detto alla fine -: io gioco nello stesso modo sia quando devo vincere per forza sia quando sono sfavorito. Ci sono giorni in cui devi dire bravo al tuo avversario e basta». Sarà così, però finora Fernando Verdasco aveva fatto parlare di sè principalmente per il suo fidanzamento con la reginetta serba Ana Ivanovic, legame rotto proprio alla vigilia degli Australian Open di comune accordo per potersi concentrare meglio sul tennis. A lei è andata male, a lui molto meglio. Mentre Murray, che nei tornei di antipasto degli Open aveva battuto sia Nadal che Federer (due volte), ora medita sulla dura vita da favorito, dopo un'esistenza di rincorsa passata pure per la strage di Dunblane, quella della sua scuola: lui quel giorno c'era e si salvò per miracolo. Non si è salvato invece dalle accelerazioni di Verdasco e ora ripete convinto: «Ci saranno altri Slam nella mia vita: non so se sarò sempre favorito, ma so che posso vincerne almeno uno». Per carità, la vita -anche tennistica - è lunga. Eppure Roger Federer, che di queste cose se ne intende, l'aveva avvertito alla vigilia del torneo: «Non so perché tutti dicano che Murray è il favorito. Vincere un torneo è una cosa, vincere uno Slam con tutti gli occhi addosso è un'altra. Nadal e io sappiamo come si fa. Lui ancora no». Come dargli torto, ora?
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Profumo di Cipolla

di Marco Lombardo
Provate voi a chiamarvi Cipolla e a riuscire poi a combinare qualcosa di buono nella vita. E’ per questo allora che agli Australian Open di tennis l’eroe del giorno è un italiano, dal nome nobile – cioè Flavio – e dal quel cognome un po’ così, che messo assieme ad un fisico non da superstar lo ha marchiato per buona parte della sua carriera. Perché Flavio Cipolla una carriera ce l’ha: di anni ne ha già 25, e per un tennista è una vita, ma di risultati ne ha ottenuti molti, perché se lo vedete in campo e fuori farete fatica a pensare che tra i 128 migliori giocatori del mondo impegnati in un torneo del Grande Slam c’è pure lui. Ed invece c’è ed è pure approdato al secondo turno a dispetto di tutto e di tutti, battendo la testa di serie numero 20, il russo Tursunov, per 4-6, 6-2, 7-6, 7-5, al termine della solita lotta, quella che dura da una vita.
La lotta iniziata con papà Quirino, ore e ore a tirare palline sul campo sognando di diventare grande. Ore, giorni, mesi senza l’aiuto di nessuno, perché se sei alto 172 centimetri, pesi 74 chili e in più ti chiami Cipolla, chi ti vuole? La Federazione no di certo (“con quel fisico lì dove vuoi che vada”), le Accademie non ne parliamo (“ma gli hai visto le spalle?”), restavano solo i circoli sottocasa e i cesti di papà Quirino, passando per tornei futures e Challenger per farsi le ossa. Eppure la classifica gli dava ragione: nei primi 400 a 21 anni, nei 200 a 22, e lui lì ad affettare palline ed avversari nell’indifferenza generale. Poi, nel 2007, passa un turno al Roland Garros per poi uscire al secondo, ma sul Centrale e con i complimenti dell’avversario, tale Rafael Nadal. E tutto questo con le armi fatte in casa: un servizio costruito giusto per riuscire a stare in partita (palla a 130 all’ora contro i 180-200 della media), ma un rovescio micidiale che sgonfia le palline, una smorzata velenosa e un’intelligenza tattica sommata alle velocità di gambe che ne fa il giocatore che tutti non vorrebbero mai incontrare anche se sanno di poterlo battere. Risultato: nel 2008 Flavio sale fino al numero 110 della classifica mondiale ed entra nel tabellone degli UsOpen da “lucky loser”, ovvero battuto all’ultimo turno delle qualificazioni ma ripescato per ritiro di uno dei 128. Ne approfitta, lui abituato a giocare sui tre set, vincendo i primi due turni giocando complessivamente 7 ore e 13 minuti, per poi perdere alle porte degli ottavi di finale - dopo essere stato in vantaggio di due set e con le vesciche ai piedi - con Wawrinka, uno che abita stabilmente nei primi 20 posti. Quello che succede dopo è cronaca di ieri, la vittoria su Tursunov e un secondo turno da giocare a Melbourne contro Haas con l’obbiettivo del prossimo miracolo: incontrare Nadal anche in Australia. E soprattutto con la certezza di aver dimostrato che anche un Cipolla può battere tutti i pregiudizi. E perfino un cognome.
Marco Lombardo
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Alizé nel paese delle minigonne


Donne avvisate mezze salvate, soprattutto se sono tenniste. Quello delle racchette, si sa, è uno sport che al femminile fa rima con moda, ma adesso – dicono i grandi capi – si esagera. E’ accaduto infatti che la francesina dal naso in su Alizé Cornet, non una delle tenniste top in fatto di bellezza, si sia presentata a Perth con un costumino niente male: minigonna inguinale e top che non lasciava nulla all’immaginazione. Se poi aggiungiamo lo sforzo della partita ecco che il risultato è stato praticamente un nude-look. La reazione degli organizzatori degli Open d’Australia che partiranno lunedì è stata immediata: multe fino a 2000 dollari australiani (circa 1000 euro)per chi indosserà completini troppo “hard". Sull’Herald Tribune,la grande tennista australiana Margareth Court - una delle più grandi atlete di tutti i tempi (ha vinto tre volte Wimbledon con 62 tornei dello Slam portati a casa tra singolare e doppi vari), ha attaccato le emule della Cornet: "Nonsiamo mica in spiaggia. Il campo non è il luogo adatto per mostrarsi. Se seibrava, non c'è bisogno di essere appariscente". Concetto però che nel tennis moderno sembra sconosciuto: ad esempio Justine Henin, una delle tenniste più grandi di sempre ora ritiratasi, non ha mai sfondato nel cuore degli appassionati proprio per il suo aspetto non da Miss. Mentre ragazze come Maria Sharapova e le sorelle Williams, molto attente al look, scaldano parecchio le copertine dei giornali mondiali e l’attenzione di chi va a vedere le partite. La direzione dell'Australian Open è stata però decisa: "Le ragazze sanno che devono presentarsi in modo professionale. Ogni completo sarà analizzato prima delle partite", ha detto Wayne McKewen, uno degli arbitri. Scommettiamo che per portare a terminel’arduo compito ci sarà la fila?
Marco Lombardo
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it

Erba d'oro


In tempi di crisi, anche lo sport fa i conti e spesso ci perde. Così capita che campionati come la Major League di baseball e quello di Formula Uno debbano affrontare la recessione, o che interi tornei di tennis spariscano per mancanza di sponsor, così com’è successo agli Open d’Olanda venduti in blocco alla famiglia Djokovic. C’è però un’eccezione, un simbolo delle racchette che non passa mai di moda. E anzi: s’ingrandisce. È Wimbledon, ovviamente, il torneo più amato. Dove la tradizione del «predominatly white» non passa mai di moda. Tanto che - con l’economia mondiale in declino - i suoi organizzatori si permettono di stanziare 55 milioni di sterline per prendere la piena proprietà del sito in cui i Championship sono disputati. Un vero e proprio patto con la federazione britannica che l’All England Lawn Tennis and Croquet Club ha stipulato per assicurare al torneo un futuro radioso e al tennis britannico una prospettiva. L’accordo infatti prevede appunto lo stanziamento della somma, che sarà versata dal 2009 al 2012 passando alla federazione il 100 per cento dei profitti delle due settimane di gara. Poi, dal 2013 al 2053, la percentuale dei profitti girati per lo sviluppo del tennis di Sua Maestà passerà al 90 per cento. «Abbiamo assicurato al tennis britannico 40 anni di benessere -ha detto il chairman dell’All England Tim Philips -. È il nostro impegno per continuare lo sforzo per far crescere il nostro sport e il nostro torneo». Tanto che, dopo la creazione del tetto apribile che adornerà il campo centrale dalla prossima edizione, sono già previsti nuovi lavori al campo numero 1, con l’obbiettivo di aumentare anche i posti per il pubblico. «Nel 2008 Wimbledon ha avuto il numero record di spettatori: 475.812. Esoprattutto ha incassato quasi 26 milioni di sterline. Per fare questa operazione non avremo bisogno neppure di chiedere un prestito: i soldi ce li abbiamo in cassa». Di questi tempi non è da tutti.
Marco Lombardo
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale)


Grazie a quello spintone


Lui quel maledetto 13 marzo 1996 c’era e se qualcuno non gli avesse dato uno spintone probabilmente ora sarebbe solo un terribile ricordo. A Dunblane,
Scozia, Andy Murray era a scuola quel giorno del massacro, quando Thomas Hamilton scaricò le sue 743 cartucce nella palestra della scuola uccidendo
16 bambini tra i 5 e i 6 anni di età più un maestro. Prima poi di uccidere se stesso. Nessuno sa ancora bene perché, Andy ancora oggi ricorda solo una
grande confusione e quello spintone appunto che qualcuno gli rifilò per spingerlo al sicuro in una classe. Allora aveva solo 9 anni, ma da quel giorno sa di avere una missione, quella di essere l’immagine di una città rimasta segnata per sempre: “Voglio che Dunblane riesca a uscire da questo incubo. Ne sento la responsabilità”. Per centrare la missione ha scelto il tennis: ha cominciato grazie alla mamma maestra di racchette, ha proseguito poi cancellando il mito calante di Tim Henman dai giornali britannici. Ad un certo punto si è anche affidato alle cure di Brad Gilbert, l’ex tennista filosofo del “vincere sporco”, ma non era ancora la sua strada, quella che lo ha portato ora a diventare il numero 4 del mondo e – soprattutto – il favorito alle finali del Masters di Shanghai che domani hanno in programma le semifinali. Intanto ieri ha fatto fuori Federer, l’ex numero uno troppo malconcio per essere vero ma comunque uscito a testa altissima: gli evidenti dolori alla schiena e il poco riposo hanno penalizzato lo svizzero, battuto in tre set, ma non umiliato. E con Nadal fermo ai box chissà quanto per un grave problema al ginocchio, Shanghai per Murray può diventare davvero il trampolino per salire ancora più in alto. Anche se Dunblane può essere già fiera di lui.

Marco Lombardo
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: il Giornale di sabato 15 novembre 2008)

Eletti dal burraco


A Mosca Starace perde al primo turno dal francese Chardy, a Vienna Seppi saluta subito dopo essere stato sconfitto da Canas. Per non parlare poi - sempre in Austra - dell'uscita di Volandri con Gulbis e della sconfitta con Gonzalez di Bolelli, appena reduce della fallimentare tournée asiatica, quella per cui è sorto il contenzioso con la Fit sulla coppa Davis. Scontro che ha portato alla squalifica del giocatore dalla maglia azzurra e la diffida dittatoriale del presidente Binaghi ai circoli di non ospitare Simone neppure per dargli un letto per dormire. Ecco, il nostro tennis è questo mentre – ad esempio – l’Argentina saluta l’ingresso di Juan Martin Del Potro nella Top 10. E noi? Guardiamo la classifica mondiale: abbiamo 5 giocatori nei primi 100 (Seppi 30, Bolelli 46, Fognini 73, Starace 76, Volandri 95) più altri due nei primi 200. Di tutti questi non c’è un nome nuovo, i fenomeni da junior Trevisan e Fabbiano sono in alto mare (il primo per colpa della mononucleosi) ed è inutile continuare a dare per vero il solito ritornello degli “italiani maturano tardi”. A 19-20 anni se si è un giocatore d’alta classifica si vede già: gli altri fanno sforzi (anche lodevoli, visto l’aiuto che viene loro dato) per galleggiare. Ciò che sconforta è il paragone con l’inizio dell’anno, quando c’erano aspettative su un netto miglioramento, soprattutto riguardo giocatori come Seppi e Bolelli. Guardando la classifica del 28 gennaio, post Australian Open insomma, i giocatori nei primi 100 erano 4 perché Fognini era al limite (104) ma i miglioramenti sono minimi: Seppi ha guadagnato 18 posizioni, Bolelli 22, ma Starace ha perso 41 posti e Volandri 45. In più nei primi 200 i giocatori italiani erano 9: due in più. In pratica, conti alla mano la situazione è quella di allora, se non peggio. Ed è per questo che suona stridente la percentuale plebiscitaria con la quale i dirigenti della nostra federazione sono stati confermati per il terzo mandato. Una gestione, per carità, che ha risanato i conti economici e ha ridato lustro agli Internazionali d’Italia, ma che sui rapporti con i giocatori e con i loro tecnici ha mostrato limiti irreparabili. D’altronde, in uno sport come il tennis ad alto tasso professionistico, il presidente della federazione viene eletto ancora da circoli dove il burraco ha spesso sostituito il tennis. E non per niente, proprio lui, il numero uno delle nostre racchette, si definisce – con orgoglio – “dirigente dilettante”. Vale a dire: il mondo va in aereo ma noi continueremo a pedalare.

Marco Lombardo
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it

La quiete dopo la tempesta

Allora non era un’idea così astrusa. Dopo la sconfitta alle Olimpiadi contro James Blake, uno che di solito batte con le mani legate, ci eravamo augurati che Roger Federer si fermasse per un po’: lui, il tennista più Grande - probabilmente di sempre - non poteva continuare così, a suon di sconfitte e umiliazioni dopo una stagione partita male per colpa della monucleosi che lo ha debilitato e culminata nell’abdicazione dal trono della classifica a favore di Rafael Nadal.
Ma siccome i grandi campioni sono tali solo se ti sorprendono, ecco che Roger ha vinto gli UsOpen, il suo tredicesimo Slam, e allora forse ci eravamo proprio sbagliati. E invece no: lo svizzero ieri ha fatto sapere che la sua stagione forse è chiusa qui, anche se pochi credono che non si farà vedere al Masters. «Il 2008 è stato un anno duro per me - questo l’inizio del comunicato apparso sul suo sito - , perché ho giocato sempre cercando di recuperare, dopo che mi è stata diagnosticata la mononucleosi all’inizio dell’anno. Mi sento fortunato perché sto di nuovo bene, ma voglio rimanere al vertice per molti altri anni, e andare a caccia del numero 1 in classifica di nuovo. Per fare ciò ho bisogno di un lungo riposo per rimettermi in forze e tornare al 100% per il resto dell’anno… o per l’anno prossimo. In questo momento non so quando sarò pronto per giocare di nuovo, ma spero di tornare in qualche momento prima della fine dell’anno».
Insomma: Federer è stanco e ha voglia di riposarsi, Quel “per il resto dell’anno... o per l’anno prossimo” fa presagire uno stop davvero lungo e forse lo rivedremo solo per l’avvio della nuova stagione in Australia. Però questa non è una resa, Federer lo ha scritto nero su bianco. Per spiegare la sua stagione sofferta, la peggiore da molti anni a questa parte, il Cannibale delle racchette poco tempo fa disse: «Mi sono mancati i 20 giorni decisivi per la preparazione». In questo caso si è preso più di due mesi e se fossimo nei panni di Nadal non staremmo tranquilli.

Marco Lombardo
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it

Grandi rifiuti



C’è la coppa Davis e l’allegra brigata del tennis italiano si appresta a viverla con la solita concordia. L’ultimo caso è quello di Simone Bolelli che ha rifiutato preventivamente la convocazione e poi, una volta convocato lo stesso, ha mandato un comunicato tramite il suo manager per dire che è stupito della cosa. I veri motivi del dissidio sono stati egregiamente spiegati da Roberto Comentucci sul sito di Ubaldo Scanagatta (http://www.blogquotidiani.net/tennis/?p=2400) e da Ubaldo stesso. L’unica cosa in più che viene da dire è che la cosa fa molta tristezza.
Per chi non lo sapesse, infatti, l’Italia non si sta preparando per vincere l’insalatiera, ma per non scendere in serie C in un epico match contro la Lettonia di Gulbis, il tennista miliardario. In un Paese normale l’intento sarebbe quello di restare a galla, nel paese delle nostre racchette l’importante è litigare. Chi abbia ragione in questo caso non è importante: Bolelli ha sbagliato modi e tempi, la Federazione – come al solito – ci ha messo del suo invece di perseguire il compito statutario di costruire un team vincente cercando di andare d’accordo anche con i tecnici che federali non sono. Nel mezzo c’è Barazzutti…
La vera domanda insomma è che cosa faccia il nostro commissario tecnico oltre a scegliere i 4 giocatori da selezionare per la Davis (che scelta, eh?) e gridare “forza, forza” al cambio di campo. E’ chiaro, stiamo estremizzando e sicuramente Barazzutti ha le qualità per un ruolo non facile. Ma è anche logico che a un ct di una nazionale sia chiesto di fare gruppo, mettendo insieme le diverse anime di una squadra: con le donne il buon Corrado ci è riuscito, con gli uomini per ora mai. Questione di carattere?
Un altro mistero del nostro tennis è la “preparazione olimpica” con tanto di responsabile nominato dalla federazione, anche considerato che proprio per la spedizione di Pechino è poi scoppiato il caso Bolelli. Ricapitolando: i tennisti viaggiano per conto proprio, hanno un tecnico privato, disputano i Giochi ogni 4 anni anche perché adesso ci sono in palio dei punti come in un normale torneo. In tutto questo ci verrebbe da chiedere come si combina il “preparatore olimpico” ma giusto adesso abbiamo saputo che senza quello il Coni non sgancia un euro…
Annuncio doloroso: se andate sul sito della federtennis vi accorgerete che il mitico blog del Direttore della Comunicazione (ultimo grandissimo post sul tema: la Pennetta vince e nessun giornale scrive che è un consigliere federale) è scomparso, sostituito con un’edizione di “Tribuna aperta” che ospita numerosi interventi interni ed esterni. Che dire: ci mancherà?

Pechino ha riacceso la luce


Avendo chiesto a Roger Federer di andare per un po' al mare dopo la sconfitta nel singolare olimpico anche sulle colonne del Giornale, è giusto mettersi in fila per le doverose scuse. Il successo degli Us Open nasce dall'orgoglio del più Grande e - probabilmente - anche dal quel successo inaspettato in doppio a Pechino che ha riacceso la luce nei suoi occhi. Il Federer visto a New York è stato il vero Federer a tratti, ma non c'è dubbio che - osservati bene in campo - questa volta per Nadal sarebbe stata durissima. Dunque viva Roger, considerando anche che finire una stagione con una semifinale, due finali e una vittoria negli Slam, per qualsiasi altro tennista sarebbe l'anno perfetto. Sampras, ad esempio, quando non vinceva si fermava molto prima.
"Mi sono mancati i 20 giorni decisivi della preparazione": quando Federer ha detto così tutti hanno pensato a una scusa, in realtà la mononucleosi aveva davvero debilitato il campione rendendolo più fragile. Sportivi normali per un virus del genere perdono un'intera stagione, non lui che adesso si candida a vincere anche le finali del Masters Series. Se non gli fossero mancati quei 20 giorni, forse...
Detto comunque che la finale di Wimbledon con la quale ci eravamo lasciati è girata su un paio di punti e resta la Partita, nessuno può negare a Nadal il fatto di essere davvero l'attuale numero 1. Anche su di lui avevamo sbagliato pronostico, ma i suoi guai fisici di inizio anno sembravano essere un chiaro logorio dovuto al suo tennis così faticoso. Per Rafa invece la stagione è stata super, solo ora dà chiari segni di stanchezza e, nonostante tutto, in America ha fatto il suo miglior risultato di sempre. A questo punto si ripartirà nel 2009, quando Federer ha già detto di volere indietro il suo primo posto in classifica. C'è da scommetterci: sarà bellissimo.
La vera delusione dell'anno, non tanto per i risultati ma per i mancati miglioramenti, è Novak Djokovic: dopo l'Australia lo si vedeva numero 2 davanti a Nadal, ora rischia di essere scavalcato nella considerazione generale anche da Murray. In più le polemiche avute con Roddick hanno fatto scoprire un lato del suo carattere che non è piaciuto ai più. Djokovic è ancora in tempo per rimediare e noi rivogliamo il Novak che faceva le imitazioni.