di Stefano Olivari
Che differenza c'è fra la storia di Jeremy Lin e una qualsiasi 'favola Chievo' dello sport europeo? Ci pensavamo guardando su SportItalia l'ultima puntata della Linsanity, nella partita fra Knicks e i Mavs campioni (sembra passato un millennio) giocata al Garden. Buona prova della squadra di Carlisle, il primo allenatore ad avere preso sul serio l'ex giocatore di Harvard: mandato quasi sempre a sinistra, cioè sulla mano meno forte, marcato a volte da un'ala invece che da una guardia per togliergli la visuale del canestro, raddoppiato spesso e soprattutto rispettato sul pick and roll centrale senza 'passare dietro' in maniera sistematica. Risultato: vittoria dei Knicks ancora senza Anthony e altra prestazione clamorosa dell'idolo dell'America di febbraio 2012, con 28 punti e 14 assist.
Una prestazione resa ancora più importante dal rispetto tecnico, evidenziato dalle 7 palle perse e da una creazione di gioco più difficoltosa rispetto alle prime puntate della saga. Che forse si ridimensionerà con il ritorno di Melo e lo scongelamento di Baron Davis, ieri incombente in panchina: dalla squadra semi-dantoniana delle ultime partite al carnevale dei 'veneziani' il passo sarà purtroppo breve, pur con la certezza che Lin avrà davanti una carriera NBA. Ma torniamo alla domanda iniziale: cosa differenzia Lin dai tanti outsider che anche fuori dagli Usa hanno avuto il loro periodo di gloria? Fondamentalmente una cosa: Lin non è visto dai media americani e quindi dagli americani stessi come una simpatica anomalia, destinata a passare di moda non appena i 'grandi' torneranno a giocare. Lin è l'essenza stessa dell'America, dove l'allenatore ha dato un'opportunità (per disperazione, essendo a due ore dall'esonero) a un ragazzo che lui per primo aveva giudicato inadeguato. Quello che vogliamo dire, in maniera farraginosa, è che alla fine di questo periodo di gloria Lin cambierà comunque status sportivo, mentre le Cenerentole di ambienti più statici continueranno a lavare i pavimenti alle sorellastre. Fra l'americanismo da sudditi frustrati e lo snobismo eurocentrico c'è la realtà: è difficile che uno di noi piccolo borghesi italiani finisca a vivere in una roulotte (ma non è detto), al contrario dei nostri omologhi statunitensi, è quasi impossibile che uno di noi emerga in un ambiente lavorativo diverso da quello dei propri genitori.
Twitter @StefanoOlivari

8 commenti:
stefano secondo me ci sono tanti di quegli elementi che ognuno ci trova qualcosa per tifare linsanity. in ordine sparso: c'è la storia del ragazzo snobbato per il colore della pelle (incontestabile), c'è la rivincita dei nerd (è asiatico e ha fatto harvard!), c'è la fede (vuole fare il pastore dopo il ritiro!), ci sono i knicks che tornano in lizza per i PO (non minneosta, con tutto il rispetto), c'è la ruota che gira (d'antoni che lo fa giocare per disperazione), c'è uno dei migliori del globo che dice "Lin who?" e lui che risponde sparandone 38 (con cartello "yellow mamba" pronto per l'ocacsione), c'è la diversità rispetto ad un ambiente di finti gangsta andati al college con esami fasulli...
Concordo con Vi. A Toronto, in un ACC pieno per una partita contro I Knicks(!), il boato dopo la tripla a 0.5 dalla sirena come se si fosse al MSG. Ci riconosciamo un pò tutti in questo Linsanity...
Il che mi riporta alle ultime quattro righe di Stefano. Da incorniciare.
Nota di colore: mi diceva un amico asiatico ( il tipico nerd): c'è solo una categoria di persone che "detestano" l'onda del Linsanity: i genitori asiatici. Fino a ieri, martellavano I figli " se vuoi emergere nella società e diventare qualcuno hai solo due strade: studiare duro, e farlo 24/7". Oggi hanno paura che le loro certeze (e di consequenza l'approccio dei figli verso li studi) sono minate dal esplosione di questo (fino a ieri) sconosciutto, insignificante nerd.
Tani, dormi tranquillo. Le Tiger Moms asiatiche continueranno a martellare i loro figli con l'educazione, tuition, il tutor per le tuition, il piano, le attivita' extracurriculari etc etc.. E per fortuna direi, altrimenti gente come me, con titoli di studio imbarazzanti (al cospetto dei PhD che girano qua) non avrebbe speranza se non quella di aver trascorso un'adolescenza normale. Normalita' che mi porta ad essere speciale nei confronti della stragrande maggioranza dei corrispettivi cinesi. Con cinesi intendo tutte le derivazioni della diaspora.
Il fatto interessante e' che la Cina attraverso un paio di giornali e firme illustri si e' permessa di dire "molla la cittadinanza americana e gioca per la tua patria, la Cina". Problema: i genitori sarebbero taiwanesi...
Ciao Stefano!
da sottoscrivere tutto.
Oltretutto in Italia le "cindarella story" i media, e dunque il grande pubblico ormai lobotomizzato, le sopportano solo a breve. Perchè qui da già fastidio pensare che un outsider ce la possa fare. Non sia mai che qualcuno ci riesca veramente. Non è bello dare certi messaggi...
Ecco, il ritorno di Melo contro i Nets ha già dato un segnale... del finale della partita di Toronto mi ha impressionato il pubblico locale, tutto in piedi, che 'voleva' con tutto il cuore l'impresa di quello che non era più un avversario ma una persona in cui identificarsi...
Il problema è di D'Antoni: possibile che sia cosi' difficile integrare un ottimo giocatore nel suo sistema? Possibile che sia meglio per lui avere il Boris Diaw della situazione piuttosto che uno come Melo che ha dimostrato a Denver che se gestito come si deve puo' essere un top 5 della lega? A me il coach sembra trementamente limitato, se si puo' fare il suo gioco i risultati arrivano (come a Phoenix), varianti non sono previste. La differenza con uno come Popovich o come Karl mi sembra enorme.
cmq è pazzesco come siano cambiati i Knicks con un play che non è neanche lontanamente un fenomeno ma che sa giocare la posizione e leggere un minimo l'attacco. Capisco la passione per le scimmie salterine in spot come l'ala in cui i mezzi fisici sono fondamentali, ma il play non dovrebbe essere uno che prima di tutto ha qi cestistico?
dovrebbe...
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