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Ci hanno tolto anche Trulli

Non abbiamo mai capito come si possa tifare per una macchina, parliamo ovviamente della Ferrari, e non invece per delle persone: sarà per questo che ci ha colpito, senza esagerare, il fatto che per la prima volta da 42 anni a questa parte in Formula Uno non ci saranno al via piloti italiani. Il team Caterham (la ex Lotus) ha infatti salutato Jarno Trulli per ingaggiare al suo posto il russo Vitaly Petrov, l’anno scorso alla Renault.
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La nostalgia paga sempre

Senna alla Williams, la classica operazione per fare notizia in ogni angolo del mondo presso il pubblico generalista. E infatti noi che non siamo ingegneri meccanici ma operai in esubero dell’informazione la apprezziamo, pur senza essere appassionati di automobilismo. Anche perché ci offre il pretesto per una riflessione sull’organizzazione dell’attuale Formula Uno. Dove gli sponsor dell’epoca di Senna (in realtà Lalli) Bruno contano esattamente come all’epoca di Senna (in realtà Da Silva) Ayrton, al di là della retorica sui bei tempi andati. Ad essere cambiati sono i mercati di riferimento, sempre meno eurocentrici, e chiaramente (ma non di tanto) le cifre.
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Da esonerare è Montezemolo

di Stefano Olivari
Non sappiamo niente di Formula Uno, forse quando saremo nonni alle 14 dopo agnolotti, bollito e tiramisu (per citare tre cose che ci danno il voltastomaco) ci metteremo sul divano riavvicinandosi a questo magnifico sport, però se non abbiamo letto male la Ferrari sta facendo abbastanza pena in un campionato in cui di fatto gareggiano tre scuderie e al cui confronto la Coppa America di vela è sport vero. E cosa ti inventa, l'azienda mito di quasi tutti gli italiani? Esonera il terzo in ordine di responsabilità...

L'Italia dei non furbi in festa per la Red Bull

di Stefano Olivari
Ha vinto lo sport, si dice sempre quando a vincere è la squadra o il campione per cui tifiamo (o a perdere quelli per cui non tifiamo). Il Mondiale di Formula Uno non fa eccezione, visto che non conoscendo minimamente la materia ci siamo accostati al Gran Premio di Abu Dhabi spinti solo dalla sonnolenza post-prandiale, da Diretta Gol che sembrava quasi quello della B del sabato e appunto dal tifo puro.

Quelli che tradiscono la Ferrari

di Stefano Olivari
Nel mondo del tifo esiste qualcosa di più stupido e ipocrita del ‘dobbiamo tifare per le italiane quando giocano in Europa’? Sì, esiste. E’ il tifo obbligatorio ed incondizionato per la Ferrari, come se Alonso ci rappresentasse più di Vettel o Stefano Domenicali fosse più simpatico di Chris Horner. Nel 1983 a Imola ci fu una becera esultanza sulle tribune per l'incidente a Riccardo Patrese (Brabham), che lasciò la testa al ferrarista Tambay, ma a quasi trent’anni di distanza troviamo sempre inconcepibile questo dogma del tifo obbligatorio per le macchine di Maranello.

Un incentivo alla Ferrari

di Stefano Olivari
Giornali e televisioni troncano e sopiscono gli scandali Fiat, mentre il popolo italiano sogna con le presentazioni di Maranello...

Mi ha detto Stern

di Mario Orimbelli
Il passaparola mediatico crea soprattutto nello sport miti dirigenziali che trovano conferma più nelle tavolate fra giornalisti che nella realtà. Da Montezemolo a Bulgheroni, l'unica certezza sono le poltrone occupate...

L'equilibrio che ci manca

di Libeccio
L'Olimpico visto dall'albero,  l'Inter che non tutela Balotelli, lo scoop sulla Pittmann, la Dakar da disprezzare e l'auto amica dell'ambiente.

Fast Food

1. Non per tornare sempre sui soliti argomenti, ma la triste Italia-Bulgaria (i colori Rai riuscirebbero ad incupire Las Vegas, magari a Torino c'era un ambiente straordinario) ha avuto uno share medio del 38,40%. Numeri da Festival di Sanremo, che sarebbero stati avvicinati probabilmente anche con undici juventini in campo (non che si fosse molto lontani). Mannheimer potrebbe dire che al flusso in uscita dei tifosi tiepidi di altre squadre è corrisposto quello in entrata di juventini tiepidi. Gli altri? Amanti di 'Grazie Marcello' e delle sue idee ondivaghe su oriundi e stopper, antipatizzanti a prescindere, patrioti e fuggiaschi dal nulla televisivo: tutti attaccati allo schermo. Era per dire che la vituperata Nazionale interessa sempre, a prescindere dal c.t. che non deve spiegarsi mai.
2. Un altro che non deve spiegarsi è Montezemolo, proprio il LCDM idolatrato da Sergio Vastano nell'eccellente 'Italian Fast Food'. Massa quasi crepa e con il brasiliano ancora in ospedale mette in pista il fantasma di Schumacher. Dopo qualche giorno di cinema mediatico, del genere superomistico, il tedesco non ce la fa (e nessuno ipotizza che sia stata un'operazione di marketing fin dall'inizio) e allora dentro Badoer. Badoer va male, ma per due gran premi: gli tolgono Monza, il sogno dopo una vita da collaudatore, e danno la macchina a Fisichella (che l'anno prossimo rimarrà come terzo pilota, il quarto potrebbe essere Arturo Merzario) strappandolo al Chievo della situazione con tutta l'arroganza del caso. Nessuno dice che con Badoer la Ferrari si è comportata malissimo, con LCDM che lo ha ringraziato definendolo 'kamikaze italiano'. Con qualche eroica eccezione, giornalisti da circus.
3. Moralismo senza morale, applicato nell'occasione a Maria Josè Lopez. La moglie separata di Luis Jimenez, ora buona amica di Ronaldinho in quei locali milanesi dove il conto lo paga sempre lo sfigato del tavolo a fianco (il quale se lo merita), che secondo il sito di Sorrisi e Canzoni, http://www.sorrisi.com/, è stata cacciata da Controcampo. Il motivo? Non è ancora chiaro, ci rifiutiamo di credere che sia dovuto al famoso balletto della prima puntata. Ma come, mettete una ragazza seminuda in trasmissione per attirare un pubblico che di calcio a quell'ora ha già visto tutto e pretendete che lei ignori il suo pubblico di voyeur? Di sicuro, come ha confermato Alberto Brandi, questa settimana non ci sarà. Ma trovare un'altra sudamericana della scuderia Mediaset non sarà difficile.

Gli anni d'oro della grande Rial

di Stefano Olivari
Il Mondiale di Formula 1 con il salary cap a qualcuno piace. Nemmeno il tempo di aprire le iscrizioni per il 2010 (i termini scadranno fra una settimana) e subito l'adesione della Campos Racing squadra attualmente nel campionato spagnolo di Formula 3. Proprietario Adrian Campos, ex pilota ed ex manager di Fernando Alonso. La scuderia (che secondo Marca avrebbe fra i suoi finanziatori la stella dei Lakers Pau Gasol) si chiamerà Campos Meta 1 (Meta Image è la sigla dei soci di Campos). Il bello del salary cap è che potrebbe riportare in F1 quelle scuderie che non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena, ma che riuscivano spesso ad inventarsi qualcosa e spessissimo a lanciare piloti dal grande futuro. Rimanendo nel decennio più bello della storia d'Italia (che fra l'altro Campos visse guidando una Minardi che finiva pochi GP), di cui adesso stiamo subendo i sottoprodotti politico-culturali (un po' meno belli), ci vengono in mente, con lacrime agli occhi e in ordine sparsissimo: ATS, Ensign (fu con questa macchina che Clay Regazzoni ebbe il drammatico incidente di Long Beach), Shadow, Fittipaldi, Osella, Rial (nella foto Andrea De Cesaris a Silverstone), Onyx, Dallara, Theodore, Toleman, Eurobrun, Ram, Spirit, Lola, Coloni, Ags, Zakspeed. E chissà quante ne dimentichiamo, al di là dei vari team che con varie fusioni sono arrivati fino ai giorni nostri e di alcuni eroi dei Novanta come Leyton House, Fundmetal, Footwork, Life, Venturi, Andrea Moda, eccetera. Non è che una volta fosse tutto più bello, anche perchè i piccoli non vincevano mai. Però c'erano.

Gne gne

Nel libro delle imprese impossibili Luca Cordero di Montezemolo era già presente, essendo riuscito a far giocare un Mondiale di calcio in stadi mezzi vuoti proprio nel paese dove il calcio è una religione. Ma adesso ha fatto il bis, annunciando che la Ferrari si ritirerà dalla Formula Uno del 2010 se il presidente della Fia Mosley insisterà con il progetto del salary cap e soprattutto con quello del doppio regolamento a seconda del rispetto o meno del salary cap stesso. Inutile dire che la Ferrari è il marchio italiano più famoso nel mondo per la sua storia e le sue vittorie in Formula Uno, non certo perchè sia la macchina più amata da evasori fiscali e spacciatori, quindi la minaccia è ridicola già alla base: si potrebbe già adesso scommettere la casa su una soluzione di mediazione (un salary cap più alto dei 44 milioni di euro, qualche modifica regolamentare) che faccia cambiare idea a Ferrari, Toyota e Red Bull, quindi la pennichella domenicale del nonno non è in pericolo. Quattro modestissime considerazioni. La prima: l'insuccesso, così come il successo, dà alla testa. L'arroganza nell'era Schumacher si è trasformata nel ridicolo livore del bambino proprietario del pallone che quando perde fa 'gne gne' e se ne torna a casa vaffanculato dai compagni. La seconda: in Cambogia Pol Pot si confrontava con media più critici, ma le cronache sono state nell'occasione relativamente oneste. Dando quasi tutto lo spazio alle posizioni Ferrari, però evitando di cadere nel servilismo spinto. Ma vogliamo parlare dell'intervento a Ballarò, con le automobiline sullo sfondo? Un autospottone anche in vista di un futuro impegno politico terzista-casiniano, con ragionamenti del genere 'signora mia'. La terza: che male c'è nel contenere i costi della Formula Uno? Non dovrebbero così essere stimolate la creatività dei progettisti, sempre al limite dell'interpretazione delle norme, e la sensibilità dei piloti-collaudatori? La quarta: stando ai sondaggi fra l'80 ed il 90% degli italiani (a seconda del sito) è dalla parte di Montezemolo. Si può rispettare il loro parere anche senza senza essere d'accordo: basta non dovergli vendere niente, né dvd né un partito.

Il male dappertutto

Nemmeno il tempo di gioire per il disastro Ferrari ed ecco che la BBC pubblica sul suo sito la foto di un tifoso che si è presentato ieri a Montmelò con il volto dipinto di nero e con una maglietta della McLaren-Mercedes. Non siamo gente da secondo livello di lettura, quindi uno conciato così ci sembra un grande tifoso di Hamilton così come ai vecchi tempi uno a San Siro con il cappellino e le treccine lo era di Gullit o un altro con la bandana sul Mortirolo lo era di Pantani. Però qualcuno ha voluto vederci per forza del razzismo e così la Federazione internazionale ha annunciato indagini sull'episodio. Magari ci sbagliamo, ma non è che il male sia dappertutto.

Formula Uno senza vetrina

Gli abruzzesi sono stati troppo dignitosi, paragonati ad altre etnie colpite dalla stessa enorme tragedia: per questo non hanno attirato il circo dei piagnoni della beneficienza-spettacolo, a parte qualche eccezione. Non è un caso che il mondo della Formula Uno abbia risposto agli appelli di Jarno Trulli versando la bellezza di...17mila (diciassettemila) euro tutto compreso, come spiegato da un articolo di Benny Casadei Lucchi sul Giornale. Si tratta di microversamenti fatti da persone normali, appassionati di F1 ed amici di Trulli, mentre la gente vera con i soldi veri non è ancora scesa in campo. Quando ci sarà un galà, con telecamere, ci saranno anche i soldi e le solite facce.

Ferrari brut

Non seguiamo la Formula Uno dai tempi di James Hunt, ma leggendo i giornali italiani è impossibile non sapere che Ross Brawn è stato l'artefice principale, dal punto di vista tecnico, della resurrezione Ferrari nella seconda metà degli anni Novanta. Da direttore tecnico, dal 1996 fino a di fatto due anni e rotti fa, ha firmato insieme a Michael Schumacher (e Montezemolo, e Jean Todt) cinque mondiali piloti e sei costruttori. E prima ancora era stato l'artefice, insieme a Briatore ed allo stesso Schumacher, del miracolo Benetton (due mondiali piloti infilandosi nell'era Williams). Insomma, fino a qualche settimana fa dai media montezemoliani, dei quali il più imbarazzante è quasi sempre Rai Uno, veniva giustamente descritto come un genio. Adesso che dopo l'addio della Honda guida come imprenditore, forse suo malgrado, una scuderia di Formula Uno, è diventato il demonio. Asservito alla Fia, questo il senso di molti articoli (scegliete voi il quotidiano), per l'idea della limitazione del budget, truffatore per la storia dei diffusori (ignoriamo cosa siano, ma abbiamo appena letto sull'Ansa il parere di Charlie Whiting, delegato tecnico della Fia, che sostiene siano regolari), colpevole di avere stravinto in Australia con una squadra con le (relative) pezze sul culo. Ma soprattutto, in buona sostanza, core 'ngrato alla Altafini. Per fare carriera in certi giornali italiani, per fortuna non in tutti, devi essere lo zerbino dei soliti noti, per vincere nello sport a volte (poche volte, ma per fortuna non zero) basta avere talento. E comunque lo spionaggio industriale lo pratica solo la McLaren.
stefano@indiscreto.it

Un principe da Dakar


A casa sua, in Qatar, sarà anche “legibus solutus”. Perché di quel paese il signor Nasser Al Attiyah è il principe, e dunque le leggi suole vergarle da sé o in famiglia, su una scrivania che può essere indifferentemente il tavolo della sala da pranzo di corte o il suo addome. Ma se partecipa a una gara sportiva – fosse pure una competizione sputtanata come la Dakar, e persino nella sua edizione più farlocca disputata in Sud America –, allora deve rispettare i regolamenti al pari del più pezzente dei concorrenti. E invece il principe, noblesse oblige, ha barato. E mica in modo raffinato, ma come un “fruttarolo” da calcioscommesse Anni Ottanta. Nella sesta tappa celebrata giovedì, con percorso fra san Rafael e Mendoza (Argentina), alla guida della sua BMW non si è fermato al controllo previsto dopo 38 dei 232 chilometri di gara. Andava di fretta e ha tirato dritto. Sapete com’è, la trance agonistica. E poi, come potevano pretendere mai quei plebei di controllare Sua Altezza Reale? Senza nemmeno approntare un picchetto d’onore, fra l’altro. Per forza che alla fine della tappa risultava in testa alla classifica generale. Agli organizzatori, con la massima riverenza e estremo rispetto del cerimoniale, non è rimasto altro che dirgli di smammare. Squalificato, e impari a giuocare secondo le regole come ogni comune mortale. Sicché, dopo la morte del motociclista francese Pascal Terry, la Dakar si trasforma da tragedia in farsa. Meglio così, in fondo. Quanto al principe, un dubbio: chissà se dalle sue parti è ancora previsto, per i bari come per i ladri, il taglio della mano. Perché in quel caso gli toccherà infliggersi almeno una pubblica cerimonia di squarciatura di pneumatici.
(Per gentile concessione dell'autore, fonte: il Messaggero di sabato 10 gennaio)