Fantocci di neve

di Oscar Eleni
Fantocci di neve che si sciolgono e bagnano le ali delle anatre mandarine. Bel risveglio, miscuglio di poesia giapponese, senso di fastidio pensando alla reazione di chi aveva temuto davvero che Fabrizio Della Fiori sarebbe stato accompagnatore delle squadre giovanili nei tornei più lunghi, quelli a diaria bilanciata, prendendo paura davanti alle precisazioni di un comunicato federale che in effetti suona strano. Non si voleva portare via la seggiolina, il maglioncino, la tutina, la scarpetta ai nuovi eletti che, come i vecchi, vivono per la trasferta, potendo contare sull’indirizzario più completo per non sprecare il viaggio. Della Fiori, così come Coldebella, che è anche allenatore, ci sembravano scelte giuste, gente che aveva qualcosa da dire ai ragazzi pronti per mettersi in un mondo nuovo, ma se hanno dovuto precisare che certe scelte riguardano soltanto una piccola manifestazione, una partita o due, allora qualcosa ci mette in sospetto. Colpa della cattiva digestione, dirà qualcuno, nell’età dove anche i capelli d’angelo in brodo diventano pesanti. Non è cosi, chiedete a Luca Dalmonte che giovedì era al Forum e ha visto cose che portano allegria e non cattive digestioni anche nello spettatore professionista anziano, tipo Armani che balla sulla sedia mentre una musica spaccatimpani viene maledetta da chi cerca di fare conversazione con il vicino, tipo il gruppo Pozzecco che si nota subito perché sono sempre baci ed abbracci, tipo il gruppo allenatori con Djordjevic che se la ride, aspettando la grande offerta, e Pillastrini che se la soffre perché quando lo vedono ad Assago poi le prende, tipo con gli agenti e con la gente che va a vedere il basket dell’eurolega, con quelli che gli sussurranno se è davvero sicuro che Bulleri potrebbe dare una mano alla NGC. Accidenti. Mettere in dubbio che un uomo con argento olimpico al collo, con tante medaglie, tante vittorie, possa essere utile ad una squadra che sogna i play off, ma si sente bene anche se vivrà la stagione proprio come succede adesso, con alti da urlo e bassi da lacrimuccia subito nascosta, insomma discutere sul Bullo non ha senso, a meno che non ci si metta a parlare dell’ingaggio. Quello è certamente fuori dal gioco, dalla storia recente della società ed è l’unica cosa che ostacola. Comunque sia, come dice Arrigoni, il ruolo nella NGC è bene coperto se il Binetti, appena arrivato, è già partito verso Brindisi, se pensiamo alle ultime partite vinte. Domani sera avremo la prova di tante cose perché contro Caserta si separeranno i mari in caso di vittoria e si avrà addosso l’onda dolorosa se dovesse andare male. Arriva Fabrizio Frates, è il suo territorio, quel campo che adesso sembra l’isola dove è bello essere imperatori perché se si aspettano altre arene vivremo, come dicono al consiglio superiore della magistratura, con la convinzione che non ci sarà mai un giudizio ed un palazzo perché qui le cause vanno piano piano, come e peggio che in Africa. Frates l’architetto milanese che ha imparato l’arte nel Cantucki, ha viaggiato tanto e vinto spesso, anche se gli resta forse il rimpianto di non aver costruito tutta in Brianza la sua carriera, la sua storia, perché magari sarebbe ancora a fare l’assistente di Recalcati in Nazionale, bloccando i maligni che nell’ultima estate si domandavano perché con tanti allenatori di serie A disoccupati il commissario tecnico era andato a scegliere in categorie diverse, non diciamo inferiori, perché stimiamo tutti gli allenatori che soffrono con le lezioni di aggiornamento e i punteggi che fanno carriera, ma una cosa è aver vissuto la massima serie, un‘altra averla soltanto vista. Frates contro Dalmonte, due scuole di pensiero diverse, ma due peperini buoni da mettere sullo stufato di una giornata dove qualcuno aspetta di sentire la campana di Treviso per scoprire se il Montepaschi caduto a Zagabria ha deciso di depurarsi adesso e non in coppa Italia come sognava proprio Cantù.
Oscar Eleni

Chi rallenta deve poi perdere

di Stefano Olivari
La notizia pubblicata dal Giornale sul rapporto di polizia riguardante il finale dello scorso campionato interista ha generato varie discussioni nel mondo delle scommesse. Con un punto fermo: si possono taroccare le partite, nessuno è al di sopra dei sospetti, ma dal punto di vista matematico è assurdo che l’Inter abbia rallentato per ‘sostenere’ la quota scudetto. Esempio: adesso la vittoria nerazzurra si può trovare a 1,55, mettiamo che il distacco rimanga invariato a 4 giornate dalla fine. La quota diventerebbe circa 1,10: perché Mourinho dovrebbe rinunciare a Ibrahimovic per alzarla (e quindi giocarla), senza poi avere la certezza di vincere all’ultima giornata? Credibile sarebbe invece una conclusione con scudetto di una concorrente, in caso di giocate abnormi sull’Inter: un teoricissimo Mancini ‘condizionato’ non avrebbe fatto giocare nemmeno un minuto Ibra a Parma, né lo avrebbe sollecitato a scendere in campo nelle settimane precedenti litigando con il medico. Poi i singoli possono truccare ogni situazione per lucro personale, ma qui si stava parlando di ‘convenienza’ di squadra. Venendo a rallentamenti più concreti, dobbiamo registrare il mezzo disastro della scorsa settimana che ci ha portato a meno 48,4 euro. Proveremo a rifarci già oggi pomeriggio con l’Hoffenheim facile a 1,45 sul Cottbus e l’arrabbiato Napoli a 1,85 sull’Udinese. Domani terza scommessa da 10 euro sull’Atalanta, a 1,90 sul Catania. Ma per chi scommette lo scudetto è sempre lontano.
(pubblicato sul Giornale di oggi)

Giunti a destinazione

di Stefano Olivari
Abbiamo preso nota di tutti i nomi da 'Dove sono adesso?', ma ci sarà bisogno di un anno per soddisfare tutte le curiosità...Procediamo in ordine di richiesta, con la limitazione di un nome a persona in modo da dare spazio a tutti...
1. Federico Giunti (richiesta di Dane): in A minuti con Perugia, Parma, Milan, Brescia, Bologna e Chievo - Nella scorsa stagione in B ha giocato poco nel Chievo e poco, da gennaio, nel Treviso. Ha 37 anni e mezzo, ma non si è ancora ritirato: varie squadre lo hanno contattato in estate (in particolare il Modena), ma non se ne è fatto nulla. Ai bei tempi piaceva moltissimo ad Ancelotti, che lo fece prendere a Tanzi per la sua seconda stagione sulla panchina del Parma, nella stessa estate in cui rifiutò Roberto Baggio (pochi mesi dopo essersi liberato di Zola: diciamo che imporre a Berlusconi la propria visione del calcio è leggermente più difficile). Giunti insomma momentaneamente assente dai radar, a meno che non giochi per divertimento vicino a casa (mitica la segnalazione di Ale su Torrisi attaccante in Prima Categoria a Castiglione di Ravenna).
2. Rambert (primo a chiederlo Zoleddu, ma il personaggio è molto ricordato) non vale, con l'Inter in serie A non ha giocato nemmeno un minuto (ci ricordiamo qualche buona amichevole in tandem con Ganz, però, e una comparsata in Coppa Italia). Quindi andiamo su Nello Russo, curiosità di Eltopo1971: una sola presenza (ed un gol, all'Udinese: davvero un altro millennio, con la maglia nerazzurra erano in campo anche Panucci e Georgatos) nell'Inter di Lippi, poi basta serie A. Qualche infortunio e soprattutto quasi nessuna squadra che gli abbia dato fiducia come titolare, a parte un bellissimo Lumezzane di qualche anno fa. Adesso, a quasi 29 anni, gioca al Crotone in Prima Divisione (oggi la chiamiamo così). Risposta comunque facile, diamo il meglio con chi è finito fuori dall'Italia e non si trova sul web.
3. Marco Rigoni (Jeremy), minuti in A con la Juve di dieci anni fa. Con una storia in parte simile a quella di Del Piero, dalla crescita nel Padova all'essere stato stella di varie nazionali giovanili, è alla seconda stagione in prima divisione nella Ternana. Memorabile la sua posizione nel processo Gea: ''Passai alla Juve nel 1997 e firmai il contratto davanti a Luciano Moggi, e contestualmente la procura con suo figlio Alessandro. Proprio nello stesso momento''. Capito come funzionava? Solo che nel 2001, ancora da giocatore della Juve, Rigoni abbandona Moggi Junior: ''Nei miei confronti sembrava indifferente. Scoprii che mi aveva anche fatto perdere dei soldi per una sponsorizzazione, allora lo chiamai dicendogli che gli avrei spedito la notifica di revoca. Lui si arrabbiò molto, cominciò a urlare e mi disse che lo avrebbe detto a suo padre. Infatti suo padre mi convocò in sede invitandomi a ripensarci''. Rigoni non cambiò idea, nel gennaio 2002 fu scaricato al Cittadella. Non è che lo volessero Real e Barcellona, ma per rovinare una carriera basta poco.
stefano@indiscreto.it
P.S. Aspettiamo le nuove richieste, ricordando a chi ci legge per la prima volte le poche regole: almeno un minuto in serie A, possibilmente negli ultimi dieci anni (ma anche no, se la curiosità è davvero forte) e possibilmente riguardanti giocatori con poche o meglio ancora senza tracce sul web. Così la sfida della memoria (o meglio, delle telefonate al sottobosco) sarà per noi più affascinante...

I proprietari dell'Hero

di Pippo Russo
E’ stato battezzato “Hero Global Football Fund”, e la sua missione è quella di acquisire e commercializzare i cartellini di giovani calciatori provenienti da paesi extraeuropei. In apparenza è una delle tante società specializzate in un settore del mercato dove il Far West è la regola. Né la formula del fondo d’investimento è una novità. In questi anni, infatti, si è parecchio parlato della MSI (Media Sport Investments), società la cui sede legale fu spostata nel 2004 dalle Isole Caiman a Londra, guidata dall’anglo-canadese-iraniano Kia Joorabchian. Il quale, oltre a essere uno dei personaggi che si muovevano dietro le quinte dello sfumato acquisto di Kakà da parte del Manchester City, viene indicato come uomo di fiducia degli oligarchi russi in esilio a Londra (Abramovich e Berezovsky in primis), in una connection che vedrebbe il calcio come una sponda per opache manovre finanziarie.
Tuttavia, il caso dello “Hero Global Football Fund” è diverso, e fa capire come l’interesse degli emiri non si fermi al mero acquisto di un club da rilanciare come il Manchester City. La società in questione non è un qualsiasi fondo d’investimento, ma ciò che a tutti gli effetti può definirsi un fondo sovrano. Fondato in Inghilterra nell’estate del 2006 da un gruppo di agenti calcistici (fra i quali l’onnipresente Pini Zahavi, il quale successivamente si fece da parte per evitare conflitti d’interesse; ciò che suscita ilarità), esso è stato rafforzato nell’ottobre 2008 dall’ingresso della National Bank of Dubai, il primo gruppo bancario della penisola araba nato dalla fusione di due attori di punta come Emirates Bank e National Bank of Dubai. Sotto la guida della famiglia regnante Al Maktoum, il colosso bancario che si presenta come uno dei grandi player globali del settore ha trovato nello sport uno dei campi d’investimento dal potenziale più redditizio. Ciò che giustifica un investimento da 30 milioni di euro nel fondo. Va sottolineato che la vocazione sportiva della famiglia Al Maktoum non è irrilevante. Uno dei suoi rampolli, il 45enne Ahmed Al Maktoum, ha vinto la medaglia d’oro di “double trap” a Atene 2004 e ai mondiali di specialità nel 2005, dopo essere stato campione nazionale di squash. La NBD ha assunto il controllo di “Hero Global Football Fund”, affidandone l’architettura finanziaria alla Emirates Investment Services Ltd.”. Nell’executive board della società sono stati inseriti personaggi del mondo calcistico anglosassone come l’ex direttore esecutivo della federcalcio inglese (FA) David Davies, l’ex arbitro inglese David Elleray, e Alan Hansen, ex calciatore scozzese del Liverpool nonché stimato commentatore televisivo per il Daily Telegraph e la BBC. Il motivo dell’ingresso nel mondo del calcio da parte di NBD è stato indicato dal chief executive Rick Pudner: “Gli investitori mediorientali vedono nello sport, e nel calcio in particolare, un settore dai grandi margini di crescita commerciale”.
Il meccanismo inventato per dare l’assalto a un mercato del valore stimato in 20 miliardi di dollari è quello che porterebbe “Hero Global Football Fund” a essere una sorta di Camera degli Affari del calcio globale. Investitori istituzionali e privati verrebbero chiamati a versare una quota d’accesso (circa 80 mila euro), in vista di un contropartita che da NBD viene indicata in un rendimento annuo del 10%. Tale rendimento, com’è ovvio, deriverebbe dalla compravendita dei calciatori i cui cartellini sono di proprietà del fondo. L’invito ad aderire sottoscrivendo una quota è stato rivolto anche ai club calcistici di qualunque nazionalità. Il che, oltre a porre le condizioni per cambiare definitivamente il modello di rapporto fra atleta e club (l’inserimento di una “terza parte” diverrebbe fattore strutturale e non incidentale), provocherebbe una situazione di promiscuità per la quale i club stessi dovrebbero scegliere fra l’incremento dei risultati sportivi o quello del valore finanziario dei calciatori di proprietà del fondo d’investimento. Da questo punto di vista è già arrivato un chiaro monito della FA ai 20 club inglesi di Premiership. Essi sono stati diffidati dall’investire nel fondo. Ma si tratta della stessa federazione che a tre anni di distanza dai fatti non è riuscita a sgrovigliare il caso “Tevez-West Ham”, allorché il calciatore venne “affittato” dalla MSI di Joorabchian agli Hammers e in divieto dei regolamenti federali.
http://www.myspace.com/pipporusso
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Riformista di oggi)

Regina verso il basso

di Marco Lombardo
Certo, c'è Serena. C'è sempre lei, la Williams più piccola e più grossa, che si appresta a vincere il suo decimo Slam e riconquistare il numero uno al mondo: le sono bastati solo due set per far fuori Elena Dementieva e per riproporsi nella finale degli Australian Open nel solito anno dispari, visto che a Melbourne ha già vinto nel 2003, nel 2005 e nel 2007. L'ultimo ostacolo sarà la russa Dinara Safina, ma vogliamo credere che la sorellina di Marat la possa davvero fermare? Molti lo sperano, ma anche se fosse il tennis femminile odierno non ne uscirebbe alla grande, perché dopo anni di dominio Williams (ma con avversarie di altro spessore), la splendida parentesi Henin e l'avvento glamour della Divina Maria Sharapova, ora il livellamento è inesorabilmente verso il basso. Insomma, il tennis femminile cerca una regina e alla fine ritrova la solita Serena, anche perché le altre vengono fuori a tratti ma poi si sciolgono al sole. E il caldo autraliano c'entra poco. In pratica: ci sono le russe, ma al di là della Sharapova, attualmente infortunata, le altre sembrano tutto tranne che una numero uno. La Dementieva, appunto, così carina ma così fragile. Eppoi la Safina, grandi mazzate come la Petrova e pure la Zvonareva, oppure la Kuznetsova, più agile tatticamente ma sempre troppo leggera. Dopodiché le serbe, con la Jankovic fino all'Australia numero uno al mondo senza aver vinto uno Slam e la Ivanovic che ogni tanto finisce per rompere lo specchio. Tutte fuori perché ripassa la Williams. E poi poco altro, così finisce che quando Serena decide che è l'ora di giocare a tennis non ce n'è più per nessuna: a 27 anni, dunque, si appresta - salvo sorpresona - all'ennesimo trionfo, ma dietro di lei ora c'è il vuoto. E soprattutto non c'è una rivalità come quella che Melbourne probabilmente rimetterà in scena tra gli uomini: Federer infatti è già in finale. Scommettiamo che ci arriva anche Nadal?
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Giustizia per tutti o per Totti

di Stefano Olivari
Avete presente gli infortuni del sabato pomeriggio, le famose contratturine, oppure quel crack sentito proprio tirando l'ultimo rigore prima della doccia? Peccato per quel forfait della vigilia, ci sarà sotto un caso? Magari una discussione con l'allenatore sulla posizione in campo...Si tratta in molti casi di doping, o più spesso di droga assunta per piacere-vizio, rilevato da un controllo medico interno e come tale da far sfuggire ai controlli. Con un tasso di disidratazione normale basta smettere di sniffare coca, per fare un esempio caro a molti calciatori (anche padri di famiglia con foto posata sul settimanale complice), al giovedì per risultare puliti la domenica. Per questo siamo restii a crocifiggere quei pochi che pagano per tutti, anche se proprio questa sarebbe la logica della crocifissione.
Premessa per dire che ci dispiace che le carriere e le vite di Daniele Mannini e Davide Possanzini vengano rovinate da questa sentenza del Tas: un anno di squalifica per essersi presentati in ritardo a un test antidoping dopo la partita del Brescia (dove all'epoca giocavano entrambi, adesso Mannini è al Napoli) con il Chievo del dicembre 2007. Possiamo dirlo? Ci sembra di notare uno strano accanimento, lo diciamo da non tifosi di Mannini, Possanzini, del Napoli o del Brescia. La Figc aveva assolto infatti i due, per un comportamento sicuramente grave (in teoria, perché in pratica i due erano nello spogliatoio con il resto della squadra) ma non diverso da quello di tanti campioni graziati in circostanze analoghe, poi il Coni a cui gli atti erano stati trasmessi aveva chiuso la vicenda con un buffetto (15 giorni di squalifica). A questo punto la Wada, cioé l'agenzia mondiale antidoping, ha fatto ricorso, chiedendo due anni di squalifica, ed adesso è arrivata la decisiona di Losanna. Comunque la si veda, l'equiparazione di un'ingenuità (magari anche dolosa, mettiamo per ipotesi che Mannini e Possanzini siano davvero 'cattivi') a quella del reato vero e proprio, cioè quello di essersi dopati.
Non vogliamo essere innocentisti a prescindere, pur vedendo il caos che regna nelle zone intorno agli spogliatoi dopo le partite, ma solo dire che il caso di Mannini e Possanzini ricorda solo vagamente quello di Rino Gattuso (rifiutò un prelievo di sangue dopo un Roma-Milan, che comunque non era obbligatorio, con spiegazioni per tifosi di bocca buona: 'Il mio doping è il peperoncino') ed invece moltissimo quello di Francesco Totti: un ritardo di circa un quarto d'ora nel presentarsi al test antidoping obbligatorio (quello sulle urine, insomma) dopo Roma-Torino del maggio 2007 giustificato in maniera risibile (''Mi faceva male la caviglia''). La cosa curiosa è che nell'occasione non è che ci fu un giudizio morbido, ma non ci fu proprio giudizio. La procura antidoping della Figc nemmeno segnalò la cosa al Coni e nell'ottobre dello stesso anno la Corte di Giustizia (sempre Figc) archiviò tutto, cioè niente. Il circuito Coni-Wada-Tas-Eccetera in quell'occasione non si attivò.
stefano@indiscreto.it

Dove sono adesso?

di Stefano Olivari
Dove gioca adesso Tizio? Basta prendere un almanacco, anche se la maggior parte di quelli in commercio è incompleta o centrata su un paese solo. Come sta giocando? Occorre un minimo in più di fatica, guardando ogni tanto una partita o le tonnellate di dvd che procuratori o sedicenti tali mandano ai giornalisti, per non parlare dei servizi per addettissimi ai lavori (quello del momento è proposto da Wisport). Aspettando le vostre curiosità (unica regola: gente con almeno un minuto giocato nella nostra serie A), ecco le risposte alle recenti richieste di amici e lettori sfruttando le ore che ogni giorno dedichiamo al lavoro (che purtroppo non è Indiscreto). Abbiamo raggruppato le domande riguardanti l'Inter di Lippi-Tardelli, punto più basso in molti sensi della gestione Moratti Massimo e non a caso ricordata come una squadra di culto sia da interisti che da anti-interisti.
1. Nicola Beati, ordinato centrocampista intravisto anche con Cuper, ha quasi 26 anni e sta facendo molto bene nell'Arezzo in quella che ci ostiniamo a definire C1. L'infortunio al ginocchio di qualche anno fa con l'Italia Under 20 ha fatto passare il treno (ha giocato in quasi tutte le nazionali giovanili, fra l'altro), ma l'età è ancora relativamente verde. Ammettiamo che ci è venuto in mente leggendo le sentenze del giudice sportivo di questa settimana.
2. Stefano Lombardi, difensore per certi versi emblematico del calcio delle plusvalenze (è stato tesserato per quasi tutti i club leader del settore: dalle due milanesi al Perugia di Gaucci, passando per la Lazio di Cragnotti), in questa stagione ha giocato solo una partita nel Modena, in B: ha un contratto fino al 2010, a 34 anni si vedrà.
3. L'attaccante Antonio Pacheco, incredibile ricompensa a Paco Casal per l'incredibile rinnovo del contratto di Recoba (a 16 miliardi di lire netti a stagione), a 33 anni è ancora vivo e lotta insieme al suo Penarol: sta facendo il suo. Non sarà Fernando Morena, ma è di sicuro un calciatore.
4. E Francisco Farinos, ingiustamente considerato una cervellotica richiesta di Cuper? A volerlo fu 'Grazie Marcello' Lippi, nell'estate del 2000, dopo la prima delle due finali di Champions di Don Hector (un perdente, secondo i canoni giornalistici correnti)...Finita la benzina dei tempi di Valencia si sta trascinando discretamente nell'Hercules di Alicante, nella serie B spagnola. L'anno scorso era il pupillo di Goikoetxea (proprio quello che spaccò una gamba a Maradona), quest'anno abbiamo letto che con Mandià ha qualche problema.
5. La settimana passata abbiamo guardato frettolosamente un servizio montato su Stephane Biakolo, ma per il nostro giochino non vale (non scese in campo nemmeno un minuto, comunque adesso è nel Martigues, dilettanti francesi). Suo coetaneo, però con una presenza in quella mitica stagione, è il centrocampista Carlo Trezzi, che sta giocando poco nel Foggia in C1 dopo parecchi anni nella Pro Patria, con rendimento in calando rispetto ai promettenti inizi.
Lo spirito del giochino lo avete capito: metteteci alla prova con richieste che non riuscite a soddisfare con il Panini, altri almanacchi o Wikipedia. Unica regola, lo ribadiamo, almeno un minuto in serie A. Possibilmente negli ultimi dieci anni, in modo da non scrivere il solito articolo per nostalgici.
stefano@indiscreto.it

Il sonno di Verdasco

di Marco Lombardo
Fernando Verdasco non è uno che da piccolo abbia fatto molta fatica: papà ricco, due campi da tennis nella villa di casa a Madrid, un allenatore personale fin da quando aveva 8 anni. E poi vestiti alla moda, look da playboy del sabato sera e perfino un naso rifatto per essere ancora più appetibile. Insomma, sembrava tutto tranne che un tennista, anche se qualche risultato l'aveva ottenuto. Ma a 25 anni sarebbe diventato uno spagnolo di passaggio se un giorno, in Argentina, folgorato sulla via della coppa Davis, Verdasco non avesse improvvisamente deciso di fare sul serio: è successo - lo scorso novembre - che la Spagna orfana di Nadal andasse a vincere in trasferta l'Insalatiera e che Fernando - trovatosi improvvisamente protagonista della sfida - risultasse decisivo: «È stato il giorno che mi ha cambiato la vita». Buttati via i panni di Tony Manero del 2000, Verdasco si è rifugiato a Las Vegas per passare le vacanze di Natale a casa Agassi, il suo idolo. Il quale - prima di partire con la moglie Steffi Graf per le vacanze sulla neve - lo ha lasciato alle prese del suo vecchio preparatore atletico Gil Reyes, non prima di avergli dato qualche consiglio: «Mi ha detto come devo allenarmi, a quali tornei devo puntare, in quali settimane è meglio caricare il lavoro». In pratica gli ha spiegato come diventare un tennista vero. Così a quel punto da playboy ecco che Verdasco decide di fare sul serio: molla la fidanzata Ana Ivanovic - la più bella del tennis - per evitare di distrarsi,vince il torneo di Brisbane e adesso, dopo aver eliminato il francese Tsonga, è arrivato in semifinale degli Australian Open dove se la vedrà con il numero 1 Nadal: «Lo so che è difficile, quasi impossibile. Ma mi sento di poter battere chiunque: adesso non mi pongo più limiti». L'unico, forse, è quello di andare a letto presto la sera.
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Tre per cento della diffusione

di Stefano Olivari
Qualche partita fa osservavamo almeno diecimila Gazzette dello Sport messe sui seggiolini di un settore di San Siro, un paio d'ore prima dell'inizio dell'incontro. Tutte copie che rientrano nel calcolo della cosiddetta diffusione, insieme a quelle regalate sui treni, negli alberghi, nelle scuole, all'interno di 'panini' (ci sono provincie in cui insieme al Corsera o al quotidiano locale la Gazzetta viene regalata in automatico) e in altre situazioni. Ah sì, nel calcolo vanno inserite anche le copie realmente vendute dietro il pagamento del nostro euro: siamo rimasti gli ultimi a comprare i quotidiani sportivi? Quasi superfluo chiedersi perché la Rcs si dedichi a buttare via questa montagna di carta, gratuitamente. Risposta ovvia: gli spazi pubblicitari vengono venduti in base alla diffusione, accertata da terzi (come in questo caso) o più spesso dichiarata (è il caso dei due concorrenti, Corriere dello Sport e Tuttosport). Per dare un ordine di cifre, secondo la stima pubblicata da Prima Comunicazione, nello scorso novembre il primo quotidiano sportivo italiano ha diffuso 346mila copie al giorno di media: quindi con un lieve incremento (1.164 copie) rispetto al novembre 2007. Non esageriamo dicendo che solo quella sera e solo in quello stadio le Gazzette gratuite saranno state almeno 10mila (tutto il rettilineo di un anello): significa che quello sotto i nostri occhi era il 3% della diffusione dichiarata...in tutta Italia! E non possiamo parlare di tutto ciò che in contemporanea non abbiamo visto...Questo per dire che la situazione finanziaria dei media è molto più grave di come venga descritta: la pubblicità in caduta libera del 2008 è una pubblicità ancora 'sostenuta' da tutti noi che abbiamo interesse a dire che la gente legge, sia pure gratuitamente. Vorremmo dire che di questo beneficia il web, ma purtroppo non è vero: se qualche genio alla Brin-Page non inventa presto un meccanismo per far guadagnare i produttori di contenuti il futuro dell'informazione sarà fatto di tanti piccoli ayatollah autoreferenziali e semiprofessionisti (tipo noi, insomma) oppure di giornali letti da nessuno ma finanziati dal costruttore di turno in ottica ricattatoria.
stefano@indiscreto.it

Una vita di Corsolini

di Stefano Olivari
Piccola guida per spiegare cosa è stato Gianni Corsolini per il basket italiano: appassionato allenatore durante la giovinezza bolognese, geniale dirigente creatore insieme alla famiglia Allievi del miracolo Cantù negli anni Sessanta (con un grande ritorno a fine Ottanta), uomo marketing e dirigente anche nella Udine degli Snaidero (anche qui con un ritorno), presidente di Lega, fra i primi in Italia ad avere dato una veste meno artigianale e mecenatistica alle sponsorizzazioni sportive, se la memoria non ci inganna titolare anche di una rubrica nello storico Superbasket di Aldo Giordani (di cui era amico) nonché padre del giornalista Luca. Un'esistenza nel basket italiano, visto da ogni angolazione, sintetizzata nell'agilissimo 'Quasi sessant'anni della mia vita con gente del basket' (Editore Alba Libri), che permette anche a chi è digiuno della storia di questo sport di comprendere la sua evoluzione orgnizzativa nel corso dei decenni. Mille personaggi, dai famosissimi agli sconosciuti, e un grande pregio: raccontare cosa c'è dietro al basket di alto livello, impossibile da sostenere solo con gli incassi al palazzetto. Un difetto del libro è forse quello di concentrarsi più sul racconto e la descrizione, come nell'ansia di non dimenticare nessuno in campo e fuori, che nell'analisi di un mondo che solo i Corsolini possono analizzare al tempo stesso con realismo ed apertura mentale. Alla fine si capisce che quello che vediamo ogni domenica anche nel 2009 è quasi un miracolo, rapportato alla penetrazione del basket nel sentire popolare: un miracolo costruito con il lavoro, la passione e l'amore per la gente del basket. Come la Cantù dei Marzorati e dei Recalcati giocatori, più luogo dell'anima che progetto replicabile ai giorni nostri.
stefano@indiscreto.it

Il coraggio di Pietrangeli

di Stefano Olivari
L'idea malsana di annullare Italia-Brasile del 10 febbraio a Londra per il rifiuto brasiliano di estradare l'assassino Cesare Battisti è per fortuna durata solo il pomeriggio di ieri: utile a dare visibilità Ansa a mezze figure della politica e all'indecisionismo di Abete, giustamente chiamato da Lippi a dare un parere sulla questione (sarebbe il presidente federale, in fondo). Ricicliamo per una democrazia come quella brasiliana quanto scritto per Pechino 2008 e per i mille eventi sportivi che purtroppo si tengono in paesi governati da dittature: il possibile segnale etico dello sport dovrebbe essere accompagnato da misure più concrete, economiche o politiche, se no si rischia solo l'operazione di immagine. Che senso avrebbe avuto non mandare la Vezzali in Cina, con migliaia di aziende italiane che hanno esternalizzato lì la produzione? Che senso avrebbe rinunciare ad un'amichevole se non ci sono gli strumenti giuridici per imporre al Brasile di consegnare un pluriomicida? In questa occasione il dibattito non è mai realmente iniziato, per la sfortuna dei media che dovranno campare del travaglio del patriota Amauri, quindi Lippi non avrà bisogno del coraggio che ebbe nel 1976 Nicola Pietrangeli per sfidare praticamente tutto l'arco costituzionale e portare l'Italia di Coppa Davis in Cile. Ma l'idea miserabile di affidare l'immagine politica di un paese allo sport, rubando l'oro olimpico allo Scartezzini di turno, non è ancora morta: Battisti è in fondo un compagno che ha sbagliato, quindi la maggior parte dei giornalisti è portata anche inconsciamente a vedere la questione in una certa maniera, ma quando sorgerà un caso di segno opposto gli editoriali saranno senz'altro più virulenti ed indignati.
stefano@indiscreto.it

Altro che malinconia

di Stefano Olivari
Non sappiamo se davvero Mike Tyson ed Evander Holyfield si affronteranno per la terza volta nella loro carriera ad Abu Dhabi, il prossimo 31 ottobre allo Zayed Sports City Stadium davanti a 25 mila persone. I 34 milioni di dollari di borsa complessiva ci indurrebbero a scommettere sul sì, ma per il momento ci accontentiamo della presenza sui media di due personaggi anni Ottanta come pochi altri. Tyson, che non sale sul ring dal novembre del 2006 (sconfitta con l'irlandese McBride, nel solito astuto incontro pro identificazione guardie-ladri), nel 1986 a 20 anni e 4 mesi diventò campione mondiale Wbc dei massimi battendo Trevor Berbick con un indimenticabile ko differito. Poi la versione Wba, battendo ai punti James 'Bonecrusher' Smith e quella Ibf sempre ai punti su Tony Tucker, più tanti altri episodi che tutti (o forse no, potremmo infliggere una Tyson Story) conoscono. Con una considerazione personale: l'inizio della fine non fu la sconfitta con Buster Douglas a Tokyo nel 1990, ma l'entrata nell'orbita di Don King di due anni prima, con conseguente allontanamento di uno dei pochi a non averlo mai truffato: Kevin Rooney, l'uomo che lo aveva guidato sul ring e come persona dopo la morte di Cus D'Amato, anche lui estremista del peak-a-boo (uno stile di boxe che porta a proteggere di più la faccia e alla ricerca del jab in uscita dallo scambio, considerando il lavoro al corpo solo preparatorio). In riviste anni Cinquanta abbiamo trovato filastrocche per memorizzare sotto pressione i pochi schemi: lì davvero c'è tutto Tyson...Holyfield è invece anni Ottanta non in relazione a Tyson (la prima sfida fra i due avvenne nel 1991) ma all'Olimpiade di Los Angeles: dove vinse un memorabile bronzo, memorabile perché da favorito fu squalificato da un arbitro jugoslavo in semifinale per avere colpito il neozelandese Barry a cronometro fermo. La curiosità è che in finale avrebbe dovuto affrontare Josipovic, jugoslavo anche lui...Preparati al diluvio di editoriali sulla malinconia di questa sfida e sulla bella boxe di una volta che adesso non c'è più (come le merendine e la tivù dei ragazzi), diciamo che invece siamo contenti almeno della prospettiva. E' bello che due ultraquarantenni siano lì, a battersi, sotto le luci. Fuori dal ring c'è poco, ed è difficilissimo da trovare.
stefano@indiscreto.it

Diritti dopo la morte

di Stefano Olivari
Il Mondiale è in vendita, così come Kakà, la Juventus, il gruppo Espresso-Repubblica ed in generale qualsiasi cosa abbia un prezzo (giornalisti compresi). C'è anche l'ormai classico acquirente arabo, nell'occasione il Qatar, che si è ufficialmente candidato per l'organizzazione del torneo 'vero' del 2018 o al limite del 2022. Concorrenti per il 2018 l'Inghilterra e due abbinate: Belgio-Olanda e Spagna-Portogallo. Il tutto in attesa della discesa in campo russa o cinese, per un futuro spaventoso non solo in senso calcistico. Con Sepp Blatter che ha quasi 73 anni e aspirazioni da faraone, volendo ipotecare il futuro anche dopo la sua dipartita: nel dicembre 2010 infatti per la prima volta saranno assegnate le organizzazioni di due edizioni del Mondiale, 2018 e 2022. Una porcheria assoluta, con una spiegazione molto materiale: la vendita super-anticipata dei diritti televisivi, vera specialità della casa (con le vette toccate dalla mitica ISL, in occasione delle edizioni 2002 e 2006), permette di scontare in anticipo i diritti stessi e di spendere l'impossibile, fra Goal Project e gettoni di presenza nelle mille commissioni, sistemando oltretutto anche i bilanci. Siamo bravi nell'autoflagellazione, ma l'Italia calcistica non ha il monopolio del cialtronismo: non a caso il tribunale competente per qualsiasi questione inerente la FIFA è quello di Zurigo, un po' come se Aceto potesse essere giudicato solo a Siena o Al Bano a Cellino San Marco: accuse sempre cadute, come quelle per il crack di inizio millennio. La parte più bella dello sport più popolare del mondo è in mano ad una persona eletta ma di fatto con poteri dittatoriali, oltretutto giudicabile solo a casa sua. E di cui parliamo anche malvolentieri, perché troviamo vile criticare lo straniero che non querela e magari elogiare Abete. Però, più concretamente, se non riusciamo ad avere il tempo effettivo ed uno straccio di supporto tecnologico all'arbitro almeno per le situazioni di posizione la colpa non è di Abete ma di chi esalta in chiave di marketing e di potere la figura di Bakhramov.
stefano@indiscreto.it

Fratelli di Kalmar

di Alec Cordolcini
Questa settimana pensieri in ordine sparso sulla tratta Eindhoven-Stoccolma, e ritorno.
1. Per una società calcistica olandese la Categoria 1 significa l’anticamera dell’inferno. Che sarebbe poi il fallimento. Nella suddetta categoria vengono inseriti i club che presentano bilanci non in regola. Tre anni consecutivi in Categoria 1 comportano la revoca, da parte di un’apposita commissione della Federcalcio oranje, della licenza per partecipare a campionati professionistici. Quest’anno l’Fc Eindhoven, lo storico club cittadino fondato nel 1909 (il Psv arriverà solo quattro anni dopo e, come noto, nascerà come squadra aziendale), festeggia il suo centenario, e con tutta probabilità lo farà da società dilettante. La sentenza di revoca della licenza è infatti stata emessa da pochi giorni. I libri contabili adesso sono in ordine, grazie anche all’intervento del Comune di Eindhoven che ha contribuito alle spese per i riflettori del Jan Louwers Stadion e al Psv che ha cancellato il debito contratto dall’Fc riguardante il prestito di alcuni giocatori (Ten Rouwelaar, Bakkal, Tim Janssen, De Roover e Stojanovic); peccato però che la commissione sia chiamata a valutare i bilanci dell’ultimo triennio senza contemplare la gestione attuale. Un dettaglio quest’ultimo che alimenta ancora una piccola speranza tra il popolo dei lightblauw-wit (biancoazzurri), compatto attorno al presidente Ed Creemers nel ricorso presentato contro la decisione della commissione. E’ quindi cominciata una corsa contro il tempo per evitare la scomparsa di un piccolo pezzo di storia del calcio olandese. Ultimo campione d’Olanda (nel 1954) prima dell’introduzione del professionismo, l’Fc Eindhoven (noto ai tempi come Evv) manca dalla Eredivisie ormai dal lontano 1977. Niente più Lichtstad derby (derby della città della luce) da allora, se si eccettua un quarto di finale della Coppa d’Olanda 98/99 terminato con un sonoro 5-0 raccolto a domicilio. Eppure quel giorno il Jan Louwers Stadion fece registrare un’affluenza di 22mila persone, ovvero quasi venti volte tanto la media stagionale raccolta dall’Fc nell’ultimo triste decennio, trascorso perlopiù nei bassifondi della serie cadetta olandese. Perché tifare Psv ad Eindhoven è come tifare Juventus a Como. Si sceglie il blasone, non l’appartenenza.
2. A proposito di Psv, tramontata definitivamente l’ipotesi del quinto titolo consecutivo, si lavora già per la prossima stagione. Il primo acquisto, già sbarcato al Philips Stadion, è l’attaccante svedese Ola Toivonen, uno dei nomi “caldi” della nuova generazione di Svezia. Fino allo scorso anno il 22enne Toivonen si divideva i consensi degli addetti ai lavori e i cuori delle ragazzine svedesi con Albin Ekdal, altro bello e possibile proveniente dal paese di Re Carlo XIV Gustavo. Più glamour Ekdal, scuola Brommapojkarna (piccolo club della periferia di Stoccolma), più ruvido Toivonen, prodotto di casa Malmö, squadra tanto incapace nel tornare ai fasti di un tempo quanto brava nel proporre attaccanti di spessore internazionale (senza scomodare il solito Ibrahimovic, categoria semi-fuoriclasse, citiamo Markus Rosenberg e Afonso Alves). Adesso è arrivato il momento di maturare sul serio: Ekdal alla Juventus, Toivonen al Psv. Con la speranza per quest’ultimo di ripetere anche solo in parte le prodezze del più famoso svedese transitato per Eindhoven e dintorni, Ralf Edström (di cui Toivonen è pure concittadino, essendo entrambi nati a Degerfors), reti a raffica a cavallo tra il '73 e il '77. Tra Eredivisie e Svezia però il feeling è sempre stato alto, e l’Allsvenskan continua a rappresentare uno dei terreni di caccia preferiti di molti club oranje. Ad esempio il Groningen, che dopo l’affare-Berg (tutt’oggi con i biancoverdi solamente perché nell’Ajax, dopo la partenza di Huntelaar, è esploso l’argentino Cvitanich) ha colpito nuovamente nel segno con il guerriero di centrocampo Petter Andersson; oppure l’Heerenveen, rinforzatosi a gennaio con Viktor Elm e Patrick Ingelsten, ovvero i due principali artefici del miracolo Kalmar. Una storia di calcio “minore” che merita di essere accennata.
3. Dopo lo Stabæk in Norvegia e l’Inter Turku in Finlandia, ecco il Kalmar in Svezia. Il 2008 nel Nord Europa è stato sinonimo di novità. Squadre di scarsa tradizione calcistica e dalla bacheca pressoché vuota capaci di imporsi con merito sulle big più conosciute e blasonate. E’ successo al Kalmar, club dell’omonima città della Svezia meridionale famosa per gli splendidi castelli medievali nelle vicinanze, oltre che per i cantieri navali e le officine ferroviarie. Dal 1924 a oggi il Kalmar Fotbollsförening aveva collezionato solo 21 campionati nella massima divisione svedese, dove vi è ritornato in pianta stabile nel 2001 dopo essere arrivato, negli anni Ottanta, fin sulla soglia della quarta serie. Guidato dal 2002 da Nanne Bergstrand, il club si è reso protagonista di un lento ma costante processo di consolidamento ai vertici del calcio svedese. Terzo posto nel 2005, secondo nel 2007, anno in cui è stata vinta la Coppa di Svezia (la terza nella storia della società), primo nel 2008, con il double sfuggito nei tempi supplementari della finale per mano dell’IFK Göteborg. La fisicità svedese unita alla fantasia brasiliana. Schematizzando in maniera un po’ grossolana, potrebbe essere questa una buona descrizione della filosofia alla base del successo del club, ovvero un telaio di prodotti locali, spesso provenienti dal proprio vivaio, nel quale vengono innestati giocatori provenienti dallo sterminato bacino calcistico verdeoro. Ecco quindi transitare con successo, nel corso degli anni, Ari da Silva (oggi all’Az Alkmaar), Dedè Anderson (Aalesund) e Cesar Santìn (passato la scorsa estate al Køpenaghen).
4. Il Kalmar campione però è innanzitutto una band of brothers, con tre fratelli tutti militanti in prima squadra. Si tratta della famiglia Elm, con David (classe 1983), Viktor (1985) e Rasmus (1988). Il maggiore è anche il meno talentuoso; Viktor ha attirato sulle tribune del Fredriksskans numerosi osservatori, intrigati dalla sua capacità di muoversi a cavallo tra centrocampo e attacco, dall’imperioso stacco di testa e dalle buone capacità balistiche (in Olanda si è presentato con una doppietta al Feyenoord in coppa); Rasmus infine si è proposto come sgusciante esterno destro dalla spiccata propensione per l’ultimo passaggio (miglior assistman del campionato) e dalle rimesse laterali mortifere (in pratica sono dei corner battuti con le mani). Oltre agli Elm si è messo in evidenza Patrick Ingelsten, ala part-time nell’Halmstad, bomber a tempo pieno con il Kalmar e fresco vincitore della classifica marcatori dell’Allsvenskan. “Bastava farlo giocare nella sua posizione giusta” è stato il commento del tecnico Bergstrand.
5. Il prezzo da pagare per questo meritato successo sono state le numerose partenze, da Elm II a Ingelsten, da Santìn al francese Sorin, con il giovane Elm III tentato dalle sirene inglesi del Fulham. Squadra quindi per metà smantellata, ma non era possibile fare altrimenti. Nella provincia dell’impero se non si agisce in questo modo si rischia la fine dell’Fc Eindhoven.
Alec Cordolcini
wovenhand@libero.it
(in esclusiva per Indiscreto)

La prima volta da favorito

di Marco Lombardo
Andy Murray ha capito cosa vuol dire essere favorito. L'ha capito lasciando un campo da tennis testa china e borsone sulle spalle, mentre il suo avversario - lo spagnolo - salutava la folla con la sorpresa negli occhi. «Vamos Fernando» gridava la folla degli Australian Open, per festeggiare la prima vera sorpresa del torneo, considerando che se le cose fossero andate come da pronostico ci sarebbe stato invece il record: le prime otto teste di serie nei quarti di finale. Invece non è così, grazie a Verdasco o forse grazie a Murray che si è perso per la strada del match sotto il peso dei giudizi da favorito. «Ma per me non è un disastro - ha detto alla fine -: io gioco nello stesso modo sia quando devo vincere per forza sia quando sono sfavorito. Ci sono giorni in cui devi dire bravo al tuo avversario e basta». Sarà così, però finora Fernando Verdasco aveva fatto parlare di sè principalmente per il suo fidanzamento con la reginetta serba Ana Ivanovic, legame rotto proprio alla vigilia degli Australian Open di comune accordo per potersi concentrare meglio sul tennis. A lei è andata male, a lui molto meglio. Mentre Murray, che nei tornei di antipasto degli Open aveva battuto sia Nadal che Federer (due volte), ora medita sulla dura vita da favorito, dopo un'esistenza di rincorsa passata pure per la strage di Dunblane, quella della sua scuola: lui quel giorno c'era e si salvò per miracolo. Non si è salvato invece dalle accelerazioni di Verdasco e ora ripete convinto: «Ci saranno altri Slam nella mia vita: non so se sarò sempre favorito, ma so che posso vincerne almeno uno». Per carità, la vita -anche tennistica - è lunga. Eppure Roger Federer, che di queste cose se ne intende, l'aveva avvertito alla vigilia del torneo: «Non so perché tutti dicano che Murray è il favorito. Vincere un torneo è una cosa, vincere uno Slam con tutti gli occhi addosso è un'altra. Nadal e io sappiamo come si fa. Lui ancora no». Come dargli torto, ora?
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Il Giornale.it)

Acero saccarino

di Oscar Eleni
Oscar Eleni in un letto sistemato da nessuna parte, come hanno ordinato quelli che ci hanno messo al collo la pietra della “vecchia scuola”, i fenomeni che festeggiano quando il ragazzino americano dice troiadas variadas, quando si valuta una squadra in base ai prezzi e non in base ai famosi maroni che si vedevano meglio ai tempi del pantaloncino Schull, quando si fa finta di non vedere che la scelta Armani di avere Pozzecco come luce per un settore giovanile quasi da rifondare non vuol dire nascondere al genio che ci sono cose importanti da fare e da imparare per evitare che il solito fesso dica che hanno portato Dracula all’Avis, come se il nostro Gianmarco non sapesse che per lui è il tempo di nuove mele e non di vecchie birre. Un letto sotto l’acero saccarino che sembra più bello di quello dalla gemma rossa per dare respiro a polmoni intasati da troppo fumo, appesantiti da troppo alcool, esauriti da troppi respiri profondi per sopportare di tutto e di più adesso che ci sentiamo così lontani, mentre vorremmo essere così vicini.
Pensieri in libertà.
A Piero Bucchi che corre in Europa, che mette in squadra un'altra guardia, nel caso Price, il sogno di Voltaire: Tutti i generi di squadra vanno bene, tranne il genere noioso.
Per Matteo Boniciolli che doveva chiedersi, molto prima di iniziare la politica del sorriso, cosa poteva esserci di vero dentro una squadra capace di tradire uno indifeso come Pasquali, vorremmo un intervento con scimitarra di Tanjevic per salvarlo dagli attacchi feroci di chi colpisce tanto per nascondere le colpe di chi ha scambiato persino Arnold per un giocatore integro e vero: L’invidia è come una palla di gomma che più la spingi sotto più ritorna a galla.
A Simone Pianigiani che continua imbattuto: L’arte di guidare la gente è magia liberata dalla menzogna di dover dire sempre la verità.
Al ragazzo Jennings, croce e delizia, più croce che delizia, che viene smascherato persino dalla Gazza degli orgasmi che, per una volta, si è accorta delle bufale dei pifferai, vorremmo ricordare che l’arte della smentita è stata inventata qui dopo aver tirato il sasso. Ha sputtanato chi lo ha persino pagato per imparare a giocare, a governare il suo talento che sembra alto, ma dipende dai collegamenti fra corpo e cervello: quale cuore di giocatore può disprezzare l’oro, a quale gatto non piace il pesce?
Agli allenatori che si lasciano dominare dalle manie dei giocatori, ai giocatori che vogliono essere al centro dell’attenzione fregandosene della squadra, a quelli che hanno sempre un colpevole da far divorare dalla folla: non abbattete mai una palizzata prima di conoscere le ragioni per cui è stata costruita.
A Boniciolli, a Sacripanti, a Meneghin, a Pozzecco, a Pancotto, a Renzi, a Proli più che a Zanca, a Pianigiani, a Frates, a Bodiroga e persino a Gentile un pensiero di Arturo Graf: Se pretendete e vi sforzate di piacere a tutti, finirà che non piacerete a nessuno.
Sosta di ristoro. Volete sapere da dove vengono le citazioni? Fumetti, enigmistica, roba da malati. Delusi? Pazienza.
Per i tifosi che lasciano le curve, che tentano di avere un dialogo dopo aver concesso tutto ricordiamo che l’amore non è cieco, è soltanto presbite. Infatti comincia vedere i difetti via via che si allontana.
Agli allenatori in crisi basta che non la facciano leggere ai loro giocatori in crisi: l’uomo più forte è quello resiste di più da solo.
Datemi un’aspirina, sì, certo è tempo di pagelle nella speranza che le valanghe a Cortina non abbiano soffocato Claudio Pea al punto da dimenticarsi che deve lavorare anche sul suo sito da grande dannato.
10 Ad ATRIPALDI, a Biella, a Bechi, a Baiesi perché la partita di addio, insomma quella che potrebbe essere l’ultima nel vecchio palazzo, anche se forse con Avellino sarà ancora vecchia arena, è stata giocata benissimo, perché abbiamo visto una squadra, una società, abbiamo capito tante cose persino l’insistenza su uno come Gaines.
9 A Giorgio VALLI per la resistenza sulla barricata di Ferrara dove lo ha protetto in tutte le maniere Sandro Crovetti che ha fatto di questa società il grande capolavoro anche con mezzi limitati. Battersi per ridare spinta al progetto, agli uomini, tutti uniti e questo il ragionier Filini deve saperlo.
8 Al poeta JAABER perché lui sa chi lo aveva scelto come uomo base, perché vive il professionismo senza dimenticare che intorno a lui esiste la vita, una città quasi eterna, la sua gente. Scoprire la vita degli altri, ecco il compito per gli stranieri scontenti, per i loro agenti, per le loro mamme.
7 A Nando GENTILE, voto in linea con le vittorie nel campionato da quando ha “dovuto” prendere il posto di Repesa. Ha dentro qualcosa di speciale, ma non dimentichi mai che fra un mese invidieranno anche lui e allora comincerà il difficile.
6 A Zare MARKOVSKI che si avvicina minaccioso al banco dei testimoni per raccontare la sua verità di oggi con questa Avellino che ci regalerà un Crosariol da mischia europea anche se non piace ai tecnici di azzurra e ai proprietari che hanno avuto a che fare con questo timidone travestito da bullo, le verità di ieri, prima sulla Virtus e poi sull’Armani. Attenti a questo lupo, sembra gentile, ma ha denti forti.
5 A Matteo BONICIOLLI per non aver capito che tipo di squadra avrebbe dovuto cambiare. Guai all’allenatore che vede oltre il suo naso, che tratta male giocatori protetti da agenti importanti, sostenuti da chi ama farsi sostenere fuori dalle righe. Doveva essere umile, deve ritrovare la miniera non la vetrina e Zorzi gli dia una mano.
4 Al genietto VITALI che cambia troppo spesso umore, che dice di non soffrire il fischio della platea, che pattina sul un lago gelato ma dalla crosta non consolidata. Si faccia una ragione della sua fortuna: hanno puntato su di lui per costruire la nuova Olimpia sulle macerie della Regina Bianca. Deve crederci ogni partita e in ogni allenamento.
3 A Giannetto ZAPPI, unico candidato federale per gli allenatori pro, a Palombarini, Persichelli e Ragazzi, unici candidati per la categoria giocatori non professionisti perché ci sarebbe piaciuto se avessero avuto degli ostacoli come potrebbe averli il Giancarlo Solvetti, unico candidato fra i consiglieri per cui Meneghin deve battersi senza rischio di trappole. Loro ci diranno che nelle primarie sono stati prescelti ed hanno già lottato, ma a noi piacerebbe lo stesso vederli fremere, facendoci conoscere i motivi per cui si sentono adatti alla carica.
2 A Romeo SACCHETTI per aver scoperto che Forte, chissà perché gli mettono un accento sulla e, non è un tipo di cui fidarsi quando promette di essere leone. La categoria è già piena e adesso vorrebbero farci sapere che Allan Ray è uno di questi. Felicissimi di aver sbagliato giudizio, ma a Boston non l’hanno mai pensata in questo modo e avrebbero voluto dirlo a Roma se fossero stati interpellati.
1 Alla RISSA verbale di Caserta, roba all’italiana con troppi che dicevano tienimi altrimenti faccio una strage, perché avremmo voluto goderci la panoramica SKY della palestra ausiliaria del Pala Maggiò che porta agli spogliatoi ricordando i giorni in cui venne costruita, ricordando gli uomini che hanno camminato su quel legno meraviglioso, dal grande sognatore presidente, al grande sognatore allenatore, al grande manager, ai grandi giocatori, ricordare Maggiò, Tanjevic, Sarti, Oscar e anche Gentile che, per fortuna, era fuori campo.
0 A SKY che ha fatto un mricragnoso sconto stress alla stampa scritta accettando di trasmettere le partite di eurolega italiane alle 20.45 invece che alle 21. Ultimo regalo prima del divorzio? Ma è un regalo vero? Non si poteva fare qualcosa di meglio? Non diteci che avere il Sei Nazioni di rugby vuoterà le vostre casse per cui….Ragazzi non scherziamo, a noi vanno bene le vostre dirette, sull’audio ci si mette d’accordo e poi non è obbligatorio andare dietro la lavagna di Tranquillo, a noi va bene tutto anche se restiamo sempre un po’ confusi davanti alla programmazione perché la concomitanza di partite si potrebbe forse evitare studiando il calendario con l’ULEB. O no? Non diteci di no, offendereste il a malato che è rimasto in noi sotto l’acero saccarino.
Oscar Eleni

Il Saint Etienne nella memoria collettiva

di Stefano Olivari
Chiunque può dire la sua sul calcio, non andando molto lontano dalla competenza di un addetto ai lavori: fortuna e condanna di un gioco ipnotico nella sua bruttezza e capacità di ispirare collegamenti anche in menti ottuse. Però non riusciamo ad abituarci al fatto che al cinema i riferimenti temporali al calcio, che fanno tanto generazionale, siano tirati via senza nemmeno un controllo su un qualsiasi annuario. Anche una delle migliori opere viste di recente, 'Stella' (sulla carta il solito film francese sulle difficoltà di integrazione e sull'incomunicabilità, in realtà commovente inno alla necessità del'interclassismo) di Sylvie Verheyde, presentata nell'ultimo Venezia, cade in questo tipo di sciatteria. Il film è ambientato nel 1977, con corretti riferimenti alla moda ed anche alle canzoni ('Ti amo' di Umberto Tozzi, in Francia un vero culto, è proprio di quell'anno: fra l'altro vinse anche per distacco il Festivalbar), ma quando si va sul calcio il citazionismo tradisce: credibili gli avventori che nel bar parigino di periferia tifano per il Saint Etienne contro il Bayern Monaco nella finale di Coppa Campioni, perchè davvero il Saint Etienne di Robert Herbin era amato in tutto il paese, ma peccato che quella storica finale fosse stata giocata nel 1976. Un po' come il colpo di testa brasiliano parato sulla linea da Zoff all'ultimo minuto: Paulo Isidoro, Cerezo, Oscar, Junior, ad ogni rievocazione 'storica' del 1982 il nome del colpitore cambia (risposta esatta: Oscar). Forse l'imprecisione è il prezzo da pagare per entrare nella memoria collettiva.

Mai fatta una malattia

di Stefano Olivari
''Degli errori arbitrali non abbiamo mai fatto una malattia''. Attacco dell'editoriale di prima pagina non dell'Herald Tribune, ma di Tuttosport di ieri a firma Paolo De Paola. Finalmente una battaglia per l'etica sportiva? No, semplicemente un fallo da rigore di Mellberg su Jovetic ed un gol ingiustamente annullato a Gilardino in Juve-Fiorentina. Errori normali che non meritano tanti commenti, a meno di pensare che Collina sia corrotto (allora bisogna avere le palle di scriverlo) e non dipendente dal livello medio degli arbitri a sua disposizione. Ma il target di Tuttosport è fondamentalmente lo juventino, in attesa che Moggi-Foschi rifondi il Toro. Altra musica sulla Nazione, o per meglio dire sul QS, dove Xavier Jacobelli chiede la cacciata di Collina ricordando come la Fiorentina sia stata penalizzata da '10 errori macroscopici' e che ci sia un accanimento contro i Della Valle: non conserviamo gli arretrati, magari per la furbata di Palermo di Gilardino il QS avrà scritto un articolo di segno opposto. L'attacco dell'editoriale della Marrone ci ha colpito perché Tuttosport oltre che di calciomercato parla solo di errori arbitrali a favore delle concorrenti della Juventus, Inter ovviamente in testa. Che sui 'suoi' giornali ovviamente vince senza rubare nulla: secondo voi Corriere e Gazzetta hanno parlato giovedì di qualificazione alle semifinali di Coppa Italia dovuta ad un gol in fuorigioco? Sì, ma solo per i lettori muniti di microscopio. Per non parlare del tono generale, con l'allenatore di turno catalizzatore di tutte le antipatie e Moratti che gioca a fare il padre nobile. Sorvolando sull'universo Milan, dove i discorsi sono piuttosto scontati (un dipendente che parla male del padrone non può esistere: non vedrete mai Berlusconi attaccato sul Giornale, così come Montezemolo sulla Stampa), rimaniamo ammirati anche dalla stampa romana: con il Corriere dello Sport costretto a parlare del fuorigioco di Mexes solo perchè l'errore ha danneggiato il Napoli (legge del bacino d'utenza) ed altri fogli oltre i confini della decenza: in alcuni casi aspiranti mantenuti di Stato grazie al solito trucchetto. Cosa vogliamo dire? Che il 'fatta salva la buona fede degli arbitri' è una formula idiota, viste anche le esperienze del recente passato, ma anche che discutere dei singoli errori è un'idiozia: il Celi di ieri sera è stato crocifisso sia dall'Inter che dalla Sampdoria. La questione diventa interessante solo quando c'è un disegno. Collina è l'uomo del Milan, come si sente dire da vari addetti ai lavori (quasi tutti screditati) da metà estate? Collina è l'uomo dell'Inter, come di fatto insinuano i media che non hanno base a Milano? Collina è l'uomo dei poteri forti, che blandisce le piccole, 'killera' le medie e lavora per le quattro grandi in Champions per l'eternità, come qualche plurisqualificato dirigente ovviamente delle medie va dicendo da mesi? Se c'è il disegno bisogna scriverlo, se non c'è bisogna chiedere scusa all'intelligenza dei lettori. Ammesso che ci sia, perché per noi (avvertenza: siamo di parte, facendo parte della seconda categoria) il cliente è molto peggio della prostituta.
stefano@indiscreto.it

Pazza lucidità

di Oscar Eleni
Diceva il poeta Casimiro che i pazzi sono straordinari nei loro momenti di lucidità. Lo abbiamo preso in parola perché vista da Cantù potrebbe andare bene; perché vista dalla stanza dei bottoni dove si siederà Dino Meneghin, candidato unico alla presidenza federale, potrebbe diventare la nuova parola d’ordine da qui alle qualificazioni di Azzurra per l’Europeo; perché ascoltando trasmissioni radio dove qualcuno ipotizza che le società, come appare dai bilanci chiusi a fine giugno, se non cambieranno modo di gestire finiranno sul lastrico, lasciando a sei, sette club la possibilità di andare avanti, servirebbe proprio essere lucidi dopo essere stati tanto folli; perché fa malissimo sentire parlare del tetto dei salari senza crederci, ma è interessante che lo facciano gli agenti già pronti a farci sapere che la colpa del dissesto non è certo dei giocatori, soprattutto quelli italiani, ma è anche stimolante sapere che forse ci sarà un momento di lucidità generale mentre dall’America ci fanno spaventare annunciando che nel 2011 potrebbe esserci un’altra serrata dei proprietari non disponibili a trattare un nuovo contratto base con i loro artisti. I giocatori hanno colpe soltanto quando giocano male, non fanno progressi, buttano via l’estate, quando pretendono che ci siano bilanci diversi per le società che vanno in Europa e quelle che giocano in questo giardino, ma fanno bene a difendere la loro posizione perché tutti sappiamo bene che ci si affeziona di più a quelli che restano almeno due o tre anni, a quelli che capiscono dove stanno giocando rispetto ai “ragazzi difficili” che ovunque sbarcano promettono quello che non hanno mai mantenuto in vita loro.
Vedete bene che i poeti ci guidano dove vorremmo sempre andare, ci portano nella sala dei sorteggi di coppa Italia dove tutta la fatica della NGC sembra vanificata dall’accoppiamento con gli invincibili di Siena, gli stessi che proveranno a vincere la sedicesima partita consecutiva in campionato proprio contro Cantù. Serve lucida follia per non prendere paura, per non decidere subito di respirare profondo, facendo finta di avere l’occasione giusta di rivedere la preparazione pensando alle altre avversarie, quelle che, magari, sono abbordabili perché qualche peccato lo hanno già commesso, come del resto la squadra di Dalmonte che, da questa domenica alla trasferta di Teramo del primo marzo, avrà bisogno di riflettere più che di andare all’assalto per far arrabbiare la logica. Chi legge nei grandi numeri dice che un paio di volte all’anno anche Siena perde il suo orizzonte, le è capitato nelle ultime due edizioni della coppa Italia che doveva e poteva stravincere, ma vivere in questa illusione, pur sapendo che la NGC è stata forse più brava fuori casa che al Pianella, potrebbe fare del male. Adesso la prova generale, a metà febbraio la prova del nove. Certo che sembra una follia, ma se uno spera di essere lucido nel momento che conta perché non vivere almeno in questa illusione pensando però bene anche al resto, diciamo le partite in casa con Caserta e Udine, quelle fuori con Avellino e Teramo?
Passando ad altro sono in molti quelli che ci chiedono cosa pensiamo del nuovo governo federale che dovrà affiancare Dino Meneghin, sapendo che allenatori e associazione giocatori confermeranno i loro uomini che già sembravano insofferenti durante la gestione Maifredi, sapendo che forse la Lega di serie A troverà un accordo per entrare nella gestione visto che adesso tutti hanno voglia di pace, felici che super Dino abbia messo nella lista degli eleggibili, i consiglieri in rappresentanza delle società regionali, quel Giancarlo Salvetti che ha lavorato così bene a Varese dove per tanti anni è stato davvero un pilastro dell’attività di base. Ci sono 11 candidati per 9 posti, ci sono nomi abbastanza nuovi per sostituire il vecchio gruppo dirigente, ma non veniteci mai a dire che ci saranno problemi sulla candidatura dell’uomo che diventerà importante per aiutare Meneghin a districarsi nella selva oscura della vita federale in via Vitorchiano.
Saltando su un altro ramo, dopo aver letto del sogno di Valerio Bianchini, ironia al servizio dell’intelligenza, avviso ai naviganti che non potranno lasciare andare la barca senza remare e fare fatica, dobbiamo riconoscere che le cifre sui deficit dell’ultima stagione, Milano meno 5 milioni e mezzo di euro, Roma meno 4.7, Fortitudo Bologna meno 3.4, dovrebbero tenere in allarme il presidente designato sia in Federazione che in Lega, registrando con una certa apprensione che SKY ha fatto lo sforzo massimo per Olimpiadi, mondiali di calcio e, adesso, anche Sei Nazioni di rugby, mandando un messaggio chiaro a chi dovrà discutere il nuovo accordo con il basket di serie A, adesso che qualcuno bussa di nuovo alla porta della Rai sapendo bene che tutti noi ammalati del gioco siamo pronti a sopportare lavagne, opinionisti dell’eco, telecronache lecca lecca, ma non certo ad avere una programmazione nascosta su un canale dove se non stai attento finisci per addormentarti sul campionato di bocce, di tamburello, sulla gara di freccette.
Oscar Eleni

Briciole per Tremonti

Il luogo comune recita che in tempi di crisi economica i giochi e le scommesse vivano di solito un boom, partendo dal teorema che quando la gente ha meno soldi li impiega tutti per sognare il colpo grosso. E come al solito il luogo comune è fondato, perché secondo i dati dell'Aams (il cui logo è ben conosciuto da chi si vede oscurato l'accesso ai siti di exchange) nel 2008 questo settore è cresciuto del 12,7% raggiungendo oltre 47 miliardi di euro di giocate: praticamente il 2% del PIL. Restringendo il discorso alle scommesse sportive, quindi senza ippica, si registra invece un clamoroso aumento del 44,8% con 4.085 milioni di euro buttati su calcio e altre discipline. Situazione deludente per l'Erario, che dal gioco sportivo ricava 230 milioni di tasse all'anno: meno di quello che arriva dal Lotto (1565 milioni) ed addirittura dal Bingo. Sapendo di dare un aiuto relativo a Tremonti, ripartiamo dal due su tre di settimana scorsa che ci ha portato a meno 30,4 euro. Oggi pomeriggio eccellente il 2,00 della Reggina nello scontro diretto per la salvezza con il Chievo: i quotisti non hanno stranamente dato grande peso al fattore campo ed i volumi sono rimasti modesti (traduzione: il fatto che i reggini siano più numerosi dei tifosi del Chievo non ha abbassato la quota). Stasera non si può stare fermi con l'AZ dato 1,20 sul De Graafschap, mentre la terza puntata da 10 ce la teniamo per domani sul campionato greco: l'1,50 del Larissa sul modesto Panserraikos dovrebbe produrre soldi facili. Vincerà di sicuro l'Erario, ma non troppo.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Giornale di oggi)

Respiro olandese


Scrivere di calcio per i tifosi è mestiere facilissimo, scriverne per gli appassionati è invece quasi uno sport estremo: un campione di questa disciplina è Alec Cordolcini, non lo diciamo noi ma i lettori del Guerin Sportivo e di Indiscreto (quando si è preso una pausa, per i mille impegni, qualcuno ci ha riservato parole poco simpatiche). Non ribadiamo quindi il concetto, anche perché saremmo di parte e rischieremmo la classica recensione all'italiana: quella in cui il giornalista recensisce il libro dell'amico sperando in futuro che questi ricambi il favore per la sua 'opera'. Nessuno sbrodolamento: Cordolcini è esattamente l'Alec di Radio Olanda e di Calcio Totale, quindi a voi il giudizio.
Più concretamente veniamo al contenuto di 'La Rivoluzione dei Tulipani', da poco uscito per Bradipo Libri: la storia di un secolo di calcio olandese, attraverso le vite dei suoi protagonisti. Pim Mulier, fondatore nel 1879 della prima squadra d'Olanda e geniale organizzatore-evangelizzatore. Henri Denis, la prima vera stella: uno dei migliori difensori al mondo negli anni Venti, protagonista in tre Olimpiadi e ad Amsterdam 1928 lettore del giuramento olimpico. Il grande bomber Bep Bakhuys (in Olanda ancora oggi i gol di testa in tuffo vengono definiti gol alla Bakhuys), simbolo del passaggio dal dilettantismo ipocrita al professionismo. Kick Wilstra, il più forte di tutti anche perché personaggio di fantasia: fumetto popolarissimo, nato dalla sintesi delle caratteristiche di diversi campioni. Faas Wilkes, fenomenale dribblatore anche con la maglia dell'Inter di Lorenzi e Nyers. Il generale Rinus Michels, prima campione in campo e poi inventore del calcio totale e dell'idea che il mondo ha del calcio olandese. Coen Moulijn, una vita per il Feyenoord, con lui in campo prima squadra olandese a trionfare in Europa e nel mondo anticipando gli eterni rivali dell'Ajax. La personalità di Jan Jongbloed, l'immensità assoluta di Johan Cruijff, la durezza di Wim van Hanegem, l'unicità di tutta la generazione della Grande Olanda (Neeskens, Krol, Rep...), i campioni degli anni Ottanta dalle vette di Van Basten-Gullit-Rijkaard in giù, fino ad arrivare ai protagonisti dei giorni nostri.
Ogni capitolo una vita, a volte difficile ma sempre interessante, in pratica in ogni capitolo un romanzo. Con la statistica ridotta opportunamente al minimo e la Storia con la Esse maiuscola a fare da contorno alle storie. Impressiona rendersi conto di quante cose non sappiamo su personaggi di cui abbiamo parlato un milione di volte e di sicuro è un delitto leggere questo libro velocemente, come se la velocità di lettura ('si legge in un fiato' e tristezze del genere, pensando di fare un complimento) fosse un valore. Invece ogni capitolo soddisfa molte curiosità e ne fa nascere tante altre, che ci fanno sperare in prossimi libri dello stesso autore e capire perché molti di noi hanno tifato Olanda senza sapere bene perchè: tutti gli stati sono entità politiche e geografiche, ma sono pochissimi quelli che rappresentano un'Idea. La Rivoluzione dei Tulipani va letto lentamente perchè dentro c'è molto calcio ma soprattutto molta vita: cultura olandese, interiorizzata sul posto, ed il respiro ampio di chi guarda oltre l'orticello.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

La grande rinuncia


La memoria storica non esiste, tantomeno nel calcio dove giustamente conta solo il presente. E il Berlusconi intervistato dal QS ha ribadito il suo condivisibile pensiero di qualche anno fa, secondo cui l'uomo medio ha l'intelligenza, il senso critico ed i meccanismi mentali di un ragazzino di dodici anni. Oggi lo ha detto con altre parole, dicendosi felice per 'avere rinunciato' ai 120 milioni offerti dal Manchester City per Kakà, con tanto di esaltazione delle bandiere e ricordi rossoneri d'infanzia (interista, stando al suo ex giocatore nell'Edilnord Giovanni Ticozzi, e davvero milanista secondo quanto ci risulta: al di là del tentativo realmente fatto di comprare l'Inter da Fraizzoli, in due diversi momenti). Pensavamo avesse detto di no Kakà, soprattutto lo pensa Kakà, e che il Milan lo avesse già stravenduto con Adriano Galliani che diceva a tutti di avere in cassaforte l'offerta ufficiale degli inglesi. Con effetti comici, visto che lo schema del mercenario questa volta era stato applicato in maniera goffa e senza fare i conti con la volontà del presunto mercenario. Fra un omaggio al popolo bue e l'altro (ieri sera inspiegabile spottone del Tg5 su un'iniziativa benefica a Milanello, con protagonista ovviamente Kakà: sempre meglio di 'Gusto', comunque), adesso il nuovo nemico della casa è AS. Che non sarà credibile come la Gazzetta e Tuttosport ma che ogni giorno si 'inventa' una dichiarazione in direzione Real di qualcuno: Emerson, Ancelotti, oggi lo stesso figlio dell'ingegner Bosco. Che a leggere il pezzo di AS non dice poi proprio nulla, a parte che il Real è un grande club: la notizia, ma a ben vedere è una non notizia, è che sotto casa sia stato intercettato dall'inviato di un quotidiano spagnolo e non da quelli di uno italiano.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Amici o nemici di Buffon


Alcune reazioni agli articoli sulle parole che Mourinho avrebbe detto nello spogliatoio nel post-Bergamo sono illuminanti riguardo al meccanismo mentale che ormai si è impadronito di noi. In sintesi: tu dici o scrivi queste cose perchè sei 'amico di'. Laura Alari rivela un retroscena sull'Inter? Ovvio, è amica di Mancini. Carlo Pizzigoni fa un'osservazione di segno opposto? Ovvio, ha scritto un libro su Mourinho. Quello che faticosamente stiamo cercando di dire è che la buona fede c'è o non c'è, ma in nessun caso può essere certificata. Per la semplice ragione che il lavoro giornalistico, anche uscendo dal discorso marchette, è basato su un rapporto di scambio: 'Io ti passo delle informazioni per i tuoi lettori, ma come minimo tu non mi attacchi', nella migliore delle ipotesi. Poi la maggioranza dei cosiddetti cronisti fa copia & incolla con l'Ansa, oppure stenografa le dichiarazioni televisive (imbarazzanti le scene davanti ai televisori della sala stampa, un vero spot contro l'acquisto dei giornali), aggiunge un aggettivo alle veline degli uffici stampa: tutta gente che vive tranquilla, senza rischiare niente, che poi magari ti prende in giro perchè la grande società gli ha concesso un'intervista esclusiva su appuntamento e sul nulla. Caso personale, con nomi e cognomi. Molti anni fa abbiamo creato e gestito i contenuti del sito di Gigi Buffon, con interviste esclusive, foto, notizie, eccetera (le solite cose, niente di geniale), poi lui e la Puma si sono affidati ad altri e la storia è finita lì. Adesso noi pensiamo che Buffon sia il miglior portiere del mondo, sia tecnicamente che per la sicurezza che trasmette ai compagni di reparto: lo diciamo perchè grazie a lui abbiamo per anni guadagnato tanti soldi? Mettiamo invece che noi si preferisca Iker Casillas: campione dello stesso rango, la scelta può essere discussa ma non stiamo parlando di pianeti diversi. Diremmo così per livore, dopo aver perso un contratto importante? Conclusione: anche nel giornalismo l'onestà non può essere certificata (in questo senso illuminante lo scazzo Santoro-Annunziata di settimana sorsa), mentre con la disonestà esistono criteri più oggettivi.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

Calzettoni alla Sivori

di Dario Spagnoli
Al rientro in Italia, andammo ad abitare al nr. 251 di via Nonantolana, nella prima periferia di Modena. Il rione non era dei più signorili, ma si stava bene lo stesso; la mia casa era circondata da prati verdi che, per noi bambini, rappresentavano un grande sfogo, fornendoci innumerevoli occasioni di gioco. La stessa cosa oggi sarebbe impossibile, visto che tutto quel verde ha ceduto il posto ad enormi palazzoni. Ho cominciato a tirare i primi calci, come tutti i bambini, nel campetto dell’oratorio di don Sergio Mantovani, passato poi agli onori della cronaca per essere diventato il cappellano dei piloti di Formula 1. Parrocchia di Santa Caterina alla Crocetta, gran cuore proletario della Modena del tempo. Era circa la metà degli anni ‘60 e tutti i santi giorni chiunque avesse voluto trovarmi, poteva venire a cercarmi, senza possibilità di errore, in quel campetto.
La mia prima divisa da calciatore me la regalò mio fratello, avevo poco meno di 9 anni: si trattò, inevitabilmente, della divisa della Juventus, perché lui sapeva che io impazzivo per Sivori. Ero infatti diventato juventino giocando con Roberto e Paolo, due bambini più grandi di me, nel cortile di casa; tutti e due avevano la maglietta bianconera e quando facevano le partitelle uno diceva:
«Io sono Sivori», e l’altro rispondeva:
«Io sono Charles».
Io, inconsciamente propendendo per Roberto, cominciai ad avere una grande ammirazione per il fuoriclasse argentino, che mi rimase nel tempo. Cercavo di copiarne i gesti e le movenze, come i calzettoni portati alle caviglie. Naturalmente, crescendo capii benissimo che non avevo le caratteristiche e soprattutto la qualità del grande Omar. Io ero gracilino, a quel tempo, e avevo molta paura dell’avversario, specialmente quando era più grande di me.
All’età di 10 anni entrai a fare parte di una squadra vera, con tanto di maglia ufficiale, tuta e partite vere; eravamo senz’altro i più scarsi del girone, prendevamo sempre delle sonore legnate, ma per me andava bene lo stesso. La squadra si chiamava Messori, nome che fino allora non avevo mai sentito nominare ma che mi diventò incredibilmente familiare, pur non dicendomi nulla. La divisa era: maglia verde con ampia striscia bianca orizzontale all’altezza del petto, calzoncini bianchi, calzettoni a piacere. Il dirigente-allenatore-tuttofare si chiamava Remo Ricci, un gran simpaticone, un amico più che altro, anche se era abbondantemente più grande di me. Ci si vedeva ogni giorno perché, oltre a essere vicini di casa, si finì col frequentare, con l’andare del tempo, lo stesso ritrovo, il glorioso bar Bettolo.
Durante il periodo estivo, terminate le scuole, il nostro passatempo era quello di andare a fare il bagno alla piscina comunale, ma i soldi non abbondavano e allora si cercava di escogitare qualche sistema per raggranellare le 200 lire che ci avrebbero permesso l’ingresso in piscina. Andavamo alle montagne di polvere nera, scarti di lavorazione che le fonderie vicino casa accumulavano, e lì in mezzo c’erano i pezzi di scarto dell’acciaio, la ghisa che noi raccattavamo e rivendevamo al solito rigattiere. Partivamo al mattino e fino a mezzogiorno ci immerdavamo di nero fino alla punta dei capelli, e quando trovavamo un pezzo grosso per noi era come aver trovato una pepita d’oro. Poi facevamo l’inventario del “bottino”, la stima e, al pomeriggio, appena avuti i soldi, via in piscina fino a sera, immersi in vasca.
All’incrocio tra via Nonantolana e via Crocetta teneva bottega il mitico barbiere Pippo, un signore di mezza età che agli occhi di noi ragazzini sembrava già vecchio. Era un accanito sostenitore juventino e avevamo anche avuto, io e lui, uno scontro a carattere sportivo perché all’epoca io ce l’avevo con Edmondo Fabbri, allenatore della nazionale, che aveva deciso di escludere gli oriundi. E questo avrebbe significato per me non veder più Sivori con la maglia azzurra. Lui diceva che era giusto, io invece sostenevo il contrario. Pippo era uno di quei barbieri vecchia scuola che era venuto su dalla gavetta, senza frequentare alcuna di quelle scuole professionali di taglio e senza nessun tipo di aggiornamento, e così tutte le volte che andavamo a tagliarci i capelli, ci votavamo a qualche santo, nella speranza che potesse riuscire a farci un buon taglio. Gli dicevamo: «Pippo, mi raccomando, mi faccia un taglio alla moda». E lui ti rispondeva alla maniera canonica: «A gh peins me’: a fagh un lavursinen muderen. Isamma, ona cosa giosta!». E immancabilmente si usciva fuori con il solito taglio. Pippo aveva anche un’altra particolarità. Quando qualcuno gli parlava, aveva l’abitudine di sottolineare il discorso del suo interlocutore con un caratteristico: «Ostia, boun boun!». Cosicché, qualsiasi cosa tu gli dicevi lui ti rispondeva con quell’intercalare. Si verificavano dialoghi del tipo: «Pippo, ho comperato una bicicletta nuova che è uno spettacolo». E lui: «Ostia, boun boun!». Oppure: «Pippo, ieri sono stato a fare un giro in montagna». E lui, di rimando: «Ostia, boun boun!». Non so se sia una leggenda metropolitana o sia accaduto veramente, fatto sta che un giorno un amico entro nel suo salone e, salutando mestamente, gli riferisce di essere di ritorno dal funerale di un suo amico. E lui, senza scomporsi: «Ostia, boun boun!» (2-continua)
Dario Spagnoli
(per gentile concessione dell'autore, fonte: La mia Akragas - Quando i pali erano quadrati). Chi fosse interessato all'opera completa è pregato di contattare la casa editrice (Il Fiorino) o direttamente l'autore:
dariospagnoli@libero.it.

Come un'azienda


I meno giovani fra i lettori di Indiscreto possono ricordare l'epoca in cui sui media dilagavano studiosi simil-yuppie che ci spiegavano che 'il calcio va gestito come un'azienda'. Poi le aziende del cui collegio dei sindaci questi professori marchettari facevano parte sono fallite (spesso in maniera fraudolenta) o sono state inglobate in realtà più grosse, così il pendolo della storia da qualche anno va nella direzione cialtrona opposta: le aziende vanno gestite come una squadra di calcio. Meglio per i volti noti, che alla Kissinger possono campare di conferenze basate sul nulla, senza più l'ansia dei risultati. Lippi ci ha vissuto due anni, fra un 'normale intercalare toscano' e l'altro. E lunedì prossimo all'università di Parma Arrigo Sacchi sarà la stella di un incontro all'insegna della concretezza, dal titolo 'Spettacolo e strategia per vincere nello sport. L'esempio calcio'. Incontro che serve in sostanza per lanciare la prima edizione del Master in Organizzazione dello Sport e dello Spettacolo Sportivo (Moss: da non confondere con il più noto Ronn, il Ridge di Beautiful). Grande allenatore, anche per gli antipatizzanti, ma che credibilità ha Sacchi come organizzatore e dirigente? Magari parlerà ai futuri studenti delle parentesi in un Parma con l'acqua alla gola, dove non poteva incidere e dove in ogni caso si occupava solo dell'area tecnica, ed in un Real che lo cacciò dopo pochi mesi. Poi fra i membri del comitato scientifico del Moss oltre a dirigenti veri (Pancalli su tutti) ci sono anche Dario Fo e Max Rosolino, quindi alla fine Sacchi ci sta tutto. Iniziative come queste stanno fiorendo in tutta Italia con marchi accademici meno prestigiosi di quello di Parma, un po' come quella scuola per telecronisti reclamizzata dal barbiere con un famoso faccione Mediaset: qualcuno ci crede, qualcuno no. Come con lo spamming, qualcosa resta attaccato sempre.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it