Che banca?

di Italo Muti
1) Il Ministro Brunetta, che stimiamo, vuole o vorrebbe premiare le banche lungimiranti, quelle vicine alle imprese in questo momento specifico. Verrebbe istintivamente da chiedere quali, se si riesce a trovarne qualcuna che adeguata ai requisiti minimi.
2) Senza contare che, oltre alle imprese, ci sono le famiglie. Quelle le lasciamo da parte, non contano, sono superflue? Considerato che sono importantissime per la tenuta dei consumi, vorremmo sapere se gli istituti di credito possano essere vicini anche alle famiglie o se questa funzione è stata superata.
3) Il credito alle piccole imprese, per esempio, sacrificato sull'altare di quello concesso alle grandi o alle conglomerate: ne vogliamo accennare?
4) Per paura che le grandi aziende non rientrino a sufficienza o lo facciano con passo riflessivo, si è ristretto il credito verso le medie-piccole imprese, vero nerbo del tessuto industriale italiano. Ricatti, vessazioni, garanzie finanziarie giacchè quelle immobiliari contano molto ma molto meno. Vogliamo premiare le banche che hanno fatto le minori angherie?
5) Altro punto dolente riguardo la situazione del credito, gli investimenti con il capitale proprio fatti in precedenza e smontati ad ottobre-novembre 2008 e i prodotti proposti ai clienti con leve lunghe e derivati sintetici come sottostanti.
6) La situazione post fallimento LB provocò un'onda sisimica rilevante, amplificata in Italia dalle banche stesse. Il panico, la paura che altre banche fallissero, i timori sugli scoperti concessi alle imprese e alle famiglie, compresi i mutui per acquisto casa, hanno comportato vendite massicce di azioni, obbligazioni e titoli di stato da patre delle banche stesse.
7) Un flusso ininterrotto di vendite a prezzi stracciati tipo Unicredit, da 3,77 a 1,79 da inizio settembre a fine novembre, per esempio. Oppure obbligazione Goldman Sachs 2010 da 98 a 85 per poi tornare a 100. Si potrebbe continuare all'infinito, ma vedendo che le vendite ad ogni costo da parte delle banche dei propri asset ha comportato un discesa più forte di tutti i titoli scatenando il panic selling oltre alla paura del futuro che, oltretutto, ha impedito ogni mossa logica da homo economicus. Tanto una volta venduto, dopo tre giorni il denaro veniva accreditato sul conto corrente, del resto chissenefrega.
8) L'unica mossa valida sarebbe stato comprare titoli a prezzi stracciati, a meno che non si ipotizzasse il fallimento non solo delle banche americane, ma anche di Enel, Eni, Generali , tanto per stare in Italia. Chi ha comprato il titolo del leone a 10 e a 16 ha rivenduto, come lo vedete? Ha rischiato troppo?
9) Una puntata a parte meriterebbero lo smontaggio delle leve lunghe e i derivati sintetici come sottostanti di obbligazioni strutturate, magari quelle di bancoposta. Magari come puntata di Cialtronia, paese estremamente popolato.
10) Chissà se dopo Cirio, Parmalat, Argentina, Giacomelli, derivati, swap, per tacer dei soggetti principali, incomincerà l'era dell'etica finanziaria.
11) Nessuna procedura contro Italpetroli, diceva oggi a Milano il buon Palenzona. Vicepresidente di Unicredit, non un passante. Fioranelli bravissima persona, i giornalisti veri eroi dell'informazione. A fare insider trading dev'essere stato un soggetto non citato, ma non ci viene in mente nessuno.
12) Bei dividendi Finivest e Pirlo scaricato davanti al seggio elettorale, non volendo tornare sul caso Kakà: qualcosa non torna? In via del tutto eccezionale il direttore di Indiscreto aveva una notizia, ma non ha il coraggio di scriverla.
13) Moggi burattinaio del Bologna, come scrive la Gazzetta? Può essere, in un futuro prossimo. Per adesso c'è altra parte della via Emilia, con una vittima designata. Ricordando i bei tempi in cui Moratti era (o faceva) la vittima, lo definirei il Moratti dei poveri.
14) Un procuratore ben conosciuto a Monte Carlo deve sistemare decine di milioni di nero: la Svizzera lava ancora più bianco, ma in troppi la tengono d'occhio ed a settembre nulla sarà come prima. Amici di Jersey, battete un colpo.
(per gentile concessione dell'autore, fonte: Dentro la Finanza)

L'ora dell'automarchetta

L'ora dell'automarchetta è finalmente scoccata. Domani, mercoledì 1 luglio, alle 19 presso il Four Four Two di via Procaccini 61 a Milano verrà presentato il libro 'L'Altra Milano - Dall'oratorio a Jura, la generazione della pallacanestro', scritto da Giorgio Specchia e Stefano Olivari per la prestigiosa casa editrice Indiscreto. Alla presentazione interverranno molti dei nostri amici (gli editori seri mandano invece i dipendenti), molti nostalgici dell'epopea All'Onestà-Mobilquattro-Xerox e addirittura qualche lettore di Indiscreto. Non solo: a parlare dell'età dell'oro della pallacanestro italiana ci saranno di sicuro coach Dante Gurioli, Marino Zanatta, Joe Isaac, Eligio De Rossi, Giovanni Milanaccio, Fabio Guidoni, Tino Caspani e altri personaggi che hanno fatto la storia di quella squadra. Oltre a giornalisti del livello di Oscar Eleni, Roberto Beccantini e Claudio Arrigoni. Per informazioni ed una minima idea di cosa ci sia nel libro il link giusto è www.laltramilano.com . Senza falsa modestia, anticipiamo che chi ama una certa pallacanestro non rimarrà deluso...

Murray senza interruzione

Visto che nel tennis ognuno per fortuna rappresenta solo se stesso e non nazioni o peggio ancora paeselli, siamo contenti per il quarto (e forse non solo, anche se la Dementieva rispetto al solito sta servendo bene) di finale della Schiavone perchè ci piace il suo gioco ed abbiamo seguito fino alla fine i cinque set di Murray e Wawrinka terminati ieri sera alle undici meno venti di Wimbledon. Dopo il 'chi se ne frega' di una fortunata epoca di Cuore, il pensierino del mattino: le tradizioni quando sono stupide si possono buttare, essere vecchi non è un valore. Quanti Wimbledon rovinati dalla pioggia, con partite falsate e giornate degli appassionati condizionate (certo, al giornalista che è lì pagato non poteva fregargliene di meno, si prendeva le sue fragole e aspettava che Rosewall e Hoad tornassero in campo), quanto tempo televisivo regalato ad altri sport o al nulla. Milioni di persone banali come noi pensavano bastasse un tetto e l'illuminazione artificiale, soluzioni costose (ma il torneo da solo mantiene tutto il tennis inglese e genera lo stesso utili spaventosi) però con tecnologia disponibile già mezzo secolo fa. Adesso sono arrivati e la bellezza del tennis in prima serata farà di sicuro cambiare molti programmi negli anni a venire. A volte le cose vecchie sono semplicemente vecchie, come la ridicola domenica di stop a metà torneo che tuttora resiste. Nel 1992 ogni quotidiano aveva il suo elzeviro sulla poesia del portiere che poteva prendere con le mani i passaggi all'indietro dei compagni. Invece si può andare avanti, senza per forza trovare il buio.

Vuvu mi manchi tu

La ola, che purtroppo si sta notando in questi giorni anche a Wimbledon (mai vista tanta gente sbracata in tribuna, complice anche il caldo di Londra), ha stancato ma in fondo nei tempi morti fa spettacolo. La vuvuzela dà invece fastidio a tutti tranne che ovviamente ai giocatori sudafricani che sono abituati: impedisce la comunicazione in campo, non fa sentire bene i fischi dell'arbitro, rende il tifo del pubblico qualcosa di monocorde e di staccato dal senso della partita. Però non si può abolire per legge, se ne è reso conto anche Blatter che dopo avere pensato di vietarla oggi l'ha addirittura esaltata come emblema della cultura locale da salvaguardare. Cosa che in effetti è, ma senza leggende antiche visto che il suo uso è sempre stato calcistico: in lingua tswana (una delle lingue che si parlano in Sudafrica, oltre che quella prevalente nei bantustan: i ghetti neri creati negli anni dell'apartheid istituzionalizzato) alcuni residenti italiani ci dicono che la parola abbia un altro significato (ondata, doccia o pioggia a seconda delle versioni), non abbiamo niente per smentirli, mentre in zulu abbiamo letto sui siti locali che significa semplicemente 'fare rumore'. Ci sono problemi più gravi, insomma: se a Salonicco hanno mosso i canestri per decenni si potrà sopravvivere anche ad un mese di vuvu.

Senza munizioni

di Oscar Eleni
1. Oscar Eleni alla scoperta del sale tanto per far dispetto alla pressione, ma anche per gustare spezie che diano un gusto all’estate adesso che il basket, questo nostro basket, ci lascia quasi senza munizioni. Avete mai provato il sale blu di Persia dal sapore speziato o, magari, il rosa australiano dal gusto delicato? Non importa. Se avrete pazienza potrete trovarli nella bottega dove almeno vendono il sale e non l’aria fritta. Bastava la bravata dei bravi di Lega, nascosti dietro al carretto che porta i ragazzini al patibolo dei vari agenti, per movimentare l’ambiente, ma nessuno ci ha marciato sopra. Dieci righe in rosa, dieci sui giornali che dicono di essere sportivi, poca roba davvero eppure l’occasione per confrontarsi, far scoppiare tutto il bubbone era bella e succulenta. Niente.
2. Meglio il silenzio, le briciole di un mercato disattivato dalla solita crisi di idee e progetti, mentre si sprecano le fiere dove il banditore annuncia che esiste un padiglione dove se entri diventi come Siena. Un padiglione per allocchi, perché Siena non è una fiera, non è un dolce, non è un frutto, è una bella idea portata avanti dal cavaliere solitario Ferdinando Minucci che per lezioni antiche sa come trasformare il carbone in diamante. Certo che vanno imitati i migliori, non ci sono dubbi che se vuoi contrastare Siena devi cominciare a verificare come ti metterai in campo e se ci sono i mezzi per avere giocatori più forti di quelli che presentano i campioni nel rodeo scudetto. Altre strade non ce ne sono.
3. In attesa di sapere chi e come farà la serie A prendiamo il coriandolo in grani macinato, la curcuma in polvere, il curry forte e quello medio, riduciamo in borotalco pure il dragoncello e facciamoci tenere al fresco le foglie di erba cipollina. Aspettando di sapere perché uno come Renzi, persona stimabile, si metta davanti ai legaioli confusi urlando che vuole la testa di Meneghin, ci domandiamo se un giorno potremmo davvero mettere sulla stessa bilancia Dino e lorsignori. Ma non scherziamo. Certo ha ragione il Renzi quando sbraita perché nel consiglio federale sono rappresentati tutti quelli che ci guadagnano senza mettere un quattrino, quelli che fingendosi eletti dalla base la intossicano con la demagogia, ma non le società professionistiche che portano spesso alla bancarotta i loro proprietari. Lo si sapeva ai tempi del commissariamento, la sappiamo da sempre. Per cambiare tutto servono soldi, coraggio, idee, progetti sostenuti da chi vuole il bene comune e non soltanto quello per i suoi passaportati, per poter dominare fingendo di non capire che la competizione esiste se esiste eguaglianza competitiva, se c’è il dubbio della sconfitta. Basta mandare allo scoperto randellatori che hanno perduto ogni credibilità, gente che vende, svende, che ti manderebbe a battere pur di avere la luce accesa sul suo altarino, gente che imbocca una critica rimasta senza munizioni tanto tempo fa, nata per parlare bene dei propri e male degli altri, nata non per aiutare a crescere, ma per accompagnare i signorotti nelle visite alle varie sagre.
4. Venite con noi nel negozio delle spezie domandandovi perché il Taugres Vitoria sta battendo tutti nella corsa a Dario Saric, il quindicenne fenomeno di Sebenico che può finalmente rendere felice chi crede anche ai registi superiori ai 2 metri, basta che non abbiano la presunzione secca di Vitali, un talentino che a parole la racconta sempre bene, ma nei fatti manca gli appuntamenti e, soprattutto, sembra un tipo con cui è difficile convivere e ora ci spieghino nel centro vacanze di Azzurra se sono false le voci dei brindisi nel gruppo quando l’anno scorso il Caravaggio bolognese lasciò la nazionale. Certo che sono false dirà Recalcati, visto che lo ha convocato ancora, ma un conto è convocare, lo ha fatto anche con Stonerook sapendo di non poterlo avere, un altro utilizzare, portare alla maturità internazionale.
5. Già, Milano. Si stanno svenando per Hawkins. Eppure la storia dice che sia a Roma che a Milano il falco non ha davvero disturbato le difese nella fortezza di Siena. Repesa glielo diceva spesso: non abbiamo bisogno del salvatore della patria, ma di un giocatore intenso sia in attacco che in difesa. Lui si è offeso. Milano gli crede, lo bacia in fronte e lo arricchisce. Benissimo. Con Bucchi c’è bisogno di attaccanti che vanno diritti al bersaglio, che creano in proprio, ma poi non venite a lamentarvi dei troppi finali finiti male e sempre con lo stesso copione.
6. A proposito di Milano lo Sciascia nostro, l’unico che fra Prealpina e Superbasket tiene vivo il mondo delle anime spente, conferma l’arrivo di Flavio Portaluppi, uno nato nell’Olimpia, cresciuto nella società, uno che ha imparato a vivere dove un tempo si costruiva pensando anche al bene degli altri, dove la fiducia era garantita a chi conosceva territorio, mestiere, chi veniva da dentro e non necessariamente da fuori. La cosa è misteriosa perché un giorno Soresina lo ringrazia per il lavoro, un altro lui parla del mercato della neopromossa che finalmente ridarà vita al trofeo Lombardia per quattro squadre di serie A, un altro ancora si giura sull’annuncio imminente, restando stupiti soltanto davanti alla distribuzione del lavoro nell’interno della società che ora farà diventare il Palalido un’arena da 5000 posti per tutto quello che non sarà eurocompatibile. Con il Lupo si riprenderà un discorso interrotto quando giurò di non leggere certi giornali.
7. Aspettiamo conferma anche per l’atterraggio morbido del paron Zorzi nel feudo di Treviso dove hanno deciso di scrivere una storia diversa da tutti gli altri, una scelta intrigante nello stile Benetton, anche se si resta confusi davanti a certe prese di posizione tipo la televisione, tipo accettare la gabella di Lega per non mandare i giovani in nazionale di categoria e poi smentirsi due giorni dopo. Siamo alle solite. Se i migliori continuano a farsi la guerra, pensate un po’ cosa faranno i peggiori e queste giornate senza munizioni vi danno già un‘idea del mar Morto retrocesso a meraviglia di serie B e non più meraviglia del mondo.
8. L’Eurolega, birichina, premia Dule Vujosevijc come miglior allenatore dopo un'altra meravigliosa stagione del Partizan che ogni anno viene saccheggiato, ma ogni stagione indica la strada ai non miliardari. Dule il gentiluomo, il maistore, lo avevamo qui in Italia. Poteva aiutare una generazione, ma secondo voi lo hanno capito, lo hanno lasciato lavorare?
9. Scopriamo dalla biografia del nuovo manager di Pesaro, l ‘architetto Alessandro Barzalich, che nelle società entra gente molto ben preparata, che sa le lingue, che conosce il gioco e i giocatori. Ora vedremo come lo faranno produrre per il bene comune e, soprattutto, se lo lasceranno creare sul serio, senza se e senza ma, perché Pesaro, intesa come Scavolini, ci manca anche se quel titolo giovanile appena vinto ci dice che Aido Fava ha lasciato gocce d’argento sull’arenile.
10. Da Udine ci fanno sapere che il Pozzo, inventore di una bella società di calcio, ha deciso di scuotere Snaidero riportandolo all’antico amore, dandogli garanzie di sostegno, ma con un progetto comune che possa essere sviluppato nel tempo. Visto che anche Trieste si sta impegnando vuoi vedere che il basket ritrova la sua frontiera più affascinante. Non fateci sognare soltanto d’estate.
11. Una preghiera per il sito della Lega dove appena accendi il computer di viene sparata nella pupilla l’immagine dell’ultima partita di finale, quella finita 47 per gli sfidanti 82 per i campioni. Il tempo per meditare è passato, quello per arrossire non c’è mai stato, perché il giorno dopo sembrava che fossero stati davvero Bucchi e l’Armani i dominatori della stagione, perché una nuova generazione di gente che sembra nata per dare lezioni a quelli del vecchio sistema, dell’antico regime, ha già iniziato a rimuovere. Allora toglietelo anche dal sito. Sappiamo come è andata, sappiamo come potrebbe andare. Liberate la linea.
12. Tornando a Milano che sarebbe matura per una seconda squadra, ma i tempi sono balordi, e anche Verona, Torino, la stessa Trieste, la Fortitudo, magari Udine, tutti sperano che altri cadano, altri finiscano nel lodo del mar Morto, sperano di riavere la massima serie, per cui inutile fermarsi ai desideri, prendiamo invece le cose per come dovrebbero essere: cioè valutiamo i fatti. Dunque nella città dell’Olimpia dai 25 scudetti, della storia infinita, dove si chiudono le sedi storiche senza neppure una lacrima, una festa, una commemorazione degna, ecco che dei pazzi, uno è anche il motore culturale del sito dove ogni tanto ci leggete, hanno deciso di scrivere un libro sull’altra Milano, quella dell’All’Onestà, della Mobilquattro, insomma degli straccioni della lotta con Jura senza paura. Ne siamo felici e mercoledì non mancheremo al “4-4-2” di via Procaccini neppure se alla visita definitiva sul labirinto dovessero dirci che è necessario il ricovero nello stile tragico del Fischio al naso.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore, la foto di Dario Saric è tratta da http://www.elcorreodigital.com/ )

Come siamo buoni

Domanda dell'ufficio marketing del Ku Klux Klan, sezione italiana: cosa si può fare per aumentare il razzismo nella nostra bella società? Magari organizzare manifestazioni come i Mondiali di calcio antirazzisti, che dall'8 al 12 luglio prossimi porteranno a Casalecchio di Reno più di 200 squadre da tutto il mondo. Con un sano (ma anche no, poi i bambini si suicidano per un cinque e mezzo in disegno) spirito non competitivo ed una meno sana intenzione di impartire la solita lezioncina, come provano il patrocinio di Uisp ed enti locali (Regione, Provincia, Comune di Bologna). Un'assunzione regolare vale più di mille pistolotti sulla multiculturalità, ma non produce immagine e non rafforza il brand.

Quello sfigato di Lucio

Che sfigato, quel Lucio! E' solo campione del mondo, gioca in quell'oratorio chiamato Bayern Monaco, ha da parte solo una ventina di milioni di euro. Eppure piange per una vittoria con il Brasile nell'inutile Confederations Cup, secondo le prime firme tecniche di casa nostra una vittoria controproducente perché chi vince questo torneo poi non vince il Mondiale. Veramente sarebbe più facile dimostrare che quasi sempre chi 'non' vince la Confederations Cup poi non vince il Mondiale, però le statistiche a disposizione di tutti trasformano l'ultimo cane (senza offesa per i cani, uno dei pochi motivi per apprezzare la vita) in una caricatura dell'immenso Rino Tommasi. Ma adesso concentriamoci sul solito faccendiere, fuori dal solito ristorante. Magari anche Lucio, come tutti i bambini di Planaltina, tifava per un club italiano.

Effetto collateral

Sì, d'accordo, i ragazzi non leggono un giornale cartaceo nemmeno per sbaglio. Ma era così anche qualche anno fa, eppure gli editori non piangevano miseria. Cos'è davvero cambiato, quindi? New Tabloid, bimestrale dell'Ordine dei giornalisti lombardo, ha fatto qualche numero. Dal 2001 tutti gli allegati ai giornali (libri, dvd, guide, tazzine, scarpe, asciugamani, rossetti, profumi, eccetera...) hanno salvato i fatturati, con percentuali d'incremento clamorose rispetto all'anno precedente: più 49% nel 2003, 46% nel 2004, fino a toccare l'apice assoluto nel 2005 quando tutte queste operazioni con valore giornalistico prossimo allo zero hanno inciso per circa il 15% sui ricavi totali. Attualmente questa voce pesa per il 6%, con tutto quel che ne consegue. La curiosità è che i libri, che più o meno sono coerenti con i giornali, nel 2004 rappresentavano il 69% del totale del fatturato da collateral mentre ora ne rappresentano meno della metà. Traduzione: al di là della crisi economica, gli italiani si sono riempiti la casa di opere che non leggeranno mai (nel nostro piccolo stiamo aiutando Repubblica con il Texone del giovedì, quando abbiamo già la collezione completa ed originale: detto fra noi, Tex a colori non ha senso) ed il ciclo si è ormai esaurito. Il problema è che il prezzo di copertina, di cui il 40% viene mangiato dai vari anelli della distribuzione, non riesce a tenere a galla quasi nessuno e che la pubblicità è praticamente scomparsa se è vero che alcuni quotidiani nazionali la vendono (Davvero! Abbiamo le mail con le offerte...) a 500 (cinquecento) euro a pagina. Cosa vogliamo dire, quindi? Che la mediazione giornalistica sta scomparendo e saranno sempre di più i protagonisti degli eventi a raccontare di se stessi attraverso media di proprietà finanziati anche da tifosi (di una squadra, di un partito, di una banca, di una presunta buona causa). A meno che i micropagamenti vagheggiati da Murdoch non funzionino, fra cinque anni tutto quello che leggeremo sarà dilettantistico o falso.

I conti senza l'Horst

di Stefano Olivari
Qualche post fa si parlava di Adi Dassler, l'uomo che dopo un grande successo imprenditoriale in epoca nazista (fabbricava le divise della Wermacht, per dirne una) si divise dal fratello Rudolf e nel 1948 fondò l'Adidas, mentre l'ex socio creò la Puma. Fabbriche ed uffici che per decenni, fino ai giorni nostri, sarebbero rimaste divise solo da pochi metri di strada nella natìa Herzogenaurach (Baviera) sopravvivendo a cambi nell'azionariato ed a mille guerre personali (la più famosa proprio fra Adi e Rudolf, che nel dopoguerra si accusarono a vicenda di essere il 'vero nazista' della famiglia, quello che aveva trascinato l'altro). In realtà il Dassler che sarà fra qualche secolo ricordato nella storia dello sport è Horst, il figlio di Adi, che negli anni Settanta letteralmente inventò il marketing sportivo. Il suo uomo nel calcio era Joao Havelange, ben prima della sua presa della Fifa nel 1974 ai danni di Stanley Rous, ma il potere di Dassler junior (che fra le mille cose fu il fondatore dell'Arena) all'inizio degli Ottanta si estendeva praticamente su tutte le federazioni internazionali più importanti. Insieme all'amico-socio Patrick Nally coinvolse grandi aziende diverse dall'Adidas (dalla Coca Cola in giù) nella sponsorizzazione delle discipline più diverse e nell'intervento diretto sull'organizzazione dei calendari e dei singoli eventi. Esistono diversi libri critici nei confronti di Horst Dassler, primo fra tutti quello di David Yallop ('How they stole the game') anche se troviamo più equilibrato il 'Foul' di Andrew Jennings, ma molte delle sue intuizioni rimangono geniali a più di venti anni dalla morte. Chi oggi sdottora su 'brand' e affini non sa di dovergli il suo spesso immeritato stipendio.

Quarto d'ora non accademico

E' solo un quarto d'ora, ma non certo accademico. In attesa degli stravolgimenti del 2010, con la partita di mezzogiorno e tutto il resto, la serie A pay della prossima stagione regalerà ai suoi appassionati una sola fondamentale modifica: fischio d'inizio alle 20 e 45, come in Champions League, invece che alle 20 e 30. Manca solo il visto di Abete, che non dovrebbe tardare. Le 20 e 30 rappresentavano un orario quasi tradizionale (dal 1993, data italiana della partenza della serie sulla allora Telepiù: direttore era Biscardi!) ma non piacevano più nè agli sponsor né alla stessa Sky: tutti con l'obiettivo di spostare in avanti la fine della serata televisiva. Per i telespettatori cambia pochissimo, per la non pagante carta stampata moltissimo: la cronaca e i commenti alle partite serali sono già adesso una truffa, nessun essere umano potrebbe scriverli stando attento a quanto avviene nel secondo tempo. Con le 22 e 30 come orario di consegna per la prima edizione si continuerà a leggere di Motta che al 13' ha crossato per Vucinic, che ha appoggiato di testa per l'accorrente Brighi. E senza nemmeno quel quarto d'ora per rileggere e correggere ci saranno pagine che potranno essere destinate direttamente all'iceberg, nel senso dell'insalata. Ma i giornali non pagano, come ricordava Giraudo, e qualche rarissima volta criticano, mentre le tivù paganti (tutte, considerando i vari pacchetti) sono necessariamente complici.

La nostra Neverland

Non c'è nessuna vergogna nell'affermare che la morte di Michael Jackson ci abbia colpito più di quella di un parente o di un amico, nonostante i 41 anni (nostri) ed i sogni ormai nel cassetto (ma senza Fabrizia Carminati): fin quasi all'alba siamo passati da un canale all'altro, sperando che il LA Times avesse commesso un errore e celebrando una nostra messa silenziosa. Senza entrare in discorsi musicali, visto che detestiamo il periodo Motown così caro invece ai sui sedicenti 'veri' fan, Jacko è un buon esempio dell'eroe anche sportivo in cui un ragazzino si vorrebbe identificare. Bravissimo nel suo campo, con il mito dell'infanzia rubata, mai arrogante, senza una 'sua' vera famiglia (parenti-serpenti, pseudomatrimoni e figli nati chissà come non ci hanno ovviamente mai dato motivo per essere gelosi) perchè la sua famiglia eravamo noi, distante da qualsiasi problema pratico, assediato da ricattatori e furbi, fragile, dall'immagine asessuata come è quella del campione sportivo per il bambino che ripete i suoi movimenti davanti allo specchio. E soprattutto morto giovane, per la gioia dei colonnelli Parker che potranno costruire l'industria del mito senza più essere disturbati dal presente. E per il dolore di noi asserragliati nella nostra Neverland, fatta di cose inutili che scaldano il cuore.

Malattia infantile

di Oscar Eleni
Oscar Eleni alle radici del sale di cui vi parleremo quando ci porteranno sull’ Himalaya per trovare cristalli rosa da affumicare e mettere sulle grigliate. Riflessioni doppler mentre cercano qualcosa dentro la tua carotide.
1. Alzi la mano chi capisce qualcosa sulla strategia della Lega basket. Hanno lavorato un anno cercando alternative a Sky sapendo che non avrebbero trovato nulla. Meglio per noi, meglio per tutti, anche se saranno insopportabili come i motorini truccati che ci perseguitano con il bel tempo. Alla votazione 10 società dicono grazie SKY, due non ci sono, due sono nel limbo, due votano contro. Chi? Benetton e Virtus Bologna. Ma non sono le società dei due dirigenti incaricati di studiare il problema? Sembra di sì, ma forse la protesta è contro loro stessi. Confusione, cantava quel tale. Fidarsi di una Lega del genere? Ci vuole “u stomaco”. Democrazia, urlano i dissidenti. Ma non fateci ridere e poi questa storia del basket da produrre in proprio sembra una comica se a proporlo sono quelli dei tabelloni luminosi che costavano miliardi e funzionavano male, se sono gli stessi che tengono le luci basse per dispetto e per risparmiare, se in mezzo ad una cosa tanto delicata si buttano quelli che hanno detto vendo senza la necessità di farlo sapere al mondo prima di vedere il cammello, i soldi, prima di guardare negli occhi chi voleva salire sulla montagna di Siena annunciando che avrebbe copiato tutto dai campioni, la cosa più facile del mondo secondo questa gente.
2. Ma torniamo alla Lega e a questa malattia infantile della ripicca. Gli arbitri minacciano sciopero e la Federazione li accontenta. Allora lo facciamo anche noi. L’associazione giocatori chiede agli azzurri lo sciopero se non verranno ascoltati e la federazione li ascolta, li accontenta. Allora lo facciamo anche noi. Ma non con i grandi giocatori, quelli poi pensano e creano problemi. No, meglio usare come ostaggi i ragazzini a cui racconteranno la storia di Cappuccetto Rosso quando andranno a cercarli. Nello sport tutto parte dalle motivazioni: gloria, soldi, voglia di stare bene con se stessi e, magari, con gli altri se sceglieranno il gioco di squadra, ma non ditelo agli artisti preferiti del circo, quelli che pisciano sui tavoli e fanno ubriacare i cani. La scalata nelle varie rappresentative, dalla regionale alla nazionale, è alla base di tutto. Negarla vorrebbe dire svincolare i giocatori da subito perché se interverranno gli avvocati finirà così. Chiedere la testa di Meneghin, uno che al basket ha dato tutto, uno che si è sacrificato per la causa comune, è una forma vile di protesta e con tutto il rispetto per gli uomini forti della Lega, quelli che pensano e quelli che fanno da randello, noi stiamo con Dino fino in fondo, fino alle dimissioni. Lo dicano all’opinione pubblica, si organizzino da soli il campionato, facciano chiarezza e mettano in piazza le cifre degli ingaggi. Davanti all’esagerazione, se devi pagare di più un italiano medio dell’americano forte, allora sei davanti a gente esagerata.
3. Cara Lega cerca soluzioni che ci diano l’idea della serietà, non parliamo dal lettuccio della malattia infantile della ripicca. Consiglio spassionato. Leggevamo delle lezioni a pagamento che i maestri del pattinaggio impartiscono a fenomeni di quello sport. Cinquanta, cento dollari all’ora. La Lega può pensare proprio a questo tipo di rimborso quando parla con gli agenti: cari amici, cari?, sì, carissimi,noi abbiamo allevato questo talento e speso abbastanza per considerarlo prodotto della nostra scuola. Se voi lo rappresentate pagate quello che è stato speso per svezzarlo, farlo diventare un giocatore vero. Ditelo ai genitori, ditelo ai ragazzi se questa è la vostra linea di sbarramento e ripicca.
4. Bella scelta quella di Lardo alla Virtus, ma sentire l’allenatore ligure offrire il suo entusiasmo alla piazza sfiduciata ci ricorda i primi giorni di baci e abbracci con Boniciolli. Attento al fuoco amico, caro Lino. Poi c’è il dubbio di sapere se questo accordo sarà rispettato se dovessero arrivare davvero nuovi proprietari. Brutta la rinuncia all’Euroclub, ma torniamo al discorso iniziale sulla televisione.
5. Bella notizia il Vitucci veneziano scelto come doge da Treviso che gli consente di chiedere a Tonino Zorzi di essere senior assistant. Bella notizia sapere che nella Verde sport entra la terza generazione Benetton, ma prima vogliamo vederli al lavoro e misurare il loro genuino entusiasmo, così come quello dei Salvioni che affiancheranno i Castiglioni a Varese. Bravo Bechi a fermarsi sulla panchina di Biella per altri due anni. Si sta bene anche se Atripaldi ogni tanto spiazza. Basta lavorare sodo. A risentirci più avanti.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)

L'Italia del valore

Che cosa c'entra Antonio Cabrini con il Lazio e la politica locale? Chiaramente niente, ma la cosa non gli impedirà di diventare responsabile laziale del 'Dipartimento politiche per lo sport' per l'Italia dei Valori. Il programma? L'ha annunciato all'Ansa l'ex terzino sinistro della Nazionale di Bearzot, che l'anno prossimo si candiderà per Di Pietro alle Regionali: ''Lo sport per i giovani, il miglioramento della cultura sportiva, un rapporto più stretto fra sport e scuola''. Niente di rivoluzionario, ma nemmeno di peggiore rispetto alle proposte del milione di passacarte o ex portaborse che solo per il fatto di essersi iscritti ad un partito a 14 anni rivendicano diritti e si permettono di giudicare ex calciatori e chi proviene da altre professioni alla stregua di veline. Al di là del fatto che per fare la velina, così come il titolare nell'Italia a tre Mondiali, occorrano più meriti e meno raccomandazioni che per diventare primario in un ospedale. L'aspetto meraviglioso della vicenda è che battaglioni di editorialisti si lamentano della mancanza di dirigenti nuovi e poi scrivano sotto dettatura dei Carraro e dei Petrucci di turno (certe rubriche di politica sportiva sono imbarazzanti), trattando con sufficienza chi viene dallo sport o ha comunque avuto successo in altri campi. Il dopo calcio giocato di Cabrini non è stato luminoso, fra esperienze da allenatore (Arezzo, Crotone, Pisa, Novara, addirittura la nazionale siriana), romanzi, scuole calcio, l'inevitabile partecipazione all'Isola dei Famosi, ma fino a prova contraria non ha rubato niente. Nell'Italia del 'tengo famiglia' è già un valore.

L'esonero di Sconcerti

Il premio 'Carlo Paris' 2009 sarà assegnato d'ufficio a Walter Mokoena, giornalista sportivo dell'emittente sudafricana SABC. Mokoena è stato infatti sospeso per le sue critiche al commissario tecnico Joel Santana (ma anche al capitano Aaron Mokoena, non un suo parente ed evidentemente nemmeno un suo amico) dopo la sconfitta del Sudafrica con la Spagna nella Confederations Cup ancora in corso a dispetto di chi ritiene più importanti i denti di un terzino per cui si sta chiedendo uno sconto. Mokoena non aveva offeso Santana sul piano personale, ma ne aveva semplicemente chiesto l'esonero. Ad un primo livello è facile gridare all'attentato contro il diritto di critica (questo caso è lampante), al secondo dovrebbe però essere garantito anche il percorso inverso. Ve l'immaginate se un ipotetico Lippi chiedesse in diretta a Sky di licenziare gli ipotetici Sconcerti o Alciato? Quanti giornalisti, sinceramente, accettano che vengano messi in discussione non diciamo il loro posto di lavoro (intanto il lavoro sta sparendo, e fra poco lo seguirà anche il 'posto') ma anche le loro opinioni? Basta fare un giro per i blog di famosi, mediamente famosi e sconosciuti per notare che gli interventi dei lettori sono censurati non per frasi diffamatorie o volgari, come dovrebbe essere sempre, ma per osservazioni nel merito.

L'uovo oggi del basket

Meglio l'uovo oggi o la gallina domani? Domanda epocale, a cui i dirigenti della Lega basket (tranne il partente Sabatini e la Benetton) continuano a dare una risposta precisa: uovo oggi. Il contratto firmato ieri con Sky farà la gioia di noi maniaci, che avremo fino al 2011 immagini di qualità e telecronache all'altezza, ma non farà arrivare a questo sport un solo telespettatore-praticante casuale in più che sia uno. Il famoso bambino, che quindi prenderà in mano il pallone solo nel caso abbia già un genitore maniaco. Forse non tutti sanno che il motivo per cui nei notiziari sportivi extra-Sky non si vede una sola immagine di basket italiano è che Sky ha l'esclusiva assoluta anche sugli highlights e li fa pagare agli eventuali canali interessati più di mille euro al minuto. Si capirà che già è difficile convincere direttori e caporedattori a dare spazio al basket, figuriamoci con questo balzello per un prodotto che dovrebbe essere fornito gratis dalla Lega: stiamo parlando di informazione, non dello spettacolo che va venduto al miglior offerente. E gli sponsor, fonte primaria di reddito delle società, cosa dicono? Un minibuona notizia per la carta stampata è che l'anticipo del sabato sarà alle 20 invece che alle 21 e le due partite della domenica saranno alle 12, come negli anni scorsi, ed alle 18 invece che di sera: la speranza di strappare qualche riga in più a gente scimmiata solo per Ibra e Lavezzi c'è. Ma ancora una volta il basket italiano ha avuto paura di interessare a pochi e si è così svenduto.

Critiche in buona fede a Ferrara

Non conosciamo tanti allenatori italiani che abbiano rinunciato ad 800mila euro netti per una questione di principio: di sicuro Corrado Orrico (la cifra era poco più della metà, ma eravamo anche nel 1991), forse pochi altri. Nemmeno Antonio Conte lo ha fatto, visto che l'ingaggio concordato con il Bari gli verrà corrisposto (nonostante ci siano i margini legali per una guerra, visto che il contratto non è stato ancora depositato in Lega) fino all'ultimo euro. Portando la situazione al punto di rottura Conte più che sul presente e sull'entusiasmo di un Bari neopromosso in A ha investito sulla sua carriera, per non farsi sporcare il curriculum da un esonero già scritto a meno di non avere in mano una rosa rivoluzionata (almeno dieci acquisti, c'è chi dice quindici, erano stati chiesti ai sedicenti Kennedy di Bari: autodefinizione del più famoso dei Matarrese). Modesto retroscena, a disposizione anche di chi non frequenta il ristorante più inquadrato dalle telecamere di Sky in cambio di non si sa (o si sa) cosa: come allenatore della Juventus 2009-2010 Conte era sponsorizzato dal mondo moggian-lippiano, definiamolo così (in realtà Lippi si sta allontanando dalla casa madre, con modalità di cui parleremo), molto più di Ciro Ferrara e di Gasperini messi insieme. La dirigenza bianconera lo sapeva benissimo e sulla scelta di Ferrara, che magari si rivelerà geniale, ha influito proprio la questa considerazione. Altri personaggi ed interpreti della vicenda: Giorgio Perinetti, direttore sportivo del Bari e da sempre vicino a Moggi (ai tempi di Siena avevano il loro 'uomo di calcio' De Canio allenatore, con Conte vice), il c.t. tirato in ballo spesso a sproposito (con un Mondiale positivo andrebbe in pensione senza più sputtanarsi), i giornalisti che parlano di coraggiosa 'rinuncia' di Conte in modo da non bruciargli l'immagine in vista di una Juve prossima ventura. La piccola Juve pugliese (preparatore atletico è Ventrone, per dire) gli stava stretta, ma per quella grande forse ha sbagliato i calcoli. Facile previsione: c'è da aspettarsi un 'giornalismo' molto critico nei confronti di Ferrara.

Arma trading

Il fascino perverso del calcio italiano risiede nel suo essere caricatura di quel che rimane della nazione: con le sue furbizie, le sue raccomandazioni, la sua volgarità ed anche il suo sano insider trading. Conosciamo giornalisti che vivevano e vivono al di sopra dei loro mezzi ufficiali grazie alle dritte di un imprenditore-editore (illuminato), che è solito anticipare loro le dichiarazioni o meglio ancora le scelte strategiche che qualche ora dopo comunicherà alle agenzie: al confronto lo show che sta avvenendo intorno alla Roma sembra un gioco da ragazzi. Però noi ci occupiamo di Roma e non di finanza vera. Ieri dopo giorni sinusoidali il titolo è andato in picchiata, chiudendo in negativo del 5,65%: 'merito' dello stop nella trattiva per la cessione al gruppo rappresentato da Vinicio Fioranelli. Uno stop dato dalle garanzie chieste da Mediobanca, advisor di Italpetroli (mentre il creditore principale è Unicredit), dalle titubanze dei Sensi e anche da un minore entusiasmo di alcuni dei fantomatici personaggi dietro Fioranelli. Visto che non era un problema di prezzo, su questo le parti si erano già accordate da tempo, nè di persone (nel medio periodo lo staff dirigenziale attuale sarebbe stato confermato: addirittura si parlava di un ruolo anche per Rosella 'Auricolare' Sensi), il quadro è fin troppo chiaro. Per il medio lettore di quotidiani, anche se purtroppo non ancora per la magistratura. Dando per scontato che il giornalista che riporta è uno sfigato magari connivente ma che comunque raccatta solo briciole, il gioco sporco può essere partito solo da tre realtà: Mediobanca-Unicredit e consulenti, famiglia Sensi e parenti, Fioranelli e amici. Almeno una di queste sta cinicamente spolpando il parco buoi. Buoi spesso tifosi, ma non per questo meno degni di tutela.

Momento giusto

Il momento è meno importante del 'cosa' scommettere, ma è comunque decisivo per il bilancio. Le quote cambiano infatti più volte anche in maniera sostanziale nelle ore prima dell'evento, in relazione a notizie ma soprattutto ai volumi di denaro attirati. Come è possibile prevederne l'evoluzione? Fra i metodi a disposizione il migliore si basa sui betting exchange, i siti web che permettono a domanda ed offerta di incrociarsi. Per ogni quota è possibile vedere i volumi sul lato 'back' (quello in cui si punta) e sul lato 'lay' (quello in cui si ‘banca’). Se nelle zone vicine al punto d'incontro i volumi back sono molto superiori a quelli lay (almeno il doppio), significa che a quella quota ci sono più operatori che credono ad una 'non vittoria' e per questo bancano la vittoria. Traduzione: la quota è destinata ad alzarsi, quindi per noi scommettitori è opportuno aspettare. Esempio concreto con il Brasile a 1,28 in semifinale di Confederations Cup. Se vicino alla zona 1,28 (quindi anche 1,29, 1,30, eccetera) sul lato lay ci sono molti più soldi che sul lato back significa che molti scommettitori ritengono la quota profittevole e destinata a scendere: quindi se crediamo nel Brasile meglio giocarlo subito. Se invece ci sono molti più soldi nella colonna di sinistra (1,27, 1,26, e così via) la quota si alzerà e perciò è meglio aspettare. Parliamo di decimali, tipo un 1,28 che diventa un 1,22, ma che per chi carica 10mila euro alla volta fanno la differenza. Informarsi costa poco, di sicuro meno che regalare soldi in anticipo.
(pubblicato sul Giornale di ieri)

Piccola patria

Senza scomodare il professor Sartori, che peraltro da anni scrive quasi solo del cosiddetto Porcellum, qual è il sistema elettorale che offre il massimo della rappresentatitività? Semplice: un proporzionale assoluto, in cui ognuno possa votare per se stesso. Una cosa tipo le 'sedie' di cui parlava Gheddafi, o perlomeno il suo imitatore che qualche giorno fa ha allietato Roma. Un pensiero profondissimo che ci è arrivato in testa ieri sera leggendo dell'esistenza della 'Viva World Cup', semiclandestino Mondiale 'dei popoli' cominciato a Novara. In campo Padania (campione in carica dopo il trionfo del 2008 in Lapponia), Occitania, Provenza, Kurdistan, Gozo: realtà che potrebbero proporre squadre migliori di almeno metà delle partecipanti alla qualificazioni mondiali, da San Marino a Vanuatu. E allora? Allora il concetto stesso di appartenenza non è qualcosa di fisso ed immutabile nei secoli, se spinto da forti motivazioni il 'troppo piccolo' ha lo stesso valore di Francia o Inghilterra. Più che di queste righe sgangherate consigliamo la lettura del libro di Simon Martin, 'Calcio e fascismo': non la solita sbobba sulle connessioni fra calcio e politica ma un'interessante tesi che parte dal ruolo che ebbero gli stadi di Firenze e Bologna nella propaganda dell'epoca. Proponiamo il nostro Bignami: Mussolini sulle prime era convinto che il calcio avrebbe contribuito a rafforzare i sentimenti nazionalistici e per questo ispirò la costruzione di quelli che per l'epoca erano mega-impianti, ma la situazione gli sfuggì presto di mano. A Firenze e Bologna, ma non solo, il calcio portò all'esaltazione del proprio campanile più che ad un confronto sportivo che avesse come obbiettivo la costruzione di un italiano nuovo. L'italiano era rimasto vecchio, ed un gioco basato su furbizia e rapporti di potere sembrava fatto apposta per renderlo vecchissimo.

Ballando per un corner

di Dominique Antognoni
Ovunque l’ipocrisia impera, ma quando si tratta delle nazionali si supera il livello già altissimo di altri settori. Intanto nessuno ancora ci ha spiegato perchè sia obbligatorio presentarsi: se l’onore fosse davvero così grande uno dovrebbe rispondere alle convocazioni scattando, senza bisogno di imposizioni. Non é più obbligatorio nemmeno fare il servizio militare, ma giocare contro il Kazakhistan e le Isole Faroe sì. Le federazioni percepiscono denaro a non finire sfruttando gli sforzi dei giocatori e delle società, alla faccia della libertà. Il direttore di Indiscreto diventa insopportabile se tocchiamo il tasto: parla di ideali vari come se tutti dovessero commuoversi all’idea di rappresentare un paese, qualunque esso sia. E come se l’orologio gli si fosse fermato agli anni '50 e '60. Ci sono cose più importanti delle nazionali, come le vacanze e i club che ti pagano, ma quando uno non vuole vedere ragioni é la fine. Il modo sprezzante nel quale le federazioni calpestano ogni santo diritto del calciatore é raccapricciante. E forse anche voi che amate le nazionali siete rimasti sbalorditi dalle condizioni che si preannunciano per i Mondiali del 2010. Gli stadi sono orrendi, la sicurezza fuori dagli stadi sa di Atalanta-Brescia con la differenza che l’anno prossimo ci saranno anche quattro gare al giorno e di conseguenza qualche morto scapperà di certo. Un Olanda-Sud Africa come lo vedete? E i tifosi dell’Inghilterra, dopo la trentesima birra in corpo e con la voglia di menar le mani, troveranno secondo voi qualcuno pronto con l’ascia? A occhio sì, come può testimoniare chiunque frequenti il Sudafrica uscendo ogni tanto dal protetto (a volte nemmeno tanto, vedi Egitto e Brasile) albergo. Di tutto questo non si parla, invece fiumi di parole per la festa sugli spalti e le squadre simpatia, ovvero il nulla alla millesima potenza. Quando pigiano il tasto della festa ci viene poi l’orticaria, come se solo in Africa il calcio fosse un motivo per godersela: Real-Barca e Chelsea-Manchester United a questo punto sarebbero dei funerali, per chi si esalta vedendo due tamburelli. Basta saperlo. A cosa serve questo linguaggio, quando appena si é fuori onda si dice quello che si pensa? Davvero ci piace così tanto vedere gente che balla per una rimessa laterale o per un colpo di testa? Appena si avvicina una telecamera scattano scene che neanche al Carnevale di Rio. Sì, sì, certo, il calcio é un fenomeno sociale, come no: ma cosa c’entra tutta quella finzione?Il direttore ha provato timidamente a spiegare ai vari Malu che tutta ‘sta festa e amicizia fra i paesi africani non esiste nemmeno a livello diplomatico, figurarsi altrove (a proposito, fra sei mesi ci sarà la Coppa d’Africa, dove le partite non sono semplicemente partite, ma dei veri festival e concorsi di canti e allegria). Poi forse noi non afferriamo il senso delle decine di morti in varie partite di qualificazione, probabile che fossero tutte feste finite male. Come uno scherzo erano state la minacce di morte a Martins e tanti altri: sì, manifestazioni di gioia e allegria. Ma sì, dai, mentiamoci, non costa nulla. Il razzismo del presunto antirazzismo permette la sincerità solo nei paesi con pochi cittadini neri: se un bianco è un cretino che non capisce cosa sta vedendo si può dire che è un cretino, che meraviglia. In un Mondiale organizzato in Germania nemmeno tanti anni fa (diciamo tre) c'erano stadi pulitissimi, gente di tutti i colori che stava a suo posto e un’atmosfera da calcio moderno. O no? Certo i poveri tedeschi sono noiosi e stanno seduti invece di ballare la rumba per un calcio d’angolo, ma a noi il calcio piace così.
(in esclusiva per Indiscreto)

Oltre a Lippi c'è di più

Un punching ball per qualche decina di milioni di frustrati tenuti sotto scacco dalle mogli, per parafrasare il filosofo Morfeo (Mimmo). E per giornalisti che non possono criticare nemmeno per sbaglio la squadra del paesello, sfogandosi poi su quella che dovrebbe rappresentare ideali più alti. Questo da sempre è il c.t. della nazionale italiana, al di là delle critiche per situazioni del presente (arroganza, convocazioni sospette, scelte tattiche sbagliate). Nei vari interventi, anche su Indiscreto, sono stati giustamente ricordati i linciaggi di Bearzot, Valcareggi, Vicini, eccetera, tutti uomini oggi santificati: e quindi? Quindi Lippi è nell'immaginario collettivo di noi del bar assimilabile ad uno solo dei suoi predecessori, cioè Arrigo Sacchi. Tutti gli altri, a partire da Vittorio Pozzo e sorvolando sulle tante grottesche 'commissioni', erano tecnici di estrazione federale, uomini che venivano dal basso (Fabbri) o santoni in qualche modo 'purificati' dall'età e dal loro passaggio all'estero (Bayern Monaco) e in squadre fuori dal solito giro (Fiorentina). Non è quindi originale dire che molte critiche a Lippi siano anche figlie dell'importanza storica, in negativo, della Juventus di Lippi (e di Moggi) e che quindi a tutto vada fatta la tara. Questa premessa farraginosa ci serviva per una conclusione semplice, che potrà essere scontata per gli italiani che vivono all'estero ma che per altri non lo è: nemmeno il peggior commissario tecnico del mondo, dal punto di vista etico, rende sensato il tifare contro l'Italia da parte di un italiano.

Uno sport e nemmeno tutto

Forse qualcuno avrà letto dei tagli annunciati agli organici dei giornali, che non riguardano ovviamente solo i giornalisti: parafrasando la canzone dei Buggles su video e radio, il web ha ucciso la carta. Poi non sta facendo vivere se stesso, limitandosi a riciclare frattaglie e scheggie provenienti da ogni dove, ma adesso stiamo parlando di giornali. Fra gli altri Tuttosport taglierà presto del 35% il suo organico. Non solo: secondo quanto risulta, il modello di quotidiano sarà ancora più estremo di quello attuale. Oggi, tanto per fare un esempio, una partita come Italia-Brasile è praticamente scomparsa di fronte all'ipotesi che Trezeguet rimanga alla Juve bloccando la molto ipotetica operazione Rossi: non solo in prima pagina, ma anche all'interno, dove solo dopo sette pagine di mercato bianconero abbiamo letto qualcosa su Lippi e la Nazionale. Il nuovo modello, dicevamo. Con pochi cronisti alla ricerca di tutto ciò che può riguardare Juventus e Torino, ed eventualmente di Inter e Milan ma solo in chiave di avversarie della Juve. Tutto il resto del calcio e dello sport (tuttosport, appunto) compresso in poche pagine, molte meno di quelle attuali (chi come noi lo legge ogni giorno potrà fare un paragone) che già sembravano poche, probabilmente appaltate a collaboratori e service vari. Questo almeno è il progetto di cui sta parlando l'editore, che poi sarebbe lo stesso del Corriere dello Sport (avviato sulla stessa china, anche se lì l'area da 'difendere' è più vasta). Qualche animale da convegno si indignerà per la deriva presa dall'informazione: forse non ha mai letto un quotidiano di partito, di quelli finanziati da noi, o qualcuno di quelli 'non schierati' ma in realtà sulle materie di interesse padronale schierati più subdolamente (ed ugualmente finanziati da noi, in modo indiretto). In realtà quello scelto da Tuttosport (e da tutti gli altri, che però non hanno le palle di dirlo chiaramente) è l'unico modo per sopravvivere a livello di azienda: essere partigiani, faziosi, nella migliore delle ipotesi monotematici o provincialissimi, non sorprendere mai il lettore per paura di perderlo. Il resto è dilettantismo, più o meno ispirato.

Sole di notte

di Oscar Eleni
Oscar Eleni dall’isola di Creta, cercando di scoprire che tipo di filo ha regalato Arianna al bel Teseo per farlo uscire dal labirinto. Personalmente, non essendo un bel Teseo, sarei riconoscente anche soltanto per una piccola indicazione che permetta alla gente in là con gli anni di non soccombere davanti alla labirintite, di non sentirsi perseguitato da tutti quelli che danno consigli, dieta compresa, di non dover rispondere a domande di medici farfuglioni come dei poveri Renzo Tramaglino davanti al latinorum di chi non sa spiegarti un bel niente, ma ti svuota il portafoglio con esami su esami, spesso inutili, spesso semplici come quelli che potrebbe fare il primo erborista non venduto alle aziende che si sono inventate i fitofarmaci. Eleni è tornato, un po’ tardi, a proposito scusate il ritardo, ma dopo la notte scudetto di Siena nel catino incrostato del Forum di Assago, abbiamo dovuto combattere con il sole di notte, con stanze che si ribaltavano, facendoti cadere dal letto.
Scudetto scritto, gloria a chi meritava tutto e di più. Siena è Siena e voi non siete nulla avrebbe potuto cantare il marchese Pianigiani che ha peccato una volta soltanto nell’ora del trionfo, non un trionfo scontato per manifesta superiorità degli uomini, ma di tutto il progetto, sia chiaro, ha commesso un peccatuccio di memoria che non è piaciuto tanto alla Virtus Bologna, insomma a quello che ne resta, prima di scoprire se il gruppo di Stefano Tonelli potrà mantenere la parola con il popolo della Vu Nera che non ha uguali quando si devono tirare fuori quattrini per essere i numeri uno. Quello zeru tituli strappato a forza proprio da un cronista bolognese al lupacchiotto senese ha tolto all’Italia l’unico trofeo europeo dell’anno, ha tolto la soddisfazione di aver pagato tantissimo quella vittoria in coppa, ha cancellato la stagione di Matteo Boniciolli che ora prepara le valigie se davvero avesse voglia di freddo alla corte dei grandi di Russia, oltre che di bora triestina. Non lo avremmo dimenticato nel riassumere la stagione perché bisogna anche dire che nessuno, più della Virtus, è andato così vicino al cuore del Montepaschi nella finale di coppa Italia, che nessuno ha perso tanto come Bologna dopo aver visto così da vicino la Calì senese: chi l’ha battuta è retrocesso, chi l’ha tormentata fino all’ultimo secondo ha visto la società dissolversi, l’allenatore cacciato, il capitano lasciato andar via, il miglior straniero venduto a Scariolo. Labirinto che sei in noi liberaci da questo tormento e vai con ordine, senza allungare troppo il brodo perché gli altri sono già sul campo di golf o al mare.
Prendiamo spunto da una telefonata del Franco Grigoletti dalla sua fortezza di Rovereto con prolungamento su Amblar per speculare su quella bella rubrica che faceva per il Giorno, quella del lettore che poi era Grigo travestito da lupo.
Avete criticato tanto l’Armani e poi ha finito in gloria. Tutti bravi? Quasi tutti. I migliori sono stati quelli che avrebbero voluto mandare via o nascondere. Fortuna delle scelte, del caso. Diciamo allora generale fortunato e per questo riconfermato anche se tutti sanno che le sue difese sono buone, ma i suoi attacchi troppo prevedibili se non gli prendi un puffo come fecero a Napoli.
Non eravate voi a dire che Siena deve essere copiata cominciando a mettere punti fermi sugli uomini, sull’allenatore? Certo e mai criticheremo Milano o Roma per aver riconfermato Bucchi e Gentile, ma prima vorremmo aspettare l’inverno perché è col freddo che il sole di notte servirebbe davvero.
Hai visto Kobe Bryant. Tutti ai suoi piedi. Non tutti. Certo è stato bravo, però noi puntiamo di più sulle anche martoriate di Phil Jackson, su altri del gruppo giallo viola, anche se bisogna riconoscere quello che il Mamba ha riconosciuto per primo: non puoi chiedere agli altri se prima non dai te stesso a loro.
Triste il divorzio di Roma da Bodiroga, ci dispiace perdere quella testa e quel sorriso. A chi lo dite, ma nelle scelte degli uomini non ci aveva proprio convinto e dire che Jennings lo ha soddisfatto fa venire il nervoso come quando sosteneva che Allan Ray era staordinario. Ci mancherà, ma lo ritroveremo.
Tanta polvere per il vostro amico Tanjevic e poi l’Ataman mille cuori ve lo ha infilzato partendo da zero-due. Succede, ma fate attenzione: i grandi allenatori alla Tanjevic resteranno sempre perché dove lavorano donano tutto quello che hanno e non vogliono niente in cambio salvo coraggio, lealtà e voglia d’imparare. Per questo quando perde Boscia non perde veramente. Lui vince perché sa cosa regala agli altri a costo della sua stessa vita. Un Tanjevic per cento dei vostri principi senza scrupoli.
L’Ettore Messina che ci rapirono i russi è finalmente arrivato nella Casa Blanca. Non potevano riportarlo in Italia? Potevano, ma non hanno trovato argomenti giusti per convincerlo che uno sputo italiano è meglio di ogni crema catalana o castigliana. Non potrà neppure servire la causa di Azzurra, speriamo che si diverta e sia felice.
A proposito di Azzurra, giusto riconfermare Recalcati dopo le ansie e le richieste di part time? Giustissimo. Il problema non è l’allenatore, ma gli allenatori per fare i giocatori. Siamo a terra e, come dice Lollo Bernardi, grande del volley, ora tecnico della nazionale B di pallavolo, con un figlio molto dotato nel basket, smettiamola con gli alibi, con le scuse banali, torniamo alla cultura del lavoro, certo non sarà possibile farlo se in giro avremo presidenti e proprietari che vogliono risparmiare per prima cosa sugli allenatori.
Movimento truppe. Bella scelta Vitucci a Treviso. Ci dovevano pensare molto prima, anche se avremmo visto volentieri in torneo il Repesa che deve pur avere voglia di rivincite davanti a tanti fellonian bugabus.
Come vedi Coldebella casertano? Come uno che sa dove vuole arrivare e ha i mezzi per farlo. Non capiamo davvero perché Milano lo ha coltivato e poi tagliato. Ma Milano è speciale, questa poi non ama niente che profumi come le orchidee di una volta.
Non è stata una orchidea la stagione di Vitali e poi c’è anche la crisi Mordente. Possibile che se ne vadano? Possibilissimo. Intanto, valutando la commedia sul trasferimento di Mancinelli, le cifre da tirare fuori, l’asta imposta a due società come Milano e Siena che, con licenza parlando, potrebbero mingere su certi furbetti del quartierino, vediamo già l’effetto delle nuove regole a protezione del giocatore italiota. Sarà sempre peggio e allora non stupitevi per certi licenziamenti, per certe vendite, per certe minacce sulla serrata prossima ventura.
Stuzzicarello il tutto, come curiosa è questa storia dello Stonerook convocato pur sapendo che non risponderà al grido di dolore di un Recalcati che lui conosce fin troppo bene. Siamo davvero ansiosi di capire come andrà a finire. Squalifiche, certificati medici, liti pubbliche, verità in piazza fra chi ha smesso di amarsi tanto tempo fa? Ah saperlo.
Quello che sappiamo è che Siena è arrivata in finale anche con l’under 17 perdendo all’ultimo tiro come l’anno scorso. Loro ci sono sempre. Nel 2008 fu la Virtus e ora ecco Pesaro campione d’Italia. Nel gruppo c’è sempre anche Treviso. Non vi dice niente tutto questo? A proposito, i 51 punti di Al Gentile per la Benetton ricordano qualcosa di già visto a Caserta.
Ben detto, Gentile allena a Roma, il figlio fa strage sul campo, Vincenzino Esposito anticipa Grigo accasandosi a Trento. Sarà un buon tecnico?
Sarà un po’ Maradona un po’ Gentile, un po’ Boscia, un po’ Marcelletti. Se ha buona memoria qualcosa tirerà fuori.
Chiusura gloriosa sui veterani che con Alberto Bucci, dottor stranamore che in panchina frigge pure per gli over, con Antonello Riva e Ponzoni, con Natucci il sognatore e Max, medico sportivo che tutta Milano vorrebbe amare, in partenza per il mondiale di Praga. Cercano altri sostegni per allargare l’attività. Aiutiamoli. Restando ai cavalieri come Alatriste Basile, eroe in Italia e Spagna, un grande per sempre, dobbiamo dire che ci è mancato.
Altro che mancato, dovevamo proibirgli di lasciare la terra rossa di Bologna, ma non ci siamo riusciti perché con l’occhio furbo chi lo salutava diceva all’amico: tanto è alla frutta. Certo che era alla frutta, ma quella che ti dà energia, vitamine, che ti riapre gli occhi. Ci si risente presto. Mai i labirintici sentiranno ancora?
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell'autore)

L'arroganza degli sconfitti

Esiste un'arroganza peggiore di quella dei vincitori? Sì, è quella degli sconfitti: gente che dopo una figura pessima (al di là dei tre gol, due legni e venti contropiede subiti, oltre che dell'incapacità di creare pericoli ad un Brasile già con la testa negli spogliatoi) continua a pensare di dirigere un club privato e non risponde a tono nemmeno alle osservazioni più morbide. Maestro in entrambi i generi è Marcello Lippi, che in un torneo dall'importanza limitata (ma lo si dice solo adesso: imbarazzo ieri sera a Sky quando Mauro, non a caso uno di area, si è inerpicato in un discorso del genere spiegando che la Confederations Cup in fondo conta zero: sarà contento chi ha acquistato i diritti...) ha solo tirato il collo a campioni o ex tali. Venendo ripagato con un'eliminazione impensabile, esponendo i Cannavaro, i Toni ed i Gattuso a figure che non meritavano e rinunciando a sperimentare qualcosa di nuovo in vista del Mondiale. Che l'Italia ha le stesse probabilità di vincere del 2006, a dispetto del disfattismo da ultimo risultato, ma che si giocherà avendo perso una buona occasione per buttare nella mischia qualche alternativa. In un torneo di preparazione meglio il peraltro impresentabile (a questi livelli) Gamberini rispetto a un Cannavaro che tirato a lucido sarà da Mondiale, ma al quale si sarebbe potuto risparmiare questo viaggio: tanto vincere contro gli Usa in dieci, perdere con l'Egitto e venire scherzati da un Brasile normale sarebbe riuscito anche ad un'Italia onestamente sperimentale. Il discorso di Buffon sulla mancanza di grandi rincalzi è giusto solo per quanto riguarda...Buffon, visto che anche un superdemocristiano come Abete ha osservato che sì, in fondo, forse, magari qualcosa si sarebbe potuto provare. Però il mitico 1982 ha lasciato nei retropensieri dei giornalisti italiani una certa paura nel giudicare il presente: chissà mai che nel futuro quelli che abbiamo criticato oggi domani non ci diventino (ancora) campioni del mondo. Più produttivo essere i cantori del trionfo (magari entri anche nelle suonerie da 5 euro a botta per ragazzini cretini), da aspettare nascondendosi dietro a luoghi comuni: la stagione lunga (Luis Fabiano è infatti al mare da gennaio), gli infortuni, il bisogno di grandi stimoli. L'ufficio banalità informa che fare male oggi non significa che si farà male anche domani, ma che noi si scrive oggi e non per i posteri. Quindi grazie Marcello, su Libero il tuo editorialista preferito ha scritto che stai facendo bene.

Miracolo anche a Essen

di Stefano Olivari
La grande Ungheria di Puskas e Hidegkuti, la Germania che cerca di risollevarsi dopo la guerra, la più grossa sorpresa della storia del calcio. Ingredienti ottimi che hanno prodotto un film riuscito a metà, il Miracolo di Berna (Das Wunder von Bern) rivisto qualche giorno fa dopo i suoi due-giorni-due nelle sale italiane. Lungometraggio, per dirla alla svizzera, con la regia di Sonke Wortmann ed attori a noi sconosciuti che in patria ha avuto però un successo strepitoso sia al cinema (nel 2003) che in tivù. Siamo ovviamente nel 1954 ed il protagonista è l'undicenne Matthias, figlio di un reduce di guerra appena tornato dalla Siberia dopo anni di prigionia e di morte presunta. L'ambizione sarebbe quella di descrivere i sentimenti di quell'epoca in Germania attraverso la vita di una famiglia di Essen. La madre che manda avanti faticosamente un bar insieme alla figlia (che esce con un americano, quindi per parte della Germania ancora un nemico), il figlio maggiore che mitizza la Germania Est e non capisce quel padre che pur non essendo nazista ha fatto il suo dovere di 'bravo tedesco' prima in miniera e poi al fronte, Matthias che quel padre non l'aveva mai visto e che lo giudica un uomo senza sogni, che non a caso detesta il suo amato calcio ed il suo amato campione: Helmut Rahn, del quale il ragazzo è portaborse e portafortuna. Il 'Capo', questo il soprannome dell'attaccante del Rot Weiss autore del gol della vittoria in finale, è per Matthias più di un'immaginetta da tenere sul comodino: il Bignami di psicologia direbbe è una figura paterna ma non giudicante. La parte davvero emozionante del film è questa, poi purtroppo c'è quella calcistica. Buona l'idea di non mostrare immagini di gioco se non qualcuna della finale sotto la pioggia, agghiaccianti le caratterizzazioni dei personaggi legati alla manifestazione: il giornalista macchietta con moglie al seguito (comportamento simile a quelli di alcuni grandi inviati nostrani, anche in un Mondiale), le frasi storiche di Herberger buttate lì a caso, Puskas rappresentato fisicamente come il Puskas di dieci anni dopo (addirittura si vede un suo fallo su Liebrich, un po' come fare un film su Moro e farlo sparare a Prospero Gallinari), Adi Dassler venditore porta a porta di tacchetti intercambiabili quando l'antenata dell'Adidas esisteva già da quasi trent'anni, eccetera. Toccante il viaggio del padre e di Matthias verso Berna, con il calcio canale di comunicazione utile a dire molto altro: senza bisogno di guerre, ci siamo passati quasi tutti. In definitiva comprendiamo i grandi incassi in Germania, visto che quella partita ha segnato più di una generazione per motivi non certo calcistici e la materia è trattata bene (con il mitico 'non detto'), ma anche quelli scarsi all'estero.

Era anche fuorigioco

Non avevamo mai visto immagini del Cile-Urss del 21 novembre 1973, lo spareggio di qualificazione mondiale a cui i sovietici non presenziarono per protesta contro il golpe di Pinochet (non che dalla loro parte i golpe fossero mai mancati, ma la politica si fa anche secondo convenienza). L'amico Christian, di cui omettiamo il cognome perchè non sappiamo mai come comportarci quando ci sono datori di lavoro 'cinesi', ci è venuto in aiuto segnalandoci il link di quell'azione memorabile che portò al gol il capitano cileno Francisco Valdes. Fra le tante cose curiose di quell'episodio c'è che il gol sarebbe stato strutturalmente da annullare, da parte dell'arbitro: ogni passaggio in avanti, con meno di due difendenti fra la linea di fondo ed il giocatore che riceve il passaggio, crea infatti una situazione di fuorigioco. Mitico il tabellone 'La juventud y el deporte unen hoy a Chile' con il risultato parziale di uno a zero, rimasto immutato visto che nessuno avrebbe potuto far riprendere il gioco: per la statistica la Fifa avrebbe poi regalato ai posteri un due a zero a tavolino. In Germania il Cile si sarebbe comportato con molto onore, ma il ricordo di quella farsa è tuttora presente nelle menti dei giocatori: proprio 'Chamaco' ne ha parlato in una recente intervista. Senza rispondere alla vera domanda: è più ipocrita chi fa giocare contro nessuno o chi distingue fra dittature? A parte il fatto che l'eccellente Breznev aveva dato l'ok alla partita di ritorno, ma a patto che fosse in campo neutro.

Non è un paese per giovani

Le partite fra vecchie glorie sono fondamentalmente tristi, in quasi tutti gli sport e anche quando il fine è di pseudobeneficenza. Tremendo vedere Sampras servire come il ragioniere dell'ufficio sinistri, angosciante osservare Gerd Muller impiegare dieci secondi a girarsi: va detto che è più un problema nostro che loro, che spesso stanno benissimo e nella peggiore delle ipotesi hanno qualcosa da raccontare. Lo sport in cui l'ultraquarantenne fa meno pena è senz'altro il basket, pensiero profondo che ci viene in mente ad ogni partita di vecchi a cui assistiamo (la più bella due anni fa, con l'allora sessantaduenne Aldo Ossola, fra l'altro tuttora tesserato FIP in prima divisione per lo Sporting Varese, a spiegare il gioco) e leggendo oggi i convocati della nazionale italiana di Maxibasket (over 45) per i Mondiali che si disputeranno a Praga a partire dal 27 giugno. Agli ordini del pluriscudettato Alberto Bucci la stella sarà il tonicissimo Antonello Riva, attualmente dirigente a Veroli, mentre fra gli altri spiccano i nomi di Carera, Fantozzi, Gay, Montecchi, Dal Seno. Invece ai World Masters Games di Sydney, il prossimo ottobre, la stella degli Usa over 55 sarà l'indimenticabile Chuck Jura. Schema principale: lo Sceriffo in post basso che attira un raddoppio e scarica per l'amico Sam Martin, dentista nella vita ma tiratore a livelli JJ Redick (quello di Duke, mentre quello attuale in certe partite dei playoff con i Magic sembrava quasi uno specialista difensivo) a Nebraska University. Non sapremmo spiegare esattamente perchè, ma non ci mettono tristezza.

La Coppa Malù

1. Facendo come gli avevo insegnato avremmo vinto, però non l'hanno fatto e purtroppo hanno perso. Il pensiero scaricante (le responsabilità) di Lippi, nel solito momento post-partita di culto, è meno peggio di editoriali e prese di posizione del genere 'non si può perdere con l'Egitto' ma non è esattamente quello propagandato come conferenziere per manager di bocca buona: il gruppo, il gruppo, il gruppo (come Casini quando urlava 'La famiglia, la famiglia, la famiglia'). In realtà anche ieri sera la squadra azzurra o giù di lì ha mostrato un ardore ed una tensione da campioni del mondo, senza metterci a pensare alla tripletta che Iaquinta avrebbe fatto comodamente se il dio del calcio fosse stato equidistante.
2. I discorsi sull'età, che sarebbero stati validi anche dopo una vittoria, comunque, non spiegano tutto: il solito Pirlo a scartamento ridotto e anche poco ispirato nelle punizioni (al di là del fatto che il 4-3-3 gli imponga di giocare in una posizione sacrificata a sinistra: infatti nel secondo tempo è andato meglio), Gattuso in declino e comunque ingiudicabile dopo sei mesi di stop, Zambrotta onesto e poco più, meglio di tutti un Cannavaro quasi sempre in sicurezza. Poi l'errore decisivo l'ha fatto il bambino (26 anni) De Rossi, perdendo Homos sul calcio d'angolo e venendo per questo criticato a freddo, senza nominarlo (è il gruppo), da Buffon. Niente di originale, così come le richieste del taumaturgico trequartista, il dieci che a noi del bar piace sempre: Totti che torna, Del Piero indispensabile, vuoi mettere la fantasia di Cassano, ci manca la fantasia di Baggio. In caso di eliminazione potremo campare per una settimana con queste cose.
3. Poi ci sono gli avversari. La definizione di 'squadra molto organizzata' non si nega a nessuno, di solito è sufficiente tenere lo zero a zero per 5 minuti ed avere giocatori meno conosciuti di Cristiano Ronaldo, ma a differenza di altre l'Egitto ha una qualità offensiva che con l'Italia si è vista poco ma che consente quasi sempre di non farsi aggredire. Senza fenomeni da creare in stile Flo-naldo 1998. Fra i campioni d'Africa a giocare all'estero sono solo l'ottimo El-Hadary (Sion), l'ordinato Shawky che nel Boro è poco più di una comparsa, oltre al famoso Zidan che da quattro anni si fa valere in Bundesliga. In attacco c'era Aboutrika, ma mancavano un grande talento come Amr Zaki (Wigan) ed un ex grande come Mido (in caduta libera, ma Shehata lo tiene in considerazione). Poi hanno vinto per un'incomprensione difensiva su calcio d'angolo e stiamo a sprecare tempo.
4. La parte di culto della serata televisiva è stata il collegamento Sky di Malù da un ritrovo egiziano di Torino: la sua passione per l'Africa tutta è commovente, ma fra Egitto e Congo ci sono le stesse affinità che esistono fra Bisceglie e Trondheim. Qualcuno prima o poi glielo farà notare, ma gli italiani sono brava gente (gli etiopi omaggiati dei gas mussoliniani avrebbero potuto eccepire: speriamo che qualcuno abbia registrato il bel documentario di Atlantide, trasmesso da La Sette in contemporanea con la partita) e abbozzano. Peggio di Malù è stato Carlo Tavecchio, vicepresidente della Figc in gita premio, che in italiano farraginoso come quello dell'inviato congolese (ma con l'aggravante di essere nato a Ponte Lambro) ha fatto un discorso del tipo 'quello africano è il calcio del futuro' concludendo con una pillola di saggezza: ''E' un continente tutto da scoprire''. La fortuna dei vicepresidenti Figc da qui all'eternità è quella di avere avuto come predecessore Innocenzo Mazzini: peggio di lui nessuno mai.

Qatar il meno peggio

Visto che il declino arriva per tutti, anche per chi come noi mai ha goduto di un'ascesa, meglio che sia ben pagato oltre che lontano da riflettori e compatimento. Ma fa lo stesso impressione leggere che Juninho Pernambucano ha firmato un contratto biennale con l'Al Gharafa, la squadra campione del Qatar, dove andrà a raggiungere i connazionali Fernandao (incrociato da avversario in Francia) e Clemerson, ex stella della J-League. Va detto che quando una grande stella va a chiudere con i petrodollari (che non sono quelli di Florentino Perez, come aveva detto il premier da Vespa), entra in una sorta di buco nero mediatico in cui i nomi si confondono al punto che sembra che tutti si chiamino Al-Ittihad (che significa 'L'Unità': curiosamente molti giornali di sinistra del mondo islamico hanno questa testata, uguale a quella del quotidiano lasciato al suo destino dallo sceicco Soru subito la trombatura) o Al-Ahly (in spagnolo si direbbe 'El Nacional de...'). Però bisogna dire con dolore, vista la nostra passione per il Kuwait, che quello del Qatar è nettamente il migliore di tutti i campionati della penisola arabica: superiore a quello degli Emirati, di molto superiore a quello saudita (ricco ma quasi autarchico), di moltissimo superiore a quelli di Bahrein e Kuwait. Oman e Yemen viaggiano ovviamente su altri binari, con capolinea il Medioevo. La lega del Qatar è però ambiziosa, visto che è l'unica ad avere un progetto di miglioramento tecnico dei locali, non potendoli tutti comprare come fa nell'atletica con i keniani: in questo senso i vari Guardiola, Batistuta, Romario, Caniggia sono serviti ad attirare interesse ed a rendere il campionato più appetibile anche per gli stranieri medi e non decrepiti, alcuni esplosi o rigeneratisi proprio lì: facili gli esempi di Mauro Zarate, Olembé-Olembé, Carlos Tenorio o per stare sulla stretta attualità di Nashat Akram, presente con l'Iraq alla Confederations Cup e fresco sottoscrittore di un triennale con gli olandesi del Twente. Non è un caso che quasi mai siano del Qatar gli sceicchi che a torto vengono dati per acquirenti delle nostre società.

I burattini di Pinochet

di Stefano Olivari
I commenti sul famoso, ma vista la quantità di versioni non poi così tanto, spareggio Cile-Urss del 1973 per qualificarsi al Mondiale in Germania Ovest hanno riportato alla memoria uno dei più famosi episodi in cui calcio e politica si sono incrociati. L'antefatto è che i gironi europei di qualificazione erano nove: otto qualificavano la vincitrice direttamente (l'Italia di Valcareggi dominò il gruppo comprendente Turchia, Svizzera e Lussemburgo) mentre il nono, in maniera cervellotica, la costringeva ad uno spareggio con la vincitrice di uno dei gironi sudamericani: quello vinto dal Cile comprendeva...il Perù, e basta. Spareggio, dunque. Andata a Mosca il 26 settembre 1973, pochi giorni dopo il golpe militare che aveva rovesciato Allende e portato al potere Pinochet: zero a zero ed appuntamento due mesi dopo a Santiago. Nel frattempo la situazione politica planetaria era precipitata e l'Urss si rifiutò di recarsi in Cile (da notare che l'andata era stata giocata a golpe già avvenuto) chiedendo alla Fifa presieduta da Stanley Rous di far disputare la partita in campo neutro. Permesso rifiutato senza motivazioni ufficiali ma per una considerazione molto concreta: eliminando dalle competizioni tutti i paesi governati da dittature o finte democrazie al Mondiale avrebbero partecipato (e parteciperebbero) ben poche nazionali. Il 21 novembre quindi allo stadio Nacional di Santiago, dove qualche mese prima erano stati radunati e torturati migliaia di prigionieri politici, andò in scena la farsa. La nazionale cilena al gran completo, contro nessuno. La federazione cilena decise che il gol della vittoria (si fa per dire, visto che la partita subito dopo venne ovviamente sospesa) venisse segnato dal capitano Francisco Valdes, idolo del Colo Colo e già presente ad Inghilterra 1966. E così fu, dopo un'azione manovrata di cui purtroppo non abbiamo visto filmati. Ma il tragico ha sempre aspetti ridicoli: sapendo dell'assenza dell'Urss, la federcalcio cilena aveva ingaggiato i brasiliani del Santos per un'amichevole. Che si giocò davvero subito dopo il grottesco spettacolo pro-vittoria a tavolino, anche se alcuni cileni (fra questi Valdes) chiesero ed ottennero dal c.t. Luis Alamos di non prendervi parte.

Quando regalavano Zorzi e Lucchetta

Quasi vent'anni fa fuori da un supermercato di periferia c'erano ragazzi con maglietta Mediolanum che distribuivano biglietti gratis per una partita del campionato di volley: in pochi minuti ne regalarono circa 500 a gente nel 99% dei casi poco interessata all'avvenimento, signore cariche di pummarola presa con il tre per due e signori con il borsello (non era ancora arrivato Beckham a sdoganarlo) un po' scocciati. Eppure la squadra all'epoca berlusconiana (Capello era tornato da poco ad allenare il Milan e la polisportiva sarebbe crollata rovinosamente, una volta esaurito il suo compito, solo qualche anno più tardi), che era partita dalla A1 comprando i diritti di Mantova era formidabile: Zorzi, Lucchetta, Galli, Stork, Cvrtlik, eccetera. Il piccolo Palalido (4500 posti) però veniva riempito solo con il doping degli omaggi, a dimostrazione di molte cose: prima fra tutte la mancanza di cultura sportiva. Adesso la Fifa ha scoperto che il sudafricano medio appassionato di calcio è mediamente povero, e quando non indigente non così interessato alla materia da svenarsi per partite fra stranieri. Tanto per fare dei confronti, però, si deve osservare che la media di spettatori a partita (33mila e rotti) è di 4mila persone inferiore a quella di 4 anni fa in Germania ma anche di 3mila superiore a quella francese del 2003. Sia come sia, Blatter ha impartito l'ordine di distribuire a tappeto biglietti per la Confederations Cup, con l'eccezione della già esaurita Italia-Brasile di lunedì e con modalità tutte da definire: l'obbiettivo è dare un bel colpo d'occhio televisivo, possibilmente con meno tristezza di quella dei militari Steaua dei bei tempi del mercoledì di coppa. Il problema, al di là dei giudizi di valore sempre discutibili (ognuno è convinto che il suo sport sia il più bello del mondo) è che se non c'è una richiesta dal basso nessun prodotto può essere imposto.

L'anello dei poveri

Il basket italiano ha ieri toccato uno dei suoi punti più bassi, in un Forum pieno di spettatori occasionali: di quelli che si muovono solo quando c'è l'evento, secondo le peggiori tradizioni non solo milanesi. Non certo per il dominio imbarazzante del Montepaschi, colpevole solo di aver costruito con grande intelligenza una squadra disponendo di budget simili a quelli di Armani, Lottomatica e La Fortezza, e di un terzo rispetto ai top team di Eurolega, e nemmeno per il crollo soprattutto nervoso di un'Olimpia andata al di là delle aspettative di metà stagione (quando nemmeno riuscì a qualificarsi per le Final Eight di Coppa Italia). Ma perché una squadra che in Europa prende da anni porte in faccia appena si avvicina alla vetta, a volte per colpa sua (il suicidio dell'anno scorso con il Maccabi) e a volte perchè c'è chi è più forte (il Pana), in Italia può vincere di 35 contro la finalista non appena schiaccia un tasto. Sì, proprio come nel calcio, tanto per tornare al solito bar. Poi Siena apprende con piacere di essere la squadra italiana più forte di tutti i tempi, come si è ascoltato da più parti (mai denigrare il prodotto, del resto il responsabile dei canali sportivi di Sky Sport è un esperto di marketing e non un giornalista): si vede che chi arrivava per dieci anni su dieci in finale di Coppa Campioni, con al massimo due stranieri, aveva molta fortuna. Senza gli occhiali deformanti del tifo e del campanilismo è sempre più difficile trovare un motivo per preferire la NBA dei poveri, come è un campionato professionistico minore (vale anche per la mitizzata ACB), a quella vera o meglio ancora alle minors più vicine all'essenza dello sport. Quest'anno i motivi erano due: gli eroismi, con prospettive diverse, di Teramo e Rieti. L'anno prossimo potrà essere la perfect season, quest'anno rovinata dalla Fortitudo? Ci sembra poco, anche se saremo sempre lì.
stefano@indiscreto.it

Il paziente inglese

Gli studi degli scommettitori sono spesso volti a dimostrare la bontà del metodo proposto, mentre quelli dei bookmaker tendono a nascondere serie statistiche che potrebbero far nascere strane idee. Non stupisce quindi che sul mondo del betting siano state fatte poche analisi di lungo periodo davvero serie. Fra queste la più famosa è l’inglese Royal Commission report on Gambling, datata 1978 e incentrata sulle giocate presso i principali bookmaker nei 25 anni precedenti: la maggior parte sull’ippica, con meccanismi di allibraggio comunque non diversi da quelli di altri sport. La commissione concluse che giocando sempre la stessa somma su tutti i favoriti quotati a 4/6 (nel nostro linguaggio 1,66) o meno, senza alcuna informazione ulteriore (stato di forma, infortuni, voci strane) un teorico scommettitore a tappeto nell’arco dei 25 anni avrebbe chiuso con un utile infinitesimale. Ma di sicuro non avrebbe perso. Al contrario puntando su tutto il quotato sopra i 20, la classica Nuova Zelanda vincente la Confederations Cup oppure il 3-3 come risultato esatto della partita, il teorico scommettitore venticinquennale avrebbe perso oltre il 70% del suo capitale. Fra questi due estremi tante altre situazioni, tutte nel medio periodo favorevoli al banco: del resto la massa si separa ogni anno mediamente dal 25% del proprio denaro, quindi lo studio non fa altro che confermare l’evidenza. Conclusione: senza metodi miracolosi meglio giocare sui favoriti, selezionando le puntate e fidandoci solo di noi stessi. Come gli inglesi più pazienti.
(pubblicato sul Giornale di ieri)

Investiamo in Booth

I buuu sono per definizione 'democratica' razzisti, ma un po' meno quando vengono riservati ad un bianco senza tutti quei retropensieri del genere uomo della caverne-scimmia. E quando sono dei 'Booth'? Perchè questo erano, gli ululati ogni volta che il modesto (non peggio dei compagni neri, comunque) laterale sinistro sudafricano toccava la palla durante la partita con l'Iraq. Più o meno manifestazioni di simpatia, quindi. Chi ha visto la partita in tivù può avere equivocato (più che dei Booth sembravano mormorii di disapprovazione 'a prescindere'), ma l'ha fatto anche chi era allo stadio, tanto che nel dopopartita il giocatore da poco tornato ai Mamelodi Sundowns (la squadra che è stata qualche mese fa abbandonata da Henri Michel) è stato assalito da domande tutte su questo tema piuttosto che sugli schemi di Joel Santana, leggermente più fluidi ai tempi del Vasco e del Flamengo. Non solo Booth ha chiarito l'equivoco, come abbiamo letto sull'ottimo sito di calcio sudafricano Kick Off, ma è andato oltre spiegando che a vedere le nazionali vanno anche persone digiune di calcio e che magari lo giudicano solo per il colore della pelle. Tanto da non sapere, e noi eravamo fra questi, che sua moglie è la modella Sonia Bonneventia: personaggio al suo paese famosissimo e, fra le altre cose, nera. Insomma, il fatto di rappresentare la quota bianca, oltretutto bianca aperta (non il boero da filo spinato per cui, proseguendo nel luogocomunismo, esiste solo il rugby), in uno sport che in Sudafrica è quasi totalmente dei neri non autorizza a vedere il razzismo dappertutto. Però aiuta.

I Chievo Grizzlies non vinceranno mai

di Stefano Olivari
I nostalgici del duopolio Juve-Milan, con Inter complice senza refurtiva e costosi inserimenti di poche altre creature politiche, forse staranno pensando che in fondo anche questa pompatissima Nba non è che abbia tanto ricambio, se è vero che i Lakers sono più o meno sempre lì e che in 63 anni di storia della lega hanno vinto 16 titoli assoluti (contando anche il periodo NBL e quello BAA di Minneapolis) e 30 di conference, mentre i Celtics ne hanno vinti 17 assoluti e 20 di conference. Traduzione: su 126 teorici posti in finale, Lakers e Celtics ne hanno occupati 50: quasi il 40%, ma soprattutto in due hanno vinto più di metà dei titoli assoluti. E quindi? Quindi guardiamo la situazione dalla stagione 1984-85, quando dopo decenni di liberismo quasi assoluto (a fine anni Settanta la lega fu sull'orlo del fallimento: aaah, se la ABA avesse resistito qualche anno in più...) venne introdotto il salary cap: 25 stagioni, con Lakers e Celtics che hanno incassato 9 anelli, di cui ben 4 frutto dei gruppi costruiti in era pre-salary cap e gli ultimi due regalati da trade quantomeno sospette, al di là del fatto che Garnett non volesse rimanere ai Timberwolves e che Memphis insieme a Portland sia la squadra del futuro. Insomma, 25 anni di comunismo morbido (la luxury tax in fondo lascia uno spiraglio anche agli sceicchi) hanno prodotto titoli per sette franchigie diverse (oltre alle due citate Pistons, Bulls, Rockets, Spurs e Heat) e finali per (i sette campioni più Blazers, Suns, Knicks, Magic, Sonics, Jazz, Pacers, Sixers, Nets, Mavs e Cavs). In italiano significa che in 18 (sulle 30 attuali, ma nel 1984 erano 23) sono stati ad un passo dallo 'scudetto'. Ma più delle sconcertiane statistiche conta la speranza: chiunque nella NBA è convinto che nel giro di due anni, con buone scelte al draft ed operazioni di mercato, di poter arrivare fino in fondo. Questa speranza nel nostro calcio (non parliamo nemmeno del basket, con il titolo già assegnato da un anno) manca non diciamo al Chievo, ma anche alla Fiorentina della situazione. Ed in Champions League cambiano solo le proporzioni, se il Lecce lo chiamiamo Anorthosis il prodotto non cambia. Chi mai si siederebbe ad un tavolo di poker sapendo di non avere nemmeno l'1% di possibilità di vincere, nemmeno fra vent'anni? Un altro dei miracoli del calcio: basta esserci, all'incasso si passa in altri settori.

Il Bagni liberato

Uno dei tanti aspetti positivi del calcio delle nazionali è che in occasione delle loro poche partite annuali reintroducono il diritto di critica nel giornalismo sportivo, senza legarlo a discorsi di marketing geografico. Quante volte in una telecronaca di Champions League, con in campo un nostro (nostro si fa per dire, perché al massimo ce ne è simpatico uno e detestiamo tutti gli altri) club, si è sentito ammettere che il rigore contro di 'noi' c'era o che anche uno dei presunti 'nostri' sarebbe stato da espellere e che in generale gli avversari avevano meritato? Troppo poche. Per uscire dal recinto del tifo per il paesello, inteso anche come datore di lavoro in vari ambiti, ci voleva quel che rimane della maglia azzurra. Gli ipotetici Civoli e Bagni su Inter, Milan, Juve, Roma, eccetera, non avrebbero permettersi il lusso di giudicare quello che vedevano, pena interrogazioni parlamentari di peones dementi o insulti del fantomatico popolo della rete. Non per inchieste sui vari farabutti che regalano campioni (sempre meno) alla gente, non sia mai, ma per la semplice stigmatizzazione dell'errore di un difensore. Un discorso molto italiano, il nostro, perché non è colpa di Rai o Sky se i Comuni e le Signorie oltre alla madonne con bambino ed al pecorino doc hanno prodotto un campanilismo praticamente senza limiti.