Il baseball almeno ci prova

Onestamente ci eravamo dimenticati che quest'anno i Mondiali di baseball si giocassero in Italia (a settembre, probabile ma non sicura Roma come sede della finale), o per meglio dire in Europa: le partite saranno infatti disputate in sette diversi paesi, con la fase finale da noi. La cosa ci è venita in mente leggendo su http://www.sporteconomy.it/ che la federazione italiana starebbe per lanciare (nel 2010) un campionato nazionale senza retrocessioni. Una cosa che era nell'aria fin dal cambio di nome del massimo campionato (da serie A1 a Italian Baseball League), visto che da anni si parla di una collaborazione con la MLB americana. Dalle parole del presidente della FIBS Riccardo Fraccari non abbiamo capito chi dovrebbe finanziare tutto questo (sì, gli sponsor, che sono sempre quei dieci a cui tutti chiedono soldi), ma al di là dell'equivoco di fondo (come può una federazione assistita dallo Stato creare una lega chiusa, senza diritto sportivo?) il tentativo di creare franchigie che possano programmare nel tempo va seguito con molta simpatia. Se il pubblico risponderà presente senza bisogno del sangue delle retrocessioni vuol dire che c'è ancora speranza: i professionisti da una parte e i dilettanti (ma dilettanti veri) dall'altra. Domanda ingenua: non basterebbe riformare l'attuale IBL? Risposta cattiva: l'idea sarebbe ovviamente di piazzare le franchigie nelle grandi città, su tutto il territorio italiano, mentre l'attuale IBL è un campionato emiliano-romagnolo con l'aggiunta di Nettuno e Grosseto. Insomma, il solito (falso) mito di Milano e Roma: a cui purtroppo frega solo del calcio.

Inutilità al potere

L'esaltazione della democrazia CONI ha raggiunto nelle scorse settimane vette di comicità assoluta, dovuta anche alle fonti degli articoli di politica sportiva: pensate, la bellezza di tre candidati alla presidenza! Peccato che siano rimasti già in due (sempre uno in più rispetto alla candidatura unica del 2005), dopo il ritiro di lunedì di Paolo Barelli, e che prima di mercoledì prossimo potrebbe tirarsi indietro anche il golfista Franco Chimenti. Insomma, non ci sono più ostacoli alla quarta presidenza Petrucci: con lui arriveremo fino all'Olimpiade di Londra. Autentico beneficiato dello scandalo dell'Acqua Acetosa (nel 1998 Pescante si dimise dopo la constatazione che quasi un decennio di controlli antidoping in Italia era stato finto: sì, le provette conservate ad una temperatura sbagliata...), Petrucci è sempre stato bene attento a non schierarsi su niente se non a favore di una generica battaglia contro il doping: senza mai toccare i fili dell'alta tensione calcistica (pomata di Borriello, shampoo di Blasi, eccetera). Sopravvissuto al crollo del Totocalcio, sia pure con l'escamotage della Coni Servizi (in punta di cialtrodiritto: è una società formalmente privata, ma di proprietà del ministero dell'Economia), e a mille cambiamenti politici, Petrucci continuerà a non incidere nel bene e nel male. Forse non tutti sanno che Franco Carraro, possibile uomo nuovo del calcio italiano (non è ancora chiaro se in veste di commissario della Lega o di presidente di una nuova entità) è un suo grande alleato ed estimatore. Una garanzia. O una 'geronzìa'.

Rebellin senza peperoncino

Senza entrare nel merito scientifico dei controlli antidoping, nonostante il 99,9% delle analisi sul campione B (quella di Rebellin sarà effettuata fra un mese) confermi quelle fatte sul campione A, possiamo dire la solita banalità. Cioè che lo sporco viene trovato solo nei contesti in cui viene cercato: infatti per tracciare il CERA il Comitato Olimpico Internazionale si è messo d'accordo con la casa produttrice, la Roche. Considerando il fatto che gran parte del doping calcistico è somministrato non da una Spectre formata da premi Nobel, ma da medici di provincia (alcuni dei quali arrivati in altissimo pur sapendo quasi zero di ortopedia e cardiologia), la tracciatura del doping 'medio' dovrebbe essere uno scherzo anche senza indagini della magistratura su farmacisti maneggioni. Oltre a coca e 'maria', i positivi del calcio italiano sono sempre stati beccati per operazioni personali o delle rispettive nazionali, mai per la gestione dei club. Non è ovviamente un problema solo italiano, al di là degli elogi al 'ritmo alto' derivante da vaghe 'motivazioni' e da una improbabile 'cultura': però per irruzioni notturne a casa di Totti, Kakà, Del Piero o Ibrahimovic leggeremmo di sicuro articoli più garantisti di quelli riservati a Riccò o Sella (nessun demente fa sit-in e striscioni per uno scalatore, per quanto popolare sia). Il nostro doping è sempre il peperoncino.

I cinesi siamo noi

Delocalizzare: è la parola (poco) magica usata da industriali che vogliono risparmiare sulla manodopera. Da qualche anno è in atto la delocalizzazione anche delle scommesse, verso l’immancabile Cina. Dove il gioco è fuorilegge dal 1949, anno della presa del potere di Mao: tutte le cifre si riferiscono quindi ad un contesto di illegalità. Nel solo 2008, stando alle stime poliziesche riprese dal quotidiano China Daily, nel paese ci sono state scommesse sportive per circa 114 miliardi di euro. Il tutto tenendo fuori le lotterie (la prima legale risale al 1987) ed altri giochi. Sembra un movimento clamoroso, paragonato ai circa 10 miliardi italiani (metà legali e metà no), ma non lo è in rapporto alle popolazioni. L’aspetto preoccupante è che meno di un decimo del gioco derivi da appassionati locali. Tutto il resto è riversamento da parte di operatori europei, più o meno legati alla criminalità organizzata, e giocate dirette di scommettitori di grossa taglia. In parole povere significa che ogni anno 100 miliardi di euro scommessi in Cina possono influire sul calcio europeo, che muove la quasi totalità dei volumi. E molto di più viene puntato tramite Hong Kong (politicamente Cina, ma con leggi speciali), Singapore, Thailandia: in Cina esiste una quantificazione solo perché le scommesse sono illegali. Platini ha ragione di preoccuparsi, visto che la somma dei fatturati 2008 delle 20 società più ricche d’Europa non arriva ai 4 miliardi di euro. I margini per fare proposte interessanti anche ai fuoriclasse ci sono tutti.
(pubblicato sul Giornale di ieri)

Dove volano le pizze

di Luca Ferrato
La maggior parte dei tifosi pensa che tutto sia iniziato una sera di gennaio del 2005. Quella sera si giocava ancora nel vecchio Highbury, partita di campionato fra l’Arsenal e il Manchester United. Nel tunnel che portava i giocatori in campo Patrick Vieira, bandiera dei Gunners, cominciò a provocare Gary Neville e per tutta risposta ebbe un duro rimbrotto dal capitano e lottatore dello United, un certo Roy Keane. Dicevamo dunque che molti fanno risalire a questo episodio la rivalità recente fra i giocatori delle due squadre, che tra l’altro saranno anche protagoniste in una delle semifinali della Champions League. La verità è che però l’odio iniziò molti anni prima, un odio vero che porterà Keane a dire pubblicamente che sia lui che i suoi compagni “odiavano” l’Arsenal e Vieira a dichiarare nella sua autobiografia che il Man U è la squadra che in carriera gli ha dato le maggiori sensazioni, quindi è la squadra che odia di più pur essendo allo stesso tempo contento ogni volta che la incontra. Le prime scintille scoppiarono addirittura nel 1987, nel primo anno in panchina Red Devils per Sir Alex Ferguson. David O’Leary, allora centrocampista dei Gunners, venne scalciato per tutta la partita da Norman Whiteside, mentre David Rocastle, altra figura importante dell’epoca per l’Arsenal, venne provocato dagli avversari per tutto il match tanto da reagire ed essere espulso. Negli spogliatoi scoppiò una rissa fra giocatori, la prima di una lunga serie. L’anno seguente Brian McClair sbagliò un rigore in un match di FA Cup ad Highbury e il difensore Nigel Winterburn lo seguì poi fino a centrocampo per deriderlo e cercare di avere una reazione da parte dell’attaccante del Manchester United. Il 20 ottobre del 1990 la saga proseguì con gli stessi protagonisti in campo. Questa volta fu McClair ad entrare in maniera assassina su Winterburn e quella fu la miccia che fece esplodere gli animi degli altri giocatori in campo. Scoppiò infatti una rissa che coinvolse in pratica tutti e che non fu facile sedare. La rivalità e gli scontri proseguirono per tutti gli anni ’90, con il Manchester United che diventava sempre più vincente e l’Arsenal che alternava annate buone ad altre disastrose. Nel 1997 arrivò dal Giappone Arsene Wenger andandosi a sedere sulla panchina dei Gunners e dal quel momento non si sarebbe più parlato del “Boring Boring Arsenal”- il coro irridente che gli avversari rivolgevano ai Gunners per il loro gioco tradizionalmente noioso - ma di una squadra brillante, spumeggiante, capace di dare spettacolo facendo giocare dei giovani. La rivalità Manchester United-Arsenal da quel momento divenne anche, se non quasi esclusivamente, quella fra i loro allenatori, Alex Ferguson vs Arsene Wenger. Si arriverà così al 2004 e al famoso caso del “Pizzagate” o “la battaglia del buffet”, quando al termine di un match particolarmente combattuto, negli spogliatoi volò un pezzo di pizza (o una ciotola di zuppa: il tipo di cibo lanciato non è ancora stato chiarito) contro Sir Alex e pare che a lanciarlo fosse stato proprio un iracondo Wenger. Questo nel famoso terzo tempo del calcio inglese, quando gli allenatori di solito si ritrovano per sorseggiare un bicchiere di vino (celebre la bottiglia regalata da Mourinho a Ferguson qualche anno fa) e commentare quanto accaduto con più rilassatezza. In campo vi era stato anche un inseguimento a Ruud Van Nistelrooy da parte dei difensori dell’Arsenal dopo che l’attaccante olandese si era conquistato un rigore a tempo scaduto e con l’inganno, ma l’aveva tirato contro la traversa. Patrick Vieira riversa il suo odio anti United soprattutto contro l’olandese oggi in forza al Real Madrid. Dice nella sua biografia: ”Di lui non mi piace nulla, è un falso e un ladro. Tutti pensano sia un bravo ragazzo ma è un figlio di buona donna”. Ora si capisce meglio anche perché le pizze volavano. Ora, per la prima volta nella storia, Arsenal e Manchester United si affronteranno in Europa, per conquistare la finale Champions di Roma. Non ci sono più caratteri forti come Roy Keane, Peter Schmeichel e McClair da una parte o Nigel Winterburn, Ian Wright e Patrick Vieira dall’altra, ma siamo sicuri che anche stavolta le scintille non mancheranno.
(in esclusiva per Indiscreto)

Povera (Pro) Patria

Il Cesena non è certo un osservatore neutrale, ma il suo esposto alla Figc contro la Pro Patria è a dir poco fondato. Da premettere che la Pro Patria è in vetta al girone A della derelitta ex serie C1 insieme alla Reggiana, mentre il problema è che la società di Busto Arsizio dallo scorso ottobre non paga stipendi, contributi, Iva, niente. In questo quadro fallimentare sono poi avvenuti tesseramenti (Do Prado, Migliorini, Giambruno) già evidentemente sapendo di non poter pagare e varie altre cose da basso semiprofessionismo. Al di là dei punti di penalizzazione, auspicabili, va detto che non ci si può scandalizzare selettivamente. La permanenza della Lazio tardo-cragnottiana in serie A è un precedente che vale per tutti, senza contare la realtà quotidiana della serie C (pardon, prima divisione). Liberatorie, spesso false, firmate per gli stipendi fino ad aprile, ed ultimi due mesi lasciati al buon cuore delle società ed al potenziale ricattatorio del proprio procuratore. Si sta meglio nelle categorie delle società sportive e dei pagamenti solo in nero, non è un caso che nel cuscinetto di mezzo sia rimasto il peggio.

Formula Uno senza vetrina

Gli abruzzesi sono stati troppo dignitosi, paragonati ad altre etnie colpite dalla stessa enorme tragedia: per questo non hanno attirato il circo dei piagnoni della beneficienza-spettacolo, a parte qualche eccezione. Non è un caso che il mondo della Formula Uno abbia risposto agli appelli di Jarno Trulli versando la bellezza di...17mila (diciassettemila) euro tutto compreso, come spiegato da un articolo di Benny Casadei Lucchi sul Giornale. Si tratta di microversamenti fatti da persone normali, appassionati di F1 ed amici di Trulli, mentre la gente vera con i soldi veri non è ancora scesa in campo. Quando ci sarà un galà, con telecamere, ci saranno anche i soldi e le solite facce.

Il disinteressato parere di Conte

Altri chiodi sulla metaforica bara di Ranieri, con il becchino che ha le sembianze di Antonio Conte. Ieri alla tramissione di Antenna 3 'Lunedì di rigore' la risposta pugliese a Cesare Ragazzi ha affermato che la rosa di questa Juventus non è poi così distante da quella interista e soprattutto che Lippi ai suoi tempi ha vinto lo scudetto anche senza avere la miglior squadra del campionato. Traduzione: cari dirigenti della Juventus, se non volete far incattivire i giornalisti di una certa area (che sono tanti), chiamate me quest'anno, che tanto al Bari ho già fatto il mio, e dal 2010 Grazie Marcello come santone parafulmini. E già che ci siete...

Dalla A all'AZ

di Alec Cordolcini
1. L’Az Alkmaar campione d’Olanda 80-81 fu una (splendida) eccezione, incapace però di aprire un ciclo, tanto che solamente otto anni dopo quel successo il club retrocesse in Seconda Divisione. Non andò meglio in Europa; l’avventura in Coppa Campioni, dopo un primo facile turno contro i norvegesi dello Start di Kristiansand, si fermò ad Anfield al cospetto del Liverpool, in una partita dai ritmi serrati che alla fine premiò la maggiore qualità dei Reds, vittoriosi 3-2 (in Olanda l’andata si era chiusa sul 2-2). L’anno successivo fu invece Coppa delle Coppe, e la musica non cambiò di una nota: primo turno comodo contro i nordirlandesi del Limerick, poi sfida contro l’Inter, che con Juary e Altobelli ribaltava a San Siro la rete segnata da Tiktak nel vecchio Alkmaarderhout. Salvo una comparsa nell’Intertoto 88/89, l’Az tornerà in Europa solamente nel 2004, nel pieno dell’era del presidente-banchiere Dick Scheringa. Il cui sogno rimane quello di vedere l’Az perennemente insediato ai vertici del calcio olandese. La buona situazione finanziaria del club (vendere i pezzi pregiati è quindi un’opzione, non un obbligo), unita ad una rosa di bassa età media ed alta qualità, rappresentano basi piuttosto solide sulle quali costruire un progetto importante. Di seguito proponiamo il bilancio stagionale dei nuovi campioni d’Olanda, che recentemente un quotidiano italiano ha definito “compagine modesta portata al successo da Louis van Gaal”. Con tutta probabilità l’unico nome del pianeta Az conosciuto dal giornalista.
2. Stagione a 5 stelle. Mounir El Hamdaoui (24 anni): l’uomo in più dell’Az. Van Gaal gli ha concesso molta libertà di movimento, lui ha ripagato superando quota 20 reti, segnando da ogni posizione. Pagato a peso d’oro nel gennaio 2008, ha ripagato l’investimento con gli interessi. Tecnicamente aveva poco da dimostrare, a livello fisico e di rendimento invece ancora molto. Lo ha fatto al meglio. Testa a testa finale con Luis Suarez dell’Ajax per il titolo di capocannoniere. Stijn Schaars (25): se Wesley Sneijder è il nuovo Davids, Schaars è il nuovo Sneijder. Così si diceva di lui un paio di anni fa. Poi un bruttissimo infortunio lo ha costretto a ripartire da zero. Pienamente guarito, ecco nuovamente un centrocampista poliedrico che imposta e difende con uguale intensità e lucidità. La stoffa inoltre è quella del leader. Demy de Zeeuw (25): sul mercato in estate, frustrato dall’essere risultato il migliore dei suoi in una stagione rovinosa che gli ha fatto perdere il posto nazionale. Troppo bassa però l’offerta dell’Amburgo, si resta ad Alkmaar. Nel cuore del centrocampo, per comporre con Schaars la struttura portante della mediana, e del gioco, di tutta la squadra. L’ambizione per il grande salto brucia ancora, ma adesso il valore del suo cartellino è raddoppiato. Sergio Romero (22): a sorpresa titolare tra i pali fin dalla prima giornata, si è dimostrato un portiere attento e affidabile, rimanendo imbattuto per oltre 900 minuti. Infortunato nel finale di stagione per aver tirato una testata al muro dello spogliatoio dopo la sconfitta in Coppa d’Olanda contro il Nac Breda. Unica concessione al nervosismo in una stagione di notevole maturità.
3. Stagione a 4 stelle. Moussa Dembele (21): il miglior prodotto d’esportazione dell’Az, e infatti è il principale candidato a lasciare la squadra. Lo farà dopo un ottimo torneo in cui, da seconda punta o da esterno destro di fascia con ampia libertà di movimento, ha confermato tutto il proprio bagaglio tecnico di prim’ordine. Da urlo una rete al Willem II dopo aver saltato sei avversari in dribbling. David Mendes Da Silva (26): il nuovo Rijkaard che non è mai cresciuto. Sa fare tutto bene, può ricoprire pressoché tutte le posizioni in difesa ed a centrocampo, ma è sempre apparso allergico al definitivo salto di qualità. Con Van Gaal prezioso esterno destro di una mediana a quattro, ed è arrivata la convocazione in nazionale. Maarten Martens (24): come Schaars, anche lui reduce da una stagione trascorsa tutta in infermeria. Tornato titolare, si è rivisto il suggeritore lucido che gli era valso il soprannome di Litmanen dei poveri. Con De Zeeuw si divide la palma di miglior assist-man della squadra. Kew Jaliens (30): classe 79, è il veterano della squadra, e questo la dice lunga sull’età media dell’Az. Titolare inamovibile in mezzo alla difesa, ruvido ma efficace. Niklas Moisander (23): una bella sorpresa questo giovane finlandese cresciuto nel vivaio dell’Ajax e prelevato dallo Zwolle. Difensore centrale o terzino destro, sempre con grande personalità. Un nome da seguire, possibile erede di Hyypia in nazionale (ma rispetto al difensore del Liverpool è un sinistro naturale). Gill Swerts (26): dal Vitesse a parametro zero, con la fama (meritata) di elemento di categoria poco indicato per i livelli più alti. Ha smentito tutti con prestazioni sull’out di destra di notevole spessore quantitativo. Sebastien Pocognoli (21): tra i migliori terzini sinistri del campionato, è maturato limitando pause ed eccessi di nervosismo, venendo premiato con la convocazione nella nazionale belga. Acquistato nell’estate del 2007 per sostituire Tim de Cler, oggi la missione può ritenersi compiuta. Ari (23): ha avuto la sfortuna di trovarsi davanti un El Hamdaoui in stato di grazia; impossibile rubargli il posto. Si consola però con la palma di miglior realizzatore effettivo della squadra, 9 reti in 18 partite per una media di un gol ogni 113 minuti.
4. Stagione a 3 stelle. Hector Moreno (21): altra scommessa vinta da Van Gaal, che affianca questo giovane nazionale messicano a Jaliens nel cuore della difesa. Rendimento senza sbavature fino a dicembre, quando un infortunio nel match contro il Feyenoord lo mette ko. Quanto basta però per meritarsi il prolungamento del contratto fino al 2014. Ragnar Klavan (23): nazionale estone (54 caps a dispetto della giovane età) arrivato a gennaio dall’Heracles Almelo per rimpolpare un reparto arretrato ridotto un po’ all’osso dagli infortuni. Assolve bene il proprio compito, puntando su una fisicità notevole. Kees Luijckx (23): sufficienza stiracchiata per questo piccolo emulo mancato di Pirlo, ottimo gli anni passati nell’Excelsior prima come numero 10 e poi come play basso. Ma nella mediana dell’Az gli spazi scarseggiano, ed eccolo quindi riproposto come difensore centrale. Senza infamia e senza lode. Nicky van der Velden (27): scartato dall’Rkc Waalwijck in Eerste Divisie, campione con l’Az in Eredivisie. Dov’è l’errore? Forse nel caso di questo onesto cursore di fascia la verità risiede nel mezzo.
5. Stagione a 2 stelle. Graziano Pellè (25): non ci siamo. Fosse arrivato a parametro zero ci si sarebbe anche potuti accontentare delle sole tre reti stagionali (che peraltro hanno fruttato sei punti). Ma dal secondo acquisto più costoso nella storia dell’Az è obbligatorio pretendere qualcosa (molto) di più. Nonostante l’impegno sia fuori discussione. Brett Holman (25): flop proveniente dal Nec Nijmegen, il nazionale australiano si è intristito per le ripetute esclusioni dall’undici titolare nei primi mesi inabissandosi nella mediocrità. Infine non giudicabili, causa limitato impiego, il portiere Joey Didulica (31), l’attaccante Jermaine Lens (21) e i centrocampisti Simon Poulsen (24) e Marko Vejinovic (19).
(in esclusiva per Indiscreto)

Haywood non capiva

di Oscar Eleni
Oscar Eleni dallo scantinato della Misericordia di Venezia, cercando di grattare via la patina del tempo, di sentire ancora il profumo di quel basket che giocavano alla Reyer dialogando con i grandi affrescatori, con i grandi giocolieri, con i “morti cani” delle varie annate oro granata dei tempi di Lelli e De Respinis, con quello che è rimasto di una notte balorda di marzo, era il 19, l’anno il 1981. Finale di coppa Korac a Barcellona, plau blaugrana, tribuna stampa anche più in alto che alla Futurstation. La Carrera del Carrain che va ricordato con affetto, un’armata che il paron Zorzi faceva cantare quasi in coro anche se Haywood non capiva lo splendore del palazzo sul Canal Grande, contro la Juventut Badalona dalle maglie consumate, una banda catalana che seguiva le leggi del signore fino in fondo. Siamo andati alla Misericordia per sentire se qualcuno aveva raccolto in un volume le imprecazioni di Tonino Zorzi, il goriziano del ferro sei, gloria di Varese come giocatore, gloria per le tante squadre che lo hanno avuto come allenatore, da Napoli a Venezia e, adesso, dopo Avellino, anche la Virtus Bologna. Zorzi era sicuro di aver stravinto quella coppa. Anche noi ne eravamo certi offrendo la scommessa più assurda a Giorgio Lago, direttore del Gazzettino, un vero giornalista, un amico che ci manca. La Reyer era padrona del gioco e del punteggio: “Se perdono non scriverò più di basket”. Persero. Abbiamo scritto ancora, ma si prova comunque vergogna per le parole non mantenute, per la debolezza come direbbero ai Veterani. Sconfitta al supplementare, 105-104, è dalla mente in tanti abbiamo cancellato il nome dell’americano che da quasi metà campo infilò il tiro della vittoria giurando che lo aveva guidato Dio.
Vi raccontiamo questo dopo aver visto le facce di Boniciolli e Zorzi mentre volava l’ultimo pallone. Ma lo potevamo immaginare già dalle semifinali vissute nella penombra della tribuna stampa sul cielo della Futur Station, intermezzo sul campo, in un venerdì glorioso passato da Rodrigo per scoprire che Torquemada Porelli ama ancora stupire, scommettere sulla vita guardando negli occhi chi lo sfida, che sia anche la morte che non lo fa arretrare di un metro perché con lui non “ si passa”. Porelli e Guazzaloca, artisti splendidi nel teatro dell’arte di un vecchio ristorante dove un tempo la Bologna che si godeva le notti e mangiava anche all’alba applaudiva i campioni della vita, le signore in guepiere che facevano lo spogliarello sui tavoli. Parole in libertà, ma anche promessa del venerdì, assaporando canocchie e bomboloni intesi come pasta, per vedersi la Virtus nella finale di domenica. L’avvocatone era sicuro. Nella semifinale non mi vedrete, ma alla partita decisiva ci sarò. Ha mantenuto la parola e ha soffiato come quasi tutti i settemila del palazzo quando Nando De Colo, francese di talento, anima dello Cholet dove è cresciuto nel mito di Rigaudeau, con 8 secondi da giocare, ha lasciato partire il tiro che avrebbe potuto mandare Zorzi al neurodeliri come nel 1981, che avrebbe forse convinto Boniciolli a salutare tutti per nascondersi nel primo bosco disponibile sopra Chiarbola, che avrebbe fatto diventare polvere le tre giornate di gloria sabatiniana. Non è accaduto e l’Italia si è ritrovata in casa una coppa europea che non vinceva dal 2002, un trofeo in argento che è proprio uguale alla coppa Korac, anche se adesso, chissà perché, alla Fiba Europa la chiamano Eurochallenge, un riconoscimento che la Virtus ha messo in bacheca etichettando in oro la quarta coppa continentale, alla faccia di chi quasi non voleva giocarla questa manifestazione, salvo poi berci dentro il nettare della vita, tenendo il fiele per le battaglie che il basket italiano preferisce fare altrove, sempre lontano dal campo.
Coppa benedetta che non nasconde certe differenze con Siena, che stimola la sana ironia e ha fatto bene Boniciolli a chiedere un telegramma Marconi da inviare ad Ettore Messina in partenza per Berlino facendogli sapere che lo considera sempre il migliore, un tipo tosto alla Togliatti. Non hanno fatto bene quelli che erano assenti e Dino Meneghin non ci dica che era spaventato dalle minacce del Sabatini che voleva i federali in ginocchio sul brecciolino della Futur Station, umiliati nella richiesta dell’accredito. Lui non ha mai avuto paura e questa volta doveva esserci perché non deve dare ascolto a questo consiglio federale che lo sta incartando, ai vicepresidenti che delle società non si preoccupano quando invece sta montando la piena nel torrente legaiolo. Certo Sabatini era stato duro, certo c’era risentimento per le ultime storie tese con Siena che resta il pianeta verde più lontano, ma attenti alle parole, attenti a dare ascolto alla gente con il torcicollo, quei piccoli puffi che si confondono seguendo i ghirigori del Boykins che non va stuzzicato cantando troppo bene di Langford perché la gelosia diventa una brutta bestia, come vi racconteranno i veterani di mille spogliatoi, da Milano a Varese, da Cantù a Bologna, da Napoli fino a Siena, si anche nella società modello bisogna fare attenzione a certe cose.
La coppa nel giorno in cui Roma legge le carte all’Armani che non poteva essere sazia, anche se la scusa è buona, nel turno che allontana Ferrara dai play off proprio quando sentiva di averli in mano, anche se poi ha scoperto una novità che vale per i giocatori tipo Allan Ray: sono croci e delizie. La fame non è di questo basket direbbe Pancotto, un altro dallo sbalordimento permanente, nel vedere la Fortitudo piegarsi sotto la clava canturina. Domenica per sentire l’Europa bella vicina, c’era anche il presidente Fiba ad omaggiare la Virtus e sarebbe stato interessante mangiare con lui come il colonnello Lawrence sulla strada di Aqaba. Peccati gravi. Tensioni permanenti e il Meneghin deve rendersi conto che persino al faro delle sacrestie è venuta fuori la domanda che resterà su questa stagione: gli arbitri e i dirigenti scoperti nel tarocco minore sono così diversi da quelli che vediamo imperare nel campionato maggiore? Sono sabbie mobili e sarà meglio prepararsi bene, senza menarla troppo con questa storia delle quote di giocatori italiani che resta la palude dove i vice presidenti federali e il loro seguito, quello ufficiale e quello mascherato, provano a fare i lottatori, per far scoppiare una guerra che, dopo la rielezione della presidenza al Coni, lascerà Meneghin in mezzo al mare dei suoi sogni, istigato dagli Iago di turno a darle le dimissioni, ad usare il pugnale per la vendetta che non serve. Gloria alla coppa europea della Virtus perché è piccina, ma pesa tanto e servirà a Boniciolli per scrivere meglio il libro della sua vita senza pace, anche adesso che ha vinto, perché già lo aspettano le forche caudine di Teramo, di Porto Montegranaro, perché gli diranno che non basta mai dire la verità, ci vuole lo zenzero e la bugia cosmica, non sarà sufficiente mostrare le cose come sono in realtà. Pagelle con zucchero filato della casa Reyer dove si aggira Dan Peterson imprecando con tutti quelli che non gli credono quando urla 'te lo do io il basket'.
10 Al PILLASTRINI che corre sulla collina del Palace varesino per questo suo ritorno in serie A, per una stagione vissuta pericolosamente, ma vissuta bene come capita agli allenatori che non sempre incontrano la gente sbagliata, quella che ironizza su scelte fatte in proprio, ma scaricate sugli innocenti, dopo il fallimento.
9 A Matteo BONICIOLLI per le sue dediche dopo aver vinto anche una coppa europea. Giusto applaudire il Sabatini che questa volta ha organizzato e ha pure vinto, giusto ricordarsi che l’età dell’oro è stata quella di Messina, ma è stato intelligente anche dedicare il successo al Porelli che ha costruito la casa Virtus, a quelli che l’hanno difesa anche durante la peste e con Sabatini c’è sicuramente Romano Bertocchi, così come c’è Luchi, così come devono esserci Zorzi, Melillo e Fedrigo.
8 Al Luca BECHI biellese che permette ad Atripaldi e Baiesi il grande abbraccio dopo una corsa che è diventata impresa nella seconda parte, che è diventata speciale perché convincere Gaines a giocare per la squadra resterà un capolavoro a prescindere.
7 Al Simone PIANIGIANI che è andato sull’Argentario per far respirare un po’ il Montepaschi, per renderlo ancora più solido adesso che si prepara alla campagna per vincere il terzo scudetto consecutivo. Lui può permettersi questo lusso, mentre altri vanno in giro a cercare i loro lanzichenecchi pronti a scappare.
6 All’arbitro SAHIN, che forse meriterebbe anche di più, perché a Pesaro dopo un fallo intenzionale sanzionato al focoso ed inesperto Akindele gli è andato vicino per spiegare bene le cose che il talento nigeriano ancora non comprende: spiegazione senza infierire, ridacchiare, fare il duro che non dura. Bisognerebbe che si facesse così sempre, soprattutto quando si è belli gonfi per aver pescato un americano che commette passi senza prendersi vantaggi.
5 Ad Ugo BARTOLINI, splendore di Rivabella, la collina dove scopri tante cose simpatiche, anche se non tutte le compagnie sono adatte alla notte, per la settimana insonne pensando alla Fortitudo che non merita comprensione dopo tanti pasticci, per la settimana speciale passata con la sua under 13 poi vittoriosa nel derby, per essersi stupito adesso che qualche genitore si è lamentato per gli allenamenti anche serali in una città dove si parla di parchi per le stelle, di luci al neon, di tartarughe dorate, ma dove le ore palestra dei ragazzini vengono scelte dopo aver regalato comodità alle prime squadre dei professionisti. Macerarsi ancora davanti a certe cose non ha più senso. Il discorso vale anche in altre città.
4 Alla commissione che si occupa della TV, anche se è rimasto soltanto Lefebvre, se non valuta bene quanto è accaduto per questa finale di Eurochallenge che alla fine è stata trasmessa da E’TV dopo una dura battaglia perché la finale incrociava (?) con il silenzio stampa del Bologna calcio. Nessuno si è fatto avanti per comperare l’evento e questo dovrebbe far riflettere chi è ancora convinto che il basket sia vendibile. Il basket è regalabile e va allevato come una piantina di mentuccia. Con molta cura.
3 A MESSINA e SCARIOLO, i nostri grandi guru regalati al CSKA e alla SPAGNA perché per vederli ridere di gusto, finalmente, liberi, abbiamo dovuto aspettare che uscisse il settimanale della Gazzetta. Quando li vediamo in giro sono sempre con la faccia armata. Regalino sorrisi sinceri anche ai poveri.
2 Alla LEGA che giustamente, sarà vero?, ferma il campionato per la settimana delle finali di Eurolega, ma non prende la palla al balzo con le finali di eurochallenge stranamente spalmate su tre giorni per lasciare la domenica soltanto alla Virtus, tenendosi un bel sabato di festa, perché il 25 aprile, anche in questo basket, sarebbe stato un giorno per liberarsi di certe piccole gelosie.
1 A Carlo RECALCATI che forse soltanto per schivare i faraoni bolognesi non è andato a Bologna per guardare da vicino i futuri nazionali di Francia e, soprattutto, per Nando de Colo che potrebbe diventare un problema anche più grosso del solito Parker. Vero che c’era festa a Varese, vero che ci sono sempre i filmati, ma l’assenza si è notata.
0 Alla FEDERAZIONE che ha si è presa in ostaggio Meneghin e fa di tutto per complicargli la vita. Il caso Bologna, il caso arbitri, il contenzioso con la Lega, questa lite con Sabatini messo in piazza mentre minaccia gli arbitri, questa mancanza di coraggio e di chiarezza, questa assenza da una finale europea per chi punta ad organizzare il mondiale della redenzione, ha inacidito il poco latte spremuto dalla solita mucca rappresentata da una Lega che potrebbe davvero stancarsi di tanta ipocrisia su regole semplici da elaborare, ma dure da difendere, a meno che non ci si creda davvero ed è questo il punto con certa gente messa di guardia del bidone di un mondo senza ottica.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)

Chissà come arbitrava

Non abbiamo niente da aggiungere al tema dei giornalisti-tifosi (lo riteniamo l'unico giornalismo finanziariamente possibile oggi, non solo nello sport: ragazzi, bisogna schierarsi, se no riceverete solo complimenti), ma qualcosa a quello della vivibilità degli stadi sì. Invece di parlare delle vituperate curve, andiamo in tribuna stampa. Nella cosiddetta tribuna della cosiddetta stampa. Segnalato dall'amico Paolo, il video della diretta di Sette Gold da Marassi per Genoa-Juve di due settimane fa. Il giornalista bianconero (Claudio Zuliani) recita la sua parte in commedia in maniera pacata, se la rapportiamo al comportamento della maggioranza dei 'colleghi'. Maggioranza ben rappresentata dai due personaggi dietro di lui, che fanno rimpiangere i peggiori ultras: amici genovesi li hanno identificati come Pinuccio Brenzini (cantore di Preziosi, con questo sarebbe già detto tutto) e Lino Marmorato, fra l'altro ex arbitro: qualcuno ci aveva detto che la conoscenza del regolamento aiuta a giudicare in maniera equilibrata. Brenzini e Marmorato avevano comunque un microfono in mano, segno che stavano lavorando per qualcuno: la cosa preoccupante in fondo è questa.

Le assicurazioni che ci tengono in piedi

Qualche giorno fa abbiamo scritto del crollo delle entrate pubblicitarie in tutti i settori dell'editoria tranne che sul web (anche se dai banner presenti su Indiscreto non si direbbe), sottolineando come invece il comparto Finanza-Assicurazioni abbia nel 2008 investito sulle televisioni l'80,7% in più rispetto al 2007. Secondo noi una simpatica partita di giro fra il governo, le aziende del premier ed altre aziende sull'orlo del crack e bisognose di sovvenzioni pubbliche. Ma Alberto, assicuratore e fan di Indiscreto, ci ha proposto una spiegazione meno superficiale della nostra: ''Ormai la pubblicità è l'unico canale di promozione conosciuto. Le compagnie telefoniche hanno come unico mezzo di diffusione la pubblicità e il passaparola (io che sono un agente invece vado direttamente a cercarmi i clienti, è la differenza fondamentale tra compagnie "tradizionali" e telefoniche-via internet). Altro aspetto interessante: le compagnie telefoniche dopo aver fatto una sorta di dumping per conquistare quote di mercato (nei primi anni di presenza in italia), ora stanno riallineando i prezzi per cominciare a produrre utile. Poi le compagnie tradizionali hanno spinto sulla pubblicità per farsi conoscere: sembra strano, ma Ras, Allianz Subalbina, Lloyd Adriatico hanno cambiato nome e marchio quest'anno (sono diventate tutte Allianz e hanno lo stesso logo): è dal punto di vista di marketing una società nuova che si deve far conoscere sul mercato. Lo stesso vale per Zurich che ha praticamente raddoppiato i propri punti vendita in Italia (andando a coprire molte zone in cui non era presente), e quindi ha la necessità di farsi vedere e notare. Italiana Assicurazioni (quella che fa la pubblicità durante le gare di Formula Uno) è una compagnia nuova, che si deve far conoscere...Sono sostanzalmente questi i motivi principali della spinta sulla pubblicità di molte compagnie, secondo me''. Ringraziamo per i chiarimenti assicurativi, rimane il discorso sull'attivismo pubblicitario delle banche. Perché ad essere sull'orlo del fallimento sono loro...

Il teorema di Borlotti

Dilemma genoano: spendere 30 milioni di euro (tre giocatori medi di levatura internazionale, fra cartellino ed ingaggio lordo del primo anno) per rinforzarsi in ottica Champions League, rischiando concretamente di uscire al preliminare e incassare niente, oppure lasciarsi andare dolcemente? Dopo la grande notte con la Juventus la caduta contro una Lazio senza obbiettivi ed un Bologna disperato ma anche modesto (non a caso staccato di quasi trenta punti). Assurdo prendersela con il tragico Bocchetti del primo tempo (fallo da rigore e rinvio sbagliato sul secondo gol, oltre ad una sensazione generale di insicurezza), con Ferrari, o con Gasperini che pensa alla panchina della Juve: la realtà è che il teorema di Borlotti (ma potremmo dire anche di Pozzo, non Vittorio) è sempre valido. Niente di illegale, ma qualcosa che con lo sport non c'entra: un calcolo di convenienza che ha una sua logica e non si può spiegare ai tifosi. Da un possibile meno 30 milioni si passa così ad un sicuro più 35 (25 milioni di Milito, che ora si può cedere all'insistente Moratti, ed una plusvalenza reale di mercato in un'operazione, azzardiamo un'ipotesi, con la Fiorentina): differenza di 65 milioni, giochi davvero Preziosi. E vai con l'editoriale sulla tensione per la Champions e sul Genoa che non è ancora maturo per certi obbiettivi.

Belle figure gratis

Tutti sognano di giocare nel Flamengo fin da quando erano bambini, così come in certi club italiani (facendo la rivelazione però solo dopo la firma), ma poi si può anche vestire la maglia del Corinthians senza subire traumi. Secondo Globoesporte Adriano, fresco di rescissione consensuale (il 'consenso' alla milanese, simile a quello di Emerson: caro giocatore, fingiamo di essere d'accordo perché potrei farti causa e far scrivere ai miei giornalisti cose che ti toglieranno mercato), vorrebbe tornare nella società che lo ha lanciato. Cosa verosimile, che non significa vera e nemmeno possibile in tempi brevi: il mercato brasiliano è attualmente chiuso, le condizioni fisiche e psicologiche dell'attaccante sono misteriose. Si spreca solo il gossip a distanza di sicurezza oceanica e le letture psicologiche da insider de' noantri, quelli che 've li raccontiamo noi i segreti dello spogliatoio del Barcellona' ma che non scrivono nemmeno le notizie del proprio cortile. Va anche detto che l'unica cosa sicura è che Moratti continui a prenderlo con le buone, visto l'invito alla festa scudetto fatto pubblicamente da Mourinho ma ispirato da lui. In parte perché teme una riedizione del caso Vieri-Milan con un giocatore più giovane e strutturalmente sano, in parte perchè pensa di fare una bella figura gratis: per certe situazioni lasciate è convinto che Adriano non tornerà più in Italia, Flamengo o non Flamengo.

Ci divertiamo in novantasei

Abbiamo parlato qualche post fa di Red Bull più Aulin, uno dei tanti doping empirici applicati sui campi di calcetto per scoppiati. Come per i professionisti, ha detto Davide Cassani ''Non si ammette di aver preso qualcosa nemmeno con se stessi''. Conoscevamo persone che nei mai abbastanza rimpianti anni Ottanta studiando sotto effetto del Plegine (anfetamine) riuscivano a poi a recitare i Sepolcri a memoria, salvo poi dimenticarli il giorno dopo. Tutto questo ci è venuto in mente leggendo i dati della commissione ministeriale di vigilanza antidoping che sono stati anticipati ad un convegno delle Acli (come si sa, noi siamo invece per i Templari): su 860 controlli doping effettuati nel 2008, il 3,9% di atleti dilettanti è positivo mentre tra gli atleti professionisti la percentuale è intorno all'1%. Ciclismo, body building e boxe gli sport più 'positivi' (quando si dice la sorpresa). Al di là del fatto che i professionisti siano solo seguiti da medici più aggiornati (ed il Carrozzieri di turno è più probabile che venga tradito dalla coca che dal doping vero) e che quindi la statistica sia poco credibile, rimane il fatto che 4 dilettanti dopati su 100 siano in fondo pochi. Vuole dire che di quei 100 ce ne sono 96 che si divertono o che comunque non sono fanatici, ci sembra una bella notizia. Come ci disse una volta a cena Roberto Scarnecchia, all'epoca docente in un corso motivazionale (!!!), bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno.
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Semirescissione unilaterale

Una noto canale italiano (?) basato sullo sport e da noi molto seguito qualche giorno fa ha mandato una mail ai suoi dipendenti, giornalisti e non, annunciando che il 27 del mese sarà corrisposta solo metà del già magro stipendio. Semirescissione unilaterale, esprimendoci in termini di calciomercato...Un modo simpatico e legale (nel senso che è illegale, ma quale ragazzo ti farà mai causa per avere 600 euro?) per far capire a buona parte della redazione di cambiare aria ed alleggerire così la rosa. Come dicevano nella vecchia Telepiù, giudicate voi...

Sega Master System

di Stefano Olivari
Al di là dell'interesse nullo per la notizia e del suo evidente scontrarsi con la logica, non c'è alcuna prova che Cristiano Ronaldo frequenti escort. Eppure diversi media italiani, quelli che intervistano il nostro campione in famiglia (magari dopo aver comprato le foto dell'amante, con annessa minaccia) sul divano, ce l'hanno spacciata come verità rivelata sulla base di frasi smozzicate di cacciatrici di pubblicità. Anche in prima pagina, per non parlare di quelle interne, anche in servizi sulle partite (''Dopo l'ennesimo scandalo che lo riguarda, Cristiano Ronaldo risponde sul campo del West Ham...''), anche ovviamente nelle rubriche satiriche che però non ironizzano né sull'Islam né sulle lezioni di vita impartite da cocainomani con nonni più illustri di quelli del nuovo mostro Carrozzieri. Visto che la notizia è apparsa in Inghilterra, su un famoso sito di gossip, aspettiamo al varco tutti i copiatori Xerox sul caso del campione di una squadra italiana. Come molti altri colleghi appassionato di videogiochi e computer, si sarebbe spogliato davanti ad una webcam, con annessa masturbazione, per attirare l'attenzione di una ragazza conosciuta in chat: le foto, a nostro modesto giudizio taroccate, sono in vari siti che non citiamo così come i riferimenti al giocatore (quindi non chiedeteceli: digitando su Google 'calciatore, webcam, masturbazione' trovate 23200 risultati nelle direzioni più varie). Sono però utili per ribadire che per molto meno Rooney si sarebbe meritato un corsivetto, senza bisogno di controlli preventivi sulle mitiche 'fonti', mentre il campione nostrano conserverà la sua immagine pulita presso il popolo bue. Anche questo è razzismo.

In Spagna scrivono che

Un rubrica mai priva di spunti sarebbe di sicuro 'In Spagna scrivono che', incentrata sui meccanismi del copia & incolla che fanno prendere per verità rivelate da autorevoli (sempre autorevoli, come l'Economist) testate straniere cose più o meno vere scritte dal vicino di banco. E' capitato così che un'intervista di qualche giorno fa, fatta dal Giornale a David Beckham (quella su Ancelotti che sta studiando l'inglese) venisse ripresa, in italiano si dice copiata, dal Sun. La cosa meravigliosa è che ieri quasi tutti i siti dei principali quotidiani l'anno ri-ripresa, quindi ri-copiata, citando il Sun. Poi qualcuno ha addirittura sfogliato la mazzetta che aveva sul tavolo (ormai solo i giornalisti leggono i giornali, avendoli gratuitamente) ed ha corretto il tiro, ma la situazione è comunque istruttiva. L'apoteosi si raggiunge di solito con il mercato, quando il Bronzetti che dice una cosa ad una radio romana ('Aquilani piace a Guardiola' o cose del genere) viene ripreso da un sito che a sua volta viene ripreso in Spagna: a questo punto si sveglia il grande quotidiano con il suo 'In Spagna scrivono che', prontamente marcato dal tg sportivo italiano che mette tutto in un calderone senza citare alcuna fonte. Il calciomercato è una meraviglia non solo per i tifosi che sognano a costo zero ma anche per i giornalisti, visto che ci permette di inventare qualsiasi scenario facendo ruotare venti nomi su cinque squadre: prendiamolo così, come un sostegno all'occupazione.

La devozione di Tirzan

Con Antonio Conte in panchina sarebbe stato scudetto sicuro, con Lippi sarebbe arrivata in abbinata anche la Champions. Chissà se il commissario tecnico più amato dai dirigenti dell'Udinese ha parlato anche di questo, nel summit di Recco con Blanc in cui pietosamente si è scritto che l'argomento fosse Amauri (come se l'amministratore delegato bianconero fosse un impiegato dell'anagrafe). Questi sono più o meno i messaggi che chi vive di Juventus sta gettando in pasto al suo popolo pagante, che reclama la testa di Claudio Ranieri dopo l'eliminazione dalla Coppa Italia adesso trasformatasi improvvisamente in un grande obbiettivo mancato. L'aspetto grottesco della vicenda, al di là dell'evidenza che vede seconda in campionato una squadra che per somma di valori (diciamo pure figurine, ma quelle le hanno tutti) sarebbe da terzo posto, è che nessuno, e sottolineiamo nessuno, attacca gli Agnelli-Elkann o quel che ne rimane per la loro assenza (di finanziamenti): la colpa è di dirigenti colpevoli di avere l'aspetto dei golfisti e dell'allenatore che non vende fumo (e quindi nemmeno copie). In questo senso il Tuttosport di oggi è emblematico: fotona di Cobolli-Blanc-Secco-Ranieri e titolo 'Restate tutti?'. Poi magari si dovrebbe anche spiegare perchè non sia ancora stato preso Diego, da trent'anni ad un passo dalla firma. Ma ognuno (noi compresi) scrive di solito quello che il suo pubblico vuole leggere, come confermato dai cori dell'Olimpico: ''Gianni Agnelli presidente''. Come se i suoi eredi fossero pronti a chissà quali sacrifici, con il cattivo Cobolli a vanificare i loro sforzi. Negli ultimi trent'anni in Italia è cambiato tutto, ma la devozione di Tirzan nei confronti di 'Agnello' (video) è rimasta uguale.

Il ranking del razzismo

di Stefano Olivari
Dopo buona parte degli juventini, adesso cerchiamo di inimicarci gli interisti: siamo liberi anche dal marketing, il libro che dobbiamo vendere (a quattro gatti fanatici come noi, peraltro) riguarda la Mobilquattro-Xerox e Chuck Jura. Però a cinque giorni di distanza non possiamo non dire cosa ci è risultato insopportabile delle reazioni al caso Balotelli-cori dell'Olimpico: il fatto che l'unico insulto che faccia scattare pistolotti moraleggianti e sanzioni sia quello legato al colore della pelle. Una sorta di sottile, ma neppure tanto, razzismo insito nell'antirazzismo: come se il colore della pelle fosse l'unica caratteristica del genere umano degna di nota. Come se urlare cose tremende a familiari di un giocatore o al giocatore stesso prendendo spunto da fatti della sua vita (dall'omosessualità presunta alla morte di un figlio, passando per le corna della moglie), fosse una porcheria di livello inferiore rispetto alla sottolineatura del colore della pelle. Non giochiamo ai piccoli lord: senza bisogno dei manuali di Lina Sotis (un mistero il fatto che scriva sul Corsera, quasi al pari di quello di Alberoni: da leggenda l'ultimo pezzo in cui dice che le ragazze si innamorano mentre i ragazzi pensano solo al sesso) o di Donna Letizia la linea di demarcazione potrebbe essere semplicemente non accettare in uno stadio quello che non accetteremmo per la strada. Chi girerebbe la faccia dall'altra parte, in strada o in ufficio, sentendosi dare del figlio di puttana? Conclusione: sanzioniamo, pur nell'inutilità delle partite a porte chiuse (meglio a porte aperte, con incasso devoluto ad iniziative culturali), i cori e gli striscioni razzisti ma anche tutti quegli altri che vadano al di là della volgarità media accettabile. Fra quarti uomini, televisioni ed ispettori della Figc non sfuggirebbe niente, e in pochi mesi lo stadio tornerebbe non un posto per educande (non lo è mai stato, mai lo sarà), ma almeno un ambiente vivibile. Senza fare le anime belle, basta ricordarsi di quando Collina fermò un Sampdoria-Torino facendo togliere lo striscione 'Casarin pagliaccio'. Si può fare. Poi è più facile l'editoriale anti-razzista contro ignoti rispetto ai provvedimenti concreti contro noi stessi. Un po' come sventolare le bandiere per la pace ed accettare che in Italia si producano le mine anti-uomo (sapete, l'occupazione, l'economia, eccetera...).

Il venticinque aprile di Sandro Gamba

di Flavio Suardi
Milano, 25 aprile 1945. Il CLN-AI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, ha proclamato lo sciopero generale contro l’occupazione fascista. In tutte le fabbriche inizia lo stato di agitazione e il Comitato di Liberazione Nazionale assume il potere. Migliaia di partigiani convergono dalle valli e dalle zone pianeggianti della Lombardia fino al capoluogo, spostando di fatto la guerriglia dalle strade di campagna alle vie di Milano. La caccia ai fascisti è senza quartiere: una lotta dura, frenetica, oltremodo cruenta da parte di persone decise a non rivivere più l’incubo dell’occupazione. Si spara ovunque: dalle finestre, dai tetti, da nascondigli fatti di macerie, da dietro i cespugli e spesso a rimanere sul terreno non sono solo partigiani o fascisti, ma uomini comuni, donne, bambini. Quel giorno, a giocare con gli altri ragazzini milanesi c’è anche un tredicenne esile ma già alto per la sua età: di nome fa Alessandro, come il papà, di cognome Gamba.
“Era appena terminato un allarme aereo e tutti noi siamo scesi di corsa a giocare in via Washington, una strada molto larga resa ancora più ampia dal fatto che tutti gli alberi erano stati segati per metterli a bruciare nelle stufe, visto che non c’era più nulla per scaldarsi”. Un cumulo di macerie, via Washington, con case distrutte, palazzi sfollati, insomma uno scenario in cui solo l’incoscienza tipica dei più giovani può aiutare a tirare avanti: “Nonostante ci fossero montagne di pietre e resti di case bombardate, noi avevamo il nostro spazio in mezzo alla strada, dove giocavamo a calcio. A quel tempo di traffico non ce n’era, passava ogni tanto qualche mezzo militare, ma la gente si muoveva in bicicletta. Mi ricordo bene di quel giorno, erano le due del pomeriggio e i gruppi di partigiani cominciavano ad arrivare in città, dando la caccia ai tedeschi che cercavano di scappare”. Le sparatorie erano ormai all’ordine del giorno in quella Milano talmente incattivita dall’oppressione da cercare con foga la vendetta nei confronti del fascismo. “Ad un certo punto un gruppo di partigiani ha notato una camionetta di tedeschi e fascisti che cercavano di scappare. Hanno cominciato a spararsi da un lato all’altro della strada e noi siamo rimasti in mezzo. Mi sono beccato due pallottole nella mano destra, ma a qualcuno che giocava con me è andata molto peggio”.
Via Washington diventa all’improvviso deserta, cala il silenzio, qualcuno però si occupa del piccolo Sandro, che viene trasportato nell’infermeria dell’ufficio del CLN-AI dove viene medicato in maniera sommaria. A portare quel ragazzo in braccio è un uomo che abita al pianterreno di un palazzo molto vicino alla casa dei Gamba. Uomo che rimarrà sempre senza nome, nonostante i tutti i tentativi che Sandro farà per rintracciarlo: “Quando sono guarito, mi sono presentato a casa sua per ringraziarlo, ma la portinaia mi ha detto che si era suicidato: era un militante fascista, che per sfuggire alla cattura dei partigiani si è tolto la vita. Non ho mai saputo nulla di lui, per me è una sorta di angelo custode”. L’odissea di Sandro continua: il ragazzo ha perso molto sangue e dalla clinica del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia viene ricoverato in quella svizzera di Via Monterosa, a pochi passi dal monumento in onore di Giuseppe Verdi. La diagnosi dei medici è impietosa: Sandro perderà la mano destra, unica soluzione resta l’amputazione. “I medicinali scarseggiavano e in casi come il mio, la strada più facile da percorrere era quella dell’amputazione. I miei genitori si opposero in maniera feroce, soprattutto mia mamma ha fatto di tutto per evitare l’intervento”. Il ragazzo viene medicato e al posto di una semplice fasciatura costrittiva, per tentare di mantenere la conformazione dell’arto, gli viene applicato sul palmo un pezzo di cartone di una scatola di scarpe, la cosa più rigida che si potesse trovare in quel momento.
Le ossa della mano sono frantumate, il cartone resta rigido lo spazio di poche ore e la mano assume una forma molto strana, riprendendo una conformazione “umana” solo dopo più di un anno di sforzi ed esercizi “fai da te”, cui il giovane Sandro si sottopone quotidianamente. La sua migliore amica diventa, in quegli anni, una pallina da tennis: “Ne ho tenuta in tasca una per tre anni. Mi avevano anche consigliato di provare a giocare a tennis, ma non riuscivo a tenere in mano la racchetta, dunque ho cominciato a stringere forte la pallina per tentare di recuperare la forza e soprattutto la manualità. Per un anno intero ho usato solo la mano sinistra, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di riuscire, un giorno, a ritrovare la funzionalità anche di quella ferita”. Intanto Sandro frequenta sempre più spesso il campo sportivo a pochi passi da casa sua. Papà Alessandro ci va spesso, dopo il lavoro, a giocare a bocce e il giovane Sandro resta ad osservare affascinato le partite di pallacanestro. “Gli americani giocavano moltissime partite tra di loro. Avevano due canestri fissati nella parte alta del retro di due camion. Quando decidevano di giocare, parcheggiavano i mezzi in modo da creare un campo improvvisato. Un giorno decisero di sfidare quel che rimaneva della vecchia Borletti. Una volta finita la guerra, non tutti erano tornati, dunque era difficile mettere insieme la squadra. I nostri sono entrati in campo con delle divise logore, vecchie, rammendate, insomma consone al periodo che stavamo vivendo: si faticava a trovare da mangiare e da vestirsi, figuriamoci se si potevano fare delle divise per una squadra di basket... Loro, gli americani della quinta armata si sono presentati con delle fiammanti divise rosse. Non ci fu partita, in tutti i sensi. Ho sempre sognato di giocare un giorno con delle divise rosso fuoco come quelle”. Tutto cominciò quel 25 aprile…
(per gentile concessione dell'autore, fonte: ''Sandro Gamba, il signore del basket', editore Meiattini)

L'università Louis

di Alec Cordolcini
1. Champagne, nonostante tutto (de Volkskrant). Il successo di Dirk e Louis (AD). Tutto è bene quel che finisce bene (De Telegraaf). Az, titolo a bassa tensione (VI). Sconfitta e trionfo (Radio Olanda). Forse i tifosi dell’Az Alkmaar accorsi in massa sabato sera al DSB Stadion si aspettavano di festeggiare in loco il titolo nazionale invece di attendere il pomeriggio successivo tifando Psv Eindhoven, ma dubitiamo che qualcuno abbia osato lamentarsi. Certamente l’incontro con il Vitesse ha sfiorato il surrealismo; non che l’Az sia apparso granchè tonico e brillante, ma le due reti siglate dai gialloneri di Arnhem si pongono a metà tra un maleficio voodoo e la più pura casualità. Nella prima Ricky van Wolfswinkel si è trovato la palla sul dischetto del rigore, solo davanti a Didulica, dopo una serie di rimpalli che in nove casi su dieci avrebbero mandato il pallone verso il fondo del campo oppure lo avrebbero ricacciato sulla trequarti; nel secondo il tiro, potente ma nulla più, di Alexander Büttner ha incocciato il corpo di Swerts finendo sotto l’incrocio dei pali. Due tiri in porta, due gol. Stadio ammutolito di fronte al riaffiorare di antiche paure (il campionato di due anni fa perso all’ultima giornata). Una manciata di ore dopo il Psv sotterrava l’Ajax 6-2 scacciando l’incubo. Az campione per la seconda volta nella sua storia.
2. Se al posto di Louis van Gaal ci fosse stato Marco van Basten, oppure Huub Stevens, l’Az avrebbe comunque vinto il campionato? Domanda che può apparire stucchevole nella sua impossibilità di trovare una risposta univoca, ma che diventa utile per evidenziare i meriti di un tecnico che in molti consideravano bollito e fuori tempo massimo. Perché il successo dell’Az è soprattutto il successo di Van Gaal, e la dimostrazione di come un progetto serio e ponderato sia più importante dei soldi. Il club di Alkmaar possiede, grazie al presidente-banchiere Dick Scheringa, il quarto budget della Eredivisie con 28 milioni di euro. Davanti a esso le tre grandi: Ajax (65), Psv Eindhoven (55) e Feyenoord (38). In estate gli ajacidi hanno investito 28 milioni di euro in nuovi giocatori, il club della Philips circa 20. L’Az invece, reduce da un’annata flop caratterizzata da pesanti investimenti sul mercato (Ari, Pellè, El Hamdaoui) senza alcun ritorno in termini sportivi, ha impostato la ricostruzione partendo dal materiale che aveva in casa. Il pieno recupero degli infortunati Schaars e Martens, il rientro alla base dei prestiti (Luijckx, Lens), più alcuni interventi minori (Swerts, Moisander, Van der Velden, Klavan) a basso costo, eccezion fatta per il nazionale australiano Holman che però non ha inciso. I veri protagonisti comunque sono stati quei giocatori che l’anno prima in campo non erano andati oltre l’undicesimo posto: De Zeeuw, Romero, Dembele, Mendes Da Silva, Jaliens, Pocognoli, più i già citati Schaars, Martens, Ari e El Hamdaoui. Dall’oro al ferro e di nuovo all’oro. Con tanti ringraziamenti al fabbro.
3. Dell’Az campione ne parliamo oggi anche sul quotidiano Il Giornale. In questa sede ci limitiamo a ribadire come il successo non arrivi alla fine di un “campionato dei poveri”, termine che in Olanda si usa per indicare la vittoria di una outsider favorita dalla contemporanea annata negativa delle big. I numeri sono tutti dalla parte dei Van Gaal boys, che hanno conquistato (a tre giornate dalla chiusura) 76 punti contro i 72 del Psv campione della passata stagione, segnando 62 reti e subendone 17 (65-24 il saldo del club della Philips). Senza contare i numerosi primati del club ritoccati in questa Eredivisie: maggior numero di partite chiuse a reti inviolate (17), miglior serie senza sconfitte (25 partite), maggior numero di minuti consecutivi senza subire reti (957, record stabilito dal portiere argentino Sergio Romero), maggior numero di vittorie in trasferta (12).
4. Curiosità finale: l’azienda Amstel celebrerà il successo del club del Noord Holland mettendo in commercio una serie speciale composta da 300mila bottiglie da birra da 50 cl dotate di apposita etichetta Az-kampioen van Nederland. Costo uguale a quello di una normale bottiglia da mezzo litro. La Amstel fece un’operazione simile nel 1969, quando produsse esemplari celebrativi a tiratura limitata per qualificazione dell’Ajax alla finale di Coppa dei Campioni (poi persa contro il Milan di Gianni Rivera). Gesondheid!
(in esclusiva per Indiscreto)

Il calibro di Beretta

1. Anche se dovesse essere un tagliatore di nastri in abito manageriale, come sembra avviato a diventare, Maurizio Beretta presidente di Lega è una vittoria politica della Juventus e delle società medie (dalla Fiorentina in giù). Nella riunione informale di ieri 19 società di A su 20 hanno detto sì o almeno fatto buon viso a cattivo gioco, rispondendo poi più volentieri a domande di calciomercato (anche gli squalificati e i pregiudicati) che a quelle di politica sportiva. Sconfitta relativa per il fronte capeggiato da Galliani (con silenzio assenso di Moratti, silenzio obbligato della Sensi e vassallaggio di qualche mantenuto), che puntava tutto sul casino in modo da far gestire tutta la vicenda televisiva post 2010 ad una azienda terza (che tanto terza non è, come abbiamo più volte scritto). Vedremo all'assemblea del 30 aprile, che si giocherà sui poteri del consiglio 'allargato' e sulla mutualità per la B (che mendica 20 milioni all'anno in più): una specie di superdirettorio con i fili tirati da chi di solito è presente piuttosto di occuparsi dei fatti suoi. I trombettieri della situazione hanno comunque già scaricato Matarrese, vantandosene anche. Va detto che le certezze manifestate oggi dai giornali sono esagerate, volendo sentire anche qualche campana di B: Beretta il 30 aprile potrebbe essere bruciato o comunque rimandato, se i cadetti sobillati da Matarrese daranno battaglia. Scenario verosimile: la Lega fra esattamente 13 giorni viene commissariata (Carraro?) e le due serie sotto la regia del braccio morbido di Geronzi (quello violento è squalificato) si scindono in maniera morbida eleggendo due presidenti diversi.
2. Perchè un giorno sì e l'altro anche il Milan o Carlo Ancelotti fanno a gara nell'affermare che la panchina rossonera 2009-2010 non avrà nomi nuovi? C'è un contratto firmato, un secondo posto più che probabile che con questa rosa rappresenta in campionato il risultato massimo, soprattutto l'assenza reale di alternative. E allora perché questo continuo ribadire mediatico? Agli amici della discoteca risulta che negli ultimi giorni in casa Milan siano accadute due cose: la 'scoperta' di una situazione finanziaria ben diversa da quella magnificata nei workshop con giornalisti spesati di tutto ed il piccolo rifiuto di Leonardo. La prima situazione imporrà un mercato senza ribaltoni, con pochi colpi mirati, la seconda ha preso un po' in contropiede Berlusconi ma soprattutto Galliani, che per far digerire al popolo rossonero un mercato medio hanno bisogno di una faccia amata. Cosa che ha messo Ancelotti in una posizione di forza: il canale con il Chelsea è sempre aperto e per rimanere da garante-badante le pretese sarebbero fondamentalmente due. Intanto se gli acquisti saranno mirati questa volta almeno dovranno essere a lui graditi, bloccando il solito circo: un difensore su cui lavorare (al di là di Thiago Silva credibili, secondo noi, i nomi di Rami, del Lille, e del palermitano Kjaer) e Adebayor, come minimo. La seconda: prolungamento fino al 2011. Tutte cose che costerebbero molto meno di Spalletti e del suo mercato (con lui non si gioca al trotto) e che sarebbero meno rischiose del Costacurta della situazione.
3. Forse in Italia c'è ancora qualcosa da salvare, ma in linea di massima sembrerebbe di no. Invitiamo a leggere i post di questi due gruppi su Facebook (come siamo moderni, signora mia): Balotelli buffone e Io odio Balotelli . Non diamo peso ideologico a quanto c'è scritto, invece concentriamoci sul numero degli iscritti: nel primo caso, mentre stiamo scrivendo queste righe 19.529 (con 3.349 messaggi), nel secondo 10.556 (1.211 messaggi). Numeri da residenti in città medio-piccole, città evidentemente popolate da cretini. La lezione di marketing è sempre la stessa: i grandi numeri si fanno solo con i tifosi (quelli di calcio non sono nemmeno i peggiori, almeno sono mediamente in buona fede) e schierandosi. Cercheremo di ricordarcene, quando dovremo investire soldi in un progetto vero al posto del nostro stream of consciousness per quarantenni (o ex quarantenni, o futuri quarantenni).
4. Coca Cola e Fernet. L'assurdo cocktail che troppo piace al Pocho Lavezzi è anche il preferito del connazionale Angel Cabrera, fresco vincitore del Masters di Augusta: lo ha raccontato lui stesso in un'intervista intercettata a notte fonda durante le estenuanti pause di Nba Tv ('The Shot' di Jordan con fallo clamoroso, secondo noi, su Brian Russell ormai ce lo sognamo), mentre nel caso del giocatore del Napoli la cosa ha scandalizzato i tifosi del genere 'Lo sai che ieri sera ho visto'. Un differenza non da poco è che Cabrera può stracciare i migliori golfisti del mondo anche con una pancia debordante, mentre lo sport di Lavezzi richiederebbe un fisico più tonico. Però confessiamo che questi connubi ci fanno impazzire. Come il doping dei poveri, che chiunque giochi da scoppiato con altri scoppiati conosce almeno per sentito dire: pastiglia di Aulin ingerita insiema ad una lattina di Red Bull, per non parlare del Viagra che ormai non viene più usato per lo scopo originale.
stefano@indiscreto.it
(appuntamento a domani, forse)

Quattro errori mortali

di Stefano Olivari
La maggioranza degli scommettitori ha un bilancio in perdita, verità difficilmente confutabile dai bookmaker: la loro stessa esistenza ne è la prova. Poi a seconda del pay-out (vincite pagate sul totale delle giocate), a livello aggregato annuale compreso fra il 65 e l’80%, ci sono aziende che guadagnano più di altre. Quasi inutile ricordare che se tutti giocassero con la testa al banco rimarrebbe nel lungo periodo solo l’aggio matematico, meno del 10% del volume. Stando ai quotisti gli errori principali dei dilettanti sono raggruppabili in quattro categorie. 1) Money management incoerente. A parità di competenza, chi scommette 100 euro sulla partita difficile e 500 sulla facile si autocandida al disastro: le quote già ‘scontano’ la difficoltà del pronostico incrociata con i volumi. 2) Attenzione solo agli eventi popolari. Nessun professionista si arricchisce con gli Juve-Inter della situazione, che per volumi tendono ad annullare le disparità di vedute tra domanda ed offerta. 3) Tifo. Il partito dell’assicurazione emotiva (Sono tifoso del Milan? Allora punto contro il Milan) è perdente come quello del tifoso ottuso: non è un caso che le quote dei grandi club o dei campioni più famosi siano sembre ‘sbagliate’ al ribasso rispetto alla previsione tecnica. 4) Ignoranza. Il vantaggio matematico del banco si può dimostrare in decine di modi: nessuna scommessa vincente può prescindere da una scelta qualitativa corretta, cioè da una probabilità a noi più favorevole rispetto a quella ottenuta invertendo la quota.
(pubblicato sul Giornale di ieri)

Quelli che maturano tardi

di Marco Lombardo
All’inizio della stagione della terra rossa e alla fine del torneo di Montecarlo ci si chiede se il tennis italiano possa ristabilirsi dopo il terribile inizio anno che ha visto i nostri non riuscire a passare due turni consecutivi in nessun torneo. Fino ai giorni del Principato, appunto, dove sia Fognini che Bolelli sono riusciti ad approdare al terzo turno, lasciando poi il campo con i soliti rimpianti. Per carità: nessuno chiede di avere in casa un Nadal, arrrivato al quinto successo consecutivo, però perdere dal veterano Ljubicic (Bolelli) o farsi recuperare dal pur fortissimo Murray un vantaggio di 5-0 al primo set (Fognini) è - come sempre - sinonimo di scarsa lucidità. E se tempo per migliorare ci sarebbe pure (anche se Fognini ha già perso al primo turno oggi a Barcellona), quel che resta - come sempre - è il comportamento dei nostri, in campo ma soprattutto fuori. Bolelli paga la personalità del suo coach Claudio Pistolesi, bravo ma straripante, soprattutto nella polemica contro la Federazione che danneggia, pur avendo molte ragioni, soprattutto il suo assistito. Fognini invece sconta l’atteggiamento da vittima - pur avendo ragioni anche nel suo caso, visto il trattamento avuto dagli organizzatori di Montecarlo che l’hanno costretto ad aspettare Murray negli spogliatoi per più di un’ora - che spesso mette in mostra. Nel Principato infatti ha spaccato le solite racchette in campo, mentre si racconta che suo padre si sia fiondato nella cabina Sky per riprendere aspramente la telecronista Elena Pero «colpevole» di aver criticato il suo ragazzo. Si dice insomma che gli italiani maturano più tardi: quanto sopra spiega il perchè.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: il Giornale.it)

L'ex impero dei Sensi

1. Quale futuro nel calcio per Rosella Sensi? Un ruolo di grande visibilità, sotto la supervisione di Unicredit e Galliani, magari ancora nella Roma. Ma non più della 'sua' Roma, quella per cui suo padre ha bruciato soldi e patrimonio vero (soprattutto negli anni a cavallo dello scudetto, dai 70 miliardi cash per Batistuta in giù). Nella capitale si sta facendo un gran parlare di cordate: ieri a 'Cuore di Calcio' (la trasmissione di Fabio Alescio) si è data per fatta, fattissima, la cessione ad un gruppo franco-svizzero, con il 28 aprile come data di ufficializzazione, secondo altre fonti i tempi sarebbero un mese più lunghi e l'acquirente sarebbe un fondo di private equity americano. In entrambi i casi le facce sarebbero italiane e ben note, dalla Sensi in giù. Quella presentabile sarebbe proprio lei, mentre per i ruoli da pelo sullo stomaco siamo alle autocandidature.
2. Per essere considerati mediaticamente 'morti di calcio' occorrono due requisiti: essere morti ed avere giocato a calcio. Per questo passato il momento del cordoglio e dei ricordi dolci (Scoglio lo aveva definito 'uno dei centrocampisti più forti d'Europa', per stupire i giornalisti adoranti ma anche per rendere omaggio ad un grande lavoratore) Franco Rotella sarà buttato nella fornace del sospetto. E pazienza se dopo essere cresciuto nel Genoa ha giocato e vissuto in ambienti diversi (Pisa, Atalanta, Triestina, Spal, Imperia), al di là del fatto che la leucemia tocchi anche gli impiegati. Giusto che Guariniello indaghi (ha già richiesto le cartelle cliniche di Rotella), se questo può servire ad andare al di là delle correlazioni statistiche o a punire eventuali responsabili, ma la sensazione è che si stia recitando stancamente lo stesso copione.
3. Sul tema Balotelli-cori abbiamo, tutti noi, scritto di tutto e anche di più. Facendo passare per il 'buono' della situazione Cobolli Gigli, che nel dopopartita ci era sembrato l'unico equilibrato. Poi il penoso ricorso contro una squalifica soft, credendo di guadagnare benemerenze tifose in questo modo oltre che con il reingaggio di difensori in declino. Per avere Tuttosport dalla sua parte basterebbe cacciare Ranieri, colpevole di essere arrivato in Champions League da secondo (forse) con una rosa che sulla carta era da terzo.
4. Ma cosa dice esattamente il regolamento che tutti citano senza nemmeno fare la fatica di leggerlo sul sito Figc? Ieri sera dibattiti televisivi tremendi, per i postulati ignoranti su cui si basavano e le stime sul numero degli urlatori (c'è chi ha sostenuto che 5mila sarebbero una minoranza trascurabile)...La norma che punisce i cori razzisti è l'articolo 11 comma 3 del nuovo codice di giustizia. Ritiene discriminatorio, e quindi sanzionabile, ogni comportamento offensivo, tra cui in particolare gli insulti per ragioni di razza. La sanzione non deve essere inferiore ai 20mila euro. In caso di pluralità di violazioni (così hanno segnalato gli ispettori federali presenti a Torino) oltre all'ammenda si possono applicare congiuntamente o disgiuntamente le sanzioni dell'articolo 18. Nostra sintesi: una o più partite a porte chiuse, la chiusura di settori (come è accaduto alla curva interista per gli striscioni anti-napoletani), squalifica fino a due anni del terreno di gioco. Al di là del fatto che secondo noi le squalifiche contro i fenomeni di massa, per quanto beceri siano, servono a poco e mettono nelle mani degli ultras un'arma di ricatto notevole (meglio una multa da 300mila euro da destinare a campagne di sensibilizzazione che giocare con il Lecce a porte chiuse), il provvedimento non è stato dei più duri.
5. E' interessante anche il discorso sulla sospendibilità della partita, volendo imitare il mito Hiddink o qualche caso spagnolo ed olandese affidato alla sensibilità ed alle orecchie dell'arbitro. In Italia la legge sportiva prevede che a decidere lo stop possa essere solo il responsabile dell'ordine pubblico allo stadio, non certo la coscienza anti-razzista di Farina, Ranieri, eccetera. Meglio come funziona da noi con un responsabile (che sabato sera evidentemente dormiva) ed una casistica chiari. Poi nessuna norma può cambiare il razzismo da stadio (di odiosità uguale ma strutturalmente diverso da quello quotidiano) ed altre forme di discriminazione secondo noi ugualmente gravi: nei confronti dei vecchi, dei disabili, di chi non rispetta certi parametri estetici, culturali o politici, degli animali (il modo in cui milioni di polli furono soppressi, nella nostra civile Italia, sulla base di semplici voci avrebbe imbarazzato Himmler), di chi non ha conoscenze, di chi non è furbo. Lo spirito di fazione è più forte di tutto, ma dal punto di vista dell'ordine pubblico è meglio riservarlo a Juventus ed Inter che ad altro. Adesso ci procuriamo qualche testo da scopiazzare, su controllo sociale e dintorni.

La pensione di Gaucci

Belli i Caraibi, sia pure da latitante, ma per la pensione l'Italia è meglio. Così si può leggere la pace siglata tra Luciano Gaucci e Cesare Geronzi, il vero padrone del calcio italiano nell'era Moggi-Carraro. L'ex proprietario del Perugia e di Tony Bin ha rinunciato all'azione civile nei confronti del presidente di Mediobanca, nella quale in sostanza chiedeva il risarcimento dei danni per l'attribuzione della responsabilità per il fallimento della società di calcio umbra, Dal suo lato Geronzi ha ritirato la querela per diffamazione. Gaucci aveva parlato di 'regali' fatti a Geronzi ed alla sua famiglia, durante i suoi anni nel calcio (è stato anche vicepresidente della Roma e ad un tratto di penna dal comprarsi la Lazio, tralasciando Viterbese e tutto il resto), per svariati milioni di euro. Adesso mancano solo i ritorni di Moggi e Carraro: il primo ha parlato dell'offerta di un grande club (ma fa già il consulente di mezza serie A), il secondo aspetta il commissariamento della Lega...

Teniamo basso il web

Con buona pace della Federazione Italiana Editori Giornali, sono usciti i risultati degli investimenti pubblicitari di Gennaio della più credibile Nielsen Media Research. Li sintetizziamo: a gennaio 2009 si è registrato un calo generalizzato della pubblicità sui media del 18,7% rispetto al gennaio dell'anno prima. Dei ventiquattro settori in cui è classificato il mercato solo due, Finanza-Assicurazioni ed Enti-Istituzioni, sono in crescita. E cosa vuol dire questo a casa nostra? Vuol dire che hanno continuato a buttare carbone nella fornace il solito Pantalone e chi aveva un'immagine rovinata da acquisizioni strampalate e crack allo stato latente. La televisione, considerando sia i canali generalisti che quelli satellitari, ha avuto una flessione sul mese del -15,7% ma al Tg5 non ci faranno di sicuro sopra un servizio (meglio la ricetta della porchetta alle castagne, da accompagnarsi ad un Grignolino). I risultati sarebbero stati anche peggiori se il settore Finanza-Assicurazioni non avesse investito nel settore caro al Premier uno spettacolare più 80,7% rispetto all'anno prima. La stampa ha invece incassato il 25,5% in meno da sponsor e affini: è in calo anche la pubblicità locale (meno 19,1%), vera architrave anche di quotidiani sedicenti nazionali che poi però non disdegnano i 200 euro della massaggiatrice thailandese (citofonare Laura). E la radio? Peggio che mai, meno 30,9%. Del resto come possono esistere mille radio tutte uguali, con la stessa musica e lo stesso cazzeggio prendendo spunto dalle brevi del Corsera? Il vituperato (almeno da noi) web cresce invece dell'1,8% trainato dalla ricerca per keyword: un risultato pazzesco, paragonato ai crolli degli altri mezzi. Ma tieniamola bassa alla cinese, questa roba da pedofili, anzi proibiamola in ufficio. Quindici anni fa sì che la gente lavorava.

In alto le mani

di Oscar Eleni
Oscar Eleni da San Cristobal Entrevinas, Spagna, zona fra Castiglia e Leon, dove il suono delle nacchere delle novie “affittate” per ripopolare la zona rurale abbandonata dalle donne spagnole, ma sempre occupata dai contadini che difendono terra e tradizione, questi canti di amore, anche a pagamento, ci liberano le mani per poterle alzare subito quando i sapientoni dell’ultima ora vengono a farci domande sulle meraviglie del campionato che stuzzica persino le papille gustative dei nottambuli NBA, quelli che ti guardano come si fa con i matti sugli alberi quando gridano “ vogliamo una donna”.
A San Cristobal puoi raccontarla come vuoi, salvo ingannarli sullo stato di salute, mentale ed economica, del nostro basket che s’illumina con l’energia Edison, ma non sa come reagire alla buriana del dopo partita fra Virtus Bologna e Siena che diventa lite nel sottoscala, urla in portineria, con un caterpillar in salotto, non sa come spiegare che il suo Juventus-Inter viene bruciato quasi in una breve dagli stessi giornali che hanno dato una bella paginona al “ basket truccato”, partite di serie B e serie C dove arbitrini che poi arrivano in serie A con colleghi che hanno studiato, come loro, soltanto la parte del regolamento che va contro la logica del gioco. Siamo addolorati, venendo a sapere, qui nella dolce Castiglia dove maledicono il Basile che affonda il Real, che il pm Maria Luisa Mirando di Reggio Calabria ha convocato Giovanni Garibotti, ex presidente del Cia, Giovanni Battista Montella, responsabile settore commissari, per capire, per vedere se è davvero ipotizzabile il reato di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva con tanto di abuso d’ufficio per via dei voti di merito pilotati.
Un pasticcio in più per Dino Meneghin che già vorrebbe prendere a pallonate qualcuno dei prodi che, facendosi compagnia nelle merende del dopo Maifredi, sperano sempre che la ragnatela sfinisca il prode Achille per liberare la poltrona che vogliono tutta per loro, soprattutto quelli che adesso vedono Petrucci un po’ distratto da questa guerra per il CONI che è tipica della politica, anche sportiva, del nostro paese: spiegateci come possono essere sicuri dell’elezione tutti e tre i concorrenti se in 44 hanno promesso il voto al presidente in carica? Qualcosa non torna. Come direbbero quelli che non vedono, non sentono e non parlano su questo pasticcio arbitrale che, per ora, è circoscritto alla serie B e alla serie C. Soltanto per ora?
Ma torniamo fra i rurales del Leon per essere processati insieme a chi non ricorda che negli ultimi due anni Piero Bucchi e Giorgio Valli erano già considerati due velenosi con gusto e per questo ci era stata promessa persino una mozzarella doc se ne avessimo cantato le gesta sul sito dove si presenta il prodotto per acquisti sicuri. Alzate le mani come gridava il prefetto Mori ai pezzi da novanta che aveva incatenato, fatele vedere, ammettete le vostre colpe. Questo è uno sfogo a mani alzate.
Non avremmo mai creduto che la linea grigia dell’Armani sarebbe diventata luminosa con la primavera. Bravi loro a resistere alle facce di circostanza, ai funerali senza bara. Il futuro è in questi profumi direbbe Livio Proli e ne prendiamo atto un po’ tutti.
Non pensavamo che Ferrara avrebbe trovato così tanta energia ingaggiando Allan Ray, pensavamo che fosse un errore. Non avevamo messo in contro tre cose importanti: la società, l’allenatore, la città. Tre diamanti perché Mascellani, Crovetti, Valli, gli italiani del gruppo, sono personaggi che dovremo tenere davvero in considerazione pensando a qualsiasi rivoluzione del sistema.
E’ vero che conoscevamo Lino Lardo come il grande condottiero delle armate scalze, quando gliene hanno data una con quasi tutto è arrivato alla finale scudetto, ma non pensavamo che avrebbe trovato questa energia nel territorio.
E’ vero che la Benetton ha un progetto affascinante con tanti ragazzi italiani da mandare in campo per la vera serie A, però sarà bene fare chiarezza subito perché se Daniele Sandri, uno con la testa giusta, deve tornare in panchina dopo essere stato ignorato sul campo, non aiutato, se deve fare spazio a Neal o Wood, persino a quel Bulleri che il Forum ricordava proprio così, spaventato anche dall’ombra di una mano sopra il pallone, allora qualcosa non quadra e ve li raccomando in difesa gli altri stranieri del gruppo verde. Con i loro piumini dovrebbero organizzare una bella lega poof insieme a molti della Scavolini e anche a molti della Fortitudo, per non parlare del gruppo Snaidero dove sembra, per fortuna, che la proprietà abbia dato ordine di tagliare finalmente i rami secchi con il professor Blasone che ha accettato di essere il potatore senza guardare in faccia nessuno, neppure il Jerome Allen che non è proprio sintonizzato con l’assistant senior come ci hanno fatto sapere da Biella dove Atripaldi si è confermato un adorabile bugiardo festeggiando la salvezza: va bene il palazzo nuovo, va bene tutto, ma perché mirare così basso?
Mani in alto per far sapere che appena abbiamo letto dell’illusione Virtus, questa volta è Bologna, domani sarà Roma, in futuro ne sentiremo altri, dell’abbaglio di Boniciolli, convinto di aver davvero spaventato Siena, mentre in piazza del Campo ancora si chiedono come potranno mai perdere se portano a casa partite giocate a due cilindri come quella della Futur Station, insomma quando abbiamo trovato il sasso esagerato in mezzo alla strada di una Vu nera sempre troppo dipendente dalla voglia di fare dispetti del Boykins, che considera questa parte del mondo cestistico da civilizzare, eravamo certi che qualcosa sarebbe accaduto nel derby di Ferrara. Collins ha presentato al puffo magico la stessa carta verde che pochi giorni prima gli aveva fatto vedere McIntyre. Loro non hanno 10 anni di NBA dietro le spalle, ma……
Pagelle e sidro del Leon godendo come ricci adesso che i tipi alla Iverson sono diventati il manifesto dell’anti gioco, dell’antisquadra, altro che risposte. Questi superegoisti, che hanno trasformato un gioco di squadra nel noioso “fermi tutti, ci penso io, perché io sono io e voi non siete un cazzo”, sono riposte che andrebbero valutate insieme a quelle di certi giocatori che non vedono l’ora di fare le valigie, di andarsene a lucrare altri dollari dove ancora credono che gli asini volano e ti fanno pure volare.
10 Al mastino HOOVER, la guardia scelta di Capobianco che ha ritrovato almeno la fortuna per Teramo ancora in debito fisico e mentale, perché una stagione di questa intensità, passate lassù in alto, costa tanto e devi digerirla bene, ma attenti che non lo facciano prima dei play off perché dopo saranno guai.
9 A Marco ALLEGRETTI, perché nella Ferrara di super Collins, dell’Allan Ray con sorriso e pancino dolorante, degli altri cacciatori di Valli, questo due e quattro sembra proprio il gusto forte che serviva alla Carife per entrare nel vivo di un gioco che la rende unica, la rende davvero la società rivelazione pur nella stagione d’oro di Teramo.
8 A Mario GIGENA che si fa davvero in quattro per essere tutto in questa Rieti dove, apparentemente, sembra che non ci sia quasi più niente, anche se fra tanti americani che fuggono, fra gente che non onora i patti, stiamo scoprendo che soltanto a Rieti si torna pagandosi persino il viaggio come ha fatto Ingles.
7 A Livio PROLI per aver resistito a tutto, anche quando la gente faceva l’elefante e scuoteva la testa guardando Piero Bucchi e quell’Armani che sembrava avere tutto, ma non il talento da grande corsa. Lui, ultimo arrivato, ha cercato di sopportare in silenzio e ora sembra davvero pronto a spiegare che se hai un progetto e non lo difendi, allora è giusto che ti mandino a casa, ma se credi in quello che fai arriverà anche il premio e la squadra risponde proprio come un gatto che potrebbe diventare pantera, perché Hall ricorda tanto certi americani malvisti che poi diventano quasi leggenda. Esagerato? No, se il cambio è Katelynas che è il più stuzzicante insieme a Sangarè.
6 Alla BENETTON che li fa giocare davvero i ragazzi italiani, anche se deve fare in fretta a chiarire cosa vuole da questa stagione: i tutti verdi, come la Scavolini, sono considerati alla stregua dell guanto di castoro nelle sale benessere. Contro le loro difese si rianimano anche i malati terminali.
5 Al progetto AZZURRA che ci sembra fin troppo oneroso, anche se ci saranno due squadre da costruire, la prima per i Giochi del Mediterraneo, la seconda per le Termopili europee, un lavoro approfondito che avremmo allargato anche alle Universiadi, dove si fanno esperienze più utili rispetto ad altre manifestazioni tipo quella di Pescara.
4 Alla VIRTUS Bologna che venerdì troverà tutti al suo fianco nell’unica finale europea rimasta disponibile al basket italiano, ma che arriva stressata a questa semifinale avendo scoperto che le “ faccine” da incazzatura a presa rapida tornano appena allenti la presa e chi parla di 2° posto non ha calcolato che La Fortezza potrebbe fermarsi a 36 mentre Roma, Milano e Teramo hanno buone possibilità di andare a 38, con tutti i danni relativi. Vero che c’è in calendario un Teramo-Virtus, ma lo si diceva anche prima di Ferrara, senza dimenticare che poi ci sarà anche Montegranaro.
3 A Massimo BULLERI che non può presentarsi a Milano giurando di sentirsi tranquillo per fare poi la partita che tutti temevano di vedere. Lo abbiamo ricordato prima dell’Europeo spagnolo: se non fa pace con il Bullo della prima vendemmia avrà sempre in bocca il sapore dell’uva acerba. Un conto è ridare fantasia ad egoisti come Wood e Neal, divertente come ammazzano il gioco d’attacco, un conto è giocare leggeri, un altro avere tutti gli occhi addosso.
2 A Pino SACRIPANTI che ha deciso di non mettere più la faccia per difendere i comportamenti di certi giocatori, che ancora si stupisce perché il piano partita salta dopo due azioni. Dal mare arrivava questa voce tanto tempo fa, lui ha resistito, la società ha finto di resistere, ma soltanto adesso si sono accorti di essere ancora una volta con i piedi nella sabbia.
1 Al SINDACATO degli arbitri se non reagirà subito a questo scandalo emerso dalle indagini del piemme di Reggio Calabria. Ci sarà pure una lista di arbitri raccomandati, anche se guardando certe prestazioni in serie A si fa presto a capire.
0 Al REFERTO IN PIAZZA che ci ha spiegato la squalifica del campo Virtus, che ci ha portato a conoscenza del dialogo non proprio amichevole fra il non tesserato Sabatini e Mattioli, che ci ha portato un caterpillar in salotto, che ci ha confuso e ora ci obbliga a chiedere di leggere tutto, anche le motivazioni per pene diverse davanti a reati simili o ben più gravi. Un’inchiesta anche qui?
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)

Gazza che non si capisce

Sempre sul tema discriminazioni, che non riguardano solo il colore della pelle (e non in un senso solo) ma cento altre nostre caratteristiche. Interessante segnalazione di Nicola, residente a Londra e fedelissimo di Match of the Day, lo storico (è nato nel 1964, lo vedevamo anche in Kuwait nel 1978: la vendita dei diriti tivù all'estero è iniziata prima dell'era Premier...) programma della Bbc. Nella puntata di ieri visto Paul Gascoigne, dopo le recenti vicende: spettacolare a livello Cassano (a proposito, quella rilasciata a Sky e vista in replica venerdì scorso è l'intervista televisiva dell'anno), imbarazzante, incomprensibile. Nonostante l'aspetto da malato terminale ha commentato la 'sua' Tottenham-Newcastle, storpiando i nomi dei giocatori e non facendo capire molto nemmeno del resto. Il caso umano è particolare, ma in generale chi ci vive nota che in una certa Inghilterra 'media' esiste un atteggiamento di arrogante sufficienza nei confronti dei 'geordies' (così vengono chiamati quelli del Tyneside: oltre a Newcastle agli appassionati di atletica dirà qualcosa il nome di Gateshead). Discriminazione culturale, Gazza è bianchissimo. Dove vogliamo arrivare? Da nessuna parte: la guerriglia va combattuta casa per casa, partendo dalla nostra.