L'Italia (Sette) di Moggi
Se lezioni di etica politica vengono date da Adriano Sofri, condannato in via definitiva come mandante di un omicidio, uno giudicato responsabile dalla giustizia sportiva di avere taroccato un campionato (gli altri 30 della sua vita professionale non sono stati presi in considerazione, quindi la statistica dice uno su uno) può tranquillamente dire la sua sul calcio. Questa premessa da editoriale forcaiolo (perchè chi detesta i criminali è per definizione forcaiolo) era per dire che Luciano Moggi è il nuovo opinionista di SetteGold per il programma del mercoledì Diretta Stadio e che la cosa non ci sorprende. Chi ha mai avuto la sfortuna di vivere dal di dentro la realtà dei concorsi pubblici o di micro-realtà imprenditoriali (noi, per dire) sa che l'Italia profonda, l'Italia vera (anche quella di sinistra, vedi università) non desidera altro che di prendere una tessera e mettersi acriticamente nelle mani di qualcuno in cambio del 'posto'. Insomma, Moggi è detestato non per motivi etici (parliamo della maggioranza) ma da chi tifa per squadre da lui in epoche diverse turlupinate. Poi tanti giornalisti, e non ci riferiamo a quelli di Sette Gold (a parte Biscardi, che a suo tempo spiegò in trinunale che il suo non è giornalismo), gli devono tantissimo e lo stanno tenendo in vita artificialmente. Ma dire 'sono il direttore generale della Juventus' è un'altra cosa, con tutto il rispetto (poco, vista la politica dei Menarini) per i consulenti del Bologna.
Pennetta all'amatriciana
1. L'ironia non è il punto di forza dei giornalisti italiani, ma nemmeno della maggioranza dei lettori. Il tenore medio dei commenti alla strapubblicizzata e scherzosa intervista di Flavia Pennetta alle Iene è semplicemente penoso, del genere 'Coppi non vince più perché c'è la Dama Bianca'. Andare sui forum dei principali quotidiani per credere...2. Meno divertente è il fatto che per far parlare di sè sui media del suo paese la top ten al mondo in uno sport diffuso dappertutto debba andare sul privato o sfilare per non sappiamo chi. Poi va detto che i giornalisti di tennis non mancano mai, alla prima o alla seconda domanda dell'intervista, di chiederle di Moya...
3. A proposito di tennis e moda, Sky Sport 24 ha intercettato Roger Federer alla sfilata di Armani e le domande sono state le seguenti. La prima: ''Cosa ne pensi del tennis italiano?''. Pochi giorni dopo avergli lasciato 15 game (8 a Bolelli e 7 a Starace) in sei set giocati...La seconda: ''Cosa ne pensi di Flavia Pennetta?''. Federer è stato educato...
4. Dicevamo dei portali dei grandi quotidiani. E' curioso sapere da dove venga il 90% del loro traffico. Dalle notizie? Dai, non scherziamo. Dai commenti dei lettori? Buoni numeri, ma marginali. Dai video? Sì, così guardandoli in ufficio si rischia il licenziamento. Il grosso delle pagine viste arriva dalle photo-gallery, a corredo di articoli o di non articoli. Borriello e Belen si lasciano? Vai con venti scatti di Belen. I dati in mano ai pubblicitari sono impressionanti, siamo al 'ragazzo delle medie' di cui parlò Berlusconi in un momento di sincerità. Un ragazzo delle medie globale, di cui facciamo parte anche noi. In quanti onestamente leggerebbero un articolo su Borriello?
5. Dell'ostracismo della Roma nei confronti degli inviati del Romanista (il reato: parlare della Roma come società invece di limitarsi ai 'fatti del campo', come il giornalimo embedded deve fare) si è parlato troppo poco, per la semplice ragione che questa è la prassi del calcio italiano. Nelle metropoli, dove ci sono interessi non solo calcistici da preservare, ma soprattutto in provincia dove lo sbocco professionale primario del cronista da campo è quello di diventare addetto stampa della società di cui parla. Purtroppo il problema è irrisolvibile, almeno in un paese incivile (ed il nostro è fra i meno incivili del mondo, al di là del disfattismo). L'unica arma a disposizione del giornalista, per farsi rispettare, è quella della critica. Ma il tifoso medio le critiche le sopporta ancora meno di Rosella Sensi, di Moratti o di Cobolli Gigli. Quando la Juve vince, Tuttosport arriva a vendere oltre 200mila copie, più del doppio del giorno standard. Noi abbiamo capito per tempo di essere solo degli intrattenitori, ma c'è ancora chi si prende sul serio.
6. A proposito di Roma, molta curiosità per lo stadio Franco Sensi. Non solo da parte dei costruttori e dei proprietari dei terreni agricoli circostanti, destinati al...cambio di destinazione, ma anche dei semplici appassionati di calcio. Bello il video della presentazione, evocante atmosfere da Gladiatore di Ridley Scott, peccato per quello che c'è sotto. Intanto Prokhorov si sta comprando i New Jersey Nets...
Il possesso di Koeman
di Alec Cordolcini1. Le squadre di Ronald Koeman non sono mai belle da vedersi. Praticano un calcio speculativo, pieno di passaggi orizzontali e costruito su uno sterile possesso palla. L’esasperazione della gabbia di Hiddink modello Psv/Australia, oppure il Milan ancelottiano nella sua versione peggiore. Non è insomma un bello spettacolo, e lo diventa ancora meno quando i risultati latitano. L’Az di Van Gaal non praticava un calcio scintillante, ma era una squadra organica, solida e organizzata. L’Az di Ronald Koeman invece vive di fiammate, peraltro piuttosto pallide, che sopperiscono alla mancanza di una manovra armoniosa e, sopratutto, dotata di idee.
2. L’incontro di Champions con lo Standard Liegi ha punito la mentalità remissiva dell’ex tecnico di Vitesse, Ajax, Benfica, Psv e Valencia. I belgi non erano nella loro giornata migliore: mister Boloni, dopo lo sfortunato debutto contro l’Arsenal, aveva scelto di coprirsi snaturando in parte la vera anima dello Standard. Squadra che gira a mille solo quando gioca a mille, cioè attaccando. L’Az non ne ha approfittato, così come non aveva approfittato due settimane fa di un Olimpiacos in piena burrasca dopo aver cacciato Ketsbaia. In Grecia l’Az non aveva tirato in porta, puntando sfacciatamente allo 0-0. Al DSB Stadion lo ha fatto due volte con El Hamdaoui; gol nel primo caso, al termine di una bella azione sull’asse Martens-Dembele-Holman, grande parata di Bolat nel secondo. Poi una serie infinita di passaggi per arrivare al fischio finale.
3. Negli ultimi dieci minuti non si è visto alcun giocatore dell’Az nella trequarti avversaria, e questo nonostante la palla ce l’avessero quasi sempre gli olandesi. Un atteggiamento remissivo che è già costato tre punti in due partite. Nelle ultime uscite l’Az ha perso a Den Haag, in casa contro il Nec e ad Utrecht, battendo solamente lo Jong Ajax in coppa d’Olanda ai supplementari (doppietta di Dembele, giocatore di squisita tecnica che oggi non gioca nel Genoa solamente perchè l’Inter non ha pagato solo cash Milito e Thiago Motta). Forse qualcuno ad Alkmaar dovrebbe meditare sulla scelta compiuta in estate sul nuovo allenatore, prima che sia troppo tardi. O forse lo è già.
4. Perle in serie disseminate ieri dall’impreparato telecronista Sky nella telecronaca dell’incontro. Holman era Holmèn, Swerts (Sverts) diventava Suerts, El Hamdaoui si trasformava in El Hamdandaoui, venendo oltretutto spesso e volentieri confuso con Martens, Schaars (Skars) si ammorbidiva in Sciars e Kew Jalines (Kev Ialins) in Chiù Sgialins. La topica più grande però riguarda Pocognoli ”nato a Luik”. Dal momento che il telecronista, di cui abbiamo colpevolmente dimenticato il nome, ha parlato per tutta la partita di Standard Liegi (correttamente, dal momento che siamo in Italia), informare che il giocatore è nato a Luik, ovvero Liegi in fiammingo (pronunciata oltretutto Lüìk e non Lòk, se si vuol fare gli esperti almeno lo si faccia bene), non ha senso. Salvo non si stia ignorando di parlare della medesima città. Reduci dall’ottima telecronaca di Rubin Kazan-Inter targata Massimo Marianella, forse pretendevamo un po' troppo. Però continuiamo a non comprendere perchè uno sport così (finto)popolare come il calcio stenti ad avere dei cantori professionisti adeguati.
4. Perle in serie disseminate ieri dall’impreparato telecronista Sky nella telecronaca dell’incontro. Holman era Holmèn, Swerts (Sverts) diventava Suerts, El Hamdaoui si trasformava in El Hamdandaoui, venendo oltretutto spesso e volentieri confuso con Martens, Schaars (Skars) si ammorbidiva in Sciars e Kew Jalines (Kev Ialins) in Chiù Sgialins. La topica più grande però riguarda Pocognoli ”nato a Luik”. Dal momento che il telecronista, di cui abbiamo colpevolmente dimenticato il nome, ha parlato per tutta la partita di Standard Liegi (correttamente, dal momento che siamo in Italia), informare che il giocatore è nato a Luik, ovvero Liegi in fiammingo (pronunciata oltretutto Lüìk e non Lòk, se si vuol fare gli esperti almeno lo si faccia bene), non ha senso. Salvo non si stia ignorando di parlare della medesima città. Reduci dall’ottima telecronaca di Rubin Kazan-Inter targata Massimo Marianella, forse pretendevamo un po' troppo. Però continuiamo a non comprendere perchè uno sport così (finto)popolare come il calcio stenti ad avere dei cantori professionisti adeguati.
(in esclusiva per Indiscreto)
Il sottovalutato dello showtime
di Simone Basso

1. A poche settimane dalla (ri)partenza della Nba, ricordo nostalgico di un eroe dimenticato. Quando ci si fermava, incantati, a osservare le fotografie di quel mondo lontano e affascinante, popolato da giocatori che parevano inavvicinabili. Una lega che viveva in un'altra dimensione rispetto al resto del globo, in ogni aspetto del gioco. Per quel tipo di Nba occorrevano, ai piani alti, squadre con quintetti di campioni veri: non fosse altro che perché c'erano meno squadre e quindi talento meno diluito. Attori diversi da quelli di oggi, magari non così esplosivi (e il Doc, David Skywalker e Billy Ray Dunk?), ma meno limitati agonisticamente e più sul pezzo per le poche cose che portano alla vittoria. Costretti,quando la Ncaa era ancora una cosa seria, ad approfondire idee che oggi paiono dimenticate: il concetto di squadra, il saper giocare all'interno della stessa e l'apprendimento di fondamentali necessari ma troppo sobri per consentire la giocata da Nba Action.
2. Un esempio perfetto furono i Lakers dello Showtime, creati dallo sfortunato Jack McKinney e allenati prima da Paul Westhead e poi da un suo assistente di nome Pat Riley. Assolutamente doveroso soffermarsi su Kareem e Magic, nucleo centrale di quella dinastia, ma in troppi dimenticano il resto della ciurma. Non ci riferiamo ai Landsberger, ma a due fuoriclasse che si integrarono alla perfezione in quel meccanismo. Jamaal Wilkes e Norm Nixon furono fondamentali quanto il dinamico duo da Hall of Fame: il primo lo fu talmente tanto da sviluppare un'umana sindrome da eterno sottovalutato. La sera che Silk ne scrisse 37, in garasei delle finali 1980, le attenzioni furono tutte per il celeberrimo show di Magic come sostituto di Jabbar...
3. Nixon fu playmaker e guardia tiratrice, fromboliere da contropiede e difensore puntuale. Notevole nell'arresto e tiro, qualità accentuata da una peculiarità che suggeriva (...) agli avversari di chiudere le entrate. La memoria ingigantisce tutto, anche quando non si trasforma in nostalgia, ma ci sembra che il nativo di Macon, nella Georgia cantata dal genio di Ray Charles, sia stato uno dei giocatori più veloci mai apparsi su un parquet. Le categorie dello sport, come quelle dell'anima, sono variabili. E i paragoni alcune volte sono forzature, obbligate dalla mancanza di punti di riferimento reali. Detto questo, Norm the Storm atleticamente fu una cosa fuori dal mondo: un concentrato elegantissimo di fibre bianche, un velocista da finale olimpica dei 100 prestato al basket. Fu anche un prospetto Nfl, chiamato dagli Steelers per le doti di defensive back. Ma i piedi da Calvin Smith erano supportati da un'intelligenza cestistica di prim'ordine, che lo aiutò ad emergere alla Duquesne University, in una città (Pittsburgh) fanatica di football e di baseball. Nemmeno i due anni consecutivi nella top 20 dei top scorer bastarono: il destino di Norm fu sempre quello di passare inosservato.
4. Ma il tempo, il talento e il lavoro duro lo ripagarono adeguatamente: al draft 1977 i Lakers lo scelsero, al primo giro, come ultimo dei tre pick a disposizione. Dopo l'estate aveva già sorpassato i due colleghi nella considerazione dell'allora coach Jerry West. Giocatore fondamentale di quei Lakers, servì a coprire i vuoti del Magic bambino, ancora privo di un jumper affidabile e alcune volte discontinuo. Fu perfetto anche per dialogare con Mister Gancio Cielo, al quale tolse parecchia pressione dalle spalle con il suo tiro frontale: l'ideale per far pagare i raddoppi sul trentatre gialloviola. C'erano poi quelle clamorose accellerazioni che permettevano una pallacanestro celestiale, autentico manifesto della Nba anni Ottanta. Sbobinate cinque minuti dell'All Star Game 1982, assisterete a un momento irripetibile: Riley schierò la coppia Nixon-Johnson con l'impareggiabile Bernard King a far da...utilizzatore finale. Per qualche momento, prima del richiamo all'ordine di Pat, si realizzò l'utopia assoluta: un basket privo di soluzione di continuità, giocato da levrieri geniali e iperdotati.
5. Il 1983 fu il suo ultimo anno in maglia Lacustri, poi se ne andò lasciando molti amanti delusi al Forum..."Odio l'idea di Nixon non più in questa squadra: è come una collana meravigliosa priva di un diamante bellissimo". (Jack Nicholson). Continuiamo a pensare a quei Lakers nella versione Nixon come alla squadra potenzialmente più forte di sempre. A referto comparivano Jabbar, Wilkes, Nixon, Magic, Cooper, Worthy, McAdoo, McGee (uno che in Italia,un pomeriggio, ne fece 59...): già mezzi rotti imbastirono una serie Ovest, contro gli Spurs di Ice e Gilmore, da sballo assoluto. Il po pa tok moderno offensivamente più avanzato di sempre, distillato di talento puro per 48 minuti filati. Lo scambio a San Diego, per Byron Scott, responsabilizzò Magic che divenne l'unico vero gestore del gioco losangelino. Fu l'ennesima genialata di West, ma a medio termine: perchè sul breve, con il 10 ancora Laker, l'anello 1984 non l'avrebbero consegnato ai Celtics...Ai Clippers fece due anni individualmente strepitosi,predicando nel più classico scenario Veliero: un cimitero d'elefanti nel deserto. Poi si ruppe il tendine d'Achille destro e la carriera da marziano finì praticamente lì.
6. L'epilogo dolceamaro fu la comparsata nel Bel Paese in maglia Scavolini. In quella primavera 1989 la Pesaro di Bianchini, campione d'Italia in carica, giocò benissimo e Norman mostrò fasi tecniche del gioco, come l'assist al lungo, che i garretti da velocista avevano sempre oscurato ai meno attenti. Ebbe anche la sventura di perdere lo scudetto, a tavolino, per una monetina; roba da autentica Spaghetti League. A Varese, in diretta tivù, fece rientrare da solo la squadra in partita: in due minuti esibì il manuale della pointguard. Ispirata, intoccabile. In tribuna la moglie Debbie Allen, l'attrice ballerina di "Fame" che conobbe durante la realizzazione del mitico "The fish that saved Pittsburgh". Un bel cambiamento dai tempi dell'infanzia, trascorsa con i fratelli ad assistere la madre gravemente malata di miastenia. Forse il suo segreto stava in quei giorni da fanciullo nel profondo sud: lamentarsi della vita grama, come i suoi compagni di scorribande, non aveva senso. Meglio darsi da fare e muoversi il più velocemente possibile, come la tempesta.
"I have tasted the maggots in the mind of the universe
I was not offended
For I knew I had to rise above it all
Or drown in my own shit"
(Funkadelic 1971).
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
Il miracolo del terreno agricolo
1. Sui media ci si scanna per i motivi più vari, ma su alcuni temi esiste un pensiero unico a livelli Corea del Nord. L'incriticabilità del capo dello stato e della sua famiglia (anche quando la moglie omaggia Naomi Campbell di un 'brutta negra', secondo il racconto di Stefano Gabbana: su quanti giornali, di destra o sinistra, l'avete letta?), le nostre 'eccellenze' enogastronomiche (espressione che induce ad adorare cedrata Tassoni e Cipster), ma soprattutto l'indispensabilità degli stadi di proprietà. Quello di Firenze (con annessi e connessi) è alla base della penosa recita dei Della Valle, quelli di Milano sono speculazione pura nelle solite zone post-industriali, per quelli di Roma si sta tornando alla carica dopo una fase di stallo.
2. A Trigoria una Rosella Sensi priva di auricolare ha presentato il progetto per il 'Franco Sensi', 55mila spettatori e due anelli, che Alemanno si è spinto a definire ''un diritto''. Peccato che in tutta Europa, tolte poche realtà come la Bundesliga, il pubblico da stadio non sembri in rialzo. Facile l'esempio di Milan-Bari con undicimila paganti di cui diecimila merito del Bari, ma sabato abbiamo visto un Coventry-Boro per pochi intimi (ma non era nel Championship che si era mantenuta la passione?) ed un Wigan-Chelsea con larghissimi vuoti in tribuna: chi è passato per Wigan può escludere che ci fossero tante alternative nel settore che Galliani e i suoi consulenti (magari non Bronzetti) definirebbero 'entertainment'. E dire che 4 anni fa il Coventry ha abbandonato il suo storico Highfield Road (di proprietà, senza i posti numerati faceva anche più di 50mila spettatori...) per l'impianto in cui gioca ora: che è della municipalità, 32mila e rotti di capienza e mai un esaurito...
3. Tornando all'ipotetico stadio Franco Sensi, due modeste considerazioni. La prima negativa: i tempi ottimistici di costruzione sono 24 mesi dalla data d'inizio dei lavori, quindi prima del campionato 2012-13 (il penultimo teorico di Totti) non potrà ovviamente produrre reddito il famoso impianto che vive sette giorni su sette, con i negozi, eccetera (anche se la vera impresa sarà riqualificare la zona scelta). Potrà per tre anni la Roma navigare a vista, fra le pressioni di Unicredit e botte di insider trading qua e là? La seconda positiva: sarebbe uno stadio per il calcio, senza barriere e con gli spettatori quasi in campo (la parte più vicina al della tribuna sarebbe a 9 metri) e non costretti ad usare il telescopio come all'Olimpico. Timori per l'ordine pubblico? Allora tanto varrebbe rimanere a casa con la Wii, se si parte dal presupposto che qualunque persona senza controllo possa tirare qualcosa in campo.
4. A Roma, così come per gli altri progetti 'piccolo è bello' propagandati spesso da chi vent'anni fa inneggiava al gigantismo, l'architrave di tutta l'operazione è la solita. Una squallida speculazione immobiliare, con la connivenza di qualche forza politica (vogliamo dire centro-destra?) e dei giornali finanziati dai costruttori e/o dai proprietari dei terreni. Il trucco è sempre lo stesso: terreni che per il piano regolatore sarebbero agricoli (così sono definiti quelli dell'area scelta), che diventano come per magia edificabili. Un ordine di grandezza? Il semplice terreno passando da agricolo a residenziale può decuplicare il suo valore, euro più euro meno. Costruendoci poi sopra effettivamente la leva andrebbe a livelli inimmaginabili. Anzi, immaginabili.
2. A Trigoria una Rosella Sensi priva di auricolare ha presentato il progetto per il 'Franco Sensi', 55mila spettatori e due anelli, che Alemanno si è spinto a definire ''un diritto''. Peccato che in tutta Europa, tolte poche realtà come la Bundesliga, il pubblico da stadio non sembri in rialzo. Facile l'esempio di Milan-Bari con undicimila paganti di cui diecimila merito del Bari, ma sabato abbiamo visto un Coventry-Boro per pochi intimi (ma non era nel Championship che si era mantenuta la passione?) ed un Wigan-Chelsea con larghissimi vuoti in tribuna: chi è passato per Wigan può escludere che ci fossero tante alternative nel settore che Galliani e i suoi consulenti (magari non Bronzetti) definirebbero 'entertainment'. E dire che 4 anni fa il Coventry ha abbandonato il suo storico Highfield Road (di proprietà, senza i posti numerati faceva anche più di 50mila spettatori...) per l'impianto in cui gioca ora: che è della municipalità, 32mila e rotti di capienza e mai un esaurito...
3. Tornando all'ipotetico stadio Franco Sensi, due modeste considerazioni. La prima negativa: i tempi ottimistici di costruzione sono 24 mesi dalla data d'inizio dei lavori, quindi prima del campionato 2012-13 (il penultimo teorico di Totti) non potrà ovviamente produrre reddito il famoso impianto che vive sette giorni su sette, con i negozi, eccetera (anche se la vera impresa sarà riqualificare la zona scelta). Potrà per tre anni la Roma navigare a vista, fra le pressioni di Unicredit e botte di insider trading qua e là? La seconda positiva: sarebbe uno stadio per il calcio, senza barriere e con gli spettatori quasi in campo (la parte più vicina al della tribuna sarebbe a 9 metri) e non costretti ad usare il telescopio come all'Olimpico. Timori per l'ordine pubblico? Allora tanto varrebbe rimanere a casa con la Wii, se si parte dal presupposto che qualunque persona senza controllo possa tirare qualcosa in campo.
4. A Roma, così come per gli altri progetti 'piccolo è bello' propagandati spesso da chi vent'anni fa inneggiava al gigantismo, l'architrave di tutta l'operazione è la solita. Una squallida speculazione immobiliare, con la connivenza di qualche forza politica (vogliamo dire centro-destra?) e dei giornali finanziati dai costruttori e/o dai proprietari dei terreni. Il trucco è sempre lo stesso: terreni che per il piano regolatore sarebbero agricoli (così sono definiti quelli dell'area scelta), che diventano come per magia edificabili. Un ordine di grandezza? Il semplice terreno passando da agricolo a residenziale può decuplicare il suo valore, euro più euro meno. Costruendoci poi sopra effettivamente la leva andrebbe a livelli inimmaginabili. Anzi, immaginabili.
Favoriamo i favoriti
di Stefano Olivari
La matematica dimostra che nelle scommesse non esiste una strategia vincente a prescindere dalla scelta delle partite. Però migliaia di studi statistici evidenziano l’unico sistema ‘cieco’ temuto dai bookmaker: la puntata sui favoriti, quando non addirittura sugli strafavoriti. Anche se le quote sembrano basse, anche se c’è meno divertimento, anche se pubblicazioni miracolistiche esaltano outsider e martingale. Da metà agosto abbiamo effettuato un nostro studio con poche limitazioni: a) solo calcio; b) molto mercato, almeno 100mila euro di gioco presso gli exchange primari; c) solo esiti finali; d) mai più di 5 partite nello stesso giorno; e) quote da 1,25 in giù, cioè con probabilità secondo il banco di almeno l’80% (100 diviso 1,25 fa 80). Ad oggi abbiamo trovato ‘solo’ 50 partite rispondenti a questi requisiti, alcune anche da 1,01 (ovviamente erano di qualificazione mondiale). Il risultato? Mettendo 100 euro su ogni match, con capitale quindi di 500, abbiamo vinto 46 volte e subito il salasso di 100 nelle rimanenti 4 occasioni. E adesso ci ritroviamo con un utile netto di 214 euro, il 42,8% del capitale iniziale: un risultato fortunatissimo, quando la realtà di medio periodo è invece più grigia. Con questo metodo la nostra performance 2008-2009, prendendo in considerazione tutta la stagione e non solo un mese e mezzo, era stata del 48,3%. Giocando in questo modo il confronto non va fatto con il sei del SuperEnalotto, ma con il prodotto offerto dalla vostra banca.
(pubblicato sul Giornale di oggi)
La matematica dimostra che nelle scommesse non esiste una strategia vincente a prescindere dalla scelta delle partite. Però migliaia di studi statistici evidenziano l’unico sistema ‘cieco’ temuto dai bookmaker: la puntata sui favoriti, quando non addirittura sugli strafavoriti. Anche se le quote sembrano basse, anche se c’è meno divertimento, anche se pubblicazioni miracolistiche esaltano outsider e martingale. Da metà agosto abbiamo effettuato un nostro studio con poche limitazioni: a) solo calcio; b) molto mercato, almeno 100mila euro di gioco presso gli exchange primari; c) solo esiti finali; d) mai più di 5 partite nello stesso giorno; e) quote da 1,25 in giù, cioè con probabilità secondo il banco di almeno l’80% (100 diviso 1,25 fa 80). Ad oggi abbiamo trovato ‘solo’ 50 partite rispondenti a questi requisiti, alcune anche da 1,01 (ovviamente erano di qualificazione mondiale). Il risultato? Mettendo 100 euro su ogni match, con capitale quindi di 500, abbiamo vinto 46 volte e subito il salasso di 100 nelle rimanenti 4 occasioni. E adesso ci ritroviamo con un utile netto di 214 euro, il 42,8% del capitale iniziale: un risultato fortunatissimo, quando la realtà di medio periodo è invece più grigia. Con questo metodo la nostra performance 2008-2009, prendendo in considerazione tutta la stagione e non solo un mese e mezzo, era stata del 48,3%. Giocando in questo modo il confronto non va fatto con il sei del SuperEnalotto, ma con il prodotto offerto dalla vostra banca.
(pubblicato sul Giornale di oggi)
Io sono un imprenditore
di Dominique Antognoni1. Se per caso volete sapere l’ora e vi imbattete in De Laurentiis vi consigliamo di lasciar stare, tenendovi la curiosità. Rischiereste di avere come risposta un sermone dalla durata infinita. Invece di “Sono le tre e dieci” il simpatico (così dicono i giornalisti al seguito, memori del fatto che gli allenatori passano ma i proprietari in genere durano di più) presidente inizierebbe a raccontarvi la storia della sua vita, i suoi film, la sua esperienza nel mondo imprenditoriale (perché se non lo avete ancora capito lui fa l’imprenditore, lo ripete in media sette volte al minuto, non sia mai che uno non l'avesse ancora capito). Parla, parla, parla. In più è lento e prevedibile, noioso e autoreferenziale al massimo, sicuro che il mondo intero stia con il fiato sospeso nell'aspettare il suo vangelo. Ci avete fatto caso? Inizia una frase e dopo due parole sai già dove andrà a parare, ma lui ci arriva dopo un quarto d’ora.
2. Su Sky, nella trasmissione che precede le partite, parla a dismisura senza rendersi conto che ci sono pure altri a dover scambiare opinioni con Ilaria D'Amico e i suoi ospiti. Gli allenatori alle 15 devono sedersi in panchina, lui invece no, ha tutto il tempo del mondo e se ne sta là, comodo comodo, si mette in posa come un re antico e sbrodola verità avvolte in una finta modestia. A vederlo ti sembra di essere a teatro e di assistere ad un monologo della durata infinita. Manca solo il farsi una domanda e darsi una risposta, come da Marzullo. Poi va sempre fuori tema, tu gli chiedi di Hamsik e lui inizia da Hollywood e dal suo aereo che parte il 6 di ottobre, vuoi sapere di Donadoni e ti racconta dei suoi attori. Evidentemente tiene a ripetere pure questo: i suoi collaboratori lo venerano, nell'ambiente é famoso per essere generoso e giusto, bla bla bla.
3. Nello studio sono imbarazzati, vorrebbero fermarlo ma non c'é verso. Un po' perché é lento nell'esprimersi e gli vogliono lasciar finire la frase, un po' perché fa tenerezza, un altro po' per l'età e perché magari temono la sua reazione. Robe del tipo "io nella mia lunghissima attività imprenditoriale ho sempre rispettato le opinioni altrui per cui gradirei non fossi interrotto, da 30 anni faccio film e e e e". E' sempre scontento, certamente per finta, perché non é Florentino Perez ma De Laurentiis e ha comprato il Napoli non il Real. La squadra é modesta e occupa il posto che le compete, gli anni di Maradona sono lontani: metà classifica o giù di lì, nessun tecnico oggi farebbe meglio. A occhio il licenziamento dovrebbe essere un sollievo per Marino e lo stesso sarà per Donadoni. Immaginatevi la scena: Marino, criticabile ma almeno competente, che parla di calcio vero e De Laurentiis che ovviamente la sa più lunga e già pronto per dire la sua. Dei monologhi ai calciatori non vogliamo neanche parlare: un'ora di discorso, con i giocatori che pensano "Che pizza questo, però ci paga e alla fine dobbiamo dargli ragione". Non invidiamo i suoi dipendenti. Non abbiamo un'idea sul De Laurentiis produttore, speriamo solo non prosciughi di energie la gente alle nove del mattino. Certo lui parla per il tuo bene, perché vuol capire e farti capire. Devi essere onorato di essere destinatario del suo sermone. Gli uomini che sono nel suo libro paga forse devono abbassare la testa, ma il resto d'Italia trova De Laurentiis semplicemente ridicolo. Come i giornalisti, bravi a deridere un calciatore perché sbaglia un congiuntivo ma sempre pronti a prendere sul serio chi paga anche se fa discorsi sconclusionati. Scommettiamo che stasera a casa Marino si festeggia?
dominiqueantognoni@yahoo.it
(in esclusiva per Indiscreto)
Scemo chi (rispetta la) legge
di Stefano Olivari
1. La tessera del tifoso è una schedatura, per chiamare le cose con il loro nome. Ma al di fuori del mondo dei giuristi e di quello degli avvocati dei delinquenti, è evidente che la schedatura sia solo un fastidio per la gente normale ed un costo per le società (7 euro a tessera) in teoria ammortizzabile con iniziative di marketing (che mai peraltro saranno fatte). Il vero problema è che questa tessera è inutilissima: la vendita nominativa dei biglietti già di per sè sarebbe sufficiente ad ottenere effetti sui teppisti in trasferta. Poi ai cancelli il controllo dovrebbe essere effettivo, ovviamente, quando invece ognuno di noi ha assistito almeno cento volte nella vita alle entrate di massa con le scuse più varie (c'era traffico, i controlli sono lenti, la partita è iniziata, stanno arrivando gli ultras avversari, vi promettiamo che saremo buoni). Comunque poniamo che si tratti di un'ingiustizia pazzesca, di un attentato alla Costituzione: non esiste che società di calcio e associazioni più o meno pacifiche dicano 'la legge non ci piace, quindi non la rispettiamo', alla Zamparini. Non è possibile iniziare una discussione sulla fiscalità dicendo 'io le tasse non le pago'. O una sulla Rai dicendo 'Basta con il canone'.
2. A proposito di fisco, c'erano pochi dubbi che la nuova presunta guerra all'evasione avrebbe colpito qualche famoso senza potere, mentre gli imprenditori illuminati di casa nostra continuano a far sparire tutto nelle loro holding lussemburghesi nell'ovvio silenzio dei loro quotidiani. Un pilota di Formula 1, Vitantonio Liuzzi, e un campione del ciclismo come Davide Rebellin, attualmente fermo per i soliti motivi (oggi a te domani a me), lasciano trapelare (si fa per dire) gli inquirenti. Se verrà accertata l'evasione non potranno avvalersi dello scudo fiscale, al contrario di molti professionisti del falso in bilancio.
3. Grandissimo Malù, il giornalista congolese che molti conoscono come commentatore televisivo specializzato in calcio africano (è un po' come dire 'calcio europeo', ma se Sconcerti fa il punto tattico su sette partite in contemporanea allora vale tutto) e pochi come team manager della nazionale del Congo. Malù è da poco diventato direttore sportivo del Botev Plovdiv, squadra della serie A bulgara con un buon passato (due scudetti nella notte dei tempi) che è allenata da Enrico Piccioni ed in cui giocano diversi italiani: Ciro Sirignano (ex Avellino e Sambenedettese), Marco D'Argenio e Fabio Tinazzi (ex Reggiana, Fermana e Sambenedettese). Quanti giocatori 'simpatici' arriveranno adesso in Bulgaria? In realtà siamo solo invidiosi di chi ha trovato un lavoro vero, sempre che a Plovdiv non paghino a '90 giorni data fattura da intendersi 115'.
4. Meno grande è Studio Aperto, il telegiornale (così si dice) di Italia Uno che a seconda dei direttori punta più sui backstage dei calendari (la solita valletta oliata che si rotola sulla sabbia) o sugli sgozzamenti del mostro del momento. La spettacolarizzazione della vecchiaia dei nostri amati Sandra Mondaini e Raimondo Vianello (loro grande colpa: essere anziani e malati), in un servizio andato in onda ieri, ci ha fatto stringere il cuore e non certo perché siamo nostalgici di Pressing. Una schifezza la vecchiaia, ma sempre meno di questo servizio. Siccome la vita è tragica e comica, così come il giornalismo, il tema era un ricordo di Mike Bongiorno. Che proprio Mediaset, in pratica da lui fondata (non gratis, va detto), aveva mandato in pensione.
5. Leggiamo sull'Ansa che secondo l'Auditel la Domenica Sportiva ha battuto Controcampo per 1 milione e 332 mila spettatori a 840mila. Guardando noi solo partite non sapremmo dire perché, quindi ci aspettiamo qualche commento da chi magari segue queste trasmissioni con attenzione. Quello che volevamo dire è che nonostante gli impietosi confronti con il passato non ci sembrano dati modesti, visto che non conosciamo nessuno (nessuno!) che le guardi. E non frequentiamo intellettuali scomodi, come si può immaginare...Mentre sull'autobus o per strada si sentono riferimenti o battute su trasmissioni locali, non perché siano più credibili ma forse perché sono più vive.
6. Finita l'autobiografia di Adriano Panatta, 'Più dritti che rovesci', scritta con (dove 'con' si intende 'da') Daniele Azzolini: al di là di qualche imprecisione (tipo il tifoso Serafino con la maglia di Baggio alla finale di Davis 1979: ma Baggio aveva 12 anni...) è poco autocelebrativa ed offre mille spunti interessanti che vi infliggeremo. Volevamo solo consigliarne la lettura, davvero avvolgente e coinvolgente soprattutto per chi come noi l'ha avuto come mito d'infanzia (insieme a Jura, ovvio).
1. La tessera del tifoso è una schedatura, per chiamare le cose con il loro nome. Ma al di fuori del mondo dei giuristi e di quello degli avvocati dei delinquenti, è evidente che la schedatura sia solo un fastidio per la gente normale ed un costo per le società (7 euro a tessera) in teoria ammortizzabile con iniziative di marketing (che mai peraltro saranno fatte). Il vero problema è che questa tessera è inutilissima: la vendita nominativa dei biglietti già di per sè sarebbe sufficiente ad ottenere effetti sui teppisti in trasferta. Poi ai cancelli il controllo dovrebbe essere effettivo, ovviamente, quando invece ognuno di noi ha assistito almeno cento volte nella vita alle entrate di massa con le scuse più varie (c'era traffico, i controlli sono lenti, la partita è iniziata, stanno arrivando gli ultras avversari, vi promettiamo che saremo buoni). Comunque poniamo che si tratti di un'ingiustizia pazzesca, di un attentato alla Costituzione: non esiste che società di calcio e associazioni più o meno pacifiche dicano 'la legge non ci piace, quindi non la rispettiamo', alla Zamparini. Non è possibile iniziare una discussione sulla fiscalità dicendo 'io le tasse non le pago'. O una sulla Rai dicendo 'Basta con il canone'.
2. A proposito di fisco, c'erano pochi dubbi che la nuova presunta guerra all'evasione avrebbe colpito qualche famoso senza potere, mentre gli imprenditori illuminati di casa nostra continuano a far sparire tutto nelle loro holding lussemburghesi nell'ovvio silenzio dei loro quotidiani. Un pilota di Formula 1, Vitantonio Liuzzi, e un campione del ciclismo come Davide Rebellin, attualmente fermo per i soliti motivi (oggi a te domani a me), lasciano trapelare (si fa per dire) gli inquirenti. Se verrà accertata l'evasione non potranno avvalersi dello scudo fiscale, al contrario di molti professionisti del falso in bilancio.
3. Grandissimo Malù, il giornalista congolese che molti conoscono come commentatore televisivo specializzato in calcio africano (è un po' come dire 'calcio europeo', ma se Sconcerti fa il punto tattico su sette partite in contemporanea allora vale tutto) e pochi come team manager della nazionale del Congo. Malù è da poco diventato direttore sportivo del Botev Plovdiv, squadra della serie A bulgara con un buon passato (due scudetti nella notte dei tempi) che è allenata da Enrico Piccioni ed in cui giocano diversi italiani: Ciro Sirignano (ex Avellino e Sambenedettese), Marco D'Argenio e Fabio Tinazzi (ex Reggiana, Fermana e Sambenedettese). Quanti giocatori 'simpatici' arriveranno adesso in Bulgaria? In realtà siamo solo invidiosi di chi ha trovato un lavoro vero, sempre che a Plovdiv non paghino a '90 giorni data fattura da intendersi 115'.
4. Meno grande è Studio Aperto, il telegiornale (così si dice) di Italia Uno che a seconda dei direttori punta più sui backstage dei calendari (la solita valletta oliata che si rotola sulla sabbia) o sugli sgozzamenti del mostro del momento. La spettacolarizzazione della vecchiaia dei nostri amati Sandra Mondaini e Raimondo Vianello (loro grande colpa: essere anziani e malati), in un servizio andato in onda ieri, ci ha fatto stringere il cuore e non certo perché siamo nostalgici di Pressing. Una schifezza la vecchiaia, ma sempre meno di questo servizio. Siccome la vita è tragica e comica, così come il giornalismo, il tema era un ricordo di Mike Bongiorno. Che proprio Mediaset, in pratica da lui fondata (non gratis, va detto), aveva mandato in pensione.
5. Leggiamo sull'Ansa che secondo l'Auditel la Domenica Sportiva ha battuto Controcampo per 1 milione e 332 mila spettatori a 840mila. Guardando noi solo partite non sapremmo dire perché, quindi ci aspettiamo qualche commento da chi magari segue queste trasmissioni con attenzione. Quello che volevamo dire è che nonostante gli impietosi confronti con il passato non ci sembrano dati modesti, visto che non conosciamo nessuno (nessuno!) che le guardi. E non frequentiamo intellettuali scomodi, come si può immaginare...Mentre sull'autobus o per strada si sentono riferimenti o battute su trasmissioni locali, non perché siano più credibili ma forse perché sono più vive.
6. Finita l'autobiografia di Adriano Panatta, 'Più dritti che rovesci', scritta con (dove 'con' si intende 'da') Daniele Azzolini: al di là di qualche imprecisione (tipo il tifoso Serafino con la maglia di Baggio alla finale di Davis 1979: ma Baggio aveva 12 anni...) è poco autocelebrativa ed offre mille spunti interessanti che vi infliggeremo. Volevamo solo consigliarne la lettura, davvero avvolgente e coinvolgente soprattutto per chi come noi l'ha avuto come mito d'infanzia (insieme a Jura, ovvio).
Amore cannibale
di Oscar Eleni1. Oscar Eleni dal cantone svizzero dove vive l’australiano Cadel “Guerriero” Evans, nuovo campione mondiale di ciclismo, dal borgo dove Fabian Cancellara, fenomeno bernese figlio di immigrati lucani prende a pugni i suoi muscoli, li castiga, perché non hanno ubbidito al cervello così come li aveva educati lui, dal villaggio dove l’arbitro di calcio svizzero Busacca mostra il medio senza virtù ai soliti manigoldi da tribuna che stanchi di essere vessati dalla vita, dalla moglie, dal lavoro, si sfogano su chi ha sacrificato tutto per far rispettare le regole, mentre gli altri si divertono.
2. Ciclismo e provette, dirette voi, perché non hai niente da dire sul basket italiano, stordito come tanti, dal politichese dell’ultimo consiglio federale dove Recalcati è stato confermato, ma con la certezza che non guiderà lui l’Italia nella prossima cavalcata, magari si trottasse, invece si andrà ancora al passo, verso l’Europeo del 2011 che dovremo meritarci sul campo perché non ci sarà la scorciatoia costosissima del Mondiale turco conquistato con un assegno da 500 mila euro. Per curiosità la stessa cifra che ti tiene in serie A anche se da penultimo meriteresti la B secondo vecchi regolamenti. Non diteci che è poco. Dignità protetta, insieme al bilancio, tanto per far capire che chi vuole gloria, sponsorizzazioni, quattrini, deve guadagnarseli dentro l’arena. Prendersela con il politichese sembra da vili. Cosa doveva fare Meneghin davanti al burrone? Non certo dare l’ultima spinta, ma neppure farsi prendere in giro, né far crescere il partito dei sospettosi, convinti che tutto si possa risolvere usando lenti bifocali e passeggiando in montagna dove, non si sa bene su quale pista, è stato scambiato Petrucci magari per il bravissimo Silvestri, dove s’inventano strategie gattopardesche per cambiare tutto senza cambiare nulla. Il presidente sta imparando a conoscere il serpente corallo, un po’ come il padre disperato del calciatore sampdoriano Palombo, ma forse è già stato morsicato. Vedremo nel prossimo consiglio a dicembre, ammesso che i chirurghi non mi spediscano altrove perché negli ospedali di mamma Italia si entra da uomini verticali e si può uscire in altro modo.
3. Vai con il liscio e libera la mente, lasciando perdere la nazionale dove, comicamente, il Mancinelli passato alla corte armanica non più fiera del suo simbolo guerriero, come del resto di tante altre cose conquistate in anni di splendore splendente e quasi inavvicinabile anche con i miliardi, è stato sospeso per due partite, immaginiamo quelle di montagna, ammesso che il prossimo allenatore abbia davvero voglia di avere dentro l’area Mancio numero uno, o almeno quello che era il numero uno: se lo sarà pure a Milano lo capiremo quando smetterà il saio dell’umiltà difensiva, della vita vicino al canestro, per cercare gloria con il suo pessimo tiro da lontano.
4. Avanti con il tango dell’autunno, urlando in faccia agli scettici che non ci sono state frane nel sistema, dopo il flop di Azzurra, se molte società hanno già fatto il record degli abbonati, se all’esordio in serie B, C, eh sì, anche vestita da A non so cosa è pur sempre terza serie, la Fortitudo trova 4500 persone sulle tribune, gente che crede nella Effe da sempre, che non ha voglia di rinfacciare a Sacrati prezzi, errori e roba del genere, gente alla Michele Forino che con la sua fede ci inonda di comunicati come nei tempi d’oro: dobbiamo essergli grati e da lui dovrebbero imparare in tanti, anche quelli che adesso curano gli uffici stampa della nuova serie A, tutta gente che sembra perfetta per reprimere, nascondere, per giustificare allenatori a porte chiuse, allenatori pavidi. Ragazzi nati per complicare la vita in una paese che disprezza gli anziani, non soltanto i vecchi dentro.
5. Nessuna crisi se tutti non vedono l’ora che comincia la rumba dei canestri. A proposito: perché così tardi, ultimo campionato a mettersi in moto? Non diteci per colpa dell’europeo non fatto. Obiezione, eccezione. Così intervengono gli avvocati tosti. Panico fra le risaie dopo aver sentito il ragazzo in nero, quello dell’apocalisse che piace a bibì e bibò, sulla possibile resa italiana in eurolega a livello televisivo. Noi speriamo sempre che Sky ci ripensi, ma se hanno dato un dolore così forte al reggiano Dallari per la sua pallavolo figurarsi col povero basket che già costava troppo quando, in pratica, non costava nulla. Speriamo anche che Bruno Bogarelli , da Sport Italia, abbia voglia di farsi accendere altri ceri dal basket, che pure gli deve le prime trasmissioni televisive, andando con Peterson, soltanto con Peterson, sia chiaro, sull’Eurolega. A proposito del nano ghiacciato bisogna dire che abbiamo pensato a lui quando ci è arrivato il foglio per eleggere i nuovi membri della hall of fame italiana. Sara eleggibile? Pensiamo di sì. Certo se con il foglio per eleggere fossero indicate certe regole, se ci fossero i nomi dei già eletti, forse si risparmierebbero faticosi viaggi nella memoria. Per la gioia di chi poi non sa se uscirà dalla porta davanti l’11 ottobre diventa la data della felicità: basket day su Sky. Sopporteremo tutto.
6. Strana reazione di Bonamico sulla promozione-retrocessione da saldare in banca. Doveva pur averne parlato con il suo ex compagno di squadra Meneghin, deve averlo fatto e se c’era da litigare meglio in privato che passando la palla ai consiglieri penniculis tactis. Già, ma lui è stipendiato dalla serie A Due. Lo sappiamo, ma fra cerchio e botte qualcuno doveva prendere un colpo. Toccava a lui.
7. Visto Fucka sulle tribune del pala Dozza per l’esordio Fortitudo. Sarà anche vecchio, ma secondo noi sul campo ci starebbe ancora benissimo, considerando che il protezionismo Giba dovrebbe pur favorire un campione d’Europa e d’Italia, uno che ha l’eta della giapponese Date tornata vincere a 39 anni. Costa troppo? Non sappiamo.
8. Bella la storia di LeBron James che vedremo presto al cinema. Certo se il magnate russo dell’alluminio che prenderà i Nets, ammesso che in America nascondano certe cose, dovesse soffiare il fenomeno ai Knicks allora siamo sicuri che Mike D’Antoni potrebbe davvero ritrovare il senso per applicare una teoria pratica ad ogni cosa, ascoltando l’ululato dal Madison, magari occupandosi pure della nostra nazionale se il nodo senese non verrà tagliato con lo spadone.
9. Festa nel borgo dell’associazione allenatori perché in serie A, uno e due, ci saranno trentadue allenatori di casa nostra, ho scritto casa non cosa. Vedremo in seguito se avranno ragione loro: l’unica certezza è che i migliori due della scuola italiana lavorano all’estero, inutile dirvi che si chiamano Messina e Scariolo.
10. Aspettando che l’Uleb dedichi qualcosa d’importanate all’avvocatone Porelli, sospettando che in Lega italiana si faccia finta di aspettare le mosse altrui, siamo contenti che Treviso abbia ricordato Bortoletto, uno che ha costruito il basket nella Marca facendo innamorare tanta gente, Gilberto Benetton per primo, tanti giocatori, allenatori, e che Caserta abbia fatto una vera festa per celebrare il cavalier Maggiò, la Juventus dei tempi d’oro, delle sfide impossibili, delle sfide straordinarie, dello scudetto. L’amore cannibale che ci tiene legati a questo mondo dice che è ora di chiudere. Verranno tempi per parlare di nuovo come diceva la regina al suo poeta, senza mettersi una maschera, senza veli, o trasferimenti.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)
La diversità di Cadel Evans
di Simone Basso1. A Mendrisio, ieri pomeriggio, sembrava di essere a un antico Mondiale agostano. Una giornata estiva, il percorso iperselettivo e un corridore da Tour che s'invola verso il traguardo...Paperino Evans, con una scelta di tempo perfetta, piazza la botta decisiva all'ultimo giro: lo fa lasciando i rovi e le ortiche alla concorrenza litigiosa. Gli ultimi due giri sono stati favolosi, per intensità e livello agonistico, ma a liberare (?) la corsa da un finale scontato ci hanno pensato i favoriti spagnoli. Gli stessi che sguinzagliano Joaquim Rodriguez, fresco di firma con la Katusha, nella fuga di metà corsa e che lo lasciano a bagno nel finale. Il disastro tattico viene completato dall'atteggiamento del Purito che, nell'azione decisiva, collabora con Kolobnev ed Evans. Un chiaro ringraziamento (..) per la fiducia mostrata dai connazionali, che in precedenza l'avevano inseguito senza molta pietà. Il fenomenale squadrone iberico corre composto da...isolati: Ducati Sanchez (protagonista di un irreale tocco di ruota posteriore a una borraccia sull'asfalto..) e L'Embatido Valverde si ignorano a vicenda.
2. Gli altri, che s'appoggiano alle superpotenze Spagna e Italia, si perdono in una raffica di scatti e di tentativi a vuoto. Succede anche ai due che dimostrano, oltre a Evans, d'averne di più: lo strapotente Spartacus Cancellara e Alex Kolobnev. BicItalia rincorre il pokerissimo fino al penultimo giro, poi si arrende all'evidenza: nel finale il Principe Cunego non ne ha più e non coglie l'attimo fuggente del contropiede dei tre. E' una sconfitta onorevole, il valore complessivo del ciclismo azzurro è questo e stavolta la rassegna iridata non addolcisce un'annata mediocre.
3. Dopo l'approdo italiano in Saeco, Cadel Evans si rivelò al grande pubblico nel 2002: in Mapei, per quel Giro, l'aussie rappresentò una sorta di esperimento virtuoso. In una corsa dilaniata dalle polemiche, l'ex biker fu tenuto letteralmente a pane e acqua sotto l'osservazione del dottor Sassi. La corsa di Cadel si fermò, in rosa, a un passo dalla clamorosa affermazione: prese una cotta spaventosa verso Passo Coe, ultima salita di quell'edizione. Vederlo salire agli otto all'ora, con un'espressione inenarrabile in volto, fece venire una stretta al cuore di ogni appassionato. Da quel dì cominciò la rincorsa dell'australiano al suo sogno: il Tour de France. Un miraggio beffardo per due edizioni di fila: nel 2007 sottovalutò l'allora emergente Contador e perse per una manciata di secondi, l'anno scorso cadde e rimase ostaggio della fortissima Saxobank.
4. Il nativo di Katherine rappresenta per molti un esempio di professionalità e pulizia. Atleta di gran classe e cittadino del mondo, sposato con una musicista italiana (Chiara Passerini) e signore dai mille interessi. Una concezione del mestiere e della vita che lo separano anni luce dagli eccessi e dal fanatismo di molti suoi colleghi. Era ancora fresca la sua ultima occasione mancata, alla recente Vuelta, quando salendo verso Sierra Nevada è stato penalizzato da un imbarazzante cambio ruote. Ma quella progressione ai sei dall'arrivo ha giustificato tutto: anche le delusioni e le sconfitte. La maglia iridata, indossata tra le lacrime, è il giusto premio al suo talento e alla sua generosità. Pensando anche alla stupidità dei programmatori spilorci, i "ganzi" da una corsa e stop, convintissimi d'essere sempre nel giusto. Il Contador, per esempio,vedendolo scattare sull'ascesa di Novazzano, deve aver rimpianto amaramente la rinuncia al Mondiale elvetico...
5. Alcune considerazioni "politiche" sulla rassegna di Mendrisio: la strepitosa gara femminile,con il tandem Guderzo-Cantele sugli scudi, ha dimostrato il (notevole) livello tecnico del ciclismo rosa. Sottovalutato mostruosamente dalle linci dell'Uci, impegnate invece a varare nuove riforme per un radioso (?) futuro di questo meraviglioso sport. Innanzitutto la nuova formula iridata, un'operazione di restyling estremo: la corsa pro sperimenterà un formato nuovo, con la partenza in linea e la conclusione in circuito. La domenica prima, per allungare il brodo, sarà proposta una competizione a squadre: una cronometro per i gruppi sportivi che, per la prima volta, abbandonerà il concetto dell'appartenenza nazionale. I verbruggeniani provano a cancellare il senso di colpa dell'abolizione della mitica Cento Chilometri? Se almeno controllassero la qualità tecnica dei percorsi che scelgono, invece che contare i denari incassati: le competizioni iridate,nei prossimi due anni,si svolgeranno su tracciati da Milano-Vignola. Motocicletta Cavendish ringrazia commosso.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
Hrubesch e i favoriti di sempre
di Carlo PizzigoniE' iniziato ieri il torneo anche per due gruppi dal peso specifico differente, il mediocre C e l'equilibrato D. Mentre con oggi, con la discesa in campo anche anche del Brasile e di tutte le squadre dei gruppi E ed F, tutti al Mondiale avranno giocato almeno una partita. Ecco in breve squadre e giocatori secondo noi da tenere d'occhio.
GERMANIA - I tedeschi rappresentano il movimento giovanile del Vecchio Continente che ha avuto un maggiore crescita negli ultimi anni. Merito anche di Horst Hrubesch, che l'ha condotto e che ha guidato la Mannschaft alla meritata vittoria nell'under 19 continentale dell'anno scorso. Pesanti le assenze, a cominciare da quelle di Kroos, di Timo Gebhart e di Thomas Muller del Bayern, ma ottimo l'esordio contro gli Usa. Tre nomi. Richard Sukuta-Pasu: nato a Wuppertal, figlio di genitori del Congo (Paese che non ha però mai visitato), il centravanti del Bayer Leverkusen, è stato grande protagonista nel Campionato Europeo Under 19 vinto dai tedeschi, dove ha segnato tre reti, una anche in finale contro l'Italia. Florian Jungwirth: uomo di Hrubesch in campo, capitano nell'under 19. Centrale difensivo capace di far iniziare l'azione, regala sempre qualcosa ma mentalmente e come spirito è un certezza ogni volta che si scende su un campo di calcio. Suo il secondo gol agli Usa. Lars e Sven Bender ('89 – Leverkusen e Dortmund: nell'ambito della polemica montata da Matthias Sammer contro la collocazione in questo periodo del Mondiale under 20, sembrava dovessero sacrificati anche questi due gemelli che invece ci saranno. Simili, ottimo fisico, grande eleganza nella corsa, buon inserimento e qualche gol qua e là.
USA - Secondi nel raggruppamento della Concacaf di categoria, gli statunitensi portano in Egitto una mescola di giocatori provenienti da ogni dove (università, MLS e tornei europei) ma, come qualità individuale, senza raggiungere i picchi di Canada 2007. Attenzione, applicazione, rigore tattico rappresentano la prima qualità degli uomini guidati Thomas Rongen, lo stesso CT di due anni fa. Poco altro, come si è già notato.
CAMERUN - Meno accreditata di altre sorelle africane quella del Camerun è la squadra fisicamente, come da tradizione, più potente. Manca però una qualità individuale diffusa, aggravata dal forfait di Victor Cedric Nkoum del PSG, forse il miglior talento di questa generazione di Leoncini Indomabili. Tricolore in bella vista per due della rosa: il milanese di nascita Etienne Soppo, il cui cartellino appartiene al glorioso Casale, e il più famoso Parfait Essengue, regista della nobile Primavera del Genoa, ora in prestito al Piacenza. Volendo, ci sarebbe anche Eto'o: Etienne, il fratellino di Samuel.
GHANA - C'è vita dopo Essien. Campioni africani e con una pattuglia di prospetti molto interessanti, già visionati, opzionati e firmati da big club europei. Una delle favorite. Ci sarà anche Mohammed Rabiu, giovanissimo talento pescato da Marotta nel Liberty Professionals per la sua Samp. Tre nomi. Daniel Opare ('90 -Real Madrid Castilla): terzino destro, eletto miglior difensore dell'ultimo Mondiale under 17, del talento di Accra si è subito interessato il Real Madrid che l'ha portato in Spagna e lo fa maturare nel club B. Ransford Osei ('90 – Twente): elevatissimo potenziale per questo giovanissimo attaccante, bloccato giovanissimo dal Maccabi Haifa e girato quest'anno in prestito in Olanda. Grandi istinti sotto porta, visti anche con l'Uzbekistan al quale ha segnato il gol del pareggio (di Adiyiah quello della vittoria). Miglior giocatore e cannoniere (sette gol) al torneo continentale. Andre Ayew ('89 – Marsiglia): fin troppo celebrato attaccante, che ha già esordito nella nazionale maggiore. Motivi? E' un buon giocatore, altrimenti Pape Diouf non lo avrebbe portato al Velodrome, ed è figlio del famoso Abedì Pelé, visto anche alle nostre latitudini
INGHILTERRA - Prima o poi qualcosa di buono a una competizione giovanile lo combineranno anche gli inglesi. Però non stavolta, crediamo: buona squadra ma senza la possibilità di schierare big come Danny Welbeck, Kieran Gibbs e Danny Rose, temiamo non vada lontano. L'esordio con sconfitta contro l'Uruguay ha già detto qualcosa. Tre nomi. Gavin Hoyte ('90 -Arsenal): classico all around dal grande fisico e dalla buona corsa adorato da Wenger, che lo ha già buttato nella mischia. In questa nazionale dovrebbe giocare sulla linea difensiva. E' il riferimento della squadra. Jason Steele ('90 - Middlesbrough): portiere che ha attraversato tutte le nazionali giovanili inglesi, sempre da titolare. Febian Brandy ('89 - Manchester United): dall'età di otto anni allo United. Piccolo e veloce, è un attaccante pericoloso, specie nei dintorni dell'area. Due anni fa sembrava perso al calcio per una frattura alla gamba. Si è ripreso e ha una forza interiore maggiore.
UZBEKISTAN - La migliore generazione del calcio uzbeko, e ci mancherebbe... Movimento in crescita, non alieni i movimenti di denaro che si stanno impilando attorno al fenomeno calcio (avete letto l'ingaggio di Scolari al Bunyodkor?). I calciatori sono tutti provenienti dal campionato locale (occhio a Sherzodbek Karimov e Fozil Musaev), con l'eccezione di Davron Mirzayev del Rubin Kazan. La soddisfazione di essere qui deve completarsi con qualche punto in classifica.
COREA DEL SUD - Solita corsa e dedizione per i sudcoreani, la nazionale più credibile, da tempo, di tutta l'area asiatica. Qualche nome interessante: Cho Young-Cheol e Koo Ja-Cheol, che gioca in Giappone.
URUGUAY - Zeppa di talento ma mai veramente squadra: al Sudamericano sub 20 stava dietro a pochi quanto a talento, giocando però un pessimo calcio fatto di troppa improvvisazione. Nonostante ciò, grazie all'abbondanza di qualità nei giocatori offensivi può trovare il gol spesso: può vincere con tutti e avere cali mentali inspiegabili che a fanno smettere di giocare. C'è anche la meteora milanista Tabaré Viudez (straordinario il suo gol in sforbiciata all'Inghilterra) e il giovanissimo e molto interessante attaccante del Palermo Abel Hernandez. Tre nomi. Nicola Lodeiro ('89 – Nacional): grande talento del Nacional, ha avuto la fortuna di non trovare subito la strada dell'Europa come suoi illustri connazionali, così da poter crescere giocando, anche partite importanti come in Libertadores. Mezzapunta che svaria e trova molto spesso la porta.
Matías Aguirregaray ( '89 - Penarol): figlio d'arte, grinta rioplatense, buona tecnica e spirito vincente, il “Vasco” nasce laterale destro ma può giocare anche in mezzo al campo per le sue doti di incursore. Lo stanno cercando in tanti, anche qui in Italia. Jonathan Urretavizcaya ('90 – Benfica): elevato potenziale per questo ragazzo di ottima tecnica e istinti offensivi ma la cui scelta di viaggiare subito per l'Europa rischia di compromettere o frenare la sua carriera. L'applicazione, specie in fase di non possesso non è il suo forte, ma è questione solo di voglia, il fisico ci sarebbe. Al Benfica, in due anni, ha annusato raramente il campo, nell'under ha spesso fatto bene.
BRASILE - Rogerio Lourenço regge una potenza. Nonostante assenze pesantissime (Dentinho, Rafael Carioca, ma anche Pato, volendo, sarebbe in età), il Brasile può contare su una truppa di giovani con molta prospettiva. Ci sono squadre come il Vasco, con Alex Teixeira e Alan Kardec e l'Internacional con Giuliano (tutti e tre i giocatori citati sono andati a segno oggi...) che invece non si sono opposte alla convocazione, anche perchè tante volte un po' di visibilità in più vuole dire assegni più pesanti... Il Sudamericano sub20 l'hanno dominato, trovando presto un equilibrio di squadra che l'enorme talento a disposizione può alla volte anche ritardare. Abbiamo appena assistito al cinque a zero, passeggiando, contro il Costarica. Tre nomi. Paulo Henrique Ganso ('89- Santos): mezzapunta che ha anche gambe e fiato per recuperare, e testa per agire, può diventare un giocatore totale. Lo sfizio più grande di questa selezione, presto in qualche grande stadio vicino a voi. Rafael Tolói ('90 – Goias): titolare indiscusso nella difesa del Goias è un leader in campo anche con l'amarelinha addosso. E' una delle grandi sorprese del 2009 al Brasilerao. Douglas Costa ('90 – Gremio): come talento è inferiore a pochi, e non ci limitiamo necessariamente a questa competizione. Però è da almeno due anni che si attende una definitiva maturazione: è già pronto il Real Madrid, che l'ha mandato a vedere diverse volte.
COSTARICA - Campione di categoria della Concacaf il Costarica ha probabilmente un futuro assicurato, con un buon ricambio generazionale. Il presente è forse più complicato, ma i Ticos sono venuti per stupire. Attenzione a David Guzman in mezzo al campo, tecnico, grintoso, un centrocampista completo che potrebbe anche interessare squadre del Vecchio Continente. Davanti, occhio al bomber Josué Martínez, lui pure del Deportivo Saprissa.
AUSTRALIA - Squadra difficilmente decrittabile: qualificata nel settore asiatico, dove ormai l'Australia calcisticamente è assegnata, ha alternato buone prestazioni a delusioni enormi. L'importante, comunque, per ora è esserci, qui in Egitto, come sottolinea anche il tecnico olandese Jan Versleijen giù in capo al mondo con la personale raccomandazione di Guus Hiddink, già tecnico dei Socceroos. Curiosità attorno a Kofi Danning, mezzapunta nata in Ghana, giunto in Australia a sette anni e che la federazione ha voluto a tutti i costi portare in Egitto, nonostante una serie di intoppi burocratici.
REPUBBLICA CECA - Sconfitta in finale nella scorsa edizione, la Repubblica Ceca conserva un solo elemento di quella magnifica cavalcata, Tomas Pekhart (lungo in stile Koller). Manca però quel Thomas Necid (ora al CSKA Mosca) protagonista della buona campagna nell'Europeo casalingo dell'anno scorso. Il livello medio è discreto, come in Canada, e c'è molta voglia di riscatto, soprattutto in giocatori come Mazuch, oggetto misterioso a Firenze e ora in prestito all'Anderlecht. Da seguire Jan Moravek, recentemente acquistato dallo Schalke 04, uomo assist e faro offensivo della squadra.
UNGHERIA - Finalmente torna l'Ungheria. Scomparsa dalle mappe del calcio che conta da tempo, ha ritrovato una generazione di buoni giocatori che potrà ridare un po' di lustro ad un mito ormai impolverato. Buone prospettive e tante speranze per i ragazzi di Sándor Egervári. Ci sono anche il bresciano Varga e il reggino Kovacsik. Tre nomi. Vladimir Koman ('89 – Bari): giocatore di proprietà della Sampdoria, già prestato all'Avellino, Koman è uomo di centrocampo dalla buona creatività e dal sufficiente carisma per essere la guida di un gruppo come questo. Ci si aspetta molto dal suo futuro, questo Mondiale può essere una tappa importante. Krisztián Németh ('89 – Liverpool-AEK): è uno dei tre “reds” del team magiaro, insieme al centrocampista Simon e all'ottimo portiere Gulacsi. Németh ha buonissimo senso della porta, nell'MTK aveva la media di quasi un gol a partita. In Inghilterra è stato eletto miglior giocatore della Premier Reserves League. Benitez lo ha prestato in Grecia. Márkó Futács ('90 – Werder Brema): quasi due metri di centravanti, utile in tante situazioni di gioco, naturalmente forte di testa. Ha lasciato l'Ungheria per la Francia (Nancy), dove lo ha scovato il Werder, che lo ha già fatto esordire.
HONDURAS - Il clima di euforia che si dovrebbe vivere per il buon momento del futbol catracho è soffocato dalla pericolosa crisi politica e sociale che sta vivendo il Paese centroamericano. Il c.t. Emilio Umanzor guida una squadra che non ha potuto svolgere la preparazione adeguata a questo tipo di evento. Reinieri Mayorquín e Mario Martínez giocano in Norvegia, gli altri tutti in patria: occhio a Roger Rojas, già contattato dal Wigan ma non ancora in possesso dell'incartamento adeguata per affacciasi in Premier.
SUDAFRICA - L'under 20 del Paese che organizzerà il prossimo Mondiale ha svolto una preparazione minima per questo torneo, per una serie di complicazioni. Difficile, quindi, fare benissimo con queste premesse. Il CT Serame Letsoaka è però ottimista, proprio per l'assenza di pressione sui suoi. Attenzione ai due “olandesi” della compagnia, Kermit Erasmus (Feyenoord) e Dylon Claasen (Ajax), e a Mandla Masango, bombardiere dei Kaizer Chiefs.
Carlo Pizzigoni
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Ricordi da Leòn
di Stefano OlivariCompie oggi 68 anni Peter Bonetti, uno di quei calciatori ingiustamente ricordati per una partita sola. Ingiustamente, perchè 18 stagioni a difendere i pali del Chelsea non sono poca cosa: due storiche promozioni nella massima serie, nel 1963 e nel 1977, con in mezzo mille altre storie e pochi altri trofei. Fra questi una FA Cup e la Coppa della Coppe del 1971, vinta ad Atene in finale sul Real Madrid di Pirri e Zoco, dove giocava ancora un vecchissimo Gento. Era il Chelsea di Peter Osgood, con in panchina Dave Sexton. Ma la partita di Bonetti che il mondo ricorda è ovviamente quella dei mondiali messicani del 1970, il quarto di finale fra Germania Ovest e Inghilterra che l'oriundo svizzero (i genitori erano ticinesi) giocò al posto di un Gordon Banks messo a terra da vomito e diarrea. Campioni del mondo in carica in vantaggio per 2 a 0, poi rimonta tedesca per un tre a due che aveva bisogno di un capro espiatorio: ovviamente il portiere, anche se rivedendo i gol non sembra che avesse responsabilità enormi. Dopo il ritiro Bonetti si è trasferito all'Isola di Mull, in Scozia, facendo il...postino e giocando solo per divertimento. Nel 1966 era stato riserva, per questo non aveva avuto la medaglia di campione del mondo (assurdamente riservata solo agli undici giocatori della finale, un'ingiustizia durata fino al 1974). Quando la Fifa ha deciso di onorare anche le riserve, sia pure fuori tempo massimo, le medaglie inglesi sono state consegnate dal premier britannico Gordon Brown. Lo scorso 10 giugno a Downing Street c'erano Ron Springett, Jimmy Armfield, Gerry Byrne, Ron Flowers, Norman Hunter, Terry Paine, Ian Callaghan, John Connelly, George Eastham, con il grandissimo (ma quello a partire dai quarti fu il Mondiale del suo sostituto Hurst) Jimmy Greaves. C'era anche Peter Bonetti, e pazienza se il mondo si ricorda solo di quel disgraziato pomeriggio a Leòn.
L'assassino assassinato
Qualche giorno fa abbiamo citato Stanley Ketchel, destando una curiosità che ha fatto felici noi anziani ex lettori di BoxeRing. Qual è dunque l'importanza storica di questo peso medio, popolarissimo negli Usa di inzio Novecento? Il 'Michigan Assassin' fu uno dei primi grandi picchiatori dell'era moderna, entrando nell'immaginario popolare nel 1907 con tre epiche sfide contro Joe Thomas (considerato allora il miglior medio del mondo). Nella prima pareggiarono, nella seconda vinse Ketchel per k.o. al trentaduesimo (trentaduesimo...) round, nella terza prevalse ancora Ketchel. La consacrazione l'anno seguente, quando battendo Mike Sullivan tutto il mondo lo considerò senza discussioni il migliore. Va precisato che in quell'epoca anche l'ultima fiera di paese organizzava improbabili 'campionati mondiali' (esattamente come nel 2009) e che non esisteva un 'titolo' propriamente detto: non a caso certi albi d'oro sono stati ricostruiti a posteriori. Allora come oggi, i soldi veri si facevano nella categoria dei massimi e fu per questo che Ketchel aumentò di peso fino a sfidare nientemeno che Jack Johnson in un match che i giornalisti dell'epoca chiamarono 'Davide contro Golia'. Vinse Golia, per k.o. dopo dodici riprese di rissa pura in cui Ketchel andò però più volte vicino all'impresa. Pochi mesi dopo, a 24 anni, Ketchel morì assassinato reagendo ad un tentativo di rapina.
I due diritti del Chino
di Simone Basso1. Nello sport, come nell'arte, ci sono personaggi che si materializzano come allucinazioni selvagge. Appaiono, consumano la scena stravolgendo i canoni evolutivi e bruciano. Marcelo Rios oggi viene ricordato soprattutto per essere stato numero uno dell'Atp senza Slam in bacheca e per le intemperanze fuori dal campo. Lungi da noi il difendere certi atteggiamenti: dalla matita spezzata a un bimbo che chiese un autografo, impagabile aneddoto narrato dal Clerici, al piede fratturato del suo preparatore atletico (da quel momento ex...) investito con la jeep, il personaggio si distinse anche per comportamenti da autentico disadattato. Ma il genio talvolta s'accompagna male con l'educazione: per dirla tutta, volando altissimi, leggendo il Voyage celiniano a qualcuno è fregato qualcosa che l'autore, il Dottor Destouches, fosse antisemita? E allora, tornando al Chino, ciò che ci interessava era il suo talento urlante, atavico, da Oskar Matzerath della racchetta.
2. Rios nacque così, campione del mondo e vincitore dello Us Open juniores; nei pro ebbe una carriera folgorante, un'ascesa velocissima e un declino rapido, improvviso. Fu uno di quelli che sperimentarono la demenzialità del calendario, pagando il prezzo dell'iperattività con una serie cronica d'infortuni alle ginocchia e alla schiena. Eppure, nel suo momento migliore, brillò di una luce dall'intensità unica, accecante: la cometa di Vitacura d'inizio 1998, il suo apice, fu uno dei più grandi giocatori apparsi sul globo terracqueo. Inaugurò l'anno perdendo, agli Aussie Open, la sua sola finale Slam. Contro un altro mancino dotato dagli dei, Peter Korda, in quel dì anche dopato dagli uomini: fu, quella vicenda australiana, la perdita della verginità per gli ultimi illusi dei gesti bianchi. Il segno definitivo dei tempi che il tennis era diventato anche spettacolo farmacologico.
3. Ecco, nel gioco già ostaggio della muscolarizzazione, il piccoletto di 172 centimetri che dominò quella primavera fu uno scherzo della natura. A Indian Wells e Key Biscane, affrontando la sua versione americana e più fortunata (Andreino Agassi), Rios mostrò un tennis visionario, frutto di una concezione ritmica misteriosa. L'anticipo, il timing sulla palla, qualcosa di magico e inspiegabile. L'impressione,nei giorni di grazia, di assistere a un giocatore con due diritti: il rovescio bimane inenarrabile, magari colpito con il saltello su un piede solo, in controtempo totale. I tocchi mancini beffardi, degni di un Macca andino, e il divertimento sadico nell'utilizzare l'altro, l'avversario, come una marionetta: spostata, sballottata, illusa e trafitta dal burattinaio cileno. Il campo, un flipper sovradimensionato, tagliato da traiettorie che parevano traccianti. Senza strategie preordinate, solo istinto superiore: puro e semplice talento maradonesco, inconsapevole ed ignorante. Una gioiosa trasposizione tennistica, così dannatamente latinoamericana,del realismo fantastico.
4. Purgatorio Rios, perfetto anello di congiunzione tra l'Inferno e il Paradiso del talento totale. Quello incontrollabile,maledetto, di uno Scott Draper e l'incarnazione assoluta, di successo, del Mago Merlino Federer. Stesso genio, ma tre carriere completamente diverse. Lo Zurdo di Vitacura, suo malgrado, sarà ricordato dai distratti come il più forte tennista della sua generazione a non aver vinto un major: dopo Okker e Mecir, prima di Nalbandian. Manco quella lista di vincitori, che annovera mediocri come Teacher e Costa, fosse la verità assoluta e non un semplice dato statistico. Che non spiegava i colpi dagli angoli impossibili, contro i Terminator palestrati, di quell'indio con i capelli lunghi. L'insostenibile leggerezza del suo ingegno e la creatività di quegli scambi feroci. La bellezza inconsueta della sua gestualità, figlia inconscia di una terra diversa da tutte le altre. Felicemente ignara della razionalità del resto del mondo.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
L'Italia di Garibaldi
di Carlo PizzigoniOggi debutto dell'Italia al Mondiale under 20. La nazionale di Rocca gioca con il Paraguay. Al via anche il gruppo B, con due favorite per la vittoria finale, Spagna e Nigeria.
ITALIA - Squadra senza le potenziali stelle. I Balotelli, i Macheda, i Santon, i Paloschi, che questo gruppo non l'hannno mai frequentato. Molto più pesante l'assenza di Poli: ragazzo cresciuto nella Samp, protagonista di un buon campionato a Sassuolo l'anno scorso e ora tornato alla base. Rocca punta su una squadra di combattimento.
Tre giocatori da seguire.
Silvio Raggio Garibaldi ('89 – Genoa): il giocatore-paradigma della squadra voluta dal CT Rocca, tutto sostanza. Letteralmente esploso all'Europeo under 19 del 2008, buonissimo in fase difensiva, sta costruendosi anche come giocatore a tutto campo (suo il gol contro la Germania nella competizione continentale di categoria)
Vincenzo Fiorillo ('90 - Sampdoria): celebratissimo, a ragione, ancor prima dell'esordio in serie A, ha combinato un mezzo disastro l'anno scorso quando nel finale di stagione Mazzarri gli ha regalato spazio. Evitiamo però di bollarlo negativamente, ha le potenzialità per diventare un grandissimo del suo ruolo.
Claudio Della Penna ('89 – Roma): che un giocatore del suo talento debba rimanere inespresso è un vero peccato. Ci rifiutiamo di credere che tutto il buono dimostrato nelle giovanili romaniste possa essere svanito d'incanto. Rocca ci crede ancora, noi con lui.
PARAGUAY - Dall'under 17 fino ai “grandi”, la squadra Guarani ormai non buca un appuntamento importante. Più o meno mantiene sempre lo stesso spirito, ed è sempre difficile da incontrare. La partita con l'Italia deciderà molto del futuro.
Tre giocatori da seguire.
Hernan Perez ('89 – Villarreal): la vera stella paraguagia all'ultimo Sudamericano sub 20, non a caso il Villarreal, società sempre attenta a questi ambiti, se l'è subito assicurato. Centrocampista con ottimi istinti anche nei sedici metri (5 gol nella competizione continentale!). Con Tacuary e Libertad ha già giocato coi “grandi”, presto protagonista anche in Europa.
Ronald Huth ('89 – Vicenza): innamoramento finito male di Rafa Benitez al Liverpool (un classico per l'allenatore spagnolo, vedi anche il caso Sissoko), ha abbandonato l'Inghilterra per la Marca Veneta, finendo nel Vicenza di Maran. In questo Paraguay è un giocatore chiave, insieme al portiere Joel Silva.
Luis Páez ('89 – Sporting Lisbona): i biancoverdi di Lisbona hanno parecchio fiuto quando si parla di giovani. Su Paez avevano scommesso forte ma ancora risultati concreti non se ne vedono. Potrebbere esplodere improvvisamente, ma qui in Egitto parte dietro l'attaccante principale: il veloce e scattante Robin Ramírez.
SPAGNA - Sempre convincenti nelle selezioni giovanili, i ragazzi spagnoli hanno smesso di vincere proprio quando i grandi hanno portato a casa l'Europeo: da quel giorno si sono susseguite una serie di delusioni ad ogni competizione dove pure le giovani furie rosse erano partite come favoriti. L'infortunio di Bojan leva al Mondiale una stella riconosciuta, ma le risorse spagnole sono infinite.
Tre giocatori sa seguire.
Sergio Asenjo ('89 – Atletico Madrid): grande portiere, il futuro del ruolo in Spagna, e il potenziale per diventare un grandissimo. Peccato per lui sia finito in quel carrozzone di matti chiamato Atletico, società senza un'idea di società.
Dani Parejo ('89 – Getafe): due anni fa avrebbero scommesso tutti su di lui. Oggi, dopo l'infelice passaggio (e scelta) del QPR è tornato in Spagna, al Getafe. Il talento madridista (fosse cresciuto al Barça, forse avrebbe avuto più chances...) non può aver perso totalmente il suo smalto, può dimostrarlo di nuovo in questo Mondiale.
Oscar De Marcos ('89 – Athletic Bilbao): partito alla grandissima, come il club basco, nella Liga, ha l'opportunità di mostrarsi al mondo in questa competizione. Davanti occhio anche a Joselu del Celta, uno dei pochi a salvarsi nel torneo continentale e attaccante fisico di buona tecnica.
NIGERIA - Come arrivano le giovani Aquile a questo Mondiale? Se la testa e lo spirito son quelli giusti, tecnicamente non stanno dietro a nessuno. Team la cui struttura è in parte formata dalla squadra che vinse due anni fa il Mondiale under 17 mostrando grandissime cose. Gioco ultraoffensivo, grazie alla capacità di corsa di tutti gli uomini della rosa, la novità è che la palla la sanno veramente giocare.
Tre giocatori da seguire.
Rabiu Ibrahim ('91 – Sporting Lisbona): talento favoloso, anche se giovanissimo. Dopo l'under 17 già citato, lo ha messo sotto contratto lo Sporting. Il fisico appare gracilino ma è tutt'altro che facile strappare la palla da quel sinistro con cui fa ciò che vuole.
Lukman Haruna ( '90 - Monaco): altro reduce dell'under 17, altro talento da far sbavare direttori sportivi dell'élite europea, per ora si accontenta della Francia. Ha già esordito con la nazionale maggiore.
Odion Ighalo ('89 – Granada). Rappresenta, insieme ad Adejo (Reggina) e Harmony Ikande (Milan), la colonia italiana nella squadra, anche se l'Udinese l'ha prestato al Granada, squadra spagnola di proprietà dei Pozzo. Impressionò in Primavera ed ebbe qualche chance anche con Marino. Buona tecnica e forza fisica impressionante.
VENEZUELA - E arrivò l'anno in cui anche la Vinotinto diventò competitiva... Oltre alla buona nazionale maggiore, pure los ninos non se la cavano male, anzi. La sfortuna di essere capitati in un girone con due favorite potrebbe alla fine anche stimolarli, a partire dal match di oggi contro i nigeriani.
Tre giocatori da seguire.
Rafael Romo ('90 – Udinese): favolose le sue prestazioni all'ultimo Sub 20 sudamericano. L'Udinese è stata prontissima a soffiarlo a Genoa e Manchester City, le altre pretendenti. Portiere molto agile, ottimo nell'uno contro uno, Romo è apprezzatissimo in patria, dove è già stato comparato con una leggenda indigena, Gilberto Angelucci.
José Salomón Rondón ( '89 - Las Palmas): vinta l'ostruzione del suo club, che non voleva lasciarlo partire, ha prevalso la volontà del giocatore, ambizioso il suo, di mostrarsi a un pubblico selezionato e competente. Buono in area ma anche lontano dalla stessa, ha già esordito con la nazionale maggiore.
José Manuel Velásquez ('89 – Anzoategui): altro senatore della squadra. Alto e forte fisicamente, è sempre sotto controllo in partita e sa comandare la difesa. Il Villarreal aveva provato a prenderlo subito, ammirate le prestazioni al Sudamericano di categoria, ma in Venezuela han tirato troppo la corda e l'affare è saltato.
TAHITI - Sì, esiste Tahiti. Nello spareggio, tra la sorpresa di tutti gli osservatori ha fatto fuori la molto quotata Nuova Zelanda. Non andranno lontano ma è una grande possibilità per far crescere il movimento calcistico nel Paese. I nomi? Ce ne segnalano tre: Steevy Chong, Teheipuarii Hauata e Alvin Tehau.
Carlo Pizzigoni
bardelleantille.blogspot.com
Senza il sangue delle retrocessioni
Quando al potere sale uno che non deve niente a nessuno, come Dino Meneghin, il fuoco incrociato dei vari feudatari è inevitabile. Domani il nuovo fronte, visto che il consiglio federale dovrebbe ufficializzare la creazione della wild card per la serie A riducendo di fatto le retrocessioni ad una. Si tratterebbe in pratica di 'salvare' la penultima classificata del campionato, dandole la possibilità di comprare il diritto sportivo indennizzando la seconda promossa (a questo punto teorica) dalla LegaDue. Indennizzo ancora da quantificare, ma come minimo sul mezzo milione di euro: somma che in LegaDue fa la differenza, rappresentando circa la metà del budget di una squadra ambiziosa. Una legge con lo scopo dichiarato di avere una serie A che salvi le realtà con un grande pubblico. Ovvia la contrarietà della LegaDue di Marco Bonamico, di cui l'altroieri abbiamo letto un duro comunicato, così come quella della LNP (cioè A, B e C Dilettanti) che se passasse questo principio potrebbe in futuro subire danni anche lei. L'appassionato medio, che senza il brivido del risultato e del diritto sportivo seguirebbe la NBA, l'Eurolega o le partite del figlio ma non certo la serie A o la LegaDue, si chiede: perchè? La principale spiegazione, proposta dal direttore di Superbasket Claudio Limardi, è che questa concessione alla LegaBasket sia una sorta di indennizzo per le regole restrittive sugli stranieri a partire dal 2010-2011: due extracomunitari e quattro europei, in alternativa tre extracomunitari, per non dire americani, e due europei, riducendo nel contempo ad uno per squadra gli italiani solo di passaporto ma non di formazione (gli Stonerook della situazione). A questo aggiungeremmo che il progetto di Meneghin, che qualche esperienza nel marketing ce l'ha, è quello di avere una serie A che dia più spazio ad azzurri o azzurrabili (l'ottavo della situazione, come minimo, dovrà essere uno convocabile in azzurro: non che Stonerook non lo sia, ma lasciamo perdere) ma anche più visibile sui media generalisti. Un corollario non da poco è che la Lega gestirebbe da sola le situazioni dovute a fallimenti o trasferimenti, quindi creandosi la facoltà di portare o riportare in alto grandi città. Insomma, la Fortitudo Bologna in A Dilettanti non si dovrebbe vedere più. Detto questo, a chi importerà un campionato con un maggior numero di partite inutili?
La sigla di Seb Coe
di Stefano OlivariE' stato uno dei più grandi ottocentisti della storia, Sebastian Coe. Non solo perchè la seconda prestazione mondiale all time è ancora sua (l'1'41''73 di Firenze è stato record mondiale dal 1981 al 1997, prima che fosse prima eguagliato e poi battuto da Wilson Kipketer), ma per un decennio di continuità ad alto livello che nell'atletica di oggi sarebbe impossibile per mille motivi. Curiosamente gli ori più pesanti, quelli olimpici, Coe li ottenne però nei 1500 a Mosca 1980 e Los Angeles 1984. A Mosca veniva da un 800 perso da favorito contro l'arcinemico Steve Ovett (terzo il sovietico Kirov) il 26 luglio: una gara tatticamente scellerata, con volata iniziata troppo tardi. Quel pomeriggio del primo agosto Coe si presentò ancora da favorito, anche se Ovett era campione d'Europa in carica e da poco al Bislett di Oslo aveva eguagliato il record mondiale di Coe (le cose non stavano proprio così, ma il cronometraggio manuale arrotondò per tutti e due a 3'32''1). La gara fu tatticissima, con un passaggio 'femminile' agli 800: 2'05''...Cercò di sorprendere tutti il tedesco est Jurgen Straub, ottimo miler ma anche siepista, con uno strappo violentissimo. Coe gli rispose con gradualità, mettendolo nel mirino alla campanella e passandolo nel rettilineo finale con Ovett vicino ma che mai diede l'impressione di poter vincere. Oro a 3'38''4, Straub 3'38''8, Ovett di bronzo con 3'39''. Quinto, con il risultato della vita, il nostro Vittorio Fontanella, e ottavo uno Steve Cram ventenne che qualche stagione più tardi avrebbe dominato la scena. L'esultanza di Coe al traguardo è riproposta ogni anno dalla BBC, come sigla degli eventi di atletica. La sua vittoria più bella: in quel momento nacque il miglior Coe e finì il miglior Ovett.
Il favore fatto a Rubio
E' possibile, anche se non probabile, che Ramon Sessions e Jonny Flynn abbiano seguito l'Europeo così così di Ricky Rubio. Nel caso lo avessero fatto, il 'tutto qui?' sarebbe stato inevitabile dopo aver visto le prestazioni del catalano. Tragiche nelle fasi a gironi (in particolare contro la Turchia, sempre andando a sbattere contro i lunghi di Tanjevic), tanto da far invocare Raul Lopez come il Messia, discrete nelle tre cavalcate di quarti-semifinale-finale dove con la fiducia ha trovato anche un po' di quel tiro che mai sarà la sua specialità. C'è di sicuro nell'ironia nella recente intervista di Flynn (l'eroe di Syracuse nella partita dei sei supplementari con Connnecticut nel torneo della Big East) all'Associated Press, in cui la guardia dice che gli dispiace che Rubio non sia arrivato subito ai T-Wolves, ma quello che è certo è che per i migliori giocatori europei è più logico rimanere a casa in un contesto vincente (e remunerativo) che tuffarsi nella NBA (oltretutto in perdita, come sarebbe stato per Rubio) in un ambiente senza speranze. Questo al di là del buy-out che Minnesota non ha potuto pagare (le squadre NBA per regolamento possono arrivare a massimo a 500mila dollari, il resto deve essere dato in giocatori), della Spagna tutta che vuole Rubio nella ACB fino a Londra 2012, dei retroscena riguardanti le apparentemente folli scelte al draft dei T-Wolves: fra quelle proprie e quelle acquisite con trade Rubio alla 5, Flynn alla 6, Ty Lawson alla 18, Wayne Ellington alla 28, Nick Calathes alla 45 ed Henk Norel alla 47. Quattro playmaker o point guard che dir si voglia, di cui tre già salutati (Rubio, Lawson ai Nuggets ed il neo-Pana Calathes a Dallas) una guardia come Ellington ed uno che non sembra avere futuro NBA come Norel (curiosamente ingaggiato dalla Joventut, ex squadra di Rubio). Il tutto avendo nel roster già Foye e Telfair, poi lasciati andare. Tecnicamente una politica spiegabile solo pensando male, anche restringendo il discorso a Rubio. Il cui contratto con il Barcellona (formalmente di sei anni) prevede che il buy-out al termine della stagione 2010-2011 sia di soli 1,4 milioni e mezzo di dollari.
Meglio del Viareggio
di Carlo PizzigoniCi avevano raccontato che il Viareggio è la più importante manifestazione calcistica giovanile del mondo, ma le cose non stanno esattamente così. Inizia oggi il Mondiale under 20, che quest'anno si svolgerà in Egitto. Il torneo è una vera manna per appassionati di calcio (meno per i tifosi, chiaro, ma non è detto che questo sia un male), dato che raggruppa tantissimi giocatori in fase di costruzione della loro carriera: prospetti che raggiungeranno l'élite e nobili pedatori che si perderanno su strade sbagliate. C'è tutto, tanto calcio e poco chiacchiericcio. Eravamo presenti, in Canada, all'ultima edizione, dove l'Argentina, secondo pronostico,vinse abbastanza agevolmente: il capitano, poi capocannoniere della manifestazione, era il Kun Aguero, e in biancoceleste c'erano pure Mauro Zarate, Angel Di Maria, Ever Banega (a proposito di talento che si getta via), ma anche Fazio, Moralez, Piatti, Yacob... (pezzi dell'epoca, per altre info). Ecco l'Argentina è caduta in un gorgo poco spiegabile dopo gli allori del 2007 e quelli di due anni prima (comandava Leo Messi), quest'anno è rimasta fuori dalle quattro sudamericane qualificate...
Competizione per appassionati, si diceva. Però data l'accessibilità non sempre facile alle informazioni su campionati extra-europei abbiamo pensato di presentare una specie di breve guida a squadre e partite (trasmesse tutte su Sky), almeno per il primo turno. Quando ci trasferiremo sul posto, a partire dagli ottavi, relazioneremo su altro. Intanto, a voi l'onere e l'onore di trasformarvi in provetti direttori sportivi e segnalarci le vostre “scoperte”. Oggi match d'apertura Egitto–Trinidad, ore 20.
Egitto - Tanta voglia di stupire, anche a livello giovanile. Ingaggiato ad hoc il tecnico ceco Miroslav Soukup, che ha riunito i piccoli faraoni diverse volte, superando così il problema principale delle squadre nazionali e giovanili in particolare, trovando anche partite sorprendenti (2-0 alla Spagna, per dirne una). Tre nomi da seguire. Mohamed Abou-Gabal (classe: '89 - club: ENPPI): in patria viene considerato l'unico vero erede di El Hadary, è un portiere di grandi potenzialità. Mohamed Talaat ('89 - Al Ahly): rapido e tecnico, il giovane attaccante della squadra del Cairo è la grande speranza del calcio egiziano tanto che l'Al Ahly ha avuto fretta di riportarlo in Egitto dopo che le primissime uscite a Port Said avevano spinto un club degli Emirati a sequestrarlo. Mahmoud Touba ('89 – Al Ahly): L'anima della squadra, responsabile dei tempi di gioco e dell'equilibrio in campo del 4-3-1-2 egiziano.
Trinidad e Tobago - Probabilmente oggi il miglior paese di calcio del Caribe grazie ovviamente a Jack Warner, non esattamente l'ultimo della fila quando si riunisce la FIFA. Tuttavia, nel gruppo che comprende anche Italia e Paraguay, non dovrebbe andare molto lontano, anche perché nelle partite di preparazione non sono mancate le brutte figure. Dirige Zoran Vranes, l'immancabile slavo: difesa, contropiede e qualche aiuto dall'alto. Tre nomi da seguire.
Leston Paul ('90 – University of South Florida): provino al Sunderland che poi, per i soliti problemi di permesso, non si è concretizzato in un ingaggio. E' il più giovane in campo ma anche la stella, l'organizzatore e il cuore del T&T. Khaleem Hyland ('89 - Zulte Waregem): ha firmato con il Portsmouth ed è stato parcheggiato per questa stagione in Belgio. A 20 anni ha quasi trenta cap nella nazionale maggiore, nel Caribe puntano molto su di lui. Jake Thomson ('88 - Southampton): ex under 17 inglese, è l'ultimo arrivato tra i Soca Warriors, grazie al sangue paterno. Vranes dovrà essere bravo ad inserirlo.
Carlo Pizzigoni
(bardelleantille.blogspot.com)
Eto'o più veloce di Scarone
di Stefano Olivari
1. La deriva calcistica di Sky è evidente, riusciamo a notarla addirittura anche noi che di calcio viviamo (male). Forse nemmeno gli osservatori dei club professionisti seguiranno tutte la 52 partite del Mondiale Under 20 che comincia domani in Egitto: alta definizione e uno squadrone di telecronisti-commentatori da Mondiale vero, non è un caso che dell'Italia di Francesco Rocca si occuperanno Caressa e Bergomi. Gli opinionisti saranno quelli della casa, con l'aggiunta strepitosa di Malù Mpasinkatu e del suo 'le squadre africane sono tutte simpatiche e piene di fantasia' valido dalla Tunisia alla Namibia. Di sicuro ci si dovrà inventare qualcosa, perchè al di là delle avversarie degli azzurri nel girone (Paraguay, Trinidad & Tobago, Egitto) il problema è la formula 'cani e porci', che qualifica agli ottavi due terzi delle partecipanti con il tristemente noto escamotage delle quattro migliori terze.
2. Chi cercherà gli sponsor e gestirà il merchandising ufficiale dei Mondiali di pallavolo? Parliamo di Italia 2010, bisogna precisare perché non tutti leggono le brevi (di solito solo i dee-jay perché devono trarre spunto per il cazzeggio). Risposta: la Infront, proprio l'advisor della Lega Calcio nella (s)vendita televisiva del prodotto. Scelta che al mondo berlusconiano non dispiace, vista la provenienza dei suoi dirigenti. Ma gli 'altri sport' (o meglio, sport minori) devono essere realisti: i soldi vanno presi dove ci sono.
3. Non conosciamo l'autore, ma apprezziamo i suoi scritti e la boxe. Quindi segnaliamo l'uscita del libro 'E chiamavano me assassino', di Dario Torromeo (edizione Absolutely Free). Dieci racconti, quasi dieci piccoli romanzi, su dieci pugili fra i quali Stanley Ketchel, il 'Michigan Assassin' ucciso a 24 anni e considerato fra i più grandi picchiatori di tutti i tempi. Essendo morto nel 1910 non esistono suoi dvd, bisogna quindi fidarsi della considerazione dei suoi contemporanei: solito discorso, come che Eto'o è più veloce di Scarone.
4. Fra le nostre pochissime idee c'è che l'unica editoria sportiva che consenta il professionismo sia quella per tifosi, più o meno dichiarata. Venerdì torna in edicola il Romanista, il quotidiano che aveva sospeso le pubblicazioni lo scorso marzo. Punto di forza il suo bacino di utenza, anche se sarà difficile superare le 6mila copie di venduto del passato. Punto di debolezza la pretesa di contributi pubblici, come i giornali di partito: non c'è alcun motivo per regalare soldi pubblici ai giornalisti targati PD o PdL, ma vale anche per quelli targati Roma. Dove sta l'utilità sociale del riportare le dichiarazioni di De Rossi?
5. Onore quindi al Fatto, lontanissimo dalle nostre corde (su quasi tutto la pensiamo come l'Alex di Casa Keaton) ma nobile nel puntare alla sopravvivenza solo grazie ai suoi lettori. Oggi, primo giorno di uscita, esaurite le 100mila copie stampate come prima tiratura. Da ex (giornalisti e creditori) della Voce, temiamo che dopo i primi entusiasmi si vada in calando, ma il coraggio dell'operazione di Padellaro e Travaglio va comunque sottolineato. Chi chiede finanziamenti pubblici si autocondannna ad essere servo o, nella migliore delle ipotesi, impiegato. Comunque non giornalista.
6. Forse credendo di essere Bill Gates, Italo Muti (Dentro la finanza è il suo blog, che fra poco subirà un restyling in chiave politica) vuole lasciare gli affari e dedicarsi ad una fondazione. Intanto stamattina ci raccontava le ultimissime dal Principato, fra cui i gossip sulle banche italiane. Tutti in negativo, coinvolgendo anche una insospettabile che fra qualche mese avrà dei problemi e potrebbe ridurre il suo impegno nello sport. Per l'Eurolega quest'anno o mai più...
1. La deriva calcistica di Sky è evidente, riusciamo a notarla addirittura anche noi che di calcio viviamo (male). Forse nemmeno gli osservatori dei club professionisti seguiranno tutte la 52 partite del Mondiale Under 20 che comincia domani in Egitto: alta definizione e uno squadrone di telecronisti-commentatori da Mondiale vero, non è un caso che dell'Italia di Francesco Rocca si occuperanno Caressa e Bergomi. Gli opinionisti saranno quelli della casa, con l'aggiunta strepitosa di Malù Mpasinkatu e del suo 'le squadre africane sono tutte simpatiche e piene di fantasia' valido dalla Tunisia alla Namibia. Di sicuro ci si dovrà inventare qualcosa, perchè al di là delle avversarie degli azzurri nel girone (Paraguay, Trinidad & Tobago, Egitto) il problema è la formula 'cani e porci', che qualifica agli ottavi due terzi delle partecipanti con il tristemente noto escamotage delle quattro migliori terze.
2. Chi cercherà gli sponsor e gestirà il merchandising ufficiale dei Mondiali di pallavolo? Parliamo di Italia 2010, bisogna precisare perché non tutti leggono le brevi (di solito solo i dee-jay perché devono trarre spunto per il cazzeggio). Risposta: la Infront, proprio l'advisor della Lega Calcio nella (s)vendita televisiva del prodotto. Scelta che al mondo berlusconiano non dispiace, vista la provenienza dei suoi dirigenti. Ma gli 'altri sport' (o meglio, sport minori) devono essere realisti: i soldi vanno presi dove ci sono.
3. Non conosciamo l'autore, ma apprezziamo i suoi scritti e la boxe. Quindi segnaliamo l'uscita del libro 'E chiamavano me assassino', di Dario Torromeo (edizione Absolutely Free). Dieci racconti, quasi dieci piccoli romanzi, su dieci pugili fra i quali Stanley Ketchel, il 'Michigan Assassin' ucciso a 24 anni e considerato fra i più grandi picchiatori di tutti i tempi. Essendo morto nel 1910 non esistono suoi dvd, bisogna quindi fidarsi della considerazione dei suoi contemporanei: solito discorso, come che Eto'o è più veloce di Scarone.
4. Fra le nostre pochissime idee c'è che l'unica editoria sportiva che consenta il professionismo sia quella per tifosi, più o meno dichiarata. Venerdì torna in edicola il Romanista, il quotidiano che aveva sospeso le pubblicazioni lo scorso marzo. Punto di forza il suo bacino di utenza, anche se sarà difficile superare le 6mila copie di venduto del passato. Punto di debolezza la pretesa di contributi pubblici, come i giornali di partito: non c'è alcun motivo per regalare soldi pubblici ai giornalisti targati PD o PdL, ma vale anche per quelli targati Roma. Dove sta l'utilità sociale del riportare le dichiarazioni di De Rossi?
5. Onore quindi al Fatto, lontanissimo dalle nostre corde (su quasi tutto la pensiamo come l'Alex di Casa Keaton) ma nobile nel puntare alla sopravvivenza solo grazie ai suoi lettori. Oggi, primo giorno di uscita, esaurite le 100mila copie stampate come prima tiratura. Da ex (giornalisti e creditori) della Voce, temiamo che dopo i primi entusiasmi si vada in calando, ma il coraggio dell'operazione di Padellaro e Travaglio va comunque sottolineato. Chi chiede finanziamenti pubblici si autocondannna ad essere servo o, nella migliore delle ipotesi, impiegato. Comunque non giornalista.
6. Forse credendo di essere Bill Gates, Italo Muti (Dentro la finanza è il suo blog, che fra poco subirà un restyling in chiave politica) vuole lasciare gli affari e dedicarsi ad una fondazione. Intanto stamattina ci raccontava le ultimissime dal Principato, fra cui i gossip sulle banche italiane. Tutti in negativo, coinvolgendo anche una insospettabile che fra qualche mese avrà dei problemi e potrebbe ridurre il suo impegno nello sport. Per l'Eurolega quest'anno o mai più...
Sindrome di Sallanches
di Simone Basso1. Quest'anno il tracciato del Mondiale si dice che sia duro, dopo anni di percorsi assurdi con l'Uci che ha monetizzato fregandosene dei contenuti tecnici. D'altronde dal 1980 l'ambiente è ammalato della sindrome di Sallanches. La salita di Domancy, due chilometri e mezzo di rampa con tratti sopra il 10 per cento, fu pensata originariamente per Thevenet. Poi, tre anni dopo, il Bernard nazionale era diventato un altro: Hinault, quindi ancora meglio. Il Tasso,reduce dal clamoroso ritiro al Tour, arrivò arrabbiato all'appuntamento: l'equipe del bretone iniziò subito il forcing. Il campione uscente Raas, annusando la batosta,si ritirò al termine del primo giro. Fu un autentico massacro: nel finale il solo Baronchelli riuscì a rimanere nella scia di Hinault. Che all'ultimo giro, il ventesimo, abbandonò Gibì al suo destino per fasciarsi con l'iride. Una mattanza mai più vista: la corsa fu conclusa da soli quindici corridori! E da Sallanches in poi, sulla salita di ogni circuito, ai commissari tecnici appare un fantasma: quello di Domancy, la strada resa leggendaria da Le Blaireau.
2. Griglia per Mendrisio. I favoriti saranno gli spagnoli: specialmente se eviteranno di corrersi contro come a Varese. Il tracciato pare perfetto per le caratteristiche de L'Embatido Valverde e di Ducati Sanchez. In seconda fila un ispiratissimo Cunego e il pericoloso Gilbert.E dalla terza in poi ci si può sbizzarrire con la fantasia: Boasson Hagen, Cancellara, Breschel, Freire, Pozzato, Ciolek, Chavanel, Boom, Ballan, etc...Tutto dipenderà, scusate Lapalisse, dall'andatura nei primi giri. Ma, se permettete, il nostro interesse cadrà su altri particolari tecnici. I fratelli coltelli, le alleanze incrociate e le antiche inimicizie: l'essenza di una gara maledetta da una corale di campioni. Bartali, Anquetil e Indurain. Magni, De Vlaeminck e Fignon. Koblet, Kelly e Zabel. Nencini, Godefroot e Ullrich. Per la Domenica mondiale avremo un programma formidabile: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore.F rittatona di cipolla, per la quale andiamo pazzi, famigliare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero. E ricordiamoci di staccare il telefono...(fine terza puntata - fine).
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
Link alla prima puntata
Link alla seconda puntata
Il miliardo di Prokhorov
Facile sfruttare il potenziale di marketing degli 'international players', molti dei quali hanno il plus commerciale di essere bianchi (per chiamare le cose con il loro nome) e di sfruttare anche il meccanismo di identificazione del tifoso medio. Meno facile accettare eventuali 'international owners' in una lega per definizione chiusa. Per questo sarà interessante seguire la vicenda di Mikhail Prokhorov, intevitabilmente definito 'russian tycoon, che sul suo blog ha annunciato di avere nello scorso weekend fatto un'offerta per l'acquisto dei New Jersey Nets. Il re del nickel, fra l'altro uno dei tanti protagonisti del recente festival dell'insider trading avvenuto intorno alla Roma, non ha fatto cifre ma conta sul fatto che l'attuale proprietario, Bruce Ratner, sia in mezzo al guado per la situazione Brooklyn-nuova arena. Prokhorov con il suo Onexym Group (investimenti in settori ad alta tecnologia) è l'uomo più ricco di Russia, in minima parte finanziatore del CSKA Mosca e fedelissimo di Putin. Al di là della valutazione finanziaria dei Nets, sarà interessante la reazione del resto della NBA. Perché Prokhorov non sarebbe solo un esterno al sistema economico americano, già di per sè motivo (non dichiarato) di esclusione, ma anche simbolo politico di uno stato potenzialmente nemico. Non in tutto il mondo, per fortuna, i tifosi si fanno comprare con Adebayor. Previsione: gli altri proprietari lo inviteranno a tenersi il miliardo.
Eclettici e first mover advantage
1. Noi cantori della magnifiche e progressive sorti del web dovremmo guardare in faccia la realtà (anche se più facile sognare, come ammoniva giustamente l'Eros pre-Michelle) ed aprire un agriturismo con quel poco che ci rimane. Secondo l'Osservatorio permanente sui contenuti digitali il 45% degli italiani non va mai sulla rete, per nessun motivo. Vecchi, poveri, gente che consuma poco, vi direbbe qualche cialtrone di quelli che hanno drogato l'informazione per decenni mandando in edicola merda pura definita pietosamente 'lifestyle'. Peccato che quasi 3 giovani su 5 (esattamente il 58%) utilizzino sì la rete, ma senza accedere a contenuti informativo-culturali. Tutti quindi vanno alla ricerca dei cosiddetti 'Eclettici' (la gente di marketing parla così), pari a circa il 12% degli italiani. Poi un giorno sì ed un giorno sì tocca leggere analisi sul futuro successo degli e-book. Ma se non leggiamo nemmeno i book...
2. Siamo cultori di Emilio Fede, ovviamente al livello di lettura umoristico-trash: le marchette su Capri con inquadrature alla moglie senatrice del PdL, l'intervista allo specialista del San Raffaele cavalcando l'ultimo allarmismo, le inchieste 'in giro per l'Italia' fatte solo nel centro di Milano, il meteo del fine settimana, la cronaca nera nelle città amministrate dalla sinistra, le spiagge sempre piene come a Ferragosto, l'ottimismo (della volontà). Nemmeno quest'anno rimarremo delusi, perché fra le novità annunciate (oltre alle conferme, tipo il lisergico Sipario condotto da Raffaella Zardo) ci sarà una 'meteorina' imparentata con il calcio nel solito modo. Toccherà a Silvia Slitti, fidanzata di Giampaolo Pazzini, anticipare il tempo al vecchino incerto sulla pesantezza del golfino da mettersi al parco e al weekendista che vuole ammortizzare il posto barca. Un trash trasparente, però, al contrario di quello subdolo e ben confezionato dei telegiornali seri: lo schema 'panino' del Tg1 (dichiarazione del Pdl, dichiarazione del PD, chiusura con dichiarazione di qualcuno del Governo quindi sempre Pdl), l'ideologia sceneggiata del Tg3 (professori da 4 mesi di vacanza all'anno che parlano di produttività e adolescenti con kefiah che hanno come mito Veronica Berlusconi), la CNN alla vaccinara di Sky (l'importante è che la notizia arrivi dall'estero) con in video Barbie e Ken.
3. Paola Ferrari a Sorrisi & Canzoni: ''Sono una donna sensibile e mi incuriosisce scavare nel carattere delle persone. Per questo mi piacerebbe condurre un reality, come il Grande Fratello o l’Isola dei famosi. Chissà''. Roba di sicuro meno triste dello speciale sulla Champions. Ma perché sempre quei colori che una volta avremmo definito bulgari?
4. Un giorno qualcuno ci spiegherà perchè in un paese come l'Italia, che ha qualche montagna più dell'Olanda, il digitale scelto sia quello terrestre e non quello satellitare. Mancano solo 2 giorni allo switch off in Piemonte e un gruppo di umoristi chiamato DGTVi (l'associazione dei broadcaster del digitale terrestre, dicono) annuncia trionfante che la loro tecnologia è presente nell'80% delle case dei piemontesi. Vediamo, 100 meno 80...significa che il 20% dei piemontesi non potrà più vedere la tivù in chiaro? Ma tanto saranno tutti vecchietti, con potere d'acquisto modesto.
5. A proposito, dicono che in Rai si stia parlando di un secondo canale sportivo da mandare sul digitale terrestre ad inizio 2010: RaiSportPiù2? Nuovi contratti da firmare, forse addirittura leggendoli.
6. Vicende vissute, come quelle che una volta ci deliziavano su Intimità (lo leggeva nostra zia, siamo cresciuti così). Un paio d'anno fa uno dei tanti cialtroni 2.0 da noi incontrati, per certi versi il peggiore, ci disse che avremmo dovuto proporre sul nostro sito un video-editoriale ogni lunedì analizzando i fatti della domenica calcistica. Idea originalissima, secondo il nostro consigliere ex business school (quella di Chicco Lazzaretti, però) non l'aveva mai avuta nessuno: ''In questi casi è decisivo il first mover advantage''.
stefano@indiscreto.it
2. Siamo cultori di Emilio Fede, ovviamente al livello di lettura umoristico-trash: le marchette su Capri con inquadrature alla moglie senatrice del PdL, l'intervista allo specialista del San Raffaele cavalcando l'ultimo allarmismo, le inchieste 'in giro per l'Italia' fatte solo nel centro di Milano, il meteo del fine settimana, la cronaca nera nelle città amministrate dalla sinistra, le spiagge sempre piene come a Ferragosto, l'ottimismo (della volontà). Nemmeno quest'anno rimarremo delusi, perché fra le novità annunciate (oltre alle conferme, tipo il lisergico Sipario condotto da Raffaella Zardo) ci sarà una 'meteorina' imparentata con il calcio nel solito modo. Toccherà a Silvia Slitti, fidanzata di Giampaolo Pazzini, anticipare il tempo al vecchino incerto sulla pesantezza del golfino da mettersi al parco e al weekendista che vuole ammortizzare il posto barca. Un trash trasparente, però, al contrario di quello subdolo e ben confezionato dei telegiornali seri: lo schema 'panino' del Tg1 (dichiarazione del Pdl, dichiarazione del PD, chiusura con dichiarazione di qualcuno del Governo quindi sempre Pdl), l'ideologia sceneggiata del Tg3 (professori da 4 mesi di vacanza all'anno che parlano di produttività e adolescenti con kefiah che hanno come mito Veronica Berlusconi), la CNN alla vaccinara di Sky (l'importante è che la notizia arrivi dall'estero) con in video Barbie e Ken.
3. Paola Ferrari a Sorrisi & Canzoni: ''Sono una donna sensibile e mi incuriosisce scavare nel carattere delle persone. Per questo mi piacerebbe condurre un reality, come il Grande Fratello o l’Isola dei famosi. Chissà''. Roba di sicuro meno triste dello speciale sulla Champions. Ma perché sempre quei colori che una volta avremmo definito bulgari?
4. Un giorno qualcuno ci spiegherà perchè in un paese come l'Italia, che ha qualche montagna più dell'Olanda, il digitale scelto sia quello terrestre e non quello satellitare. Mancano solo 2 giorni allo switch off in Piemonte e un gruppo di umoristi chiamato DGTVi (l'associazione dei broadcaster del digitale terrestre, dicono) annuncia trionfante che la loro tecnologia è presente nell'80% delle case dei piemontesi. Vediamo, 100 meno 80...significa che il 20% dei piemontesi non potrà più vedere la tivù in chiaro? Ma tanto saranno tutti vecchietti, con potere d'acquisto modesto.
5. A proposito, dicono che in Rai si stia parlando di un secondo canale sportivo da mandare sul digitale terrestre ad inizio 2010: RaiSportPiù2? Nuovi contratti da firmare, forse addirittura leggendoli.
6. Vicende vissute, come quelle che una volta ci deliziavano su Intimità (lo leggeva nostra zia, siamo cresciuti così). Un paio d'anno fa uno dei tanti cialtroni 2.0 da noi incontrati, per certi versi il peggiore, ci disse che avremmo dovuto proporre sul nostro sito un video-editoriale ogni lunedì analizzando i fatti della domenica calcistica. Idea originalissima, secondo il nostro consigliere ex business school (quella di Chicco Lazzaretti, però) non l'aveva mai avuta nessuno: ''In questi casi è decisivo il first mover advantage''.
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