Le formazioni di Ammo Baba

di Stefano Olivari
Merita di essere ricordato Emmanuel Baba Dawud, morto qualche giorno fa in Iraq all'età di 75 anni. Merita di essere ricordato prima di tutto perchè si tratta dello sportivo più conosciuto in Iraq e poi perché è stato commissario tecnico della nazionale di calcio irachena negli anni di Saddam Hussein. Di sicuro era più noto nel mondo come Ammo Baba, in ogni caso caso ha giocato (suo il primo gol internazionale della squadra, nel 1957 al Marocco) ed allenato in ogni selezione nazionale: quella militare, quella olimpica (a Seul 1988 avversaria anche dell'Italia di Francesco Rocca: vinsero gli azzurri con gol di Rizzitelli e Mauro) e quella 'vera', che poi spesso coincidevano. Era lui il c.t. quando a capo del Comitato Olimpico locale c'era Uday Hussein, figlio di, nettamente il peggiore di tutta la corte. Uday che faceva la formazione, senza bisogno di mediazioni. Solo che quando si perdeva i problemi erano di Baba, più volte arrestato per motivi sportivi. E ai giocatori andava peggio: picchiati da vari sgherri di Uday, frustati e a volte costretti ad allenarsi con palloni di cemento. Come allenatore è stato più vicino ai nostri tempi, mentre come attaccante è nella sua terra puro mito: nato in una base irachena della RAF (proprio l'aviazione militare britannica) e cresciuto calcisticamente nella squadra dei dipendenti della RAF, Baba sognò tanta Inghilterra e segnò così tanti gol da farsi conoscere in Europa anche in quell'era paleo-televisiva. Nel 1958 il Notts County gli offrì un contratto, e qui ci sarebbe da aprire parentesi su ogni cosa: quel Notts County, all'epoca in seconda divisione, era infatti allenato da Frank Hill. Ex Royal Air Force durante la guerra, ex allenatore della militare irachena, ma soprattutto centrocampista dello storico Arsenal di Chapman negli anni Trenta. Comunque, in stile calciomercato all'italiana, mancava solo la firma. Solo che un colpo di stato ributtò l'Iraq nel caos e la federazione gli impedì di espatriare. Grande attaccante e buon allenatore (in sette diverse epoche guida della sua nazionale), aveva chiesto di essere seppellito nello stadio Al Shaab (traduzione: il popolo) di Baghdad: accontentato. Gli ha reso onore anche l'attuale c.t., Bora Milutinovic.

Uno credibile

La logica becera della bacheca è resa ridicola proprio da uno che potrebbe camparci, come Guus Hiddink, che ha appena lasciato il Chelsea ad Ancelotti vincendo una FA Cup. Niente di storico nel battere a Wembley un Everton senza sceicchi, per cui l'anno prossimo ripetere il quinto posto in Premier League sarebbe un sogno, molto nel riuscire a lasciare una traccia non solo in terreni vergini come potevano essere la Corea del Sud o l'Australia della situazione, ma anche in realtà popolate da professionisti che le hanno viste tutte. Quelli che a metà febbraio erano campioni, ex campioni e onesti gregari allo sbando (e venivano dalla gestione Scolari, non da quella di un passante) hanno iniziato a giocare come una squadra, adattandosi alle idee del momento del c.t. della Russia: tanti moduli cambiati ma con la costante di tirare fuori il meglio da ogni singolo. Per dire, oggi se l'è giocata con un 4-3-3 semianarchico, con Anelka che partiva da destra per andare dove voleva, ma la migliore partita dei suoi tre mesi (secondo noi, come del resto tutto) insieme al ritorno con il Barcellona se l'è giocata ad Anfield Road in Champions League con Drogba unica punta davanti a Kalou, Lampard e Malouda, con il purtroppo declinante Ballack eroico mediano insieme ad Essien. Sulla lavagna sanno disegnare tutti, il raccomandato Gea dai dieci esoneri o il più asino di Coverciano ne sanno tatticamente come Hiddink: la differenza è l'essere credibili e capire cosa ti può dare di diverso Aloisi rispetto a Drogba. .

L'apprendista Gourcuff

Per quale ragione il Bordeaux quasi (stasera vedremo) campione di Francia non avrebbe dovuto esercitare l'opzione per l'acquisto di Yoann Gourcuff, miglior giocatore dell'ultima Ligue 1? Per nessuna, anche se pur di non coprire di ridicolo Galliani per il clamoroso errore (in fondo l'anno scorso i campioni futuribili del Milan erano due, Pato e Gourcuff, non venti) penosi esperti di mercato hanno per mesi affermato il falso dicendo che il futuro del giocatore era nelle mani del Milan (invece l'accordo era preciso, con tanto di 15 milioni già fissati per la trasformazione del prestito in acquisto) e soprattutto che la volontà di Gourcuff sarebbe stata quella di non firmare per i Girondins. Insomma, il solito campione che sogna l'Italia e il Milan: invece oltre che il bilancio rossonero (al Rennes era stato pagato circa 3 milioni, la differenza vale un anno lordo di Shevchenko) ha vinto Laurent Blanc. Infatti il figlio del severo Christian (alla sua terza incarnazione come allenatore del Lorient, quella in corso dura dal 2003) ha messo il segno su un contratto di quattro anni. Ringraziando, non senza ironia, il Milan ''per l'apprendistato di alto livello che mi ha consentito di fare''.

Non gli è piaciuto contro Klose

Essere criptici è una colpa, visto che detestiamo il giornalismo per addetti ai lavori. E' vero che a volte non si possono fare i nomi, a causa della querelomania imperante (e noi non abbiamo nessuno alle spalle per le spese legali), ma non era il caso del ragionamento fatto sulla mancata convocazione di Andrea Barzagli reduce da una stagione da protagonista in Germania. Non era il caso perché è tutto agli atti, come si dice. A curare gli interessi di Barzagli insieme al figlio Claudio è infatti Andrea Orlandini, diventato bersaglio di Moggi a causa di Emiliano Viviano. Ai tempi portiere del Brescia (anche adesso, per la verità: solo che a gennaio l'Inter ne ha comprato la metà) nel mirino della Juve moggiana: niente di male. Qualcosa di male invece nella minacciosa telefonata di Moggi, raccontata in aula: ''Luciano mi telefonò e mi disse: Io a tuo figlio Claudio gli stronco la carriera, lui è agli inizi, digli di stare attento''. Ovviamente anche Claudio Orlandini è un procuratore, secondo la bella tradizione italiana (il figlio del dentista che fa il dentista, eccetera), e questa circa sei mesi fa è stata la sua versione dei fatti: ''Il padre di Viviano mi disse che il segretario di Innocenzo Mazzini, ex vicepresidente Figc, gli aveva detto di presentarsi all' incontro con i dirigenti della Juve senza procuratore. Lui mi avvertì e io accompagnai il portiere a Firenze, dove c' era Leonardi''. Bel quadretto, con il vicepresidente federale che fa il procacciatore d'affari per una società oltre a tutto il resto venuto fuori. Abbiamo anche ricordi personali di Orlandini, ormai quasi vent'anni fa, che di Moggi era uno degli assistenti (al Torino ed in seguito anche alla Juventus). Insomma, l'allievo che avrebbe tradito cotanto maestro: questo spiega l'astio particolare dell'editorialista di Libero. Poi magari a Lippi, attentissimo spettatore della Bundesliga tanto da avere l'abbonamento a Premiere sulla barca, Barzagli non è piaciuto quando ha dovuto marcare Klose o Pizarro.

Il secondo reato di Maldini

Il consiglio è di leggere questa notizia dopo aver letto l'inchiesta di Luca Fazzo sul Giornale in seguito alla vicenda curva-Maldini e dintorni. La notizia? ''A Firenze stiamo pensando ad uno striscione distensivo verso il capitano, come giocatore, per ringraziarlo nella sua ultima partita». Parole senza musica del 'Barone' Giancarlo Capelli e di 'Sandokan' Giancarlo Lombardi, dette alla trasmissione 'Solocalcio' di Sportitalia. ''Tutto è nato dagli episodi di Istanbul che ormai sono di dominio pubblico - hanno proseguito i capi della curva Sud -, poi tempo fa Paolo ci chiamò di sua spontanea volontà per impegnarsi con la società per poter permetterci di portare di nuovo allo stadio tamburi e quant'altro, proibiti dalle ultime leggi: andammo con una delegazione di cinque persone a Milanello per questa vicenda eppure non mantenne le promesse''. Ecco quindi il secondo reato di Maldini dopo quello di avere risposto a degli insulti: non essersi adoperato per far infrangere le leggi antiviolenza. Comunque avremmo voluto esserci, durante la visita di quella 'delegazione'. Altri personaggi poco amati ma non insultati? ''Possiamo fare l'esempio di gente come Cafu, Serginho, Albertini, sempre abbastanza distanti da noi, ma che pure hanno avuto un grandissimo saluto dal nostro gruppo''. E tutto questo come viene amministrato dall'amministratore delegato? ''Nulla da ricucire con Adriano Galliani. Nonostante quanto si dica siamo in buoni rapporti, tant'è che era anche alla nostra festa di Natale''. Sarà stato in silenzio anche lì.

Nemmeno per la gita

Genova non ha quotidiani né tivù nazionali, nonostante Garrone valga uno sceicco la Sampdoria si è autocondannata ad un destino di medietà, Antonio Cassano ha il procuratore sbagliato ma soprattutto ha detto di no ai procuratori ed agli amici giusti. Per la gita sociale che qualcuno pietosamente definisce 'amichevole con l'Irlanda del Nord a Pisa il 6 giugno', l'uomo del monte ha detto ancora una volta no. Considerando che i 21 convocati più i 13 che si aggregheranno per la Confederations Cup fanno 34, la scelta di Lippi può considerarsi definitiva. Leggeremo su Libero il perchè, visto che il c.t. ritiene di non dover spiegare niente. Esposito e Biagianti sono reduci da un bel campionato, ma solo l'autore di Lippi può far capire cosa spostino (in ruoli stracoperti, cosa che non si può dire di quello del barese) a livello internazionale più di Cassano. Di culto le esclusioni di Barzagli e Zaccardo, campioni di Germania con il Wolfsburg (Barzagli con un rendimento medio altissimo, fra l'altro) ma anche compagni che sbagliano, e la convocazione di Santon tanto per dare un saluto al reduce guidorossiano Casiraghi che non potrà averlo con l'Under 21. Intanto rimane valido il teorema di Gian Pieretti: tu sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre. Meglio essere cattivi, quindi.

Fini, Saras, Calopresti, Cristiano, taglierini

Piccole cose che ci hanno colpito nelle ultime ore, fra calcio e dintorni.
1. Il riposizionando Gianfranco Fini in versione Leone di Lernia, che durante la premiazione Champions si mette dietro a Platini con fare istituzionale, nonostante il cerimoniale non lo prevedesse nemmeno di striscio: penoso. Lo trovavamo più vero alle partite della Lazio di Cragnotti, con renna e Ray-Ban.
2. Senza sapere palesemente niente di preciso di quanto accaduto a Sarroch, se non che tre operai erano morti per asfissia in una cisterna della Saras, ed in attesa delle prime conclusioni della magistratura, giornali e telegiornali hanno giocato sul registro della 'tragica fatalità' e di una generica 'tragedia del lavoro'. Certe testate proprio non riuscivano a collegare in titoli e sommari il nome Saras a quello Moratti (sarebbero i proprietari), forse credono che i lettori abbiano come hobby le visure camerali.
3. Si vedranno le responsabilità, ma sempre sapendo poco il giorno dopo i fatti quelli della Thyssen erano già tedeschi (perché non nazisti?) assassini o giù di lì. Attendiamo anche qui il film di Calopresti, se Salvatores non si offende, magari con colonna sonora di Vecchioni (titolo suggerito: Luci all'Amsicora). Una notizia che c'entra con il calcio esattamente quanto le presunte escort di Cristiano Ronaldo. Ma è comprensibile il silenzio degli sportivi, gli stessi che quando la Saras si era quotata in Borsa si erano dilungati sulla grande opportunità che questa avrebbe rappresentato per i piccoli investitori. Sarebbero poi gli stessi che parlano delle felpe Fiat o dei vari co-branding di stocazzo ma non delle fabbriche che chiudono.
4. A proposito di Cristiano Ronaldo, un calciatore in disarmo (non a caso nostro conoscente, mai che si frequenti gente utile) residente a Roma ci segnala che conosce la Capitale meglio di molti romani e che è abilissimo nello sfuggire ai paparazzi. Ma che, per motivi inspiegabili (non c'è una possibilità su un miliardo che vada a Inter o Milan), ha comprato un appartamento in centro a Milano, dietro a via Torino. Primo piano, citofonare Dos Santos Aveiro. Comunque ha già iscritto i figli a scuola, anche se non ne ha.
5. La tronfia esultanza di tutta Italia, con i complimenti del mondo, perchè a Roma ci sono stati solo quattro accoltellati, di cui due 'solo' con un taglierino. E un terzo per 'sbaglio': era un americano scambiato per un inglese. Evviva.

Chi il coraggio ce l'ha

In molti interventi sulla vicenda Maldini si è detto che la curva del Milan non è più quella di una volta. A parte il fatto che non concepiamo l'idea stessa di curva, da quelle di una volta a quelle di adesso e dal Milan al Lignano Sabbiadoro, un contributo alla conoscenza dei fatti arriva da Luca Fazzo. Che sul Giornale ha messo a fuoco alcuni punti importanti. Pubblichiamo alcuni estratti del suo lavoro, invitando a leggere l'articolo completo, pieno di episodi e riferimenti da far paura.
''Martedì scorso il pm milanese Luca Poniz ha chiesto il rinvio a giudizio dei capi della nuova curva rossonera. Associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. I Guerrieri Ultras - questo il nome del gruppo che ha cannibalizzato a tempo di record la curva - sono accusati da Poniz di avere trasformato la Sud in una macchina da soldi, imponendo con la forza la propria legge...''. Indiscreto: si tratta dello stesso gruppo delle foto pubblicate ieri, quelle della festa natalizia con Galliani ed Ambrosini non esattamente entusiasti di essere lì.
''Una inchiesta ancora riservata, condotta dalla Digos milanese, sta ricostruendo in queste settimane il filo che lega un’altra serie di violenze. Violenze ai danni dei tifosi «concorrenti». E violenze sugli spalti, sorta di messaggi mafiosi inviati al Milan per costringerlo a venire a patti con i nuovi capi della curva. Il cervello è sempre lo stesso: Giancarlo Lombardi detto «Sandokan». Lombardi alla partita non ci va più, perché colpito da diffida. Uno dopo l’altro anche i suoi luogotenenti - Luca Lucci, Mario Diana, Giancarlo Capelli - sono stati colpiti da diffida. Ma anche dall’esterno i capi Guerrieri continuano a dettare legge. Lombardi due giorni fa era in via Turati, davanti alla sede del Milan, a farsi intervistare, spiegando e rivendicando gli insulti a Maldini. Brigate Rossonere, Commandos Tigre, Fossa dei Leoni: i gruppi storici sono spariti dalla curva molto in fretta''. Indiscreto: i veri tifosi non hanno voce, se non per fare domande di calciomercato a giornalisti che ne sanno meno di loro, mentre gli ultras sono mediaticamente onnipresenti. In particolare Capelli, il cosiddetto Barone (povero Liedholm, povero Causio, povero Sales, poveri noi), si è visto su varie tivù locali trattato come un interlocutore calcisticamente serio: gli facevano domande come se avessero avuto davanti De Rossi o Inzaghi, prendendo e portando a casa i suoi monologhi.
''Se questo è il milieu che sta dietro i Guerrieri Ultras, non c’è da stupirsi se le loro vittime scelgano quasi sempre di stare zitti. La sera del 25 gennaio 2007, davanti a San Siro, Valter Settembrini dei Commandos Tigre viene massacrato di botte da due Guerrieri, Michele Caruso e Massimiliano Colombo. Lo accusano di essere un confidente della Digos, lo rovinano di botte. Ma al processo Settembrini non si costituisce neanche parte civile. Scena ancora più eloquente a Torino, 20 maggio 2008, Juventus-Milan. Un tifoso juventino, William Marzano, viene aggredito brutalmente dai Guerrieri. Le telecamere immortalano il solito Luca Lucci. Quando la polizia lo incrocia all’uscita dallo stadio, pesto e sanguinante, Marzano dichiara testualmente: «Non è successo niente, sono caduto dalle scale». L’impunità genera altre violenze. Il 15 febbraio scorso Virgilio Motta, tifoso interista, viene aggredito durante il derby. Luca Lucci gli sfonda un occhio, Motta perde la vista per sempre. Questi sono i metodi criminali della nuova curva del Milan''. Indiscreto: non è obbligatorio applaudire Maldini, nemmeno Pelé o Di Stefano hanno raccolto consensi unanimi. Però capirete perchè lo riteniamo coraggioso.

Otto su tredici

Sarà banale, ma vincere il massimo trofeo possibile (più del Mondiale-coppa del nonno) per un club europeo con tanti giocatori del vivaio è una cosa che non ha prezzo: lo sceicco, non necessariamente arabo, di turno potrà forse comprare le vittorie ma di sicuro non il 'come'. Dei 13 scesi in campo a Roma per il catalano Guardiola c'erano ben 5 catalani cresciuti nel Barcellona: Victor Valdes, Piqué (che andò al Manchester United a 17 anni, per poi pentirsene), Busquets, il capitano Puyol (quello che sogna di venire in Italia, ogni anno), e ovviamente l'immenso Xavi. A proposito di Xavi, come presenze assolute nella storia del Barca ha davanti solo Migueli, l'indimenticabile difensore centrale (non catalano) degli anni Settanta e Ottanta. Poi gli spagnoli cresciuti nel Barcellona come Iniesta ed i ragazzi arrivati al Barcellona da minorenni: Pedro Rodriguez e soprattutto Lionel Messi (a 13 anni, dai Newell's Old Boys). Otto su tredici erano insomma dei 'nostri', al di là del fatto che con la disponibilità di Marquez, Dani Alves e Abidal la statistica sarebbe cambiata. Cosa vuol dire? Che per club così strutturati la vittoria è un obbiettivo ma anche in un certo senso un 'di più', mentre senza la coppa alzata quelli più impostati sui mercenari (non pezzenti) hanno e danno la sensazione di avere buttato via del tempo.

La gavetta di Guardiola

Chissà se Renzo Ulivieri, inspiegabile (non solo per la squalifica nel calcioscommesse bis)rappresentante degli allenatori italiani, è contento per il trionfo europeo di Pep Guardiola e del suo Barcellona. Meritatissimo in quasi tutte le fasi della stagione, tranne che nella semifinale con il Chelsea. Il problema, per Ulivieri ed i bolsi cantori della gavetta (ovviamente quando a non averla fatta è uno che non va a cena con te, tipo Roberto Mancini) è che il regista catalano ha smesso di giocare nel 2006 (chiudendo in tono davvero minore in Messico con l'amico Lillo, dopo aver rastrellato qualche dollaro in Qatar) e poi si è preso un anno sabbatico. Il suo primo lavoro da allenatore è stato al...Barcellona. Partendo dall'Atletic, la succursale che l'anno scorso giocava in Tercera Division (a dispetto del nome, del calcio spagnolo è il quarto gradino), vincendo il suo campionato e guadagnandosi in pochi mesi la fiducia incondizionata di Laporta che nell'estate dell'anno scorso lo ha scelto come successore di Rijkaard. Eccola, la gavetta di Guardiola.

Lo scudetto di Forti

di Flavio Suardi
27 maggio 1989. Ultimo atto della finale scudetto tra Enichem Livorno e Philips Milano. Mancano 34 secondi al termine dell'incontro, la Philips conduce di 1 punto, 86 a 85, con il possesso di palla. D'Antoni palleggia al limite dei 30" poi serve Premier: il tiro dell'Ariete di Spresiano si infrange sul ferro e Livorno ha la possibilità di condurre un ultimo attacco. Alexis conquista il rimbalzo e Fantozzi gestisce l'ultimo possesso. Vede Forti, lo serve e questi appoggia al vetro il canestro del possibile scudetto di Livorno, nonostante l'opposizione di Meneghin. Si accende una mischia: Premier, che già in precedenza aveva lanciato un asciugamano sul volto del telecronista Rai Gianni De Cleva, è uno dei più "attivi"nella baraonda generale. Al tavolo la confusione è totale, ma in un primo momento il canestro di Forti viene assegnato, con conseguente correzione del tabellone luminoso del punteggio 87-86. Livorno è Campione d'Italia, con tanto di sovrimpressione in tv. La festa livornese esplode al palazzo, sulle strade è tutto un susseguirsi di bandiere gialloblu. Il tutto per venti minuti. Venti indimenticabili minuti, esattamente come i successivi. L'arbitro Zeppilli dichiara di aver sentito nitidamente il suono della sirena prima che Forti scoccasse il tiro decisivo, quindi ribalta la decisione del collega che in un primo tempo lo aveva convalidato. Il canestro viene annullato, sulla città cala il silenzio, con la beffa di vedere il Tg1delle 20 che celebra ancora il successo labronico, evidentemente ignaro del cambio di rotta.
(in esclusiva per Indiscreto, foto tratta da http://www.ilbasketlivornese.it )

Garacinque dal divano

Uno dei mantra meno sopportabili del giornalismo sportivo è che 'nelle grandi città e negli sport che non sono il calcio o vinci o è meglio lasciare stare'. Secondo questo schema mentale a Roma (Lottomatica eliminata ieri sera dall'ottima Biella, per una volta consistente in trasferta), ma anche a Milano visto che lo scudetto sarà vinto al 100% dalla Montepaschi, bisognerebbe lasciar perdere con il basket di alto livello e con tutte le discipline in cui non si possa ambire almeno alla finale per il titolo: volley, hockey ghiaccio, eccetera. Considerazioni del genere sono sempre nei computer dei professionisti della nostalgia (''Aaaahhh, la marcatura di Gallinari su Wright...'') e del gigantismo, ma servono giusto a far andare al PalaEur non più di 3mila persone per una decisiva garacinque. Uno spettacolo desolante, reso ancora più triste dalla grandezza dell'impianto. Ci ha ricordato certe partite del campionato greco, trasmesse dall'ottima Eurosport 2, quando l'Olympiakos o il Pana giocano in casa contro nessuno. E due giorni prima anche nel piccolo Palalido per una garaquattro fondamentale, perchè senza il canestro da tre di Katelynas una Milano involuta sarebbe poi probabilmente crollata a Teramo, c'erano vuoti incomprensibili. Lo spettatore superficiale, a meno che non viva in provincia e faccia quandi scattare meccanismi di appartenenza che prescindano dal fatto sportivo (è ovvio che Carmelo Anthony sia meglio di Aradori, è per questo Aradori che deve rappresentarti qualcosa), si è ormai convinto che valga la pena di lasciare il divano di casa solo per la finale.

Il silenzio di Galliani











Qualcuno avrà letto sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta dello Sport l'intervista a Paolo Maldini, in cui il capitano del Milan ha espresso il suo dispiacere per la mancata presa di posizione del club rossonero nella vicenda degli striscioni di San Siro: ''Pur essendo passate più di 48 ore da quell'episodio la società non ha ancora preso posizione. Dal presidente in giù nessuno ha avuto una parola di solidarietà verso di me. Sono deluso''.
Pronta la risposta web di Adriano Galliani: ''Caro Paolo, ho letto la tua intervista e capisco la tua amarezza: sono sotto scorta, come sai, da due anni proprio a causa dei comportamenti di quelle persone che ti hanno contestato. Sono stato io a prendere la decisione di tacere: non solo perchè mi è stato consigliato, ma soprattutto perchè ho ritenuto, e tuttora ritengo, che il silenzio sia l'arma più efficace per non dare ulteriore spazio a condotte quali quelle di domenica''.
E prontissima la segnalazione fattaci dall'ultrà (milanista) Stefano, che ci ha invitato a visitare il sito milanista http://www.guerrieriultras.it/ . Dove si propone questa versione dei fatti: ''Ci teniamo a precisare che i nostri striscioni non erano di contestazione ma volevano sottolineare comportamenti che il giocatore ha manifestato più volte durante tutto l'arco della sua carriera calcistica verso i suoi tifosi. Tra i tanti episodi spiacevoli sottolineamo la frase "POVERI PEZZENTI" pronunciata a Malpensa al ritorno dalla finale persa ad Istanbul dopo che i ragazzi avevano speso la bellezza di 800€ per stare vicino alla squadra. In 25 anni di storia con la maglia rossonera sfidiamo chiunque a trovare un episodio di contestazione nei confronti di Maldini. Anche nel corso di Milan-Roma sono stati innalzati solo cori a favore e soltanto dopo il gestaccio e le frasi irriguardose rivolte verso la Sud abbiamo deciso, in risposta provocatoria, di esporre la bandiera di Franco Baresi, sempre presente negli incontri casalinghi dal giorno dell'addio del CAPITANO''.
A noi l'episodio risulta accaduto ad Istanbul e non riguardante gli ultras, al di là del fatto che vada inserito in un contesto di freddezza reciproca risalente all'ultimo anno di Capello (1997-98). Ma siamo nella classica situazione in cui ognuno rimarrà per sempre della propria opinione. Da chi non capisce la ragione dell'esistenza delle curve fino a chi fa sociologia giustificatoria, va tutto bene. L'unica nostra arte è però il cazzeggio, per questo sul sito ci ha fatto piacere trovare immagini della festa di Natale 2008 della Curva Sud : ospiti d'onore Ambrosini (avrà cantato 'Il panettone mettetevelo nel culo'?), il ristoratore Kaladze e, rullo di tamburi, lo scortato Galliani. L'uomo che rischia grosso, per colpa dei cattivissimi ultras, alla festa natalizia degli ultras stessi. Può essere una lettura superficiale, perché in teoria Galliani può esserci andato proprio per paura: la sua espressione da prigioniero-cane bastonato supporta questa tesi. E, a dirla tutta, anche Ambrosini e Kaladze avevano la faccia di chi non vedeva l'ora di scappare all'Hollywood. Insomma, giudicate voi. Ah, comunque Maldini non c'era.

Maschi over venticinque

Non seguiamo una puntata del Processo di Biscardi da decenni, ma la trasmissione va avanti anche senza di noi e la sua esistenza viene ribadita ogni martedì da comunicati trionfalistici ripresi acriticamente dalle agenzie (che addetti stampa arroganti spesso considerano solo megafoni). Secondo l'ultimo, lunedì scorso su Sette Gold si sarebbe arrivati ad uno share del 7,2%. Con il trucco, leggendo meglio: intanto si tratta del picco, e nemmeno del picco assoluto ma di quello nella fascia maschile over 25 (o over 75, stando alla statistica personale sulle persone che ci chiedono 'Ha sentito ieri sera da Biscardi?'). Lo share medio è in realtà dell'1,32%, comunque alto vista la concorrenza di tivù locali molto più biscardiane dell'originale e del fatto che Sette Gold in quasi tutti i televisori italiani è sintonizzato oltre il 'nove', situazione che comunque non ostacola il maschio over 25 che verso mezzanotte cerca quei film soft core dove scopano solo verso il 90'. La cosa interessante è che ogni emittente stravolge i dati Auditel a proprio vantaggio: Mediaset si è inventata il target commerciale (cioè sotto i 15 anni e sopra i 64 sei una merda senza potere d'acquisto, quando invece mai come in questo momento ci sono adulti che chiedono soldi agli anziani genitori), la Rai il 'gradimento', Sky vende la sua pubblicità con la solita barzelletta del quarantenne del Nord Italia che ha tre lauree, fa cento viaggi l'anno, pratica diciotto sport, parla cinque lingue, legge mille libri, va a tutte le mostre ed è 'curioso' (mai capito cosa voglia dire). La cosa grave è che le aziende che producono mettono in mano i loro soldi ad altre aziende, chiamate centri media, che a queste balle fingono di credere.

La rivoluzione dei tulipani

Vorremmo tanto dire che questa è una marchetta, ma purtroppo di questo splendido libro non siamo né autori né editori. Allora chiamiamola segnalazione: venerdì 29 maggio, cioè dopodomani, verso le 18 e 30 al FourFourTwo (sports pub in via Procaccini 61, a Milano) Alec Cordolcini parlerà di attualità e storia del calcio olandese prendendo spunto dal suo 'La rivoluzione dei tulipani' (Bradipolibri, uscito l'anno scorso). Lo farà insieme a noi, ad altri fanatici e a chiunque sia interessato all'argomento avendo tempo e voglia di intervenire. Vi aspettiamo...

Geografia di fine stagione

di Stefano Olivari
Il principale metodo per perdere è seguire il gioco della massa, pensando sia indicativo di ‘quello che pensano i bene informati’. La quota si abbassa? C’è qualcosa sotto, per non dire di peggio. E invece no, la massa è per definizione male informata: altrimenti non esisterebbe il banco. Considerazione contraddetta dai volumi sul pari di Chievo-Bologna: enormi, da far scendere la quota a livelli imbarazzanti (vista a 1,30). E poi è stato pari davvero. Ma qualche appassionato avrà anche seguito l'ultima giornata di Premier League. Alla vigilia così si presentava il fondo della classifica: Sunderland (avversario del Chelsea, già qualificato alla Champions) 36 punti, Hull City (con il Manchester United già campione) 35, Newcastle 34 (con l’Aston Villa, sicuro dell'Europa League), Middlesbrough 32 (con Il West Ham, a centro classifica) e West Bromwich Albion 31 (con il Blackburn già salvo). Tre le retrocessioni. Tutti i presupposti per la festa del ‘tarocco’ o del non impegno da parte delle loro avversarie. Questo dicevano le quote, anche quelle dei principali operatori britannici: scese moltissimo venerdì e punitive nei confronti delle teoriche più forti. Peccato per gli scommettitori che hanno seguito l'onda che in quattro casi su cinque la squadra ‘demotivata’ abbia vinto e che nel quinto il WBA abbia ottenuto un inutile pareggio. La morale? Siamo in Inghilterra, terra promessa delle scommesse ma anche del calcio: seguire l’andamento dei volumi può essere utile, ma sempre tenendo presente geografia e storia.
(pubblicato sul Giornale di ieri)

I pezzenti che non applaudono Maldini

di Mario Orimbelli
Se la moglie di un milionario vi desse dei pezzenti, voi ne sareste contenti? Se poi lo stesso milionario vi chiedesse un applauso, voi cosa fareste? A giudicare dalla presa di posizione di tutta la stampa nazionale, Indiscreto compreso (il direttore sogna la NBA, che se ne andasse allo Staples Center), l’ultras milanista domenica avrebbe dovuto applaudire Maldini. Sì, quei pezzenti dovevano farlo e basta. Come ha fatto tutto il resto dello stadio. Perché negli stadi le tribune sono piene di brava gente. Per non parlare poi delle tribune d’onore, dove c’è la crema della nostra società. Tutta gente dalla fedina penale immacolata. Nelle curve invece ci sono camorristi, mafiosi, esponenti di spicco della ‘ndrangheta, nazisti, fascisti, comunisti, drogati e feccia. E poi si arricchiscono tutti con i biglietti e le magliette.
Basta andare allo stadio. Li vedete, gli ultras. Arrivano in Ferrari, abbronzatissimi, con moglie e fidanzate - veline o ex veline, sempre - al seguito. E poi la vita dell’ultras è fatta di vacanze su atolli privati, shopping sfrenati in Montenapo. I calciatori invece no. Sudano, lottano, sono eroi dei nostri giorni. E poi pagano sempre. Pagano persino per entrare in discoteca per un po’ di meritato relax. Pagano come quella brava gente delle tribune d’onore che applaude Maldini. Grande capitano. Hai chiuso la carriera da uomo. Hai preso per il collo quello sbarbato di Chiellini. Poi hai mandato affanculo Leonardo che voleva abbracciarti. Infine hai sputtanato quei pezzenti che hanno esposto uno striscione pesantissimo: GRAZIE CAPITANO SUL CAMPO CAMPIONE INFINITO MA HAI MANCATO DI RISPETTO A CHI TI HA ARRICCHITO. E ce n’era un altro inquietante: PER I TUOI 25 ANNI DI GLORIOSA CARRIERA SENTITI RINGRAZIAMENTI DA COLORO CHE HAI DEFINITO MERCENARI E PEZZENTI. Ma quei pezzenti si sono spinti oltre. Come se non bastasse, hanno anche fischiato. Ma vi rendete conto? Hanno rovinato la festa di Maldini! Pensate. Gli stessi che qualche anno fa hanno fatto scappare Sheva da Milano per aver insultato la moglie del bomber. Poi anche Sheva e moglie hanno trovato il coraggio di ribellarsi. Hanno lasciato Chelsea e sono tornati a Milano. Ancora sotto choc. Ma, si sa, il lavoro va messo davanti a tutto.
Fra i Savonarola del nostro calcio menzione d'onore per due calciatori all'epoca interisti. Bobo Vieri: “Come si permettono a fischiarci?” e Morfeo: “Sono tenuti sotto schiaffo dalle mogli”. Eh sì. Bisogna avere le palle affrontare a muso duro quella feccia. Vieri e Morfeo hanno vissuto per anni sotto scorta, blindati. Teste di cavallo nel letto, intimidazioni di ogni genere. Ma hanno detto no. E hanno rotto il fronte. Ora il calcio è liberato. Ma nelle ultime giornate i temibili camorristi delle curve sono tornati a farsi sentire. Si sono persino rifiutati di fare una pompa a Ibra… E poi non hanno applaudito Maldini. Ma vi rendete conto? E nelle serie inferiori c’è gentaglia delle curve che non ha esultato per il bomber spuntato di turno che, al primo gol, si è messo le mani alle orecchie o l’indice davanti alla bocca. Conclusione. I fischi: si può fischiare alla Scala, ma non al Meazza. I soldi: sei un demagogo se dici che gli ultras, tutti insieme, guadagnano in un anno come un mese di Maldini. Gli stadi: la curva è merda. Che ne pensiamo? Stiamo dalla parte degli ultras. E fischiamo anche noi.
Mario Orimbelli
(in esclusiva per Indiscreto)
P.S. Adesso per il mio giornale, con altro nome, torno a scrivere che quei fischi a Maldini sono uno scandalo. Tanto gli ultras non leggono, sono tutti analfabeti.

L'inutile bugia di Moratti

Sparare una bufala di calciomercato da uno studio televisivo o da un sito come il nostro è più comodo che dare una notizia frutto di una giornata di appostamenti, telefonate ed incontri. L'aspetto triste della vicenda è che chi fa questo lavoro seriamente ha le stesse probabilità di prenderci dell'ultimo cialtrone. Esempio concreto: ieri pomeriggio Jorge Mendes ha detto a mezzo mondo, in via pseudo-confidenziale (un concetto di esclusiva piuttosto biscardiano, visto che lo sono venuti a sapere tutti), che il suo assistito Mourinho aveva prolungato il contratto con l'Inter fino al 2012 (con modalità e retroscena trash che analizzeremo in un prossimo pezzo). Il bravo cronista cosa deve fare? Prendere per buona la dichiarazione interessata di uno che magari vuole forzare la mano di Moratti per spuntare qualcosa in più o chiedere ai diretti interessati? La seconda, di solito. Irreperibile Mourinho, i più motivati fra i giornalisti si sono sottoposti alla solita scontata 'posta' sotto gli uffici di Moratti in Galleria De Cristoforis. E in serata sono riusciti finalmente ad incontrare il presidente dell'Inter, che gli ha assicurato che non c'erano e non ci sarebbero stati né adeguamenti né prolungamenti. Insomma, la parola ufficiale di Moratti contro quella ufficiosa dell'entourage di Mourinho: senza credere a nessuno (anche se la tendenza della maggioranza, a ogni latitudine, è stare dalla parte della società), materia per articoli neutri aspettando sviluppi. Piccolo problema: Mourinho fino al 2012 aveva già firmato da parecchie ore, quella di Moratti è stata quindi una bugia senza senso. Qualcuno dello staff gli ha poi ricordato l'importanza dei media: che negli ultimi 14 anni hanno stroncato ogni suo dipendente ma mai lui, sempre 'grande esperto di calcio internazionale' (salvo farsi turlupinare dalle cassette, come quasi tutti). Così alle 23 e 2 minuti, a prime edizioni dei giornali ampiamente chiuse, sul sito ufficiale è arrivato un bulgaro comunicato tanto per non far prendere il buco ai propri sostenitori: sì, perchè fra gli omaggiati della bugia c'erano proprio le testate che del morattismo hanno fatto una religione. E che continueranno a praticarla, per motivi diversi, nonostante le umiliazioni.

Almen va avanti

di Alec Cordolcini
1. La storia, ormai arcinota, di Andrea Pirlo dimostra come talvolta per sfondare sia necessario fare qualche passo indietro (in campo). Quella di Almen Abdi, miglior giocatore della Axpo Super League svizzera 2008/2009, racconta invece l’esatto opposto. Da centrocampista di contenimento a trequartista/seconda punta: il rendimento di Abdi, e il suo impatto sulle fortune dello Zurigo, è cresciuto in maniera direttamente proporzionale al suo progressivo avanzamento nello scacchiere tattico dei biancoazzurri. Con 18 reti e 11 assist Abdi è l’uomo copertina di uno Zurigo fresco del 12esimo campionato nazionale messo in bacheca.
2. Nato il 10 ottobre 1986 a Prizren, storica città nel sud del Kosovo a forte maggioranza albanese, Abdi si è trasferito in Svizzera con la propria famiglia (papà Bajram, muratore, mamma Aviza e la sorella maggiore Amela) all’età di tre anni. Per lui la parola calcio è sempre stata sinonimo di Fc Zurigo. Ingresso a otto anni nelle giovanili del club, apprendistato sotto la guida del tecnico slovacco Josef Bajza, un’istituzione del calcio giovanile svizzero (dalle sue mani sono stati plasmati Blerim Dzemaili e Shkelzen Gashi), infine l’approdo in prima squadra all’età di 16 anni. Dove però a sbarrargli la strada trova proprio l’amico Dzemaili, al quale poco dopo si aggiunge un giovane talento prelevato dall’Aarau, Gokhan Inler. Le buone qualità tecniche di Abdi inducono il tecnico Lucien Favre a spostarne gradualmente il raggio di azione più avanti. L’arrivo nell’estate 2007 di Bernard Challandes sulla panchina dell’FCZ, e la contestuale partenza di Inler (Udinese) e Dzemaili (Bolton), completano l’opera. Abdi disputa la stagione 2007/2008 come play alto in un centrocampo a rombo e la chiude con 7 reti.
3. Quella attuale lo vede invece trequartista centrale in un 4-2-3-1, ma soprattutto direttore d’orchestra di un reparto offensivo dai meccanismi perfettamente oliati in cui tutti, dalle punte Hassli e Alphonse (quest’ultimo un autentico jolly che può agire anche sulla fascia destra) agli esterni Nikci e Djuric, partecipano alla costruzione del gioco e concludono a rete. Lo scorso agosto Abdi ha realizzato contro il Basilea uno dei gol più belli dell’anno; azione travolgente di Hassli fermata dal portiere dei renani Costanzo, Abdi riceve palla al limite dell’area, la alza con il destro e conclude con una botta al volo sotto l’incrocio dei pali. Il 14 marzo per lo svizzero-kosovaro è invece arrivata, contro il Neuchatel Xamax, la prima tripletta in carriera.
4. La duttilità di Abdi emerge anche dalla sua carriera in nazionale, nella cui selezione maggiore ha esordito il 20 agosto 2008 nell’amichevole Svizzera-Cipro 4-1. Esterno destro nella Svizzera under-20 che il 26 ottobre 2005 ad Ascona batte 2-0 i pari età dell’Italia (con il blocco-Primavera Juventus De Ceglie, Criscito, Paolucci); trequartista nell’under-21 elvetica che nelle qualificazioni all’Europeo di categoria Svezia 2009 elimina i campioni in carica dell’Olanda prima di arrendersi agli spareggi contro la Spagna di Bojan Krkic; seconda punta in qualità di vice-Yakin, oppure esterno sinistro quale vice-Barnetta, nel nuovo corso rossocrociato inaugurato da Ottmar Hitzfeld dopo la fine dell’era Kuhn culminata con il deludente europeo casalingo. Tra i numerosi volti nuovi proposti dall’ex tecnico del Bayern Monaco Abdi rappresenta, assieme all’esterno sinistro del Basilea Valentin Stocker, l’elemento di maggior talento. Un’arma in più per la “Nati” nella corsa verso Sudafrica 2010.
5. Se tutti seguissero gli isterismi del calcio moderno, Eric Hassli avrebbe dovuto essere stato cacciato a pedate da Zurigo l’estate scorsa. Curriculum disarmante quello del possente ariete francese, in doppia cifra solamente tre anni fa con il San Gallo, protagonista tra Francia e Inghilterra di stagioni anonime quando non fallimentari. Come quella del 2007/2008 a Zurigo, anche a causa di gravi problemi familiari. Risolti quest’ultimi, e tornato al top della forma fisica, ecco un campionato da 17 reti e 10 assist.
6. Molti ricorderanno la botta sotto l’incrocio dei pali sferrata da Dusan Djuric a San Siro contro il Milan in Coppa Uefa. Rete splendida ma inutile (i rossoneri vinceranno 3-1) per questo centrocampista svedese abbonato alle reti di coppa contro compagini italiane, avendo già timbrato anni prima con l’Halmstad in un match contro la Sampdoria. In Svezia giocava da numero 10, a Zurigo ha trovato la collocazione ideale come esterno sinistro nel 4-2-3-1 schierato da mister Challandes. Tanta quantità ma anche buona qualità, Djuric non è forse uno di quei giocatori che rapisce la sguardo, ma nell’economia tattica di una squadra il contributo offerto è notevole. L’acquisto meno pubblicizzato ma più azzeccato del trittico svedese (gli altri, Tahirovic e Vasquez, hanno fatto flop) sbarcato in Svizzera nella passata stagione.
7. Vivaio florido, come da tradizione; ecco un altro segreto del successo dello Zurigo. Il giocatore-simbolo dell’ottimo funzionamento del settore giovanile di casa FCZ si chiama Adrian Nikci, esterno destro classe '89 arrivato nel 2002 dall’Fc Usten. Rapido, dinamico, propositivo, punta l’uomo ma sa anche essere sufficientemente freddo davanti alla porta. Miglior giocatore dell’attuale under-21 svizzera, dove talvolta agisce, sempre partendo da destra, come seconda punta, in questa stagione Nikci è stato proposto spesso e volentieri dal primo minuto negli incontri di Super League, chiudendo con 4 reti e 8 assist. Per sfondare, è cosa nota, serve anche un pizzico di fortuna; nel caso del giovane centrocampista questa è giunta sotto forma dei persistenti problemi fisici del tunisino Yassine Chikaoui, a tutt’oggi definito dal Corriere del Ticino “il miglior giocatore straniero del campionato svizzero”.
8. Potenzialmente un autentico craque, Chikaoui è fermo ai box da parecchi mesi, e non riesce a ripartire. Basti pensare che nell’attuale stagione ha raccolto solo 5 presenze (e 1 gol) per un totale di 92 minuti giocati. Nato il 23 settembre 1986 a Radès, cittadina portuale a un pugno di chilometri da Tunisi, e cresciuto calcisticamente nell’omonima squadra locale, Chikahoui si è segnalato come uomo nuovo del calcio tunisino tra le fila dell’ESS (Etoile Sportiva du Sahel), offrendo un contributo fondamentale (è anche diventato il più giovane giocatore nella storia del club a vestire la fascia di capitano) alla vittoria della squadra nella Confederation Cup, la versione africana della Coppa Uefa, e alla conquista del titolo nazionale. Attaccante di movimento capace di coniugare un fisico roccioso (1.89 x 80) ad una notevole rapidità e una grande padronanza tecnica, le sue scorribande nelle trequarti avversarie, i suoi dribbling, i giochi di prestigio con la palla e il variegato repertorio di gol gli sono valsi la conquista del Pallone d’Oro tunisino 2006. Un bagaglio di notevole spessore riproposto paro paro nei suoi primi mesi a Zurigo, che lo ha acquistato nell’estate 2007 per 400mila euro. Poi il diluvio di problemi fisici, ed ecco la stella della squadra vincere un titolo nazionale da semplice comparsa. Non merita però di finire nel dimenticatoio.
9. Chiusura con la nostra personalissima top 11 della Super League 2008/2009 (3-4-1-2): Sommer (Vaduz/Basilea); Smiljanic (Grasshopper), Dudar (Bellinzona), Stahel (Zurigo); Alphonse (Zurigo), Hochstrasser (Young Boys), Monterrubio (Sion), Chipperfield (Basilea); Abdi (Zurigo); Doumbia (Young Boys), Hassli (Zurigo).
(in esclusiva per Indiscreto)

Registi intercambiabili

In ogni convegno sul futuro dell'informazione si dice che il quotidiano del futuro dovrà essere sintetico, evitando informazioni e soprattutto dichiarazioni inutili. Ma questo è purtroppo solo il futuro. Il presente è pieno di frasi di Jonathan Zebina, che dopo l'incredibile impresa del Franchi, con un Siena in ciabatte infradito battuto tre a zero da una Juventus all'inseguimento della Champions, ha spiegato la differenza fra Ferrara e Ranieri. In favore di Ciro il Grande, ovviamente: ''Fer­rara ci ha fatto dei discorsi giusti, che ci hanno caricato. A dire la verità, non ha par­lato molto, ma ha usato le parole chiave, quelle che un giocatore della Juve non si de­ve mai dimenticare. E, stando ad ascoltarlo, si è capito che lui è stato un calciatore, si è vista la differenza con il passato''. Capito? Ranieri (tredici anni da professionista fra Roma, Catanzaro, Catania e Palermo: come difensore meglio di Zebina) non è stato un calciatore e non sapeva dire le parole giuste. Tanto valeva ingaggiare Livio Sgarbi, il motivatore trash del Cervia. Con questo non vogliamo dire che Ranieri sia il migliore allenatore del mondo, ma che una qualunque persona di calcio calata in una società forte vale come qualunque altra: Ferrara come Ranieri come Conte come Lippi come Wenger (dato per aspirante alla panchina bianconera: prova che Jim Morrison è vivo e fa il giornalista). Orlandi avrebbe fatto giocare l'Inter peggio di Mourinho? Poi tutti noi siamo affascinati dall'allenatore-guru, dall'educatore integerrimo che plasma la materia grezza: ma in uno sport professionistico basato su potere di condizionamento, forza, corruzione, abilità e fortuna di spazio per coach Reeves (l'allenatore di 'The White Shadow', Time Out nell'Italia Uno del decennio d'oro) non ce n'è tantissimo. Nella critica cinematografica italiana si è convinti che il successo di un film dipenda principalmente dal regista (definito autore se fa parte del giro giusto e le trame sono tristi, con ex brigatisti tormentati o ereditiere in analisi), mentre gli attori sono intercambiabili, lo sceneggiatore un impiegato ed il produttore un ricco scemo che deve ripianare i conti. Ecco, nel calcio funziona un po' così: peccato che in entrambi i mondi quasi tutto dipenda dal produttore.

Vite da insetti

di Oscar Eleni
Oscar Eleni dalla centralina elettrica di una montagna giapponese dove mandi al diavolo tutti i congegni moderni perché se il computer mangia tutte le idee cattive del primo mattino, allora inutile dare ascolto a chi vorrebbe leggere qualcosa che vada oltre la terra di mezzo, quella dove ruttano i mostri che hanno fischiato Paolo Maldini nel giorno dell’addio, dove il fuoco amico affonda squadre che non lo sono mai state, dove arbitri trinariciuti attaccano il fischietto dove vuole il commissario del momento, come ci suggerisce la magistratura, minacciando anche, ma era meglio se fosse stata una promessa, di lasciarci beatamente liberi di fare come nei campetti, cioè con l’arbitraggio interno, fatto direttamente dagli stessi giocatori che oggi piagnucolano e borbottano dopo ogni fischio. Sarebbe più leale, dicono in Giamaica adesso che Bolt è rimasto confuso vedendo il conteggio dei 5 secondi per una rimessa, così come è stato interpretato nella pentola a pressione del Palalido di Milano, vecchia tenda, vecchio teatro storico in ristrutturazione con uso sede e foresteria, ma non certo campo da playoff per una Nazione che adesso va in giro a chiedere la testa di chi l’avrebbe tradita nell’urna svizzera, pur sapendo che i nostri palazzi di carta, con aria viziata più che condizionata, non erano niente contro i monumenti presentati dagli spagnoli.
Certo che siamo stati traditi da qualcuno, ma già nelle visite pastorali erano stati chiari: dipende dai soldi, dal dinero. Prometterli e averli già in tavola è tutta un’altra cosa. Domandarsi perché contiamo così poco a livello internazionale è come rubare le rime al poeta di montagna quando ti fa sapere che:
In questo mondo,
è un’assurda frenesia
anche la vita dell’insetto.
Certo che nei comitati regionali la vita è frenetica per il bene della base, per il bene comune, tutti volontari che, al massimo, perdono il senso della giustizia per un pennino, per un bel timbro, per un francobollo raro, ma, di certo, se devono incrociare gente da federazione europea o mondiale, non sanno dove rifugiarsi, salvo ridere magari non avendo capito che quello davanti è molto serio soltanto perché gli è appena morto il cane, cosa che non ha medicine anche se ti eri appena sentito molto felice per la perdita della suocera. Meneghin è arrivato da poco tempo e i lillipuziani che lo hanno preso per Gulliver possono aiutarlo davvero poco se poi dobbiamo leggere comunicati federali di risposta scritti dai comitati regionali nel momento in cui tutti sparano sul pianista, lo accusano di essere ostaggio di chi si è inventato il bene nazionale senza aver mai messo piede in una società dove per andare avanti devi trovare quattrini veri, dove non puoi andare dagli sponsor spiegando che in Europa, l’anno prossimo, combatterai per l’onore, ma non certo per i premi, perché prima bisogna arricchire le tasche degli agenti che hanno avuto la fortuna, la lungimiranza, di legarsi ai giocatori italiani, gente che si era già inventata fondazioni pro domo propria, anche quelli che vedi nelle minori, quelli che stanno a bocca aperta non diciamo davanti a Sconochini, Boni o Naumoski, ma persino a Longobardi.
Certo che ci deve essere pane e gioco per tutti, dove esistono regole che legano non ci sarà mai libertà di creare per vera e pura passione. Voi dite che i giocatori si costruiscono sui campi della fatica e allora perché i Dante Gurioli allenano in serie C e i ragionieri con le mezze maniche fanno da assistente nei campionati maggiori soltanto perché il manager di nuova scuola si metta a raccontare balle iraniche a chi non ne può più di questo basket che gioca di sera persino alla domenica, che tiene in ansia le redazioni anche quando potrebbe dare un piccolo sollievo?
Ma come, diranno a SKY e nelle isole limitrofe, vi abbiamo anticipato l’evento alle 20.30, state un po’ buoni adesso che Tranquillo è sull’Aventino NBA e che in casa Murdoch sono tutti presi da altre cose e con il basket finiranno per litigare, anche perchè Iago gioca sotto rete e non ne vuole più sapere di chi aveva fatto tredici al totolavoro, ma poi ha deciso che non si sarebbe sporcato le manine in altre faccende. Questo è un periodo nero per chi vorrebbe fare il giornalista e lo diciamo ad una professoressa universitaria ci chiede se deve assecondare la passione del ragazzo bene preparato che vorrebbe interessarsi di giornalismo nello sport. Chiedere in giro se è vero, ma speriamo siano bufale, come certi arbitraggi di queste giornate torride, che al Tuttosport uno bravo, appassionato competente, informato, come il Piero Guerrini sarà costretto ad occuparsi di calcio perché sulle varie non si campa, non si tira avanti. Già, con questa storia dei dati ascolto SKY sulle partite di basket stiamo diventando pazzi, ma non volendo darla vinta al Gianni Decleva che segue per la radio i playoff, gli abbiamo urlato che faremo le barricate, ci terremo la cera soltanto per non sentire chi parla dalle aree pitturate, chi ha palloni medicinali da servire bolliti a chiunque vada per i tiri decisivi, che accetteremo ogni balletto, ogni scemata, ogni perfetta parità raccontata da gente imperfetta, ogni racconto che finisce con un cane ubriacato dai loro eroi, pur di non mollare la felicità della vita per uno che il basket ama vederlo, che lo aspetta con ansia, sapendo che verrà servito bene da registi giusti, da telecamere che sanno guardare nella partita, pazienza se fuori da quella ci vorrebbe la sensibilità di chi, invece, snobba il contorno, attento a non farsi prendere in zona critica da chi minaccia senza minacciare.
Cosa dire di questo sport, difeso così bene adesso da una trincea come quella di Superbasket, se poi un campionato in brodo, lungo e allungato senza senso, viene spalmato su tutte le giornate della settimana rovinando chi dovrebbe inventarsi copertine, chi cerca lettori? Sempre a lamentarsi, direte voi. Ma certo che ci si lamenta, ma non per non aver avuto il Mondiale di carta mentre gli altri presentavano roba vera, gente forte, città fortificate nel basket, ma per questa atmosfera velenosa dove ancora si pagano multe salate, magari 3000 euro, per una bestia che usa il fischietto simile a quello degli arbitri, senza che i vicini lo scaraventino giù dalle tribune, senza che gli arbitri sospendano davvero. Correre da una parte all’altra senza aver capito perché nei quarti di finale e in semifinale non sono state giocate le partite doppie, no, gli arbitri non c’entrano, questa volta, evitando viaggi e colonne, evitando l’assurdità del bioritmo sconvolto. Sarebbe stato un segno di nuova civiltà, un risparmio di energie e forse anche di soldi. Non ci hanno pensato. Sono tutti impegnati a dare lezione agli altri, ad insegnare come si fa questo, quello, salvo non fare niente per migliorare il proprio giardino: persino i ciclisti hanno scarpe uguali, combinazioni in tinta, persino loro che faticano davvero ci tengono all’eleganza. Prendete lo spettacolo a bordo campo: vorremmo vedere tanti ragazzini e la scusa per averli è semplice, basterebbe utilizzarne di più e meglio per pulire le macchie di sudore, per raccogliere le tute lanciate con disprezzo da duri che non durano. Puttanatine, direbbero da Ugo mentre si commenta il giorno della retrocessione fortitudina che ci ha ricordato i raduni della sinistra perdente mentre gli altri festeggiano e tirano righe su tutto, persino sulle indecenze.
Anche questa rubrica è in sofferenza, perché la palla gira e rotola sempre, ma poi senti piagnucolare che qualcosa va pure detto dopo il bagno nell’acqua gelata di un lago svizzero. Certo avere i Mondiali, riavere la certezza di una nazionale italiana in mezzo a chi se lo era meritato poteva aiutare, ma adesso pensiamo al resto. Recalcati ha fatto sapere che lo cercano all’estero, ha fatto notare che il part-time piace persino agli spagnoli, ha spiegato tante cose per evitare di doversi fermare a pensare sugli azzurri da qualificazione europea, sui giocatori che dovranno guardare in faccia i francesi. Ogni tanto senti ululare che azzurro è bello, che ci sono giocatori forti anche da noi, ma nessuno si spinge oltre perché quando, ad esempio, ti esalti per Poeta, quando ti alzi per applaudirlo, per dargli coraggio mentre ciondola sfinito, anche se non gli abbiamo sempre creduto mentre avanzava verso la rosea trincea dell’Armani palleggiando fino a sfinire la pazienza dei bestemmiatori, insomma quando punti su di lui, o su Bulleri, o magari l’Aradori reinventato a Biella, se ascolti il canto dei Garri, ti chiedi sempre se questa gente, vista cadere contro i bulgari, ce la farà davvero nei giorni del giudizio senza domani.
Lo capiamo Recalcati, euroeroe in Svezia, principe di Atene, tre scudetti in tre contrade diverse, ma cerchiamo di capire anche Meneghin che non ne può più di sentire gente che ha soltanto richieste da fargli e nessuna proposta per andare oltre la palude tutti insieme. Sì, anche quelli della Lega se lasceranno parlare troppo spesso chi ama autoaffondarsi piuttosto di far vedere cosa teneva nel sottomarino sotto casa.
Contatto interlocutorio salutando due squadre già eliminate, osservando Siena che sembra la barca dei fratelli svedesi che sfida il mare del Nord mentre gli altri si dibattono nel cerchio celtico delle chiuse. Pensare che possano perdere lo scudetto sarebbe come prendere sul serio questi consiglieri federali, questa politica del ventunesimo secolo, questa vita da pidocchi. Una volta, un caro amico che avremmo visto volentieri a Varese, mentre Bob Morse riceveva la cittadinanza onoraria della città che più gli ha voluto bene, scrisse che la grande Ignis di Sandro Gamba avrebbe potuto perdere contro la meravigliosa Virtus di Dan Peterson soltanto se fosse caduto il tetto di Masnago. Non cadde, ma vinse la Virtus come diceva a voce non tanto alta l’avvocato Porelli prendendo appuntamento per le cena delle beffe col Grigo, con tutti noi, perché una volta si litigava, ci si divideva, ma il rispetto restava, la voglia di stare insieme non portava sceneggiate spagnole fra i buoni e cattivi, non portava a recite goffe come quelle di queste giornate da vagabondi.
Salute e trecento brindisi per Andrea Capobianco il nostro caro cinghiale da combattimento, uno che sudava davvero perché pensava e guidava, perché non è un ragioniere, perché conosce le sceneggiate di ragazzi che vogliono essere eroi ad ogni costo, ma conosce anche la loro dedizione alla causa comune perché li ha visti lavorare davvero. Teramo chiude al sesto posto, ma per noi lo scudetto dell’anno è suo perché alla fine la scoppiatura fisica di Moss, incapace di reagire, ma soltanto di agire, la difficoltà per Brown di liberare la testa, hanno tolto una vittoria sulla presunzione dell’Armani smutandata, dei golfini attillati, delle anime candide che giocano bene quando hanno paura, ma sono inguardabili se cominciano a fare i bauscia come gara quattro nel torrido del Palalido. Vedremo in semifinale adesso che ogni timore di non eguagliare le stagioni con il Corbelli al timone sembra svanito, anche se quello vi dirà che una finale scudetto lui l’ha giocata, ma gli manca la finale a 16 europea. Insomma roba minima direbbero a Siena dove adesso rischiano di avere anche una squadra in A2 da quando la Mens Sana è diventata contrada amica per tutti quelli che amano il basket a Siena, in Toscana, in Italia, persino in federazione.
Premi speciali a Poeta, all’indio Ciaparal Ciarella, a Piazza e Lulli, l’unico che sapeva riconoscere i finti duri, i palleggiatori ossessionanti, super coppa d’oro alla società, grande presidente, grande manager, senese anche lui, accidenti, grande gruppo e con loro pestiamo le castagnole sul legno duro.
A Pesaro nessun premio o ricordo speciale, salvo che per il Pino Sacripanti che forse tornerà a Cantù. A proposito la separazione con Dalmonte apre un mondo nuovo, ma siamo sicuri che il miglior affare lo farà chi prenderà per primo Lino Lardo, chi non lascerà a piedi Markovski, chi darà una vera società ed una bella squadra a Boniciolli, chi convincerà Messina che si può anche tornare in un paese dove insultano i Paolo Maldini, a patto che si abbia dentro quello che ha reso questo ragazzo straordinario un fuoriclasse assoluto: coglioni e senso delle proporzioni. Messina dovrebbe avere tutto e Milano, più di Roma, ha bisogno di uno come lui, anche se la mossa di Treviso potrebbe spiazzare tutti e un Repesa nel mare non lo sottovaluteremmo troppo. Quanti buoni allenatori da piazzare. Questo sarà il gioco dell’estate, mentre troviamo singolare che una delle battaglie playoff più dure sia stata combattuta da due allenatori che avevano la quasi certezza di essere esonerati alla fine della corsa. Roba da italioti. Roba brutta, ma qui le pulci si attaccano a tutto.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)

Momento storico

di Dominique Antognoni
E’ stato un momento storico. Finalmente un grande calciatore ha detto quello che pensa degli ultras: "Figli di puttana". Fantastico, sublime, da standing ovation il gesto del numero 3 rossonero verso un mondo fatto di violenze, non necessariamente fisiche, dove in molti casi chiedono soldi per entrare (oltre a quelli del biglietto!). La verità è che Maldini se lo può permettere, di insultarli, ma quanti altri suoi colleghi vorrebbero farlo? Tanti. Da sempre siamo per l’abolizione delle curve e soprattutto la loro totale sparizione dai media, dai club, da tutto. Non sono 'tifosi' graditi, la gente normale (quella che tiene in piedi i bilanci) li guarda schifata, le società temono i ricatti e colpevolmente li accolgono nella propria sede. La colpa é in gran parte dei media, che per paura e per stupidità (non dimentichiamo che gran parte dei giornalisti sono tifosi, più o meno prezzolati) danno sempre voce a questa gente inutile e dannosa. Al di là dell'aspetto sportivo (non occorre essere milanisti per essere suoi ammiratori) Maldini é diventato il nostro eroe. E adesso speriamo che sempre più calciatori, d’ora in poi e in tutta Italia (soprattutto in provincia, dove spesso ci sono più ultras che spettatori), abbiano il coraggio di pronunciare le stesse parole. Monumentale il totale disprezzo del capitano rossonero per un mondo che a chi ama il calcio appare incomprensibile, al di là degli episodi di violenza fisica che possono anche non esserci. Ovviamente ieri sera, nei vari Controcampo e su tivù localissime, capi degli ultras hanno avuto spazio in tivù. E siamo facili profeti nel dire che la solidarietà ai 'colleghi' del Milan arriverà dalle curve interiste, juventine, romaniste, genoane, eccetera: tutte contro il calcio 'che fa Skyfo'. Ma allora statevene a casa...Forse Maldini ha cambiato le carte in tavola, forse é un inizio. Speriamo.
dominiqueantognoni@yahoo.it
(in esclusiva per Indiscreto)

Grazie al Cairo

La fiction chiamata Chievo-Bologna, che trasudava più volemose bene di 'Butta la luna' (trash di RaiUno in cui è stata coinvolta la grande Fiona May), era stata ampiamente annunciata dall'imbarazzante quota del pareggio: 1,30, una cosa da vittoria casalinga dell'Inter con la Reggina. Sorprendente è però la sopresa di Urbano Cairo, che si aspettava un Genoa senza bava alla bocca: evidentemente il presidente del Toro ed i suoi consiglieri non avevano letto con attenzione la classifica. Poi la Fiorentina ci ha messo del suo, rimettendosi in piedi solo nel finale con il Lecce e chiudendo la porta Champions alla squadra di Gasperini, ma questa non è una colpa del Genoa. Omaggiato con pezzi inneggianti alla sua onestà (che ci può essere stata, però i rossoblu hanno fatto soprattutto e giustamente i propri interessi), e offeso al fischio finale da 'uomini di calcio' vari. Di culto potrebbe essere domenica prossima Bologna-Catania, con i siciliani salvissimi e Zenga che ha appena annunciato l'addio al club. Pochi occhi di tigre e l'ultima giornata di Premier League, con quattro candidate alla retrocessione su cinque che hanno perso contro avversarie tutte in teoria demotivate, relegata nelle brevi.

Il mito degli impianti che mancano

Solita domanda: i Mondiali, in ogni disciplina, per il paese organizzatore devono essere un punto d'arrivo, un punto di partenza o un'occasione di rilancio? Secondo la FIBA questa volta buona la prima, visto che la Spagna oltre ad essere la seconda nazionale più forte del pianeta ospita anche il secondo campionato professionistico più importante (la ACB) ed avrebbe gli impianti pronti anche per domani mattina, al di là del nuovo megaprogetto Real ispirato da Florentino Perez (una arena NBA con il sogno di giocarci davvero, nella NBA). E così il Mondiale 2014, dopo l'edizione 2010 in Turchia, sarà madrileno. Sabato dopo la prima votazione in albergo di Ginevra il Central Board ha escluso la Cina, con l'Italia che ha avuto così il discutibile 'onore' di perdere solo al ballottaggio finale. A nulla sono valsi gli impegni economici presi dal governo (organizzare il giochino costerebbe sui 40 milioni di euro), il prestigio internazionale di Meneghin, il messaggio di sostegno di Manu Ginobili (la Spagna ha risposto con il tris Scola-Nocioni-Oberto) e varie relazioni personali. Poi il quadro era quello che era: le città trainanti (Siena, Bologna, Roma) del movimento hanno progetti solo sulla carta, le altre vivacchiano grazie al mecenate di turno, la Nazionale prende sberle anche a livello medio-basso da dopo Atene 2004, la Spagna ha una maggiore capacità di proporsi come movimento invece che come somma di campanili. Ma non facciamo schifo, come piacerebbe al giornalismo autoflagellante, e di sicuro valiamo molto più della Turchia o del Giappone 2006. Conclusione: l'entusiasmo e lo spazio mediatico per la pallacanestro possono tornare anche senza bisogno di speculazioni immobiliari. Il pubblico è leggermente più importante degli impianti in cui sistemarlo.

L'ultimo striscione per Maldini

Un medio appassionato di calcio potrebbe non credere alla notizia che la curva del Milan abbia contestato Paolo Maldini (Paolo Maldini!!!) proprio nel giorno della sua ultima partita ufficiale a San Siro. E invece ci deve credere, prima di tutto perchè eravamo lì e potremmo testimoniare. Poi perchè in ogni realtà gli ultras rappresentano solo se stessi e non milioni di tifosi o di semplici ammiratori di Maldini. E infine perchè Maldini, forse non tutti lo sanno, è uno di quei pochi giocatori importanti (sia in generale che a maggior ragione restringendo il discorso al Milan) a non essersi mai piegato alle logiche dell'andare a cena con quel capetto o con quel giornalista (anche se in qualche occasione non si è potuto sottrarre) per avere qualche favore o qualche mezzo voto in più: non ne ha mai avuto bisogno, e anche se magari la realtà ci smentirà non ha mai pensato di doversi costruire rapporti utili per il dopo-calcio. Intimamente detesta questo mondo, anche se come tutti noi (noi nel sottoscala, ovviamente) forse non saprebbe vivere in un altro: ha velleità da imprenditore, qualche affare gli è anche andato bene, parla un bell'inglese, preferisce un viaggio alla discoteca con cinque alto del p.r., gli uomini di calcio non gli sono mai sembrati troppo interessanti. Ma senza andare troppo sul filosofico, cosa c'è dietro lo striscione 'Sentiti ringraziamenti da chi hai definito mercenari e pezzenti'? C'è un episodio di quelli che non si raccontano mai, a metà fra la realtà e l'ingigantimento (non leggenda, però) metropolitano. Aeroporto di Istanbul, maggio 2005: il gruppo del Milan, con familiari al seguito, incrocia alcuni gruppi di tifosi. Il morale dei giocatori è sottoterra, per ovvii motivi, e cade ancora più in basso ascoltando in silenzio una raffica di insulti anche personali da parte di apparentemente tranquilli signori. Reagiscono però parenti ed amici, fra i quali la moglie di Maldini, Adriana, che avrebbe omaggiato gli urlatori del titolo di 'mercenari' e di 'pezzenti'. Da qui il grande freddo fra il tifo organizzato (il paradosso è che quegli urlatori di Istanbul non erano ultras) ed il capitano rossonero, aggravato dal fatto che Maldini si è sempre fatto i fatti suoi. Per questo può vivere senza il gradimento di quelle poche migliaia, essendoci dieci milioni di persone che la pensano in modo diverso.

'na Juve grande, trenta milioni per Mou, Quaresma al Genoa







Gli anni d'oro della grande Rial

di Stefano Olivari
Il Mondiale di Formula 1 con il salary cap a qualcuno piace. Nemmeno il tempo di aprire le iscrizioni per il 2010 (i termini scadranno fra una settimana) e subito l'adesione della Campos Racing squadra attualmente nel campionato spagnolo di Formula 3. Proprietario Adrian Campos, ex pilota ed ex manager di Fernando Alonso. La scuderia (che secondo Marca avrebbe fra i suoi finanziatori la stella dei Lakers Pau Gasol) si chiamerà Campos Meta 1 (Meta Image è la sigla dei soci di Campos). Il bello del salary cap è che potrebbe riportare in F1 quelle scuderie che non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena, ma che riuscivano spesso ad inventarsi qualcosa e spessissimo a lanciare piloti dal grande futuro. Rimanendo nel decennio più bello della storia d'Italia (che fra l'altro Campos visse guidando una Minardi che finiva pochi GP), di cui adesso stiamo subendo i sottoprodotti politico-culturali (un po' meno belli), ci vengono in mente, con lacrime agli occhi e in ordine sparsissimo: ATS, Ensign (fu con questa macchina che Clay Regazzoni ebbe il drammatico incidente di Long Beach), Shadow, Fittipaldi, Osella, Rial (nella foto Andrea De Cesaris a Silverstone), Onyx, Dallara, Theodore, Toleman, Eurobrun, Ram, Spirit, Lola, Coloni, Ags, Zakspeed. E chissà quante ne dimentichiamo, al di là dei vari team che con varie fusioni sono arrivati fino ai giorni nostri e di alcuni eroi dei Novanta come Leyton House, Fundmetal, Footwork, Life, Venturi, Andrea Moda, eccetera. Non è che una volta fosse tutto più bello, anche perchè i piccoli non vincevano mai. Però c'erano.

Tutte le strade portano a Rom

Crisi internazionale per Mircea Lucescu definito dal Giornale in una breve sulla finale di Coppa Uefa 'zingaro rumeno della panca', con lettera dell'ambasciatore di Romania in Italia e trasmissioni televisive a Bucarest al cui confronto le piazze del Santoro di una volta sarebbero sembrate una clubhouse golfistica. Poi la telefonata chiarificatrice dello stesso Lucescu, che da 'zingaro della panca' sa capire le differenze fra i vari paesi. Il punto è che in Romania 'zingaro' non ha l'accezione italiana di 'giramondo', né tantomeno gli zingari vengono considerati un popolo da tutelare come gli altri: nulla di antirazzista, negli editoriali e nelle prese di posizione ufficiali (lettera dell'ambasciatore compresa) di ieri pomeriggio. In Romania, dove il sentire comune nei confronti di quelli che noi chiamiamo rom non sarebbe dispiaciuto a Hitler (nella vituperata Italia almeno ci sono varie opinioni in materia), 'zingaro' (Tiganul, per la precisione) è un insulto pesante. Siamo quindi più razzisti nell'usare questo termine con leggerezza o nel non usarlo considerandolo un insulto?




A grande richiesta, questa volta davvero, iniziamo la pubblicazione delle prime pagine dei quotidiani sportivi. Per poterne parlare criticamente, senza offendere, e magari stimolare la lettura dei loro e dei nostri articoli. L'unica cosa che abbiamo imparato è che il titolo è raramente coerente con il contenuto del pezzo...

Meno Ferrari e più Mosley

di Pecora Nera
Ci vorrebbe un Max Mosley anche per il mondo del calcio. Ovviamente non nel senso di un libertino che ami trastullarsi con frustini e fantasie nazi-erotiche modello “Il portiere di notte” (quelli probabilmente ci sono già, e fanno pure di peggio), bensì in quello di un promotore di una riforma che preveda un tetto massimo per le spese dei club. Una sorta di utopistica democrazia applicata al calcio: tutti simili (il termine “uguali” sarebbe un pizzico eccessivo) ai blocchi di partenza, un concetto che rappresenta un po’ la quintessenza dello sport. Non che il buon Mosley sia un novello De Coubertin, anzi, le sue motivazioni affondano le radici in una forte antipatia personale (eufemismo) nei confronti di talune scuderie, in primis l’insopportabile Ferrari (in Italia più intoccabile del Papa e di Berlusconi messi insieme). Però l’idea è bella. Il pallone dei miliardari è sempre più monotono: in Inghilterra le prime quattro posizioni sono esclusivo appannaggio di quattro club, e cambia sono l’ordine d’arrivo; in Spagna è lotta a due, con dietro il vuoto; in Italia i campionati finiscono a dicembre, nonostante gli inumani sforzi di giornali e televisioni per nasconderlo. Per non parlare della Champions League. La solita minestra cucinata dai soliti cuochi. Ricca e gustosa finché si vuole, ma se mangi aragosta tutti i giorni poi finisci per odiarla. Chi ci sarà in finale il prossimo anno? Il solito Manchester United? Il Chelsea? Il Liverpool? Magari nuovamente Barcellona? O forse un Milan parzialmente guarito dalla propria gerontofilia?. Nel frattempo, chi fosse alla ricerca di ingredienti quali suspence e incertezza è costretto a rivolgersi alla Coppa Uefa, o al campionato turco. Max, dove sei?
Pecora Nera
(in esclusiva per Indiscreto)
P.S: con questo intervento parte la collaborazione ad Indiscreto del collettivo Pecora Nera, poco umilmente ispirato a Luther Blissett (quello di Q, non quello di Watford e Milan al quale ha 'solo' rubato il nome) e molto umilmente centrato su calcio e sport. Si tratta di giornalisti che preferiscono una sintesi comune alle loro opinioni, senza l'esibizionismo del genere 'adesso vi spiego io il calcio e la vita' che ammorba anche i siti indipendenti (vale anche per Indiscreto!). Non esistendo come entità singola, Pecora Nera non potrà rispondere alle mail ed agli interventi dei lettori. Per lamentele e messaggi scrivete al direttore di Indiscreto.
P.S. del direttore: quattro, o forse più, Roby Facchinetti che mai avrebbero scritto su Indiscreto come Roby Facchinetti. Però lo fanno come Pooh...

Buio a San Siro

di Dominique Antognoni
Roberto Vecchioni ci perdonerà, ma non siamo nati in Italia e di conseguenza sappiamo poco sul suo conto. Siamo però al corrente dell'esistenza della canzone 'Luci a San Siro', anche se si sta parlando di qualche decennio fa. E’ un po' come Sabrina Salerno che negli anni Ottanta cantava Boys Boys Boys, con la differenza che la ragazza era conosciuta in tutta Europa. Come risultati Vecchioni da scudetto e Sabrina da Champions League, rapportando tutto al calcio. Abbiamo però assistito ad una sua esibizione dal vivo (di Vecchioni, purtroppo non di Sabrina), in un contesto da brividi. Erano i tempi di Roby Baggio all’Inter: il campione ed il cantante erano stati invitati in una specie di teatro che per fortuna non frequentiamo più, un covo di attori alternativi che viveva (vive?) grazie alla generosità, indovinate un po', di Massimo Moratti, anche lui presente quella sera. Quando Vecchioni attaccò con il ritornello qualche giornalista di regime finse perfino commozione, ma solo perché il presidente si trovava a pochi passi. Noi uscimmo subito dalla sala, loro invece no e alla fine hanno vinto facendo la meritata carriera. Ma non divaghiamo. Il direttore di Indiscreto, che si ostina a leggere i giornali e quindi ci guarda sempre schifato, ci ha informato che giorni fa il cantante ha scritto un pezzo sul Corriere della Sera con argomento Ibrahimovic. Non ci interessa il contenuto, peraltro già commentato su questo sito. Quello che sarebbe interessante capire é come funziona il sistema dell'informazione (e della disinformazione) sportiva. Ovvero, come mai uno che non c'entra niente con il calcio ha a disposizione tanto spazio per dire la sua su Zlatan? In base a che cosa? Il sospetto è che lo si dovesse attaccare e che si sia scelto un mezzo vip piuttosto che esporsi in prima persona attraverso un'intervista o un editoriale. A seguire alcune domande senza risposta, almeno per noi che siamo fuori dal giro. Il pezzo é stato ispirato da Moratti? Scritto liberamente ma gradito da Moratti? Ci sono stati dei segnali in codice? Chissà perché, ma non ce lo vediamo Vecchioni mandare il pezzo senza prima consultarsi con 'Il Presi'. O magari Vecchioni ha ideato e scritto di getto il tutto, proponendo poi il pezzo al Corriere. O magari ancora il Corriere ha solo deciso, come sua strategia, di chiedere un commento ad un tifoso famoso. Ma se questo tifoso avesse attaccato Moratti e difeso Ibra? Un discorso a parte meritano poi le reazioni che questo articolo avrebbe dovuto generare. Ibrahimovic avrebbe dovuto leggerlo, l’articolo? Magari fra le righe, fra una lezione di taekwondo e l'altra? E poi, come mai un pezzo negativo e non uno elogiativo, tipo una richiesta per rimanere? Il tifoso interista mica si identifica con Vecchioni, quante volte sarà stato a San Siro nel campionato facilmente vinto e praticamente mai iniziato? Qualcuno sostiene che il giornale volesse schierarsi ma che per non esporsi abbia scelto di farlo attraverso un collaboratore: forse la risposta giusta è questa, forse no. Il problema non è che Ibrahimovic non sappia chi sia Vecchioni, perchè chiunque (anche noi!) in Italia può esprimere un parere. Il Corriere della Sera può poi ospitare le opinioni di chi vuole, a maggior ragione in un mondo in cui la gloriosa Domenica Sportiva può essere presentata da un comico solo perché è tifoso del Milan. Il problema è che queste cose le abbiamo già lette, in altri tempi e con altri nomi. I giocatori vanno, i presidenti ed i giornalisti restano.
(in esclusiva per Indiscreto)