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L'ultimo giorno di questo Indiscreto

Stefano Olivari
L'ora è arrivata. Indiscreto migra su una nuova piattaforma, Wordpress, per dare inizio a quella che nelle ambizioni è una svolta professionistica e nella realtà un miglioramento del sito che consentirà di tradurre in pratica alcune idee. La quantità dei post (quasi 3.600) e quella dei commenti (oltre 140.000) imporrà qualche giorno di stop per portare tutto nel nuovo mondo senza perdere una sola virgola del nostro/vostro passato: 12 anni in cui abbiamo scritto tutto e il contrario di tutto, su sport e dintorni, attirandoci simpatie e antipatie. Dalla serata di giovedì 19 aprile fino alla mattina di martedì 24 aprile non sarà possibile inviare commenti né per noi aggiornare il sito. Un disagio che speriamo venga compensato da una qualità migliore, non solo nei contenuti, ma anche nel modo in cui potranno essere letti e soprattutto commentati.

La grande stagione di Debra Morgan

di Stefano Olivari
Ecco, ci mancava giusto l'incesto. Però ci siamo andati vicini, nella sesta stagione di Dexter con messa in onda su Fox Crime appena terminata. Dexter è uno di quei tanti telefilm contemporanei, quasi tutti americani, che fanno sembrare di una povertà espressiva imbarazzante quelli anche solo di una ventina di anni fa. Non è questione di mezzi a disposizione, non c'è alcun effetto speciale né in Dexter né nel 90% dei prodotti che attualmente hanno successo (nostro preferito il superbasic, girato quasi tutto in interni, In Treatment: quando arriva la terza stagione, con Debra Winger fra i pazienti?). E non possiamo affermare, in maniera generica, che gli sceneggiatori di adesso siano migliorati. Grazie alla tecnologia è cambiato invece il pubblico, somma di nicchie (a volte nemmeno tanto piccole) e non più massa da coinvolgere con storie e ritmi alla portata (anche etica) di tutti. Con livellamento verso il basso, non per colpa di un grande vecchio ma solo della diversa modalità di visione. Vi interessano in media di più i programmi che vedete da soli a mezzanotte o quelli che subite in famiglia alle ventuno?

Non c'è più la musica di una volta

di Stefano Olivari
Finalmente qualcuno che prende in giro la folle ossessione per il passato di quasi tutta la cultura contemporanea, nelle sue varie declinazioni. E' il critico musicale Simon Reynolds, nel suo difficile e per molti aspetti profondo Retromania - Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, in Italia edito da Isbn. Un libro difficile perché pieno di riferimenti musicali sconosciuti ai più, sia a livello di nomi (chi sono i Temperance Seven?) che di genere (cos'è l'hypnagogic?), ma profondo proprio perché scava nelle ragioni ultime della nostra rivalutazione o ipervalutazione anche di ciò che 'ai suoi tempi' era considerato marginale. Siamo ben oltre la tiritera del Totò snobbato dalla critica (detto fra parentesi, lui era un genio ma i film rimangono orribili anche a sessant'anni di distanza), siamo in piena patologia.

Schwazer guadagna più di Wade

di Stefano Olivari
Dopo due Giochi Olimpici, quelli disastrosi sotto la guida di Larry Brown e quelli d'oro con Coach K, la super-generazione del draft 2003 per Londra vorrebbe, incredibile, essere pagata. Il pensiero di (quasi) tutti è stato espresso da Dwyane Wade, che non ha parlato di ingaggi ma solo di revenue sharing riguardanti la vendita delle magliette della squadra olimpica: niente di particolarmente eversivo, anche se a leggere i commenti sui vari siti sembra che ai Giochi partecipino solo dilettanti. Quando c'è gente stipendiata dallo Stato per tirare di fioretto o lanciare il martello, la morale viene fatta ai giocatori NBA, che sarebbe l'unica lega di basket al mondo che non ha bisogno dei mitici patron disposti a sopportare un rosso perenne nei bilanci.

Da Auschwitz al Commodore 64

di Stefano Olivari
We need to build computers for the masses, not the classes, questa la frase più famosa di un uomo poco portato per gli slogan epocali. La recente scomparsa di Jack Tramiel ci esenta dallo scrivere che era un maestro di giornalismo, anche perché per sua fortuna non era un giornalista ma una persona che con il Commodore 64 ha reso meno triste il mondo, in maniera non dissimile da quanto fatto da Steve Jobs con il Mac. E senza nemmeno tirarsela da guru. Tramiel non era un tecnico e nemmeno un designer, ma un imprenditore americano che aveva iniziato negli anni Cinquanta con le macchine per scrivere ed aveva raggiunto il successo con i calcolatori.

Katy Perry e il senso del dovere

di Stefano Olivari
Chi non segue almeno per interposto ragazzo il mondo dei videogiochi non si può rendere conto di quale fenomeno sia The Sims, che dalla sua prima uscita (febbraio 2000) ha venduto oltre 150 milioni di pezzi. Tradotto in 20 lingue e disponibile in 60 diversi paesi, il gioco della Electronic Arts ideato da Will Wright (padre anche dello splendido Sim City, da consigliare agli aspiranti politici) è adesso arrivato alla sua terza versione e può essere considerato la serie di maggior successo nella storia dei videogiochi. A beneficio di chi è rimasto a Pong diciamo che in pratica si tratta di personaggi virtuali (i Sim, appunto), con loro tratti fisici e caratteriali, che vivono un vita completa come quelle di tutti noi, dalla nascita alla morte. Con gli stessi problemi (casa, lavoro, amicizie, eccetera) e la stessa tristezza di fondo. Onestamente il successo planetario del gioco ci risulta incomprensibile, visto che non esiste uno scopo (come nella vita vera, del resto), se non quello di andare avanti nella propria esistenza senza un vero perché. Fa un po' spavento vedere bambini alle prese con problemi di carriera...

I tesserati di Pordenone

Realtà romanzesca a Pordenone, nell'Italia delle corporazioni che non si rassegnano a un futuro in cui sarà più difficile (purtroppo non impossibile, visto che da noi la riprovazione sociale per questa pratica è minima) raccomandare i figli. In pratica, come abbiamo letto sul Fatto Quotidiano a firma di Eleonora Bianchini, l'ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia ha denunciato Pnbox, una web tv di Pordenone. Il motivo fa sorridere: esercizio abusivo della professione giornalistica.

Velocità dell'informazione

Life in the fast lane, ma gli Eagles purtroppo non c'entrano. In molte città italiane ci sono limitazioni al traffico nelle zone centrali: districarsi fra divieti, corsie preferenziali, ticket e orari è difficile, ma con un po' di impegno (basta leggere i vituperati giornali) ce la possiamo fare tutti. Inutile dire che nel Sud del mondo, tanto amato dai cantanti e dai poeti, la furbizia non è una vergogna ma un valore. Non come da quei tristi calvinisti, poco flessibili e senza il nostro sole. E così è accaduto a Milano che il pass per le corsie preferenziali (quelle, per intenderci, dove potrebbero in teoria circolare solo taxi, mezzi pubblici e mezzi di pubblica utilità) non sia più uno status symbol per furbi, per la mitica e non adeguatamente definita 'casta', ma è ormai a disposizione di cani e porci.

Vecchi microservi

di Stefano Olivari
In giro a quest'ora? Non ha niente di meglio da fare? Le classiche domande che ci facciamo quando vediamo qualcuno per la strada alle undici del mattino, quando legittimamente gli interrogativi potrebbero essere ribaltati su chi osserva. In realtà la vera domanda, che non abbiamo il coraggio di fare nemmeno a noi stessi, è la seguente: come fa a non essere in questo momento collegato al web e quindi al mondo? Magari in questo momento stanno accadendo cose importantissime e lui/lei è lì davanti a quella stupida vetrina a perdere tempo... I dati, come spesso accade, ci danno torto, perché secondo l'ultimo report di Audiweb (relativo a febbraio 2012) nientemeno che 39 milioni e 440 mila italiani risultano collegati al web attraverso computer.

Nessuno ci può giudicare

di Stefano Olivari
Il giornalista professionista può scrivere impunemente cazzate, il resto del mondo no. Buono a sapersi, visto che siamo assediati da cialtroni con l'avvocato pagato dall'oggetto dei nostri articoli (querele sempre archiviate su richiesta dei pm, ma i giorni persi non ce li restituisce nessuno) e troppo tempo libero. Sarà che sono tutti imprenditori, con orari flessibili... Traducendola in italiano è davvero notevole la morale della recente sentenza del Tar de Lazio, che ha confermato la multa di 100mila euro per l'autore di un articolo (Gianfilippo Bonanno) sulla vendita della Roma da parte dei Sensi al gruppo Fioranelli-Flick. Parliamo del giugno 2009 e di un sito web (www.forza-roma.net). Era l'epoca in cui molti giornali scrivevano dell'interesse delle cordate più fantasiose per la partecipazione di Italpetroli (cioè dei Sensi) nella Roma, provocando forti movimenti del titolo in Borsa.

Basta dire social

di Stefano Olivari
Google è ormai di fatto il motore unico di ricerca del mondo, con buona pace di Yahoo, Baidu, Bing (il più amato dai professionisti del product placement, che ai tempi gloriosi del J&B in ogni film italiano si chiamava marchetta) e di altri minori, con quasi l'85% delle ricerche effettuate in tutto il pianeta. Però viene percepito come 'vecchio', per motivi che francamente ci sfuggono, dai cosiddetti investitori e dagli stessi dirigenti di Google. Che non a caso hanno puntato moltissimo su Google+, il social network lanciato 9 mesi fa e adesso arrivato a 100 milioni di utenti dopo una serie di ritocchi del prodotto rispetto alla versione iniziale.

Nascita di un tifoso

di Stefano Olivari
Le grandi domande di Voyager, insieme a quella sulla rotta dei Templari partiti dal porto di La Rochelle per scampare alla persecuzione: perché siamo tifosi di una squadra invece che di un'altra? Domanda sorta leggendo, come sempre avidamente, un muro del calcio che presto, rullo di tamburi, avrà i commenti più recenti in alto evitando di farci smadonnare ogni volta. Ci riferiamo alla discussione a margine di quella, davvero lisergica, sulla redingote (qui nel Bronx l'abbiamo sempre chiamata soprabito). Insomma, perché tifiamo Inter invece di Juventus, Milan o Cavese? Di seguito il nostro schemino, senza la pretesa di fare la Nielsen dei poveri.

Maniacalità di Tex

di Stefano Olivari
Rispondendo alla curiosità di molti, anzi di pochi, facciamo un po' di chiarezza su uno degli argomenti su cui siamo più preparati. Vale a dire Tex, il fumetto più amato dagli italiani di una certa età e di un certo sesso (mai vista una donna leggerlo, a meno che l'alternativa fossero le Pagine Gialle). Il primo Tex nasce nel 1948, per opera delle due firme storiche: Gianluigi Bonelli (il padre dell'editore Sergio, recentemente scomparso) ai testi a Aurelio 'Galep' Galleppini ai disegni. Il prezzo del numero 1, 'Il Totem misterioso' nel mitico e all'epoca molto diffuso formato a striscia, è di 15 lire, con uscita settimanale. Si va avanti così fino al 1952, quando in un formato ad albo vengono ristampate con cadenza quindicinale le strisce già editate a partire dal 1948, con prezzo variabile (da 30 a 50 lire). Nel 1954 inizia un altro giro di ristampe, in un formato 'Gigante' molto simile a quello della serie originale attuale: in totale 29 albi.

Novità al brucio dal cremasco

di Stefano Olivari
Sabato scorso abbiamo sfogliato una copia di Albo Blitz con in copertina Isabel Russinova. Non eravamo quindicenni degli anni Ottanta in un bagno degli anni Ottanta, anche se è una situazione che onestamente  a suo tempo abbiamo vissuto, ma bolsi collezionisti di inutilità che si aggiravano per i corridoi di Cartoomics, lo splendido salone del fumetto e del collezionismo che è giunto alla diciannovesima edizione e che grazie alla scomparsa del futuro avrà di sicuro una lunga vita. Ragazzi ed ex ragazzi di tutte le età, con leggera (meno di quanto si potrebbe pensare, quindi) prevalenza maschile ed in comune la voglia di dedicare tempo alla propria fantasia senza l'ansia di fare qualcosa che possa in prospettiva essere utile.

Natale da Pizza Hut

di Stefano Olivari
Racconto di Natale, che potrebbe essere sponsorizzato da Pizza Hut se la strepitosa catena texana fondata nel Kansas avesse locali anche in Italia. Di questo tipo di pizza siamo devoti, rispettando ovviamente anche la concorrenza: da Domino's a un Papa John's geniale nel marketing visto che ragiona in termini di Super Bowl già dalle pubblicità di agosto. Ma dicevamo del Natale. Lo scorso 25 dicembre è servito a cacciare molta della negatività e del vittimismo che si stavano impadronendo della nostra vita, grazie a un quasi perfect day al quale è mancata solo la colonna sonora di Lou Reed. Va detto che secondo molti reedologi, con cui si possono avere discussioni degne di Calciopoli (ma vale anche per i fan di Zucchero o dei Tipinifini), il fondatore dei Velvet Underground aveva dedicato la canzone all'eroina, nel senso proprio della droga, ma siccome ogni canzone è di chi la ascolta (basti pensare all'uso demenziale che si fa di We Are The Champions in molti paesi, come se fosse un tronfio inno di vittoria) la interpretiamo liberamente  al suo primo e banale livello di lettura. Ma non divaghiamo.

Pop 84

di Stefano Olivari
Ultimo post del 2011, prima di una settimana di profonda riflessione fra inizio della NBA e varie altre cose importanti come la lettura del sicuro, nel senso che Robert Harris non ha mai tradito, L'indice della paura, ma soprattutto del geniale Player One di Ernest Cline: dopo i primi tre capitoli abbiamo deciso di metterlo via e di riprenderlo in un periodo che ci consentisse una lettura religiosa per cogliere ogni riferimento ai troppi videogiochi d'epoca di cui conosciamo ogni schermo (Dungeons & Dragons, per dirne uno).

La periferia dentro

di Stefano Olivari
E' finalmente uscito Il teppista, il libro di Giorgio Specchia prodotto da Indiscreto. Un attacco veramente sciatto per un'opera straordinaria, che ci recensiamo da soli senza mendicare il favore dall'amico dell'amico. Ringrazieremo i giornali che scriveranno di noi, nessun problema con chi ci ignorerà: non è un complotto contro Indiscreto o contro Specchia, il problema è che escono troppi libri e quasi tutti del temibile 'collega' al quale non si può dire di no.

Umberto Eco chi?

Articoletto autocelebrativo, sborone e spocchioso, perché la classe non è acqua (per noi devoti di Sharon Zampetti e Chicco Lazzaretti è One O One) ma soprattutto perché abbiamo scoperto che scrivere in un libro che molti giornalisti sono in malafede poi ti espone al rischio di non avere recensioni sulle testate in cui questi giornalisti lavorano. In un mondo ridicolo e con pochi interessi come il calcio, figurarsi nell'economia o in altri settori pesanti...

Il mito di Draghi e Baggio

di Stefano Olivari
Mario Draghi è un po' come Roberto Baggio: della gente che parla poco si pensa sempre che abbia in realtà molto da dire e da dare, con il silenzio e la riservatezza che diventano sinonimo di profondità di pensiero.

I diversi prodotti del '68

di Stefano Olivari
L'unidirezionalità di una volta, Twitter live, la fine dei Borgia, il peggior back-to-back di sempre, la simpatica primavera, l'inno di Buffon, la generazione di Steve Jobs, il nuovo giornalismo d'inchiesta e i passi avanti dell'Arabia Saudita.