di Franco Casalini
Non credo di avere mai visto, in tre anni, John non dico arrabbiarsi, ma nemmeno alzare un sopracciglio. Nemmeno a Mosca, quando campò per tre giorni di pane e burro, a causa del cibo non proprio gradito. In regime di scambio di ospitalità, per motivi di valuta, il CSKA ci aveva alloggiato in un grazioso ostello della gioventù, confortevole (c'erano persino i cuscini!), ma non precisamente segnalato sulla Guida Michelin. In effetti la brodaglia rossastra che ci accoglieva immancabilmente ad ogni colazione, pranzo e cena, non era propriamente allettante, né tanto meno le aringhe, più o meno affumicate, che formavano l'unico ghiotto secondo di ogni pasto. E così vedevamo progressivamente John deperire, fatalmente, fino alla partita. Cosa che non gli impedì di giocare, al solito, con insuperato rendimento, anche se perdemmo di un punto. Ecco, l'unica parola che riesco efficacemente ad associare a John è proprio rendimento. Né punti, né passaggi, né blocchi, né difesa, né rimbalzi. Ma tutte queste voci quando ne serviva una.
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Il coach ed io
di Franco Casalini
“E così, sarai tu il mio assistente? Bene, non hai idea del culo che ti farai!”. E giù una risata sguaiata, come a dire: hai voluto la bicicletta? Pedala, adesso. Questo fu il mio primo impatto con il coach. Stava per dirigere il primo allenamento con la sua nuova squadra, ancora in giugno, appena arrivato da Bologna e reduce dalla finale persa contro la Mobilgirgi. Era un arrivo voluto, ma non all’unanimità. Infatti dopo l’ultimo risultato la stampa scriveva cose così: “A Milano arriva un perdente”.Da Bologna in treno, naturalmente: perché ‘’la mia macchinetta’’, come chiamava la sua preistorica 500 bianca con le portiere controvento, l'avrebbe portata a Milano in settembre: partenza al mattino, arrivo nel pomeriggio inoltrato. Non credo potesse superare i 60 all'ora.
“E così, sarai tu il mio assistente? Bene, non hai idea del culo che ti farai!”. E giù una risata sguaiata, come a dire: hai voluto la bicicletta? Pedala, adesso. Questo fu il mio primo impatto con il coach. Stava per dirigere il primo allenamento con la sua nuova squadra, ancora in giugno, appena arrivato da Bologna e reduce dalla finale persa contro la Mobilgirgi. Era un arrivo voluto, ma non all’unanimità. Infatti dopo l’ultimo risultato la stampa scriveva cose così: “A Milano arriva un perdente”.Da Bologna in treno, naturalmente: perché ‘’la mia macchinetta’’, come chiamava la sua preistorica 500 bianca con le portiere controvento, l'avrebbe portata a Milano in settembre: partenza al mattino, arrivo nel pomeriggio inoltrato. Non credo potesse superare i 60 all'ora.
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