di Marco Liguori
Una sentenza del Consiglio di Stato spiega come Claudio Lotito abbia creato un danno di oltre dieci milioni di euro ai piccoli azionisti della Lazio. La vicenda Pandev non c'entra...
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Il paradiso dei Ciuccariello
di Marco LiguoriChi è Raffaele Ciuccariello che aspira all’acquisto del Torino da Urbano Cairo? Qual è la storia dell’imprenditore nato 68 anni fa a Lucera? “Il pallone in confusione” ha cercato di ricostruirla attraverso le visure della Camera di Commercio. Presso gli archivi camerali sono presenti quattro aziende in cui è presente il suo nome: una ditta individuale, due società in nome collettivo e una società a responsabilità limitata di recente costituzione. Sono stati richiesti anche i loro bilanci: ma l’ente camerale risponde che finora non risulta alcun deposito. Non c’è quindi alcun documento contabile disponibile: non si può quindi verificare lo stato economico-finanziario passato e presente delle sue società. In principio Ciuccariello aveva un’impresa individuale, denominata con il proprio nome e cognome, impegnata nell’autotrasporto di merci su strada con sede a Torino. E’ stata costituita il 19 febbraio 2006 e cancellata dalla Camcom il 24 gennaio 2001, in seguito alla sua cessazione avvenuta nel dicembre 2000. Il 1° luglio 2003 l’aspirante acquirente della società granata costituisce una società in nome collettivo: “Il paradiso dei regnanti snc di Di Munno Rosa & c.”. Ciuccariello ne risulta socio amministratore assieme a Rosa Di Munno: ciascuno di essi aveva conferito alla società una somma di 250 euro, per un patrimonio complessivo di 500 euro. Le visure riportano un oggetto sociale abbastanza composito: dalla produzione e vendita al minuto e all’ingrosso di pizza da asporto, alla «somministrazione di cibi alimenti e bevande» fino a compiere «qualsiasi operazione mobiliare e immobiliare» e «l’assunzione di mutui passivi con la concessione delle richieste garanzie anche reali e la prestazione di garanzie reali e personali». Pochi giorni dopo la sua costituzione, il 3 luglio, la società acquista dalla “Regnanti snc di Sorintano Pasquale e Ciuccariello Norbert”, dove è impegnato un figlio di Ciuccariello, un ramo d’azienda: quest’ultimo il 20 ottobre 2005 il percorso inverso.Il 24 ottobre 2003 Ciuccariello dà vita alla “Il paradiso dei regnanti 2 snc di Ciuccariello Raffaele e Sorintano Pasquale” con sede ancora a Torino. Capitale sociale sempre i soliti 500 euro (250 per socio): oggetto sociale gemello con quello della precedente snc. Anche in questo caso la società effettua un’acquisizione di ramo d’azienda a pochi giorni dalla sua costituzione. Visure alla mano, il 29 ottobre 2003 lo compra da “Il merendone di Amitrano Silvana & C.snc”: il 5 dicembre 2003 il ramo aziendale ritorna al suo precedente padrone.Nel frattempo “Il paradiso dei regnanti snc di Di Munno Rosa & c.”, “Regnanti snc di Sorintano Pasquale e Ciuccariello Norbert” sono state dichiarate fallite dal tribunale di Torino. Le visure camerali riportano che per la prima snc i giudici hanno emesso la sentenza il 27 aprile 2006: inoltre hanno sancito il fallimento «in proprio di Di Munno Rosa e Ciuccariello Raffaele». Lo stesso tribunale ha dichiarato chiuso il fallimento il 6 novembre 2006 «per l’ipotesi n.4 dell’art. 118 L.F.», ossia quando non può essere proseguita la procedura per insufficienza di attivo. L’11 ottobre 2004 è stata dichiarata fallita la “Regnanti snc di Sorintano Pasquale e Ciuccariello Norbert” assieme ai due soci. I magistrati del capoluogo piemontese hanno decretato il 26 ottobre 2004 la chiusura della procedura fallimentare della società «per l’ipotesi di cui al n.3 dell’articolo 118 L.F.» cioè «quando è compiuta la ripartizione finale dell’attivo». Inoltre, è stata stabilita anche la conclusione del fallimento del socio del figlio di Cuccariello, Pasquale Sorintano: anche in questo caso perché «non possa essere utilmente continuata la procedura per insufficienza di attivo». Infine, il 29 gennaio scorso è stata fondata la Royal srl, sede sempre a Torino e un capitale sociale di 10mila euro. Ne sono soci: Norbert Ciuccariello (50%), il papà Raffaele (25%) e Carlo Saccomando (25%) che ne è amministratore unico. L’oggetto sociale è molto vasto: dalla costruzione e demolizione di immobili di qualsiasi genere, alla conduzione di strutture turistico-alberghiere, edizione e distribuzione di libri, riviste e giornali, fino alla costituzione di scuole per modelle. Le visure riportano che la società «potrà svolgere tutte le operazioni immobiliari, commerciali, bancarie e finanziarie che si rendessero necessarie e opportune per il conseguimento dello scopo sociale». Tra queste c’è anche l’acquisto del Torino? Il mistero è più fitto che mai.
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Bettega da mille euro

Mille euro. A tanto ammonta la somma pagata dal Siena alla Juventus per acquistare a titolo definitivo Alessandro Bettega, centrocampista classe 1987 di belle speranze e rampollo dell’indimenticato attaccante Roberto. La notizia è contenuta nella relazione sulla gestione del bilancio chiuso al 30 giugno 2008 della società toscana. Qualche tifoso resterà perplesso: ma com’è possibile? Il figlio del grande “Bobby gol”, vicepresidente con poteri esecutivi assieme a Luciano Moggi e ad Antonio Giraudo nell’era d’oro della società bianconera, è stato ceduto a un prezzo minimo dalla squadra a cui il padre ha dato tanto. Forse la gratitudine nel mondo del calcio non esiste, almeno in questo caso: ad Alessandro essere “figlio d’arte” è servito a poco. Eppure il sito http://www.calciatori.com/ lo descrive come un giocatore duttile: un centrocampista adattabile sia a destra che a sinistra, alto 184 centimetri. Ricostruiamo la carriera di Bettega jr. Stando ancora a Calciatori.com, prima di finire al Siena ha militato nel 2006/07 nella primavera della Juve, quando la prima squadra era in serie B. Secondo http://www.tuttomercatoweb.com/ la cessione dalla società di Casa Agnelli al Siena è avvenuta il 24 luglio 2007, a poche settimane dall’addio del padre alla società di corso Galileo Ferraris. Ma nella stagione 2007/08 non indosserà neppure maglia della società toscana, che lo girerà in prestito al Monza in serie C1: qui disputerà 15 gare, segnando tre gol. In un’intervista a Tuttomercatoweb, Alessandro affermava: «Non escludo un ritorno al Siena». E invece il 17 luglio scorso la società toscana lo ha spedito a Ravenna, in Prima divisione (l’ex C1), con la formula del prestito con diritto di riscatto a favore del club romagnolo e di controriscatto per quello toscano. Chissà mai se riuscirà a giocare nel massimo campionato.
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Shevchenko deve sfilare a Milano

Benvenuti nel grande atelier di moda Milan, dove troverete tutte le collezioni che desiderate! Con l’arrivo di David Beckham, il calciatore più amato dagli sponsor (tanto per citare lo slogan di una nota pubblicità di qualche anno fa), aumenta la pattuglia degli “uomini da sfilata” rossoneri. Una tendenza, quella del rapporto tra divi del pallone e pubblicità, iniziata qualche anno fa con l’utilizzo di giocatori della Juventus, a cominciare dall’ossessiva presenza televisiva di Del Piero l’”uomo dei passeri”. «E’ lo show business, bellezza!» affermano (giustamente) tanti addetti ai lavori: appendice nata dalla sciagurata legge Veltroni del 1996, voluta fortemente da Milan e Juventus, che inaugurò l’era del calcio a scopo di lucro. Dunque, finché la barca va, lasciala andare. Fino a quando ci saranno società che pagano lauti stipendi ai giocatori e che consentono loro di partecipare come modelli nei “consigli per gli acquisti” (per dirla con Maurizio Costanzo) il ragionamento fila e “tutto va ben, madama la marchesa”. Se tutto ciò potrà reggere all’infinito è opinabile: ma tralasciamo pure questo aspetto. Ce n’è però un altro, che sfugge alla gran parte dei commentatori e del pubblico: lo spettacolo calcistico sta diventando sempre più un aspetto accessorio rispetto a quello pubblicitario. Detto in parole ancora più semplici: gli aspetti tecnici e le stesse partite di pallone stanno perdendo sempre più importanza nei confronti della promozione dei prodotti degli sponsor. Con buona pace dei tifosi, che si vedranno offrire uno spettacolo qualitativamente mediocre: dovranno rassegnarsi al fatto che le loro squadre del cuore vinceranno sempre meno. Nella logica dello “show business” (leggi come “far soldi con gli spettacoli”) l’importante è apparire e partecipare alle competizioni, soprattutto internazionali: vincere coppe e trofei è ormai un fatto secondario. E’ la logica che ha portato Beckham alla società della galassia Fininvest: con il prestito concesso dal Los Angeles Galaxy è stato coperto il periodo di inattività fino a marzo del giocatore inglese, dovuto alla pausa del campionato americano, che è sicuramente sgradito ai suoi sponsor. Egli deve quindi giocare per apparire e rappresentare i marchi delle aziende che lo sovvenzionano: poco importa se le sue prestazioni in campo siano esaltanti oppure mediocri. Meglio ancora se l’operazione non comporta esborso di denaro: infatti, il Milan non spenderà un centesimo.In base a questa logica degli affari nello sport, occorre che le squadre possano infoltire le loro rose di campioni. Tuttavia, si badi bene, non contano i fattori tecnici e l’effettiva utilità di un calciatore in un reparto di gioco: basta avere nomi di sicuro richiamo, come in una compagnia teatrale. Insomma le compagini calcistiche assomiglieranno sempre più agli Harlem Globetrotters (i “teatranti” campioni americani del basket) che ingloberanno stelle, magari anche sul viale del tramonto, ma che consentiranno di vendere magliette e altri prodotti con i marchi societari (il cosiddetto “merchandising”, anglicismo terribile) e incassare soldi dagli sponsor (la parola è latina). Tutto ciò potrà permetterselo solo chi ha un potere politico-economico alle spalle. In Italia sono tre le società che lo detengono: Milan, Inter e Juventus. Le altre come al solito staranno a guardare, cercando di sopravvivere alla meno peggio: naturalmente fatte salve alcune eccezioni per quelle che riescono a rendere in attivo il conto annuale ricavi/costi.Proprio il Milan ha inaugurato questa nuova strategia. La società del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è diventata nuovamente un caposcuola, dopo aver fatto lievitare all’inizio degli anni ’90 i prezzi dei trasferimenti dei giocatori e i loro ingaggi. E dopo aver contribuito, assieme alla Juventus di Antonio Giraudo, a trasformare il campionato in un grande circo televisivo, declassando gli stadi, non tenendo conto della loro primaria importanza per lo spettacolo dell'italica pedata, e trascurando i tifosi che vi si recano. Adesso la squadra si sta trasformando in un grande atelier: lo conferma l’arrivo di Beckham, arrivato fresco fresco con il suo castello di sponsor. Curiosamente, il calciatore inglese ha un elemento aziendale in comune con il fuoriclasse brasiliano Kakà e con l’attaccante Andriy Shevchenko: Giorgio Armani. I primi due sono “testimonial” (in italiano si dice “protagonisti”) delle sue campagne promozionali, mentre l’ucraino ha aperto un negozio Armani a Kiev, capitale del suo paese. Insomma, pallone e pubblicità sempre più intrecciati tra loro: ma ormai sembra che la seconda stia prendendo sempre più il sopravvento sul primo. Anzi, si potrebbe pensare che il ritorno di Shevchenko possa essere stato dettato dalle ineluttabili leggi non scritte dall’universo degli affari. Sarebbe molto interessante sapere cosa ne pensano i tifosi della nuova strategia della dirigenza rossonera, che stanno trasformando la loro squadra in un “carosello” pubblicitario. Probabilmente essi preferirebbero l’acquisto una serie di calciatori necessari per migliorare le prestazioni della squadra e renderla maggiormente competitiva. Magari qualche giovane difensore di buon livello: in fin dei conti la Fininvest può tranquillamente permettersi il lusso di ripianare le perdite a fine esercizio. E a proposito di Shevchenko alla luce del suo impegno come “testimonial” si può affermare che la notizia riportata dal quotidiano napoletano “Roma”, riguardante un suo possibile scambio con il centrocampista del Napoli Blasi per rimpiazzare l’infortunato Gattuso, sia di difficile realizzazione. L’attaccante ucraino, rientrato l’estate scorsa dal Chelsea a Milanello dopo aver rimpolpato nel 2006 le casse rossonere con una plusvalenza di 42 milioni di euro, ha in essere una serie di contratti pubblicitari, tra cui la presenza in una campagna pubblicitaria della linea di abiti in pelle di una nota marca di abbigliamento sportivo americana, che sta letteralmente inondando Milano con una serie di manifesti (soprattutto in metropolitana). E’ difficile quindi che Shevchenko lasci il Milan per andare a Napoli: la pubblicità viene prima di tutto.
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Dormire in Brand

Chi è il misterioso direttore di Inter Brand che percepisce uno stipendio lordo di oltre 223mila euro annui? La cifra è riportata nel bilancio al 30 giugno scorso, chiuso con un attivo di 95mila euro e depositato in Camera di commercio, della società che custodisce i marchi della squadra nerazzurra. Non è dato sapere il suo nome, visto che la società presieduta da AngeloMario Moratti, rampollo del presidente dell’Inter Massimo e consigliere di amministrazione di Internazionale spa, non lo ha reso noto nel documento contabile: neppure nelle visure c’è traccia. Egli percepisce mensilmente uno stipendio pari a 18623 euro: a ciò bisogna aggiungere 61mila euro in oneri sociali e circa 12mila per il tfr. In totale oltre 296mila euro. Qualche notizia sul suo rapporto di lavoro è contenuta nella relazione sulla gestione. In essa si spiega che «l’attuale organizzazione operativa della società è costituita da un direttore e da due addetti commerciali con contratti a tempo indeterminato». Riguardo alle attività, la relazione prosegue affermando che essi svolgono «quelle di licencing, di merchandising, di organizzazione di scuole calcio e di operazioni attraverso internet, ecc. ecc...». I due addetti hanno percepito complessivamente nel 2007/2008 82mila euro lordi: circa 41mila a testa, ossia 3400 euro mensili. A ciò vanno aggiunti 23mila euro per complessivi oneri sociali e altri 5700 euro per il tfr e 110 euro in altri costi. Costo azienda complessivo: 111mila euro. Se si sommano tutti le cifre sborsate per i tre dipendenti, Inter Brand ha speso 407mila euro. Costi comunque coperti, così come quelli complessivi di 11,6 milioni, dai 19,3 milioni di ricavi. A proposito di compensi, il documento contabile specifica che non sono stati destinati emolumenti ai componenti del consiglio di amministrazione. Sempre riguardo al personale dipendente, alla voce “altri debiti” dello stato patrimoniale al 30 giugno scorso la società doveva una somma di 63mila euro verso di essi. A ciò bisogna aggiungere circa 23mila euro «per ferie e permessi non goduti maturate e non godute». Inoltre, Inter Brand ha evidenziato 40.600 euro in «debiti v/ collaboratori a progetto». Riguardo a questi ultimi, sono stati inseriti una serie di somme tra i costi: la nota integrativa le indica come sei tipi diverse di consulenze che «si riferiscono prevalentemente ai compensi a lavoratori autonomi occasionali e collaboratori a progetto». L’ammontare totale di esse è di poco più di un milione pari al 63% delle spese per «costi di prestazioni di servizi». Le più rilevanti sono quelle “varie” per 284mila euro, dove dovrebbero essere incluse le somme per le consulenze per il progetto del nuovo stadio, quelle per il centenario nerazzurro pari a 262mila euro, e quelle per le scuole calcio estive per 199mila euro. Nell’ultimo bilancio, Inter Brand non ha fornito ulteriori e più dettagliate notizie riguardo al nuovo stadio. Nel 2006/07, come riportato dal quotidiano Liberomercato il 23 febbraio scorso, era stato dato l’incarico di 36 mesi a «un professionista per lo sviluppo di un progetto che verifichi la possibilità di costruire un nuovo stadio». Sempre riguardo alle consulenze, alla voce “ratei e risconti” è stata registrata una somma di 127mila euro per la realizzazione del marchio e degli eventi per il centenario dell’Inter. Stando al precedente bilancio di Inter Brand, tale iniziativa fu affidata alla Oliviero Toscani Progetto La Sterpaia, società dell’omonimo celebre fotografo. Nella relazione sulla gestione si cita un’altra personalità della cultura, Gabriele Salvatores: la Red House Produzioni, che il regista possiede pariteticamente al 25% assieme a una delle figlie del presidente Massimo Moratti, Maria Carlotta, e due altri azionisti, ha ottenuto 300mila euro. Questa cifra costituisce il «saldo della somma omnicomprensiva complessiva di euro 400.000 per l’incarico» concesso alla società di produzione cinematografica, «per la realizzazione di un documentario avente a oggetto l’attività sociale e di promozione del gioco del calcio svolta nel mondo tramite il programma Intercampus Estero». Il bilancio di Inter Brand mostra un rapporto molto ben consolidato con il gruppo editoriale Rcs. Tra i 122 milioni di risconti passivi, ossia anticipo ricavi futuri (in gran parte canoni per licenza d’uso del marchio Inter verso la controllante), è indicata una cifra complessiva di 777mila euro incassata da “altri licenziatari”. La quota a medio/lungo termine di quest’ultima, pari oltre 438mila euro, «si riferisce principalmente a tre contratti di licenza del marchio – si legge nella nota integrativa – per la produzione e la commercializzazione di Dvd, medaglie dorate celebrative dell’Inter e dell’opera multimediale “La grande storia dell’Inter”, stipulati con la società Rcs Quotidiani spa, con scadenza rispettivamente il 30 aprile 2012, il 19 aprile 2012 e 18 settembre 2010».
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Anche il bilancio in rosso è colpa di Mancini

Se l’Inter ha perso 148,3 milioni nel bilancio 2007/08, ciò è dovuto anche alle spettanze dovute a Roberto Mancini e ai suoi collaboratori. La spiegazione è fornita dal presidente nerazzurro e azionista di maggioranza (tramite Internazionale Holding) Massimo Moratti nel verbale dell’assemblea del 3 novembre scorso che ha approvato i conti della passata stagione e ha ripianato il passivo, che si è ridotto di 58,6 milioni rispetto ai 206,8 milioni del 2006/07. I soci, considerato che il capitale sociale è diminuito di oltre un terzo in conseguenza di perdite, hanno svolto una «riduzione del capitale sociale ad euro 7.203.759» e una ricapitalizzazione per «massimi euro 86.565.557». Il numero uno nerazzurro, riconfermato nella stessa assise sociale, afferma nel documento che «l’importante perdita al 30 giugno 2008 (euro 148.000.000 circa) è dovuta in via principale» a quattro motivazioni. Riguardo all’ex tecnico specifica che è stato effettuato un «accantonamento degli stipendi per la stagione 2008/2009 e del suo staff». La cifra riguardante questa posta prudenziale è pari a 10,2 milioni (in vecchie lire, circa 20 miliardi) ed è indicata nel fondo rischi e nei costi della produzione per «oneri futuri relativi a personale tecnico esonerato prima dell’inizio della nuova stagione sportiva». Ciò vuol dire che la società di via Durini corrisponderà regolarmente lo stipendio per la stagione attuale al “Mancio” e a tutti i suoi collaboratori. Inoltre, potrebbe significare che, allo stato attuale, non esistono controversie legali tra l’Inter e il predecessore di Josè Mourinho, almeno per quanto riguarda le spettanze fino al 30 giugno 2009. Riguardo alla vicenda dell’esonero, il vicepresidente Rinaldo Ghelfi la illustra nella relazione sulla gestione, avvenuta «alla fine del mese di maggio, al termine quindi della stagione sportiva appena conclusa». Dopo il ringraziamento a Mancini, nella relazione si legge che «tale esonero, effettuato prima del ritiro estivo per la preparazione della nuova stagione sportiva ha consentito di pianificare al meglio la scelta della nuova guida tecnica. Il tesseramento avvenuto nel mese di giugno del sig. Josè Mourinho, affermato professionista con un consistente palmares a livello internazionale, ha consentito la pianificazione per il completamento della rosa della prima squadra per il mantenimento della società a livelli altamente competitivi». Riguardo alla rosa dei calciatori, Moratti nel verbale di assemblea specifica che ha inciso per tre motivazioni sul risultato finale in rosso. Innanzitutto per l’«aumento dei costi onerosi della campagna trasferimenti, mantenutasi a livelli di prestigio». Il presidente ha sottolineato nel documento che i valori dei diritti alle prestazioni dei calciatori (comunemente ancora chiamati cartellini) «sono iscritti sulla base del loro costo storico, al netto delle quote di ammortamento effettuate annualmente». Moratti sottolinea che «il valore iscritto in bilancio, anche per i giocatori di grande pregio e prestigio, è frequentemente assai modesto e di molto inferiore alle quotazioni che il mercato esprime per i medesimi giocatori». Il valore storico è pari a 99 milioni: «una valutazione più aderente al valore di mercato corrente – si legge ancora nel verbale – riscontrata tramite offerte effettivamente ricevute ed analisi settoriali, fa ritenere il valore di mercato superiore di 3/4 volte il valore esposto in bilancio». Secondo questa affermazione di parte del presidente nerazzurro, il valore del parco giocatori dell’Inter ammonterebbe a 396 milioni.L’Inter non riesce a contenere i costi per il personale, che riguardano quasi completamente i tesserati, dovuti «all’inserimento nella prima squadra di importanti calciatori – recita il verbale di assemblea – all’adeguamento dei contratti di alcuni calciatori ed allo stanziamento dei premi relativi alla vittoria del campionato 2007/2008». Al 30 giugno scorso essi si sono incrementati del 12,06%, in valore assoluto circa 19 milioni, passando a 175,6 milioni: circa 130 milioni sono per giocatori (117,2 milioni nel 2006/07), quasi 12 milioni per allenatori e tecnici (12,5 milioni), mentre i premi per il rendimento sono lievitati dai precedenti 21,7 a 28,1 milioni. Il quarto e ultimo motivo del rosso di bilancio, riguarda l’«importo degli ammortamenti dei diritti alle prestazioni dei calciatori stanziati per complessivi euro 35.000.000». Ad ogni modo, Moratti ha intenzione sempre di supportare la squadra nerazzurra. Oltre alla nota integrativa, ciò è ribadito nella relazione della società di revisione Deloitte & Touche e in quella del collegio sindacale. In quest’ultima si legge che «successivamente al 30 giugno 2008, il socio di riferimento, per il tramite della controllante Internazionale Holding srl ha proceduto ad effettuare versamenti a titolo di capitale per complessivi euro 24,5 milioni (relativi all’aumento di capitale già deliberato dall’assemblea degli azionisti del 27 dicembre 2007), nonché un versamento di euro 20 milioni in conto copertura perdita. E’ inoltre previsto un ulteriore versamento di euro 24 milioni relativo al sopracitato aumento di capitale già deliberato, e già effettuato nel mese di ottobre 2008».
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
Creativi con i morti

Siete interessati al marketing sportivo, ma non sapete come approcciare alla materia? Siete dei superesperti e volete alcuni importanti consigli per ispirarvi? Bene, in libreria è arrivato il testo che fa per voi. Si chiama “Benchmarketing – Dieci idee creative dal pianeta sport business”, edita da L & V Editrice, l’ultima fatica letteraria di Marcel Vulpis, direttore dell’agenzia internet sporteconomy.it e noto esperto della materia. L’autore ha voluto intitolare il libro fondendo due parole magiche della lingua inglese, tanto care al mondo degli affari: benchmark e, appunto, marketing. La prima in italiano significa “metro di paragone”. Ed è quello che fa Vulpis, che ha usato dieci casi particolari del marketing sportivo usati appunto come riferimento per la materia. La metà delle idee trattate riguarda il calcio, ma creatività e innovazione sono presenti anche nella vela, rugby, motori (F.1) e tennis. Il mercato di riferimento è la Gran Bretagna, dove non solo in ambito sportivo, c'è, tradizionalmente, una forte attenzione al marketing e alle sue applicazioni. Riguardo al mondo del pallone, Vulpis comunque sottolinea un aspetto critico: in esso «si assiste a una marmellata di marchi, che potrebbe essere sostituita da un numero minore di loghi e da idee-marketing più innovative». Il primo caso esaminato nel volume, riguarda il matrimonio tra la British olympic association e la Financial Times Stock Exchange (la Borsa di Londra) come partner per le prossime tre edizioni dei Giochi (fino a Londra 2012). Ogni federazione olimpica inglese sarà legata a un'azienda britannica quotata sul listino londinese. A seguire, c’è la futura esperienza del Fuxia Challenge: una squadra di sole donne impegnate nella 34a edizione della Coppa America. Un attento esame viene svolto alla scelta della Honda, che concorre al mondiale di Formula 1, che svolto la scelta di utilizzare come sponsor solo aziende impegnate nel business dell’ecologia. Non poteva non mancare il più famoso club calcistico inglese, il Manchester United. I “Red devils” hanno creato quattro specifiche linee di abbigliamento che giocano sul nome (Mutd) e sulla data di fondazione del club (1902). A queste si affianca anche "4Life", dedicata al target dei più giovani, e una più retrò in perfetto stile Settanta. Andando a pochi chilometri a nord di Manchester, si giunge a Bolton. La squadra locale, il Bolton Wanderers che non gravita certo nei piani alti della Premie League, ha scelto di legarsi a un marchio internazionale come Reebok (da pochi mesi entrato nell'orbita del colosso Adidas), che sponsorizza non solo la maglia nel ruolo di "main partner", ma anche fornisce la divisa di gara e ha acquisito i naming rights dello stadio. Vulpis tratta anche del caso del Liverpool, che nel suo stadio ha scelto di coccolare i suoi tifosi più fedeli: essi potranno sedersi in un'apposita area vip che gioca sulla data di fondazione della società (1892). E da Liverpool l’autore si trasferisce a Londra, precisamente nello stadio dell’Arsenal: la Sony ha stretto un importante accordo con i gestori dell'Emirates Stadium nel settore tecnologico. Ma c’è anche un altro aspetto molto particolare del calcio-business: quello riguardante il “caro estinto”. L’autore tratta tre casi: la squadra tedesca della Bundesliga, l’Hamburg Sv, ha aperto un cimitero per i propri tifosi a pochi metri dai cancelli dello stadio, mentre il Boca Juniors (campionato argentino) ha creato una linea di bare giallo-blu e l'Everton F.c. (Premier league) organizza funerali ad hoc per i tifosi più fedeli. Il volume si conclude con l’analisi del mercato dei diritti di nome, meglio conosciuti dagli addetti ai lavori come naming rights, nel rugby, e la scelta della Indesit di puntare sulla pallavolo e sul tennis per la propria strategia di comunicazione aziendale.
Marco Liguori
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Pallone in confusione)
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