di Luca Ferrato
L'atteggiamento dei tifosi della Lazio nei confronti della loro squadra è qualcosa che il calcio italiano ha ormai interiorizzato e che va al di là del normale tifo contro...
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Umorismo tedesco
di Luca Ferrato
La recensione di 'Englischer Fussball' di Raphael Honigstein, il libro che ha fatto infuriare l'Inghilterra calcistica. Fra storie risapute e luoghi comuni qualche riflessione interessante però c'è...
La recensione di 'Englischer Fussball' di Raphael Honigstein, il libro che ha fatto infuriare l'Inghilterra calcistica. Fra storie risapute e luoghi comuni qualche riflessione interessante però c'è...
Nobiltà da Duke
di Luca Ferrato1. La settima edizione della Homeless World Cup, in corso di svolgimento in questi giorni all’Arena Civica di Milano, ci sta dicendo che forse un altro calcio è possibile. Un calcio lontano dagli eccessi ai quali siamo ormai abituati e dalla furbizia come sistema di vita. Peccato che qui a Milano siano in pochi ad accorgersene, ma non è una novità per una città che non concepisce il calcio al di fuori di Milan e Inter e la beneficenza preferisce farla solo in cambio di un bel riscontro pubblicitario.
2. Comunque chi c’è si diverte. La Homeless World Cup è ricca di storie e di personaggi affascinanti, ovunque ti giri c’è un giocatore con il suo passato difficile ma anche con un futuro da scrivere, oppure una ragazza (le squadre che si affrontano a street soccer in partite di 14 minuti complessivi possono essere miste) che non ha paura nell’affrontare sul campo i colleghi maschi.
C’è per esempio la storia della nazionale giapponese, che è diventata la mascotte della manifestazione. Tutti acclamano i suoi giocatori, tutti vogliono farsi fotografare con loro. Hanno subito 56 gol in cinque partite, giocano uno sport molto simile al calcio, ma sono sempre sorridenti e disponibili con tutti. Oppure c’è il Sudafrica, con i suoi memorabili prepartita: prima del match contro il Kazakistan un canto che è durato 12 minuti.
3. Noi però vogliamo concentrarci su una storia a lieto fine, iniziata male ma male davvero. La storia di David Duke, scozzese di 29 anni, allenatore della squadra che porta sul petto la croce di Sant’Andrea. David ha una storia davvero particolare perché oltre ad essere allenatore è stato anche giocatore alla Homeless World Cup. Poco più che ventenne Duke ha perso il padre e da lì, anche per altri motivi, è iniziata la sua discesa agli inferi. Alcol, violenza, la rottura con la fidanzata e una vita che stava andando a rotoli. David, che è originario di Edimburgo, si è trovato in breve tempo senza un lavoro e senza una casa. A nulla è servito il trasferimento a Glasgow, dove pensava forse di dimenticare i momenti che l’avevano portato in breve tempo a perdere tutto. Anche lì il giovane allenatore scozzese ha vissuto in strada, preda ancora dell’alcol e senza alcuna prospettiva per il futuro.
4. In fondo questa potrebbe essere la storia di qualsiasi altro David, o Patrick o Giovanni del mondo, un uomo qualunque che dall’oggi al domani si trova sulla strada, uno di quegli uomini che magari solo qualche tempo prima avrebbe detto ”a me non succederà mai”. Poi improvvisamente ecco il calcio, la sua vecchia passione, e per lui, grande tifoso del Celtic, è stato quasi come il materializzarsi di un sogno. David viene coinvolto nel progetto della Homeless World Cup nel 2005 e reclutato come giocatore per l’edizione di Copenaghen. La regola del torneo voluto da Mel Young prevede che ogni giocatore non possa partecipare a più di una edizione, in modo che questa sia solo una fase di passaggio nel suo processo di riabilitazione e in modo che lo stesso giocatore si senta stimolato a coinvolgere altri senzatetto a partecipare all’iniziativa.
5. Ebbene, da quell’edizione di Copenaghen David Duke ha sposato la causa completamente.
Egli stesso ci dice: ”Dopo l’edizione del 2005 mi sono sentito rinascere e già dall’edizione successiva ero diventato assistente allenatore della squadra scozzese. Dal 2007 invece sono il primo allenatore e proprio in quel mio primo anno alla guida della squadra, nell’edizione svolta a Goteborg, ci siamo laureati campioni del mondo della Homeless World Cup, dopo una finale emozionantissima vinta per 9 a 3 contro la Polonia”. Il lavoro di David però non si è fermato li, visto che lui stesso è Chief Executive dell’associazione “Street Soccer Scotland” (http://www.streetsoccerscotland.org/), che cerca di coinvolgere più senzatetto possibile e poi di portarli con se alle varie edizioni del Mondiale.
6. I suoi giocatori sembrano usciti da un romanzo di Irvine Welsh, tutti ragazzi con un passato di alcool, droga e violenza alle spalle, ma tutti anche convinti che il calcio li porterà fuori dal tunnel. Per alcuni la strada è ancora lunga ma finalmente esiste un progetto di vita, qualcosa per cui lottare, quantomeno ora vi sono dei compagni con i quali si scende in campo tutti i giorni e per i quali si è disposti a dare tutto. David è soddisfatto per i risultati ottenuti nel suo periodo da allenatore: ”Sono estremamente contento per come stanno andando le cose. Ogni anno abbiamo ottenuto dei risultati con i ragazzi coinvolti, possiamo ritenerci soddisfatti per i risultati ottenuti nella vita da tutti loro dopo aver partecipato alla Coppa”.
7. Da un punto di vista prettamente sportivo, invece, David ha un problema molto simile a quello che Leonardo deve affrontare al Milan. Facendo le debite proporzioni, ovviamente: ”Quest’anno abbiamo una squadra un po’ vecchia. Abbiamo sì qualche ventenne, ma tre giocatori hanno più di quarant’anni ed è difficile per loro giocare, magari con giocatori africani non ancora ventenni che saltellano senza problemi per il campo. I favoriti non siamo certo noi, più che altro vedo bene Messico, Brasile e Portogallo”. Gli facciamo notare che anche l’Inghilterra non è niente male e lui annuisce, con la classica espressione che gli scozzesi fanno quando sono costretti a parlare bene degli inglesi. Anche se qualche giocatore con buone caratteristiche lo si vede, dalla squadra di Duke non uscirà il nuovo Henrik Larsson - essendo tifoso dei biancoverdi di Glasgow lo svedese è sempre stato il suo idolo - ma sicuramente anche da questa edizione David riuscirà a rimettere in piedi degli uomini che lui stesso ha raccolto mentre erano in ginocchio.
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)
Il calcio torna a casa
di Luca Ferrato1. L’Afghanistan batte la Russia per 5 a 4 e si laurea campione del mondo per la prima volta nella storia. Non siamo impazziti a causa del caldo di fine luglio, ma questo è stato il risultato dell’ultima edizione della Homeless World Cup disputata a Melbourne nel dicembre 2008, la Coppa del Mondo dei senzatetto. L’idea venne all’imprenditore sociale Mel Young, che pensò di organizzare un torneo di street soccer su base mondiale riservato a quelle persone che si trovano in difficoltà, a volte senza una casa e un lavoro, essendo per i più disparati motivi incorse in scelte sbagliate che le hanno costrette ad una vita senza fissa dimora.
2. Il primo torneo venne organizzato a Graz in Austria nel 2003, grazie anche a un massiccio aiuto della municipalità cittadina che diede così il via a un evento che nel corso degli anni cambiò la vita a molti partecipanti alla competizione. In quella prima edizione austriaca le nazioni partecipanti furono diciotto e fu subito chiaro agli organizzatori che questa competizione aveva la possibilità di continuare. Da subito si riscontrò una grossa curiosità da parte del pubblico, del tutto imprevista per un torneo pochissimo pubblicizzato. Mel Young e le persone che nel corso degli anni hanno lavorato con con lui, sono riusciti a coinvolgere nella manifestazione anche personaggi del calibro di Eric Cantona, Didier Drogba e Rio Ferdinand, oltre ad agganciare sponsor di importanza mondiale come Vodafone e Nike ed avere il patrocinio dell’Uefa.
3. Si è deciso quindi di organizzare la competizione annualmente alternando ovviamente i vari Paesi ospitanti. Nel 2004 è il turno di Goteborg, mentre nel 2005 è la volta della splendida Edimburgo, dove la Homeless World Cup ha un successo di pubblico incredibile. I britannici ancora una volta si dimostrano molto sensibili alle forme di solidarietà legate al calcio e d’altra parte il giornale di strada “Big Issue” (chi è stato almeno una volta in Gran Bretagna avrà visto i ragazzi che agli angoli delle strade vendono la rivista, strillandone in modo inequivocabile il nome) è uno dei principali sostenitori della manifestazione. Nel 2006 si esce dall’Europa ed è Città del Capo ad ospitare la Coppa. L’anno seguente è il turno di Copenaghen mentre, come già accennato, nello scorso dicembre è stata Melbourne ad ospitare l’evento. In Australia addirittura si sono radunate ben 56 nazioni e si è data vita alla Homeless World Cup più grande di sempre. Per la prima volta è stato anche disputato un torneo femminile.
4. Da un punto di vista prettamente sportivo la squadra italiana si è comportata più che bene nelle precedenti edizioni, vincendo sia in Svezia che in Scozia l’anno seguente. Le partite, giocate fra squadre di tre giocatori di movimento più un portiere, vengono disputate in due tempi di sette minuti ciascuno e risultano belle, veloci, spettacolari e ricche di gol. L’aspetto più importante è ovviamente quello sociale e il grande successo della manifestazione è dato dal fatto che il 93% dei giocatori dopo la manifestazione ha trovato una nuova motivazione per vivere, mentre il 71% di loro ha cambiato significativamente stile di vita. Ben 118 giocatori delle edizioni precedenti hanno dichiarato di aver abbandonato alcol e droga mentre un 38% è riuscito a trovare una situazione abitativa stabile.
5. Quest’anno è il turno di Milano e la Coppa verrà ospitata all’Arena Civica dal 6 a 13 settembre. Saranno ben 48 le nazioni in gara, provenienti da tutte le parti del mondo. La presentazione ufficiale è avvenuta presso il Comune di Milano lunedì scorso, alla presenza del sindaco Moratti e del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Per questa edizione tra l’altro la Homeless World Cup è stata dedicata allo scomparso direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò. La speranza è quella di vedere lo stesso entusiasmo che si è avuto finora nelle edizioni precedenti, con una grande partecipazione di pubblico e un clima di festa generale simile a quello che si respira durante i Mondiali di calcio o le Olimpiadi. Il tutto per dimostrare che questa città calcisticamente non vive di solo Milan e Inter...C’ è ancora la possibilità di candidarsi come volontari per vari ruoli durante la settimana della Coppa. Chi fosse interessato può fare riferimento a: pietro@milanomyland.it . L'unica certezza è che la vita di qualcuno cambierà in meglio, forse anche quella di qualche spettatore.
2. Il primo torneo venne organizzato a Graz in Austria nel 2003, grazie anche a un massiccio aiuto della municipalità cittadina che diede così il via a un evento che nel corso degli anni cambiò la vita a molti partecipanti alla competizione. In quella prima edizione austriaca le nazioni partecipanti furono diciotto e fu subito chiaro agli organizzatori che questa competizione aveva la possibilità di continuare. Da subito si riscontrò una grossa curiosità da parte del pubblico, del tutto imprevista per un torneo pochissimo pubblicizzato. Mel Young e le persone che nel corso degli anni hanno lavorato con con lui, sono riusciti a coinvolgere nella manifestazione anche personaggi del calibro di Eric Cantona, Didier Drogba e Rio Ferdinand, oltre ad agganciare sponsor di importanza mondiale come Vodafone e Nike ed avere il patrocinio dell’Uefa.
3. Si è deciso quindi di organizzare la competizione annualmente alternando ovviamente i vari Paesi ospitanti. Nel 2004 è il turno di Goteborg, mentre nel 2005 è la volta della splendida Edimburgo, dove la Homeless World Cup ha un successo di pubblico incredibile. I britannici ancora una volta si dimostrano molto sensibili alle forme di solidarietà legate al calcio e d’altra parte il giornale di strada “Big Issue” (chi è stato almeno una volta in Gran Bretagna avrà visto i ragazzi che agli angoli delle strade vendono la rivista, strillandone in modo inequivocabile il nome) è uno dei principali sostenitori della manifestazione. Nel 2006 si esce dall’Europa ed è Città del Capo ad ospitare la Coppa. L’anno seguente è il turno di Copenaghen mentre, come già accennato, nello scorso dicembre è stata Melbourne ad ospitare l’evento. In Australia addirittura si sono radunate ben 56 nazioni e si è data vita alla Homeless World Cup più grande di sempre. Per la prima volta è stato anche disputato un torneo femminile.
4. Da un punto di vista prettamente sportivo la squadra italiana si è comportata più che bene nelle precedenti edizioni, vincendo sia in Svezia che in Scozia l’anno seguente. Le partite, giocate fra squadre di tre giocatori di movimento più un portiere, vengono disputate in due tempi di sette minuti ciascuno e risultano belle, veloci, spettacolari e ricche di gol. L’aspetto più importante è ovviamente quello sociale e il grande successo della manifestazione è dato dal fatto che il 93% dei giocatori dopo la manifestazione ha trovato una nuova motivazione per vivere, mentre il 71% di loro ha cambiato significativamente stile di vita. Ben 118 giocatori delle edizioni precedenti hanno dichiarato di aver abbandonato alcol e droga mentre un 38% è riuscito a trovare una situazione abitativa stabile.
5. Quest’anno è il turno di Milano e la Coppa verrà ospitata all’Arena Civica dal 6 a 13 settembre. Saranno ben 48 le nazioni in gara, provenienti da tutte le parti del mondo. La presentazione ufficiale è avvenuta presso il Comune di Milano lunedì scorso, alla presenza del sindaco Moratti e del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Per questa edizione tra l’altro la Homeless World Cup è stata dedicata allo scomparso direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò. La speranza è quella di vedere lo stesso entusiasmo che si è avuto finora nelle edizioni precedenti, con una grande partecipazione di pubblico e un clima di festa generale simile a quello che si respira durante i Mondiali di calcio o le Olimpiadi. Il tutto per dimostrare che questa città calcisticamente non vive di solo Milan e Inter...C’ è ancora la possibilità di candidarsi come volontari per vari ruoli durante la settimana della Coppa. Chi fosse interessato può fare riferimento a: pietro@milanomyland.it . L'unica certezza è che la vita di qualcuno cambierà in meglio, forse anche quella di qualche spettatore.
(in esclusiva per Indiscreto)
Quelli che con la Cavese c'erano
di Luca FerratoEbbene sì, esisteva anche un Milan prima di Berlusconi, un Milan precedente ai ventitre anni di trionfi che recentemente tanto vengono ricordati la dirigenza rossonera. L’affermazione non è scontata come sembra, visto che per molti l’anno di nascita della società non sembra essere il 1899 ( quella sera alla Fiaschetteria Toscana di via Berchet a Milano…) ma il 1986, quando l’allora Sua Emittenza acquisì una società moribonda e la trasformò nella più vincente del mondo. Di uno di quei Milan pre-berlusconiani, anzi dovremmo dire del peggiore di quelli, si è occupato Sergio Taccone, milanista di provata fede, con il suo “Quando il Milan era un piccolo Diavolo” uscito in questi giorni per la Limina Edizioni. L’autore in particolar modo prende in considerazione gli anni fra il 1980 e il 1983, cioè tutto quello che successe nel periodo fra la retrocessione in B per il calcioscommesse e la resurrezione dal secondo campionato cadetto con Presidente Giussy Farina. E fu molto quello che successe in quel mezzo lustro: anni non certo di vittorie ma piuttosto di patimenti, vergogne, presidenti messi in galera, trasferte europee a Szombathely per giocare contro l’Haladas. Taccone però ci ricorda col suo libro che quegli anni ormai vengono ricordati anche dai milanisti con tenerezza, con un pizzico di nostalgia, per poter magari dire che noi in quegli anni c’eravamo, che non siamo arrivati dopo con le Coppe dei Campioni, che magari siamo andati in trasferta a Varese e non siamo stati poi a Manchester qualche decennio dopo, che magari c’eravamo anche alla partita in casa con la Cavese, oppure conosciamo qualcuno che c’è stato e oggi lo racconta con orgoglio come quel giorno che andò a vedere Bob Marley a San Siro. Il libro prende in considerazione quattro stagioni: il 1979/80, con il suo seguito del calcioscommesse e Albertosi, Chiodi e Morini che ci finirono in mezzo insieme al presidente Colombo portando il Diavolo in Serie B. Oggi Cruciani e Trinca non se li ricorda più nessuno, ma in quegli anni un ristoratore e un fruttivendolo sconvolsero il calcio italiano. La stagione 1980/81, il primo campionato in B, con la sconfitta per 3 a 0 a Taranto, la classe di Novellino, l’Avvocato De Vecchi e la pronta risalita nella massima serie. Il 1981/82 con la squadra affidata a Gigi Radice, una rosa che secondo lo stesso Ct azzurro Bearzot era in grado di lottare per lo scudetto ma che già dopo poche giornate si trovò in fondo alla classifica. Ne seguì l’allontanamento dell’allenatore (sostituito da Galbiati), il cambio di presidenza, con l’avvento di Farina e un Milan che non la smetteva di sprofondare. La speranza tornò nelle ultime giornate, anzi ci si giocò tutto all’ultima giornata con l’obbligo di vincere a Cesena e sperare in una combinazione di altri risultati favorevoli. Effettivamente a Cesena successe il miracolo. Il Milan sotto di due gol ad inizio ripresa ribaltò il risultato e vinse grazie a un gol di 'Dustin' Antonelli. Non un gol qualsiasi, forse uno dei più bei gol della storia del Milan, che però non viene mai ricordato perché il “biscotto” di Napoli rese tutto inutile e si andò ancora in B questa volta, citando l’avvocato Prisco, non pagando ma gratis. Unica consolazione stagionale la vittoria in Mitropa Cup, una coppa che oggi viene nascosta, rinnegata, ma che ai milanisti di allora fece piacere vincere, perché non si vinceva mai e piuttosto di niente andava bene anche quello. Infine la stagione 1982/83 con l’ennesima risalita in A, con Castagner, il giovane ma già monumentale Franco Baresi, con “Jordan-Serena il Milan si scatena”. Unica costante in tutti questi anni la presenza dei tifosi: il pubblico rossonero infatti non abbandonò mai San Siro e anzi in alcune domeniche di B fece registrare più paganti di molti stadi di A di una certa importanza. Grazie a Taccone quindi per averci rifatto rivivere quegli anni della giovinezza - ovviamente ciò che viene dal passato ci sembra sempre più bello e più puro - e per averci rifatto riscoprire quel Milan da “vorrei ma non posso” opposto all’odierno del “potrei ma non voglio”.
(in esclusiva per Indiscreto)
Dove volano le pizze
di Luca FerratoLa maggior parte dei tifosi pensa che tutto sia iniziato una sera di gennaio del 2005. Quella sera si giocava ancora nel vecchio Highbury, partita di campionato fra l’Arsenal e il Manchester United. Nel tunnel che portava i giocatori in campo Patrick Vieira, bandiera dei Gunners, cominciò a provocare Gary Neville e per tutta risposta ebbe un duro rimbrotto dal capitano e lottatore dello United, un certo Roy Keane. Dicevamo dunque che molti fanno risalire a questo episodio la rivalità recente fra i giocatori delle due squadre, che tra l’altro saranno anche protagoniste in una delle semifinali della Champions League. La verità è che però l’odio iniziò molti anni prima, un odio vero che porterà Keane a dire pubblicamente che sia lui che i suoi compagni “odiavano” l’Arsenal e Vieira a dichiarare nella sua autobiografia che il Man U è la squadra che in carriera gli ha dato le maggiori sensazioni, quindi è la squadra che odia di più pur essendo allo stesso tempo contento ogni volta che la incontra. Le prime scintille scoppiarono addirittura nel 1987, nel primo anno in panchina Red Devils per Sir Alex Ferguson. David O’Leary, allora centrocampista dei Gunners, venne scalciato per tutta la partita da Norman Whiteside, mentre David Rocastle, altra figura importante dell’epoca per l’Arsenal, venne provocato dagli avversari per tutto il match tanto da reagire ed essere espulso. Negli spogliatoi scoppiò una rissa fra giocatori, la prima di una lunga serie. L’anno seguente Brian McClair sbagliò un rigore in un match di FA Cup ad Highbury e il difensore Nigel Winterburn lo seguì poi fino a centrocampo per deriderlo e cercare di avere una reazione da parte dell’attaccante del Manchester United. Il 20 ottobre del 1990 la saga proseguì con gli stessi protagonisti in campo. Questa volta fu McClair ad entrare in maniera assassina su Winterburn e quella fu la miccia che fece esplodere gli animi degli altri giocatori in campo. Scoppiò infatti una rissa che coinvolse in pratica tutti e che non fu facile sedare. La rivalità e gli scontri proseguirono per tutti gli anni ’90, con il Manchester United che diventava sempre più vincente e l’Arsenal che alternava annate buone ad altre disastrose. Nel 1997 arrivò dal Giappone Arsene Wenger andandosi a sedere sulla panchina dei Gunners e dal quel momento non si sarebbe più parlato del “Boring Boring Arsenal”- il coro irridente che gli avversari rivolgevano ai Gunners per il loro gioco tradizionalmente noioso - ma di una squadra brillante, spumeggiante, capace di dare spettacolo facendo giocare dei giovani. La rivalità Manchester United-Arsenal da quel momento divenne anche, se non quasi esclusivamente, quella fra i loro allenatori, Alex Ferguson vs Arsene Wenger. Si arriverà così al 2004 e al famoso caso del “Pizzagate” o “la battaglia del buffet”, quando al termine di un match particolarmente combattuto, negli spogliatoi volò un pezzo di pizza (o una ciotola di zuppa: il tipo di cibo lanciato non è ancora stato chiarito) contro Sir Alex e pare che a lanciarlo fosse stato proprio un iracondo Wenger. Questo nel famoso terzo tempo del calcio inglese, quando gli allenatori di solito si ritrovano per sorseggiare un bicchiere di vino (celebre la bottiglia regalata da Mourinho a Ferguson qualche anno fa) e commentare quanto accaduto con più rilassatezza. In campo vi era stato anche un inseguimento a Ruud Van Nistelrooy da parte dei difensori dell’Arsenal dopo che l’attaccante olandese si era conquistato un rigore a tempo scaduto e con l’inganno, ma l’aveva tirato contro la traversa. Patrick Vieira riversa il suo odio anti United soprattutto contro l’olandese oggi in forza al Real Madrid. Dice nella sua biografia: ”Di lui non mi piace nulla, è un falso e un ladro. Tutti pensano sia un bravo ragazzo ma è un figlio di buona donna”. Ora si capisce meglio anche perché le pizze volavano. Ora, per la prima volta nella storia, Arsenal e Manchester United si affronteranno in Europa, per conquistare la finale Champions di Roma. Non ci sono più caratteri forti come Roy Keane, Peter Schmeichel e McClair da una parte o Nigel Winterburn, Ian Wright e Patrick Vieira dall’altra, ma siamo sicuri che anche stavolta le scintille non mancheranno.
(in esclusiva per Indiscreto)
Laterali e figurine
di Luca FerratoIncredibile ma vero, ogni tanto si trovano anche articoli che non parlano di calciomercato. Purtroppo questo, scovato sul sito del Guardian e scritto da Jonathan Wilson - quello di “Inverting the Pyramid” di cui abbiamo parlato qualche settimana fa - non lo abbiamo letto su un quotidiano italiano ma ci è particolarmente piaciuto. Wilson fa giustamente notare come si parli spesso di fantasisti o attaccanti e anche da noi quando si parla del dio calciomercato (cioè tutti i giorni) i nomi sui quali si discute sono sempre quelli: Diego servirà alla Juve? E’ Adebayor l’attaccante giusto per il Milan? Aguero potrebbe mai colmare quell’enorme vuoto che lascerebbe una eventuale partenza di Ibrahimovic? Con tanti saluti agli altri ruoli, come quello dei terzini di fascia o i laterali di difesa, chiamateli come volete: il numero due e il numero tre di una volta. Wilson fa notare come le ultime squadre che hanno vinto i Mondiali abbiano avuto sempre laterali molto forti, che sono stati determinanti durante la competizione iridata: Jorginho e Branco nel Brasile 1994, Thuram e Lizarazu nella Francia 1998, Cafu e Roberto Carlos nel Brasile vittorioso in Giappone-Corea nel 2002 e i nostri Zambrotta (quello del Mondiale, non l’attuale) e Grosso nell’Italia del 2006. D’altra parte anche la stessa Olanda degli anni ’70 era resa “totale” proprio dalla capacità che avevano i due laterali di difesa (Suurbier e Krol) di spingersi all’attacco, dando così l’impressione di una squadra che occupava tutte le zone del campo. In effetti lo faceva, oggi quasi tutti i terzini attaccano e ci viene più difficile capire cosa fece quell’Olanda in un periodo nel quale non era così usuale per gli uomini di difesa spostarsi in attacco. Wilson ci porta altri due esempi per far capire quanto il ruolo sia fondamentale, soprattutto nel calcio moderno. La Russia agli scorsi Europei è stata spettacolare e brillante, grazie sicuramente alle giocate di Arshavin e ai gol di Pavlyuchenko: ma il lavoro fatto dai due laterali Anyukov e Zhirkov è stato importantissimo. Questo è stato ancor più evidente quando i terzini sono stati bloccati nella partita di semifinale persa contro la Spagna. L’attaccante iberico David Villa si è infortunato al 34° minuto del primo tempo e il suo posto è stato preso da un centrocampista, Cesc Fabregas. In quel modo la Spagna è passata da un 4-1-3-2 a un 4-1-4-1. Così facendo altri due centrocampisti come Iniesta e Silva hanno avuto maggiori possibilità di allargarsi e poter così arginare le avanzate dei due laterali della squadra di Hiddink, che nello stesso tempo si dovevano maggiormente preoccupare dell’avanzata dei centrocampisti spagnoli. Altro esempio? Inter-Manchester United, ottavo di finale di Champions giocato a San Siro. La sofferenza nel primo tempo dell’Inter - che era sul punto di crollare- è stata evidente a tutti, sia a chi era allo stadio sia a chi guardava la partita a casa davanti alla tv. Alex Ferguson a sorpresa non ha schierato Rooney dall’inizio e al suo posto sulla fascia sinistra d’attacco ha inserito il coreano Park. Questo aveva anche lo scopo di arginare Maicon, che tutti sanno l’importanza che ha nel gioco d’attacco dell’Inter. Park dava anche la possibilità di far avanzare Evra, che a nostro avviso è stato uno dei migliori nel primo tempo di San Siro. Contromossa di Mourinho nel secondo tempo: fuori l’imbarazzante Rivas e dentro Cordoba, che ha dato più stabilità alla difesa e ha permesso a Cambiasso di non fare il difensore centrale aggiunto. Spostamento quindi di Javier Zanetti sulla destra per dare una mano a Maicon e soprattutto per arginare le avanzate del laterale francese del Manchester United. Prima abbiamo fatto riferimento al calcio totale olandese, ma sicuramente l’importanza dei laterali di difesa in grado di attaccare era stata evidenziata molto prima. Alcuni prendono ad esempio il Brasile del 1958 con il suo schema 4-2-4, ma quando si parla di tattiche e storia ovviamente tutto è molto opinabile. Quello che ci preme sottolineare - e lo fa ovviamente anche Wilson nel suo articolo - è che in sede di calciomercato oltre a scatenarsi sui vari Messi, Ribery, Rooney e Fernando Torres, un occhio di riguardo lo si dovrebbe dare anche a giocatori come Lahm, Anyukov, Evra e Dani Alves, che potrebbero risolvere problemi a più di una squadra trasformando in campioni centrocampisti e attaccanti con qualità normali. Poi il marketing editoriale, a tutte le latitudini, impone di fare i titoli su chi ha deviato il pallone in gol sulla linea di porta con lo stinco. Più grave è che questo calciomercato da figurine sia nella mentalità anche di tanti dirigenti: quante volte abbiamo letto dichiarazioni del tipo 'noi quella cifra per un difensore non la spendiamo'?
ferratoluca@hotmail.com
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)
Cara vecchia Superlega
di Luca FerratoMartedì 17 marzo il bisettimanale francese France Football è uscito con una boutade in prima pagina: “I piani segreti della Superlega europea”. Niente di nuovo all’orizzonte, verrebbe da dire. Sempre in questi giorni ci è capitato fra le mani un numero della rivista World Soccer, risalente al settembre del 1998. Nell’editoriale, a firma Keir Radnedge, l’autore riferiva di un incontro segreto avvenuto a Londra alla metà di luglio fra i rappresentanti dei principali club europei. Di cosa si sarebbe discusso? Della creazione di una Superlega europea, ovviamente. All’epoca la Champions League non aveva ancora il formato attuale, solo dall’estate precedente le principali federazioni avevano ottenuto il permesso dall’Uefa di iscrivere due club (il primo e il secondo classificato nei campionati nazionali) alla massima competizione europea. Ma non era abbastanza e i sodalizi più importanti si erano radunati con la volontà di riformare la Champions League, che in quel periodo ancora tutti chiamavano Coppa dei Campioni. I club che si ritrovarono in quella riunione carbonara ma non troppo furono Milan, Inter, Juventus, Real Madrid, Barcellona, Ajax, Bayern Monaco e Borussia Dortmund. I delegati di Manchester United, Liverpool e Arsenal negarono di avervi preso parte (al Chelsea non era ancora arrivato Abramovich) mentre i dirigenti di Paris St Germain e Marsiglia negarono anche di essere stati invitati. L’idea era quella di creare una lega autonoma scorporata dalla Uefa, visto che il massimo organismo europeo aveva più a cuore la mutualità verso i Paesi dell’Est e le piccole nazioni calcistiche piuttosto che il fatturato dei grandi club. Uno dei principali promotori dell’iniziativa fu sicuramente Silvio Berlusconi, che la Superlega aveva iniziato a sognarla fin dal suo arrivo al Milan a metà degli anni Ottanta. Su proposta degli uomini Fininvest, quindi, si voleva assegnare l’organizzazione del nuovo torneo a Media Partners, con il sostegno della banca d’investimenti JP Morgan. Più che una competizione ad eliminazione sarebbe stato un vero e proprio Campionato d’Europa, che avrebbe garantito introiti sicuri a tutti i club partecipanti. Sponsor come se piovesse e stadi sempre pieni sarebbero stati la logica conseguenza, almeno in teoria. Berlusconi chiese anche la possibilità di avere delle wild card per quei club che, per la loro storia e le loro vittorie europee, avrebbero dovuto sempre avere il diritto a giocare la manifestazione europea. Strano - o forse no - che il presidente del Milan chiedesse una wild card proprio nell’estate successiva a un campionato finito dal Milan al decimo posto, che significava per i rossoneri il secondo anno consecutivo lontano dall’Europa. I club sembravano fare sul serio e con quella riunione londinese diedero vita al primo abbozzo di quello che sarebbe poi diventato nel 2000 il G14. L’Uefa da parte sua non volle però scendere a patti. Già aveva modificato più volte in anni recenti il format della Coppa dei Campioni, ma accettare le richieste di quei club avrebbe voluto dire voltare le spalle al resto d’Europa. Anzi, se il torneo organizzato da Media Partners si fosse concretizzato (si sarebbe dovuto chiamare ESL, European Superleague o EFL, European Football League) avrebbe intimato a tutti i giocatori tesserati per quei club di non prendervi parte, pena una squalifica che avrebbe impedito la partecipazione a Mondiali ed Europei. Alla fine non se ne fece nulla. La Champions 98/99 ricominciò sotto l’egida dell’Uefa, che dava la possibilità alle prime otto nazioni classificate nel ranking di iscrivere due formazioni, con la seconda classificata in campionato che sarebbe dovuta passare dalle forche caudine del turno preliminare estivo. Quando la burrasca sembrò passata, ci accorgemmo però che l’Uefa a patti con il diavolo (inteso non soltanto come Milan) c’era scesa, visto che dalla stagione 1999/2000 le prime tre nazioni del ranking poterono iscrivere alla competizione addirittura quattro squadre, due che accedevano subito ai gironi e le rimanenti che vi potevano accedere dopo aver superato i preliminari. Le nazioni dal 3° al 6° posto nel ranking ne iscrivevano tre, con due subito ai gironi e la terza al preliminare con tanti saluti allo spirito della vecchia Coppa dei Campioni. Detto questo, non vediamo dove stia la notizia riportata dalla prestigiosa rivista francese (e ripresa acriticamente da mezza stampa italiana), visto che l’idea della Superlega è una cosa ormai ciclica che ogni tanto, soprattutto quando si vuol fare pressione sull’Uefa per la riforma delle coppe, risalta fuori. Ci sarebbe forse da chiedersi se questo sia il periodo migliore per una Superlega europea, durante una delle crisi economiche più grandi che il capitalismo abbia mai vissuto. Siamo così sicuri che si troverebbero sponsor alternativi a quelli che oggi l’Uefa già ha? France Football parla di tre campionati su base europea, uno di serie A, al quale dovrebbero accedere quattro squadre dai campionati di Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e Francia, e poi campionati di serie B e C nelle quali è prevista anche un qualche tipo di formula legata al meccanismo delle promozioni/retrocessioni. A questo punto però dove trovare le date per tutte queste partite, dal momento che il calendario internazionale sembra già oggi intasato? Forse l’obiettivo è un’abolizione del campionati nazionali, o almeno la non partecipazioni agli stessi da parte dei grandi club, ma il pubblico è preparato a qualcosa di simile? Per ora prendiamo l’articolo di France Football come una il solito scenario riempipagine, certi però che l’Uefa stia preparando un’ulteriore riforma delle proprie competizioni. Paradossalmente, però, la Superlega ci sembrava più vicina dieci anni fa.
Il modulo per rimanere vivi
di Luca Ferrato"All’inizio era il caos e il calcio non aveva forma, poi arrivarono i Vittoriani". Un libro che inizia in questo modo sicuramente vuol darsi subito un tono importante, senza scomodare la parola biblico. Anche se l’incipit ci ricorda qualcosa scritto molto tempo fa...Proprio così inizia il nuovo libro di Jonathan Wilson "Inverting the pyramid, a history of football tactics", edito in Gran Bretagna dalla Orionbooks al prezzo di 18,99 sterline. Se un lettore si fermasse al titolo, probabilmente non acquisterebbe il libro di Wilson, il solo pensiero di 356 pagine intrise di schemi e tattiche farebbe rabbrividire e spaventerebbe addirittura Arrigo Sacchi. Ebbene, questo libro è esattamente l’opposto. Interessante, intrigante, ricco di episodi inediti e con le tattiche calcistiche che via via si sono susseguite nel corso degli anni, che vengono spiegate però semplicemente, a volte con disegni e a volte solo rappresentando dettagliatamente l’inventore di tale schema o l’idea che l’ha portato a crearlo.
Il libro inizia veramente da quando il calcio non aveva forma, cioè dalla metà del XIX secolo e in particolar modo da quella sfida Scozia-Inghilterra giocata all’Hampden Park di Glasgow, che fu il primo match internazionale giocato fra rappresentative nazionali (a dir la verità la Scozia quel giorno schierò l’intera squadra del Queen’s Park, una potenza all’epoca). La partita, nonostante gli scozzesi si schierassero con quello che ad oggi potremmo definire un 1-2-7 e gli inglesi con un 2-2-6, finì a reti bianche, con buona pace di chi oggi ritiene che gli unici problemi del Milan siano dati dal fatto di non mettere in campo due o tre punte. Grande spazio ovviamente viene dato a quegli allenatori che veramente portarono delle innovazioni in campo tattico. In primis Herbert Chapman che, negli anni ’20 e ’30, prima con l’Huddersfield Town e poi con l’Arsenal, fu in qualche modo l’ideatore del famoso sistema a WM ( o 3-2-2-3) utilizzato poi fino almeno alla metà degli anni ’50.
Fu con quello schema che gli inglesi affrontarono l’Ungheria di Gustav Sebes a Wembley, nella famosa amichevole del 25 novembre 1953. Quel giorno qualcosa cambiò veramente, anche se gli inglesi non se ne resero conto e qualche mese dopo vennero nuovamente travolti a Budapest dagli ungheresi. Gli uomini di Sebes non cambiarono così tanto a livello difensivo - dove comunque Lorant si schierava un po’ più indietro rispetto alla linea di difesa composta da sinistra a destra da Lantos, Zakarias, Bozsik e Buzanszky- ma soprattutto molto cambiò a livello offensivo dove il numero nove, tale Nandor Hidegkuti, giocava in posizione più arretrata (da quel momento si iniziò a parlare del "centravanti alla Hidegkuti") dando così la possibilità ai vari Puskas, Kocsis, Czibor e Budai di inserirsi per calciare a rete. Gli inglesi non ci capirono assolutamente niente e continuarono a marcare quel centravanti che si muoveva ovunque con il loro terzino.
Wilson ovviamente non si limita agli aspetti più conosciuti o agli allenatori più famosi ma anzi spazia nei quattro angoli del globo per scoprire gli episodi più curiosi. Ad esempio quasi tutti conoscono il colonnello Lobanovsky e quanto ha fatto con la Dinamo Kiev, soprattutto a riguardo della preparazione fisica. Pochi invece conoscono Viktor Maslov e il suo "disordine organizzato" proposto nei campionati sovietici con la Dinamo Mosca, la Torpedo e con la Dinamo Kiev, dove giocava proprio un certo Lobanovsky. I due tra l’altro non andavano per nulla d’accordo ma il colonnello ricavò gran giovamento degli insegnamenti avuti da Maslov, una volta diventato allenatore. Interessanti anche i capitoli su Bela Guttmann e quanto ha fatto per il calcio brasiliano "post disastro Mondiale 50" e su come gli argentini abbiano cambiato il loro stile di gioco e il loro approccio alle gare alla fine degli anni ’50.
Il capitolo dedicato al Catenaccio è ovviamente molto incentrato sulla scena italiana, anche se si dice che ne fu inventore l’austriaco Karl Rappan che lo utilizzò per la prima volta con la Svizzera ai Mondiali del 1938. Sfiora un po’ la leggenda l’episodio legato a Gipo Viani e a come pensò per la prima volta al suo "Vianema". Pare che il buon Gipo, un pomeriggio della fine degli anni ’40, mentre passeggiava sul lungomare di Salerno (allora era allenatore della Salernitana) si fosse soffermato a guardare i pescherecci che rientravano al porto. In particolar modo rimase colpito dal fatto che le barche utilizzavano una prima rete per pescare il pesce e sotto a quella un’altra rete che riusciva a catturare il pesce che era fuoriuscito o non era riuscita a prendere la prima. Gipo pensò allora che dietro a una barriera difensiva era meglio mettere un altro giocatore (battitore libero) che sarebbe riuscito a fermare i giocatori sfuggiti alla prima linea di difesa. Storia intrigante, anche se è più probabile che Viani abbia conosciuto Rappan e il modo di giocare degli svizzeri.
Wilson ovviamente esamina anche il calcio totale olandese e ha un occhio di riguardo per il Brasile formato solo da trequartisti del 1970. Invece, nel caso qualcuno pensasse che il pressing sia un’invenzione italiana (o dell'Olanda del calcio totale), dia un’occhiata a ciò che l’autore scrive riguardo al Watford di Graham Taylor dei primi anni ’80. L’allenatore inglese sosteneva che a volte le squadre alzano il ritmo e costringono gli avversari nella propria metà campo solo negli ultimi 15-20 minuti, il più delle volte spinti dalla disperazione, dalla necessità di recuperare un risultato. Ebbene Taylor disse alla sua squadra che bisognava imporre quel ritmo dall’inizio, puntando tutto su un eccellente condizione fisica che, nel caso del Watford acquistato qualche anno prima da Elton John, andava a scapito anche della tecnica.
Il libro si conclude parlando del Milan di Sacchi, della decadenza tattica degli anni ’90 e della speranza riacquistata con quanto visto nei tornei internazionali del nuovo millennio. Perché come dice l’Arrigo nazionale:" Nel calcio ci sarà sempre qualcuno che ha voglia di innovare, di portare qualcosa di nuovo. Quando nessuno più lo farà il calcio morirà".
ferratoluca@hotmail.com
Wilson ovviamente esamina anche il calcio totale olandese e ha un occhio di riguardo per il Brasile formato solo da trequartisti del 1970. Invece, nel caso qualcuno pensasse che il pressing sia un’invenzione italiana (o dell'Olanda del calcio totale), dia un’occhiata a ciò che l’autore scrive riguardo al Watford di Graham Taylor dei primi anni ’80. L’allenatore inglese sosteneva che a volte le squadre alzano il ritmo e costringono gli avversari nella propria metà campo solo negli ultimi 15-20 minuti, il più delle volte spinti dalla disperazione, dalla necessità di recuperare un risultato. Ebbene Taylor disse alla sua squadra che bisognava imporre quel ritmo dall’inizio, puntando tutto su un eccellente condizione fisica che, nel caso del Watford acquistato qualche anno prima da Elton John, andava a scapito anche della tecnica.
Il libro si conclude parlando del Milan di Sacchi, della decadenza tattica degli anni ’90 e della speranza riacquistata con quanto visto nei tornei internazionali del nuovo millennio. Perché come dice l’Arrigo nazionale:" Nel calcio ci sarà sempre qualcuno che ha voglia di innovare, di portare qualcosa di nuovo. Quando nessuno più lo farà il calcio morirà".
ferratoluca@hotmail.com
(in esclusiva per Indiscreto)
Più Football e meno Italia
di Luca FerratoNon si può dire che quelli di Channel Four non siano fortunati. La televisione commerciale inglese che, come solitamente si fa in Italia con Retequattro, corrisponde al canale numero quattro del telecomando, è stata la prima a portare in Gran Bretagna il quiz “Countdown” oltre a una moltitudine di altre serie e telefilm che hanno fatto la fortuna dell’emittente. Nel 1992 Channel Four decise anche di puntare sul calcio. Non in maniera scriteriata come avrebbero fatto successivamente quelli di ITV - puntando ad acquisire i diritti della Premier League e creando anche una piattaforma digitale che sarebbe fallita di lì a poco -, ma decidendo di puntare sul calcio italiano di Serie A, che mai prima era stato trasmesso in diretta nel Regno Unito.
L’estate del 1992 fu anche quella dell’arrivo in Italia, e più precisamente alla Lazio, di Paul Gascoigne, il mitico “Gazza”, che nel 1990 proprio nel Belpaese aveva trascinato i Leoni inglesi alle porte di una finale mondiale. La scelta di trasmettere il calcio nostrano fu certamente influenzata dall’arrivo a Roma dell’estroso Paul, tant'è che la prima partita teletrasmessa fu Sampdoria-Lazio, giocata il 6 settembre 1992 e valevole per la prima giornata di Serie A 1992/93. Fortuna, dicevamo all’inizio. Così abbiamo voluto chiamare la scelta da parte di Channel Four di essere con le telecamere a Genova quel giorno per testimoniare l’esordio di Paul Gascoigne nel campionato italiano. Ebbene, quel giorno Gazza non giocò, ma il pubblico inglese si godette uno spettacolare 3 a 3 con un immenso grazie sia agli uomini di Eriksson (allenatore della Samp anche se in panchina quel giorno c’era Santarini) che a quelli di Dino Zoff.
Tutte quelle discussioni riguardo al calcio italiano catenacciaro, a quegli squallidi 0 a 0 , al prima non prenderle, sembravano svanite in un caldissimo pomeriggio genovese di inizio settembre.
Il successo fu immediato. Agli inglesi veniva offerto gratuitamente calcio in diretta alla domenica pomeriggio: senza concorrenza, quindi, visto che all’inizio degli anni ’90 non vi era ancora lo “spezzatino” di partite odierno.
Dallo studio il primo conduttore di Football Italia fu James Richardson, che al sabato mattina conduceva anche un programma intitolato Gazzetta e che aveva il compito di dare un’occhiata alla giornata che si sarebbe giocata nella penisola il giorno seguente (i posticipi Sky sarebbero iniziati, con Lazio-Foggia, a fine agosto 1993). Uno dei primi telecronisti delle partite domenicali fu invece il mitico Kenneth Wolstenholme: sì, proprio quello della finale mondiale del 1966, quello del “They think it’s all over over. It is now!”, urlato al microfono proprio nel momento nel quale Geoff Hurst aveva scaraventato nella rete tedesca il quarto gol inglese.
Quasi contemporaneamente alla nascita del programma televisivo, venne ideata anche una rivista dedicata al calcio italiano e che riprendeva il nome proprio dal contenitore di Channel Four. Uno dei principai ideatori della rivista fu John D. Taylor, che dal primo numero dell’ottobre 1992 è rimasto direttore fino a qualche settimana fa. Insieme a lui una serie di giornalisti che hanno amato e tuttora amano il calcio italiano, come Giancarlo Rinaldi, Antonio Labbate, Susy Campanale, Serafino Ingardia e - forse il più conosciuto dal pubblico di Indiscreto - Dominique Antognoni. Il primo numero uscì nell’ottobre del 1992 e nei primi anni non ebbe una cadenza fissa. Dal maggio 1996 a tutt’oggi la rivista ha avuto invece una cadenza mensile.
L’estate del 1992 fu anche quella dell’arrivo in Italia, e più precisamente alla Lazio, di Paul Gascoigne, il mitico “Gazza”, che nel 1990 proprio nel Belpaese aveva trascinato i Leoni inglesi alle porte di una finale mondiale. La scelta di trasmettere il calcio nostrano fu certamente influenzata dall’arrivo a Roma dell’estroso Paul, tant'è che la prima partita teletrasmessa fu Sampdoria-Lazio, giocata il 6 settembre 1992 e valevole per la prima giornata di Serie A 1992/93. Fortuna, dicevamo all’inizio. Così abbiamo voluto chiamare la scelta da parte di Channel Four di essere con le telecamere a Genova quel giorno per testimoniare l’esordio di Paul Gascoigne nel campionato italiano. Ebbene, quel giorno Gazza non giocò, ma il pubblico inglese si godette uno spettacolare 3 a 3 con un immenso grazie sia agli uomini di Eriksson (allenatore della Samp anche se in panchina quel giorno c’era Santarini) che a quelli di Dino Zoff.
Tutte quelle discussioni riguardo al calcio italiano catenacciaro, a quegli squallidi 0 a 0 , al prima non prenderle, sembravano svanite in un caldissimo pomeriggio genovese di inizio settembre.
Il successo fu immediato. Agli inglesi veniva offerto gratuitamente calcio in diretta alla domenica pomeriggio: senza concorrenza, quindi, visto che all’inizio degli anni ’90 non vi era ancora lo “spezzatino” di partite odierno.
Dallo studio il primo conduttore di Football Italia fu James Richardson, che al sabato mattina conduceva anche un programma intitolato Gazzetta e che aveva il compito di dare un’occhiata alla giornata che si sarebbe giocata nella penisola il giorno seguente (i posticipi Sky sarebbero iniziati, con Lazio-Foggia, a fine agosto 1993). Uno dei primi telecronisti delle partite domenicali fu invece il mitico Kenneth Wolstenholme: sì, proprio quello della finale mondiale del 1966, quello del “They think it’s all over over. It is now!”, urlato al microfono proprio nel momento nel quale Geoff Hurst aveva scaraventato nella rete tedesca il quarto gol inglese.
Quasi contemporaneamente alla nascita del programma televisivo, venne ideata anche una rivista dedicata al calcio italiano e che riprendeva il nome proprio dal contenitore di Channel Four. Uno dei principai ideatori della rivista fu John D. Taylor, che dal primo numero dell’ottobre 1992 è rimasto direttore fino a qualche settimana fa. Insieme a lui una serie di giornalisti che hanno amato e tuttora amano il calcio italiano, come Giancarlo Rinaldi, Antonio Labbate, Susy Campanale, Serafino Ingardia e - forse il più conosciuto dal pubblico di Indiscreto - Dominique Antognoni. Il primo numero uscì nell’ottobre del 1992 e nei primi anni non ebbe una cadenza fissa. Dal maggio 1996 a tutt’oggi la rivista ha avuto invece una cadenza mensile.
A dire la verità prima di Football Italia vi erano state altre iniziative editoriali britanniche dedicate al calcio italiano. La più famosa fu senz’altro la fanzine/rivista “Rigore!” ideata da Giancarlo Rinaldi: giornalista di BBC Scotland, contributor di “Calcio Italia” e, giusto segnalarlo, tifosissimo del Queen of the South. Rigore! uscirà fino a metà degli anni ’90 e contribuirà a far conoscere il nostro calcio a 360 gradi. Non solo Serie A, infatti, ma anche tanta B e C, oltre ad analisi dettagliate delle partite e rivisitazioni storiche di incontri e curiosità legate alle squadre italiane.
Tornando al programma televisivo, la seconda partita teletrasmessa fu ancora un match riguardante la Lazio e stavolta si riuscì finalmente a testimoniare l’esordio di Paul Gascoigne in Serie A. Fu un Lazio-Fiorentina e anche questa volta si consumò un festival dei gol, 2 a 2.
La terza, dal punto di vista delle reti segnate anche se non dello spettacolo vero e proprio, fu ancor più un successo con la gara del Franchi dove i Viola sconfissero il neopromosso Ancona con un inequivocabile 7 a 1. Football Italia, programma televisivo e rivista, andarono di pari passo e a braccetto fino all’inizio della stagione 2002/03, quando la rivista, in seguito al disimpegno da parte di Channel Four, decise di cambiare a quel punto il nome della testa nell’attuale “Calcio Italia”.
Per il calcio italiano in Gran Bretagna inizierà così un periodo tribolato. Gli anni d’oro dei primi ’90 sono andati e non ci sono più molti Gullit, Van Basten, Zola e Baggio da mostrare nelle case inglesi. La serie A comincerà così a pagare la sua perdita di appeal a livello internazionale, a vantaggio di campionati come la Premier League inglese e la Liga che televisivamente si vendono meglio. Dopo Channel Four quindi si fa avanti British Eurosport che oltre la partita della domenica pomeriggio deciderà di puntare anche sui posticipi, dato che Milan, Inter e Juve giocano, come oggi d’altronde, quasi sempre alla sera. L’esperimento, che sarà fatto con meno convinzione rispetto a Channel Four, durerà circa un paio di stagioni. Siamo ormai entrati nell’era di Calciopoli e il calcio italiano perderà anche quella poca credibilità che le era rimasta. In Gran Bretagna la serie A va a finire sul canale Bravo, che fa parte del pacchetto di Sky UK ma, per fare un paragone con l’Italia, è come se il massimo campionato inglese venisse trasmesso da FX.
Il canale è ovviamente a pagamento, chi lo guarda cerca altre cose e gli ascolti della serie A crollano. Tanto che Bravo decide di non aspettare nemmeno la fine della stagione e nel dicembre 2006 decide di non trasmettere più nessuna partita italiana. Nell’estate 2007 si fa avanti l’emittente in chiaro Five, con un progetto concreto e con un entusiasmo che sembra simile a quello mostrato qualche anno prima dal quarto canale. A condurre il programma c’è Mark Chapman, affiancato da Laura Esposto, modella nota al pubblico italiano per aver lavorato a Milan Channel. La trasmissione non è male: c’è passione e competenza, ma alla fine dell’anno si decide di non proseguire con il rinnovo del contratto.
La terza, dal punto di vista delle reti segnate anche se non dello spettacolo vero e proprio, fu ancor più un successo con la gara del Franchi dove i Viola sconfissero il neopromosso Ancona con un inequivocabile 7 a 1. Football Italia, programma televisivo e rivista, andarono di pari passo e a braccetto fino all’inizio della stagione 2002/03, quando la rivista, in seguito al disimpegno da parte di Channel Four, decise di cambiare a quel punto il nome della testa nell’attuale “Calcio Italia”.
Per il calcio italiano in Gran Bretagna inizierà così un periodo tribolato. Gli anni d’oro dei primi ’90 sono andati e non ci sono più molti Gullit, Van Basten, Zola e Baggio da mostrare nelle case inglesi. La serie A comincerà così a pagare la sua perdita di appeal a livello internazionale, a vantaggio di campionati come la Premier League inglese e la Liga che televisivamente si vendono meglio. Dopo Channel Four quindi si fa avanti British Eurosport che oltre la partita della domenica pomeriggio deciderà di puntare anche sui posticipi, dato che Milan, Inter e Juve giocano, come oggi d’altronde, quasi sempre alla sera. L’esperimento, che sarà fatto con meno convinzione rispetto a Channel Four, durerà circa un paio di stagioni. Siamo ormai entrati nell’era di Calciopoli e il calcio italiano perderà anche quella poca credibilità che le era rimasta. In Gran Bretagna la serie A va a finire sul canale Bravo, che fa parte del pacchetto di Sky UK ma, per fare un paragone con l’Italia, è come se il massimo campionato inglese venisse trasmesso da FX.
Il canale è ovviamente a pagamento, chi lo guarda cerca altre cose e gli ascolti della serie A crollano. Tanto che Bravo decide di non aspettare nemmeno la fine della stagione e nel dicembre 2006 decide di non trasmettere più nessuna partita italiana. Nell’estate 2007 si fa avanti l’emittente in chiaro Five, con un progetto concreto e con un entusiasmo che sembra simile a quello mostrato qualche anno prima dal quarto canale. A condurre il programma c’è Mark Chapman, affiancato da Laura Esposto, modella nota al pubblico italiano per aver lavorato a Milan Channel. La trasmissione non è male: c’è passione e competenza, ma alla fine dell’anno si decide di non proseguire con il rinnovo del contratto.
La Serie A 2008/09 non è su alcuno schermo di emittenti britanniche. Sky Uk preferisce trasmettere la Liga spagnola, ritenuta più spettacolare e in alcuni casi anche bacino di reclutamento per la ancora più ricca Premier League. L’amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani, più volte si è lamentato della mancanza d’appeal della Serie A all’estero. Forse questo è un caso esemplare.
Occhio alla Futbolstrojka

Questo mondo in cambiamento ci viene raccontato oggi nel libro di Alessandro Curletto - che già avevamo apprezzato nel Bignami dedicato allo Spartak Mosca- e di Romano Lupi "Futbolstrojka, il calcio sovietico negli anni della Perestrojka", edito dalla casa editrice Socialmente. Quella che fanno i due autori è una descrizione accurata e competente di quegli anni convulsi, raccontati attraverso il calcio e i giocatori sovietici che dalla metà degli anni ’80 cominciarono a non essere più degli sconosciuti: anzi, alcuni divennero 'personaggi' proprio in Italia. Il racconto inizia da un anno cruciale per l’Unione Sovietica, quel 1986 durante il quale le parole "perestrojka", "glasnost" e "Michail Gorbaciov", entrarono prepotentemente nelle case degli occidentali. Nel febbraio di quell’anno si svolse il XVII Congresso del PCUS, nel quale il nuovo Presidente Gorbaciov promise aperture e grandi cambiamenti all’interno del blocco sovietico. Il calcio sembrò quasi adeguarsi, volendo mostrare il suo volto migliore, spettacolare e divertente, sia tramite la nazionale sovietica a Messico 1986 (battuta negli ottavi di finale dal Belgio e da un arbitro spagnolo che ne combinò di tutti i colori) che attraverso la fantastica Dinamo Kiev di Lobanovskij, capace di giocare in una finale di Coppa delle Coppe contro l’Atletico Madrid una partita semplicemente stellare, sommergendo gli spagnoli con tre gol e facendo gridare a tutti al "calcio del Duemila"(quante volte abbiamo poi sentito abusare di questa espressione?). Gli autori dedicano anche grande spazio a ciò che successe all’interno dei confini sovietici in quegli anni, raccontando come cambiò la stampa sportiva nel periodo, i trionfi in campionato delle eterne grandi rivali, Spartak Mosca e Dinamo Kiev, e molto spazio viene anche dedicato ai primi "legionari" a cui fu permesso di varcare i confini nazionali per giocare all’Ovest. Il pioniere fu Anatolij Zincenko, che nel 1987 ottenne il permesso di trasferirsi dallo Zenit Leningrado al Rapid Vienna. A lui, nello stesso anno, si aggiunsero poi Jurij Gavrilov, che lasciò il Lokomotiv Mosca per un viaggio a in Finlandia, a Pori per vestire la maglia del locale PPT, e Sergej Savlo che disse addio alla Torpedo Mosca per rinforzare anch’egli il Rapid. Squadra, quest’ultima, con la quale le autorità sovietiche dovevano avere evidentemente uno stretto feeling. Successivamente si aggiunsero nomi ben più noti. Basti ricordare i vari Zavarov, Alejnikov, Michailichenko, Kolyvanov, croci e delizie delle squadre italiane nelle quali hanno militato. Non vengono ovviamente trascurati i grandi tornei internazionali del periodo e quindi la splendida ma perdente Unione Sovietica di Euro '88, quella meno bella ma vincente delle Olimpiadi di Seul e quella ormai in declino ma scippata ancora una volta dagli arbitri e dal ritorno della "mano de Dios" di Italia 90. La fine del calcio sovietico arriverà così nel 1991, come dell’entità politica d’altra parte, con la nazionale che giocherà l’ultima partita a Cipro a novembre e con il CSKA che, nello stesso periodo, si laureerà ultimo campione dell’Unione Sovietica. Il 31 dicembre dello stesso anno la bandiera rossa verrà ammainata dalla vetta del Cremlino.
Luca Ferrato
(in esclusiva per Indiscreto)
In the boxes

1. Iniziamo questo pezzo di In the Box facendo i complimenti proprio ad un “In the box”. Non il nostro, ovviamente, ma quello appena nato come blog della Gazzetta dello Sport e curato da Paolo Avanti e Stefano Cantalupi. Il blog si propone di parlare di calcio britannico con un occhio di riguardo al calcio inglese al di sotto della Premier e alle altre nazioni che compongono il Regno Unito, che solitamente non vengono considerate (o considerate poco) in blog, siti e riviste che si occupano di calcio in UK. Ebbene, per ora Paolo e Stefano lo stanno facendo. L’ultimo pezzo pubblicato riguarda l’Irlanda del Nord, in precedenza si è parlato di Toshack, di Fletcher e di Joe Kinnear. Insomma, notizie brevi ma comunque interessanti. Qualche critica è già piovuta anche contro di loro, ma in generale le notizie riportate ci sembrano abbastanza in linea con quello che vogliono gli appassionati. L’unica cosa per cui ci rammarichiamo, visto che viviamo di queste piccole soddisfazioni, è che gli autori dicano di essere a conoscenza di altri siti che parlano di calcio inglese ma non facciano riferimento al nostro “In the box” che in questi due anni si è sforzato di parlare di calcio britannico (e non solo) in una maniera un po’ diversa. Almeno, questa è stata la nostra intenzione ma poi se ci siamo riusciti non spetta a noi dirlo. Possiamo però dire una cosa: non considereremo mai un delitto citare altre testate.
2. Jorge Valdano ci è sempre piaciuto. A volte può sembrare un po’ borioso, a volte un po’ snob, ma in generale lo riteniamo una persona intelligente che soprattutto dice cose interessanti. Ci era piaciuta la frase dopo la vittoria spagnola ad Euro 2008: ”La Spagna ha capito che quelle cose che la spaventavano non erano mostri ma solo mulini a vento”, perché ci ha ricordato il libro di Cervantes, capolavoro inimitabile per capire la cultura spagnola ed in ogni caso di rado pretesto per analisi calcistiche. Ci è molto piaciuto un suo pezzo su Marca di sabato 4 ottobre, dove l’ex puntero argentino dà la sua opinione sui fatti accaduti durante il derby fra Espanyol e Barcellona di sabato 26 settembre. Valdano scrive che a volte il pubblico che va a teatro è lo stesso che frequenta anche gli stadi, cambia però il modo di approcciarsi all’evento. Mentre uno spettacolo si gusta, l’altro si sente, e i modi di reagire, vivere, “stare” dentro l’evento sono comunque diversi. Ovviamente non viene data nessuna giustificazione alla violenza negli stadi, ma secondo noi la si vuole analizzare da un punto di vista un po’ meno scontato di quello dei cantori di un imprecisato 'spettacolo'.
3. Quando escono nuovi libri a tema calcistico ci fa sempre piacere segnalarli e, dopo averli letti, provare anche a recensirli. Ebbene dopo un periodo di magra, dove anche il mercato britannico - di solito terra promessa della letteratura sportiva - ha buttato sul mercato molto poco di interessante, sembra che qualcosa inizi a muoversi. In Italia in questi giorni è uscito “Futbolstrojka, il calcio sovietico negli anni della Perestrojka”. L’abbiamo già acquistato ma non ancora letto. Da una prima occhiata però sembra un lavoro molto interessante. Tra l’altro uno dei due autori, Mario Alessandro Curletto (l’altro è Romano Lupi), è l’autore del libriccino (come dimensioni, perché poi il contenuto è davvero di qualità) sullo Spartak Mosca. La casa editrice che ha pubblicato il libro è “Socialmente” di Granarolo dell’Emilia (BO). Entro fine mese, la Bradipolibri dovrebbe mettere sul mercato anche il libro di Alec Cordolcini - che i lettori della Settimana Sportiva, del Guerin Sportivo e di Eurocalcio conoscono bene - dedicato al calcio olandese, cavallo di battaglia insieme al calcio belga (e, oseremmo dire, a tutto il calcio extraitaliano) dell’amico Alec. In Inghilterra, invece, a breve uscirà qualcosa di nuovo sul Subbuteo, ma se vogliamo dirla proprio tutta proprio un’idea nuova non sembra. Si parla di un’uscita di novembre e avremo quindi tempo di riparlarne con calma. È già uscito invece “Inverting the Pyramid”, una storia completa e dettagliata sull’evoluzione delle tattiche calcistiche nel corso della storia. L’autore è Jonathan Wilson, che in passato ha pubblicato “Football behind the curtain”, descrivendo mirabilmente il calcio dell’Europa dell’Est, attraverso luoghi, storie e personaggi. Avremo quindi qualcosa di interessante fra le mani per i prossimi mesi, con buona pace delle biografie di Del Piero o dell’ennesimo libro su Mourinho...
2. Jorge Valdano ci è sempre piaciuto. A volte può sembrare un po’ borioso, a volte un po’ snob, ma in generale lo riteniamo una persona intelligente che soprattutto dice cose interessanti. Ci era piaciuta la frase dopo la vittoria spagnola ad Euro 2008: ”La Spagna ha capito che quelle cose che la spaventavano non erano mostri ma solo mulini a vento”, perché ci ha ricordato il libro di Cervantes, capolavoro inimitabile per capire la cultura spagnola ed in ogni caso di rado pretesto per analisi calcistiche. Ci è molto piaciuto un suo pezzo su Marca di sabato 4 ottobre, dove l’ex puntero argentino dà la sua opinione sui fatti accaduti durante il derby fra Espanyol e Barcellona di sabato 26 settembre. Valdano scrive che a volte il pubblico che va a teatro è lo stesso che frequenta anche gli stadi, cambia però il modo di approcciarsi all’evento. Mentre uno spettacolo si gusta, l’altro si sente, e i modi di reagire, vivere, “stare” dentro l’evento sono comunque diversi. Ovviamente non viene data nessuna giustificazione alla violenza negli stadi, ma secondo noi la si vuole analizzare da un punto di vista un po’ meno scontato di quello dei cantori di un imprecisato 'spettacolo'.
3. Quando escono nuovi libri a tema calcistico ci fa sempre piacere segnalarli e, dopo averli letti, provare anche a recensirli. Ebbene dopo un periodo di magra, dove anche il mercato britannico - di solito terra promessa della letteratura sportiva - ha buttato sul mercato molto poco di interessante, sembra che qualcosa inizi a muoversi. In Italia in questi giorni è uscito “Futbolstrojka, il calcio sovietico negli anni della Perestrojka”. L’abbiamo già acquistato ma non ancora letto. Da una prima occhiata però sembra un lavoro molto interessante. Tra l’altro uno dei due autori, Mario Alessandro Curletto (l’altro è Romano Lupi), è l’autore del libriccino (come dimensioni, perché poi il contenuto è davvero di qualità) sullo Spartak Mosca. La casa editrice che ha pubblicato il libro è “Socialmente” di Granarolo dell’Emilia (BO). Entro fine mese, la Bradipolibri dovrebbe mettere sul mercato anche il libro di Alec Cordolcini - che i lettori della Settimana Sportiva, del Guerin Sportivo e di Eurocalcio conoscono bene - dedicato al calcio olandese, cavallo di battaglia insieme al calcio belga (e, oseremmo dire, a tutto il calcio extraitaliano) dell’amico Alec. In Inghilterra, invece, a breve uscirà qualcosa di nuovo sul Subbuteo, ma se vogliamo dirla proprio tutta proprio un’idea nuova non sembra. Si parla di un’uscita di novembre e avremo quindi tempo di riparlarne con calma. È già uscito invece “Inverting the Pyramid”, una storia completa e dettagliata sull’evoluzione delle tattiche calcistiche nel corso della storia. L’autore è Jonathan Wilson, che in passato ha pubblicato “Football behind the curtain”, descrivendo mirabilmente il calcio dell’Europa dell’Est, attraverso luoghi, storie e personaggi. Avremo quindi qualcosa di interessante fra le mani per i prossimi mesi, con buona pace delle biografie di Del Piero o dell’ennesimo libro su Mourinho...
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
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Classico Spurs
Cosa sta succedendo a Tottenham e Newcastle? “Business as usual” direbbero gli inglesi, oppure niente di nuovo all’orizzonte come possiamo dire noi. Infatti è da tempo che queste due squadre-che hanno un grande seguito di pubblico anche al di fuori delle loro città di competenza- sono in crisi. Il Guardian di lunedì scorso ha cercato di analizzare i rispettivi problemi, attraverso il racconto delle partite giocate nel weekend precedente.
Il Tottenham innanzitutto. Sembrava che l’arrivo di Juande Ramos nell’ottobre del 2007 fosse la panacea di tutti i mali. In effetti gli Spurs con l’arrivo dell’allenatore spagnolo cominciarono a giocare meglio, ad ottenere risultati importanti- come il famoso e forse troppo celebrato 5 a 0 contro l’Arsenal nella scorsa semifinale di Coppa di Lega- e udite udite il ritorno di un trofeo a White Hart Lane, grazie al trionfo ai tempi supplementari contro il Chelsea a Wembley, nella finale di League Cup nel febbraio scorso. Le aspettative quest’anno erano quindi alte, con il Tottenham che veniva indicato dai media come possibile alternativa alle solite “Big Four”. E’ vero che durante il mercato estivo Robbie Keane ha preso la via di Liverpool sponda Reds e proprio con l’approssimarsi della chiusura del mercato, anche il Manchester United è riuscito a strappare Berbatov agli Spurs. La campagna acquisti però è stata importante. Ceduto Robinson- che in porta non ha mai dato sicurezza e se ne è accorto subito anche Capello- i bianchi del nord di Londra si sono assicurati il cartellino del portiere brasiliano Gomes, che in Europa si è messo in luce difendendo la porta del PSV. L’acquisto bomba però è stato quello del croato Luka Modric, che sembrava aver convinto anche i critici più scettici durante gli Europei austro-svizzeri. Messo in mezzo al campo poteva- e può ancora a dir la verità- essere l’uomo in grado di far fare il salto di qualità agli uomini di Ramos. Infine, dopo la cessione di Berbatov, è stato acquistato il russo Pavlyuchenko, un'altra piacevole scoperta della scorsa rassegna continentale. Risultato? Due punti in sei partite e conseguente ultimo posto in classifica. Difficile dire cosa non funzioni al Tottenham, ma ogni anno sembra la stessa storia, grandi aspettative iniziali cui segue una cocente delusione già nei mesi di settembre/ottobre.
Più complicata- anche se leggermente migliore dal punto di vista della classifica- la situazione a Newcastle. Qui al momento non esiste più neanche la società, mentre l’allenatore-idolo Kevin Keegan se ne è andato qualche settimana fa, presagendo per i Magpies un futuro molto complicato. In città si teme davvero per la retrocessione e al momento in effetti i punti sono solo quattro e la sensazione è quella di una squadra allo sbando. La scorsa settimana è stato assunto come allenatore Joe Kinnear, giusto in tempo per vedere il Newcastle perdere in casa contro il Blackburn e , se fossimo in Italia, si direbbe che il vecchio Joe-famoso per aver allenato in passato il Wimbledon e il Nottingham Forest con alterne fortune- difficilmente arriverà a mangiare il panettone. Dal punto di vista tecnico, la squadra non è proprio da buttare, anche se in attacco il duo Owen- Viduka sembra essere molto lontano dai tempi migliori. In difesa è stato acquistato Fabricio Coloccini che è partito molto bene, ma nelle ultime partite si è fatto trascinare dal disastro della squadra. Ad oggi la situazione è quindi assolutamente critica e, dal nostro punto di vista, è necessario che si trovi al più presto una stabilità societaria per evitare così che i Magpies si trovino invischiati nella lotta per non retrocedere nel prossimo maggio.
Circa un mese fa, su forum e siti di competenza, è iniziata a circolare la notizia che la Fabbri Editore avrebbe messo sul mercato una raccolta dedicata al Subbuteo. Da quel momento le voci hanno iniziato a rincorrersi. Prima sembrava che le uscite sarebbero state imminenti, poi invece che il progetto fosse ancora in fase embrionale e anche la Federazione Italiana Calcio da Tavolo avrebbe dato il suo contributo, poi ancora che la raccolta sarebbe uscita per ora solo in alcune città campione. La Fabbri stessa ci ha chiarito un po’ le idee: la raccolta con il nome “Subbuteo, La Leggenda” è effettivamente stata creata ma per ora immessa sul mercato solo in alcune città campione ( l’editore stesso ci segnala Milano, dove pare però che sia introvabile, Mantova, Alessandria e Catania). L’idea è ovviamente quella di sondare il mercato, ma la risposta che hanno avuto è ovviamente molto buona. Pare quindi che con i primi mesi del nuovo anno, la raccolta verrà effettivamente messa in commercio su tutto il territorio nazionale. Si partirà con la produzione in versione LW (light weight) delle grandi Nazionali del mondo (Brasile, Italia, Francia, Argentina, solo per citarne alcune) a cui ogni volta saranno abbinate porte, palline, etc. Che dire, noi non vediamo l’ora, anche perché chi ne ha già beneficiato sembra essere rimasto molto soddisfatto dal lavoro fatto dalla Fabbri.
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
Il Tottenham innanzitutto. Sembrava che l’arrivo di Juande Ramos nell’ottobre del 2007 fosse la panacea di tutti i mali. In effetti gli Spurs con l’arrivo dell’allenatore spagnolo cominciarono a giocare meglio, ad ottenere risultati importanti- come il famoso e forse troppo celebrato 5 a 0 contro l’Arsenal nella scorsa semifinale di Coppa di Lega- e udite udite il ritorno di un trofeo a White Hart Lane, grazie al trionfo ai tempi supplementari contro il Chelsea a Wembley, nella finale di League Cup nel febbraio scorso. Le aspettative quest’anno erano quindi alte, con il Tottenham che veniva indicato dai media come possibile alternativa alle solite “Big Four”. E’ vero che durante il mercato estivo Robbie Keane ha preso la via di Liverpool sponda Reds e proprio con l’approssimarsi della chiusura del mercato, anche il Manchester United è riuscito a strappare Berbatov agli Spurs. La campagna acquisti però è stata importante. Ceduto Robinson- che in porta non ha mai dato sicurezza e se ne è accorto subito anche Capello- i bianchi del nord di Londra si sono assicurati il cartellino del portiere brasiliano Gomes, che in Europa si è messo in luce difendendo la porta del PSV. L’acquisto bomba però è stato quello del croato Luka Modric, che sembrava aver convinto anche i critici più scettici durante gli Europei austro-svizzeri. Messo in mezzo al campo poteva- e può ancora a dir la verità- essere l’uomo in grado di far fare il salto di qualità agli uomini di Ramos. Infine, dopo la cessione di Berbatov, è stato acquistato il russo Pavlyuchenko, un'altra piacevole scoperta della scorsa rassegna continentale. Risultato? Due punti in sei partite e conseguente ultimo posto in classifica. Difficile dire cosa non funzioni al Tottenham, ma ogni anno sembra la stessa storia, grandi aspettative iniziali cui segue una cocente delusione già nei mesi di settembre/ottobre.
Più complicata- anche se leggermente migliore dal punto di vista della classifica- la situazione a Newcastle. Qui al momento non esiste più neanche la società, mentre l’allenatore-idolo Kevin Keegan se ne è andato qualche settimana fa, presagendo per i Magpies un futuro molto complicato. In città si teme davvero per la retrocessione e al momento in effetti i punti sono solo quattro e la sensazione è quella di una squadra allo sbando. La scorsa settimana è stato assunto come allenatore Joe Kinnear, giusto in tempo per vedere il Newcastle perdere in casa contro il Blackburn e , se fossimo in Italia, si direbbe che il vecchio Joe-famoso per aver allenato in passato il Wimbledon e il Nottingham Forest con alterne fortune- difficilmente arriverà a mangiare il panettone. Dal punto di vista tecnico, la squadra non è proprio da buttare, anche se in attacco il duo Owen- Viduka sembra essere molto lontano dai tempi migliori. In difesa è stato acquistato Fabricio Coloccini che è partito molto bene, ma nelle ultime partite si è fatto trascinare dal disastro della squadra. Ad oggi la situazione è quindi assolutamente critica e, dal nostro punto di vista, è necessario che si trovi al più presto una stabilità societaria per evitare così che i Magpies si trovino invischiati nella lotta per non retrocedere nel prossimo maggio.
Circa un mese fa, su forum e siti di competenza, è iniziata a circolare la notizia che la Fabbri Editore avrebbe messo sul mercato una raccolta dedicata al Subbuteo. Da quel momento le voci hanno iniziato a rincorrersi. Prima sembrava che le uscite sarebbero state imminenti, poi invece che il progetto fosse ancora in fase embrionale e anche la Federazione Italiana Calcio da Tavolo avrebbe dato il suo contributo, poi ancora che la raccolta sarebbe uscita per ora solo in alcune città campione. La Fabbri stessa ci ha chiarito un po’ le idee: la raccolta con il nome “Subbuteo, La Leggenda” è effettivamente stata creata ma per ora immessa sul mercato solo in alcune città campione ( l’editore stesso ci segnala Milano, dove pare però che sia introvabile, Mantova, Alessandria e Catania). L’idea è ovviamente quella di sondare il mercato, ma la risposta che hanno avuto è ovviamente molto buona. Pare quindi che con i primi mesi del nuovo anno, la raccolta verrà effettivamente messa in commercio su tutto il territorio nazionale. Si partirà con la produzione in versione LW (light weight) delle grandi Nazionali del mondo (Brasile, Italia, Francia, Argentina, solo per citarne alcune) a cui ogni volta saranno abbinate porte, palline, etc. Che dire, noi non vediamo l’ora, anche perché chi ne ha già beneficiato sembra essere rimasto molto soddisfatto dal lavoro fatto dalla Fabbri.
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
Lo strano mondo di Bernd
Anche quest’anno, come lo scorso, abbiamo voluto essere presenti a Pontremoli per la consegna del premio Bancarella Sport. Per la seconda volta però, la delusione è stata tanta. Quello che ci sorprende maggiormente è l’assoluto disinteresse che mostra questo splendido paesino della Cisa nei confronti di questo Premio. Capiamo che nel giro di poco tempo a Pontremoli venga assegnato il Bancarella tradizionale, quello sportivo e ai primi di ottobre il Bancarella Cucina, ma la gente del posto sembra infastidita dalla presenza dei giornalisti e dalle persone venute da fuori per assistere alla consegna del Premio. Al disinteresse dei pontremolesi ( difficile trovare nei giorni del Bancarella i libri degli stessi finalisti), dobbiamo aggiungere la solita disorganizzazione degli addetti ai lavori. A una settimana dall’assegnazione del premio sul sito ufficiale non era ancora presente il programma della due giorni pontremolese. E ancora, la manifestazione d’inizio del sabato programmata per le 17 è stata annullata per motivi a noi ignoti.
Alla fine il premio è andato a Luigi Garlando- non abbiamo letto il suo libro “Ora sei una stella”, ma ci dicono sia molto bello- precedendo l’amico Bolognini con la sua “Squadra spezzata”, il nostro personale favorito è l’inglese John Foot, con il suo bel libro “Calcio 1898-2007”. Grande sorpresa per il secondo posto conquistato dall’americano Ed Viesturs( l’unico premiato non presente alla manifestazione) con un libro sull’alpinismo “In vetta senza scorciatoie”, edito in Italia dalla Corbaccio. Unica cosa da salvare nella giornata pontremolese, l’incontro con gli autori e il ristorante dove abbiamo cenato dopo la consegna del premio.
Tornando ad argomenti più calcistici, segnaliamo un articolo presente su “When Saturday Comes” di ottobre, dove viene tracciato un profilo dell’allenatore tedesco della Bielorussia, Bernd Stange. Strano personaggio questo Bernd, con una storia abbastanza oscura alle spalle e un presente altrettanto curioso. Stange iniziò la sua carriera da allenatore nel 1970, alla guida del Carl Zeiss Jena, militante nell’allora campionato della DDR. Nel 1983 assunse la carica di commissario tecnico della nazionale della Germania Est, ma nel frattempo era già stato reclutato dalla Stasi come informatore con il nome segreto di “Kurt Wegner”. Il suo compito era ovviamente quello di spiare i giocatori che allenava e nel frattempo fornire informazioni sulle preferenze politiche dei convocati in Nazionale. Questa brutta storia venne alla luce ovviamente solo dopo la caduta del Muro di Berlino, così che Stange perse il posto di allenatore dell’Hertha Berlino. Iniziò così un lungo peregrinare che lo portò ad allenare in Russia, in Australia e in Oman, prima di approdare nell’ottobre del 2002 alla corte di un altro dittatore, Saddam Hussein. Bernd lasciò l’Iraq poco prima dell’invasione statunitense, per poi farci ritorno quattro mesi dopo, giusto in tempo per ricevere un premio dal Presidente della Fifa Blatter, che celebrava l’allenatore tedesco per i suoi grandi meriti nella ricostruzione del calcio iracheno. Stange è stato anche il selezionatore che ha portato l’Iraq a un quarto posto alle Olimpiadi del 2004- sconfitta nella finalina per mano dell’Italia- e al trionfo nella Coppa d’Asia del 2007. Nel luglio del 2007, il nostro ha pensato bene di iniziare una nuova carriera di selezionatore in quella che ad oggi viene considerata l’ultima vera dittatura sul suolo europeo, la Bielorussia di Alexander Lukashenko.
Anche a Minsk comunque, Stange è riuscito ad ottenere buoni risultati sul campo, con la Bielorussia capace di battere negli scorsi mesi l’Olanda e di pareggiare per due a due con i futiri vicecampioni d’Europa della Germania. Vedremo ora quanto resisterà in quello che lui stesso definisce un Paese ultrasicuro “ dove le donne possono camminare tranquillamente nei parchi anche di notte”. Zimbabwe e Corea del Nord comunque, potrebbero farsi avanti presto per offrirgli una panchina.
Complimenti a Luigi Guelpa per l’articolo apparso sul Guerin Sportivo di questa settimana, riguardante Luis Ricardo Guevara Mora, portiere dell’El Salvador durante i Mondiali del 1982 in Spagna. L’estremo difensore divenne famoso per aver subito 10 gol contro l’Ungheria in quella manifestazione e per essere anche un “protetto” dell’allora dittatore salvadoregno D’Aubuisson.
Mora comunque proseguì la sua carriera internazionale fino al 1992 e stranamente perse poi il posto proprio in contemporanea con la caduta del dittatore centramericano formato in una università americana della Georgia. Oggi Guevara Mora si guadagna da vivere piazzando trappole per topi e continua a sognare quei giorni lontani nei quali ha avuto la possibilità di giocarsi addirittura un Mondiale.
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
Alla fine il premio è andato a Luigi Garlando- non abbiamo letto il suo libro “Ora sei una stella”, ma ci dicono sia molto bello- precedendo l’amico Bolognini con la sua “Squadra spezzata”, il nostro personale favorito è l’inglese John Foot, con il suo bel libro “Calcio 1898-2007”. Grande sorpresa per il secondo posto conquistato dall’americano Ed Viesturs( l’unico premiato non presente alla manifestazione) con un libro sull’alpinismo “In vetta senza scorciatoie”, edito in Italia dalla Corbaccio. Unica cosa da salvare nella giornata pontremolese, l’incontro con gli autori e il ristorante dove abbiamo cenato dopo la consegna del premio.
Tornando ad argomenti più calcistici, segnaliamo un articolo presente su “When Saturday Comes” di ottobre, dove viene tracciato un profilo dell’allenatore tedesco della Bielorussia, Bernd Stange. Strano personaggio questo Bernd, con una storia abbastanza oscura alle spalle e un presente altrettanto curioso. Stange iniziò la sua carriera da allenatore nel 1970, alla guida del Carl Zeiss Jena, militante nell’allora campionato della DDR. Nel 1983 assunse la carica di commissario tecnico della nazionale della Germania Est, ma nel frattempo era già stato reclutato dalla Stasi come informatore con il nome segreto di “Kurt Wegner”. Il suo compito era ovviamente quello di spiare i giocatori che allenava e nel frattempo fornire informazioni sulle preferenze politiche dei convocati in Nazionale. Questa brutta storia venne alla luce ovviamente solo dopo la caduta del Muro di Berlino, così che Stange perse il posto di allenatore dell’Hertha Berlino. Iniziò così un lungo peregrinare che lo portò ad allenare in Russia, in Australia e in Oman, prima di approdare nell’ottobre del 2002 alla corte di un altro dittatore, Saddam Hussein. Bernd lasciò l’Iraq poco prima dell’invasione statunitense, per poi farci ritorno quattro mesi dopo, giusto in tempo per ricevere un premio dal Presidente della Fifa Blatter, che celebrava l’allenatore tedesco per i suoi grandi meriti nella ricostruzione del calcio iracheno. Stange è stato anche il selezionatore che ha portato l’Iraq a un quarto posto alle Olimpiadi del 2004- sconfitta nella finalina per mano dell’Italia- e al trionfo nella Coppa d’Asia del 2007. Nel luglio del 2007, il nostro ha pensato bene di iniziare una nuova carriera di selezionatore in quella che ad oggi viene considerata l’ultima vera dittatura sul suolo europeo, la Bielorussia di Alexander Lukashenko.
Anche a Minsk comunque, Stange è riuscito ad ottenere buoni risultati sul campo, con la Bielorussia capace di battere negli scorsi mesi l’Olanda e di pareggiare per due a due con i futiri vicecampioni d’Europa della Germania. Vedremo ora quanto resisterà in quello che lui stesso definisce un Paese ultrasicuro “ dove le donne possono camminare tranquillamente nei parchi anche di notte”. Zimbabwe e Corea del Nord comunque, potrebbero farsi avanti presto per offrirgli una panchina.
Complimenti a Luigi Guelpa per l’articolo apparso sul Guerin Sportivo di questa settimana, riguardante Luis Ricardo Guevara Mora, portiere dell’El Salvador durante i Mondiali del 1982 in Spagna. L’estremo difensore divenne famoso per aver subito 10 gol contro l’Ungheria in quella manifestazione e per essere anche un “protetto” dell’allora dittatore salvadoregno D’Aubuisson.
Mora comunque proseguì la sua carriera internazionale fino al 1992 e stranamente perse poi il posto proprio in contemporanea con la caduta del dittatore centramericano formato in una università americana della Georgia. Oggi Guevara Mora si guadagna da vivere piazzando trappole per topi e continua a sognare quei giorni lontani nei quali ha avuto la possibilità di giocarsi addirittura un Mondiale.
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
Il tesoro dei Pirates

In questo periodo si è fatto un gran parlare del Sudafrica ed è ovvio che sia così, visto che fra meno di due anni proprio questo stupendo Paese ospiterà i Campionati del Mondo. Anche se forse sarebbe meglio dire “dovrebbe ospitare” dato che fra ritardi nella costruzione degli stadi e criminalità a livelli da Far West ( nel 2007 in Sudafrica ci sono stati 18000 omicidi, l’Italia, che non è uno dei Paesi più tranquilli, nello stesso periodo ne ha avuti 597) l’assegnazione della competizione non è proprio così sicura. Lo stesso Blatter nelle scorse settimane ha voluto sottolineare come sia già pronto un Piano B, con almeno altri due Stati disponibili da subito ad organizzare l’evento. Finora però nulla è stato ancora detto sul calcio sudafricano, sulla sua storia, sui suoi club che stanno assumendo una forma sempre più professionistica, da quando nel 1992 l’apartheid ha smesso di tormentare il Paese. Una delle storie più originali è sicuramente quella che riprendiamo da Peter Alegi attraverso il suo libro” Laduma, Soccer, Politics and Society in South Africa”e che riguarda la formazione degli Orlando Pirates, originari della zona di Orlando nel distretto di Johannesburg, proprio quell’area oggi meglio conosciuta come Soweto- il nome deriva dalle iniziali di “South Western Townships”.
Il club venne formato nel 1937 da studenti neri originari del luogo. Gli stessi sentirono la necessità di aprire una sezione calcistica, oltre a quelle già esistenti che riguardavano le freccette, il tennistavolo e la boxe. Il calcio, più degli altri sport, avrebbe sicuramente permesso agli abitanti della township di identificarsi maggiormente con la squadra, creando così un legame indissolubile fra squadra di football e comunità. Questo fu evidente da subito e gli Orlando Pirates divennero l’orgoglio e il motivo di vanto degli abitanti di quella triste zona di Johannesburg. A dir la verità all’inizio la squadra venne chiamata “Orlando Boys’ Club” e solo nel 1939 l’allora portiere Reggie Nkosi suggerì di usare il nome Pirates. Banalmente l’estremo difensore suggerì quel nome dopo che in quel periodo aveva assistito al cinematografo alla proiezione del film “Sea Hawk”, dove un nobile inglese catturato e venduto come schiavo, riesce a scappare e ribellarsi, trasformandosi in un pirata dei mari.
In quei primi anni ci fu un personaggio che trasformò per sempre i Pirates, imprimendogli una indissolubile identificazione con il territorio di provenienza, Bethuel Mokgosinyane. Questo capofabbrica di umili origini, non solo fu il primo a far indossare la classica maglia nera con pantaloncini bianchi alla squadra, ma capì , prima degli altri,che gli Orlando Pirates non dovevano differenziarsi sulla scena sudafricana solo per il loro modo di giocare- un gioco elaborato fatto di passaggi corti, all’europea, in un periodo nel quale tutta l’Africa giocava con la palla lunga e senza schemi particolari- ma soprattutto per i servizi che il club poteva fornire alla comunità di Soweto. Mokgosinyane istituì un vero e proprio servizio di pompe funebri, che faceva capo al club. Se un socio dei Pirates o un suo familiare veniva a mancare, la società si faceva carico di quasi tutte le spese sfruttando anche i contributi che gli affiliati versavano durante l’anno. Per un giovane, negli anni ’40, far parte dei Pirates voleva dire avere una possibilità di salvezza, un’opportunità di vivere una vita tranquilla e non cadere nelle mani dei “tsotsis”( i criminali di strada) che in quel periodo cominciavano a prendere possesso di Soweto. I genitori solitamente spingevano i figli a fare parte del club ed erano i primi a mettersi in mezzo per impedire allo stesso di lasciare i Pirates e approdare ad un altro club.
Negli anni ’50 questo senso di comunità dei Pirati cominciò ad indebolirsi. Sicuramente in ciò influirono sia l’allargamento del numero dei soci che ormai comprendeva ragazzi che venivano anche da altri sobborghi e che quindi non avevano un legame così stretto con Soweto e la sua gente, sia l’istituzionalizzazione del regime dell’apartheid, che nel 1948 diventò praticamente legge. Le nuove disposizioni impedivano ad esempio agli Orlando Pirates di utilizzare il loro stadio e le nuove leggi segregazioniste non davano la possibilità di utilizzare in squadra giocatori “coloured”, cioè tutte quelle persone che non erano bianche ma non erano neppure nere ( indiani e pakistani per esempio). Iniziò così un periodo buio per i Pirates, di pari passo con quello di Soweto, ormai in mano alle gangs e ridotto al ruolo di ghetto per neri dal nuovo regime sudafricano, che al mondo diceva di voler provare un nuovo modello di vita dove bianchi e neri vivevano liberamente all’interno dello stesso Paese, pur se separati fra di loro, anche se di fatto ai neri venivano impediti i diritti più elementari.
Gli Orlando Pirates tornarono a fare parlare di sè nell’agosto del 1969, quando le società nazionali che monopolizzavano la produzione di birra e di tabacco- ovviamente entrambe interessate a vendere i loro prodotti sia ai bianchi che ai neri, alla faccia dell’apartheid- organizzarono un incontro fra chi aveva vinto il campionato sudafricano per i neri (gli Orlando Pirates) e i vincitori del torneo per i bianchi( gli Highlands Park). L’incontro avrebbe dovuto giocarsi il 31 agosto 1969 a Mbabane nello Swaziland. L’attesa, soprattutto nella comunità nera, era enorme e così il Ministro per la Polizia, S.L. Muller, si adoperò per annullare l’incontro. In quei giorni i Pirates affrontarono anche una faida interna, con parte dei dirigenti che accusava la società di non avere una visione moderna e commerciale del gioco del calcio. Si arrivò così a una scissione e alla formazione dell’attuale maggiore avversario dei Pirati, i Kaizer Chiefs. La nuova compagine prendeva il nome da uno dei soci dissidenti, Kaizer Moutang, che qualche anno prima aveva avuto un’esperienza come giocatore nella NASL americana, giocando proprio per gli Atlanta Chiefs. Moutang riteneva che l’esperienza americana gli aveva aperto gli occhi e gli aveva fatto capire cosa sarebbe diventato il calcio negli anni a venire.
Negli anni ’70 e ’80 queste due squadre sono state le forze trainanti del calcio sudafricano, creando anche delle vere e proprie leghe che a loro volta organizzavano campionati. Il tutto fino agli anni ’90, quando dopo la caduta del regime dell’apartheid, la Fifa ha riammesso il Sudafrica alle sue competizioni e finalmente è stato istituito un campionato nazionale non diviso razzialmente. Ad oggi Orlando Pirates e Kaizer Chiefs danno ancora vita a derby all’ultimo sangue, anche se altre compagini- soprattutto quelle di Città del Capo come i Santos o l’Ajax, foraggiato in tutto e per tutto dal club di Amsterdam- si sono affacciate alla ribalta.
Il club venne formato nel 1937 da studenti neri originari del luogo. Gli stessi sentirono la necessità di aprire una sezione calcistica, oltre a quelle già esistenti che riguardavano le freccette, il tennistavolo e la boxe. Il calcio, più degli altri sport, avrebbe sicuramente permesso agli abitanti della township di identificarsi maggiormente con la squadra, creando così un legame indissolubile fra squadra di football e comunità. Questo fu evidente da subito e gli Orlando Pirates divennero l’orgoglio e il motivo di vanto degli abitanti di quella triste zona di Johannesburg. A dir la verità all’inizio la squadra venne chiamata “Orlando Boys’ Club” e solo nel 1939 l’allora portiere Reggie Nkosi suggerì di usare il nome Pirates. Banalmente l’estremo difensore suggerì quel nome dopo che in quel periodo aveva assistito al cinematografo alla proiezione del film “Sea Hawk”, dove un nobile inglese catturato e venduto come schiavo, riesce a scappare e ribellarsi, trasformandosi in un pirata dei mari.
In quei primi anni ci fu un personaggio che trasformò per sempre i Pirates, imprimendogli una indissolubile identificazione con il territorio di provenienza, Bethuel Mokgosinyane. Questo capofabbrica di umili origini, non solo fu il primo a far indossare la classica maglia nera con pantaloncini bianchi alla squadra, ma capì , prima degli altri,che gli Orlando Pirates non dovevano differenziarsi sulla scena sudafricana solo per il loro modo di giocare- un gioco elaborato fatto di passaggi corti, all’europea, in un periodo nel quale tutta l’Africa giocava con la palla lunga e senza schemi particolari- ma soprattutto per i servizi che il club poteva fornire alla comunità di Soweto. Mokgosinyane istituì un vero e proprio servizio di pompe funebri, che faceva capo al club. Se un socio dei Pirates o un suo familiare veniva a mancare, la società si faceva carico di quasi tutte le spese sfruttando anche i contributi che gli affiliati versavano durante l’anno. Per un giovane, negli anni ’40, far parte dei Pirates voleva dire avere una possibilità di salvezza, un’opportunità di vivere una vita tranquilla e non cadere nelle mani dei “tsotsis”( i criminali di strada) che in quel periodo cominciavano a prendere possesso di Soweto. I genitori solitamente spingevano i figli a fare parte del club ed erano i primi a mettersi in mezzo per impedire allo stesso di lasciare i Pirates e approdare ad un altro club.
Negli anni ’50 questo senso di comunità dei Pirati cominciò ad indebolirsi. Sicuramente in ciò influirono sia l’allargamento del numero dei soci che ormai comprendeva ragazzi che venivano anche da altri sobborghi e che quindi non avevano un legame così stretto con Soweto e la sua gente, sia l’istituzionalizzazione del regime dell’apartheid, che nel 1948 diventò praticamente legge. Le nuove disposizioni impedivano ad esempio agli Orlando Pirates di utilizzare il loro stadio e le nuove leggi segregazioniste non davano la possibilità di utilizzare in squadra giocatori “coloured”, cioè tutte quelle persone che non erano bianche ma non erano neppure nere ( indiani e pakistani per esempio). Iniziò così un periodo buio per i Pirates, di pari passo con quello di Soweto, ormai in mano alle gangs e ridotto al ruolo di ghetto per neri dal nuovo regime sudafricano, che al mondo diceva di voler provare un nuovo modello di vita dove bianchi e neri vivevano liberamente all’interno dello stesso Paese, pur se separati fra di loro, anche se di fatto ai neri venivano impediti i diritti più elementari.
Gli Orlando Pirates tornarono a fare parlare di sè nell’agosto del 1969, quando le società nazionali che monopolizzavano la produzione di birra e di tabacco- ovviamente entrambe interessate a vendere i loro prodotti sia ai bianchi che ai neri, alla faccia dell’apartheid- organizzarono un incontro fra chi aveva vinto il campionato sudafricano per i neri (gli Orlando Pirates) e i vincitori del torneo per i bianchi( gli Highlands Park). L’incontro avrebbe dovuto giocarsi il 31 agosto 1969 a Mbabane nello Swaziland. L’attesa, soprattutto nella comunità nera, era enorme e così il Ministro per la Polizia, S.L. Muller, si adoperò per annullare l’incontro. In quei giorni i Pirates affrontarono anche una faida interna, con parte dei dirigenti che accusava la società di non avere una visione moderna e commerciale del gioco del calcio. Si arrivò così a una scissione e alla formazione dell’attuale maggiore avversario dei Pirati, i Kaizer Chiefs. La nuova compagine prendeva il nome da uno dei soci dissidenti, Kaizer Moutang, che qualche anno prima aveva avuto un’esperienza come giocatore nella NASL americana, giocando proprio per gli Atlanta Chiefs. Moutang riteneva che l’esperienza americana gli aveva aperto gli occhi e gli aveva fatto capire cosa sarebbe diventato il calcio negli anni a venire.
Negli anni ’70 e ’80 queste due squadre sono state le forze trainanti del calcio sudafricano, creando anche delle vere e proprie leghe che a loro volta organizzavano campionati. Il tutto fino agli anni ’90, quando dopo la caduta del regime dell’apartheid, la Fifa ha riammesso il Sudafrica alle sue competizioni e finalmente è stato istituito un campionato nazionale non diviso razzialmente. Ad oggi Orlando Pirates e Kaizer Chiefs danno ancora vita a derby all’ultimo sangue, anche se altre compagini- soprattutto quelle di Città del Capo come i Santos o l’Ajax, foraggiato in tutto e per tutto dal club di Amsterdam- si sono affacciate alla ribalta.
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
ferratoluca@hotmail.com
Le Academy degli altri

1. Come è già stato fatto per la prima uscita, “In the box” quest’anno cambierà leggermente, andando a curiosare sulla stampa estera per segnalare articoli che riteniamo interessanti e che non riguarderanno solo il calcio britannico ma anche il calcio internazionale in generale. Tanto per essere fedeli a un Paese che da tanti punti di vista adoriamo, partiamo proprio con un articolo a firma Alex Fynn e pubblicato sull’Observer (il domenicale del Guardian) nel quale l’autore pubblicizza in pratica il suo nuovo libro, scritto in cooperazione con Kevin Whitcher, dal titolo “Arsenal, Making of a Modern Superclub”. Gli estratti ci sembrano comunque molto interessanti e Flynn ci parla di come la scelta di puntare sui giovani da parte dell’Arsenal di Wenger non sia stata una cosa voluta ma più che altro una necessità. Infatti nei primi 9 anni dell’alsaziano ad Highbury i Gunners hanno speso la bellezza di 136 milioni di sterline per il mercato, collezionando campionati e FA Cup in serie, o quasi. Qualche anno fa, però, la proprietà ha deciso di costruire il nuovo stadio ad Ashburton Grove e di lasciare lo splendido Highbury, che a suo tempo aveva dato anche il nome a una fermata del metrò. Ovviamente una squadra come l’Arsenal, che punta a diventare una delle superpotenze calcistiche del terzo millennio, aveva bisogno di uno stadio più capiente e dotato di tutti i comfort possibili e immaginabili. Da qui la necessità di andare al risparmio sul mercato, cercando di valorizzare al massimo i prodotti del vivaio. Anche su questo punto però Flynn avanza dei dubbi e cerca di smentire un luogo comune, quello cioè che Wenger abbia creato una “academy” molto forte all’Arsenal in grado di produrre autonomamente giovani talenti. L’unico campione che si ricordi che sia uscito dalle giovanili in tempi recenti però, è il “traditore” Ashley Cole, mentre la vera forza dell’Arsenal è concentrata più che altro sugli scouts che girano mezzo mondo a caccia di nuovi talenti. Grazie a loro infatti oggi i Gunners possono vantare nelle loro fila un giovane talento come Fabregas, per non parlare di Adebayor, portato a Londra quando non lo conosceva praticamente nessuno. Quest’anno i Gunners ci riprovano, avendo acquistato il giovanissimo messicano Carlos Vela e puntato su un talento in crescita come il francese Nasri. Flynn ritiene anche che Wenger (ma l’alsaziano ha smentito di aver detto mai questa frase) sia convinto che il futuro del calcio risieda in Africa e in Sud America e sarà li che si concentreranno i massimi sforzi dell’Arsenal nell’acquisizione di giocatori. L’idea insomma è quella di creare una squadra che sia in grado di durare negli anni e pazienza se qualche tifoso si lamenterà per i colpi in “stile Chelsea” che i Gunners non faranno.
2. Cambiamo continente e notiamo un pezzo interessante pubblicato dalla rivista sudafricana “Soccer Life” di Johannesburg. E’ chiaro ed evidente che i Mondiali del 2010 per i sudafricani rappresentano già un problema, ma non il principale se un’altra rivista (la London Review of Books) ritiene che entro sette anni il Sudafrica diventerà come lo Zimbabwe, perché il possibile successore di Thabo Mbeki, tale Jacob Zuma, ha una visione del mondo molto simile a quella di Mugabe. Anche i Bafana Bafana hanno i loro bei problemi, però. Con la sconfitta casalinga subìta lo scorso weekend ad opera della Nigeria sono praticamente fuori dalla Coppa d’Africa 2010, che si disputerà in Angola giusto qualche mese prima del mondiale sudafricano. “Soccer Life” individua una serie di problemi che riguardano la Nazionale e li evidenzia in dieci punti. Sicuramente interessante notare come il dito venga puntato contro il CT che ha lasciato, Carlos Alberto Parreira, anche perché il successore, sempre un brasiliano, Joel Santana, non viene ritenuto all’altezza per guidare i sudafricani ad un appuntamento importante come quello dei Mondiali da giocare in casa. Dito ovviamente puntato anche contro i giocatori e la loro presunta mancanza di patriottismo. Infine interessante notare che la fuga dal pubblico dagli stadi quando giocano i Bafana Bafana venga attribuita al gioco noioso e sterile dalla nazionale, mentre come esempio positivo da imitare viene portata la Russia di Hiddink degli Europei, indicata come squadra che diverte e da spettacolo. Il problema nel rispetto delle tempistiche nella costruzione degli stadi invece è risaputo. Peccato che a questo si aggiungano anche i problemi di una nazionale che, se non fosse il Paese ospitante, non si sarebbe mai qualificata per la prossima rassegna iridata.
3. Piccola segnalazione finale: in Gran Bretagna è tornata da qualche mese nelle edicole la rivista “Back Pass, the retro football magazine”. Questa pubblicazione aveva già avuto breve vita una decina d’anni fa. L’idea ci sembra molto buona e le foto contenute all’interno sono belle, ma i contenuti sono un po’ scarsini e anche l’impaginazione non vale il prezzo di copertina (3 sterline). Vedremo nelle prossime uscite.
2. Cambiamo continente e notiamo un pezzo interessante pubblicato dalla rivista sudafricana “Soccer Life” di Johannesburg. E’ chiaro ed evidente che i Mondiali del 2010 per i sudafricani rappresentano già un problema, ma non il principale se un’altra rivista (la London Review of Books) ritiene che entro sette anni il Sudafrica diventerà come lo Zimbabwe, perché il possibile successore di Thabo Mbeki, tale Jacob Zuma, ha una visione del mondo molto simile a quella di Mugabe. Anche i Bafana Bafana hanno i loro bei problemi, però. Con la sconfitta casalinga subìta lo scorso weekend ad opera della Nigeria sono praticamente fuori dalla Coppa d’Africa 2010, che si disputerà in Angola giusto qualche mese prima del mondiale sudafricano. “Soccer Life” individua una serie di problemi che riguardano la Nazionale e li evidenzia in dieci punti. Sicuramente interessante notare come il dito venga puntato contro il CT che ha lasciato, Carlos Alberto Parreira, anche perché il successore, sempre un brasiliano, Joel Santana, non viene ritenuto all’altezza per guidare i sudafricani ad un appuntamento importante come quello dei Mondiali da giocare in casa. Dito ovviamente puntato anche contro i giocatori e la loro presunta mancanza di patriottismo. Infine interessante notare che la fuga dal pubblico dagli stadi quando giocano i Bafana Bafana venga attribuita al gioco noioso e sterile dalla nazionale, mentre come esempio positivo da imitare viene portata la Russia di Hiddink degli Europei, indicata come squadra che diverte e da spettacolo. Il problema nel rispetto delle tempistiche nella costruzione degli stadi invece è risaputo. Peccato che a questo si aggiungano anche i problemi di una nazionale che, se non fosse il Paese ospitante, non si sarebbe mai qualificata per la prossima rassegna iridata.
3. Piccola segnalazione finale: in Gran Bretagna è tornata da qualche mese nelle edicole la rivista “Back Pass, the retro football magazine”. Questa pubblicazione aveva già avuto breve vita una decina d’anni fa. L’idea ci sembra molto buona e le foto contenute all’interno sono belle, ma i contenuti sono un po’ scarsini e anche l’impaginazione non vale il prezzo di copertina (3 sterline). Vedremo nelle prossime uscite.
Come la Premier di Vialli

1. IL campionato italiano come la NASL Statunitense? Diciamo un po’ eccessivo. La Serie A paragonabile a Premier League e Liga Spagnola? Al momento forse un po’ lontano dalle realtà. Ha destato molto scalpore l’articolo pubblicato dal quotidiano inglese Times che, secondo alcuni avrebbe paragonato la Serie A ad un cimitero di elefanti. L’articolo per la verità non era proprio in questi termini, ma il giornalista inglese notava che la Serie A si trova in una situazione simile alla Premier di una decina di anni fa, quella che reclutava un Vialli a fine carriera, un Ravanelli a mezzo servizio (anche se esordì in Premier con una tripletta al Liverpool) e poi Padovano, Lombardo, Carbone e via dicendo. In questi termini l’articolo, secondo il nostro modesto parere, è abbastanza centrato. Facciamo qualche esempio: Ronaldinho domenica ha fatto una gran partita, ma non si può negare che sia arrivato a Milano non all’apice della sua carriera. I casi di Shevchenko e Senderos sono forse ancora più emblematici al riguardo, con lo svizzero arrivato al Milan perché non riusciva a trovare posto nella retroguardia dell’Arsenal (scelta che era stata fatta anche da Ivanovic, panchinaro a vita nel Chelsea). Dopo il Trofeo Berlusconi, dai microfoni di Sky, Boban faceva notare come sia cambiato il modo di operare del Milan nel corso degli anni. Ora si prendono giocatori che gli altri non vogliono più, oppure quelli che non trovano spazio in prima squadra. D’altra parte Galliani non può dire che il nostro regime fiscale ci penalizza nell’acquisto di giocatori rispetto a spagnoli e inglesi (discorso trito e ritrito) e poi nella conferenza stampa precampionato criticare il giornalista britannico che ha fatto il tanto infamante articolo. O l’uno o l’altro, se ora hanno più soldi evidentemente si possono permettere un campionato migliore.
2. La scorsa settimana il Guerin Sportivo pubblicava la presentazione di alcuni stranieri arrivati in Italia quest’estate. Leggendo gli articoli apparivano i nomi di: Cardacio e Viudez (Milan), Basta (Udinese), Coelho (Bologna), Polenta (Genoa), Saumel (Torino), Baptista e Menez (Roma), diciamo quindi forse non proprio il meglio d’Europa. I vari Cristiano Ronaldo, Rooney, Van Nistelrooy, Tevez, Modric, non giocano da noi. E quando un giocatore di medio livello come Klasnic decide di lasciare il Werder Brema, preferisce la neopromossa francese Nantes al Torino. Il fatto è che quando una critica ci viene rivolta dall’estero, parte della stampa e anche molti tifosi si sentono attaccati personalmente. Un po’ come quando è successo che noi italiani potevamo criticare la vergogna di Napoli ma se lo faceva la CNN o il Guardian “è meglio che quella gente si guardi dai problemi di casa loro, perché comunque l’Italia è bellissima”. In fondo siamo sempre il Paese dove si mangia meglio no?
3. Abbiamo fatto prima riferimento al Guerin Sportivo. Come appassionati di calcio internazionale questo settimanale ha avuto una parte fondamentale nell’accendere la nostra passione per il calcio estero. Leggendolo, come al solito, anche nel periodo estivo, abbiamo notato che il Guerino ha mantenuto una splendida tradizione. Quella cioè di pubblicare “I campionati degli altri”, una presentazione dei tornei di Inghilterra, Spagna, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Portogallo. Una tradizione che ha ritmato anche le nostre estati degli ultimi trent’anni. Sì, perché infatti oggi i campionati presentati sono i principali, quelli che ormai settimanalmente mostrano anche le varie tv. Fino a una quindicina d’anni fa non era così, però. Infatti il Guerino iniziava con le presentazioni del campionato svizzero e di quello austriaco e noi sapevamo di essere ancora a metà luglio, in piena estate, le vacanze al mare dovevano ancora iniziare, ma da quella parti si partiva già con una nuova stagione calcistica. Si proseguiva poi con la presentazione del torneo belga, di quello francese, della Germania dell’Est (che iniziava sempre un po’ prima dei cugini dell’Ovest) e di quello olandese. Lì sapevamo invece che ormai era arrivato agosto, di solito si partiva per il mare e la montagna, in compagnia di quella rivista che in quelle presentazioni ci faceva vedere anche i colori delle divise di quei campionati, e così ci appassionavamo di più all’Eintracht Francoforte rispetto al Borussia Moenchengladbach o all’Anderlecht rispetto all’Anversa, proprio magari per i colori di quelle magliette disegnate splendidamente sul Guerino. Con la metà di agosto si iniziava a fare sul serio. Era arrivato il momento della First Division inglese (si chiamava così l’attuale Premier League) e della Bundesliga tedesca. A questi campionati veniva dedicato ovviamente maggior spazio rispetto ai precedenti, anche se nello stesso periodo di solito un paio di paginette non venivano rifiutate neanche al campionato scozzese, all’epoca non ancora monopolizzato dal duopolio Rangers-Celtic. Con la presentazione della Liga arrivavamo ormai a settembre, tempo di riprendere libri e cartella e tornare sui banchi di scuola e quando addirittura anche i campionati greco e turco, quello albanese e quello cipriota venivano presentati, sapevamo che era già tempo di compiti in classe, visto che ormai eravamo a metà settembre. Da sottolineare che vi era anche un intermezzo invernale, quando a fine marzo/inizio aprile, potevamo curiosare ciò che accadeva nelle lontanissime Unione Sovietica, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda e addirittura Far Oer, tutti tornei che si giocavano (e ancor oggi si giocano, a parte quello danese) durante un solo anno solare. Bei tempi e complimenti al Guerino per aver, almeno parzialmente, mantenuto questa tradizione.
2. La scorsa settimana il Guerin Sportivo pubblicava la presentazione di alcuni stranieri arrivati in Italia quest’estate. Leggendo gli articoli apparivano i nomi di: Cardacio e Viudez (Milan), Basta (Udinese), Coelho (Bologna), Polenta (Genoa), Saumel (Torino), Baptista e Menez (Roma), diciamo quindi forse non proprio il meglio d’Europa. I vari Cristiano Ronaldo, Rooney, Van Nistelrooy, Tevez, Modric, non giocano da noi. E quando un giocatore di medio livello come Klasnic decide di lasciare il Werder Brema, preferisce la neopromossa francese Nantes al Torino. Il fatto è che quando una critica ci viene rivolta dall’estero, parte della stampa e anche molti tifosi si sentono attaccati personalmente. Un po’ come quando è successo che noi italiani potevamo criticare la vergogna di Napoli ma se lo faceva la CNN o il Guardian “è meglio che quella gente si guardi dai problemi di casa loro, perché comunque l’Italia è bellissima”. In fondo siamo sempre il Paese dove si mangia meglio no?
3. Abbiamo fatto prima riferimento al Guerin Sportivo. Come appassionati di calcio internazionale questo settimanale ha avuto una parte fondamentale nell’accendere la nostra passione per il calcio estero. Leggendolo, come al solito, anche nel periodo estivo, abbiamo notato che il Guerino ha mantenuto una splendida tradizione. Quella cioè di pubblicare “I campionati degli altri”, una presentazione dei tornei di Inghilterra, Spagna, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Portogallo. Una tradizione che ha ritmato anche le nostre estati degli ultimi trent’anni. Sì, perché infatti oggi i campionati presentati sono i principali, quelli che ormai settimanalmente mostrano anche le varie tv. Fino a una quindicina d’anni fa non era così, però. Infatti il Guerino iniziava con le presentazioni del campionato svizzero e di quello austriaco e noi sapevamo di essere ancora a metà luglio, in piena estate, le vacanze al mare dovevano ancora iniziare, ma da quella parti si partiva già con una nuova stagione calcistica. Si proseguiva poi con la presentazione del torneo belga, di quello francese, della Germania dell’Est (che iniziava sempre un po’ prima dei cugini dell’Ovest) e di quello olandese. Lì sapevamo invece che ormai era arrivato agosto, di solito si partiva per il mare e la montagna, in compagnia di quella rivista che in quelle presentazioni ci faceva vedere anche i colori delle divise di quei campionati, e così ci appassionavamo di più all’Eintracht Francoforte rispetto al Borussia Moenchengladbach o all’Anderlecht rispetto all’Anversa, proprio magari per i colori di quelle magliette disegnate splendidamente sul Guerino. Con la metà di agosto si iniziava a fare sul serio. Era arrivato il momento della First Division inglese (si chiamava così l’attuale Premier League) e della Bundesliga tedesca. A questi campionati veniva dedicato ovviamente maggior spazio rispetto ai precedenti, anche se nello stesso periodo di solito un paio di paginette non venivano rifiutate neanche al campionato scozzese, all’epoca non ancora monopolizzato dal duopolio Rangers-Celtic. Con la presentazione della Liga arrivavamo ormai a settembre, tempo di riprendere libri e cartella e tornare sui banchi di scuola e quando addirittura anche i campionati greco e turco, quello albanese e quello cipriota venivano presentati, sapevamo che era già tempo di compiti in classe, visto che ormai eravamo a metà settembre. Da sottolineare che vi era anche un intermezzo invernale, quando a fine marzo/inizio aprile, potevamo curiosare ciò che accadeva nelle lontanissime Unione Sovietica, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda e addirittura Far Oer, tutti tornei che si giocavano (e ancor oggi si giocano, a parte quello danese) durante un solo anno solare. Bei tempi e complimenti al Guerino per aver, almeno parzialmente, mantenuto questa tradizione.
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
ferratoluca@hotmail.com
A scatola chiusa

Mauro: “Hai visto la nuova maglia dell’Arsenal”?
Luca: ”No. Ma l’hanno già presentata”?
Mauro: ”Più che altro avevano già cominciato a venderla su internet prima di presentarla. Come quella dell’Inter, d’altra parte. Per quindici giorni sul sito sono apparsi Materazzi ed Ibra che indossavano una maglia virtuale tutta nera che si poteva acquistare sulla fiducia”.
Luca: “E com’è quella dell’Arsenal”?
M: ”Hanno tolto le maniche bianche e hanno messo una grossa riga bianca sulla spalla”.
L: ”Non ci credo! Ma che senso ha? La maglia dell’Arsenal deve avere le maniche bianche. E’ un marchio di fabbrica. Fu addirittura il mitico Chapman a introdurre la divisa con maniche bianche, dopo che rimase positivamente colpito guardando un golfista che giocava in camicia bianca con sopra un gilerino rosso. Non riesco a capire perché ogni anno i club si ostinino a cambiare e cercare l’originalità a tutti i costi”.
M. ”Infatti. Invece di seguire e rispettare la tradizione si inventano maglie improbabili. D’altra parte i colori di una maglia non sono più un veicolo di tradizione, ma sono diventati un veicolo di consumo. Una merce qualsiasi”.
L: ”Possibile che non capiscano che la passione si alimenta con la tradizione che alimenta a sua volta il senso di appartenenza? Non oso immaginare Nick Hornby in questo momento…….”
M: ”Già. Proprio lui che ha descritto così bene il significato dell’identificazione con il proprio club e che adesso si ritrova la propria squadra che indossa una maglietta simile a quella dello United!”
L: ”I colori di una squadra sono importanti e spesso sono legati a doppio filo alla fondazione del club stesso. Pensa al Penarol che porta i colori della Locomotiva Rockets in ricordo delle ferrovie inglesi. O all’Atletico Madrid che porta gli stessi colori dell’Athletic Bilbao di cui era nata come succursale nella capitale spagnola”
M: ”O magari i colori sono legati a scelte del tutto casuali. Mi viene in mente il lavaggio sbagliato delle maglie biancorosse della Fiorentina che sotto il sole si erano scolorite e diventando viola. O alle maglie del Notts County che sono state spedite per sbaglio a Torino e sono diventate forzatamente il simbolo della Juventus”
L: ”E’ vero. Ci sono storie bellissime e aneddoti davvero curiosi legate ai colori di una squadra di calcio. Incredibile è la scelta del Boca Juniors, che indossa il blu e il giallo per puro caso. La storia racconta che i fondatori, assolutamente in disaccordo sui colori da indossare, avessero deciso di dare al nuovo club i colori della prima bandiera della prima nave che fosse entrata nel porto. Ed ecco comparire per prima una bandiera svedese”
M: ”E poi non è solo una questione di colori. Te lo immagini il Celtic con le righe verticali? Eppure le società riescono a stravolgere persino la propria storia. Per non parlare delle seconde maglie. Qui avvengono vere e proprie speculazioni commerciali. Maglie orribili che la squadra indosserà si e no tre volte in una stagione e spacciate per un omaggio alla modernità.”
L: ”E pensare che c’è gente che ha cominciato a tifare per una squadra solo ed esclusivamente per la maglia. Conosco sampdoriani che ammettono di essersi innamorati della maglia ancor prima di sapere chi fossero i giocatori. In effetti devo ammettere che quella della Samp è una delle divise più originali che siano state inventate”
M: ”Sono d’accordo. Anche se io in assoluto preferisco quella del River Plate.”
L: ”Secondo me invece il picco è stato raggiunto dalle divise che indossava la Nazionale olandese negli anni ’70, senza trascurare le maglie del Milan nello stesso decennio e la splendida divisa del Dukla Praga!”
M: ”E non dimentichiamo il mio Tottenham. Che ne dici della divisa della doppietta campionato-coppa d’Inghilterra del 1961? Oppure la maglia del West Ham…”
L: ”Che poi è uguale a quella dell’Aston Villa”
M: ”Eh no per carità! Non fare questo erroraccio! Il West Ham ha i calzettoni bianchi. L’Aston Villa azzurri. Non ti ricordi il Subbuteo?”
L: ”Già, è vero. Come quelli che sbagliavano i calzoncini della Juventus e del Newcastle. Rigorosamente bianchi i primi e neri i secondi. E che diamine!”
M: ”Appunto. Ecco cos’è la tradizione. Cosa significa la maglia per un vero tifoso. Il rispetto della propria identità si manifesta anche in questi APPARENTEMENTE piccoli particolari”
L: ”Ma cosa vuoi che interessi alle grandi squadre? Tu guarda solo le patacche che appiccicano sulla maglia”
M: ”Già, gli sponsor. Certo, quelli hanno dato il colpo di grazia. Persino il Barcellona ha svenduto la sua sacra maglietta granata e blu. All’Unicef, certo. Ma quella maglietta non è più la stessa cosa. Una maglia senza sponsor ha decisamente un’altra immagine. Speriamo non si arrivi alle aberrazioni di certe magliette francesi in cui erano tanti gli sponsor colorati che si faceva fatica a riconoscere il colore originale. In alcune squadre del Nord Europa addirittura, c’erano scritte sui calzoncini e sui calzettoni”!
L: ”Le uniche che per ora sembrano salvarsi sono le Nazionali……”.
M: ”Speriamo. Ma credo che prima o poi da qualche parte comparirà anche la scritta di nua ditta di prosciutti o di pannolini anche su quelle. Pensa al rugby. Lì ormai il salto è stato fatto e le Nazionali sono scese al compromesso di sporcare la maglietta. E il risultato non è certo esaltante”
L: ”Come al solito ci siamo ridotti a fare i soliti patetici, vecchi romantici. Stiamo invecchiando, amico mio. Pensa che a me l’unica maglietta che interesserebbe avere sarebbe quella di Hateley, oppure quella dello Squalo Jordan. Quella che magari ha indossato nella sua prima partita a San Siro, col Pescara in Coppa Italia nel 1981……..”.
M: ”Mia mamma invece sulla mia maglietta dell’Inter mi aveva cucito un bel numero otto bianco, quello che indossava Mazzola. Si stiamo proprio invecchiando…”
Luca Ferrato
ferratoluca@hotmail.com
ferratoluca@hotmail.com
Questione di ciclostile

Ci fu un giorno in Gran Bretagna, nel quale i tifosi decisero di prendere la parola. Non fu un giorno preciso ovviamente, ma più che altro un periodo, a metà degli anni ’80, quando il calcio inglese venne sconvolto dai fatti dell’Heysel e chi andava allo stadio veniva fino a quel momento generalmente bollato dai media come un uomo delle caverne, in grado solo di riempirsi la pancia di birra, fare una bella scazzottata fuori dal pub e poi recarsi urlante e ciondolante alla partita della propria squadra. In quel periodo alcuni tifosi pensarono che fosse arrivato il momento di far sentire la loro voce visto che a loro, che in quegli anni rappresentavano ancora la maggior fonte di ricchezza per i club, nessuno mai chiedeva niente. Così che alcuni fan più intraprendenti si misero a pubblicare le cosiddette fanzine. Il fenomeno non è nato ovviamente con il calcio, perché la fanzine – nome che nasce dalla contrazione delle parole fan (da fanatic, appassionato) e zine (da magazine, rivista)- è un fenomeno che risale addirittura alle fine dell'Ottocento, con le fanzine letterarie. Il boom delle riviste stampate a tiratura limitata e solitamente su fogli ciclostilati esplose poi negli anni ’60 del XX secolo, grazie alla musica rock prima e a quella punk in epoche successive, fine anni ‘70 primi anni ’80.
Tornando al calcio, nel periodo post Heysel e in piena epoca thatcheriana vediamo un incremento nella creazione delle fanzine, con tifosi di tutti i club e di tutte le categorie che pubblicano riviste non ufficiali. La più famosa fu senz’altro “When Saturday Comes”, che nacque nel 1986 dall’idea di Andy Lyons e Mike Ticher. La fanzine si è poi sviluppata nel corso degli anni e dai primi anni ’90 è diventata una vera e propria rivista sulla quale in passato hanno scritto anche autori prestigiosi, come Nick Hornby, Simon Kuper e Gabriele Marcotti. Anche oggi però la linea editoriale della rivista è la stessa degli inizi, dare cioè una visione del calcio da un punto di vista diverso, avendo a cuore più l’interesse del tifoso che non quello del club o dello sponsor.
Dicevamo però delle fanzines legate ai club. Qui si è scatenata tutta la fantasia ed è uscito anche il tipico humour britannico, già a partire dai titoli. Così se i tifosi del Middlesbrough chiedevano, sulle note di una celebre canzone di Frank Sinatra, di essere portati sulla Luna (Fly me to the moon) quelli del Grimsby Town avevano ben chiaro quando i cori allo stadio dovevano partire (Sing when we’re fishing, visto che la pesca è sempre stata l’attività principale degli abitanti di Grimsby). Allo stesso tempo a Vicarage Road, tana del Watford, la locale fanzine richiamava una vecchia canzoncina, che in Gran Bretagna si impara fin dall’asilo e che ti fa battere le mani e picchiare per terra i piedi (Clap your hands, stamp your feet!) movimenti tra l’altro ripetuti in continuazione all’interno di uno stadio di calcio almeno fino a quando le nuove norme hanno permesso solo di saltare in piedi solo in occasione dei gol. I tifosi del Burnley, che oggi come allora non se la passano benissimo, utilizzarono come nomi per le loro fanzine sia il ritornello di una canzone del gruppo irlandese dei Dubliners, Wild Rover (No, Nay, Never) che un detto comunissimo inglese, usato solitamente anche per insultare i giocatori sovrappeso (Who ate all the pies?).
Tutte queste pubblicazioni erano ovviamente dissacranti, ironiche, ricche di sfottò verso i propri giocatori e i proprietari delle squadre, ma a volte partivano proprio dalle fanzine le campagne per raccogliere soldi a favore del club, oppure le azioni di protesta contro quell’allenatore o quel presidente che si voleva cacciare. Al Needham - giornalista di When Saturday Comes e tifosissimo del Forest -, con il quale abbiamo parlato pochi giorni fa, ci ha spiegato che la città di Nottingham è stata la più attiva nel movimento delle fanzine. A metà anni ’90 erano ben quattro le pubblicazioni riguardanti la squadra di Brian Clough, fra le quali spiccavano senz’altro “The Almighty Brian”, dedicata proprio al grande allenatore e la preferita da Needham, e quella titolata “Garibaldi” che si rifaceva ai colori sociali del Nottingham Forest, associati in questo caso alle divise dei garibaldini. Sull’altra sponda del fiume Trent, si riuscì addirittura a fare meglio. Con “Flickin n Kickin” si ideò una fanzine che oltre che del Notts County parlava anche di Subbuteo. Qualcosa di veramente originale, con i resoconti delle partite presentate attraverso gli omini del mitico gioco e con petizioni come quella lanciata nell’ottobre del 1991 che chiedeva alla Waddington il ritorno alla fabbricazione della palla da gioco in piccolo formato.
Il fenomeno ovviamente non fu solamente inglese, ma in breve tempo si estese al resto della Gran Bretagna. Così che in Scozia alla classica rivalità Celtic/Rangers i tifosi del Cowdenbeath controbattevano con i loro “The Blue Brazilian”, classico soprannome della squadra di questa città di minatori del Fife. Oscar della simpatia invece ai tifosi del Dundee con la loro “It’s half past four and we’re two nil down”(sono le quattro e mezza del pomeriggio e siamo sotto due a zero, quando si dice l’ottimismo…). Le due Irlande non sono state da meno. Al nord maggior spazio alla nazionale, con la mitica “Arconada…….Armstrong!”. Il titolo della fanzine faceva ovviamente riferimento alla vittoria nordirlandese contro le Furie Rosse durante i Mondiali di calcio del 1982. Il gol venne messo a segno proprio da Gerry Armstrong, dopo che un cross di Billy Hamilton non venne trattenuto dal portiere spagnolo Arconada. Per quanto riguarda l’Eire, anche qui un paio di fanzines dedicate alla nazionale ma in particolare ci piace segnalare ciò che venne prodotto a Cork e che era un vero e proprio grido di aiuto all’inizio degli anni ’90: “No more plastic pitches”, in un periodo nel quale sembrava che tutti gli stadi europei avrebbero adottato terreni sintetici.
Poi, come in quasi tutte le cose, all’apice del successo, arrivò il declino. Con la fine degli anni ’90 e l’avvento nelle case di Internet, ogni giornale on line e ogni sito di club britannico si sono dotati di webzine o forum nei quali i tifosi possono conversare, dire la loro opinione o criticare questo o quel giocatore. Le fanzines cartacee sono andate via via scomparendo e ad oggi sono poche le pubblicazioni rimaste, la maggior parte trasformate in vere e proprie riviste o riproposte in stile più o meno simile sulla rete. Le discussioni via web danno la possibilità oggigiorno anche ai tifosi non residenti in Gran Bretagna di sentirsi più vicini alle proprie squadre e di partecipare ai forum di discussione, ma il vedere però stampato su un foglio ciclostilato un tifoso che ci dice che le pies sono più buone a Easter Road che non ad Ibrox o un altro che ci racconta una partita di precampionato in un disperso paesino norvegese è una cosa che ci è rimasta e ci rimarrà dentro.
Luca Ferrato
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