di Jvan Sica
Si può parlare di un paese, di una cultura e di un popolo inquadrandoli da dove si vuole e l’antropologia contemporanea per fortuna ci ha indicato la strada della cultura espansa, riscontrabile in ogni fenomeno che riguarda l’uomo. Ovviamente lo sport fa parte della lunga lista e il calcio è per tanti antropologi, studiosi delle culture e sociologi un campo di studi in cui è possibile andare in profondità. Questo è il substrato teorico di “Futebol” di Alex Bellos: un’analisi sul Brasile, terra del calcio per antonomasia e luogo di elezione per una miriade di campioni lanciati sul mercato a getto continuo.
I risvolti dell’argomento sono innumerevoli e Bellos ne sottolinea di particolari e lontani dalle concezioni assodate. Va oltre le determinazioni date per scontato e tirate in ballo a prescindere, del tipo: il miscuglio di razze dà tipi umani forti, elastici, coordinati e per questo perfetti per il calcio, oppure il calcio è lo sport dei poveri per antonomasia e nelle favelas ci sguazzano. Bellos ci porta verso anfratti nascosti e spesso strambi del calcio in Brasile, che è religione ma anche perdizione, istinto primordiale ma anche mezzo di sostentamento, fisima da imbecilli e splendido pensiero. Il calcio brasiliano è quel collante sociale che nemmeno la Chiesa ha saputo creare. Bianchi, meticci, negri e indios pensano e giocano calcio per tutto il giorno, e chi non riesce a sfondare in patria, abbandona a casa lo stereotipo della saudade e va per il mondo, fino alle Isole Far Oer o in Vietnam. Detta così, il calcio potrebbe sembrare una nuova religione laica, il cui rispetto delle regole di base porta ad una società migliore. Ma il calcio è dal 1900 e poco più un business, per cui squali della notorietà e perfidi sacerdoti di questa religione creano i loro piccoli potentati, da giocarsi su altri tavoli e per tanti altri scopi. Anche di queste dinamiche ci parla Bellos, facendo diventare il libro un saggio d’inchiesta molto attento ad ogni particolare, che accusa un intero sistema, capace di prendere le logiche del dominio colonialiste e adattarle perfettamente ad un gioco fatto con la palla.
Jvan Sica
Letteratura Sportiva
8 commenti:
stupendo... lo regalai a mio padre qualche anno fa... inutile dire che quella copia ormai fa bella mostra di sé nella mia libreria...
Secondo me invece è stupenda la recensione, che in 20 righe spiega benissimo il senso del libro, che troppo spesso viene erroneamente inserito nei filoni del libri di Galleano o, peggio ancora, in quelli di Osvaldo Soriano.....
L'ho letto qualche anno fa e mi è piaciuta molto l'impostazione, per niente da romanziere frustrato...nell'edizione italiana c'è però una quantità imbarazzante di refusi...
@Direttore, da ex correttore di bozze non posso che essere sensibile ala suo grido di dolore.
Grazie Dane.
Sì è vero i refusi abbondano e, bisogna dirlo, una pagina anche solo con un refuso distoglie l’attenzione dal flusso di lettura. I correttori di bozze dovrebbero essere considerati e gratificati, non trattati come gli scemi del villaggio.
@Ivan, i correttori di bozze erano poco considerati e mal pagati quando l'editoria era l'editoria. Oggi sono in via di estinzione e non gliene frega niente a nessuno. Comunque grazie mille soprattutto a nome di mio padre che non c'è più. E grazie anche per i link che dai nel tuo blog. Last but not least quello di Archeologia dello sport.
Grazie a te Jvan! Sono anni che mi affanno a far capire alla gente che Galleano, Soriano e Bellos non c'entrano un cazzo l'uno con l'altro...
Alcuni capitoli sono veramente inutili... nel complesso non merita la fama di cui gode, ma è indubbiamente un bel libro. Avercene in Italia...
CT
Posta un commento