Un po' napoletani

di Libeccio
L'identità di Lucarelli,  la zavorra Del Piero, la minusvalenza di Ibrahimovic, le scuse della Roma, la carta di credito del tifoso e gli stimoli di Benitez.

Felice e Conterno

di Simone Basso
Fine Agosto con la terza grande corsa a tappe del calendario, quella più giovane e meno santificata. Si parte con la sorpresa, la sperimentazione pura, di una cronosquadre cittadina in notturna. E' il destino stravagante della Vuelta, il dover ricorrere alle novità a tutti i costi per non essere stritolata dal Moloch Tour e dal Colosso Giro; in questo caso le strade della splendida Siviglia, la città della Giralda e del genio pittorico di Velàzquez, saranno invase da sfregaselle in tutina aerodinamica fino alla mezzanotte: un prologo interessante a una competizione che riproporrà l'ultimo tavolo da poker per i tappisti doc. Tracciato a dir poco insidioso, caratterizzato da salite aspre, brevi o di media lunghezza, adattissimo al flamenco classico di quelle terre; ecco quindi un bignami per illustrare il menu...

Luci fasulle

di Oscar Eleni
Il valore della Roma azzurrata, la Nazionale nata dal falso ideologico, l'equivoco su Bargnani, gli abitanti del Montenegro. Voti a Pianigiani, Bari, Bargnani, Belinelli, Mancinelli, Maestranzi, Carraretto, Mordente, Giachetti, Ress, Gigli, Cavaliero, Poeta, Lechthaler, Aradori, Vitali, Datome, Crosariol, stemma e medici pietosi.

Re del Queens

di Stefano Olivari
Chi rimpiange la bella televisione di una volta, sotto l'effetto delle mille trasmissioni nostalgia (aaahh, che meraviglia la tivù dei ragazzi che iniziava alle 17...), forse non ricorda che fino all'inizio degli anni Ottanta degli Us Open di tennis in Italia si erano visti solo pochi fotogrammi. Il clamoroso ottavo di finale del 1978, la prima edizione disputata a Flushing Meadows (oltre che la prima sul cemento, dopo decenni di erba e una parentesi sulla terra), fra Jimmy Connors e Adriano Panatta sarebbe stato televisibile da noi solo molti anni più tardi, i primi ricordi dalla terra dei cachi quindi coincidono con l'inizio dell'era McEnroe. Nel 1979 il ventenne del Queens (sia pure nato in Germania, dove il padre svolgeva il servizio militare) era tutto tranne che uno sconosciuto: semifinalista a sorpresa a Wimbledon due anni prima, stava avvicinandosi alla fama planetaria di Borg ed in patria era più amato di Jimmy Connors, non fosse altro che per un patriottismo da Davis che nella sua carriera sarebbe stato una costante.

Il secondo più forte

di Simone Basso
A volte ritornano, malgrado tutto, anche se l'America è un luogo che tollera a malapena i supereroi, adorando invece le superstar. Però stavolta il soggetto in questione, trovato rifugio nella Hall of Fame di Springfield, potrebbe essersi messo in salvo per l'eternità. Ready or not, Here I come... Apologia agnostica di Scottie Pippen, il Larry Graham della pallacanestro, un tentativo gioioso di approfondire lo sguardo su un periodo storico soffocato dalle frasi fatte e dagli highlights di Sportscenter.

Ridateci le catene

di Stefano Olivari
L'estate propone avventure incredibili, degne del 'pizza fredda e birra calda' di Eleonora Giorgi e Massimo Ciavarro. La nostra è stata la visione su Rai Gulp delle vecchie puntate di 'Mimì e la nazionale di pallavolo', uno dei più bei cartoni animati a tema sportivo mai prodotti. In Italia, con vari titoli, la serie gira dall'inizio degli anni Ottanta (Italia Uno) ma in realtà è stata creata in Giappone nel 1969. Chiunque abbia apprezzato le vicissitudini di Mimì e dell'amica Midori sa di cosa stiamo parlando, l'ennesima visione ci ha solo fatto riflettere sulla genialità del proporre ad un pubblico di bambini (tale era una volta quello dei cartoni) una visione dello sport e della vita basati sul sacrificio oltre ogni limite. Tutto molto ben lontano dal lieto fine, sia pure passando attraverso mille sfighe, di tante altre serie anche giapponesi.

Prima o doping

di Libeccio
I protagonisti del circo, l'addio di Ronaldo, Ibrahimovic portato da Fini, il modello tedesco e il fair play della Juve.

La Romania si discute e non si ama

di Dominique Antognoni
Dopo l'assurda Supercoppa italiana di sabato, che avrebbe dovuto essere giocata fra Inter A e Inter B,  non abbiamo purtroppo avuto la possibilità di ascoltare alcuna delle tante ed autorevoli radio romaniste. Ci dispiace perché i loro opinionisti sono per noi miti autentici, visto che realizzano il sogno di noi tutti: parlare di calcio come al bar e guadagnarci anche. Amici romani le ascoltano però per noi, regalandoci per fortuna solo sintesi dei cosiddetti pensieri. Stavolta niente proclami del tipo 'Ci hanno negato tre rigori', la linea è'Abbiamo regalato la Coppa all’Inter, meritavamo di vincere'. Certo, quando ad aprile Julio Cesar ha dato i tre punti alla Roma il merito era della squadra giallorossa perché troppo forte, ora invece la colpa è di Lobont: della possibilità che con un Milito in forma potesse finire 8-1 nemmeno un accenno.

Come bruciava Baby Johnson

di Stefano Olivari
Il meeting di Berlino è uno dei più importanti del mondo, per tradizione ed entusiasmo popolare: 47mila persone paganti per l'atletica, fuori da contesti mondiali o olimpici, sembrano un miracolo. L'edizione di ieri pomeriggio passerà alla storia per l'impresa negli 800 metri di David Rudisha e rimarrà nel nostro cuore per il ritorno ad una grande vittoria di Beppe Gibilisco (coming soon i retroscena del nostro Sam Martin), facendo dimenticare gli inevitabili articoli su Hitler che non volle stringere la mano a Jesse Owens. In realtà l'episodio riguardò un altro nero della squadra americana, il californiano Cornelius Johnson, che nella prima giornata della gare di atletica vinse il salto in alto con il record olimpico di 2,03.

Il più grande senza la televisione

di Marco Pedrazzini
“Peppìn Meazza e’ il football, anzi "el folber" per tutti gli italiani. Grandi giocatori esistevano al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario…” Come non citare Gianni Brera per scrivere di Giuseppe Meazza? Cent’anni fa nasceva a Milano uno dei più grandi se non il più grande giocatore italiano e interista di tutti i tempi. Da bambino gioca a piedi scalzi per strada e nei prati di Porta Vittoria per non rovinare l’unico paio di scarpe comprate dalla mamma Ersilia, fonda la  Costanza (una squadra calcistica di ragazzini che partecipa ai vari tornei milanesi), gioca nell’Iris, simpatizza per il Milan per amore di Luigi Cevenini detto Zizì che passa, a cavallo della Grande Guerra, ai rossoneri ed entra, quattordicenne, nei Boys dell’Internazionale. L’esordio nel campionato italiano è come un temporale che spazza via un calcio fatto di lanci lunghi, di tecnica approssimativa e di stop con la palla che ricade a due metri.

Il Muro del Calcio 3.2

I vostri/nostri interventi su calcio e dintorni, dal 20 agosto 2010 all'eternità...

Pisciando lontano dall'asse

di Sam Martin
Ammiratori di Gibilisco, i salti meno ignoranti, italiani abbronzati, gli anelli della Vlasic e gli ingaggi di Londra.

Prima puntata di 'L’Oro di Londra', la prima delle nostre nuove idee. Si tratta di una rubrica di avvicinamento all’Olimpiade di Londra 2012, concentrandoci sull'atletica leggera: lo sport per eccellenza, che dà (quasi) le stesse possibilità di emergere ad un ragazzo di un'isoletta mai sentita e a quello di un paese ricco. Il nostro (in questo caso parliamo anche a nome del direttore di Indiscreto) atleta preferito è senza ombra di dubbio Giuseppe Gibilisco, lo diciamo subito: ci piace la sua storia, non solo per i momenti di gloria (un oro mondiale e un bronzo olimpico su tutti) ma anche per come è stato capace di riemergere dopo una vera e propria persecuzione. Giustizia sportiva spettacolo, ad essere buoni, portata avanti dalle stesse persone che si inchinano davanti all'arroganza dei grandi club del calcio. Racconteremo Gibilisco e il microcosmo che lo circonda, 'usando' l'astista siciliano come filo conduttore e pretesto per parlare delle miserie e della nobiltà dell'atletica moderna. Che viviamo da dentro, con la stessa passione del primo giorno, raccogliendo le confidenze di personaggi di primo piano ma anche di eroi poco conosciuti.

Uomini di Poulsen

di Libeccio
Juventini in uscita, il proclama di Amantino, i dirigenti di Balotelli, i debiti del Barcellona, l'entusiasmo per Ronaldinho e i testimonial dell'azzardo.

L'Altra Milano

C’era una volta la pallacanestro, c’era una volta la nostra città. Una favola dove i protagonisti eravamo anche noi, le migliaia di ragazzi che impazzivano per lo sport più bello del mondo e volevano seguirlo senza rispettare la logica del più forte o del più famoso. Con queste premesse non si poteva che tifare per la Pallacanestro Milano nelle sue varie incarnazioni: All’Onestà, Mobilquattro, Xerox, Isolabella: dal 1964 al 1980 sedici anni nel massimo campionato italiano sempre all’insegna dell’entusiasmo e della precarietà, fino all’inevitabile fallimento con biglietto di sola andata per le serie minori. Per motivi di età abbiamo vissuto in prima persona il periodo Mobilquattro e quelli seguenti, da giocatori di minibasket e piccoli spettatori al Palalido. Ascoltando poi dai fratelli maggiori e dagli stessi protagonisti le mille storie sull’epopea All’Onestà: dall’oratorio alla zona scudetto in pochi anni, quando il diritto sportivo aveva un senso e l’identità non era commerciabile. Il tutto in una Milano fondata sul lavoro, che sapeva guardare avanti. Questo libro non è però dedicato solo ai tifosi nostalgici: la nostra squadra non era migliore né peggiore delle altre, non è stata vittima di complotti, non era l’unica buona in un mondo di cattivi e pur avendo incrociato leggende della storia del basket non ha trionfi da cantare con la retorica giornalistica standard. Proprio per questo ci sembra indicatissima per raccontare gli anni dello sviluppo del basket in Italia: i Sessanta con l’ingresso a pieno titolo degli stranieri in serie A e i miglioramenti della Nazionale, i Settanta del dominio in Europa che hanno portato questo sport al livello di interesse odierno. Giovanni Milanaccio, Fiorenzo Galletti, Romano Forastieri, Guido Carlo Gatti, Joe Isaac, Marino Zanatta, Geremia Giroldi, Eligio De Rossi, Dido Guerrieri, Tino Caspani, Chuck Jura, Fabio Guidoni e Dante Gurioli sono le persone che ci hanno aiutato a ricostruire la storia di una pallacanestro diversa: li ringrazieremo per sempre, senza la loro competenza ed il loro cuore molte delle pagine che seguono non sarebbero mai nate. Dopo il taccuino speciale del professor Guerrieri partiremo con il racconto: dalla fondazione alla massima serie in sette stagioni, dal sogno scudetto della squadra di Isaac alla diversità di quella di Jura, dalle ambizioni sbagliate alla caduta passando per alcuni episodi noti e tantissimi inediti. Cercando di spiegare il senso degli eventi piuttosto che descrivere le azioni di ogni partita copiando dai giornali dell’epoca. Mentre scriviamo queste righe gli eredi della Pallacanestro Milano militano in serie C regionale, il sesto gradino del basket italiano, ma il libro si chiude con il 1980 e pochi riferimenti al ‘dopo’. Non perché il basket di base non sia degno di essere onorato, pensiamo anzi che la storia post Isolabella meriti un libro a parte, ma solo perché la squadra che ha segnato una generazione è legata ad un’epoca precisa. Proveremo a spiegarne lo spirito attraverso foto d’epoca, retroscena di prima mano, curiosità, analisi. Il tutto accompagnato dalle statistiche del derby, da quelle generali delle sedici stagioni d’oro, dalla citazione di chi è sceso in campo almeno una volta, da tutti i tabellini delle singole partite e da loro elaborazioni maniacali. Del resto è un po’ maniacale anche questo libro, senza vergogna e con lo stesso entusiasmo di quando ripetevamo i movimenti di Jura davanti allo specchio. Obbiettivo primario dell’operazione: muovere qualcosa, riaccendere passione, far sì che nella testa di più lettori nasca la pazza idea di ridare un’alternativa al basket che vediamo oggi. Non stiamo dicendo di far risorgere il derby di Milano, ma di ritrovare in tutta Italia identità e senso di appartenenza forti: la NBA dei poveri interessa solo ai fanatici, lo sport basato su valori a noi più vicini è invece l’essenza stessa dell’invenzione del reverendo Naismith. La generazione della pallacanestro ha molto sognato ed il suo sogno non è ancora morto. Ci teneva prigionieri da bambini, ci tiene prigionieri adesso.







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Indiscreto
Sala Stampa Nazionale, via Cordusio 4, 20123 Milano