L'Eredivisie che verrà

di Alec Cordolcini
1. Nell’estate 2008 Marko Arnautovic era solo un giovane di interessanti prospettive che aveva raccolto collezionato qualche presenza in prima squadra con il Twente, senza però mai riuscire a trovare il gol. Oggi lo troviamo nell’Inter. Il suo ex compagno di squadra Eljero Elia vantava già quattro stagioni in Eredivisie, ma il rendimento modello alti e bassi non lo rendeva proponibile in chiave mercato all’Ajax, figuriamoci all’estero. Oggi è in nazionale, e dopo aver detto di no al Manchester City si è accasato all’Amburgo. Nella città portuale troverà Marcus Berg, scoperto dai più al recente Europeo under-21 ma da anni bomber da oltre 15 gol a stagione. Poi ci sono Daniel Pranjic e Edson Braafheid, neo acquisti del Bayern Monaco. Esempi che testimoniano come anche in tempi di crisi la Eredivisie non abbia perso la propria capacità di coltivare e valorizzare talenti. Questa sera Heerenveen-Roda aprirà la nuova stagione. Il sottobosco di potenziali affari di mercato rimane altrettanto interessante e fertile. Di seguito proponiamo una rapida carrellata.
2. Tra Maradona e Van Gaal, ecco Sergio Romero (classe '87), miglior portiere del campionato 08/09. Esplosivo tra i pali, rapido nei riflessi a dispetto dell’altezza (1.92), il numero uno argentino è risultato uno degli elementi fondamentali nella vittoria dell’Az mantenendo inviolata la propria porta in ben 22 partite. Oro olimpico a Pechino con l’Argentina (titolare dai quarti di finale al posto dell’infortunato Ustari), stimatissimo dal ct della Selecciòn Maradona, che lo ha fatto esordire dal primo minuto a Glasgow contro la Scozia. Proviene dal vicino Brasile invece Douglas Franco Texeira (88), formatosi nel vivaio del Joinville Esporte Clube ma trasferitosi in Olanda senza aver disputato un solo minuto nella massima divisione brasiliana. Difensore centrale possente, leve lunghe, forte di testa, nello spumeggiante Twente del rinato Steve McClaren Douglas ha puntellato la difesa con precisione e personalità, mostrando una sorprendente capacità di adattamento al calcio europeo. Destinato a seguire la parabola ascendente del connazionale del Chelsea Alex.
3. La deficitaria gestione Van Basten in casa Ajax non ha lasciato solo macerie. Il lancio in prima squadra di Gregory van der Wiel ('89) è tutta farina del sacco dell’ex milanista, che lo ha riconvertito da difensore centrale (ruolo ricoperto nelle giovanili) in terzino destro preferendolo al più quotato (e costoso) Bruno Silva. E’ sbocciato un talento che si ispira a Dani Alves definendosi “difensore di professione, attaccante per attitudine” e che nel giro di pochi mesi è passato dall’esclusione dall’Under-21 in partenza per le Olimpiadi di Pechino alla maglia da titolare della nazionale maggiore durante le qualificazioni per Sudafrica 2010. Veste invece la casacca dei Diavoli Rossi belgi ormai dal 2007 Jan Vertonghen ('87), rude mastino mordicaviglie dai numerosi utilizzi: mediano, difensore centrale oppure esterno sinistro, ovunque lo si metta lui corre e azzanna, non disdegnando qualche puntata a rete per sfogare il proprio sinistro potente. Curiosa la storia legata al suo primo gol da professionista: coppa d’Olanda 05-06, Ajax 2-Cambuur, gli avversari gettano fuori la palla per soccorrere un infortunato, alla ripresa del gioco lui la restituisce con una palombella da oltre 50 metri che si infila nel sette. Ma giura di non averlo fatto apposta.
4. Il portafoglio vuoto aguzza l’ingegno e l’attitudine alla sperimentazione. Così il Feyenoord ha scoperto le geometrie di Leroy Fer ('90), centrocampista multifunzionale piazzato nel cuore della mediana del club di Rotterdam per dettare tempi e ritmi, proprio come fa il padre del giocatore antilliano in ambito musicale con la sua banda di ottoni “Red Hot”. Un metronomo non velocissimo ma dinamico e puntuale negli inserimenti sui calci piazzati. In attesa però di ripetere un altro affare modello Drenthe, il Feyenoord si coccola anche Diego Biseswar ('88) e Georginio Wijnaldum (90), i due scudieri dell’intramontabile Roy Makaay. Il primo è uno spirito anarchico con trascorsi tribolati (la scorsa estate venne cacciato da un provino allo Sheffield United dopo un solo giorno) che svaria sull’out sinistro, dribbla e conclude con destro a giro; il secondo ha trasferito il suo sogno di diventare un acrobata da circo sui campi da gioco. Paragonato al primo Seedorf, Wijnaldum lo ha battuto in precocità, debuttando in Eredivisie all’età di 16 anni e 148 giorni.
5. Nella stagione 1986/87 Erik Willaarts dell’Utrecht si classificò secondo nella classifica marcatori alle spalle di Marco van Basten, all’epoca bomber dell’Ajax. Potrebbe imitarlo a breve il nipote Ricky van Wolfswinkel ('88), ottimo bagaglio tecnico unito a movenze rapide e fiuto del gol da rapace d’area di rigore. Tutte qualità mostrate nel Vitesse in un campionato iniziato da signor nessuno e concluso sotto i riflettori. Adesso dovrà ripetersi proprio nell’Utrecht. In ambito olandese si conosceva già invece il brasiliano Paulo Henrique Carneiro Filho ('89); gol all’esordio nell’Atletico Mineiro (10 giugno 2007, 1-0 al San Paolo), doppietta alla sua “prima” con l’Heerenveen (5-1 al Nac Breda il 15 dicembre dello stesso anno). Aumentato quest’anno il minutaggio, sono cresciuti di conseguenza i gol, e la stagione si è chiusa in doppia cifra. Ambidestro, è agile, tecnico e svaria molto. Una rete da urlo in Coppa d’Olanda al Nec Nijmegen, con palleggio e pallonetto al volo a scavalcare il portiere. Altro pezzo forte del club frisone è Roy Beerens ('87), ala destra veloce e tatticamente ordinata che ha dimostrato come a volte fare un passo indietro possa favorire la propria carriera piuttosto che penalizzarla. Cresciuto nelle giovanili del Psv Eindhoven, nell’estate del 2007 Beerens ha rifiutato il contratto propostogli dal club della Philips preferendo accasarsi in provincia, all’Heerenveen, dove è diventato subito titolare. Stella dell’Under-21, quando gli è stato chiesto quale fosse stato l’avversario più tosto affrontato finora ha risposto senza esitazioni “l’italiano Davide Santon”. Tra piccoli campioni ci si intende subito.
6. Da tempo immemorabile il calcio ungherese non riesce a produrre un top player. Per questo motivo è ancora più forte la pressione su Balasz Dszudszak ('86), esterno mancino scuola Debrecen (tre titoli nazionali in quattro stagioni, delle quali le ultime due da titolare) arrivato nel gennaio 2008 al Psv Eindhoven. Esordio fulminante a suon di reti, poi un rallentamento la stagione, anche perché penalizzato da un modulo troppo rinunciatario. Veste la maglia della nazionale maggiore già da un anno e mezzo. La stoffa c’è tutta, adesso serve personalità e continuità.
7. Per finire un’autentica scommessa. La scorsa estate lo sconosciuto Luuk de Jong ('90) fu il maggior goleador delle squadre olandesi nelle amichevoli precampionato, tanto da guadagnarsi una chance da titolare nel De Graafschap e chiudere il campionato con un bottino, 8 reti, che gli è valso il passaggio al Twente. Quest’anno la situazione si è ripetuta con l’altrettanto sconosciuto Genaro Sneijders ('89), re del gol delle amichevoli estive con 12 centri. Gioca nel Vitesse e può quindi evitare il trappolone del prestito in Eerste Divisie, tomba delle aspirazioni di tanti goleador in erba.
(in esclusiva per Indiscreto)

Twittando con Villanueva

di Stefano Olivari
Non frequentiamo spogliatoi NBA, quindi non potremmo proporre pezzi del tipo 'I segreti dei Bobcats' senza copiare, però al di là di Belinelli ai Raptors stiamo seguendo su vari giornali USA il dibattito su come stia cambiando il rapporto fra campioni e giornalisti. Rimanendo alla NBA, forse non ci sono ancora addetti stampa che dicono 'Oggi parla Toldo' o 'Manda a Del Piero le domande via mail' ma di sicuro è in atto un processo di disintermediazione. In italiano significa che gli atleti con una grande immagine hanno iniziato a sfruttare la tecnologia per avere un rapporto diretto con il proprio pubblico, al di là del fatto che quasi sempre al loro posto rispondano giornalisti-schiavi oppure amici accattoni. L'ultima moda è ovviamente Twitter, che solo da pochi paesi (gli Stati Uniti sono ovviamente fra questi) si può aggiornare via sms senza pagare tariffe internazionali: perchè in teoria si potrebbe fare anche da uno spogliatoio italiano, ma chiamando un numero inglese con roaming e tutto quello che ne consegue. Steph Marbury è un patito di Ustream (da noi poco frequentato, è una specie di sintesi fra You Tube ed un sito di video live in streaming), su cui carica anche sue poco interessanti vicende private, Brandon Jennings è stato tradito sul più tradizionale You Tube dall'inevitabile amico rapper che ha postato i suoi 'veri' giudizi sul draft, mentre è già storia il twittering in panchina di Charlie Villanueva durante alcune partite dei Bucks della scorsa stagione (con tanto di sfuriata di coach Skiles: adesso il dominicano del Queens è ai Pistons). Tre giocatori che non si negano ai media professionali, ma che come mille altri riservano le presunte 'cose buone' ai propri siti o ai channel bulgari del club o dello sponsor. Non è un segreto che nella serie A italiana di calcio molti 'cronisti da campo' vadano magari anche al campo (c'è la nota spese da compilare, in fondo) ma che si accontentino della conferenza stampa istituzionale che si può vedere in diretta praticamente ovunque. Il giornalismo è screditato, venendo visto dai più come scrittura su commissione (tale rimarrà, finchè il sistema si reggerà su pubblicità finta ed editoria 'impura'), quello sportivo ancora di più: siamo d'accordo, vista la pratica. Ma l'informazione data direttamente dagli oggetti delle notizie è spazzatura anche in teoria.

Il calcio torna a casa

di Luca Ferrato
1. L’Afghanistan batte la Russia per 5 a 4 e si laurea campione del mondo per la prima volta nella storia. Non siamo impazziti a causa del caldo di fine luglio, ma questo è stato il risultato dell’ultima edizione della Homeless World Cup disputata a Melbourne nel dicembre 2008, la Coppa del Mondo dei senzatetto. L’idea venne all’imprenditore sociale Mel Young, che pensò di organizzare un torneo di street soccer su base mondiale riservato a quelle persone che si trovano in difficoltà, a volte senza una casa e un lavoro, essendo per i più disparati motivi incorse in scelte sbagliate che le hanno costrette ad una vita senza fissa dimora.
2. Il primo torneo venne organizzato a Graz in Austria nel 2003, grazie anche a un massiccio aiuto della municipalità cittadina che diede così il via a un evento che nel corso degli anni cambiò la vita a molti partecipanti alla competizione. In quella prima edizione austriaca le nazioni partecipanti furono diciotto e fu subito chiaro agli organizzatori che questa competizione aveva la possibilità di continuare. Da subito si riscontrò una grossa curiosità da parte del pubblico, del tutto imprevista per un torneo pochissimo pubblicizzato. Mel Young e le persone che nel corso degli anni hanno lavorato con con lui, sono riusciti a coinvolgere nella manifestazione anche personaggi del calibro di Eric Cantona, Didier Drogba e Rio Ferdinand, oltre ad agganciare sponsor di importanza mondiale come Vodafone e Nike ed avere il patrocinio dell’Uefa.
3. Si è deciso quindi di organizzare la competizione annualmente alternando ovviamente i vari Paesi ospitanti. Nel 2004 è il turno di Goteborg, mentre nel 2005 è la volta della splendida Edimburgo, dove la Homeless World Cup ha un successo di pubblico incredibile. I britannici ancora una volta si dimostrano molto sensibili alle forme di solidarietà legate al calcio e d’altra parte il giornale di strada “Big Issue” (chi è stato almeno una volta in Gran Bretagna avrà visto i ragazzi che agli angoli delle strade vendono la rivista, strillandone in modo inequivocabile il nome) è uno dei principali sostenitori della manifestazione. Nel 2006 si esce dall’Europa ed è Città del Capo ad ospitare la Coppa. L’anno seguente è il turno di Copenaghen mentre, come già accennato, nello scorso dicembre è stata Melbourne ad ospitare l’evento. In Australia addirittura si sono radunate ben 56 nazioni e si è data vita alla Homeless World Cup più grande di sempre. Per la prima volta è stato anche disputato un torneo femminile.
4. Da un punto di vista prettamente sportivo la squadra italiana si è comportata più che bene nelle precedenti edizioni, vincendo sia in Svezia che in Scozia l’anno seguente. Le partite, giocate fra squadre di tre giocatori di movimento più un portiere, vengono disputate in due tempi di sette minuti ciascuno e risultano belle, veloci, spettacolari e ricche di gol. L’aspetto più importante è ovviamente quello sociale e il grande successo della manifestazione è dato dal fatto che il 93% dei giocatori dopo la manifestazione ha trovato una nuova motivazione per vivere, mentre il 71% di loro ha cambiato significativamente stile di vita. Ben 118 giocatori delle edizioni precedenti hanno dichiarato di aver abbandonato alcol e droga mentre un 38% è riuscito a trovare una situazione abitativa stabile.
5. Quest’anno è il turno di Milano e la Coppa verrà ospitata all’Arena Civica dal 6 a 13 settembre. Saranno ben 48 le nazioni in gara, provenienti da tutte le parti del mondo. La presentazione ufficiale è avvenuta presso il Comune di Milano lunedì scorso, alla presenza del sindaco Moratti e del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Per questa edizione tra l’altro la Homeless World Cup è stata dedicata allo scomparso direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò. La speranza è quella di vedere lo stesso entusiasmo che si è avuto finora nelle edizioni precedenti, con una grande partecipazione di pubblico e un clima di festa generale simile a quello che si respira durante i Mondiali di calcio o le Olimpiadi. Il tutto per dimostrare che questa città calcisticamente non vive di solo Milan e Inter...C’ è ancora la possibilità di candidarsi come volontari per vari ruoli durante la settimana della Coppa. Chi fosse interessato può fare riferimento a: pietro@milanomyland.it . L'unica certezza è che la vita di qualcuno cambierà in meglio, forse anche quella di qualche spettatore.
(in esclusiva per Indiscreto)

Il senso di Corupe

di Stefano Olivari
La formula della serie A di hockey su ghiaccio, il cui campionato inizierà il prossimo 26 settembre, fa ridere o piangere? Le partecipanti saranno nove, con la solita equilibrata distribuzione sul territorio italiano: i campioni del Bolzano, poi Renon, Val Pusteria, Fassa, Asiago, Alleghe, Cortina, Pontebba e la neopromossa Valpellice (unica quindi al di fuori del Triveneto). La cosiddetta stagione regolare prevede cinque gironi: tre per così dire di andata e due per così dire di ritorno, mentre la qualificazione ai playoff sarà difficilissima: ci andranno solo otto squadre su nove. L'anno scorso i club del nostro massimo campionato erano otto, con Milano, Torino e Varese in A2. Come tutti gli sport, anche l'hockey ghiaccio viene gestito in perdita per i soliti motivi: non è colpa di nessuno se a Roma o Bologna non esiste un pazzo che ambisca a vincere lo scudetto di 'disco su ghiaccio' (per parlare anni Trenta) o qualche centinaio di appassionati che costringano i negozianti locali ad autotassarsi. Il discorso è sempre il solito: ha un senso, sia economico che etico, questo professionismo da sfigati? Senza offesa per l'hockey, perchè negli sfigati includiamo anche tutte le realtà calcistiche non in grado strutturalmente di autofinanziarsi (quindi dalla B in giù). La vera rivoluzione sarebbe lo sport nella scuola inteso non solo come pratica ma come agonismo, in modo da ancorare ogni comunita locale ad una realtà che non dipenda dai capricci o dai fallimenti del primo farabutto riciclatore che passa. Significherebbe ridimensionarsi in ogni senso, perchè non è che un trentenne canadese verrà mai a frequentare il liceo a Bolzano pagato sottobanco dal preside, e dare una connotazione amatoriale vera all'attività senior. Il professionismo dei 'grandi' potrebbe stare in piedi solo con un Club Italia che facesse tornei internazionali, mentre tutto il resto dipenderebbe dalla passione e dal territorio. Non cambierebbe molto a livello di nomi, probabilmente le valli dominerebbero ancora di più, ma come filosofia sportiva sarebbe una svolta vera. Non c'è alcun motivo per guardare la serie A di basket o di hockey quando hai a tua disposizione hai NBA ed NHL, a meno che quelli che vanno in campo non rappresentino qualcosa per te. Onore a Kenny Corupe e a Nicolas Corbeil, ma che senso hanno?

Concorrenza Best Company

Il Pier Silvio Berlusconi che fa più ridere non è quello che interveniva a Drive In, mettendo fuori combattimento gli spettatori con felpe Best Company: anni Ottanta profondi. Ma purtroppo siamo nel 2009, quindi troviamo irresistibile che ieri il vicepresidente di Mediaset abbia definito 'una vittoria della concorrenza' l'assegnazione dei diritti satellitari 2010-2012 del calcio a Sky e di quelli digitali terrestri delle 12 squadre con più tifosi a Mediaset, che quindi di fatto sceglierà le squadre del presunto 'concorrente' (Dahlia). Stando al solito dirigente-peone, all'interno della serie A la Juve, paga dell'operazione Beretta (piccolo calibro, praticamente una Derringer), non ha spinto sul tasto dello spacchettamento che avrebbe consentito maggiori introiti, mentre l'Inter è rimasta appiattita sulle posizioni di Galliani (avrà favorito Mediaset o Sky? Mah...) per non dire indifferente: tutto il resto, cioè le squadre con il 25% dei telespettatori, è andato al traino e non si è più parlato di una ripartizione equa degli introiti televisivi (e l'advisor? Avvisa...). Se il numero degli abbonati è infatti paragonabile, ed anzi il pompato digitale terrestre ha maggiori margini di crescita, non si capisce come mai Sky paghi quasi il triplo (580 milioni contro 211, nella prima stagione del contratto) della concorrente che ha sì 'solo' 12 squadre, ma tutte quelle per cui la massa si abbona. Anzi si capisce: quella differenza è il prezzo che Sky paga, insieme a vari altri (tipo il finanziamento di film italiani) per essere di fatto il monopolista satellitare, relegando gli altri operatori a numeri da pay-tv di Jessica Rizzo (non sappiamo se esista ancora, però alla presentazione c'eravamo con la labile giustificazione di un articolo di 'colore'). Comunque quei liceali Best Company sì che erano avversari.

Non siamo nobili russi

di Stefano Olivari
Al netto delle frodi umane la roulette è il gioco statisticamente più onesto, per questo grandi studiosi hanno tentato di adattare metodi da casinò al mondo molto più complesso delle scommesse sportive. Il più famoso di questi sistemi è il D’Alembert, dal nome del francese che fu tra i più vivaci esponenti dell’Illuminismo. In realtà il matematico si dedicò alle convergenze delle serie numeriche e non a consigli operativi per giocatori d’azzardo, ma il suo nome comunque identifica una martingala usatissima dai nobili russi dell’Ottocento. Il metodo si adatta alle situazioni in cui si vince il doppio della posta: nelle scommesse questo significa puntare su ciò che è quotato a 2,00 o dintorni, non esistendo situazioni ‘perfette’ tipo pari o dispari. In concreto si osservano uno o più risultati quotati alla pari, poi alla prima ‘non uscita’ si gioca la loro uscita. Si punta quindi un’unità, mettiamo 100 euro, sulla vittoria di una squadra quotata a 2,00. Se la squadra vince abbiamo vinto 100 euro: ci ritiriamo ed iniziamo un’altra partita. Se perde aumentiamo di un’unità la giocata, diminuendola di uno ad ogni vincita. Il concetto base è che prima o poi si tornerà in equilibrio, quindi ad una quasi parità fra ‘vittorie’ e non vittorie a 2,00. E che quindi si riesca ad andare in guadagno anche con meno della metà dei colpi vinti. Nel caso di ritorno all’equilibrio, poi, si otterrà una vincita pari a mezza unità per ogni colpo giocato. Invitiamo a simulare con soldi del Monopoli, prima di rovinarsi come hanno fatto milioni di giocatori. A partire da quei nobili russi.
stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Giornale di ieri)

Pavone senza Pavones

Ne con lui né senza. Silvio Berlusconi non può vivere da proprietario del Milan, perchè pur avendo molti più soldi del Berlusconi straindebitato di venti anni fa (con buona pace degli improvvisati ragionieri da Buffon School) al massimo potrebbe eguagliare se stesso, ma nemmeno da ex proprietario: un eventuale bagno di folla da parte del suo successore, anche di provata fedeltà (Expo-Ligresti o l'improbabile sceicco scemo), gli risulterebbe insopportabile. E così, visto che i giornalisti non sono cambiati di molto, sfrutta l'onda lunga dell'effetto Avvocato: che era un grande esperto di vela, di arte, di finanza internazionale, di motori ed ovviamente di calcio (ma anche di fondi off-shore, come si è visto). Insomma, se chi è informato può tranquillamente dire idiozie figuramoci chi non è informato. La battuta da Transatlantico sul Milan degli Under 23 non è quindi parente di quella di qualche anno fa sui 'giovani lombardi' che avrebbero dovuto essere i Pavones rossoneri, ma della semplice ignoranza-sottovalutazione di una situazione che non conosce o che magari Galliani gli ha presentato in modo ambiguo (!). Da anni il Milan sta di fatto smantellando il settore giovanile, ad ogni livello: sia come qualità degli allenatori, spesso grandi ex senza grande preparazione specifica sui ragazzi, che come reclutamento nelle età intermedie, in particolare Giovanissimi-Allievi. Il campione può non uscire anche lavorando bene, quindi che non si siano prodotti altri Maldini non fa testo, ma qualunque operatore di mercato di serie C potrebbe raccontare che i diciannovenni rossoneri delle ultime stagioni non trovano grandi riscontri nel calcio professionistico medio-basso. Coscientemente si è deciso di trascurare un settore, quindi adesso se i giocatori bisogna comprarli tanto vale prenderli ventottenni piuttosto che comportarsi da farm team al Real Madrid o del Chelsea. Però la battuta fa discutere, anche noi boccaloni lo stiamo facendo, per qualche ora l'obbiettivo di far pensare a idiozie è raggiunto.

Vieni avanti Crotone

Crisi economica, fuga degli sponsor, visibilità nulla della serie B? Il Crotone ha trovato la soluzione geniale a questi tre problemi: paga Pantalone. Nell'occasione rappresentato dal Comune. Una soluzione comunque non originale, vista la quantità di Province, Regioni, pecorini, che in tutta Italia cercando il facile consenso della suburra buttano via i soldi dei pochi che non possono o non vogliono evadere. In ogni caso non era ben chiaro che il nome 'Crotone' derivasse da Crotone, magari qualche utente del Televideo avrebbe potuto equivocare, ed il sindaco Vallone (il prodiano Peppino, non il compianto comunista Raf eroe della domenica ma nativo di Tropea) ha così pensato di pagare 200mila euro perchè sulle maglie dei rossoblu comparisse l'inequivocabile scritta 'Città di Crotone'. Al termine di chissà quante riunioni è stato così deciso di rinforzare il brand...Senza contare le cifre (mezzo milione di euro il preventivo ottimistico) per tornelli ed affini, insomma per tutto ciò che serve ad adeguare lo Scida alle norme antiviolenza, che saranno tutte a carico della città e non della società. Dietro a questo tipo di sponsorizzazioni raramente c'è un ragionamento di mercato (il piccolo stadio era semivuoto anche per la partita-promozione) né tantomeno sociale (se no i 200mila sarebbero dovuti andare in campi pubblici): solo rapporti personali, ad andare bene.

Un bigliettino per Gatto

di Stefano Olivari
Chi salvò la vita a Giancarlo Antognoni? Diverse persone, fra cui i medici dell'ospedale di Losanna che cinque anni fa lo operarono dopo un collasso cardiaco. Ma ovviamente la memoria di tutti va a quel 22 novembre 1981, quando un'uscita assassina di Silvano Martina (episodio al livello di Schumacher-Battiston, ma senza ovviamente la stessa eco mondiale) mandò quasi all'altro mondo il capitano della Fiorentina. Decisivo fu l'intervento di varie persone, fra cui quello dello storico medico del Genoa Pier Luigi Gatto. Antognoni non ci è venuto in mente per l'ennesimo lisergico editoriale del suo 'nemico' Sconcerti (che ai tempi di Cecchi Gori, da direttore generale della Viola gli urlò in faccia un memorabile ''Ma cosa hai fatto tu per la Fiorentina?'', mentre oggi esercita la sua verve comica definendo 'trionfale' la gestione finanziaria della Roma), ma per la morte di Gatto avvenuta l'altro giorno (stamattina i funerali) al San Martino di Genova. Onore a Gatto anche se secondo alcuni il primo a soccorrere Antognoni fu il massaggiatore della Fiorentina Ennio 'Pallino' Raveggi, notissimo anche agli amanti del ciclismo, che intervenne con la respirazione bocca a bocca subito dopo il fatto. Gatto gli praticò comunque il massaggio cardiaco e fu poi il neurochirurgo Pasquale Mennonna ad operarlo per la frattura alla tempia. Un episodio comunque agghiacciante, che non impedì ad Antognoni di partecipare da protagonista a Spagna 1982, prima che la solita sfiga gli togliesse un gol regolare al Brasile (sarebbe stato quello del 4 a 2 ed avrebbe reso meno storica la parata di Zoff sul colpo di testa di Oscar) e la partecipazione alla finale a causa dell'infortunio contro la Polonia. Va detto che le buone azioni vere sono quelle fatte gratis o in perdita, visto che dopo la partita Gatto si trovò l'auto sfasciata da anonimi tifosi viola. Non solo. Antognoni ci mise un anno per ringraziarlo, senza nemmeno troppo calore: un bigliettino aziendale con scritto 'Giancarlo Antognoni, p.r.'. E' il calcio, è la vita.

Il penultimo gol di Litmanen

di Alec Cordolcini
1. Molti ricorderanno, con esaltazione o con stizza, dipende dalle simpatie, il 3-2 all’ultimo respiro con il quale il Milan eliminò l’Ajax nei quarti di finale della Champions League 2002/2003, che poi i rossoneri avrebbero vinto. Fu il danese Tomasson a decidere l’incontro al fotofinish. Era il 23 marzo 2003, e quell’incontro fece registrare anche l’ultima rete in una competizione europea di Jari Litmanen. Almeno fino alla settimana scorsa, quando l’intramontabile 38enne finlandese ha aperto le marcature nel successo del Lahti sugli sloveni del Gorica nel secondo turno preliminare di Europa League. Una marcatura che se da un lato ha permesso a questo giovane club fondato nel 1996 di proseguire nella sua prima avventura europea di sempre dall’altro ha portato il bottino dei gol “europei” di Litmanen a quota 30, permettendogli di affiancare in questa particolare classifica Marco van Basten, Alan Shearer e Dennis Bergkamp. Sgoccioli di carriera di qualità per il miglior giocatore finlandese di tutti i tempi (il suo erede designato al Lahti, Eero Korte, è finora poca cosa), il quale, pur non garantendo una presenza costante nell’undici titolare del Lahti in Veikkausliiga, riesce ancora a far “pesare” il proprio bagaglio di esperienza in ambito internazionale, dove spesso le certezze domestiche evaporano di fronte al primo ostacolo.
2. Ne sanno qualcosa HJK Helsinki e Inter Turku, rispettivamente la Juventus (in quanto squadra più titolata) e…, appunto, l’Inter (in quanto campioni in carica) di Finlandia. I primi sono riusciti a farsi eliminare dai lituani del Vetra perdendo 3-1 allo Stadio Olimpico di Helsinki dopo aver vinto 1-0 in trasferta, lasciando sbigottiti i tifosi locali che già pregustavano un viaggetto a Londra per incontrare il Fulham del vecchio maestro Roy Hodgson. Per salvare il posto coach Muurinen può ora aggrapparsi ad una sola certezza. Il titolo nazionale? No, la grande amicizia che lo lega con il patron dell’HJK Olli-Pekka Lyytikainen. I nerazzurri di Turku hanno invece alzato bandiera bianca contro i moldavi del Sheriff Tiraspol, mostrando tutti i limiti dell’impronta “olandese” donata loro dal tecnico Job Dragtsma. Perché quando gli infortuni colpiscono duro e la condizione fisica di molti elementi non è al meglio, allora la proposta di un calcio tecnico e veloce impostato su possesso palla, passaggi rapidi e sovrapposizioni continue può rivelarsi un boomerang. Soprattutto quando il contesto generale non è di primissimo livello. Così ecco Patrick Bantamoi trasformarsi da miglior portiere della scorsa Veikkausliiga in kamikaze abbatti-avversari, quasi come se colpire palla o gambe in area di rigore non facesse grande differenza; oppure l’ombra del giovane talento Mika Ojala vagare in mezzo al campo alla ricerca del senso della sua partita; o infine l’olandese Guillano Grot, che pur non essendo mai stato un bomber dalle medie implacabili qualche palla in fondo al sacco sapeva anche spingerla.
3. Il peggio di sé però il calcio nordico è riuscito a regalarlo con il Rosenborg, che ha rinnovato la tradizione delle figuracce europee made in Tippeliga (si ricordano il Lillestrøm eliminato dai lussemburghesi del Käerjeng o il Brann mandato a casa dagli svedesi, di serie B, dell’Ådvidabergs) regalando un momento di gloria agli azeri dell’Fc Qarabagh, la cui porta è rimasta imbattuta per ben 180 minuti. 0-0 a Trondheim, 1-0 in Azerbaigian; un’autentica impresa al contrario, soprattutto se si considera che il Rosenborg sembra essere ritornato quella corazzata capace di vincere titoli consecutivi a iosa, non avendo ancora perso nessuna delle prime 18 partite di Tippeliga. Torneo quest’ultimo tutt’altro che scadente; il Molde regala gol e spettacolo, i campioni dello Stabæk si stanno riprendendo bene dalla partenza di due terzi dell’attacco titolare la passata stagione (e in Champions se la vedranno con la corazzata nordica dell’Fc Copenaghen), il Tromsø ha recentemente distrutto la Dinamo Minsk in Europa League. Nessuna però riesce a mantenere il ritmo del Rosenborg dei vari Tettey, Annan, Sapara, Skjelbred, Prica, Ya Konan, Lustig, Demidov. Tutta gente che ha mercato all’estero. E che da oggi gode della massima simpatia in Azerbaigian.
4. Svezia infine, dove i campioni in carica del Kalmar non hanno voluto essere da meno dei vicini nordici uscendo anticipatamente dai preliminari di Champions League dopo aver dominato gli ungheresi del Debrecen. Spettacolo a domicilio, con un 3-1 (inclusa una traversa e un clamoroso rigore negato) che ha visto sugli scudi Rasmus Elm (strepitoso nel movimento tra le linee che lascia gli avversari senza punti di riferimento), il fratello David e gli esterni Sobralense e Mendez, bravi nell’aggredire gli spazi e nelle combinazioni; peccato che il tutto sia stato vanificato da un reparto arretrato che non sembrava conoscere nemmeno l’abc della fase difensiva, concedendo ad un Debrecen ordinato, scolastico e tignoso, ma nulla di più, ben due reti in Ungheria (un gioiellino quella del raddoppio firmata dall’idolo locale Zoltan Kiss) e una, in contropiede sullo 0-0 dopo pochi minuti, al Fredirksskans. Ma il masochismo, specialmente nel calcio, può davvero essere senza confini.
(in esclusiva per Indiscreto)

La corsa di Sarkozy

di Stefano Olivari
Fare sport non dà giovinezza e forza, ma ci vogliono giovinezza e forza per fare sport. Gianni Brera avrebbe commentato con una delle sue frasi più famose il malore del 54enne Nicolas Sarkozy mentre faceva jogging nei pressi di Versailles, ma noi stiamo nel sottoscala e continuiamo a pensare che lo sport attivo renda migliori le persone: magari non più giovani e più forti, ma senz'altro migliori. Meno nervose, meno tifose (anche al di fuori dello sport), meno cattive, meno noiose (le malattie sono l'argomento di conversazione principe per chi non ha niente da dirsi, insieme a tempo, cucina e calcio). Poi ci sarà senz'altro chi tirerà fuori la morte di Jim Fixx, non certo l'inventore della corsa ma di sicuro il teorico del running anni Settanta (il suo The Complete Book of Running, in italiano edito da Sonzogno come 'Il libro sulla corsa', ha posto le basi del fitness e delle sue degenerazioni) che con varie declinazioni ideologiche è arrivato fino ai giorni nostri. Peccato che Fixx, stroncato da un infarto a 52 anni durante la corsa, avesse iniziato a fare sport solo a 35 partendo da quasi 120 chili di peso e una quantità di sigarette quotidiane che avrebbe imbarazzato gli sceneggiatori dell'ottimo Mad Men. E che la maggior parte dei maschi della sua famiglia, compreso suo padre, avesse lasciato questo mondo intorno alla quarantina. Da obeso pieno di dolori Fixx si guadagnò con il sudore una sorta di vita supplementare. Visse poco di più di quanto l'arteriosclerosi gli avesse lasciato in canna, ma visse meglio. I nemici dello sport attivo, che non è sinonimo di fanatismo, potranno continuare ad ansimare facendo le scale e ad apprezzare la Wii, il tris di primi e l'organizzazione del prossimo weekend.

Mediaset e i suoi stopper

di Stefano Olivari
L'istruttoria aperta dall'Antitrust sulla Lega, per abuso di posizione dominante in merito alla pseudoasta per i diritti televisivi della serie A post 2010 (il termine per le offerte scade domani a mezzogiorno) sarà probabilmente disinnescata da qualche tratto di penna, ma ha un significato etico (etico!) non da poco. Prima di tutto perchè fa notare che i sei pacchetti proposti dalla Lega e dal suo advisor Infront ricalcano perfettamente le offerte annunciate dalle grandi aziende interessate: il satellitare totale per Sky (un solo pacchetto satellitare taglierebbe fuori la Conto Tv della situazione, che infatti ha fatto ricorso alla Corte d'Appello di Milano), il digitale terrestre con le squadre buone per Mediaset, il digitale terrestre con medie e sfigate per Dahlia (chi si aggiudica il pacchetto Gold Live, cioé Mediaset, addirittura sceglie le 'sue' 12 squadre e le 8 del cosiddetto competitor che avrà il Silver Live), il chiaro, la radio, eccetera. Ovviamente la guerra è sulla parte pay: far entrare sul mercato satellitare Conto Tv significherebbe non rendere completa l'offerta di Sky, spacchettare maggiormente il digitale terrestre o almeno mettere sullo stesso piano i due pacchetti in vendita metterebbe in pericolo la sopravvivenza stessa di Mediaset Premium. A monte di tutto c'è la questione Infront e tutta una serie di meccanismi che Mediaset (che non vuol dire solo Milan) potrebbe far scattare: la Lega è piena di suoi stopper, oltre che di quelli di parte Sky, non a caso l'obbiettivo realistico è 900 milioni di euro l'anno: meno della metà di quanto la Premier League incassi dal solo mercato interno (senza nemmeno trasmettere tutte le partite...). Non sia mai che Sky e Mediaset spendano troppo. Se questa Antitrust dovesse andare fino in fondo le grandi potrebbero (mandando avanti un Napoli a caso) rimettere in discussione quell'aborto giuridico-dirigista chiamato vendita collettiva. Ma la questione fondamentale è semplice: le pay tv in Italia esistono solo grazie al calcio, il calcio male amministrato vive solo grazie alla televisione, la concorrenza è da sempre il vero nemico del paese delle terrazze.

Parrocchietta d'argento

di Stefano Olivari
Ci siamo entusiasmati per l'argento di Tania Cagnotto e Francesca Dallapé per un solo fondamentale motivo, ad essere proprio onesti: perché sono italiane. Non si allenano più o meno di Guo Jingjing e Wu Minxia, medagliate d'oro, o delle messicane arrivate settime. Però le sentiamo più vicine delle loro avversarie, per i soliti mille motivi: onore a Cagnotto-Dallapé, ai loro sacrifici ed alla tensione della gara in casa dominata da campionesse. E' bello quando si riesce ad uscire dalla cerchia di amici che di solito seguono le gare in un contesto di desolazione, è meno bello quando il telespettatore non addentro ai segreti della parrocchietta prende i commenti per 'indipendenti'. Ci è venuto in mente questo ascoltando Stefano Bizzotto dire che i tuffatori italiani stanno andando forte a livello assoluto, ma che a livello giovanile nessuno faccia pensare al campione nonostante il buon livello medio. Un Bizzotto subito bloccato dalla puntualizzazione della seconda voce Oscar Bertone, che ha invece detto nella sostanza che il futuro è roseo perché la federazione (il cui presidente, Barelli, durante la gara faceva considerazioni di un livello tale da far rimpiangere il meno preparato dei bordocampisti) ha in essere il cosiddetto 'Progetto Giovani'. Non sappiamo niente di tuffi, quindi non sappiamo se da questo Progetto Giovani usciranno ragazze che umilieranno le cinesi oppure il nuovo Dibiasi: abbiamo solo letto che agli Europei di Budapest, all'inizio del mese, le cose sono andate bene (sei medaglie, di cui tre d'oro). Sappiamo però che Bertone è un allenatore federale, quindi stipendiato dalla federazione di Barelli, nonché responsabile nazionale del Progetto Giovani. Certi mondi sono piccoli, con logiche familiari che si mescolano a rapporti personali: forse non esiste alcuna possibile seconda voce che non sia legata alla FIN. Ci fa più rabbia notare le stesse logiche in quelli grandi.

Di Luca e le motivazioni degli altri

Leggendo l'autodifesa di Danilo Di Luca, una prima domanda sorge spontanea: perché chiediamo ad un atleta professionista di essere più onesto della media dei suoi concittadini? Forse perchè essendo la media dei concittadini schifosa pretendiamo che lo sport non sia un'isola di purezza ma almeno l'unico posto in cui i meriti vengono premiati ed i demeriti puniti. Un posto dove non contino le raccomandazioni, le conoscenze, o anche solo il semplice ed osceno 'saperci fare', perchè il padre famoso può farti entrare nel settore giovanile importante o nella squadra di 'giovani' (nel ciclismo non mancano i figli d'arte mediocri, ma fanno meno strada di quelli Tg5-Sky-Rai) ma niente di più. Sappiamo benissimo che Di Luca ha fatto agli italiani mille volte meno danni di quelli di un Tanzi qualunque, e che nemmeno avrà un figlio senza vergogna che chiederà di essere ammesso nei creditori privilegiati del Giro, per non andare sull'attualità di grandi banche che si sono fatte imbrogliare da un immobiliarista ammanicato e che staranno in piedi scaricando sulle vecchiette la loro merda strutturata. La seconda domanda è ugualmente da bar, ma ha una risposta più concreta. Perché nel ciclismo, uno dei pochi sport che affronta seriamente il discorso (gli altri stanno ad esaltare i motorini del centrocampo, le 'motivazioni' ed il peperoncino), ci si continua a dopare pur essendo i controlli ad un livello di invadenza ed invasività anche psicologica da Gestapo? Senza addentrarci nel medichese (il Cera in vena è meno visibile di quello somministrato per via intramuscolare, al di là del fatto che potrebbe benissimo esserci un mercato parallelo che venda la sostanza senza marker: nelle case farmaceutiche lavorano tante persone...), perché il rischio è sempre calcolato su base statistica. Di Luca è stato sottoposto negli anni a centinaia di controlli (15 solo durante l'ultimo Giro), ma solo per due volte è stato beccato. Il suo vero problema è che è più conveniente parlare di lui piuttosto che di Zunino: per il solito genio che pensa che i ricchi italiani abbiano voglia di vivere in periferia (quando invece da millenni ci stiamo noi), e per i suoi finanziatori neo-graziati dal decreto anticrisi, quasi zero titoli. Le 'motivazioni' degli editori sono sempre chiare.

Più realisti del King

di Stefano Olivari
La storia del video censurato (o meglio, requisito a due operatori durante il Nike's LeBron James Skills Academy alla University of Akron) dalla Nike e indirettamente quindi da LeBron James, letta, riletta e rilanciata da tutti i siti del mondo, è istruttiva per almeno tre motivi.
1) La schiacciata a due mani del giovane Jordan Crawford è bella ma non certo umiliante per chi la subisce: partendo dalla sua destra Crawford batte dal palleggio un difensore e penetra in mezzo all'area, dove LeBron si limita ad arrivare in aiuto. Senza grande intensità, va detto, ma l'umiliazione è un'altra cosa: il Frederic Weis sovrastato da Vince Carter a Sydney 2000 può esserne un esempio, per chi ama questo genere di highlights machisti. Insomma, il sistema Nike se l'è presa per niente e probabilmente è stato più realista del re, dove per re si intende il King al quale Shaq ha promesso devozione e anello.
2) James non ha vinto il titolo, bloccato nella finale di Conference da Turkoglu e compagni (compagni non più di Turkoglu, visto il discutibile rimescolamento dei Magic), è stato da poco operato per l'asportazione di un tumore benigno e anche fuori dal campo non riscontra più l'unanimità di consensi di qualche mese fa: l'ultima che abbiamo letto è di un libro che uscirà fra qualche mese, 'Shooting Stars', in cui si parla della marijuana che James avrebbe fumato insieme ad altri compagni di high school alla St. Vincent St. Mary nel suo anno da junior (cioé il penultimo). Poca cosa, ammesso che sia vera (è comunque lo stesso James a parlarne), ma quando il periodo di una stella è grigio la mediatizzazione lo fa diventare nero.
3) Per il sistema Nba il massimo commerciale sarebbe stato una finale Cavs-Lakers, LeBron contro Kobe e vittoria libera, ma così non è stato e dopo che Bryant ha avuto il suo anello senza Shaq l'Mvp della stagione dovrà conquistarlo con Shaq. Che a 37 anni è un comprimario di lusso, cosa che era già nel 2006 nell'anno di Wade (quando fu oscurato anche dai minuti di qualità di Alonzo Mourning), ma che come immagine non ha eguali. Il nervosismo del King è giustificabile, ma questo ritardo nel primo anello (che Jordan vinse a 28 anni ed altri fenomeni veri non hanno vinto mai) è una vittoria per la credibilità della Nba. In uno sport dove l'arbitro conta molto più che nel calcio, quasi a livello pallanuoto, far girare una partita punto a punto sarebbe stato uno scherzo.

L'ombra dell'Antropiovra che fu

di Erminio Ottone
Cari amici, gli appelli lanciati da Erminio Ottone per la salvezza dell’Antropiovra non sono serviti, le sue grida d’allarme sono diventate rintocchi di campane a morto… L’Antropiovra non c’è più!
O meglio: c’è ma è come se non ci fosse, finge di agitarsi nell’acqua per dare all’esterno una parvenza di vita mentre in realtà si lascia morire senza lottare.

Piccoli zainetti per grandi inviati

di Dominique Antognoni
Giustamente siete (siamo) sempre di più. Quelli che che guardano con stizza e poco rispetto verso il mondo del giornalismo. Ogni santo giorno mille motivi per farsi due risate: un mondo di presuntuosi, commedianti senza rendersene conto, permalosi. Però questa non l'avevate mai letta, se non nelle seminascoste 'brevi' di pochi giornali. E' una notizia di agenzia apparsa nei giorni del G8. Fate uno sforzo, nemmeno così grande alla fin fine, e immaginate tutto questo mondo che ti dice, anzi ti impone il giusto e lo sbagliato, i modi nei quali ti deve comportare, e ti racconta 'come stanno veramente le cose' (in pratica ne sanno meno di voi). Ebbene immaginate questo esercito di presuntuosi bolsi fare a botte per gli omaggi. Leggete. Ogni commento é inutile.
"G8, tensione tra i giornalisti per i gadget. La Guardia di Finanza intervenuta per riportare la calma"
L'AQUILA- Questa volta non è stata colpa di una notizia in esclusiva. E neanche di dichiarazioni «scottanti». Ma, a provocare molta tensione tra i giornalisti, è stata la coda per ricevere il kit regalo, durante il G8 dell'Aquila. Una distribuzione difficile che ha acceso gli animi dei centinaia di cronisti, provenienti da tutto il mondo, causata dalla ressa davanti al gazebo. Per riportare la calma è dovuta intervenire la Guardia di Finanza, minacciando la chiusura dello stand. Il caos - «Tu ora stai in fila, ci resti, non mi sorpassi, altrimenti ti faccio ricordare questo G8», ha detto un giornalista italiano a un altro collega. E in un attimo si è accesa la tensione al villaggio della stampa. Allo stand distribuiscono kit regalo, con zainetto-maglietta-orologio ricordo del vertice. L'assalto ha messo a dura prova l'organizzazione del vertice, tanto da costringerli a chiamare le fiamme gialle che hanno riportato la calma con una minaccia. «Fermi tutti, così fermiamo la distribuzione degli zainetti», hanno detto i finanzieri. Un momento di pausa, poi la distribuzione (e il caos) è ripresa.
dominiqueantognoni@yahoo.it
(in esclusiva per Indiscreto)

Super Mario e i Conti Bros

di Alec Cordolcini
1. Anche la Svizzera ha il suo Super Mario. E’ il ticinese di Cadempino (ma le origini sono croate) Gavranovic, uomo copertina (nella foto qui a fianco è il primo da sinistra) in questo inizio di stagione, la prima per lui in Super League. Un gol e due assist nelle prime due giornate di campionato, che hanno fruttato al Neuchatel Xamax un pareggio (un po’ stretto) a Bellinzona e una bella vittoria casalinga (3-0) contro i campioni in carica dello Zurigo. Gavranovic, classe 1989, agisce da seconda punta, partendo dalla trequarti e svariando molto sull’intero fronte offensivo. Non è velocissimo ma possiede buone qualità tecniche e sa vedere bene il gioco. Già collaudato il feeling con il compagno di reparto Aide Brown (nigeriano atletico classe '88, dalle qualità ancora difficili da decifrare), piace il suo “timing”, ovvero la capacità di farsi trovare nel posto giusto al momento giusto. Un esempio l’ha fornito proprio durante il suo debutto in Super League contro il Bellinzona quando, dopo un primo tempo trascorso nel vano tentativo di trovare la posizione (e l’ispirazione) giusta, ha colpito alla prima occasione utile, girando in rete al volo un traversone dalla destra nonostante fosse sbilanciato da un difensore avversario. Una piccola perla per presentarsi al meglio nella massima serie elvetica.
2. Mario Gavranovic arriva dall’Yverdon, Challenge League svizzera, ed è reduce da un campionato chiuso con 8 reti ma iniziato nel peggiore dei modi a causa di una squalifica rifilatagli dalla Federazione per il modo poco ortodosso con il quale il giocatore si è svincolato, nell’estate 2008, dal Lugano per accasarsi nel club romando. “Gravi inadempimenti contrattuali e ripetute violazioni di carattere disciplinare” avevano addirittura spinto i bianconeri ticinesi a perseguire penalmente il giocatore. A metà ottobre il TAS di Losanna ha sospeso la sanzione permettendo a Gavranovic di tornare a riassaporare l’aria di una partita ufficiale, sia nell’Yverdon (dove ha debuttato segnando contro il Locarno) che nell’under-20 svizzera, dal cui giro era uscito proprio perché non poteva essere impiegato dal proprio club. A gennaio si parlò di un interessamento del Genoa, che poi però scelse il connazionale Carlo Polli. Ma un anno in Super League, da titolare, può fargli solo bene.
3. Non abbiamo sottomano almanacchi statistici del calcio svizzero, pertanto non possiamo affermare che Nassim Ben Khalifa sia, all’età di 17 anni e 6 mesi, il più giovane marcatore di sempre della Super League. Sono comunque bastati 8 minuti a questo attaccante di origini tunisine nato il 13 gennaio 1992 per segnare, nel match tra Grasshopper e Sion, la sua prima rete da professionista in una squadra di club. Già, perché a livello di nazionali il giocatore vanta un discreto numero di segnature, l’ultima delle quali al recente Europeo under-17 nel pareggio (1-1) contro la Francia che ha garantito ai rossocrociati l’accesso alle semifinali del torneo, prima di cadere contro l’Olanda. Agile, rapido, punta l’uomo con decisione, Ben Khalifa è già finito sotto l’ala protettiva del neo-tecnico delle cavallette Ciriaco Sforza, che ha dichiarato come “giovani del suo talento devono avere fin da subito la possibilità di misurarsi in un contesto importante come la Super League”. Arrivato nell’agosto del 2008 dal Losanna (prima c’erano stati Strade Nyonnais e Fc Gland), Ben Khalifa ha le potenzialità per diventare la new sensation del calcio svizzero.
4. Dai talenti in erba passiamo ai bomber navigati per un rapido accenno al ritorno di Alex Frei a Basilea dopo 11 anni di assenza trascorsi tra Thun, Lucerna, Servette, Rennes (100 partite, 47 reti) e Borussia Dortmund (74/34). Attuale record-man di marcature della nazionale svizzera, Frei gode in patria di un culto pressoché assoluto, di gran lunga superiore anche ad attaccanti che, in termini numerici, hanno segnato più di lui (ad esempio Blaise Nkufo, quest’ultimo però penalizzato dal “veto” posto per lungo tempo dall’ex ct Kuhn alle sue convocazioni nella Nati); per avere un’idea di quando “tiri” il personaggio Frei (nonostante non sia certo un mostro di simpatia) basta rilevare come nel giorno della sua presentazione a Basilea erano presenti quattro televisioni, decine di radio e circa 100 giornalisti. Indubbiamente con lui, Hakan Yakin (Lucerna), Xavier Margairaz (Zurigo), Johan Vonlanthen (Zurigo), Emile Mpenza (Sion) e Mario Frick (San Gallo), la Super League guadagna in qualità. E poi anche i tifosi del Basilea possono tirare un sospiro di sollievo. Da oggi niente più vittorie rubacchiate nei minuti di recupero contro l’Aarau di turno grazie alla rete di potenza del solito Marco Streller al termine di novanta minuti di sconfortante vuoto tattico. O almeno così si spera.
5. Dopo Daniele e Andrea, apprendiamo dalla Gazzetta dello Sport che il mitico Bruno Conti ha un terzo figlio calciatore, si chiama Adriano e gioca anch’egli nel Bellinzona. Proprio così, perché secondo il titolo di una breve pubblicata dalla rosea in settimana, i granata avevano perso al Comunale contro il Lucerna segnando il gol della bandiera grazie ad “Adriano” Conti. Non ci sorprendiamo. Sul quotidiano sportivo milanese gli errori in tema di calcio svizzero sono all’ordine del giorno, e forse sarebbe meglio che qualcuno lo facesse presente al loro corrispondente Rinaldo Giambonini. Non ci sorprendiamo-bis. Giambonini è infatti autore di uno dei peggiori libri in ambito calcistico che ci sia mai capitato di leggere. Il titolo è “Rossocrociati – La storia del calcio svizzero dal 1905 a Euro 2008” (Armando Dadò Editore), ed è di una superficialità e di una piattezza imbarazzante. Un tredicenne che scopiazza da Wikipedia non avrebbe potuto fare peggio, e lo diciamo da acquirenti paganti dell’opera. 25 franchi svizzeri buttati nel fiume. Una serata al Gufo Notte di Roveredo ci avrebbe lasciato meno rimpianti.
(in esclusiva per Indiscreto)

B come Borlotti

di Stefano Olivari
Il significato dell'espressione 'sport di base' è molto vago, di solito include tutto ciò che ci fa comodo o piacere sostenere, dalla parte giovanile e amatoriale degli sport più popolari a quella di elìte delle discipline con visibilità solo olimpica: quindi se seguiamo la mountain bike o il sollevamento pesi sosterremo convinti che Del Piero guadagna cifre esagerate, dimenticando quell'amichevole della Juve che nel 1992 battè come ascolti la contemporanea finale dei 100 metri di Barcellona (vinse il ginseng di Linford Christie). Di sicuro però per sport di base non si intende 'sport professionistico un po' più sfigato della sua versione da vetrina'. Venendo al punto, la serie B del calcio italiano è un campionato che può piacere o meno, ma che a prima vista non sarebbe meritevole di tutela sociale né tantomeno dell'elemosina dei cugini ricchi. Parliamo della sostanziale conferma dopo il 2010 della mutualità, arrivata dall'ultima riunione in Lega: perchè fuori dal politichese questo significa dare alla futura 'autonoma' lega di B tre quarti del contributo di solidarietà. Che altro non è che il dieci per cento del totale dei contratti televisivi della categoria maggiore. Valutando in un miliardo gli introiti che l'advisor Infront (in front soprattutto a Mediaset, considerati i suoi dirigenti) porterà alla A, significano 75 milioni all'anno per la B. Che si terrà i suoi, di contratti televisivi: con qualche buona retrocessa è realistico pensare ad un 15 milioni l'anno lasciando fuori il discorso Coppa Italia (la cui formula può cambiare dalla sera alla mattina). Avvertenza: difficile che il contratto tivù vada oltre il miliardo, visti gli stopper schierati. Piccolo particolare: al netto del discorso Under 21, le rose dal 2010 saranno di 18 giocatori (quest'anno 19) per così dire 'senior' e visto che l'attuale ingaggio medio lordo di un giocatore di B supera di poco i 200mila euro significa che la gestione corrente della prima squadra è ampiamente coperta. Traduzione: senza muovere un dito né portare una sola persona allo stadio, la più scalcinata delle società di B partirà da più 4 milioni di euro. Non è calcio di base, ma di sicuro nemmeno un campionato professionistico. Solo che tutte le medie della serie A hanno paura di finirci. Creando una paradossale convenienza nel rimanerci, considerando i costi della A: ci sono i Borlotti che rinunciano alla Champions e quelli che rinunciano alla promozione.

Bandiera Roja

di Stefano Olivari
Per i fanatici dello streaming Roja Directa (http://www.rojadirecta.com/) è un sito ormai superato, non a caso media tradizionali e magistratura l'hanno scoperto solo da pochi mesi. Si tratta, né più né meno, di un portale spagnolo che offre indicazioni circa la visione di partite di calcio e di tanti altri sport. Non le trasmette direttamente trasformando il segnale, non è una piattaforma per far caricare video agli utenti stile You Tube (anzi, molto spesso per quanto riguarda gli highlights triangola proprio con You Tube), non è nemmeno un sito di condivisione: semplicemente organizza le informazioni e pubblica i link dove è possibile (in teoria, viste certe limitazioni 'cinesi' peraltro facilmente aggirabili agendo sui dns) andarsi a vedere in diretta gli eventi. E' proprio questa la materia del contendere, cioè della causa che Audiovisual Sport (detentrice dei diritti televisivi della Liga, fra gli altri) ha intentato al sito. La notizia, di pochi giorni fa, è che il tribunale di Madrid ha dato ragione a Roja Directa. Rimandiamo ai siti di El Pais e di El Mundo per i dettagli, la sintesi è che questo aggregatore non ruba i programmi a chi ne detiene i diritti e nemmeno indica link a siti 'pirata' (come è stato scritto ingiustamente, forse confondendo Rojadirecta con un famosissimo sito russo), ma indica collegamenti a siti di streaming che per il loro paese detengono regolarmente i diritti. Questa parte della sentenza è ambigua (del genere: io non dico come si fabbricano le molotov, ma do il link ad un sito dove lo si spiega) ma sta in piedi, mentre ridicolo è che Roja Directa sia considerata fuori dal discorso commerciale. Come tutti i suoi frequentatori sanno, per il sito che ha nella testata un disegno di Collina (a lui avranno pagato i diritti?) che sventola un cartellino rosso, non ci sono tasse di iscrizione ma una quantità di banner e pop up spesso a livelli dei peggiori siti porno (dipende dai giorni e dalle partite, quindi dal traffico). Il guadagno di Roja Directa è indiretto come potrebbe esserlo quello di un portale di scommesse, ma riferito proprio ai singoli eventi. Giuridicamente si può discutere (fra l'altro abbiamo letto sul sito del Mundo che in Spagna c'è in essere anche una causa della SGAE, la locale SIAE, contro un altro portale video), ma in pratica quella di Audiovisual è una battaglia persa. Nei prossimi post il racconto di come alcuni giornalisti italiani di pay-tv riescano a non pagare l'abbonamento alla 'loro' emittente: come possono poi pretendere che lo faccia un quindicenne? Certo è che questa sorta di esproprio proletario dei diritti video farà allo sport solo del male.

Rielezioni europee

di Christian Giordano
1. Non siamo più ai tempi di Ceausescu e dei quarantelli da regimedi Rodion Camataru (1987) e Dorin Mateut (’89). Quindi, se rivinci da“Pichichi” la Scarpa d’oro – stavolta all’Atlético, dopo che l’hai fatto nel Villarreal, mica nel Barcellona o nel Real Madrid – qualcosa vorrà dire. Per esempio che Diego Forlán il verbo del gol sa declinarlo, purché a certe latitudini. Uno dei pochi, e più clamorosi, flop di Sir Alex Ferguson al Manchester United, l’uruguaiano in Inghilterra era diventato un cult da You Tube per l’incapacità di reinfilarsi la maglia tolta per festeggiare uno dei 10 gol (in 63 presenze) coi Red Devils. Quello nel 2-1 al Southampton. Là patì l’agguerrita concorrenza: Ruud van Nistelrooy, i “Calypso Boys” Dwight Yorke e Andy Cole e il 12esimo uomo per antonomasia, Ole Gunnar Solskjaer. Cinque anni dopo i 25 gol del 2004-05, è tornato capocannoniere, stavolta con 32 reti e rubando la scena a un compagno di reparto, Sergio “Kun” Agüero (17), che del suo Ct Maradona è genero e, per fisico e movimenti, più degno erede. Insieme, i gemelli “colchoneros” hanno segnato 49 gol. Gonzalo Higuaín e Raúl (22+18) del Real Madrid si sono fermati a 40, David Villa e Mata del Valencia (28+11) a 39.
2. Per trovare un tandem più efficace, e decisivo, bisogna andare in Bundesliga. Il primo Meisterschale del Wolfsburg è arrivato grazie, soprattutto, ai 54 gol di Grafite e Edin Dzeko (pronunce: “Grafisch” e“Geko”): 28 il brasiliano, ora non più noto solo per il rapimento della madre poi liberata, 26 il bosniaco che, invece, ha rapito il Milan. Cifre notevoli eppure quasi risibili rispetto quelle del tridente che ha trascinato il Barcellona al “Triplete”: delle 105 reti segnate nel torneo dai campioni 72 appartengono a un Lionel Messi (23) da record, al solito Samuel Eto’o (39) e al redivivo Thierry Henry (19), rinato dopo la prima stagione catalana da dimenticare. Computo stellare considerando Liga, Champions League e Copa del Rey: su 154 gol segnati dalla squadra, ne hanno firmati 97 (63%): 38 l’argentino (23+9+6), 34 il camerunense (30+4+0) e 25 il francese (19+5+1).
3. A proposito di francesi rinati, in Premier League è toccato al 30enne Nicolas Anelka, Golden Boot con 19 reti. Doveva essere la stagione degli strapagati Dmitar Berbatov (9) al Man U, Robbie Keane (10 fra Liverpool e Tottenham-bis) e Robinho (14) al Man City, invece si è imposto lui davanti a Cristiano Ronaldo (18), tornato all’originario ruolo di centravanti, e agli straordinari Steven Gerrard (16) e Fernando Torres (14) del Liverpool. Il Chelsea ha risolto il suo dualismo con l’altra prima punta Didier Drogba, a lungo infortunato, sostituendo Scolari con Hiddink, che lo ha convinto ad agire largo a destra. E così i Blues, in ritardo in campionato e sfumata la Champions League col gol del blaugrana Iniesta al 93’ della semifinale di ritorno, sono tornati a riempire la bacheca. Con la FA Cup.
4. Se in Spagna, Inghilterra e Italia il gol ha volti stranoti e famosi, in Francia, Olanda e Austria sono spuntate facce nuove. Nella Ligue 1 vinta dal Bordeaux dopo il settennato lionese, il topscorer è stato André-Pierre Gignac, 24 gol come i suoi anni e 4 assist nel Tolosa rivelazione, quarto. Laurent Blanc ha allenato una cooperativa del gol che ha portato in doppia cifra Marouane Chamakh e Fernando Cavenaghi (13) oltre a Yoann Gourcuff (12), miglior giocatoredi L1 risc attato dal Milan per 15 milioni di euro. Briciole. Il Marsiglia, nonostante i 22 sigilli del duo senegalese-ivoriano Mamadou Niang (13) e Bakari Koné (9), è dovuto ricorrere a Brandão per inseguire il sogno di tornare re di Francia dopo 27 anni (il titolo del ’93 fu revocato per lo scandalo-Valenciennes). Il brasiliano ex Shakhtar Donetsk ha reso come ci si aspettava (7 centri da gennaio). Inattesa, invece, la fretta di annunciare il cambio tecnico di finestagione: il belga Eric Gerets all’Al-Hilal, sulla Canebière l’ex juventino Didier Deschamps. Al secondo posto, con 17 reti, Karim Benzema (1987) sottotono come il suo Lione, e Guillaume Hoarau (1984) che al PSG si è confermato dopo aver riportato in Ligue 1 a suon di gol (37 in 38 gare) il Le Havre.
5. Con 23 centri (+ 8 assist) Mounir El Hamdaoui, 25enne capocannoniere della Eredivisie, in tandem con il 22enne sogno genoano Moussa Dembélé (10+1) ha portato al titolo, dopo 28 anni, l’AZ Alkmaar di Louis van Gaal. L’allenatore che al Bayern Monaco dovrà rivitalizzare un attacco sulla carta esplosivo. Il confermato trio da 35 reti composto da Luca Toni (14), Miroslav Klose (10) e Franck Ribéry (9), perso Lukas Podolski, tornato al Colonia, trova un altro nazionale tedesco: Mario Gomez, 24 cartoline d’addio allo Stoccarda. Sorprende lo scetticismo dei grandi club per il vice bomber d’Olanda, Luis Suárez, 22enne uruguaiano dell’Ajax che ha segnato dieci gol più di Marko Arnautovic (12), 20enne austriaco vincolato dall’Inter con un quinquennale legato alle polizze post-infortunio (sarà pronto in 4-6mesi). Nel Twente faceva coppia con lo svizzero 34enne Blaise N’Kufo (16).
6. Della sempre più depauperata Serie A farà parte, al Cagliari, il 25enne brasiliano Neně, al secolo Anderson Miguel da Silva, con 20 gol capocannoniere nella SuperLiga portoghese col Nacional de Madeira. Tre in più dei celebrati Liedson (Sporting Lisbona) e Oscar Cardozo(Benfica). Il Porto campione ha portato in doppia cifra (10) solo Lisandro López e Ernesto Farias, Lucho González si è fermato a 9, il credibile Hulk a 8 e Cristián Rodriguez, altro eroe di Champions, a 6. Il successore di Robert Acquafresca era vincolato fino al 2013 e a Cellino è costato 4,5 milioni più i premi legati al rendimento. Agiudicare dal gran pallonetto in corsa contro lo Sporting Lisbona, un affare.
7. Nella Bundesliga austriaca ha stravinto (39 gol e 9 assist) Mark Janko, 26enne perticone (1.96 x 83) viennese che ha rinnovato col Red Bull Salisburgo fino al 2013. Nella storia del club nessuno ha mai segnato tanto in una stagione. Miglior giocatore del torneo, ha realizzato 4 triplette, e la quaterna del 4-3 sull’Altach entrando nella ripresa. Staccatissimi i due del Rapid Vienna: Erwin Hoffer (24)e Stefan Maierhofer (23). Due classe ’83 hanno dominato in Scozia e in Serbia. Kris Boyd, 27 gol nei Rangers campioni di Scozia al fotofinish sul Celtic del duoformato da Scott McDonald (16) e Georgios Samaras (15). Nella SPL, solo lo svedese Henrik Larsson ha segnato di più: 158 a 142. Con 19 gol ha trionfato nella Superliga serba Lamine Diarra, senegalese del Partizan che firmò il momentaneo pareggio nell’1-2 contro la Samp in Coppa Uefa; in Turchia il 29enne ceco Milan Baros (Galatasaray); in Svizzera il 23enne Almen Abdi, campione con lo Zurigo, e il 22enne ivoriano Doumbia Seydou, secondo con lo Young Boys. In Belgio sono bastate 18 reti al 25enne colombiano Jaime Alfonso Ruiz, sesto con il KVC Westerlo in Belgio. E in Danimarca appena 16 al 26enne Morten Nordstrand (campione col København) e al 33enne Marc Nygaard (Randers). In Irlanda del nord, al 32enne Chris Scannell (Cliftonville) ne sono servite 27. Isole po competitive ai margini di un’Europa che, almeno al voto del gol, sa ancora eleggere facce nuove.
Christian Giordano
(in esclusiva per Indiscreto)
Classifica della Scarpa d’oro europea
1 Forlán (Atlético Madrid) 32 gol, 64 punti
2 Eto’o (Barcellona) 30, 60
3 Janko (Salisburgo) 39, 58
4 Grafite (Wolfsburg) 28, 56
5 Villa (Valencia) 28,56
6 Dzeko (Wolfsburg) 26,52
7 Ibrahimovic (Inter) 25,50
8 Di Vaio (Bologna) 24,48
8 Gomez (Stoccarda) 24, 48
8 Milito (Genoa) 24,48
8 Gignac (Tolosa) 24, 48

Stangata in differita

Attenti alla Stangata. Non per il vantaggio matematico del banco rappresentato dall’aggio, ma perché molti operatori sfruttano un meccanismo molto simile a quello del famoso film con Paul Newman e Robert Redford. In sintesi: truffa grazie a radiocronache trasmesse in leggera differita presso una finta agenzia di scommesse. Qualcosa di simile sta avvenendo attraverso siti di video ‘live’ consigliati da boomaker internazionali, in alcuni casi anche di importanza primaria, che propongono teoriche dirette di ogni sport. Nomi facilmente recuperabili sul web ma che noi non facciamo perché in molti casi le partite proposte sono trasmesse illegalmente, piratando il segnale di un canale regolare. Il problema è che queste dirette non sono mai in…diretta, ma hanno un ritardo medio di una ventina di secondi. Un tempo più che sufficiente per aggiustare le quote del live betting da parte sia dei bookmaker che da parte degli scommettitori evoluti (quelli da exchange). In certi casi, specie sul tennis, abbiamo constatato ritardi di quasi un minuto: quasi sempre superiori al ritardo annunciato per vaghissimi ‘motivi tecnici’. Il consiglio per gli scommettitori live è quindi uno solo: seguite gli eventi in televisione su canali che pagano regolarmente i diritti. Nella peggiore delle ipotesi il ritardo informativo rispetto a chi è allo stadio non supera i due secondi (ancora meno con i ‘vecchi’ segnali analogici). Senza questo accorgimento giocherete sempre a quote punitive, regalando ulteriore vantaggio al banco.
(pubblicato sul Giornale di ieri)

Comprati con Crouch

Un sistema basato solo sul denaro è strutturalmente in vendita al miglior offerente, sempre. Il finanziere, qualifica che non si nega a nessuno, del Dubai Sulaiman Al Fahim ha da poco ricevuto il via libera da parte della Premier League per l'acquisto del Portsmouth: ''The Premier League can confirm that Mr Al Fahim has submitted all the documentation required to satisfy our fit and proper persons test. Based on the information provided the League has found no reason why Mr Al Fahim would be liable to be disqualified as a Director of a Premier League club. Accordingly we have advised Portsmouth FC that his appointment may proceed. As with all changes in club ownership the Premier League will continue to monitor any material changes in circumstance''. Insomma, Al Fahim non è a prima vista (a prima vista della Lega) un mafioso, un criminale, un riciclatore di soldi sporchi peggio di quelli con passaporti europei. Gaydamak si libera così del club di Fratton Park, dandolo all'uomo che un anno e mezzo fa era il capocordata di quell'Abu Dhabi United Group che adesso governa il Manchester City. Non è cresciuto nel mito di Jimmy Dickinson o di Jack Froggatt, Al Fahim, o nell'antipatia per il Southampton, visto che qualche mese fa ha fatto addirittura un sondaggio anche per il Chelsea presso il raffreddato Abramovich, e non si capisce perchè con lui il Portsmouth dovrebbe diventare un grande affare al di là del fatto che sia agganciato al treno della Premier League. E' proprio questo il punto: quasi nessun club, nemmeno in Premier League, è un buon affare a livello di profitti diretti. Però Al Fahim è un grande immobiliarista e nel mondo arabo degli affari, così attento alle apparenze pauperistiche e solidaristiche, si muove con una attenzione all'immagine personale a metà fra il Berlusconi di Milano Due ed il Donald Trump del Taj Mahal. Non sembra il cavallo di Troia dell'Islam, almeno in forma immediata (nel lungo periodo non c'è purtroppo speranza, visto che la destra oppone l'happy hour e la sinistra l'altra guancia), ma di sicuro a Portsmouth ha visto opportunità di guadagno che a Roma, Firenze, Torino (vogliamo metterci Milano, Ligresti permettendo?) non ci sono. Poi i tifosi a qualsiasi latitudine sono in vendita al miglior offerente: Crouch non si tocca, il resto non conta.

Credere in Diouf

di Alec Cordolcini
1. Mame Biram Diouf, chi è costui? Una domanda, anche legittima, che si saranno fatti in molti leggendo l’annuncio del nuovo acquisto del Manchester United. Una cosa è certa: sir Alex Ferguson non è stato colto da un improvviso raptus di follia, ma ha semplicemente prelevato il miglior giocatore della Tippeliga norvegese 2009 dalla squadra più spettacolare, il Molde, vista quest’anno nel suddetto torneo. Due anni fa il mastino camerunense Somen Tchoyi è finito al Red Bull Salisburgo; la scorsa stagione il folletto brasiliano Alanzinho si è trasferito nel Trabzonspor.
2. Quest’anno il migliore di Norvegia ha trovato casa nientemeno che tra i Red Devils, e ci è mancato poco che nel regno di re Harald V venisse proclamato un giorno di festa nazionale, specialmente dopo aver letto un orgoglioso Frode Olsen scrivere sul proprio blog che “quello di Mame Biram Diouf è il trasferimento più importante avvenuto nel nostro campionato da quando lo stesso Ferguson prelevò dallo stesso club, il Molde, Ole Gunnar Solskjær” (ma in mezzo ci potrebbe stare anche Obi Mikel che passa dal Lyn al Chelsea). E’ stato proprio lo stesso Solskjær, attualmente allenatore delle giovanili del Manchester United nonché fido consigliere di Ferguson, a condurre la trattativa con il Molde e con l’agente del giocatore, quel Jim Solbakken che proprio del baby face killer è amico intimo. Un affare per sistemare un amico degli amici? Non proprio, perché Mame Biram Diouf, pagato 50 milioni di corone (circa 5.6 milioni di euro), si è dimostrato giocatore vero e meritevole di una chance ad alto livello.
3. Nato a Dakar, in Senegal, il 16 dicembre 1987, Diouf è sbarcato nella città delle rose, Molde appunto, all’età di 19 anni, partendo dal secondo livello del campionato norvegese, l’Adeccoliga. La consacrazione è arrivata quest’anno come punta centrale in un 4-2-3-1 in cui si sono messi in evidenza anche i connazionali Pape Patè Diouf, esterno offensivo sinistro dalle leve lunghe e dalla progressione notevole, ed El Hadji Makhtar Thiounè, robusto playmaker che compone il vertice più arretrato del rombo d’attacco. Una squadra spettacolare, propositiva, che pressa e verticalizza cercando di sorprendere l’avversario in velocità; il Molde d’Africa è un esperimento decisamente riuscito.
4. Fisico atletico e muscolare, Mame Biram Diouf piace perché non è la solita prima punta ferma al centro dell’area nell’attesa del cross giusto (nonostante il colpo di testa sia uno dei pezzi forti del suo repertorio), ma si muove molto, viene incontro alla palla proponendosi per il triangolo, oppure si allarga all’esterno per favorire gli inserimenti degli esterni, specialmente il quasi omonimo Pape Patè Diouf, con il quale in campo il feeling è eccellente. Per Mame Biram Diouf il picco più alto nell’attuale stagione è rappresentato dalla quaterna rifilata al Brann lo scorso 12 luglio, con i primi tre gol realizzati nello spazio di 9 minuti. Un exploit che lo ha issato in vetta sia alla classifica marcatori (12 reti) che a quella di rendimento. Ma non lascerà i lavori a metà dell’opera, dal momento che rimarrà in prestito al Molde fino alla fine del campionato. Poi l’Old Trafford.
(in esclusiva per Indiscreto)

Il teorema di Cramer

di Stefano Olivari
Rispondendo in ritardo ad una curiosità di Dag Nasty, partita da una vecchia puntata di 'Arrivano i Superboys', parliamo di un argomento che farà schizzare verso l'alto le pagine viste: la medaglia di bronzo del Giappone calcistico all'Olimpiade 1968. Shingo Tamai e compagni sono quindi il pretesto per ricordare la figura di Dettmar Cramer, l'allenatore tedesco che guidò la nazionale olimpica nipponica a Tokyo 1964 e ne fu poi direttore tecnico in Messico ponendo le basi di una passione che poi si sarebbe sviluppata seguendo vie e miti più brasiliani (non solo Roberto Sedinho) che tedeschi. Ovviamente i più lo ricordano come tecnico del Bayern Monaco della seconda e terza Coppa Campioni consecutiva (a stagione 1974-75 iniziata prese il posto di Udo Lattek giubilato di fatto da Beckenbauer, un Lattek che pochi mesi dopo avrebbe iniziato la sua strepitosa era al Borussia Moenchengladbach), ma il suo periodo giapponese merita di essere citato. Cramer, classe 1925, nasce come modesto giocatore a Dortmund e Wiesbaden, prima di entrare a soli 24 anni nei ranghi della federazione. Fino al 1963 'Napoleone' (così chiamato per l'1,60 o giù di lì di statura e per i modi autoritari) lavora per nazionali giovanili e rappresentative regionali, poi accetta una rivoluzionaria (per l'epoca) proposta della ZDF: fare la seconda voce nelle telecronache. L'esperimento va così così e il campo gli manca: quando viene a sapere che il Giappone ha chiesto alla sua federazione un allenatore tedesco per preparare le Olimpiadi casalinghe lui si propone a costo quasi zero. Una bella esperienza (superamento della prima fase e sconfitta nei quarti con la Cecoslovacchia) con molti seguiti: Cramer diventerà di fatto fino alla pensione (storia di pochi anni fa) il principale docente di calcio nelle scuole federali, ricevendo per questo anche un premio speciale dall'imperatore Hirohito. Dopo Tokyo 1964 entra comunque nello staff di Helmut Schoen, dove con vari ruoli, due parentesi da c.t. (Egitto e Usa) e quella già citata con il Giappone olimpico nel 1968 (con Okano in panchina e Kunishige Kamamoto trascinatore in campo), rimarrà fino al 1974. Ma che cosa ha portato Cramer al calcio giapponese? Prima di tutto, a detta dei giornalisti giapponesi, un'attenzione verso la preparazione fisica che prima di lui era sconosciuta. E poi un interesse per l'aspetto psicologico del calcio, con una sorta di ossessione per le motivazioni individuali, che ne ha fatto un caposcuola anche in Europa.

Diciassette motivi per non leggere Severgnini

Non sono ancora spenti gli echi degli articoli degli improvvisati ragionieri Cepu-Milan (sintesi: Kakà è un mercenario e il bilancio è importante, pazienza se il giocatore al Real guadagnerà quasi come a Milano e quasi tutti i 23 esercizi berlusconiani sono stati chiusi in rosso senza contare le decine di miliardi di pagamenti in nero accertati), che già stanno partendo quelli interisti. Qualche caporedattore illuminato dà spazio al British Open di golf o al Tour de France, ma in generale noi campiamo grazie alle tre squadre del 75% e non dobbiamo dimenticarcelo mai. Il prestigioso ruolo di 'giornalista sportivo' anche stamattina ci ha permesso di inventarci esperti sul caso Ibrahimovic regalando certezze a semisconosciuti, ma non al punto di compilare un decalogo o addirittura un editoriale-sbobba in 17 punti (''Ibra, 17 ragioni per dirgli addio'') per spiegare sulla prima pagina del primo quotidiano italiano perchè in fondo la cessione dello svedese sia per i tifosi interisti accettabile se non addirittura auspicabile. L'intento dell'articolo era ironico, il motivo della sua ridicola presenza chiaro: non sia mai che l'interista medio (che non legge il Messaggero, Le Monde o Grand Hotel: l'ufficio stampa deve quindi solo presidiare Corsera, Gazzetta e qualche tivù) cominci a pensare che in fondo Giampaolo Pozzo vale come competenza dieci Moratti e che la differenza sia solo nel bacino di utenza e nelle opportunità che Milano mette a disposizione. Lo sciocco e disonesto calcio dalle spese no limits, che anche un grande come Platini culturalmente accetta (i bilanci a posto li può avere chiunque, con i soldi di Provenzano, dello sceicco o dei narcos), ha un rovescio della medaglia: quando non spendi più diventi come gli altri. Anche se i media continuano a combattere per te. Ragazzo immaturo con la moglie fanatica anti-Satana (cose che si scrivono solo adesso: fino a ieri era una grande organizzatrice di eventi, roba che nemmeno Don King) e slavo mercenario, voi passate ma i proprietari restano.

Meglio i quattro gatti?

Meglio quattro gatti, tipo quelli papali del Tg3 (che però come gli altri Tg nazionali nasconde le seconde file vuote ai convegni degli amici), competenti o migliaia di tifosi che capiscono poco di quello che stanno guardando? E' l'eterno dilemma italiano degli sport diversi dal calcio e dal ciclismo, dove le migliaia ci sono a prescindere, che ieri ai Mondiali di Roma si è riproposto durante la gara di tuffi femminili dal trampolino (un metro). Ammettiamo di averla seguita per disperazione e capendo ovviamente pochissimo di abbondanze e dintorni, mentre aspettavamo Italia-Uzbekistan di pallanuoto, senza oltretutto cogliere quello che gli inviati dei giornali hanno invece colto: non i fischi ai punteggi dati agli italiani, Tania Cagnotto e Maria Marconi, che si erano sentiti anche a casa, ma quelli antisportivissimi di disturbo durante i tuffi delle cinesi e della Pakhalina. Curioso che i settecento uomini Rai sul posto, fra seconde voci e studi di cazzeggio, non abbiano sottolineato il comportamento di gente che non vede l'ora che arrivi il 23 agosto. Oltre che quello sportivo degli allenatori, Cagnotto e Rinaldi, che chiedevano agli spettatori di non disturbare i tuffi delle avversarie. Il solito discorso: se l'ambizione è uscire dalla parrocchietta allora bisogna confrontarsi con i beceri. Da qui la ola a Wimbledon e cose del genere, che si possono commentare in vario modo ma non nascondere sotto il tappeto.

Il marine che ispirò Stallone

di Stefano Olivari
1. Come tutte le estati noi di estrazione socio-culturale medio-alta stiamo rivedendo la serie di Rocky, quest'anno su Sky. Impossibile dire qualcosa di originale su una maschera che ha rappresentato alla perfezione l'America nei Settanta e negli Ottanta, trascinandosi poi con poche idee negli ultimi due episodi. E' invece possibile ricordare l'ispirazione sportiva di Stallone, sceneggiatore fin dal primo episodio: Chuck Wepner, l'ex marine newyorkese che nel 1975 fu coinvolto da Don King in una sfida a Muhammad Ali che ebbe molto in comune con quella successiva e cinematografica fra Rocky Balboa ed Apollo Creed.
2. Wepner aveva diverse caratteristiche interessanti agli occhi del geniale organizzatore: a) era (è) bianco, cosa che in un'era dominata da pesi massimi neri aveva grande valore di marketing (mai come quello raggiunto qualche anno dopo da Gerry Cooney); b) aveva un record pessimo ma pieno di match, sia pure tutti persi, di grande valore: fra gli altri con Sonny Liston, George Foreman (messo al tappeto al secondo round, prima di essere fermato per ferita), Joe Bugner; c) aveva servito la patria nei Marines, non in prima linea in Vietnam ma comunque nei Marines, e pompare una rivalità con il renitente alla leva (ma pagandone in prima persona le conseguenze, al contrario di altri imboscati) Ali non sembrò vero all'ex recuperatore di crediti (punto in comune fra King ed il Balboa del primo episodio); d) aveva coraggio, ma tecnicamente non valeva la metà del campione e aveva la sconfitta scritta in faccia; e) dopo l'enorme dispendio fisico e nervoso della Rumble in the Jungle con Foreman, Ali aveva bisogno di una passeggiata per la sua difesa del doppio titolo WBC-WBA (all'epoca c'erano 'solo' due sigle).
3. Centomila dollari a Wepner e quasi due milioni al Mito: con queste premesse il 24 marzo 1975 al Richfield Coliseum di...Richfield, per l'appunto (paesino dell'Ohio a metà strada fra Cleveland e Akron, i fan di LeBron James avranno un'idea della geografia), andò in scena questa sfida all'apparenza impari. Alla quale Wepner si era preparato per la prima volta da professionista vero, rinunciando ai lavori part time da guardia giurata e da buttafuori. La maggior parte dei bookmaker non lo vedeva in piedi oltre la terza ripresa, ma in più di un'intervista lui disse che 'Chi è sopravvissuto ai Marines può sopravvivere anche ad Ali'.
4. Era vero, anche se l'inizio fu terrificante. Wepner riuscì a mettere a segno pochissimi colpi fino alla nona ripresa, quando un diretto alla bocca dello stomaco mandò il campione al tappeto. Da lì al quindicesimo round si vide (noi l'abbiamo fatto grazie alla Grande Boxe, memorabile trasmissione del Rino Tommasi Fininvest) uno dei migliori Clay-Alì di sempre, che ridusse Wepner ad una maschera di sangue. Una maschera che tenne duro eroicamente, nonostante dal suo angolo gli gridassero di arrendersi, fino a quando l'arbitro decretò il ko tecnico. Sconfitto ma vincitore morale per lo spettatore medio, Wepner investì i centomila dollari alla Balboa e qualche anno dopo fu arrestato per avere venduto migliaia di autografi falsi di grandi campioni dello sport: molti di questi erano di Ali.
5. Quanto all'ispirazione data al telespettatore Stallone, non è mai stata certificata dall'interessato: anche per una questione, banalmente, di diritti. E' invece vero che l'idea diede la svolta alla carriera di Stallone e che nel corso degli anni lui e Wepner si siano incontrati diverse volte (sul suo sito c'è anche una foto che li ritrae sul set del film Copland). Oggi l'ex marine vive di discorsi motivazionali, di comparsate ad eventi vari e di racconti riguardanti il passato: fisicamente sta meglio dell'Ali attuale, nonostante abbia preso il decuplo delle botte (fra le altre anche quelle di Joe Frazier, di cui era lo sparring partner prediletto). Rocky se l'è cavata.