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Come non licenziare Tom Landry

di Roberto Gotta
A oltre due decenni dalla sua acquisizione dei Dallas Cowboys l'atteggiamento di Jerry Jones verso il mondo esterno è il medesimo dei primordi: fermami, se ne sei capace. Ne sono stati capaci in pochi, anche nei giorni in cui Jones si è fermato a riflettere lasciando che fuori dalla sua porta il tempo scorresse più rapido di quel che auspicava.

Football & Texas, presentazione al Super Bowl

Le presentazioni dei libri sono sempre cose un po' tristi, oltre che per pochi intimi. Per i pochi intimi possiamo farci poco, mentre cercheremo di agire sulla tristezza domani sabato 9 luglio 2011 a Parma. Quando alle 19, cioè un'ora e mezza prima dell'inizio del Super Bowl italiano fra Warriors Bologna e Panthers Parma, Roberto Gotta presenterà (un mese dopo l'uscita, ma è colpa dell'editore) il suo Football & Texas - Storie americane.

La strada di Rodgers

di Roberto Gotta
Bordo campo al Ray Nitschke Field, ovvero il campo all’aperto dove si allenano i Green Bay Packers in estate e in qualsiasi momento le condizioni del tempo lo permettano. E’ uno dei primi giorni di agosto del 2010, e Dallas, con il suo Super Bowl XLV, è lontana nel tempo e nello spazio. Mike Dressler, coach della Horace Mann High School di Fond du Lac, nel Wisconsin, si gira verso due suoi giovanissimi assistenti, studenti appena diplomati, e sussurra loro qualcosa con tono vistosamente ammirato. La curiosità, per una volta, prevale sulla solita paralizzante timidezza, e chiedo.

Texas & Football

di Roberto Gotta
Si fa presto a dire Texas. Colpa di media che vivono di luoghi comuni, un po’ per ignoranza e un po’ perché spesso ad essere ignorante è un pubblico che si accontenta di quel che gli viene propinato. E così vale anche per il Texas. Chiedi a un non americano – ma anche ad alcuni statunitensi – e ti senti descrivere un’entità geografica composta da un mosaico di stereotipi derivanti da film, telefilm, racconti e immagini manipolate.

Quelli che odiano i loafs

di Roberto Gotta
Buoni motivi per studiare football anche vicino a casa, grazie al clinic di Fidaf e Afc Italy: tre coach NFL come Dave Toub, Jon Hoke e Steve Mariucci...

Due righe che può scrivere chiunque

di Roberto Gotta
Con tante scuse a chi questi discorsi li sente ormai da più di 15 anni, mi ritrovo ora, al termine della trasferta probabilmente più esaltante e più faticosa delle 17 che ho fatto al Super Bowl dal 1988 ad oggi, a riprendere concetti di fine secolo scorso per approfondire quanto emerso nei giorni passati.

Il dramma e la gioia di Kerry Meier

di Roberto Gotta
Un contrasto che ha fatto davvero male, quasi da brividi, a prescindere da qualsiasi forma di retorica. Nove giorni fa moriva a soli 26 anni nell'Arkansas, durante un'escursione, Dylan Meier, l'ex quarterback dei Rhinos Milano, stimatissimo da tutti coloro i quali l'hanno conosciuto e incontrato.

Dove si onora la furbizia


La logica distorta e la propensione alla scorciatoia non regolamentare che hanno sempre contraddistinto la carriera e la vita di Diego Armando Maradona si sono confermate ieri, quando alla legittima affermazione («non ho perdonato quel gesto») di Terry Butcher, vice-allenatore della nazionale scozzese, in campo in quell'Argentina-Inghilterra del 1986 in cui Maradona segnò di mano in maniera volontaria, ha replicato ricordando che l'Inghilterra vinse i Mondiali 1966 con un gol fasullo. Certo, la palla non era entrata, quel giorno a Wembley, ed è evidente dalle riprese televisive. Ma lì l'errore fu del guardalinee e dell'arbitro, non si trattò del gesto disonesto e truffaldino di un calciatore inglese. C'è una bella differenza tra il vedersi assegnare un gol inesistente, senza avere mosso un dito, e segnare un gol disonesto, muovendo l'intera mano. Differenze che però richiedono una riflessione ed un'analisi logica, elementi che sfuggono sia all'ex calciatore e profondo pensatore politico (...) argentino sia ai suoi tantissimi adoratori a mezzo stampa, non uno dei quali ha sollevato perplessità per la risposta illogica alle considerazioni di Butcher. L'amore per l'illegalità e la furbizia, nella sua accezione peggiore, è del resto uno dei pilastri su cui si fonda l'Italia, perché mai sottilizzare?
Roberto Gotta
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Vecchio23)

Una grande Facenda

1. Una curiosità che non sappiamo quanto sia stata approfondita, a proposito del Super Bowl di due settimane fa, è il nome dello stadio in cui si è giocato. Nome - University of Phoenix Stadium - che è invariato da quando l'impianto è stato inaugurato, ma che nella circostanza ha attratto molti che si sono chiesti cosa diavolo sia la U of Phoenix, visto che quando si pensa all'Arizona ed a suoi college vengono più immediatamente facili i nomi di Arizona State, Arizona, Northern Arizona. E la University of Phoenix? Facile: è un'istituzione nata nel 1976 e dedita all'istruzione a livello universitario per studenti lavoratori, tanto che uno dei requisiti è che si lavori e si abbia accesso ad un ambiente lavorativo che permetta di applicare gli insegnamenti appresi nei campus - piccolissimi, in pratica singoli edifici sparsi in tutti gli USA - ed anche online, perché questa è una delle caratteristiche specifiche della U of P e di altre istituzioni simili, più piccole perché questa è la maggiore di tutti gli Stati Uniti, e pure certificata da una lunga serie di enti. Il che vuol dire che il titolo di studio è valido e riconosciuto. Non proprio come una nostra Cepu, dunque, che ha peculiarità diverse, ma lo spirito è quello. Ed hanno i soldi per dare il nome ad uno stadio.
2. Sempre a proposito di soldini, gli hotel della zona di Phoenix avevano alzato i prezzi per il Super Bowl, ma dal momento che c'è una sorta di controllo istituzionale per evitare che aumenti naturali diventino truffe (certo che i 500 dollari a notte per una stanza al motel Super 8 segnalati da un quotidiano...) è stato sul versante degli affitti temporanei di case, meno regolamentati, che si sono visti aumenti sproporzionati: 1000 dollari a notte per certi appartamenti, ad esempio, o pacchetti di 10-12.000 a settimana per villette. Ad offrire un letto ed un tetto a chi volesse qualcosa di meno costoso ci sono state le... suore di un monastero di Phoenix, quello della Signora di Guadalupe, tra l'altro molto bello, situato a circa cinque chilometri dallo University of Phoenix Stadium. Ospita tre sole suore, che per alleviare il costo di una recente ristrutturazione hanno deciso di affittare le sei stanze per ospiti, al prezzo di 250 dollari a stanza, facendo il tutto esaurito nonostante l'ovvio divieto di fumare e portare alcoolici in camera. Non sorprenderà che l'idea sia venuta alla suora più appassionata di football delle tre, Linda Campbell, che è pure abbonata agli Arizona Cardinals.
3. Anche sorella Campbell avrà sentito allora la Voce di Dio, ma non si tratta di una prerogativa delle persone di fede. Bastava infatti ascoltare l'audio originale dei filmati della NFL Films, diffusi in continuazione sull'NFL Network, il canale televisivo della Lega che in occasione del Super Bowl faceva parte del pacchetto offerto in tutti gli hotel di un certo livello della zona di Phoenix. Una voce potente ora, ma ancor più nelle produzioni anteriori al 1984. In quell'anno, infatti, Dio morì. Un concetto che in teologia stravolgerebbe un paio di millenni di insegnamenti, ma non vogliamo neppure sfiorare il sospetto di essere blasfemi, ed usciamo dalla metafora per rientrare in una realtà a noi più consona. Nel 1984 non morì l'Altissimo in senso lato, per fortuna, ma John Facenda. Il quale era nato nel 1912 e da giovanissimo aveva iniziato a lavorare per una radio chiamata WIP, passando nel 1952 alla rete televisiva di Philadelphia WCAU-Tv, della quale era diventato presto uno dei personaggi più popolari: non solo per la voce bassa, quasi baritonale. Un sera del 1964 Ed Sabol, il fondatore di una piccola società di riprese televisive che era poi stata acquistata dalla NFL e ribattezzata NFL Films, si trovava a Philadelphia per sottoporre ad appassionati ed addetti ai lavori un nuovo formato di trasmissione, ovvero quello che oggi chiameremmo highlights o sintesi di una giornata NFL, quando capitò in un locale "italiano", il San Marco, frequentato tra gli altri da personaggi del mondo televisivo locale. Qui, mentre era seduto a bere qualcosa, sentì qualcuno che elogiava le sue produzioni, in quel momento visibili in un televisore acceso nel bar: la voce laudatrice era quella di Facenda. che stava parlando di NFL Films ad un amico. Un anno dopo, grazie a quel contatto casuale, la prima produzione "moderna" di NFL Films, They call it pro football (Lo chiamano football pro), usciva con la voce narrante di Facenda: la voce profonda, solenne, maestosa, ieratica, epica che accompagnò per quasi vent'anni tutto quel che uscì dagli studi di NFL Films nel New Jersey, dove Facenda si recava una volta la settimana, senza dunque nemmeno spostarsi molto da Philly. Era la voce adatta a commentare uno sport che in molti momenti faceva comodo, alla NFL, dipingere come giocato da esseri più che umani. Un tono da brividi, che avvicinava ogni ricezione in tuffo, magari aiutata dalle splendide riprese, ad un'impresa da cavalieri antichi. E proprio per questo la successione di Facenda, del quale si diceva che avrebbe reso interessante anche l'elenco del telefono, se l'avesse letto ad alta voce, fu una questione da affrontare con attenzione, perché andava mantenuta la continuità solenne senza che il prodotto perdesse di originalità. Fu scelto un altro protagonista della scena radiotelevisiva, anzi solo radiofonica, di Philadelphia, curiosamente, nonché amico di Facenda (ahia): si tratta di Harry Kalas, che di primo lavoro fa il radiocronista dei Phillies di baseball, e da ottobre a marzo fa il narratore per NFL Films oltre che radiocronache di football, basket Big Five (le cinque grandi università locali) e Notre Dame. Una voce non meno maestosa di quella di Facenda: chi guarda NFL Gameday su Sky può provare ad ascoltarla con il secondo audio, oppure cercarla su YouTube.
4. A proposito di quel pozzo senza fondo, o miniera senza fondo, che è Youtube, tra l'altro utilissimo per chi voglia capire, guardandosi un video girato da uno spettatore in mezzo ad altri spettatori, il clima pazzesco di un Super Bowl. Devin Hester, ritornatore e ricevitore dei Chicago Bears, è un giocatore che dà i brividi, e non stiamo assolutamente usando una metafora, dato che ci vengono ancora le lacrime agli occhi pensando al ritorno del kickoff iniziale del Super Bowl XLI, direttamente in touchdown. Purtroppo per lui, i brividi Hester li dà anche in altri settori. Eccolo (http://it.youtube.com/watch?v=k0BspmOhYQ0) esibirsi in una orripilante versione di Take me out to the ball game, il sacro canto del settimo inning che al Wrigley Field di Chicago assume una particolare importanza per l'eredità lasciata da Harry Caray, il radio-telecronista di cui campeggia una statua all'ombra delle tribune. Ma - tanto per tirare in ballo uno dei modi di dire più razzisti e stupidi che ci siano - i neri non avevano la musica nel sangue?
5. Inizia il campionato italiano. Anzi, iniziano i campionati italiani, perché ce ne sono due. La NFLI continua ad organizzare il proprio, ma ora si è aggiunta la IFL, Italian Football League, nella quale sono confluite alcune squadre di prestigio, tra cui i Lions Bergamo. Argomento di cui ci occuperemo tra qualche tempo, per la complessità. Ci sia solo consentita una nota: se non fosse che le patetiche vicende della Lega Calcio e della Lega Basket dimostrano il contrario, la storia del football italiano si inserirebbe perfettamente nella tradizione di una formula empirica secondo la quale minore è la dimensione di uno sport e maggiore, in proporzione, è la dimensione dei casini che vi si scatenano. Forse perché le - come dire - opportunità a disposizione sono minori e su di esse, sulla loro gestione, si scatena il conflitto. Possiamo andare con la memoria agli anni Novanta, ai primi anni Novanta, e ricordare squallide situazioni a livello Federazione e Lega Football, che non per nulla per un certo periodo furono guidate rispettivamente da un politico in carriera e da un aspirante politico che poi si davvero candidò alle elezioni. Qualunquisticamente, o forse saggiamente, non abbiamo visto nulla cui si sia avvicinato un politico che non sia poi finito in vacca totale, e del resto non è che la medesima Lega Basket di rito veltroniano se la stia cavando molto bene. Ma un po' per par condicio, un po' perché ci disgusta solo parlarne, lasciamo stare politici e politica.
6. American Bowl si prende un po' di riposo. La rubrica in sé gode di salute ferrea (almeno speriamo, ma non sta a noi dirlo), l'autore pure, ma è stanco, semplicemente. Ci rivediamo appena possibile.

Roberto Gotta
http://vecchio23.blogspot.com

Troppo bello

1. Passata l'emozione? Il ritorno alla vita normale, lavorativa, familiare, ha l'effetto di annacquare i ricordi più belli, ma questa volta l'effetto Super Bowl sarà durato di più, in molti. Perché poche partite sono state così significative e belle: belle nel senso dell'incertezza, dell'equilibrio, della sensazione che ogni azione, anche le corse centrali da una yard al primo down e dieci che allo stadio suscitano meno di un brusio, conti qualcosa per la traccia psicologica e tattica che inciderà nella difesa avversaria. Ormai si sa tutto, anche per chi non è esperto di football: i New York Giants hanno battuto i New England Patriots 17-14, togliendo loro la possibilità di chiudere la stagione imbattuti, e compiendo al tempo stesso una grandiosa impresa. Una delle più belle, se vista dal punto di vista tattico e delle motivazioni, che una squadra abbia compiuto su una ribalta così importante. Per riassumere, vediamo alcune considerazioni sparse, ciascuna delle quali per la verità meriterebbe una rubrica a parte.
2. Tom Brady non ha giocato una partita al livello della sua bravura, o reputazione. Cause: possibili problemi alla caviglia, mai ammessi; mancanza di ritmo nei passaggi, ovvero di quella fiducia che nasce quando ne completi uno, due tre di fila. Nell'unica serie di azioni in cui ha trovato questo ritmo, Brady ha guidato i suoi per 80 yard al touchdown della possibile vittoria a 2'42" dalla fine; pressione estrema della difesa dei Giants, specialmente della linea.
3. La difesa, appunto: guidata con grande coraggio e lucidità da Steve Spagnuolo, che ha allenato anche nella World League in Europa e che ora potrebbe diventare head coach dei Washington Redskins, aveva come principale intento quello di mettere pressione a Brady proprio in mezzo (un esempio è stato il durissimo sack, atterramento, effettuato da Jay Halford nel finale), più che arrivando dai lati, per un motivo molto banale: come sarà capitato spesso di vedere, un quarterback che ha pressione "larga" dai lati, magari a 6-7 yard dalla linea di scrimmage, spesso non fa altro che un passo o due avanti, aiutandosi così anche dinamicamente, e lancia, mentre i difensori che hanno cercato di arrivargli addosso per linee esterne devono tagliare. Pressando direttamente in mezzo, il Qb deve uscire da uno dei due lati, se è svelto, altrimenti non ha scampo. Detta così sembra banale, ma quel che ha fatto la linea difensiva di New York, con l'aiuto di linebacker abili a coprire gli spazi e buttarsi dentro pure loro, e defensive back che con marcature ben fatte hanno impedito a Brady di poter lanciare subito, è stato memorabile, nonostante quel drive da 80 yard dei Patriots che forse in quel momento hanno trovato una difesa un po' stanca.
4. Eli Manning, un tipo che all'impatto risulta simpatico e riservato, ha giocato la partita migliore che potesse giocare, considerando la pressione che aveva: partendo subito con quattro primi down conquistati si è sciolto, e pure l'intercetto di Hobbs non gli è imputabile perché la palla è finita al cornerback dei Pats (battuto poi malamente da Plaxico Burress nel touchdown decisivo, era evidente che si aspettava che Burress tagliasse all'interno del campo e muovendosi per anticiparlo è rimasto sbilanciato) solo dopo avere sbattuto sul braccio impreparato di Stevie Smith, che per sua fortuna si è poi rifatto in seguito. Non compiendo errori clamorosi all'inizio, che avrebbero potuto dare ai Patriots l'opportunità di segnare punti presto e dunque far uscire i Giants dal tipo di partita che volevano, si è creato le premesse per quel gran drive finale, aiutato anche da una difesa non reattiva, specialmente nei linebacker, che non sono giovanissimi né particolarmente atletici.
5. La ricezione di David Tyree, 32 yard su lancio di Manning nel "drive" (serie di azioni di attacco della medesima squadra) che ha portato al touchdown decisivo è una delle più belle e difficili che si siano mai viste, considerando il momento (era terzo tentativo e cinque sulla linea delle 44 yard di New York): pallone alto, laterale, preso in pratica ad una mano con l'elmetto a tenerlo fermo dall'altro lato (e fuori dal campo visivo di Tyree, ormai) prima che durante la caduta a terra arrivasse l'altra mano a racchiuderlo, evitando che scivolasse o toccasse terra con possesso ancora non certo. Un gesto di atletismo, equilibrio, forza e concentrazione, che ha quasi fatto dimenticare come Manning avesse effettuato quel lancio, ovvero liberandosi da due tentativi di sack e lanciando dopo avere guardato solo per una frazione di secondo in direzione di Tyree.
6. Il trionfo dei Giants è il trionfo del football, se ci è permessa questa espressione. Attenzione: lo sarebbe stato anche una vittoria dei Patriots, che della migliore versione del football hanno dato dimostrazioni costanti, da settembre ad oggi. Quel che vogliamo dire è che l'aspetto di questo sport che ci ha sempre intrigato di più, ovvero quello tattico, ha avuto la sua sublimazione nella preparazione perfetta dei Giants in difesa, e nella bravura dell'attacco ad assecondare i cambiamenti avvenuti dopo che a metà dicembre Jeremy Shockey, il tight end, era finito ko senza speranza di tornare. Come Manning ha sottolineato, l'assenza di Shockey ha fatto sì che si modificassero alcuni schemi in attacco, distribuendo diversamente le responsabilità, e questo è ancora un altro modo di capire il football che non è forse immediato. Ci commuove e appassiona, forse anche per invidia, sapere che ci sono persone - gli allenatori - che trascorrono giornate intere ad analizzare filmati (ripresi legamente, e se ne parla tra poco) nella speranza di cogliere un gesto, una tendenza, un movimento che dia loro la chiave per superare la difesa o l'attacco avversario. Ai difensori alle prime armi, anche in Italia, dicono di guardare i piedi del running back inesperto, perché inconsciamente li volgerà anche di poco, prima che l'azione parta, nella direzione in cui sa di dover andare; nella NFL uno così non durerebbe dieci minuti, e il livello di analisi è infinitamente più complesso, quasi scientifico, esaltante. Tom Coughlin, il coach dei Giants che pareva un orco e quest'anno si è addolcito, e Spagnuolo, con tutti gli altri assistenti, hanno evidentemente capito dei Patriots qualcosa che prima non era evidente. Poi, per fortuna, non si fa tutto a tavolino: se Tyree non avesse preso la palla con il... casco, forse ora queste righe sarebbero dedicate alla stagione immacolata di New England.
7. Impossibile, presuntuoso persino, riassumere in queste righe cosa voglia dire un Super Bowl. L'atmosfera, frizzante senza mai essere tesa, nella settimana che precede la partita, è qualcosa di persino bizzarro perché a volte non si riesce a tenerla tutta sotto controllo. Ovunque ci si giri c'è qualcuno che indossa un capo di abbigliamento con il marchio della partita o di una delle due squadre, e il bello è che dopo qualche giorno l'assuefazione è tale che si notano più quelli privi di loghi che non quelli che li indossano, come magari avviene nelle prime ore, all'arrivo, quando tutto è nuovo ed esaltante. Il Super Bowl spunta da tutte le parti: le passerelle che uniscono gli aerei atterrati ai terminal, quelle insomma su cui si cammina una volta usciti dall'aereo (negli aeroporti USA è rarissimo che si usino i bus per trasportare all'aeromobile, in vent'anni di voli non ci ricordiamo un solo caso del genere), recano il logo temporaneo, così come ogni oggetto su cui sia possibile apporlo. E' una sorta di Second Life sportiva, se non fosse che è invece la prima e non è per nulla virtuale, ma tangibile ad ogni chiosco, ad ogni negozio, ad ogni trasmissione tv, senza neppure diffonderci in considerazioni sull'NFL Network, il canale televisivo che in realtà sarebbe dannoso nelle nostre case perché ci costringerebbe allo status di nullafacenti. L'osmosi progressiva tra evento e città che lo ospita è tale che regolarmente i quotidiani locali, pur facendo di tutto per occuparsi del Super Bowl su tutti i fronti, ospitano anche una sezione in cui NON venga neppure menzionata la partita: l'Arizona Republic aveva l'altro giorno un inserto dal nome INSTEAD, che come dice il nome ("invece") dava una lista di cose da fare e spettacoli da seguire per chi non volesse neppur sentire nominare il Super Bowl, e chi la pensa così va comunque rispettato perché si parla di americani cui semplicemente non piace questo sport. Perché non dobbiamo dimenticarci un aspetto, razionalmente: anche se ogni anno i giornali italiani premono il pulsante "stereotipo" scrivendo che l'America si ferma per il Super Bowl, bisogna ricordare ancora che la percentuale di case americane in cui il televisore è stato acceso sulla partita è stato del 43.2%, cioé meno della metà delle famiglie americane ha guardato la partita. Certo, la media è stata di 97.5 milioni di spettatori - record per un Super Bowl - con punte di 105, e delle tv accese il 65% era sintonizzato su Pats-Giants (81% a Boston, solo 67% a New York, ma lì ci sono anche i tifosi dei Jets...), ma secondo i nudi numeri la maggioranza degli americani in possesso di un televisore NON ha guardato il Super Bowl, ed è un dato che può colpire chi si immagina strade deserte in ogni dove, se non si considera appunto che ogni anno la partita è comunque sempre tra gli spettacoli televisivi più visti della storia (solo l'episodio finale del telefilm Mash, nel 1983, ha avuto più spettatori di un Super Bowl, 106 milioni). In più, trattandosi di una sorta di festa nazionale che porta all'aggregazione più che all'isolamento, il motivo per cui molti televisori sono spenti è che i loro proprietari si sono riuniti a vedere la partita a casa di amici, arrivando magari già per il pranzo (un classico di questi giorni è nei giornali l'inserto con le ricette per il giorno della partita), e dunque il numero di spettatori è più alto di quanto viene calcolato. Per tutto questo, per il clima, per la sportività ("sì, abbiamo perso, ma passerà, siamo lo stesso una grande squadra e la cosa più bella è che ci siamo divertiti un mondo a Phoenix" diceva sul pulmino per l'aeroporto ieri un tizio che indossava la maglia di Tedy Bruschi), per il colore, per i colori, per l'emozione di certi momenti in cui allungando le braccia in avanti sentiresti quasi di stringere tra le mani la tensione, sfioriamo il sacrilegio dicendo che un viaggio al Super Bowl dovrebbe pagarlo la mutua, prescrivendolo, al posto delle noiosissime terme, a chi soffre di eccessivo stress.
8. Inutile comunque fingere che non ci fosse un convitato di pietra, a Phoenix, dove del resto di rocce e deserto se ne intendono: il sospetto di spionaggio sui Patriots, sospetto a dire il vero concretizzatosi in realtà in settembre, con la multa di 500.000 dollari rifilata dalla NFL a coach Belichick perché un addetto della squadra aveva filmato le segnalazioni degli allenatori dei New York Jets - squadra, ahilei, battibile anche senza particolari grimaldelli. Come noto, la lega confiscò sei dvd e fu dopo averli analizzati che decretò la punizione per coach e squadra, ma alla vigilia della gara è venuto fuori un ex addetto video dei Pats che sostiene di essere in possesso di altri filmati compromettenti, uno dei quali con il cosiddetto walk-through dei St.Louis Rams prima del Super Bowl XXVI (gennaio 2002), ovvero il ripasso degli schemi "camminando". Potenzialmente un disastro, perché confermerebbe quel che molti ipotizzarono in settembre, cioé che la NFL avesse deciso di distruggere nastri ed appunti in quanto contenevano materiale che avrebbe messo in discussione la genuinità dei tre Super Bowl vinti dai Patriots. Le teorie del complotto sono spesso patetiche per l'uso selezionato delle prove che viene fatto per supportarle, e mai vorremmio giuliettochiesare ipotizzando insabbiamenti gravi e macchinazioni da Grande Vecchio, ma una cosa va fatta, ancor prima che detta: se c'è qualcosa di losco, la NFL può anche mantenere un viso pubblico imperturbabile, ma deve, assolutamente deve, stroncare nella culla qualsiasi persona o situazione che possa minare l'onestà del suo campionato. Come per la questione doping, su cui torneremo se ne avremo le forze e la lucidità, meglio soffrire un po', negli uomini e nelle circostanze, che macchiare una reputazione che la NFL, un carro armato dal punto degli appoggi, dei contatti e dell'influenza, ha costruito in decenni, e che l'hanno resa la lega professionistica più forte d'America.
9. La prossima settimana torneremo sul Super Bowl. Per motivi di digestione, un pezzo su Internet non può essere troppo lungo, ed allora teniamo per altri sette giorni una parte della montagna di curiosità, aneddoti, segnalazioni intercettate a Phoenix.
10. In chiusura, una pessima notizia: il campionato NFL riprenderà solo tra sette mesi. Coraggio.

Roberto Gotta
chacmool@iol.it
http://vecchio23.blogspot.com

Perfetti o sorprese

1. Mancano più o meno quattro giorni al Super Bowl, se si considera il giorno di pubblicazione di questa rubrica, e la lunga vigilia della partita si svolge su due piani completamente differenti, uno pubblico ed uno privato. Differenti, e contrastanti. E quello pubblico, che si manifesta in giornate come quella di martedì, il cosiddetto Media Day, è a sua volta diviso a metà. Facile spiegare perché: le due squadre si offrono alla stampa e alle televisioni, anche qui imperversanti, in appuntamenti fissi, con una disponibilità istituzionale - ovvero indipendente dalla volontà dei singoli giocatori - che non manca mai di impressionare, specialmente se paragonata alle procedure in vigore nel calcio, a tutti i livelli, in cui i media vengono visti come un fastidio maleodorante. Non che la NFL non ambisca, come tutte le grandi strutture, al controllo totale dell'informazione che la riguarda, ma certamente non si sforza molto per farlo vedere, visto che per un totale di tre ore, tra il martedì e il giovedì, tutti i giocatori, allenatori ed assistenti delle due squadre sono a disposizione di chiunque voglia parlare con loro, per qualsiasi motivo. Non solo conferenze stampa, che aprono le mattinate di mercoledì e giovedì, ma anche postazioni singole dove, con pazienza, superata la prima ondata di coloro i quali hanno fretta di spedire il pezzo o inviare il servizio, è possibile anche alla bambina accreditata come "student reporter" per una pubblicazione locale rivolgere una domanda senza che qualche trombone la mandi via o ricominci a "lavorarsi" il giocatore prendendolo sottobraccio. Questo è il volto pubblico delle squadre negli incontri con i media, a sua volta contraddistinto da ben diverse modalità tra il Media Day e gli appuntamenti del mercoledì e giovedì. Il Media Day, ne abbiamo già parlato, si svolge allo stadio, le due squadre si presentano vestite da gara e l'opportunità, specialmente per le televisioni, è unica, in quanto si tratta dell'ultima occasione in cui sia possibile ritrarre i giocatori vestiti da partita (anche se privi di imbottiture). E' il giorno in cui si girano scenette e interviste che per il valore cromatico dato dalle maglie da gioco possono andare bene anche per i giorni successivi.
2. Il guaio è che c'è chi se ne approfitta, e il Media Day diventa un carnevale anticipato (o posticipato, visto che come noto in USA ci si traveste ad Halloween). Va detto che a renderlo tale sono quasi sempre testate straniere: per quanto a molti possa sembrare strano, gli americani trattano giustamente il Super Bowl con notevole rispetto, e solo gli esponenti di media per loro natura alternativi - i canali musicali e quelli legati al mondo dello spettacolo, peraltro regolarmente accreditati e dunque tacitamente approvati nel loro comportamento dalla NFL - trovano angolazioni particolari di visuale del Media Day, ma per il resto sono gli stranieri a distinguersi per fescennini, forse perché in patria, tristemente, non sarebbero in grado di attirare un sufficiente numero di spettatori se parlassero solo di tecnica, tattica e temi sportivi. Anni fa persino i tedeschi, da cui non ci si aspetterebbe qualcosa di simile, portarono con sé una tizia vestita da pallone da football, che faceva domande a destra e a sinistra, mentre questa volta, ricevendo poi amplissimo spazio specialmente nei notiziari televisivi, una Tv messicana ha portato una ragazza vestita da sposa - mezza vestita, a dire il vero, perché la gonna terminava nemmeno a metà coscia - che andava in giro a chiedere a Brady, Manning ed altri giocatori di sposarla (giornalismo di altissima qualità, come si vede), un'altra con stivaloni, pantaloncini e canottiera gialla, e che cercava di fare passi di danza con alcuni giocatori (il Premio Pulitzer è in arrivo!), un'altra ancora era la Inès Sainz di Tv Azteca che fu notata anche ai Mondiali 2006 per l'abbigliamento non moderato, anche se qui pareva la più casta di tutte (aveva pure un pallone da calcio, che però un addetto NFL le ha confiscato); su un piano - anche estetico - completamente diverso, un tizio, Joel Bengoa, presentatosi come astrologo di Telemundo (Los Angeles, ma ovviamente tv rivolta agli ispanici) e vestito con turbante dorato e mantella nera con mezzelune altrettanto dorate, che si lamentava pure perché «sono qui ad intervistare la gente ma sono io ad essere intervistato», per chiudere con Charlie e Paco, ovvero due pupazzi, di quelli che si infilano nel braccio muovendo loro la bocca con le dita, presenti al Media Day come intervistatori.
3. E se alcuni giocatori, avendo compreso in pieno il significato giocherellone della giornata, non solo partecipano con entusiasmo, ma si danno pure da fare (Richard Seymour si è tolto la calza ed ha mostrato il piedone al compagno di squadra Ellis Hobbs, moltissimi giravano riprendendo le scene con le loro telecamerine, Plaxico Burress tra catenona d'oro e occhiali da sole pareva ad un'audizione per un ruolo da rapper), altri vivono situazioni come quelle con disagio celato da un sorriso stampato, o un'espressività limitata. Uno come Bill Belichick, ad esempio, il serioso coach di New England, era palesemente a disagio, e non solo perché jeans e sandali, il suo abbigliamento (ma la solita felpa con cappuccio dov'era?), contrastavano con tutto il resto, ma anche perché per tutti i sessanta minuti, pur sorridendo benevolmente e rispondendo ad ogni domanda, non ha quasi mai mosso la testa o cambiato espressione: tra le poche concessioni che ha fatto, l'ammissione che come spuntino ama tutto quello che ha del sale («certo - ha confermato Rodney Harrison, il safety - Non l'ho mai visto consumare un pasto vero, si caccia in bocca una manciata di patatine e torna a lavorare») e di non essere un amante della televisione, ma questo era scontato in uno che passa le sue giornate al lavoro e al video sì, ma quello delle partite della propria squadra e delle avversarie, per studiarle.
4. L'altro lato della manifestazione pubblica del Super Bowl è dato, naturalmente, dagli eventi collaterali, tipici del resto di ogni grande manifestazione sportiva, dall'All-Star Game al Kentucky Derby (divertente quanto detto ieri da Jimmy Johnson, l'ex grande coach campione NCAA con Miami e NFL con Dallas: «andarci una volta è bello perché è una giornata particolare, ma non finisce mai e infatti non ci tornerei più»): feste a tema, ricevimenti, concerti, pranzi di beneficienza, uno scenario in cui chiunque abbia qualcosa da mostrare, dire, proporre si fa avanti. La lista è così lunga che non si riesce neppure a farvi accenno menzionando uno o due appuntamenti, ma conferma quel che era palese da anni, ovvero che la settimana che precede i Super Bowl è una sorta di congresso generale della NFL, di tutto quel che gira intorno alla lega sportiva più forte e organizzata del mondo e di tutto quel che aspira ad aggrapparsi ad essa.
5. Il lato privato, ora, o professionale, se vogliamo definirlo nello specifico. E', per le squadre, tutto quel che avviene lontano dagli appuntamenti pubblici. E', sostanzialmente, la preparazione al Super Bowl, che per tutti è ciò che conta di più, tranne qualche scimunito che poi pagherà caro tutto ciò in partita: come Eugene Robinson che nel 1999 venne arrestato a poche ore dalla gara per avere chiesto una prestazione sessuale ad una poliziotta sotto copertura, dopo avere lasciato in albergo non solo la moglie ma anche la targa che al mattino gli era stata consegnata dall'associazione religioso-sportiva Athletes in Action per la sua "statura morale". Ora, è normale che i giocatori non restino segregati in hotel ed anzi vengano spesso visti in ristoranti e locali, ma è altrettanto ovvio che si chieda loro di essere responsabili. E il momento di esserlo è in giro come in campo. E' abitudine dei coach più organizzati utilizzare per la preparazione della partita i giorni successivi alle finali di conference, per fare in modo che nella settimana pre-Super Bowl si debbano solo rifinire i particolari e curare i dettagli finali. Si vuole insomma smaltire il grosso del lavoro prima di arrivare nella città che ospita la partita, per evitare che eventuali distrazioni o gli impegni ufficiali con i media - che peraltro terminano alle 12 del giovedì - costringano a modificare i programmi. Il Daily News di New York ha rivelato i dettagli della giornata di martedì, per i Giants. Niente di straordinario, visto che oltretutto non era previsto neppure un allenamento (come durante la regular season, quando in genere il giorno di riposo è proprio il martedì, non il lunedì) ma serve a farsi un'idea: ore 8: controllo medico ed eventuali cure per gli infortunati ore 8.15-9.15: colazione (obbligatoria) ore 9.15: partenza bus per il centro tecnico dei Cardinals ore 10: partenza per lo University of Phoenix Stadium ore 11: Media Day, vestiti da partita, con foto di gruppo alla fine ore 13: partenza per il centro dei Cardinals (spuntino a bordo) ore 14.15: ritorno all'hotel e pranzo ore 14.30: controllo medico, poi resto della giornata libera ore 01.00: tutti in camera
6. Dal punto di vista tecnico o tattico, l'analisi della partita è facile e dunque insidiosa. Anche perché un mese fa i Patriots avevano battuto a fatica i Giants e dunque c'è da entrambe le parti la tentazione di fare riferimento a quella partita: solo che, per dirne una, resterà il dubbio in entrambe se i Giants cercheranno di ripetere l'impostazione che li aveva portati anche a 12 punti di vantaggio o se invece modificheranno qualcosa proprio per sorprendere i Pats, per i quali vale naturalmente il ragionamento opposto. Un dato messo in evidenza ieri colpisce e fa pensare a come dovrà essere il Super Bowl: solo due quarterback nella NFL 2007-08 hanno effettuato meno passaggi di Tom Brady dalla zona al di fuori della cosiddetta "tasca", ovvero uscendo dalla normale posizione compresa tra le estremità della linea di attacco. Il che vuol dire quel che già si sapeva: Brady raramente è stato messo sotto pressione dalle difese avversarie, raramente ha dovuto evitare tentativi di "sack" e dunque lanciare in corsa o in maniera affrettata. Col risultato di una stagione da 50 passaggi in touchdown e senza sconfitte. Dunque, primario obiettivo per i Giants è fermarlo, farlo muovere, mettergli pressione, per aumentare le probabilità di un lancio sbagliato o della perdita di ritmo offensivo che anche in uno sport che ha un intervallo tra un'azione e l'altra è cruciale. Solo che, come ha detto Steve Spagnuolo, il defensive coordinator dei Giants, a parole sono capaci tutti, all'atto pratico va un po' diversamente. New York può avere possibilità se dietro a Brandon Jacobs («quello che di lui colpisce nonostante il fisico è la rapidità una volta che supera la linea di scrimmage» ha detto Belichick) e Ahmad Bradshaw riesce a guadagnare yard su corsa con una certa costanza e dunque tenere palla a lungo. Se si va ad un punteggio alto è più facile che vincano i Pats, che hanno maggiore potenziale offensivo, anche se naturalmente il 38-35 del mese scorso può far pensare che questa teoria non regga.
7. E' pressoché certo, anche se l'annuncio verrà dato venerdì: quest'anno a Londra, domenica 26 ottobre, la partita NFL di regular season sarà New Orleans Saints-San Diego Chargers. Nomi di minor richiamo rispetto a Dolphins-Giants dell'ottobre scorso, ma forse partita più spettacolare. Con un rischio: New Orleans, ancora alle prese con la ricostruzione del dopo-Katrina, perde così una delle otto partite casalinghe, e non sembra una mossa politica azzeccata da parte della NFL sottrarre l'amatissima squadra locale a gente che l'ha vissuta, nel bene o nel male, come uno degli elementi di rinascita dopo la tragedia.
8. Chiusura: alla sessione di interviste dei Patriots, una ragazza di ESPN di cui non riusciamo mai a memorizzare il nome (e sbirciare l'accredito appeso al collo non è bello...) ha appena intervistato Adalius Thomas: non era vestita da sposa né mostrava un centimetro di pelle, ma ha fatto 5-6 domande di fila una più competente dell'altra. E altre sue colleghe americane non sono da meno. Potranno anche essere carine, ma se non hanno padronanza della materia col cavolo che vengono mandate a fare interviste o chiamate ad occuparsi di sport. Evviva.

Roberto Gotta
http://vecchio23.blogspot.com

Aspettando Sports Illustrated

1. Super Bowl, allora. Una stagione andata a precipizio, nel senso che è passata rapidissima nelle ultime settimane, quasi che l'imminenza della finale facesse correre il tempo. Ormai lo sanno tutti, sarà New England-New York. Splendida, bella, super? E chi lo sa? Fare previsioni non è il nostro mestiere, né ci piace. Ad eccezione dei tifosi delle due squadre, però, crediamo che tutti gli altri sperino in una partita equilibrata, e a questo proposito il precedente di un mese fa, con i Pats vincitori ma solo per 38-35 e dopo una rimonta da -12, è incoraggiante. O forse no: perché i grandi coach NFL sono quelli che fanno a fette il video di una partita e ne ricavano le lezioni da applicare alla gara successiva, e il sospetto è che Bill Belichick, di New England, sia al capitolo un fuoriclasse, anche al netto di episodi di spionaggio. Poi, sul campo, anche i piani più sofisticati possono arrendersi: un fumble di un ritornatore di kick-off o un intercetto a una mano di un uomo di linea a tre yard dal touchdown, come accaduto due settimane fa a Peyton Manning, possono dare una svolta anche alla partita preparata con la migliore attenzione.
2. Tra l'altro in quella gara del 29 dicembre, l'ultima di regular season, aveva giocato molto bene il quarterback Eli Manning, 27 anni, destinato nonostante tutto ad essere "l'altro" Manning anche nei prossimi giorni, e da lì era iniziata la riscossa di un giocatore che obiettivamente fino a quel momento aveva dato solo a momenti la sensazione di valere il suo cognome e le manovre che i Giants avevano fatto per averlo: cedere nel 2004 ai San Diego Chargers un altro quarterback appena scelto, Philip Rivers, oltre ad una seconda scelta sempre del 2004 ed una prima e quinta del 2005. C'è stata dunque anche l'eventualità che i due Qb ceduti l'uno per l'altro si affrontassero al Super Bowl, il che avrebbe se non altro giustificato le mosse dei general manager che avevano preso tali decisioni, Ernie Accorsi per i Giants (ora in pensione, o "ritirato" come viene erroneamente tradotto in italiano il verbo "to retire" quando non si parla di sportivi praticanti) e AJ Smith per i Chargers, poi però New England ha tolto di mezzo tale prospettiva resistendo ai tentativi di San Diego di violare la end zone nonostante tre avvicinamenti a brevissima distanza. Facile fare la conclusione più banale: se intercetti Tom Brady tre volte, cancelli dalle ricezioni Randy Moss, arrivi tre volte a poche yard dal touchdown ma segni solo tre field goal (i calci da tre punti), fai un po' fatica a sconfiggere una squadra quasi perfetta, cui basta allungare di un touchdown ed un po' per restare al calduccio.
3. Onore peraltro a Rivers: si è saputo dopo la partita che non solo l'infortunio al ginocchio destro subito nella gara di Indianapolis era più grave del previsto, ovvero rottura del legamento crociato anteriore, ma che sull'arto era stato compiuto un intervento chirurgico di lieve entità qualche giorno prima, per permettergli di scendere in campo contro i Pats. Ed ora seguirà l'intervento completo, che richiederà una riabilitazione di alcuni mesi. Alcuni hanno messo in contrasto l'atteggiamento coraggioso di Rivers e quello tenuto invece dal suo running back LaDainian Tomlinson, che domenica ha portato palla nelle prime due azioni e poi, avendo preso subito un colpo al ginocchio sinistro, lo stesso al quale accusava già lo stiramento di un legamento mediale collaterale, non è più rientrato. Accostamento ingeneroso, probabilmente: difficile comparare due diversi tipi di infortunio, oltretutto in giocatori cui è richiesto un differente tipo di movimento in campo, e oltretutto fin qui, nella sua ottima carriera NFL, Tomlinson, Mvp nel 2006, non aveva mai suscitato perplessità o dubbi per la sua condotta ed il coraggio. Per cui merita fiducia: se non ha giocato è perché, come ha egli stesso sottolineato, non era in grado di farlo.
4. Quello degli infortuni è del resto un tema spinosissimo, nella NFL. Ne abbiamo già parlato a proposito della nuova politica della lega a proposito dei traumi cranici: fermare i giocatori a rischio, a costo di andare contro all'atteggiamento "macho" di chi vuole andare in campo per dimostrare di essere un duro. Comprensibile, ma a volte gli effetti a lungo termine sono pesanti: è di qualche giorno fa la notizia che Wilber Marshall, 45 anni, indimenticabile linebacker degli altrettanto indimenticabili Chicago Bears campioni 1985-86 (e successivamente a Washington, vincitore di un Super Bowl pure lì), ha vinto una causa che aveva intentato alla NFL perché gli venisse riconosciuta l'infermità e dunque l'impossibilità di svolgere lavori, con conseguente erogazione di una pensione (intanto ha ottenuto 72.000 dollari). Marshall lamenta dolori di origine artritica a ginocchia, gomiti, mani, caviglie, colonna vertebrale. Nei 12 anni dal giorno del suo ritiro, in cui ha avuto anche problemi economici (ha dichiarato fallimento nel 2002, chiedendo protezione dai creditori come vogliono le norme americane), Marshall aveva ricevuto pareri medici contrastanti, da specialisti indipendenti e da altri richiesti dalla NFL, con la conseguenza che quando un medico gli aveva riconosciuto la possibilità di compiere lavori di carattere sedentario la NFL stessa gli aveva tolto l'assegno di infermità. Ora la decisione della corte d'appello federale di Washington, e l'ennesimo caso, un po' triste, di ex giocatore in difficoltà di salute, e di denaro.
5. Tornando al football giocato, o quasi, c'è un personaggio che vivrà piuttosto giorni di ambigue emozioni: Tiki Barber, uomo stimato da moltissimi, running back dei Giants fino alla scorsa stagione, passato poi immediatamente ad un ruolo di commentatore televisivo per la NBC. In estate Barber aveva dichiarato che Manning a suo avviso non si trova bene a dover essere il leader della squadra, una critica molto forte perché è scontato che ogni Qb debba essere un condottiero, uno dietro al quale va tutta la squadra, e ancor più scontato in una città che ti segue passo dopo passo come New York. Manning è un tipo tranquillo, uno che alza poco la voce e non crede ai gesti clamorosi, e forse anche per questo Barber non aveva individuato in lui un elemento particolarmente adatto al ruolo, ma quando gli riferirono le parole dell'ex compagno si scaldò, e non gliele mandò a dire, sottolineando come lo stesso Barber, criticando il suo coach Tom Coughlin e annunciando il ritiro a metà della stagione precedente, non avesse esattamente dato dimostrazione di leadership. Ora, un anno dopo il ritiro di Barber, il mollaccione Manning è al Super Bowl. I due fatti non sono collegati, ma qualcuno lo farà, malignando. Perché in realtà Barber al Super Bowl ci era arrivato pure lui, nel gennaio 2001, ma quel giorno a Tampa i Baltimore Ravens furono troppo forti per i Giants.
6. Splendido il particolare riportato su SI.com da Peter King, che - beato lui - era arrivato a Green Bay qualche giorno prima della finale di conference. Giovedì 17, alle 6 del mattino, c'erano già persone in coda fuori dalla più grande edicola di Green Bay ad attendere l'arrivo delle copie del nuovo numero di Sports Illustrated (nell'immagine), il settimanale che è sempre un piacere leggere (e al quale non devono essere arrivate le considerazioni che si fanno in Italia sul fatto che "i lettori non vogliono più servizi lunghi e troppo dettagliati") e che per l'occasione portava in copertina una strepitosa foto di Brett Favre nel gesto di lanciare in mezzo alla neve che cadeva, scattata pochi giorni prima nella gara contro Seattle. Ebbene, il furgone con le 1000 copie è arrivato verso le 8, ed ha avuto bisogno di una scorta per poter attraversare la folla, peraltro assolutamente non ostile né in vena di saccheggi, semplicemente numerosa. In due ore circa le 1000 copie erano state vendute tutte. Senza gadget, dvd, borse della spesa, fette di prosciutto o scatolette di tonno in allegato.
7. Tornando al Super Bowl, un'annotazione che farà sentire vecchi molti lettori. Quelli, cioé, che ricordano bene Philippi Sparks, cornerback dei New York Giants e per una stagione dei Dallas Cowboys, prima del ritiro avvenuto nel 2001. Sparks, che ha 38 anni, ora fa l'agente immobiliare ed abita a Glendale, in Arizona, non lontano da dove aveva fatto il college (Arizona State) ma soprattutto molto vicino allo stadio che ospiterà il Super Bowl XLII del 3 febbraio. E com'è come non è, sarà sua figlia Jordin a cantare l'inno nazionale. Nepotismo e favoritismo? No, a quanto pare. Prima di tutto perché il nepotismo a questi livelli si fa per influenza di persone importanti, e Sparks non lo è. In secondo luogo perché Jordin Sparks, 18 anni da poco, altri non è che la vincitrice della sesta edizione di American Idol, il concorso per giovani talenti che richiama molti milioni di telespettatori. Di sicuro non noi, che infatti ci siamo appellati a Wikipedia per dettagli ulteriori sulla ragazza, al centro pure di qualche polemica perché non è esattamente un modello di snellezza: la portavoce di un'associazione contro l'obesità l'ha criticata in quanto modello negativo.
8. Ora, per chiudere, informazioni di servizio, come dicono quelli veri. Mercoledì prossimo un'altra puntata di American Bowl, qui, e da Phoenix aggiornamenti a frequenza irregolare (ovvero, quando potremo) su http://vecchio23.blogspot.com. Contiamo di inserire anche foto, audio, piccoli video, se ne saremo capaci ed avremo il tempo. Ci sarà forse spazio anche per un po' di NBA, ma non possiamo garantire nulla.

Roberto Gotta
http://vecchio23.blogspot.com

Louisiana State con l'asterisco

1. Nella notte (italiana) tra il 7 e l'8 gennaio, dunque nemmeno 48 ore prima dell'uscita di questa rubrica, si è giocato al Superdome di New Orleans il BCS Championship Game, in parole incomplete la finale del football universitario. Già si era detto delle perplessità che aveva suscitato la scelta, seppur obbligata, delle due sfidanti: Louisiana State aveva perso ben due partite durante la stagione, anche se entrambe dopo triplo tempo supplementare, Ohio State aveva una sola sconfitta ma al Rose Bowl (stravinto poi da Southern California) era andata Illinois perché ovviamente i Buckeyes erano già chiamati al BCS Championship Game. Il clima che ha anticipato la finale era quello, secondo molti commentatori che abbiamo letto, di ovvia attesa, dato che si tratta di due squadre con un seguito di tifosi mostruoso (e nel caso di LSU anche finitimo, visto che da Baton Rouge a New Orleans sono 45 minuti di auto e i fans di LSU sono comunque numerosissimi in ogni parte dello Stato), ma anche di un certo distacco da parte degli appassionati neutrali, e addirittura di ostilità da parte di quelli che ritenevano defraudate le proprie squadre (Georgia, tra tutte) e consideravano meritevole di asterisco dequalificante l'eventuale squadra campione. Che è stata alla fine LSU, vincitrice 38-24 (e dunque campione NCAA) dopo essere immediatamente andata in svantaggio 10-0. I Tigers sono una grande squadra, con un defensive tackle di livello superiore come Glenn Dorsey ed altri giocatori di prima categoria, non solo rapidi ed atletici - dote essenziale nella Southeastern Conference - ma potenti. Nella media, Ohio State ha giocatori più lenti e pesanti, più adatti al tipo di football che tradizionalmente - ma non è oro colato - si gioca nell Big Ten, e a volte la differenza emerge, come in questo caso. La squadra di Les Miles, candidato da tutti (tranne che da se stesso) ad andare a Michigan dov'è stato importante assistente, vale un titolo nazionale, per come ha reagito dallo 0-10 per come si è procurata alcune delle circostanze (intercetti, fumble ricoperti, field goal stoppati) che l'hanno portata alla rimonta con un parziale di 24-0, ma il numero crescente di polemiche suscitato dalle valutazioni sul valore delle squadre partecipanti ai vari bowl, nonostante tabelle computerizzate e graduatorie calcolate su parametri predeterminati, fa sì che anche stavolta venga rispolverata con vigore la proposta di effettuare playoff reali, come del resto fanno in Division II, III e nella ex Division I-AA. Certo, che Michael Adams, presidente di Georgia University, se ne esca con l'ennesimo schema di playoff proprio nel giorno in cui una rivale di conference, appunto Louisiana State che i Bulldogs non hanno affrontato in regular season quest'anno, festeggia il titolo, è un po' sospetto, ma ci sta: Adams lamenta lo strapotere delle televisioni (dove l'abbiamo già sentita?) che pure sono quelle che danno alla BCS e indirettamente ai college 320 milioni di dollari in quattro anni (e parliamo solo della Fox, mentre ESPN ha cifre ancora maggiori), e propone la formula detta "plus one", ovvero che le vincitrici dei quattro bowl principali (Orange, Sugar, Rose e Fiesta) si incontrino in due semifinali da cui poi nasceranno le partecipanti al BCS Championship Game, che in quel caso darebbe una squadra campione su basi più credibili e soprattutto più oggettive che non oggi. C'è forte opposizione da parte di alcune conference, ma prima o poi, la proposta passerà. Lo scenario migliore, pur con la preoccupazione di almeno tre settimane di studi disagiati per i giocatori? Una finale NCAA nel weekend vuoto tra finali di conference NFL ed il Super Bowl.
2. A proposito di NFL. Non male, proprio non male alcune delle partite di wild card dello scorso fine settimana. Emotivamente splendida Seattle-Washington, per la commozione di molti Redskins nel ricordare lo scomparso Sean Taylor una volta ottenuto un vantaggio che pareva decisivo, e per il cuore, oltre che alcune esecuzioni offensive di alto livello, che i Seahawks hanno messo nel ribaltare la situazione e dilagare negli ultimi minuti, quando Washington si è sciolta. Ci è piaciuta molto Pittsburgh-Jacksonville, in quel tempo da lupi e cioè da football che ci provoca molta e colpevole goduria (visto che è facile parlare di tempo da football standosene al caldo in salotto) dell'Heinz Field. La solidità fisica e morale mostrata dai Jaguars avrà attratto l'attenzione dello staff dei New England Patriots, che sabato sera ospiteranno Jacksonville: molto difficile, anzi quasi impossibile che i Pats sottovalutino gli avversari, che però per loro rappresentano una novità ovvero una squadra mai incontrata quest'anno, con tutti i dubbi che una situazione del genere può creare. Nei Patriots, perché al di là delle solite dichiarazioni guerresche provenienti dalla Florida è evidente che saranno loro i favoriti, e non di poco. Jacksonville ha difeso molto bene sulle corse degli Steelers, ha una linea difensiva tosta e ruvida, ma non è che finora le difese si siano auto-limitate nel cercare di arrivare a Tom Brady, eppure il geniale Qb di New England le ha aggirate - e raggirate - tutte. Il programma (orari italiani, tutto in diretta su Sky): sabato ore 22.30 Green Bay-Seattle, ore 02.00 New England-Jacksonville; domenica ore 19 Dallas-New York Giants, ore 22.30 Indianapolis-San Diego.
3. Domani, 10 gennaio, saranno 26 anni da una delle partite più note della storia dei playoff NFL. Sì, 26 anni non è un anniversario a cifra tonda, ma non ci sembra un problema fondamentale. La gara in questione è Cincinnati Bengals-San Diego Chargers, finale della AFC e dunque partita che avrebbe promosso la vincente al Super Bowl XVI da disputarsi al Silverdome di Detroit. Che fu il secondo mai trasmesso in Italia, tra l'altro. Ci sembra pure di ricordare che Canale 5 mandò in onda, ovviamente in differita, anche questo Bengals-Chargers, ma non ne siamo sicuri. Cosa ebbe di memorabile quella partita? Semplice: fu giocata con un freddo cane, temperature sorprendenti persino per Cincinnati a metà gennaio e difficilmente tollerabili per un avvenimento sportivo. La temperatura più alta durante le tre ore di competizione fu di -23, ma a causa del vento gelido la cosiddetta temperatura percepita - concetto noto da decenni nel mondo anglosassone ma filtrato al grande pubblico solo da pochi anni in Italia - fu in realtà di -38, quasi difficile da credere. Al limite del nocivo, ben oltre il semplice doloroso, se si pensa alle collisioni in campo. In più uno degli elementi che ancora si ricordano di quello che venne soprannominato Freezer Bowl fu la scelta degli uomini di linea offensiva dei Bengals, padroni di casa, di dare una botta psicologica agli ospiti, che come talento puro erano più forti, scendendo in campo in maniche corte (ma con le braccia spalmate di vaselina): in parte la scelta era dovuta al timore che alcuni dei forti uomini di linea difensiva ospite riuscissero ad aggrapparsi ad eventuali maniche lunghe, ma ci un vistoso elemento di intimidazione, che del resto i Bengals avevano appreso da Mike Webster, centro di Pittsburgh che non si metteva mai alcuna protezione termica. Forrest Gregg, coach di quei Bengals, aveva giocato nel 1967 in quel Packers-Cowboys passato alla storia come Ice Bowl, ma non si era mai sognato di mettersi le maniche corte e vedendo invece che i suoi giocatori lo facevano pensò "siete uomini migliori di me". Tutti gli altri si coprirono come potevano: ancora lontano a quei tempi l'abbigliamento sportivo specializzato per temperature alte e basse, gli arbitri si infilarono sotto la divisa dei...sacchi per l'immondizia (niente battute, ok?), ritagliando i buchi per le braccia e le gambe, aggiungendo poi paraorecchie, due paia di calze, calzamaglia e parabraccia, solo che uno di loro, Jim Poole, durante una sosta si avvicinò a tal punto ad uno dei fornelli situati a bordo campo che l'estremità della sua manica cominciò a fare fumo, come se stesse prendendo fuoco. Altre curiosità furono la scelta del tight end di Cincinnati, ML Harris, di indossare guanti comuni, di pelle, "di quelli che uno mette d'inverno quando esce di casa. Ma a me non fregava niente di sapere quanto fosse macho un mio giocatore, se con quelli riusciva a prendere la palla allora a me andava bene" disse qualche anno fa Gregg a Bengals.com. Per i Chargers la giornata fu complicata non solo dalla differenza tra temperatura abituale di San Diego e quella di Cincinnati, ma anche dallo sbalzo rispetto alla partita di playoff della settimana precedente, dove c'erano stati 29 gradi e la solita umidità alta. Molti lanci del grande quarterback Dan Fouts vennero smorzati dal vento, e lo stesso Fouts ammise poi di avere avuto difficoltà a sentire bene il pallone. Alla fine peraltro non è che il freddo fece realmente tutta questa differenza: i Bengals vinsero sì 27-7, ma guadagnando 318 yard contro le 301 degli ospiti e sfruttando più che altro alcuni palloni gettati dai Chargers e l'efficienza del proprio attacco, guidato dal Qb Ken Anderson (16/22 per 161 yard) e dal running back Pete Johnson (80 yard), e già protagonista in regular season quando Cincinnati aveva vinto 40-17 a San Diego, dove le condizioni atmosferiche (era novembre) non avevano avuto alcuna influenza.
4. Piccolo accenno, con un pizzico di vergogna. Perché si tratta del tipo di citazioni che di solito fanno i giornalisti per ingraziarsi o ringraziare persone a loro vicine ma delle quali al grande pubblico giustamente non frega, né dovrebbe fregare, assolutamente nulla. Utilizzo privato di mezzo pubblico: come quando si saluta l'uscita di scena di un addetto stampa o PR, o un oscuro (per la gente) ma utile (per il cronista) dirigente. Stavolta facciamo lo stesso, ma con un vantaggio notevole per la nostra coscienza: ovvero, che il diretto interessato mai saprà del nostro saluto, e che nel frattempo, con la scusa, possiamo illustrare alcuni meccanismi al Super Bowl. La persona è Lee Remmel, 83 anni, che è andato in pensione il 31 dicembre scorso. Remmel dal 1945 (!) al 1974 ha seguito i Green Bay Packers per la Green Bay Press-Gazette, poi a 50 anni è diventato capo ufficio stampa del club, posizione occupata fino al 2004, quando, in una sorta di pre-pensionamento, è stato nominato storico ufficiale del club. Con la tribuna stampa del Lambeau Field che si chiama 'Lee Remmel Press Box'. Ma c'è di più: come forse non tutti sanno, al Super Bowl i responsabili stampa delle squadre NFL (ovviamente quelle che non si sono qualificate per la partita) svolgono importanti compiti organizzativi. Il ragionamento è semplice: trattandosi di una delle più grandi manifestazioni sportive del mondo, con i suoi 3000-e-passa giornalisti accreditati ed un numero cospicuo di conferenze e incontri stampa, si affidano gli incarichi più gravosi a coloro i quali già li ricoprono durante la stagione. Per cui a porgerti il microfono durante la conferenza stampa del Commissioner al venerdì non è la solita scosciata in minigonna ma il capo ufficio stampa dei Jets o dei Dolphins, per dirne una. Ebbene, per anni Remmel di questo complicato meccanismo è stato, semplicemente, la voce: nei casi in cui i Packers non erano al Super Bowl, era infatti lui ad occuparsi di tutti i messaggi all'altoparlante, richiamando i giornalisti, comunicando cambiamenti di programma, annunciando l'imminente inizio di qualche conferenza stampa. Con il suo vocione basso, partiva con "attention media", e aggiungeva l'informazione relativa. Sempre con la polo verde o giallina dei Packers, pantaloni beige e scarpe da basket un po' incongrue per un signore della sua età, che lo aveva reso oltretutto claudicante. A questo mondo si fa a meno di tutti (compresi noi, ovviamente), ma almeno nelle prime ore al Super Bowl di Phoenix, sentire al microfono della sala stampa una voce nuove farà, a molti, una strana impressione.
5. Confessione: analisi e approfondimenti tecnici del tipo che abbiamo velocemente tentato di fare nella parte centrale di questa rubrica sono del tutto inutili, perché vinceranno i Pats, e la decisione è stata presa in alto, MOLTO in alto. Chi lo dice? Sky, nella sua rivista mensile, a pagina 61. Ce lo ha segnalato ancora Alessandro Santini, guardiano del faro che già due settimane fa aveva impedito in extremis che la nostra antipatia per classifiche e pronostici ci facesse scrivere un mare di putt...ehm, imperfezioni sulle combinazioni di playoff possibili prima dell'ultima giornata di regular season. Nell'articolo in questione si legge infatti che non ben determinati "uomini di marketing" avrebbero puntato per quest'anno sulla coppia Brady-Moss, e che se mezzo mondo si interessa al Super Bowl non è certo per la partita in sé ma perché per gli americani è una questione di vita o di morte. Sarà: ma a parte il fatto che anche la finale di Champions League è seguita in mezzo mondo mentre Besiktas-Sporting Lisbona della fase a gironi no, questa storia che dietro ad ogni espressione pubblica americana, sportiva o non, ci debba sempre essere qualcosa sa molto di italiano e ci ha decisamente rotto le scatole. Scusate, ma non era in realtà da noi che il campionato dello sport più popolare era truccato?
PS: -25.

Roberto Gotta
http://vecchio23.blogspot.com

Senza dinastie è meglio

1. Ad una giornata dalla fine della regular season è finalmente il momento di fare una piccolissima analisi della situazione in vista dei playoff, che in settimane precedenti sarebbe stata troppo campata in aria e legata ad una combinazione eccessiva di risultati per poter essere digeribile in uno spazio come questo. Allora, le già qualificate sono dieci: New England (15-0) come vincitrice della AFC East e con il miglior bilancio della American Football Conference, Indianapolis come prima della AFC South, Pittsburgh nella AFC North, San Diego nella AFC West, Dallas prima nella NFC East, Green Bay nella NFC North, Tampa Bay nella NFC South, Seattle nella NFC West. Qualificati di sicuro nella NFC anche i New York Giants, che giocheranno contro Tampa, e nella AFC Jacksonville. Restano in ballo nella AFC Cleveland e Tennessee, nella NFC Washington, New Orleans e Minnesota, con le seguenti combinazioni: nella AFC, Tennessee è ai playoff in ogni caso se vince (contro Indianapolis), mentre Cleveland (in casa contro i San Francisco 49ers) la scavalca ottenendo un risultato migliore, dunque una vittoria nel caso di pareggio dei Titans o un pareggio (o vittoria, ovviamente) in caso di sconfitta dei rivali, ma anche curiosamente se perdessero entrambe. La cosa strana, infatti, è che se entrambe vincono passano i Titans mentre viceversa, se entrambe dovessero perdere, passano i Browns. Questo per un semplice motivo: in caso di duplice vittoria le squadre sarebbero pari in classifica e, in assenza di scontro diretto, si procederebbe a confrontare il record all'interno della conference, il quale risulterebbe a quel punto 7-5 per ambedue le franchigie spostando l'attenzione sul terzo punto (non applicabile: risultati di almeno 4 partite con avversari comuni) e poi al 5 che, da quanto si legge, favorisce Tennessee (la cosiddetta Strength of victory). Ma se entrambe perdessero ecco che Cleveland manterrebbe il 7-5 contro le rivali Afc, mentre quello dei Titans sarebbe 6-6 e Tennessee uscirebbe dai giochi (grazie ad Alessandro Santini per averci chiarito le idee). Nella NFC, la situazione è in mano a Washington, che vincendo contro Dallas sarebbe ai playoff, in caso contrario potrebbero rientrare Minnesota (che gioca a Denver) e New Orleans, che gioca a Chicago. Qui è facile vedere come la vittoria dei Redskins a Minneapolis domenica scorsa, 32-21, sia stata una sorta di spareggio.
2. Ad alcuni, ovvero alla corposa frangia di giornalisti americani che parteggia sempre per l'emergere di una "dinastia", non piacerà, ma ancora una volta la NFL si è dimostrata dunque la lega più imprevedibile di tutte, se si parla di squadre qualificate ai playoff. Parrà strano proprio nell'anno in cui una di esse, ovviamente New England, vince tutte le partite, e le vincitrici di division sono note da tempo, ma è così: come non manca di precisare una nota ufficiale della lega, è il dodicesimo anno di fila che ai playoff si qualificano cinque o più squadre che non vi avevano partecipato nella stagione precedente. Si potrà parlare di livellamento verso il basso, di mediocrità che permette di anno in anno a chi effettua anche solo un paio di buone mosse di mercato di lasciarsi alle spalle le altre, ma questa competitività è un aspetto cruciale: negli Stati Uniti la parità tra squadre, e soprattutto la speranza per ciascuna di esse di poter arrivare al Super Bowl se vengono operate le giuste scelte di mercato e di strategia, è alla base dello sviluppo di una lega professionistica. Può anche darsi che ai Dallas Cowboys non faccia piacere sapere - ma non si tratta nemmeno di "sapere", è fatto assodato e fuori discussione - che, nonostante il loro numero di tifosi e la loro potenza economica e storia, la loro posizione di preminenza non è assicurata, ma è per il bene di tutti, e allora viene accettato.
3. Ora, i Patriots sono già tranquilli da tempo come primi della AFC e dunque ora, per l'ultimo weekend, l'unico obiettivo sarà quello di concludere imbattuti la regular season, in una intrigante partita sabato sera contro i Giants che sono già ai playoff: il conflitto tra possibili atteggiamenti per una partita come questa in realtà non c'è, perché i Pats hanno già fatto chiaramente capire di puntare, ora che il resto è già in saccoccia, al record di 16 vittorie su 16, per cui utilizzeranno i migliori uomini, mentre non è ancora chiaro se i Giants faranno riposare qualcuno, in vista dei playoff e magari per non dare eventuali punti di riferimento agli avversari casomai le due squadre dovessero ritrovarsi al Super Bowl, o cercheranno invece di passare, più modestamente dei Pats, alla storia per avere impedito loro di raggiungere il primato. La partita è comunque così attesa che la NFL ha deciso di concedere a CBS e NBC, due dei suoi partner televisivi, di ritrasmettere la diretta che originariamente era prevista solo su NFL Network: è la prima volta nella storia NFL che viene fatta una diretta contemporanea su tre canali, e la prima volta che due o più canali condividono una telecronaca dal 1967, quando il Super Bowl I venne diffuso da CBS e NBC. Come noto, NFL Network ha i diritti su alcune gare della seconda parte di stagione, dal Thanksgiving Day in poi, ma è disponibile "solo" in 240 pacchetti via cavo più sui pacchetti satellitari di DirecTV e Dish Network, mentre le più note compagnie che offrono pacchetti l'hanno escluso, o meglio lo offrono per un prezzo supplementare. In breve: in condizioni normali, Giants-Pats l'avrebbero vista (relativamente) in pochi, mentre ora la potranno vedere tutti, ed è possibile che i numeri relativi all'ascolto siano molto alti.
4. Domenica scorsa, nella sconfitta 21-19 a San Francisco, i Tampa Bay Buccaneers hanno utilizzato per 33 volte su 76 giochi offensivi una formazione a shotgun, ovvero quella con il quarterback qualche yard dietro il centro, a ricevere il pallone al volo e non direttamente dalle sue mani. Anche se in alcune di quelle 33 occasioni il gioco scelto è stato poi una corsa, su ovvia finta di lancio, il fatto stesso che i Bucs abbiano usato la shotgun è particolarmente significativo perché nel 2006 Tampa Bay era stata l'unica squadra NFL a non avere mai effettuato un solo passaggio partendo dalla shotgun. Il motivo? Jon Gruden (foto), il coach già vincitore di un Super Bowl (XXXVII, gennaio 2003) con i Bucs, è notoriamente un cultore ed esteta della cosiddetta West Coast Offense, l'attacco che - semplifichiamo - privilegia il lancio corto alle bombe da 50 yard, e utilizza spesso i lanci laterali corti al running back come una sorta di corsa facilitata, e la West Coast, nella sua forma base, prevede un uso molto moderato della shotgun. Stavolta però Gruden ha cambiato, per un motivo molto banale: la linea di attacco è leggera più che potente, dunque non è la più adatta ad una protezione standard di un quarterback, che dunque ha bisogno della shotgun per guadagnare spazio e tempo, e se poi il Qb è Jeff Garcia, che è molto rapido a compiere il gesto del lancio, si comprende ancora più lo spostamento filosofico di Gruden. I risultati sono stati buoni, considerando che Tampa Bay ha presto conquistato la prima posizione nella NFC South e che battendo Carolina domenica terminerebbe la stagione con sei vittorie e nessuna sconfitta contro le avversarie di division, dodici mesi dopo avere ottenuto un risultato opposto, ovvero 0-6. L'unica altra squadra dal 1970 ad avere completamente ribaltato l'esito divisionale nel giro di un anno è stata St.Louis nel 1999. La statistica prosegue sottolineando come i Rams di quella stagione vinsero poi il Super Bowl, ma è solo una curiosità. Sempre a proposito di shotgun, solo Mike Holmgren di Seattle continua a tenersi fedele ai concetti di base e a rifiutare di schierarvi i suoi Qb: uno studio di fine novembre di The Sporting News segnalava che i Seahawks la usano solo nell'1% delle azioni.
5. Qualche altro numero, anche se non li amiamo troppo. Segnando sei punti domenica contro i Giants, i Patriots supererebbero i 556 segnati nel 1998 dai Minnesota Vikings, che sono tuttora record NFL. In più, due ricezioni in touchdown di Randy Moss gli darebbero quota 22 per il 2007, ovvero uno in più del record di 21 stabilito da Jerry Rice nel 1987. Se salta quel record, salta inevitabilmente anche quello di 49 passaggi-touchdown stabilito da Peyton Manning nel 2004. Tom Brady, qb di New England, ne ha infatti 48, ed è molto probabile che sarà lui a lanciare i due td che Moss eventualmente segnerebbe.

Roberto Gotta
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Preferiamo un defensive end

1. La scorsa settimana, forse quindici giorni fa, si era parlato qui di una teoria che prende progressiva consistenza, ovvero che sia relativamente facile trovare - e parliamo di un ruolo esaltante da vedere - un running back adatto, una volta che superi una certa soglia di talento, resistenza, atletismo, mentre molto meno agevole è dotarsi di giocatori di alto livello in altri ruoli. Chi è più bravo di noi ha notato che gli ultimi sei Super Bowl sono stati vinti da squadre che non avevano un running back scelto tra i primi 24 del draft, e che sette delle ultime otto avevano almeno un uomo di linea difensiva di quelli che fanno la differenza. Viene ora immediato pensare al draft dell'aprile 2006, quando una nuvola di pernacchie accolse la decisione degli Houston Texans, detentori della scelta numero 1, di chiamare un defensive end che nemmeno aveva illuminato la scena NCAA, Mario Williams di North Carolina State, preferendolo a Reggie Bush, il superbo running back di Southern California, e a Vince Young, quarterback di Texas, che se l'era pure presa perché Houston è la sua città. Passate due stagioni quasi intere, è evidente che finora - sottolineato e ripetuto: finora - la scelta dei Texans è stata vincente. La squadra allenata da Gary Kubiak non farà i playoff neanche quest'anno, ma dopo il 31-14 ai Broncos di giovedì scorso il suo bilancio è salito a 7-7 ed i progressi paiono vistosi, anche se vanno fatti ulteriori ritocchi perché chiunque giochi in una division che comprende Indianapolis e Jacksonville (e ci sarebbe anche Tennessee) deve preoccuparsi di essere alla pari con le altre rivali di division prima ancora di pensare alla conference o ai playoff. E' stato anche nella prospettiva di sfidare ancora per qualche tempo una squadra che ha Peyton Manning che Houston decise di preferire Williams a Bush: una decisione che ora, come detto, pare premiare i texani.
2. Dopo una stagione di debutto in cui ha avuto anche problemi di fascite plantare, che è dolorosa e debilitante, ora Williams è uno dei migliori defensive end della NFL, ovvero uno di quei difensori di linea che partono all'estremità della linea stessa. Compito principale: arrivare al quarterback, mettergli pressione, atterrarlo o comunque disturbare i suoi lanci. Finora Williams ha 13 sack, cioé atterramenti del qb in possesso di palla, e in questa classifica viene dopo il solo Patrick Kerney dei Seattle Seahawks. Ma non sono le sole statistiche a dare la misura del suo valore: con il suo atletismo, le sue braccia lunghe - utili a tenere distante l'uomo di linea offensiva - e la sua energia, Williams è diventato uno di quei giocatori di cui un attacco avversario deve preoccuparsi nel momento in cui viene preparato il piano-partita, durante la settimana. Non vogliamo esagerare: visto all'opera (qui ringraziamo Alessandro Santini), non è che esca dallo schermo o spacchi in due l'avversario diretto ad ogni azione, ma si fa notare chiaramente per l'agilità con cui parte verso il Qb, con cui, se l'azione va dalla parte opposta, la insegue arrivando a volte al placcaggio a venti metri da dov'era partito, e anche per la capacità di fare contenimento, cioé, se si tratta di corsa e non di lancio, di fare in modo che il running back non passi impunito dalle sue parti. E' anche questo che aveva un pochino ingannato alcuni osservatori al college (North Carolina State): lo staff tecnico dei Wolfpack gli chiedeva prima di tutto di preoccuparsi delle corse o di giochi a sorpresa come la reverse, e solo un volta verificato che non ci fosse quel tipo di pericolo di pensare al Qb, per cui qualcuno aveva avuto l'impressione che Mario non fosse particolarmente infuocato nel gettarsi sul quarterback. Williams ha misure ottimali per un defensive end: alto 1.92, pesa circa 130 chili, ha forza fisica nelle braccia, stacco verticale e quando corre... corre bene, piegando le ginocchia, non trascinando la gamba in maniera un po' precaria come si vede fare a volte a uomini di linea di agilità molto inferiore alla sua.
3. Viene in genere utilizzato nella cruciale parte destra della linea a 4 dei Texans - che, prendendolo, avevano proprio sottolineato come ci fosse bisogno di uno come lui nel passaggio dalla linea a 3 precedentemente utilizzata - ma ovviamente si sposta quando la situazione lo richiede: nel senso che sa fronteggiare un tackle come un tight end, e nelle ultime settimane il defensive coordinator Richard Smith e l'allenatore della linea, Jethro Franklin, hanno cominciato ad utilizzarlo di più con partenza... in piedi, non nella posizione a tre punti (ovvero tre parti del corpo, cioé le due punte dei piedi e la mano di appoggio) classica di ogni uomo di linea. Giovedì, dopo l'ultimo dei suoi sack su Jay Cutler di Denver, Williams ha festeggiato mimando una danza hawaiiana: ovvero, segnalava ai votanti il proprio desiderio di essere scelto per il Pro Bowl. Non ce l'ha fatta - ci è andato, come middle linebacker titolare della AFC, il compagno di squadra e di draft DeMeco Ryans - ma ci proverà l'anno prossimo, dopo avere magari ribadito, come già quest'anno, che la qualificazione ai playoff gli interessa più di una convocazione al Pro Bowl (non che una delle due eventualità escluda l'altra...). Per il resto magari si potrà discutere, sul piano del buon gusto, del fatto che con i soldi del contratto (54 milioni di dollari) si sia comprato un numero imprecisato di auto tra cui una Lamborghini Murcielago scoperta con cui ogni tanto lo si vede girare a Houston, o che abbia commesso la pacchianata di lanciare dalla balconata di una discoteca banconote sulla gente che ballava di sotto. Lo chiamano "far piovere", ed è uno dei nuovi, disgustosi modi di mostrare la propria ricchezza, messo in atto anche da PacMan Jones a Las Vegas nella serata in cui per la calca si scatenò una rissa con sparatoria. Ecco, meglio pensare solo a come Williams gioca. Molto meglio.
4. Sinceramente: il football giocato sotto la neve è football purissimo, vero, genuino. Forse non è stato concepito per condizioni atmosferiche così, questo sport, ma pazienza. Per esperienza personale possiamo dire che gli scontri con le membra gelate fanno un male boia, e spesso coprirsi non vuol dire tanto temere il freddo quanto impedire che nei contatti la pelle punga; in più c'è ovviamente la difficoltà di afferrare la palla se non viene cambiata spesso, come avviene nella NFL ma non certo nei campionati europei. A volte però il buonsenso dovrebbe prevalere su atteggiamenti da macho che rendono certi personaggi più macchiette che uomini: in un lontano passato, diciamo oltre vent'anni fa, una squadra (italiana) si era accordata con un'altra, situata non molto distante, per giocare un'amichevole precampionato. Nevicò forte, il giorno prima, ed il campo era coperto di neve: trattandosi del campetto di un paesino, nessuno ovviamente si era preoccupato di liberarlo o anche solo spalare via un po' di neve, per cui la praticabilità era al limite. Nel senso che realmente il piede affondava nella neve ben oltre metà scarpa, quasi al livello della caviglia. La perplessità di molti giocatori - che senso aveva provare gli schemi, ovvero unico scopo delle amichevoli, in condizioni in cui riuscivi a malapena a stare in piedi? - furono purtroppo concretizzate in una partita inutile, anzi dannosa; rimasto in pratica incollato ad un tratto di neve spessa con un piede, un giocatore fu travolto dai difensori e subì una frattura della tibia e perone così grave da essere poi costretto a portare una protezione esterna speciale per alcuni mesi, in pratica una gabbia, e quelli che c'erano non dimenticarono presto la macchia di sangue sulla neve nel punto in cui il placcaggio era avvenuto. La morale, se esiste? Già detto sopra: nel football esiste, ed è sempre esistita, una componente di machismo per cui si deve giocare sempre, a qualunque condizione e in qualunque situazione, ed è comprensibile, forse giusto, visto che se non si va con il cuore oltre gli ostacoli in questo sport non si vede in quale lo si debba fare. Ma il buonsenso dovrebbe avere ancora un valore, e in quell'occasione non lo ebbe. Tornando al meraviglioso spettacolo delle partite NFL sotto la neve, pare che i Cleveland Browns, in previsione di una domenica gelida, avessero deciso di allenarsi all'aperto, un giorno nella settimana precedente, proprio per abituarsi al freddo e alla neve. Non tutti erano contentissimi di farlo, e ad esempio il cornerback Eric Wright, californiano, si è messo addosso così tanti strati di canotte e magliette che non riusciva più ad infilarsi la spalliera...
5. Non pare il momento migliore per parlarne, visto che in metà Stati Uniti fa un freddo boia, ma è noto che una delle grandi bellezze dell'esperienza sportiva di (soprattutto) football è il tailgating. Ovvero, andare nel parcheggio dello stadio ore e ore prima della partita (o anche il giorno prima, se si ha un camper) e passare il pre-gara cucinando al barbecue o alla griglia - le due cose, dal punto di vista gastronomico, sono ben diverse - qualsiasi cosa si desideri. Un giro per il parcheggio è consigliato a chiunque affronti una partita, anche di preseason: se siete da soli è una delizia, se portate qualcuno per la prima volta lo stupirete manco gli faceste scoprire che sotto il Coliseum di Los Angeles c'è un ghiacciaio. Il tailgating - nome che deriva dal fatto che sostanzialmente la procedura consiste nell'aprire il portellone posteriore del pulmino o fuoristrada ed estrarne il materiale per la cottura - è americano come poche altre pratiche: mescola ossessione per il cibo a voglia di stupire, esuberante cortesia (è raro che passiate accanto ad un gruppo di mangioni e non vi venga offerto nulla) a spirito giocherellone. L'esagerazione, anch'essa molto americana, ma di quelle che fanno sorridere più che indignare (come capita invece, perlomeno a noi, vedendo interi negozi dedicati a bambole e alle loro padrone, come American Girl), sta in tutto quello che è cresciuto attorno alla passione del tailgating: griglie, coprigriglie, grembiuli, attrezzi con il marchio delle squadre, televisori e piccole antenne satellitari per vedere il prepartita e anche la partita stessa (per chi voglia solo fare tailgating ma non abbia il biglietto), libri di ricette create appositamente, ora una spettacolare, esagerata jeep pick-up della Ford che viene regalata ai vincitori di un concorso. Cos'ha di speciale (e peraltro non inedito, perché cose del genere se n'erano già viste)? Semplice: nel cassone posteriore, che può ovviamente essere coperto, ci sono una griglia già montata e cinque schermi tv al plasma, orientabili così da consentire la visione a chiunque sia intorno al camioncino. Senza parole.
6. Ultima cosa. E' uscito il rapporto Mitchell sul doping nel baseball, che ha scoperchiato alcune pentole peraltro già mezze esposte, e svelato un numero molto alto di giocatori che avrebbero assunto sostanze proibite. Nonostante i test, nel football il sospetto che qualcuno brighi nell'oscurità c'è sempre stato. E allora, da appassionati ed amanti di questo sport, ci auguriamo che la NFL, anche dietro le quinte, senza proclami - che però fanno molto pubbliche relazioni - faccia sforzi ancora maggiori per rimediare al problema, casomai ci fosse. E' per il bene di tutti, ovviamente.

Roberto Gotta
http://vecchio23.blogspot.com

Cowboys senza prezzo

1. Visto Bobby Petrino lunedì notte a bordo campo durante Atlanta-New Orleans? Ecco, ora è sparito. Nulla di criminale, sia chiaro. Semplicemente, Petrino ha deciso di uscire dal contratto quinquennale con i Falcons che solo dieci mesi fa aveva firmato e di accettarne un altro, per la medesima durata ma molto meno ricco (14 milioni contro 24), con la University of Arkansas. L’istinto sarebbe naturalmente quello di stroncare Petrino, che ha abbandonato una barca in evidente difficoltà, ed è recidivo. Nel novembre 2006, infatti, aveva accettato l’offerta dei Falcons nonostante avesse sottoscritto solo cinque mesi prima un accordo di dieci anni con Louisville, ed il suo passato è pieno di situazioni in cui se n’è allegramente e vorticosamente strafregato dei contratti in essere per cercare quel che a suo avviso era più allettante. Di fatto è un personaggio stimatissimo come coach per l’attacco, ma mai contento, sempre intento a scrutare l’orizzonte. Prima però di attaccarlo bisogna chiedersi se ciascuno di noi sarebbe in grado di non comportarsi alla medesima maniera. I soldi c’entrano fino ad un certo punto, anzi come si è visto saranno meno, ad Arkansas. Magari c’entra il metodo, il cosiddetto “progetto”, magari c’entrano condizioni lavorative migliori, e questo è un aspetto che non va sottovalutato, anche perché pare che i suoi giocatori ad Atlanta lo detestassero. Infastidisce però molto l’atteggiamento di Petrino nelle ultime settimane: obiettivamente sfortunato perché i Falcons per cui aveva firmato erano squadra promettente anche solo per la presenza di Michael Vick, che invece non è mai sceso in campo a causa dell’incriminazione (condanna, ora) per avere favorito l’allestimento di combattimenti tra cani, non avrebbe però dovuto rispondere “non ci ho nemmeno pensato un attimo” a chi gli chiedeva se si fosse interessato a qualcuno dei posti che si stavano liberando nel football NCAA, ed è questa tendenza a raccontare fandonie che infastidisce, anche perché non nuova. Poi è chiaro che la vita di un head coach universitario di una squadra buona e con grande tradizione, come Arkansas, è una delle migliori che si possano immaginare in questo ambito. Anche se dover supplicare dei 17enni cercando di convincerli ad accettare il tuo college è umiliante. A noi dà fastidio dover a volte rivolgere domande ad atleti sostanzialmente ignoranti ed in possesso nella loro esistenza di una unica dote, che però fa di loro dei milionari, figuriamoci entrare nel salotto di casa Harris, fingere di essere gentili con la mamma, sorridere quando ti dà una crostata e parlare con il giovane Nick spiegandogli perché Arkansas è meglio di Tennessee o Texas, vedendosi magari anche respingere. Per carità.
2. Siamo quasi al redde rationem, ovvero al momento in cui gli intrecci di prospettive playoff per le varie squadre si stringono l’uno con l’altro ed entrano in contrasto. Il borsino sale-scende delle più in vista è facile da compilare, quasi schematico. New England: sale. Indianapolis: sale. Dallas: sale. Pittsburgh: scende. Green Bay: sale. Minnesota: sale. Jacksonville: sale. Seattle: sale. San Diego: sale (poco). NY Giants: salgono. Tampa Bay (vedi sotto): sale. Washington: scende (ko Jason Campbell, il Qb).
3. Uscendo da questo angolo un po’ troppo sintetico, un altro accenno ai New England Patriots. Nemmeno troppo volentieri, ma dovuto. Partendo da una premessa che vale per tutti gli sport, specialmente però per uno estremamente tattico come il football: l’avversario che hai di fronte avrà inevitabilmente un punto debole, e la strada verso la vittoria la accorci se attacchi proprio quello. Nel caso di Pats-Steelers di domenica scorsa il coach Bill Belichick e l’offensive coordinator Josh McDaniels avevano individuato la parte molle in Anthony Smith, il safety con due anni non completi di esperienza NFL. Anello tenue della catena? Solo in parte. In realtà, cercando di equilibrare esigenze tecniche e tattiche con un pizzico di cattiveria, il duo di allenatori di New England voleva far capire a Smith che certe cose si è liberissimi di dirle, ma bisogna poi supportarle con i fatti. Smith in settimana aveva più o meno assicurato che Pittsburgh avrebbe vinto. E’ pressappoco il “guarantee”, la garanzia di vittoria, che per motivi che a noi sfuggono piace così tanto ai giornalisti americani. L’assicurazione di vittoria di Joe Namath (degli sfavoritissimi New York Jets) al Super Bowl III, poi mantenuta a sorpresa, viene ancora ricordata, ma ci pare un’assurdità: nello sport nessuna vittoria è certa prima che si giochi, dunque se Namath (o Smith o chi per loro, magari due anni fa Rasheed Wallace nella NBA) è certo che vincerà vuol dire che c’è qualcosa di losco (improbabile) o che la sua è solo una sbruffonata, alla quale va dato credito zero. Comunque sia, Smith libero di garantire la vittoria. Ma in un mondo come quello di oggi, in cui a quanto pare non si può dire nulla se non è politicamente corretto, invece di alzare le spalle e far finta di nulla c’è chi se l’è presa, ed ha agito di conseguenza. I Patriots, infatti, nella vittoria 34-13 in cui si sono progressivamente staccati dagli avversari, per due volte hanno segnato un touchdown lanciando proprio dove Smith era in copertura. Nel secondo caso si è vista una delle più belle azioni dell’anno: “ammorbidita” la difesa di Pittsburgh con una serie di passaggi corti, con palla sulle 44 di New England il quarterback Tom Brady ha lanciato immediatamente laterale a destra (in realtà all’indietro… ma per quel sapientino segnalato la scorsa settimana non era vietato?) per Randy Moss, che ha raccolto il pallone dopo che questo aveva toccato terra, e lo ha immediatamente rilanciato dalla parte per lo stesso Brady, che ha preso e lanciato lungo – 56 yard – per Jabar Gaffney. Touchdown. E si era sul 17-13 Patriots, quindi a partita ancora in piena incertezza, ma il livello di sicurezza in sé dei Pats è così grande che dalla linea laterale e dal gabbiotto degli assistenti lassù in tribuna ci si sente sicuri a chiamare questi schemi. Quanto a Smith, probabile che d’ora in poi sia più cauto, ma è giusto che non si freni, perché quel che dice non fa male a nessuno. E poi è parte obbligatoria dell’armamentario mentale di ogni defensive back – come di ogni portiere nel calcio – sapersi mettere subito alle spalle ogni errore: proprio come i portieri, cornerback e safety possono eseguire il movimento o gesto perfetto diciannove volte su venti, ma verranno ricordati e mostrati al replay per quell’unica volta in cui non avranno tenuto la posizione giusta, o infilato la mano tra quelle del ricevitore, e avranno concesso un touchdown. Una nota: domenica, New England ha lanciato 46 volte – completando 32 passaggi… - e corso solo nove volte. In questa stagione siamo a 484 passaggi e 365 corse. Ovvero tre corse ogni quattro passaggi, una formula che sta funzionando splendidamente.
4. A proposito di td concessi da defensive back: lunedì sera il touchdown segnato dal ricevitore di Atlanta Roddy White, su lancio di Chris Redman (tornato alla NFL dopo due anni come agente assicurativo), nel primo quarto del Monday Night Football, è stato il primo permesso dal cornerback Mike McKenzie in tutta la stagione. Merito suo, ma anche – vedi sopra – del fatto che i Qb avversari cerchino, se possibile, di lanciare altrove. Da qui ne deriva la conclusione, di una banalità – ci scuserete – imbarazzante, che se hai due cornerback e due safety di alto valore puoi mettere davvero nei guai i Qb avversari.
5. Niente di clamoroso, qui, visto che si tratta di un’informazione tratta da www.dallascowboys.com, nella sezione dedicata al nuovo stadio (nell'immagine sopra), attivo dalla stagione 2009 (vedi American Bowl 27) e sede del Super Bowl del febbraio 2011. Stadio di una bellezza che farà quasi rabbia, tra l’altro. Bene, è ovviamente già iniziata la vendita di abbonamenti per il nuovo impianto. Ed è rispuntata una sigla amata da molti dirigenti, e temuta dai tifosi: PSL. Ovvero Personal Seat Licence. Ne abbiamo già parlato: si tratta del “permesso” di acquistare biglietti, ed è l’equivalente della “tessera club obbligatoria”, che viene truffaldinamente imposta a chi ha la sventura, o necessità, di fare una settimana di vacanza in un villaggio turistico. Qui siamo a cifre diverse, come ovvio, ma il criterio è lo stesso: per motivi che ci possono spiegare fino alla nausea ma non capiremmo mai comunque, come per poter avere il diritto di farti rapinare al bar della rumorosissima e bambinosissima piscina (oddio, che squallore al solo pensiero) devi pagare una quota, così con la PSL per poter acquistare biglietti e abbonamenti devi prima prenderti questo permesso. Solo che nel caso dei Cowboys la quota (trentennale) va da 16.000 a 50.000 dollari (10.000-34.000 euro al cambio di mercoledì 12 dicembre). “Facciamo notare che sono previsti finanziamenti” aggiunge Chad Estis, responsabile vendite, e meno male. Comunque sia, i singoli biglietti costeranno poi anche 340 dollari a partita per i posti delle 50 file lungo le due linee laterali, su tre livelli diversi. Va specificato che procedimento analogo alla PSL, senza che così si chiamasse, era stato seguito alla costruzione del Texas Stadium nel 1971, solo che all’epoca, fatte le proporzioni, i 250 dollari di “obbligazioni” per ciascun posto a sedere valevano meno dei 16.000 di oggi. Nel comunicato si leggono altre cosette interessanti: pur tenendo conto anche qui del diverso potere di acquisto del dollaro, il costo del tabellone del nuovo stadio, che sarà lungo 60 yard (ma dai!) sarà superiore a quello sostenuto per costruire l’INTERO Texas Stadium 36 anni fa. Inquietante però che si legga che tale schermo, per gli spettatori dell’ultimo anello, potrà essere un’alternativa al guardare la partita che si svolge qualche decina di metri più sotto… Nel Texas, tra l’altro, ad Austin, sede della University of Texas, c’è il tabellone luminoso più grande della NCAA, casomai qualcuno si fosse dimenticato che per luogo comune tutto, in quello Stato, è più grande. Se si vuole, guardare, ammirare e vergognarsi (delle strutture italiane, oltretutto spesso pagate con denari pubblici) a http://stadium.dallascowboys.com.
6. Angolo, sgradevole anche da compilare, del Professorino, e giuriamo che a meno di casi clamorosi sarà l’ultimo. Non si dice il peccatore, come del resto la scorsa settimana, ma il peccato. Perché quel che vogliamo evidenziare non è (solo) la scarsa preparazione dei singoli colpevoli, quanto il sistema giornalistico generale che se ne frega tranquillamente della precisione e della serietà in molte circostanze, specialmente quando si occupa di argomenti non noti al grande pubblico, al quale evidentemente si ritiene che sia onesto propinare qualsiasi cosa. Stavolta, un settimanale piuttosto noto ha pubblicato un articolo su Adrian Peterson, uno dei giocatori preferiti da American Bowl, anche se avanza ogni giorno il sospetto che davvero, come ritengono alcuni commentatori americani infinitamente più illustri di noi, quello del running back sia un ruolo lievemente sopravvalutato, ovvero che nella NFL al di sopra di una minima soglia di talento, tenacia, resistenza ai colpi e atletismo, tra un RB e l’altro ci sia davvero poca differenza. Del resto lo avrebbe dimostrato il fatto che perso Edgerrin James, molto brillante nelle sue stagioni a Indianapolis, i Colts abbiano ugualmente vinto il Super Bowl, e che da anni ai Broncos, grazie anche alla linea di attacco e alle sue particolari tecniche non gradite a tutti gli avversari, basti mettere dietro il Qb un qualsiasi ex universitario in grado di tenere stretta la palla che la produzione di yard è assicurata.
7. Comunque sia nel pezzo, che ci dicono complessivamente ben fatto, c’è però una premessa che dice “Il Messia del football americano è un ragazzo di 22 anni, Adrian Lewis Peterson, l’uomo nuovo che gli Stati Uniti stavano aspettando per rivedere gli stadi pieni e le folle in visibilio, quello che mancava ad uno sport in crisi di campioni per ritrovare la fede”. Prego??? La NFL stabilisce di anno in anno un nuovo record di pubblico, tanto che ormai siamo quasi all’impossibilità di crescere ulteriormente se non verranno costruiti altri stadi, i diritti Tv valgono come il petrolio su Marte e ci sarebbe bisogno di un giocatore nuovo? Ma dai…
8. Non male anche questa robetta tratta da un quotidiano, peraltro fatto con le estremità inferiori: parlando della Tv di Natale si legge “… i professionisti della NFL dal 9 dicembre al 6 gennaio si contenderanno un posto per la finale del Superbowl”. A parte il fatto che si giocherà anche dopo il 6 gennaio, errore probabilmente dovuto al fatto che dal 7 gennaio non era più appropriato parlare di Tv di Natale, solita storia: Super Bowl si scrive staccato, e vabbé, ma dire “finale del Superbowl” è come dire “primo dell’anno di Capodanno”. Basta dire “un posto per la finale, il Superbowl”. Però per dirlo bisogna saperlo…

Roberto Gotta
chacmool@iol.it
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Il passaggio indietro vietato

1. La quasi sconfitta dei New England Patriots nel Monday Night è una vittoria. Punto e basta: tra qualche mese, se i Pats davvero riusciranno a chiudere imbattuti la stagione, del pericolo scampato nel fornello di Baltimore si ricorderanno in pochi, e se lo faranno sarà forse solo per menzionare il momento in cui questo dominio è stato messo maggiormente in pericolo. I Ravens, non solo motivati ma anche ben preparati e, in certi momenti, trascinanti, vedi il touchdown su corsa di Willis McGahee (138 yard) nel terzo quarto che aveva portato Baltimore avanti 17-10. Come è ovvio, e come si leggerà anche più sotto, non è chi conquista più yard che vince la partita, ma le 376 dei Ravens sono quasi 100 in più di quelle che New England concede di media, ed è certamente un dato che sarà stato analizzato dallo staff tecnico. Il coach Bill Belichick viene sempre ritenuto un genio, ma in un paese che al contrario di altri (...) i furbetti li mette spalle al muro, invece di eleggerli a modelli di vita con l'occhiolino pronto, la sua reputazione ha subito una discreta botta dopo l'episodio dello spionaggio a inizio stagione. Belichick, comprensibilmente, se ne strafrega: come gran parte dei grandi allenatori, pare più infuriato quando vince che non quando perde, probabilmente perché teme rilassamenti, ma di fatto la sua espressione facciale è sempre quella, manco fosse il grottesco provino di Renato Pozzetto in Sono fotogenico, in cui l'aspirante attore ha sempre il medesimo viso, che debba interpretare uno che ha appena vinto alla lotteria o uno cui sia morto il cane.
2. La vittoria dei Pats è stata favorita da un episodio davvero fortuito: quarto periodo, 1'48" alla fine, quarto tentativo e uno per New England sulla linea delle 30 dei padroni di casa. L'azione parte e il Qb Tom Brady viene steso, il che vorrebbe dire palla ai Ravens e partita pressoché chiusa, ma un attimo prima della partenza della palla (snap) Rex Ryan, allenatore della difesa di Baltimore, aveva chiamato timeout, per cui l'azione è stata annullata, e alla ripresa del gioco New England ha conquistato il primo down. Di Ryan riparleremo presto, va intanto segnalato un doppio particolare: prima di tutto, solo l'head coach può in teoria chiedere un timeout, ma pare che l'arbitro, dando ovviamente la schiena alla linea laterale, non abbia potuto accorgersi che a farlo era stato un assistente. Inoltre, Ryan voleva impedire lo sviluppo dell'azione perché aveva visto qualcosa che non gli piaceva: ma perché? Semplice: perché i Pats hanno giocato a lungo con l'attacco no-huddle, quello in cui una squadra non si "riunisce" prima di cominciare l'azione successiva ma riceve le istruzioni direttamente sulla linea, e questo accorciamento dei tempi impedisce alla difesa di eseguire sostituzioni costanti, come i Ravens (e molti altri team) fanno.
3. Ancora sull'argomento timeout. I Washington Redskins hanno perso male la partita (contro Buffalo) che nelle loro intenzioni doveva essere quella degli onori a Sean Taylor, il safety assassinato qualche giorno prima (a proposito: per quel che si sa, il delitto non ha niente a che vedere con il passato non sempre limpido del giocatore, e dovrebbe essere un "semplice" tentativo di furto finito male). In vantaggio per 16-14, Washington ha visto i Bills arrivare fino alla linea delle 34 a 4" dalla fine. Field goal da 51 yard in vista, dunque: alla distanza della palla al momento dello snap bisogna infatti aggiungere 7 yard per il punto in cui il calcio viene effettivamente effettuato, e le 10 della end zone. Joe Gibbs, coach dei Redskins, ha chiamato timeout un attimo prima che il kicker, Rian Lindelli, si preparasse. E' una prassi che nel basket è abituale prima di tiri liberi decisivi, e si sta diffondendo sempre più nel football: in pratica, dai al kicker un minuto in più per riflettere su quel che sta per fare e dunque, per certi versi, per sentirsi addosso pressione. Solo che Gibbs ha chiamato un altro timeout non appena terminato il primo, e questo non è concesso dalle regole. Per cui 15 yard di penalità ai Redskins, palla sulle 19, field goal ora molto più facile, 17-16 Bills.
4. Gli onori a Taylor erano però stati resi in una splendida maniera, da Gregg Williams, allenatore della difesa: ben sapendo che anche in caso di insuccesso ci sarebbe stata tutta la partita davanti per riprendersi, Williams ha deciso che per la prima azione la difesa sarebbe stata mandata in campo con dieci uomini. L'undicesimo, spiritualmente, sarebbe stato proprio, da lassù, il safety assassinato. Bellissimo gesto di onore, e non è stato certo il guadagno di 22 yard di Buffalo contro una difesa con l'uomo in meno a determinare un paio di ore dopo la sconfitta dei Redskins.
5. Nel mondo dei college, quel che si temeva è successo. Una settimana dopo avere dominato Kansas, Missouri è stata schienata 38-17 da Oklahoma, mentre West Virginia perdeva 13-9 contro Pitt. Una vittoria di MU e WVU le avrebbe messe in una posizione inattaccabile come numero 1 e 2 e dunque avversarie nel BCS Championship Game del 7 gennaio a New Orleans, la "finale" del college football. La sconfitta ha cambiato tutto: fuori entrambe dal BCS, che ora ospiterà invece Ohio State e Louisiana State. E la questione, determinata dalla graduatoria del comitato BCS, ha come ogni anno suscitato perplessità. Vediamo perché, analizzando le situazioni delle squadre, una per una. Ohio State: ha perso solo contro Illinois, che è poi andata al Rose Bowl. Louisiana State: ha perso due volte, entrambe dopo tre tempi supplementari, ma sabato ha battuto Tennessee 21-17 nella finale della Southeastern Conference. Touchdown decisivo di Jonathan Zenon, che ha intercettato e riportato in end zone un lancio del Qb dei Vols, Erik Ainge, nipote del general manager dei Boston Celtics che era presente al Georgia Dome. Missouri: due sole sconfitte, entrambe però contro Oklahoma. West Virginia: due sconfitte, grave e invalidante quella contro Pitt che era nettamente sfavorita (e inferiore). Georgia: due sole sconfitte, ma nemmeno finalista della Southeastern Conference. Oklahoma: due sole sconfitte, e due vittorie contro Missouri. Southern California: due sole sconfitte, ma... non se l'è filata nessuno. Kansas: una sola sconfitta, ma contro Missouri che a sua volta ha perso due volte. Hawaii: 12 vittorie e zero sconfitte, ma non ritenuta all'altezza. Giocherà sì al Superdome, ma nel pur prestigioso Sugar Bowl dell'1 gennaio. Mettendo in fila questi bilanci, è stato deciso dunque che Ohio State-Louisiana State sarà la "finalissima", in campo quasi neutro visto che Baton Rouge, la capitale della Louisiana e sede di LSU, è a 45 minuti d'auto. Buffo: anche nel 2003, quando i Tigers vinsero il BCS Championship Game e dunque il titolo nazionale, la partita si era disputata sotto il cupolone bianco cemento di New Orleans.
6. Non verrebbe quasi neanche più da meravigliarsi, a leggere e sentire certe sciocchezze, oltretutto involtinato dentro un corposo strato di pregiudizio ideologico. Ci riferiscono infatti persone affidabili che la scorsa settimana, alla presentazione milanese di un libro sugli sport minori, sarebbe stato espresso dal tavolo il seguente concetto (le parole potrebbero non essere esattamente queste): "Il football americano è l'emblema della pacchianeria americana perché è giocato tutto in avanti, il passaggio indetro è infatti vietato". Accertato che non fosse uno scherzo, cadono braccia, orecchie ed altre parti sporgenti: il passaggio all'indietro, infatti, non è per nulla vietato, nel football, ed è grottesco e paradossale che una porcheria del genere, utilizzata come ovvio come arma anti-americana, sia stata espressa nei medesimi giorni in cui, con ritardo mostruoso rispetto alla segnalazione fatta proprio qui su American Bowl, un quotidiano metteva in evidenza un filmato in cui nell'ultima azione di una partita di college i passaggi all'indietro erano addirittura 15 o 16. Tra l'altro, il pregiudizio anti-americano si esprime anche in un altro luogo comune di questo ambiente 'culturale', quando cioé si ricorda che nel football l'obiettivo è la conquista del terreno e dunque è sport perfettamente adeguato alla mentalità imperialistica (ma vai, che parolone!) statunitense. Giusto? Sbagliato. Nel football l'obiettivo è segnare un touchdown, che si può segnare se gli avversari sono così graziosi da regalarti palla ogni volta ad una yard dalla linea, e del resto se contasse guadagnare terreno la vittoria alla fine verrebbe assegnata a chi conquista più yard, non a chi segna più punti. Dunque, con modalità parzialmente diverse, il football ha il medesimo obiettivo del rugby, sport che piace (giustamente) a molti e che immaginiamo sia in difficoltà di fronte ai tanti che cercano di appropriarsene per secondi fini, vedi il caso dell'assurdo uso del termine "terzo tempo", che nella palla ovale ha significato e modi ben più nobili, per definire la stretta di mano calcistica. Detto per inciso, nel football americano, in Italia, il saluto a centrocampo delle due squadre a fine gara esiste da sempre. E per chiudere, prima di diventare insopportabili: normalmente, assurdità come quelle citate non meriterebbero neppure di essere menzionate, perché si dà loro importanza, ma siccome le si ascoltano e le si leggono troppo di frequente prevale il concetto, qui, che si debba proteggere (sì, proteggere) dalle bugie e dai travisamenti il lettore meno informato, specialmente se vaselinato dall'accondiscendenza ideologica verso chi gliele propina. Il football può piacere o meno, e può anche essere criticato per certi suoi aspetti. Ma le bugie no, per favore.

Roberto Gotta
chacmool@iol.it
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