Il budget di Faina

di Stefano Olivari
Siamo un po' fissati, su tante cose. Così guardando Torino-Castelletto Ticino di DNA più che il livello del gioco (molto buono, nonostante il divario in classifica, con varietà e aggiustamenti che nelle serie superiori non si vedono per evidenti ragioni organizzative) e le due ere geologiche diverse di provenienza degli allenatori abbiamo notato il vuoto quasi assoluto del PalaRuffini (proprio quello dei tempi della Berloni, anche se l'attuale società non discende dalla gloriosa Auxilium) a un solo giorno di distanza dei settemila e passa spettatori, senza una squadra torinese in campo, per la Coppa Italia giocata al PalaOlimpico.
Più che inerpicarsi in discorsi su bilanci e fair play finanziario, impossibili in ambienti in cui sui bilanci non risulta tutto, ci chiediamo sempre il perché un imprenditore vero dovrebbe mettere centinaia di migliaia di euro in una squadra che non interessa ad alcuno. Non può essere la passione pura per il basket, in tal caso si metterebbero quei soldi nell'attività di base. Non può essere la vanità personale: quanti torinesi, anche appassionati di sport, conoscono il nome di qualche giocatore della 'loro' squadra? Insomma, il vero tsunami per gli sport che si reggono solamente su iniezioni di denaro esterne non è ancora arrivato. Morto o moribondo un certo tipo di imprenditoria legata al territorio, indotta a finanziare lo sport da pressioni politiche e convenienza fiscale, difficile che il ristoratore cinese o la multinazionale mordi e fuggi abbiano voglia di investire su Masper e Cotani (per citare i più forti in campo). Poi nel deserto c'è stata anche buona pallacanestro, che non ci ha fatto capire come mai Castelletto sia ultima in classifica nella divisione Nord-Ovest (sesta su sei: la DNA, terzo gradino del nostro basket, è articolata in quattro gironi), guidata senza overcoaching da due tecnici che in passato ci hanno regalato tante emozioni: sulla panchina di Torino Pippo Faina, l'uomo che ha allenato l'Olimpia Milano tardo-bogoncelliana (nella società è poi tornato due volte) e con pochi soldi fra l'era Rubini e l'era Peterson (ovvero, che sfiga), sull'altra l'ex azzurro Sandro De Pol che a 40 anni sembra più giovane di molti suoi giocatori. Mille storie, fra le mille il fatto che De Pol abbia iniziato la carriera di allenatore come vice di Faina a Verona, con un bel prodotto. Che costa, perchè fra budget tipo, settore giovanile e spese generali stiamo bassi parlando di di 7 o 800mila euro l'anno. Ma che purtroppo interessa a quasi nessuno. 


Twitter @StefanoOlivari

4 commenti:

Krug ha detto...

Qualsiasi palazzetto per le final four di coppa italia di solito ospita esclusivamente i tifosi delle squadre che partecipano,
quindi non è che facciano testo le settemila presenze al Pala Ruffini per misurare la voglia di basket dei torinesi, che mi sembra piuttosto limitata parimenti a quella dei milanesi e dei romani.

Sul perchè l'imprenditore dovrebbe investire nel basket la risposta è semplice, per avere un bel giocattolo che porti visibilità e che magari, se ben amministrato ed inserito in un contesto accattivante, possa portare anche qualche soldino in tasca.

Tutte condizioni che nell'Italia attuale mancano; manca l'imprenditore che veda aldilà del proprio naso (eccetto pochi casi), mancano le persone competenti che possano costruire il bel giocattolo (eccetto pochi casi), manca il contesto accattivante (una Lega solida ed all'avanguardia) e quindi il nostro sport, tutto, non solo il basket finisce per essere gestito perlopiù da affaristi con pochi scrupoli ed ancora meno passione.

Sandro De Pol è sempre stato un atleta con la A maiuscola, di fisico e di testa, ogni ragazzino che giochi a basket a Trieste si è sentito raccontare qualche episodio sulla sua abnegazione al lavoro (solitamente contrapposta al presunto fancazzismo del Poz, che è solo presunto perchè quando c'erano degli appuntamenti a cui teneva anche il Poz era capace di farsi il mazzo), non mi stupisce che a quarant'anni potrebbe essere ancora utilissimo in campo in più di qualche squadra di serie A

Poli ha detto...

Su De Pol: o sentito parlare o visto dal vivo anni e anni fa (purtroppo sull'ordine dei venti ormai...) dal campo sottoposto all'amorevole cura Tanjevic, quando il sottoscritto finiva l'allenamento con la mia squadra sul campo grande di Chiarbola per passare poi il testimone all'allora Stefanel...

Oltre all'abnegazione anche la forza per sopportare degli shampo incredibili da parte di papà boscia... :-)))

De Pol che a ripensarci ha vinto decisamente tanto rispetto al talento concessogli (due scudetti, di cui uno da assoluto protagonista a Varese, un Europeo)

Sulla DNA: secondo me fatte salve tutte le corrette osservazioni del direttore la formula di quest'anno è veramente accattivante, mi piace molto, dando freschezza ed interesse. Non capisco tanto invece il senso della riforma di Lega Due...

Stefano Olivari ha detto...

Il senso della riforma della LegaDue, nell'assetto 16+16 con due soli stranieri (con sopra solo la A a 16 squadre a girone unico), è in parte quelle di ricreare il basket di una volta' ma soprattutto quello di abbattere i costi...ritorno al dilettantismo significa, in concreto, abbattimento degli oneri previdenziali (si viaggia sui 200mila euro l'anno di risparmio), e possibilità di cambiare regole senza che il primo presidente cialtrone ricorra al Tar...

Krug ha detto...

Effettivamente il talento di "Manera" De Pol era inversamente proporzionale all'abnegazione; però penso che un difensore così sia il sogno di ogni allenatore...