Il mistero delle tre EuroCup

di Stefano Olivari
1. Il sorteggio di ieri a Barcellona ci offre lo spunto per una modesta riflessione sul basket europeo per club, diventato non si sa bene che cosa: non lo sanno nemmeno i suoi dirigenti, figuriamoci noi. Ad una Eurolega con caste ben delineate si affiancano appunto l'Eurocup di cui ora si conoscono i gironi ed una Eurochallenge che qualche mese fa si è guadagnata poche righe sui nostri giornali solo perché le Final Four si sono disputate a Bologna (con vittoria Virtus in finale sullo Cholet). Per la cronaca, il girone più difficile è toccato alla Benetton (Stella Rossa Belgrado, Dinamo Mosca, Cholet), mentre leggermente meglio è andata a Teramo e Biella. Le prime due di ognuno degli otto gironi passeranno alle Top 16: lì quattro gironi da quattro, poi finalmente per le otto sopravvissute eliminazione diretta sottoforma di Final Eight.
2. La prima divisione va fatta fra Uleb e Fiba Europe: il primo ente, nato nel 1991 come associazione di tre leghe ma arrivato al potere vero nel 2000 con l'organizzazione della prima Eurolega (vinta anche questa dalla Virtus BO, mentre la 'rivale' Suproleague veniva conquistata dal Maccabi Tel Aviv), ha in mano l'Eurolega e l'Eurocup, mentre il secondo altro non è che la versione europea della federazione internazionale ed ha in mano l'Eurochallenge. A complicare le cose agli appassionati polisportivi c'è che l'EuroChallenge, inventato nel 2003, si è chiamato per due stagioni FIBA Europe League e per tre (quindi fino al 2008)...EuroCup! L'EuroCup di adesso (se avete smesso di leggere vi capiamo) è invece nata nel 2002 e fino al 2008 si è chiamata Uleb Cup.
3. Insomma, se l'uomo della strada può intuire che l'Eurolega è erede della vecchia Coppa Campioni pur essendo gestita con criteri privatistici, il resto non è spesso chiaro nemmeno agli appassionati. Qual è dunque l'erede delle vecchie Coppa delle Coppe e Coppa Korac? Per quanto riguarda la Coppa Coppe il primo cambiamento risale al 1992, con la denominazione European Cup, il secondo al 1996 (EuroCup...la terza manifestazione diversa con questo nome!), il terzo al 1999 diventando Saporta Cup in onore del grande dirigente del Real Madrid Raimundo Saporta. La Korac ha una storia più lineare: è andata avanti fino al 2002 sotto l'egida della FIBA, poi si è bloccata. L'Uleb Cup, ora EuroCup, da molti viene fatta passare come una sorta di misto fra le due vecchie coppe minori, ma non è vero: è semplicemente una serie B dell'Eurolega, tanto è vero che chi perde gli spareggi (tipo Treviso) va a finire lì. Nemmeno l'Eurochallenge può essere considerata degna erede di Coppa Coppe o Korac, perché è sì una cosa FIBA, ma fatta con gli scarti degli scarti (per dire: se Teramo avesse perso con l'Apoel Nicosia sarebbe finita in Eurochallenge). In altre parole una sorta di serie C (per l'Italia c'è la Scavolini). Tutto chiaro? Forse no...
4. Volevamo solo dire che le coppe europee minori non hanno più alcun senso: non garantiscono la partecipazione a tutti i paesi, quindi non hanno giustificazioni etico-sportive, e dal punto di vista tecnico sono poca cosa. Al di là del fatto che molte partite sembrino giocate a porte chiuse, dal poco pubblico che c'è: l'utilità è solo politica, piantare qui la bandierina Uleb e là quella Fiba (che l'anno scorso hanno raggiunto una specie di armistizio), ma è quasi impossibile che la vincitrice di una delle due coppette sia la stessa del campionato nazionale di quella stagione. Conclusione: meglio il basket europeo di adesso, senza assurde nostalgie, ma solo quello di vertice.

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Il sangue dei vincitori - Intervista a Giuseppe D'Onofrio, che racconta il suo rapporto con la Figc dopo la perizia sulla Juventus...

La vita è una scommessa 2.0

A grandissima richiesta, riparte la rubrica di consigli per scommettere sul calcio. Per il momento al martedì e al venerdì, magari provando ad allargarci quando il tempo e l'ispirazione ce lo consentiranno. Useremo il massimo delle quote reperibili sul web senza giri loschi, non soprendetevi se alla Snai sotto casa troverete di peggio. Un'unica avvertenza: ragionate con la vostra testa, noi ci limitiamo a dire come investiremmo i nostri soldi rischiando su ogni partita un decimo del capitale. Sappiamo che quelli 'veri' rischiano al massimo un centesimo, se preferite dividete tutto per 10. Partiamo da un budget di 1000 euro, ci fermeremo quando li avremo bruciati tutti. Ci scusiamo in anticipo se non saremo pirotecnici come certi giornali che scrivono cose del genere 'Che bello! il 2-2 è dato a 14'. Magari perderemo, ma oltre che per divertirci giochiamo per vincere e i confronti non li facciamo con il sei del SuperEnalotto ma con il rendimento dei fondi di investimento azionari.
1. Fra poco, alle 17. Il Rubin Kazan dovrebbe triturare (1,28) il demotivato Krylya Sovetov per continuare a tenere un punto dietro uno Spartak Mosca (quattro giornate alla fine della Russian Premier League) che 4 giornate fa era staccatissimo.
2. Sempre oggi in Russia il Saturn, che coltiva ancora qualche minima speranza di Europa League, ospita un Khimki ben lontano dal Khimki del basket (la squadra allenata da Sergio Scariolo), che ha perso le ultime undici partite: 1,35 è una bella quota.
3. La nostra quota preferita del fine settimana è la vittoria dell'Amburgo capolista (1,39 mentre stiamo scrivendo) sul triste Gladbach di questi tempi: 100 euro anche qui, come negli altri casi. Appuntamento per sabato alle 15 e 30, a meno che non preferiate andare all'Ikea con la famiglia.
4. Non siamo grandi cultori delle squadre in trasferta, nemmeno quando la differenza tenica è netta, però il Reebok Stadium di Bolton non è la Bombonera ed il Chelsea a 1,45 va giocato assolutamente: in questo momento è la squadra fisicamente più impressionante d'Europa, insieme a qualche mezzora di Inter.
5. Il Napoli per i motivi più volte spiegati (in primis il grande numero di tifosi-scommettitori) è sempre sovraquotato, per questo sabato alle 18 va giocata assolutamente una Juventus in buona forma che deve rimanere agganciata al treno scudetto: dal nostro spacciatore la quota è 1,58.
6. Sabato sera in Olanda il PSV di Fred Rutten facile sul Vitesse (in casa decente, fuori le ha perse quasi tutte) a 1,22.
7. Sabato sera febbre anche in Irlanda per il Bohemians che è a un passo dal titolo e quindi dalla qualificazione alla Champions: contro ha uno Sligo Rovers molto più debole ma non tranquillo: la contemporanea Drogheda-St Patrichs potrebbe dargli la certezza matematica di rimanere in Premier League anche perdendo, ma non si sa mai...Il rischio sul Bohemians a 1,43 è comunque calcolato.
8. La Grecia è sempre un buon giacimento di certezze: domenica a pranzo piace il Kavala, a 1,65 nel suo piccolo e caldo stadio contro l'osceno Panthrakikos.
9. Domenica pomeriggio la nostra assenza di creatività ci porta e mettere i 100 euro sulla Fiorentina, reduce da due sconfitte ma con molto margine: in casa con il Catania a 1,45 va giocata.
10. Notevole, sempre domenica pomeriggio ma nella Gambrinus League, la quota dell'ottimo Jablonec: 1,40 su un Bohemians Praga ultimo e proveniente da un mese tragico. Gli ultimi 100 euro quindi sulla squadra biancoverde.

Gli avvocati della Nba

di Stefano Olivari
1. Quante volte abbiamo sentito il ritornello dei grandi campioni che devono essere tutelati? In realtà questa 'tutela' esiste ovunque, a metà strada fra il marketing e la mafia. Come funziona nella Nba lo ha ben spiegato Tim Donaghy, ormai nella storia come 'l'arbitro che scommetteva', nel suo libro 'Blowing the whistle': personaggio screditato, Donaghy, ma che ha frequentato la lega per tredici anni (dal 1994 al 2007) e che ha la lingua sciolta da 15 mesi di carcere vero. La parte più interessante del racconto non riguarda però le scommesse, i cui retroscena erano già venuti fuori in tribunale, ma certi meccanismi della lega ai confini della frode.
2. Donaghy fa l'esempio di Raja Bell, ai suoi tempi specialista difensivo (ma anche uomo da quintetto) dei Suns, attualmente ai Bobcats: il giocatore meno gradito a Kobe Bryant, cioè a uno dei volti della Nba, perché capace non solo di difendere bene tecnicamente ma anche di mettere fuori ritmo mentalmente le stelle cambiando strategia nel corso della partita. Un artista, Bell, con un'arte comprensibile agli esperti ed un po' meno alla massa che tiene in piedi la baracca. Pronta ad esaltarsi per il quarantello messo contro figurine statiche ma non per l'aiuto portato al momento giusto. Pensate che il cattivo Stern abbia ordinato di fischiare contro Bell? Non proprio. Semplicemente, a quanto racconta Donaghy, al training camp degli arbitri venivano mostrate varie situazioni difensive analizzando la possibilità di fischiare. Ecco, quando nei video compariva Bell il fischio casualmente scattava sempre, a prescindere. Messaggio poco subliminale: i biglietti sono venduti dalle stelle, le lodi agli specialisti difensivi lasciamole agli allenatori.
3. Donaghy parla anche di una prassi che è evidente anche ai semplici osservatori: quando la partita diventa molto fisica, nei quarti quarti di stagione regolare o nei playoff, per averne il controllo bisogna fischiare falli che in altre circostanze non si fischierebbero mai, i cosiddetti 'touch fouls': la raccomandazione è quella di non fischiarli mai e poi mai alle stelle, con un doppio obbiettivo: a) averle in campo fino alla fine tenendo desta l'audience; b) fargli mettere a posto le statistiche, visto che di fatto in certi minuti della partita non si possono nemmeno sfiorare. E' un grande spettacolo, secondo noi il più bello del mondo, vetrina mondiale di un grande sport. Ma sempre uno spettacolo, dove i controllori coincidono con i controllati.
4. Ci siamo dimenticati di dire la cosa più importante, cioè che il libro è stato sì scritto per Random House (o meglio, per la sua controllata Triumph Books) ma che a due settimane dalla sua uscita in libreria la prestigiosa casa editrice lo ha ritirato dal mercato. Ufficialmente, secondo quanto affermato dalla stessa Random House attraverso un comunicato, perché il libro non ha avuto il via libera dall'ufficio legale dell'azienda. Eppure era già stata concordata un'ospitata di Donaghy a '60 minutes', lo storico programma di approfondimento della Cbs...Probabilmente la Nba, a conoscenza della anticipazioni come del resto tutto il mondo web del basket, ha minacciato una richiesta di danni astronomica. E l'editore in fin dei conti ha pensato che alla gente non faccia piacere leggere che la propria passione contenga una buona parte di finzione.

Dalla parte di Mike Agassi

1. Ci sono paesi in cui l'editoria non è assistita e quindi i libri (a maggior ragione i giornali) non sono strumenti di pubbliche relazioni ma prodotti che devono essere venduti. Per questo alle 'clamorose' rivelazioni contenute in ogni autobiografia in uscita va sempre fatta la tara del marketing, quella di Andre Agassi non fa eccezione. Dagli stralci letti un po' ovunque ci sembra però che la parte più interessante non sia quella sulla droga presa in un momento di crisi (1997, l'anfetamina diede qualche buon momento ad un tennista scivolato al numero 141 nel ranking Atp), nemmeno nella chiave dei blandi controlli del tennis: Agassi fece sorvolare sulla positività al test antidoping, dicendo che aveva bevuto nel bicchiere di un amico. Scuse da calciatore, o da Gasquet.
2. La parte che sembra più adatta a far discutere ci sembra essere quella sull'odio di Agassi per il tennis, sublimazione dell'odio per il presunto padre padrone. Emmanuel (poi per tutti Mike) Aghassian (dopo l'emigrazione per tutti Agassi), ex pugile peso piuma partecipante a due Olimpiadi sotto la bandiera del suo Iran: eliminato al primo turno a Londra 1948 e anche nel 1952. A Helsinki fu battuto dal sudafricano Leisching, che poi avrebbe vinto il bronzo, con l'argento che andò all'azzurro Sergio Caprari (da professionista campione d'Europa e brutalizzato nel mondiale superpiuma dal filippino Flash Elorde): non un fenomeno, ma un appassionato di tutti gli sport. Passione che in America, prima a Chicago e poi a Las Vegas trasmise ai figli fissandosi sul tennis.
3. A cinque anni Andre palleggiava con Pancho Gonzales, che in seguito sarebbe diventato marito di sua sorella Rita. Ma non è come sembra: Mike non spinse la figlia nelle braccia dell'anziano ex campione per introdursi nel mondo del tennis, il fatto è che Gonzales era l'allenatore (pagato) di Rita che della famiglia era la campionessa designata ed Andre era solo il fratellino che la ragazza si portava appresso. Di più: Agassi padre voleva ammazzare, e non metaforicamente, Gonzales quando Rita gli comunicò che avrebbe lasciato il tennis e sarebbe andata a vivere con lui diventandone l'ennesima moglie. Curiosità: Mike Agassi era stato giudice di linea ad un torneo con Gonzales in campo, qualche anno prima, e dal campione era stato preso in giro in maniera plateale per una chiamata sbagliata. Come tanti ragazzi di tutto il mondo a 13 anni il ragazzino di talento fu portato alla Academy di Bollettieri, che ne fece un professionista senza che il padre dovesse svenarsi per le lezioni: l'astuto ex marine intuì che Agassi avrebbe potuto fare una pubblicità strepitosa alla sua scuola, al di là del suo valore tennistico comunque enorme.
4. Poi i fatti segreti della famiglia Agassi, ma anche della nostra, non li conosciamo: non ci sembra comunque di essere di fronte ad una triste storia di sfruttamento. C'è solo un padre fanatico di tennis che pensa di fare il bene del figlio facendolo concentrare su un obbiettivo: in generale non più stupido del diventare un medico, un giornalista, un ragioniere, un grafico, un inseguitore del posto fisso a costo di qualsiasi umiliazione. Andre ha avuto l'opportunità di giocarsi la sua vita in campo: può non ringraziare suo padre, per motivi evidentemente privati, ma di sicuro non può dire che farlo giocare a tennis (anche con la forza) sia stato un crimine. Non c'è niente di nobile nell'essere un ragazzo del muretto, senza una ragione per vivere. In assenza di grandi ideali, non vediamo perché si debba sputare sul tennis.

Anche se non è Phil Jackson

di Stefano Olivari
In una stagione regolare di 82 partite ci sono alti e bassi, trarre indicazioni di lungo periodo da una partita finite da poche ore contro squadre dal valore e dalle motivazioni diverse serve solo a fare un titolo sciovinista. Ma non c'è dubbio che i tre italiani della Nba abbiano iniziato alla grande, con Andrea Bargnani a regalare la prestazione dal peso specifico maggiore: perché contro i Cavs (reduci dalla sconfitta con i Celtics, ma pur sempre una delle tre favorite per l'anello), perchè cercato spesso come prima opzione offensiva, perchè con molti giri in marcatura su Shaq, perchè cambiando la selezione dei tiri senza accontentarsi di quelli da fuori (si evince dalla shooting chart, personalmente abbiamo guardato Spurs-Hornets su Sky), perchè da protagonista sorprendendo anche se stesso. Più minuti e punti del previsto anche per Belinelli, career high (22) per Gallinari in una partita persa senza storia a Miami. Non vogliamo commentare quello che siti dedicati hanno già fatto meglio di noi, ma solo sottolineare che l'Italia del basket deve stare agganciata a questi tre ragazzi e la scelta del c.t. deve andare proprio in questa direzione. D'Antoni avrebbe il carisma e la credibilità per esaltarli, ma fino al 2012 è intoccabile sia ai Knicks che come assistente-badante di coach K. Sacripanti piace a tutti e tre, che lo conoscono bene anche se la sua Under 20 l'hanno frequentata poco o niente (Belinelli ci ha giocato un Europeo, ma all'epoca in panchina sedeva Frates). Gli altri candidati, da Pianigiani in giù, sono bravi e a volte anche bravissimi, ma per far funzionare il meglio che abbiamo i nomi (a tempo pieno) sono solo due. Senza trascurare il fatto che Recalcati potrebbe rimanere in federazione e fra gli allenatori di nome nessuno più di Sacripanti può essere considerato un suo uomo. Non è Phil Jackson, ma tanto a portarci in Lituania nel 2011 e soprattutto a Londra nel 2012 dovranno essere i tre sopra citati.

Vaccinati ma non rimaneggiati

L'allarmismo sull'influenza A ha superato il cialtronismo mediatico di default (la paura fa vendere o tiene attaccati al teleschermo, sempre), raggiungendo livelli demenziali degni dell'aviaria. Di ogni nuovo 'morto da influenza A' andando oltre la notizia da Televideo si scopre inevitabilmente che anche prima dell'influenza stava malissimo: chi per cardiopatie, chi per tumori, eccetera. Anche il medico napoletano morto ieri veniva da problemi di cuore e respiratori, oltre che da una insufficienza renale che lo costringeva alla dialisi. In sintesi: qualsiasi influenza può essere mortale per chi già è debilitato da altre situazioni, ma la mortalità della cosiddetta A non è superiore a quella dei virus per così dire normali. Questo a detta della totalità dei virologi, non di noi che saltiamo in blocco le pagine sulla salute. Nel delirio si è infilato a testa bassa anche il calcio italiano, tanto per far vedere di essere sulla notizia. La richiesta di considerare i calciatori una categoria a rischio poteva essere seppellita con una risata, considerando il numero di persone che stanno a un millimetro di distanza in autobus ogni mattina, ma il viceministro della Salute Fazio ha voluto andare oltre fingendo di prendere sul serio il medico della Nazionale. Enrico Castellacci infatti aveva scritto a Fazio, parlando dell'impatto sociale che potrebbe avere la sospensione di una giornata di campionato a causa delle rose decimate e sollecitando la priorità nelle vaccinazioni oltre che un incontro. Incontro che nel paese delle barzellette purtroppo avverrà, venerdì a mezzogiorno presso il ministero. Non sia mai che milioni di lobotomizzati, perchè così veniamo evidentemente considerati, siano costretti a vedere le loro squadre in versione rimaneggiata.
stefano@indiscreto.it

Quel doppio caffè mai preso

di Libeccio
1. "Il Giro d'Italia 2010 partirà da Amsterdam", leggiamo su alcuni giornali senza soffermarci troppo. Poi ci riflettiamo e pensiamo che magari nel Trentino o in Val D'Aosta ci possa essere un paese che ospiterà l'inizio del prossimo Giro con questo nome: un semplice caso di omonimia geografica, insomma. Invece no, il prossimo Giro d'Italia parte proprio dalla capitale olandese. Perchè la corsa simbolo del ciclismo nazionale prende il via fuori dei nostri confini? Il Giro, è bene ricordarlo a chi legge solo la Gazzetta, non ha la dimensione internazionale del Tour: queste scopiazzature da poveracci, peraltro già viste in passato, sono un po' tristi.
2. Era il lontano 1963 ed avevamo appena 5 anni. Abitavamo in un piccolo paesino di montagna dell'Italia Centrale, escluso da ogni cosa: compresa la tv che ancora non arrivava nelle nostre case. Straordinariamente però arrivò in paese una tappa del Giro d'Italia con enorme stupore del paese intero e in particolare di noi bambini che assistemmo alla scena con uno sbalordimento che ancora sentiamo addosso. Poco prima che la tappa partisse, un ciclista di cui non avremmo saputo mai il nome ci si avvicinò e ci chiese in modo super segreto di procurargli un piccolo contenitore di caffè ('Due-tre caffè', disse) con molto zucchero. Aggiunse che non avremmo dovuto farci vedere da nessuno. Ci diede anche 200 lire per il disturbo (una enormità, in quei tempi). Considerandoci eletti del destino, corremmo a casa a perdifiato chiedendo a nostra madre di riempire una piccola bottiglia di vetro con una macchinetta di caffè (cosa che stranamente nostra madre fece senza discutere). Sempre di corsa tornammo nel posto dove la tappa era in partenza ma non trovammo più nessuno. Erano già corsi via prima che potessimo portare a termine la missione segreta. Nel 1963 un atleta che correva il Giro d'Italia durante la gara non poteva usare altro che acqua e qualche frutto (ricordate i tascapane posti dietro la schiena delle maglie pieni di banane?). Anche il caffè era considerato vietato. Bei tempi.
3. Per noi e per tanti altri suoi amanti il ciclismo è finito il 5 giugno del 1999 quando a Madonna di Campiglio vennero resi noti i risultati delle analisi (relativi alla tappa del giorno prima) riguardanti Marco Pantani, con globuli rossi ed ematocrito superiori al consentito. In quel posto, su quei tornanti, sotto quelle cime baciate da sole e vento per noi morirono il ciclismo e Pantani, che consideravamo uno straordinario antieroe positivo. Aveva tutto dell'antieroe, Pantani, e proprio per questo divenne per milioni di persone in Italia e al Mondo una straordinaria figura mitologica dell'uomo che può ogni cosa perchè poggia (esclusivamente) sulla sua ferrea volontà il destino intero della sua vita. Sembrava tutto tranne che un atleta, tutto tranne che un vincente, tutto tranne che un ciclista professionista. Eppure, a parte i valori ematici di un certo tipo, aveva qualcosa dentro che lo sollevava dal terreno insieme alla sua bicicletta quando decideva che era giunto il tempo di chiudere il gioco. Qualcosa che non si compra in farmacia.
4. Per noi il ciclismo è finito definitivamente quel giorno, in quel posto. Poi c'è stato il resto del film che aveva già un finale scritto. Pantani è uscito di scena a suo modo ed è stato un giorno di immenso dolore per chiunque gli abbia voluto bene e insieme a lui è uscito di scena il ciclismo a cui i mercanti del tempio hanno inflitto pene e fango a non finire. Da allora tutto e tutti sono stati travolti dal discredito in nome del vincere facile, dei soldi a mazzi, dei limiti sempre di più spostati "oltre". Vale però anche il discorso fatto tante volte anche su Indiscreto: il ciclismo non è lo sport più sporco, è solo l'unico (fra quelli popolari) ad avere cercato e quindi trovato il marcio.
5. Al ciclismo servirebbe una pausa (anche lunga) di riflessione, più di mille partenze da Amsterdam. Uno stop consapevole e regole ferree che colpiscano squadre e atleti in modo durissimo in caso di doping (radiazione perenne). Ma ci sembra che manchi il coraggio o che prevalga comunque il principio sciocco dello spettacolo che deve continuare. Ad ogni costo.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

Il tredicesimo uomo in campo

di Stefano Olivari
1. Non ci sono più i bei film di una volta, per non parlare delle merendine. Adesso manca anche il quindicesimo uomo, in certi casi anche il quattordicesimo. L'ultima moda NBA, stando ai roster pubblicati dalla Lega lunedì, sembra essere il risparmio anche sui giocatori che nemmeno starebbero in panchina, quelli dal tredicesimo al quindicesimo. Va detto che da regolamento tredici è il numero minimo di ingaggi (a referto si va in dodici, come da noi), e che finora a questo minimo sono Atlanta, Denver, Philadelphia e, guarda un po', i Lakers. Spiegazione da allenatorino: con meno gente si lavora meglio. Spiegazione cattiva: di questi tempi risparmiare uno o due ingaggi (il minimo salariale è di 457mila dollari, per chi ha zero anni di passato Nba) ha un suo perchè. Nella notte di inizio tutto, quella appena passata, quello che metaforicamente è andato in tribuna nel vittorioso derby con i Clippers (privi dell'infortunato Blake Griffin) è stato Pau Gasol per un problema muscolare. Quando il catalano si riprenderà è probabile che tocchi ad Adam Morrison, per noi (e per chi lo ha scelto al numero tre nel 2006, cioè i Bobcats) personaggio di culto con qualcosa di 'maravichiano' ma che purtroppo nella lega dei più forti è solo un discreto comprimario.
2. Per motivi che ci sfuggono la programmazione televisiva NBA non è bene pubblicizzata in Italia, eccetto che sui canali che trasmettono le partite: un po' come far vedere il trailer di un film al pubblico che è già in sala per vederlo, quel film. Sia come sia, poco cambia rispetto all'anno scorso. Su Sportitalia la programmazione di NBA Tv tutte le notti (e quindi almeno una partita in diretta, replicata nel pomeriggio successivo con telecronaca in Italiano): vista all'alba con accelerazione MySky Blazers-Rockets, vittoria di Portland con minirimonta avversaria in garbage time (inesistenti Oden e stranamente anche Scola). In realtà delle prime quattro partite ci incuriosiva soprattutto l'entrata in scena di Gilbert Arenas a Dallas: visti solo highlights e letto che Agent Zero ha fatto grandi cose. Su Sky Sport 75 partite di stagione regolare (3 alla settimana, più o meno) più buona parte dei playoff (tutta la serie finale, in ogni caso). Curiosità: su Sky Federico Buffa non sarà più l'unica seconda voce, ma si alternerà con Gianmarco Pozzecco (la prima partita, Spurs-Hornets di questa notte, la commenterà insieme a Flavio Tranquillo). Ma perchè?
3. Merita di essere onorata l'impresa della Banca Tercas Teramo, che ieri sera battendo di 15 l'Apoel Nicosia è riuscita a qualificarsi alla fase a gironi dell'Eurocup (la seconda coppa europea per importanza, dopo l'Eurolega). Risultato storico in sè, ma anche per le modalità drammatiche con cui è stato ottenuto: infatti i ciprioti partivano dal più 14 dell'andata e alla fine del terzo quarto erano sotto solo di 7...Decisivi due liberi messi Jones a tre secondi dalla fine, per una qualificazione che rappresenta il giusto premio ad una delle poche società di serie A ad avere un progetto reale e non solo annunciato. Senza la retorica degli italiani (la cui unica particolarità è spesso solo quella di costare di più) lì gli italiani, da Poeta ad Amoroso, sono decisivi. E James Thomas da riciclato che sembrava può diventare l'uomo dominante in Italia sotto i tabelloni. Da sottolineare il fatto che la partita di ieri non è stata ritenuta meritevole nemmeno di una riga di agenzia, a meno che l'Ansa che ci arriva non filtri le notizie che arrivano dall'Abruzzo.
4. Annuncio per pochi e selezionati fanatici: l'immenso Chuck Jura sarà in Italia a fine novembre, ospite dell'amico Giorgio Specchia e in balìa delle nostre mille domande. Di solito non siamo in grado di organizzare niente di decente, però qualcosa faremo lo stesso. Dalla birra (per noi meglio l'Oransoda) con i nostalgici alla...birra con i nostalgici.

Il mondo prima e dopo Sabonis

di Simone Basso
1. L'extraterrestre si rivelò piano piano ai nostri occhi, scettici nei confronti della fama che lo aveva preceduto: un nome nobile, baltico, e alcune anticipazioni minacciose. All'epoca non si immaginavano neanche la tivù satellitare, il web e lo streaming; figuratevi uno come Arvidas Sabonis. Si narrava di un diciassettenne che, contro gli Hoosiers campioni di Bobby Knight aveva fatto faville. Lo stesso che aveva vinto il suo primo Mondiale a Calì in un'edizione quasi misconosciuta. Ci illustrarono il giovane fenomeno in fotografia, sulla copertina di Superbasket. Poi finalmente si mostrò, il mostro, senza remora: furono gli Europei più belli per Azzurra, quelli del Menego capitano, di Corbalan Von Karajan e del Cobra Kicianovic rincorso da coach Gamba. Per citare l'inimitabile Bene, apparimmo ad Arvidas in quella rassegna continentale, 1983, e scoprimmo il futuro: un centro con una mobilità, una coordinazione e una bellezza gestuale mai vista in Europa.
2. Avvezzi all'Unione Sovietica che il colonnello Gomelski volle sempre utilitaristica e statica, al servizio dei Tkachenko, le prospettive e le potenzialità di quella torre parvero infinite. Figlio, tecnicamente parlando, del primo centro playmaker della storia europea: l'indimenticabile Cresimir Cosic, che spiegò la sua arte anche in Spaghetti League, nella Virtus Bologna di Porelli. Il Sabas fu l'evoluzione naturale di Creso, più dinamica e fisica; ma soprattutto regalò alla platea europea un brivido speciale. Nel confronto con i maestri americani, quasi blasfemo, per la prima voltà si intuì che uno dei "nostri" era al livello, o addirittura meglio, dei loro prospetti generazionali nel ruolo. Uno solo, forse, sembrò oltre e lo fu veramente: il riferimento è a un altro principe, stavolta nigeriano, il favoloso Olajuwon.
3. Quella fantasia cestistica spazzò via, da iconoclasta vero, un preconcetto del basket sovietico: che nel ruolo di centro si dovesse abusare di fenomeni da baraccone. Era successo così, nel deserto di Giovanni Drogo, anche per altri due precursori di Sabonis: una guardia e un'ala. La prima, celebrata, fu Sergei Belov: fromboliere dal tiro mortifero e devastante nei momenti di massima ispirazione. La seconda, dimenticata, fu Anatholy Mishkin: albatros dal talento sconfinato, Kirilenko con le mani e la grazia di un Marques Johnson. Soffocati dalla particolare congiunzione politica, non riuscimmo mai a vederli in un contesto, quello occidentale, che ne avrebbe esaltato le doti da fuoriclasse assoluti.
4. Anche Sabas, senza Gorbaciov e il dissolvimento dell'impero sovietico, avrebbe fatto la stessa fine: rimane evidente l'ingiustizia di non averlo mai potuto ammirare, nel periodo del pieno vigore atletico, con continuità.Perchè le dimostrazioni di quel tempo furono eloquenti, come l'Europeo 1985 dominato in maniera quasi brutale. Il direttore d'orchestra Sabonis, la palla come una bacchetta, con il braccio altissimo a scoraggiare i piccoletti: i passaggi al bacio dal post, le piroette per guadagnare il canestro, i tiri da sei metri e gli uncini dolcissimi. Con doti atletiche che non gli avremmo più rivisto: il tempo perfetto per la stoppata, il rimbalzo di prepotenza, l'affondata di cattiveria pura. In maglia Zalgiris, contro i nemici dell'Armata Rossa, e nelle coppe europee, sfortunato eroe di una finale di Coppa dei Campioni (1986), suggello vergognoso di una Baviera jugocentrica. Quella sera fu apparecchiato, a favore del Cibona, uno dei pasti precotti più alterati di sempre: degno di grandi cuochi italiani, di nostra conoscenza, come l'ex ferroviere di Monticiano e il geometra pensionato di Monza.
5. Il resto poi fu noia e un lento aderire, senza prospettive, ad uno stereotipo orientale: infatti il contesto sociale e sportivo, a dir poco claustrofobico, lo portò a essere anche altro. Divenne suo malgrado il simbolo di una terra lontanissima, con il cuore e l'anima, da Mosca; se da una parte l'uomo pubblico sposò la modella e attrice Ingrida, dall'altra (nel privato) iniziò a stonarsi con alcol e cibo, fino quasi al punto di non ritorno. Il doppio infortunio al tendine d'Achille simboleggiò la fine dell'Arvidas originale, un'allucinazione felice a cui non avremmo avuto più il piacere di soccombere: tornò, più umano, a riscuotere i crediti accumulati, in quel di Seul. L'anabasi che lo riportò in auge passò attraverso le cure degli americani che lo scelsero: dopo una trafila burocratica degna della satira feroce de "Le montagne blu", la spasimante Nba di Portland lo restituì al po-pa-tok moderno.
6. La beffa si compì alle spese della selezione olimpica Usa, nello scenario che inventò i presupposti del Dream Team di Barcellona. Un asterisco doveroso: John Thompson fece seppuku, magari non come quel genio perverso di Yukio Mishima, ma quasi. Convocò un play da barzelletta perchè "suo" (Charles Smith), non badò al fattore tripla e riuscì a non disegnare schemi per il Manning 1988, ovvero il più grande giocatore Ncaa degli ultimi quarant'anni... L'Unione Sovietica coreana fu affetta da fregolismo di ritorno; cancellando le leggende metropolitane, le prime partite del torneo furono imbarazzanti. Forse la peggiore CCCP olimpica di sempre: ma accadde che la volpe, l'eterno Gomelski, promise la libertà (non solo tecnica). Il gruppo spaccato in due, blocco lituano contro gli altri, si rinsaldò in tempo per l'impresa storica. Il Sabas monumentale, le giocate di Tarzan Marciulonis e le coltellate di Kurtinaitis non coprirono i meriti di chi fu la chiave tecnica di quell'incontro: il play ombra Sasha Volkov, che sconfisse la difesa (disperata) dei bimbi stellestrisce con la sua duttilità tattica.
7. L'oro sulla Jugoslavia inaugurò l'esperienza iberica di Sabonis, a Valladolid e a Madrid, e confermò un sospetto: il Maestro lituano era il più grande a dispetto di quel fisico appesantito, martoriato dalla sfortuna e dai vizi. Al Real, con il suo gioco geniale, dominò la scena per tre anni, prendendosi finalmente l'Eurolega agognata: era il 1995 e i tempi perfetti per "ripagare", finalmente, l'amante americana. Ai Blazers, centellinato come un ukiyòe prezioso, fu la più improbabile matricola dell'anno di sempre: l'assegnazione di quel titolo 1996 a Topolino Stoudamire fu una velina di regime. Sabas suscitò nel solitamente distratto mondo Nba un'ammirazione mistica: rivendicò subito, duettando con un genio del Bronx come Rod Strickland, la sua regalità cestistica a 24 carati. La terza Olimpiade, la seconda per la Lituania, concluse la sua storia da condottiero nazionale: l'addio alla maglia verde valse un bronzo esaltante e per l'ultima partita, contro l'Australia, scrisse a referto 30 punti, 13 rimbalzi e 5 stoppate.
8. In seguito firmò l'annata individualmente più eccelsa della sua esperienza yankee (il 1998) e arrivò a un'incollatura dal colmare l'ingiustizia storica più evidente. Senza la guerra fredda, quanti anelli avrebbe vinto con i Blazers? Ve la immaginate la Portland di Clyde Drexler e Terry Porter con Mister Europa come pivot? E dire che Paul Allen mise assieme un combo che, nelle giornate di ispirazione alta, fu il più devastante dell'Nba recente. Era il 2000 e la congiunzione astrale volle, sullo stesso parquet e con la stessa casacca, i tre migliori passatori nel ruolo di centro, ala piccola e guardia tiratrice della lega: Sabonis, Pippen e Steve Smith. A far da contorno al trio Horowitz, una batteria (forse eccessiva) di talenti allo stato puro; i vari Rasheed Wallace e Bonzi Wells di quel mondo. Gli oregoniani arrivarono a dieci minuti dal titolo Nba: quel crollo sopra di quindici, in gara7 contro i Lakers, ci tolse lo sfizio tutto europeo di contemplarlo con un anello al dito. Fu un'iniquità (..) dovuta al vantaggio del campo losangelino, perchè al Rose Garden il quarto e il quinto fallo fischiati a Sabas sarebbero stati di Shaquille. Sorvolando sui canestri sbagliati da Sheed in quel frangente (roba da rincorrerlo con una mazza da cricket..), quelle ultime tre partite della finale Ovest videro il predominio dei Blazers. Che disinnescarono l'arma nucleare O'Neal con la marcatura del lituano e gli aiuti, da autentici dobermann, di Pip e Greg Anthony: furono gli unici, in quell'epoca, ad annullare lo strapotere del Diesel.
9. Il rientro a Kaunas per il tour continentale di addio, 2004, arrivò a una tripla rocambolesca (di Carneade Sharp) dall'ennesima Final Four. Mvp di Eurolega per volere divino, ci concesse l'onore di applaudire quell'epilogo romantico: proprietario dello Zalgiris e padrone ieratico di tutti i campi dove si esibì. Ci ricordò l'essenza del suo sbarco, l'idea stessa dell'effetto straniante che produsse la sua recita: nella storia del basket europeo nessuno, neanche in sogno, potrà sostituire Arvidas Sabonis; l'extraterrestre che concluse la dittatura tecnica degli americani nel gioco.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

Pato non fa saltare nessuno

Dopo la vittoria del Milan al Bernabeu si sono letti titoli del genere ‘Pato fa saltare i bookmaker’, fondati sulla quota di 6,50 a cui veniva pagata l’impresa rossonera. Niente di più falso, visto che secondo i dati Snai il successo degli uomini di Leonardo aveva raccolto il 14% del gioco. Fatta 100 la raccolta totale sul risultato finale, significa che il banco ha pagato 77 netti ai vincitori (14 per 5,50) ed incassato 86 (100 meno 14) da chi aveva creduto nel Real Madrid o nel pareggio. Un attivo del 9% sul volume, ecco com’è andata ‘male’ al banco. Con il pari, risultato giocato a 4 dal 13% degli scommettitori, l’attivo sarebbe stato del 48%, mentre solo con la vittoria dei favoriti spagnoli i bookmaker avrebbero sofferto. Il 73% della massa che ha giocato il Real a 1,47 avrebbe infatti, in caso di pronostico azzeccato, portato ad un meno 7% nel bilancio totale. A riprova che nel lungo periodo l’unico gioco che davvero dà fastidio è quello delle singole sui favoriti. Quanto all’allibraggio, se il mercato si fosse distribuito in maniera coerente con le quote il banco avrebbe vinto circa l’8% (l’aggio) con ognuno dei tre risultati. La distorsione è stata data dal pareggio, che secondo la quota avrebbe dovuto raccogliere il 25% (100 diviso 4) del gioco, oltre che dal successo superiore alle attese della quota Real (73% contro 68). Il comportamento di chi gioca sul Milan è stato invece ben previsto. E’ quindi evidente che il banco tifasse per il pari, ma che fra i due mali alternativi quello minore sia stato la vittoria rossonera.
(pubblicato sul Giornale di oggi)

Here and now

di Stefano Olivari
Comincia finalmente la stagione regolare NBA, con arbitri regolari (però la lega oltre a non dovergli aumentare l'ingaggio ha adesso la possibilità di introdurre un maggiore ricambio, facendo fare esperienza ai colleghi di NBDL e WNBA) e pronostici regolari. Per l'anello tre squadre su tutte, con le outsider dipendenti dagli infortuni e dai gusti personali. Le tre da titolo, con due che inevitabilmente il 17 giugno 2010 (o anche prima, nel caso la serie finale si risolva prima di gara7) considereranno deludente la stagione, sono ovviamente Lakers, Celtics e Cavs. I campioni hanno lasciato Ariza, il 3 ideale nella visione di basket di Phil Jackson, per puntare su Artest: forte, fortissimo, in grado di trascinare la squadra da solo, ma...con lui c'è sempre un ma, tanto più in una squadra con una stella assoluta come Kobe. I Celtics sono la squadra su cui metteremo soldi: nei minuti decisivi delle partite senza domani non ci può essere quintetto meglio assortito di Rondo-Allen-Pierce-Garnett-Wallace. A parte Rondo, peraltro nel mirino di Doc Rivers (stando al Boston Globe, non è che abbiamo un filo diretto con Rondo così come non l'abbiamo con Bulleri o Poeta) in stile Mourinho-Balotelli a causa di creatività non richiesta, tutti giocatori oltre i trenta e con un anello già vinto (Sheed con i Pistons 2004): possono asfaltare tutti, ma sono anche fisicamente a rischio. Ben rinforzata la panchina, con Marquis Daniels e Shelden Williams. I Cavs sono la squadra del presente. Non sarà necessariamente l'ultimo anno di LeBron a casa sua, anche se questo diventerà un tormentone vista la scadenza 2010 del contratto, ma di sicuro l'arrivo di Shaq significa 'here and now'. Sono l'eccellente squadra dell'anno scorso ma con un centro con partenza spalle a canestro invece che da tiro frontale come Ilgauskas (che comunque è rimasto), mentre fra i neoarrivati piacciono soprattutto i comprimari: Jamario Moon, Anthony Parker e l'infortunato Leon Powe. L'incognita è Delonte West, che Brown vede da quintetto base ma che sta venendo travolto da se stesso: dopo la vicenda delle armi, l'ultima (di ieri) è un'accusa di violenza domestica da parte della moglie. Non vediamo come una quarta squadra possa superare queste tre, ma comunque rimaniamo fedeli agli Spurs, capaci di fare sempre la cosa giusta: Richard Jefferson è quanto di più vicino (pur rimanendone lontano) a Doctor J abbia dato l'umanità, DeJuan Blair può fare da zero a infinito e i tre grandi stanno bene. Come sorpresa, relativa, puntiamo sui Grizzlies: squadra giovane che vedrà crescere i vari Mayo, Gay, Marc Gasol, Conley, Thabeet e che venderà qualche biglietto in più grazie ad Allen Iverson. Un campione ma anche un portatore di negatività, più o meno come l'altro acquisto Zach Randolph. Mettiamola così: un portatore di negatività, ma soprattutto un campione. Una squadra così giovane potrebbe però esaltarlo più dei milioni dell'Olympiacos della situazione. Quanto agli italiani, i Raptors sono stati ribaltati e sembrano meglio dell'anno scorso: fra l'arrivo di Hedo Turkoglu, la possibile esplosione di DeMar DeRozan e tutto il resto, questa per Bargnani dovrebbe essere la stagione della conferma ad alto livello: non sarà mai un trascinatore, come lui stesso ha ammesso dopo il recente fallimento (non solo suo) azzurro, ma con quel tiro può stare bene nella NBA per altri dieci anni. Perplessità: visto l'organico, rischia i farsi molti giri da '5'. Belinelli trova meno concorrenza che ai Warriors, ma non ha alcuna garanzia ed i segnali della preseason non sono comunque buoni. Previsione: molti più minuti che con Don Nelson, ma da comprimario. Curiosità per i Knicks di Gallinari, che ormai sono stati ripuliti da contratti e personaggi ingombranti: devono solo fare meglio dell'anno scorso, e non sarà difficile, per tenere buoni i tifosi e presentarsi alla prossima estate con lo spazio salariale giusto per agganciare un crack e mezzo. Uno fra LeBron e Wade, più magari Bosh: ma è quello che vorrebbero quasi tutti.

Tradito dall'Amico

di Alvaro Delmo
1. Se la Siae chiedesse il pagamento dei diritti di riproduzione in pubblico per i cori da stadio allora in Italia ci sarebbe sicuramente qualcuno di molto più ricco. Chi frequenta le partite avrà infatti certamente sentito almeno una volta le curve intonare la melodia di 'Amico è', brano che nel bene e nel male ha rappresentato una svolta per la carriera di Dario Baldan Bembo. Nel bene perché diede al cantautore milanese una enorme notorietà, nel male perché come spesso accade in questi casi il tormentone finì per oscurare e far dimenticare quella che era (già) stata una carriera di qualità in veste di cantante ma soprattutto di compositore nonché tastierista (vedi le collaborazioni con Lucio Battisti ed Equipe 84).
2. Di fatto da quel momento il nostro diventa "quello di Amico è", duetto con Caterina Caselli adottato da Mike Bongiorno sul finire del 1982 come sigla finale del quiz (di quelli veri, mica i pacchi che ci propinano oggi) Superflash su Canale 5, ma già presente in altra versione, con il contributo di Riccardo Fogli e Marcella, nell'ottimo album (registrato all'aperto) 'Spirito della Terra', di cui conserviamo il prezioso vinile. Narra la leggenda che fu poi grazie a un gruppo di tifosi stranieri in trasferta in Italia che il motivo venne ripreso un po' in tutta Europa per far festa sugli spalti restando un 'must' fino ai giorni nostri. E non a caso. Di fatto, ascoltata ancora oggi, la canzone si ficca subito in testa con quel suo cadenzare da 'inno' (il sottotitolo è proprio 'Inno dell'amicizia') e risulta particolarmente emozionante quando il 'casco d'oro' entra a intonare: "E' l'amico è, il più deciso della compagnia, e ti convincerà a non arrenderti anche le volte che rincorri l'impossibile...". Gran voce quella della Caselli, tra parentesi.
3. Ma dicevamo del Baldan Bembo compositore. Forse non tutti sanno che (come ci piace sentirci La Settimana Enigmistica...) dietro agli spartiti di classici della musica italiana quali la strumentale Soleado (Daniel Sentacruz Ensemble), Minuetto e Piccolo Uomo (Mia Martini), Amico, Più su e Spiagge (Renato Zero) c'è il suo talento di grande melodista. Un talento messo spesso sì al servizio di ottimi interpreti ma con buona frequenza anche di sé stesso portando alla registrazione di una decina di album solisti a partire dal 1975. "Addirittura dieci? Ma allora non ha fatto solo Amico è...", dirà qualcuno.
4. In realtà all'epoca il nostro Dario arrivava da un Sanremo più che soddisfacente, quello del 1981, con la splendida 'Tu cosa fai stasera' (ripresa 26 anni dopo da Sarah Brightman) grazie alla quale si aggiudicò un po' a sorpresa il terzo gradino del podio dietro ad Alice con Per Elisa e a Maledetta Primavera di Loretta Goggi. Quello del 'gabbiano di scogliera' fu, insomma, un brano che gli rese improvvisamente maggior giustizia a sette anni dal suo esordio con la ipnotica Aria (1975, interpretata all'estero da Shirley Bassey) e proprio mentre il Festival stava tornado a grande evento per la musica (e televisione) italiana.
5. Fatta un po' di luce, si spera in modo sufficientemente esaustivo, sul perché Baldan Bembo meriti la nostra attenzione in questo spazio, ci permettiamo infine di individuare come sua canzone migliore la pulsante Autostrada, pubblicata nel 1981 e contenuta nell'album Voglia d'azzurro, uscito proprio dopo la sua fortunata partecipazione al Festival. Allora il suo autore probabilmente non immaginava che un anno e mezzo dopo una sua composizione avrebbe fatto il giro del mondo grazie al mondo del pallone...
Alvaro Delmo
(In esclusiva per Indiscreto)

Ochocinco al Milan - In caso di lock-out NFL il wide receiver dei Bengals nel 2011 vuole raggiungere il suo amico Ronaldinho. Sempre che lo trovi...

Grazie ad Andrea per la segnalazione...

Muurinen di gomma

di Alec Cordolcini
1. Presso i tifosi dell’HJK Helsinki il tecnico Antti Muurinen gode delle stesse simpatie che gli italiani non juventini hanno per Marcello Lippi. Per sette lunghi mesi dalle gradinate del Finnair Stadium i “Sakilaiset”, uno dei due gruppi di tifo organizzato del club, hanno intonato incessantemente il coro “faremo festa quando Mursu (nomignolo di Muurinen, ndr) avrà levato le tende”. La stampa specializzata non è stata meno tenera, definendo il gioco dell’HJK “calcio spazzatura”, ogni commento risulta superfluo. Piccola nota: l’HJK di Muurinen ha appena vinto il campionato finlandese 2009, interrompendo così un digiuno da titolo nazionale che durava dal 2003.
2. Non è stato un successo esaltante né quella cavalcata impetuosa ipotizzata alla vigilia quando un mercato importante, supportato da una capacità di spesa con pochi eguali nella Veikkausliiga, aveva collocato il club in pole-position nella griglia di partenza. E proprio qui per Muurinen sono nati i problemi. Il tecnico, reduce da una stagione mediocre alla guida della squadra (che aveva portato al titolo nel 1997 e alla fase a gironi di Champions League nella stagione successiva, prima di diventare ct della Finlandia), è stato accusato di guidare una Ferrari come se fosse un Maggiolino. Per larga parte della stagione il suo HJK è in effetti sembrato una squadra di First Division inglese anni Settanta catapultata per sbaglio nel nuovo millennio. Un palla-lunga-e-pedalare di rara bruttezza, tanta fisicità e schemi incapaci di contemplare qualcosa che fosse un pizzico più elaborato di un passaggio in orizzontale al compagno più vicino oppure di un lancio in profondità per la punta-torre. Dopo il calcio veloce e spumeggiante dell’Inter Turku campione di Finlandia 2008, per la Veikkausliiga si è trattato di un brusco ritorno alla realtà.
3. Nessun giocatore dell’HJK ha chiuso il campionato in doppia cifra. Si sono infatti fermati a quota 8 i due migliori giocatori stagionali della squadra, l’esterno Dauda Bah, nazionale del Gambia, e la punta Juho Mäkelä. Il primo, capocannoniere dell’Ykkonen (la serie cadetta finlandese) nel 2005 con il KPV, è stato l’autore della rete-scudetto nell’ultima giornata di campionato contro lo Jaro (1-1 il risultato finale di un incontro, al solito, modesto), e si è rivelato essere uno dei pochi elementi della squadra in grado di regalare un pizzico di brio e di imprevedibilità. Lo scorso anno fece litigare l’HJK e la Federcalcio del Gambia perché non si presentò in Finlandia nei tempi prestabiliti dopo un incontro di qualificazione alla Coppa d’Africa. Poco dopo si scoprì che la Federazione, intenzionata a fare economia, non aveva acquistato il biglietto di ritorno al giocatore. Mäkelä per contro è un cavallo di ritorno rivelatosi vincente; tipico attaccante d’area, forte fisicamente ma non disprezzabile nemmeno con la palla tra i piedi, Mäkelä è stato capocannoniere della Veikkausliiga 2005 con l’HJK, prima di intraprendere un viaggio che lo ha portato ad Edimburgo (Hearts of Midlothian, dove viene ricordato per una tripletta all’Alloa in Coppa di Lega), Fürth (casa del SpVgg Greuther Fürth, Zweite Liga tedesca), Thun, Waalkwijk e Ascoli, in questi ultimi tre casi solo per dei provini non superati. Menzione speciale anche per il centrocampista centrale Aki Rihihilati, uno dei giocatori più amati dai tifosi del Crystal Palace nell’anno del ritorno Premier League, stagione 2004-2005, omaggiato con tanto di striscione “Aki 15” posizionato dietro una porta del Selhurst Park.
4. Il bel calcio lo si è visto a Espoo e Turku, grazie a Honka e TPS, piazzatesi rispettivamente seconda e terza, pur totalizzando lo stesso numero di punti. Decisivo per gli uomini guidati dall’ex Perugia Mika Lehkosuo il 9-0 con il quale hanno schiantato il disastrato RoPS, autore di una figuraccia che ha indispettito numerosi supporter neutrali che simpatizzavano per il club di Rovaniemi e la sua bizzarra selezione composta in gran parte da giocatori africani. Ma un tale sfacelo tattico-atletico, nemmeno in campo ci fossero andati gli amatori del Pallohonka o del Real Kokkol, non ha causato rimpianti per la retrocessione del club, finito tristemente sul fondo della classifica. Il posto verrà preso dall’Ac Oulu. Sorrisi invece in casa Honka, dove negli ultimi quattro anni sono arrivati due quarti posti e due piazze d’onore. Del club di Espoo anche la coppia gol più prolifica, composta da Hermanni Vuorinen (16 gol, capocannoniere della Veikkausliiga) e Jami Pustinen (12). Per il TPS (sì, è proprio il vecchio Turun che nell’87 espugnò San Siro grazie a Mika Aaltonen) invece il contentino della qualificazione all’Europa League, anche se resta un po’ di amaro in bocca per non aver saputo garantire un pizzico di continuità in più a quel calcio tonico e arrembante che ha sorpreso molti. Tre nomi da seguire: il nigeriano Babatunde Wusu, la punta Wayne Brown (classe '88), in prestito dal Fulham, e la giovane mezzala Riku Riski (89).
5. Chiudiamo tornando a Muurinen, calcisticamente uomo fuori dal tempo ma contemporaneamente anche gentleman dai modi e dai toni pressoché sconosciuti nel calcio odierno. Il titolo lo festeggerà con una bevuta ed una sauna assieme al suo amico Olli-Pekka Lyytikainen, nientemeno che il proprietario dell’HJK nonché uno dei pochi fan (ma indubbiamente il più importante) del tecnico. Poi si comincerà a preparare la prossima stagione. E le critiche? “Non si può piacere a tutti. Siamo nel 21esimo secolo, dobbiamo abituarci all’idea che non tutti la pensino allo stesso modo”. Chapeau, mister Muurinen. E tante scuse per il paragone con Lippi.
(in esclusiva per Indiscreto)

Sud Side Story

Un intero campionato italiano viene considerato taroccato non solo da chi pensa di saperla lunga, cioè i giornalisti, ma anche da chi è obbligato a saperla lunga come i bookmaker. Però la cosa sembra interessare solo pochi siti web, mentre la Procura Federale apre l'immancabile fascicolo sul nulla. Stiamo parlando del girone C della Seconda Divisione della Lega Pro (l'ex C2, insomma), su cui già da tempo pochi accettavano scommesse singole e su cui da settimana scorsa è diventato praticamente impossibile puntare rimanendo nella legalità. Sospensione da parte di Snai e Sisal per almeno un mese, poi si vedrà. Situazione che si sta allargando anche agli altri gironi ed alla categoria superiore, con i vari 'banchi' interpellati che spiegano la decisione (pienamente nelle loro facoltà, non esiste per legge l'obbligo di perdere soldi) con una imprecisata disparità di informazioni fra chi è vicino a quegli ambienti e chi è costretto a valutarli da fuori. A dire la verità, anche Federer (per non dire Davydenko, fra l'altro ultimamente in grande spolvero) conosce le sue condizioni fisiche o la sua voglia di vincere meglio del quotista della Snai, ma non per questo le puntate su di lui vengono sospese. E' quindi chiaro che c'è sotto qualcosa di molto peggio, se un campionato viene considerato finto a poco più di un mese dal suo inizio. Va anche precisata una cosa, per chi non viva incollato a siti e forum per scommettitori: la raccolta sulle singole partite di Seconda Divisione è così modesta che anche un impiegato della scommessa come noi può alterare il mercato buttando sul mercato poche migliaia di euro. Non è che per forza ci debba essere un tarocco, ma di sicuro nessun bookmaker ha la convenienza ad operare in un mercato simile. Al Sud, poi (perchè è di questo girone che si sta parlando), l'ordinaria disonestà di molti addetti ai lavori si somma ai noti aspetti extracalcistici. Il cosiddetto 'ambiente'. Nel famoso fuori onda del 2001 Serse Cosmi parlava del finale di campionato, ma adesso saremmo in ottobre.
stefano@indiscreto.it

Circo criminale (come tutti i circhi che usano animali) - L'orso che si rifiutò di essere schiavo e che per questo venne ucciso

L'ora di Sacripanti

di Stefano Olivari
L’allenatore del momento è Pino Sacripanti. Non solo per la vittoria di ieri pomeriggio della sua Pepsi Caserta su Milano, dopo due tempi supplementari: straordinarie le prestazioni di Ere e Bowers, mentre l’Armani ha avuto un ottimo Finley ed anche un Mancinelli capace di far dimenticare per due ore il caso Hall-Facebook (l’ala è stata messa fuori squadra per avere criticato la società via web). Sacripanti è anche diventato il candidato numero uno alla panchina della Nazionale. All’esonero di Recalcati manca solo l’ufficialità e i sogni proibiti, D’Antoni e Tanjevic, sono destinati a rimanere tali. Così è prevalsa la linea del presidente del Coni Petrucci: no ai potenziali ricatti dei grandi club, in primis la Siena di Minucci. Anche Meneghin si è convinto che Pianigiani in azzurro significherebbe esporsi ai condizionamenti di una realtà che vorrebbe riaprire il fronte dei cosiddetti ‘passaportati’, cioè gli italiani naturalizzati. Dall’anno prossimo dovrebbero essere al massimo uno per squadra, e siccome in Italia la Montepaschi è l’unica ad averne due decisivi (Stonerook ed Eze) è evidente che non lascerà partire il suo allenatore senza qualcosa in cambio. A questo scenario si aggiunge il fatto che i giocatori che dovrebbero costituire il futuro azzurro sono molto legati a Sacripanti, che li ha allenati nell’Under 20 e che più di Recalcati e di qualsiasi altra alternativa li ha avuti a disposizione insieme. Altro dettaglio: con un Recalcati ‘sopportato’ fino alla scadenza del contratto (30 settembre 2010) come supervisore, Sacripanti potrebbe convivere benissimo visto che gli ha fatto anche da assistente. Sarebbe una sconfitta politica per Siena, che però sul campo continua a dominare: dopo aver triturato Teramo sabato sera è in testa a punteggio pieno dopo tre giornate insieme all’Air Avellino, autrice di uno straordinario colpo a Roma, e alla Benetton. Proprio a Treviso si è giocata la seconda partita più emozionante della domenica, vinta dai padroni di casa su una Scavolini Pesaro trascinata dalla regia di Marques Green, dalla foga di Hicks e dai tiri da fuori del figlio d’arte Sakota e del belga Van Rossom (l’unico sbagliato quello del possibile sorpasso, sulla sirena): decisive nei momenti caldi la concretezza sotto canestro di CJ Wallace e la creatività offensiva di Gary Neal. Molto positivo Daniel Hackett, che dell’Italia di Sacripanti sarà una colonna. (pubblicato sul Giornale di oggi).

Le convocazioni del c.t. Moggi - Niente Mondiale per Cassano, Conte meglio di Ferrara, D'Agostino da prendere

Debitori di Pascal

di Stefano Olivari
Le scommesse non godono di una grande fama, almeno presso chi non le conosce, ma di sicuro hanno qualche merito storico. Molti libri di statistica infatti attribuiscono al gioco l’introduzione dei concetti base del calcolo delle probabilità. E non è male ricordare anche la leggenda. Quella di un viaggio in carrozza fatto da Blaise Pascal insieme a tale De Méré, l’immancabile nobile del Seicento fanatico del gioco d’azzardo che pose al filosofo e matematico il seguente problema: lanciando una coppia di dadi, quale è la probabilità di ottenere un doppio sei? Rapportando tutto alle scommesse, quale è la soglia di tentativi oltre la quale diventa più probabile vincere che perdere? Su un dado la probabilità di uscita del sei è ovviamente di un sesto, quindi quella dell’uscita di un doppio sei sarà data dal prodotto: un trentaseiesimo. Siccome ogni lancio (ma anche ogni partita di calcio, a parte casi particolari), è indipendente da altri eventi analoghi, Pascal dimostrò che solo con venticinque lanci, con la probabilità composta diventata 0,505, le chance di vincere sarebbero diventate superiori a quelle di perdere. Correggendo le chance di singola uscita con il numero di risultati possibili e le altre possibili distorsioni, da questo rapporto e da questa moltiplicazione nascono tutti i ragionamenti che riempiono inutili libri. Inutili perché capito il meccanismo tutto il resto è scelta qualitativa e di mercato. Ricordando una delle famose massime di Pascal: ‘’Il divertimento, cioè l’allontanamento da noi stessi, è la maggiore delle nostre miserie’’.
(pubblicato sul Giornale di martedì 20 ottobre 2009)

L'ultima tentazione di Dragan Stojkovic, ovvero quando il calcio lo si ha dentro

Grazie a Luca per la segnalazione. L'arbitro non ha capito e lo ha espulso...

Son of the former Prime Minister

Al primo livello quella di M.G.M., il milanese di trentun anni arrestato dalla Polizia per aver messo in piedi un finto sito del Milan con lo scopo di vendere biglietti delle partite, è la storia di un'ordinaria truffa quantificabile in circa 80mila euro sottratti a partire dal 2006 dalle carte di credito e dalle tasche degli ingenui. Che sono fra di noi, magari siamo proprio noi, vista la quantità di persone (sembra incredibile che esistano, ma due le conosciamo) che regalano le loro password a gente del tipo 'I'm the son of the former Prime Minister of Zambia...'. Al secondo fa meditare sul fatto che presso qualcuno (gli ingenui, non a caso) i giornalisti sportivi godano ancora di credibilità: M.G.M. infatti usava le identità di almeno 15 'colleghi' per rendere più credibile il sito e per spacciare inoltre finte iscrizioni a finte scuole di giornalismo sportivo. Promettiamo, nel caso ne venissimo a conoscenza, di rivelarne i nomi: un elenco che sarebbe più interessante della playlist di Guantanamo. Realtà e fiction si mescolano, perchè è vero che diversi telegiornalisti famosi prestano il volto alle campagne promozionali di scuole che 'fanno capire' che al termine del corso nell'azienda di quel telecronista famoso troveranno un posto: per informazioni recarsi dai peggiori barbieri sulla piazza. Al terzo ci dice che il mitologico e-commerce da noi è ancora all'età della pietra. Si possono acquistare i biglietti del Milan solo tramite Intesa -San Paolo, fin qui tutto bene. Ma la stessa banca non mette in vendita on-line i tagliandi, costringendo per le partite vere all'acquisto fisico da tempi di 'Milan-Cavese io c'ero'. Il web fa ancora più paura delle code.

Armani e i limiti del basket

di Stefano Olivari
Tre non notizie dalla serata di Assago. La prima: il Panathinaikos è la miglior squadra d’Europa anche dovendo rinunciare a tre campioni (Jasikevicius, Tsartsaris, Batiste) e provando ad inserire nuovi arrivi di prospettiva (Calathes, Tepic) con ragazzi acerbi come Shermadini. I canestri pesanti di Spanoulis, Pekovic ben cavalcato come nessuno ormai più sa fare con i centri (anche perché nessuno ha Pekovic), la pulizia tecnica di Perperoglu, le solite tre giocate decisive di Diamantidis (tap in seguendo un contropiede di Nicholas e palla rubata metà campo con canestro facile): e il Pana va, anche in maniera sonnolenta, allungando nei minuti finali senza bisogno di particolari fiammate. La seconda: l’Armani Jeans lituana e con un quintetto base definito ha qualche arma per tenere botta in Europa, con qualche tiro aperto in più messo dentro da Acker e Hall può puntare alle Top 16 e almeno sognare i quarti. La terza notizia: la città, intesa come Milano e non come Assago, ha risposto freddamente a quella che comunque la si voglia vedere (a meno che a sorpresa si presentino i Lakers) era la partita casalinga dell’anno. Meno di tremila spettatori al nostro occhio, 1.500 secondo il sito dell’Eurolega: i dati non sono in contraddizione, per i soliti motivi italiani. In tribuna un Giorgio Armani nerissimo, già deluso dal Palalido mezzo vuoto contro Ferrara e dal numero di abbonati da A Dilettanti. Si dice che stia riflettendo su tutta l’operazione basket a Milano: non sull'aspetto finanziario, il basket ad ogni livello in Europa è strutturalmente in perdita (e dieci milioni all'anno per lui sono poca cosa), ma su quello di immagine. Può essere accettabile giocare per il secondo posto in Italia e per stare nella classe media in Eurolega, mentre è meno accettabile essere ignorato in una città in cui anche gli spettatori del calcio sono in enorme diminuzione. Va detto che con la sua esperienza di marketing poteva fare anche lui di più: essendo fra i principali inserzionisti di giornali e televisioni ed essendo la maggior parte degli articoli scritti su commissione, qualche notizia sul basket (non diciamo nemmeno sull'Armani) avrebbe potuto sollecitarla. Poi gente che paga tranquillamente 30 euro per pizza e coca trova esagerato un prezzo inferiore per il basket, ma è un discorso che porta troppo lontano e che in fondo ci intristisce. Se il Palalido, costruito nel 1960, è visto come il massimo futuro possibile (con capienza portata a 5mila posti, progetto dell'ingegner Pierluigi Marzorati: non un omonimo) anche in prospettiva, significa che è il basket ad avere suoi limiti strutturali. Chi entra in questo mondo, anche animato dalle migliori intenzioni, dovrebbe saperlo.
stefano@indiscreto.it

Il decennio di Master of Puppets

di Simone Basso
1. Con quella copertina semplice ed efficace come monito, non ci furono mai fraintendimenti: il vinile targato Music For Nations, in Italia come nel resto d'Europa, arrivava di importazione e venne collocato nei negozi come un monolite inquietante."Master of puppets" firmò un'epoca, confermando tutte le speranze riposte in quella band californiana di lungocriniti. Se "Kill'em all" fu l'apologia di certo Metal adolescenziale, selvaggio quanto immaturo, il seguito ("Ride the lightning") spalancò un territorio vergine a tutti gli adepti della nuova fede. Un rock duro così estremo da sposarsi magnificamente con concezioni musicali differenti: l'hardcore punk più aggressivo, certo tipo di psichedelia, la new wave meno delicata. Un suono poderoso e immaginifico, dall'incedere quasi militaresco, scevro dalle pose circensi di quel tempo. I Metallica,per dirla tutta, riportarono il rock alla sua dimensione più autentica: la strada, l'unico luogo di verità del mondo. Furono indispensabili perchè cacciarono i pagliacci dal tempio e rintrodussero la realtà, scomoda perchè sporca. Ma soprattutto, dopo un lustro abbondante di saghe epiche e guerre stellari, conclusero l'isolamento beota di un genere, magnificamente canzonato dal geniale "This is Spinal Tap" di qualche anno prima.
2. Il terzo album della serie fu registrato in Danimarca, patria del batterista Lars Ulrich, e visse fino all'ultimo di ritocchi e perfezionamenti strutturali: in quei 'tallica la crescita artistica fu un'esigenza autentica, fisiologica. Rispetto al disco precedente si allargarono le trame strumentali e il suono divenne più cupo e stratificato, incrementando il profumo progressivo di alcune composizioni. Una scelta coraggiosa e in controtendenza, così come l'utilizzo di un semplice tecnico del suono,l'eccellente Flemming Rasmussen, invece di un produttore vero e proprio: particolare che oggi fa un effetto incredibile, alle prese con una contemporaneità pop schiava degli stereotipi sonori imposti dall'industria musicale. L'album uscì nel 1986 e fu un suggello perfetto degli anni Ottanta: l'ultimo decennio che permise la vita e lo sviluppo di una scena orgogliosamente indifferente al mainstream cafone di Mtv. I Four Horsemen osarono, andando al di là delle citazioni di Hemingway e Lovecraft della fatica prima, con una prepotente dichiarazione d'intenti. Negli anni del trionfo reaganiano, ma anche dell'Aids e di Chernobyl, produssero un'opera quasi di concetto; uno sguardo disilluso sulle fobie e i mali del mondo.
3. L'introduzione di "Battery" pare Segovia e precede un'esplosione thrash di rara efficacia; la sezione ritmica sembra alimentata da una centrale nucleare impazzita e gli intrecci chitarristici denotano una maturità compositiva sorprendente. La title-track è una strepitosa danza ipnotica: le liriche sono una metafora crudele sulla droga e la tossicodipendenza. Lo stacco centrale, introdotto da un arpeggio memorabile, offre uno dei fraseggi più belli della storia del rock. La musica sembra aggiungere ulteriore significato a quelle parole beffarde; le corde delle chitarre torturate dai riff, come i fili dell'esistenza mossi dal grande burattinaio."The thing that should not be" ridesta l'immaginario lovecraftiano e affonda in una palude di suono oscuro e distorto; mostruosamente efficace. Il primo lato (...) si conclude con la maestosa "Welcome home(Sanitarium)", prima un macabro lento, caratterizzato da armonizzazioni splendide, e poi un uragano di rabbia, con un assolo pirotecnico di Kirk Hammett a lacerare il pezzo. Un gioiello di bellezza quasi algida, interpretato da un James Hetfield sempre più conscio delle sue doti canore, e un testo tremendo, sulla volontà suicida di un malato mentale imprigionato in un manicomio. Così come "Disposable heroes", cavalcata sulla guerra e il dolore e il caos che produce: l'immagine di un padre che apre la sacca da cadavere per riconoscere il figlio è spaventosamente efficace. Il brano musicalmente è un carrarmato, un'arma letale di distruzione; nove minuti di aggressione guidata dal drumming magistrale di Ulrich."Leper messiah" è una marcia beffarda, dedicata ai telepredicatori religiosi che infestano gli Stati Uniti, sorretta da un riff gigantesco. Poi c'è la struggente "Orion", un brano strumentale, caleidoscopio di magie che consacrarono il genio di Cliff Burton.
4. Alcune sezioni brillano di una luce ultraterrena,una sorta di aurora boreale in musica: l'assolo di basso trasporta l'ascoltatore in un'altra dimensione. Un'orchestrazione incentrata sul dialogo incessante, lisergico, tra le tre chitarre (sì, anche quella a quattro corde...): rosari di note incastonate alla perfezione, impagabili per complessità strutturale ed efficacia melodica. Un capolavoro di metallo urlante a braccetto con il blues elettrico, Bach e l'acid rock. L'epilogo del disco,"Damage inc.", riporta all'ultraviolenza più brutale: l'impatto frontale, senza compromessi,è il degno finale.
5. Ai tempi l'impressione minacciosa, ammirando loro e i vari epigoni anche in concerto, fu quella di essere nel bel mezzo di una rivoluzione sonica, nell'epicentro sismico della Next Big Thing: e non ci sbagliammo."Master of puppets" ebbe un impatto clamoroso,vendette più di un milione di copie in pochi mesi, malgrado l'astio delle radio e il boicottaggio dei Metallica stessi verso Mtv. Ultimo fenomeno popolare che divenne culto senza l'apporto dei videoclip; già allora decisivi per le fortune discografiche dei gruppi. La morte tragica di Cliff Burton se non modificò le future fortune commerciali di Hetfield e compagni cambiò le prospettive artistiche del combo di San Francisco. Che realizzò un mezzo capolavoro con "..And justice for all", seguito esageratamente sinfonico di "Master", e poi percorse le strade multimilionarie del celeberrimo Black Album. Opera irresistibilmente heavy-pop, dotata di un songwriting eccelso e di una perfezione produttiva (l'ultima prima dell'arrivo di protool..) assolutamente da battimani.
6. Poi lentamente sarebbe arrivato il declino, coinciso con i problemi esistenziali dell'anima del gruppo: Von Hetfield per interderci. Il combo di oggi, malgrado qualche stravaganza retaggio dei vecchi tempi, è la parodia della gioiosa macchina infernale che fu. Celebrati senza remore da quella Mtv che, agli esordi, aveva rappresentato la nemica acerrima. Il peccato mortale odierno, declinati a cover band di se stessi, è quello di confonderli con altri dinosauri del rock pesante; manco fossero mestieranti alla Ac Dc o Iron Maiden. I quattro Cavalieri dell'Apocalisse furono ben altro: rappresentarono la voce più autentica di una (de)generazione intera. L'ascolto del monumentale "Master of puppets", che tutt'oggi ispira moltitudini di musicisti di ogni genere, basterebbe per fugare qualsiasi dubbio. E se non ci credete..."Fuck it all and fucking no regrets". Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

Senso della non notizia

Uno dei momenti più emozionanti delle partite di Champions, in certi casi l'unico, è quello delle squadre schierate in mezzo al campo mentre suona l'inno. Non si capisce quindi per quale motivo Sky faccia partire la pubblicità (lunghissima, fra l'altro: roba da tivù commerciale pura) proprio in questo momento perdendosi dettagli a volte più importanti rispetto ad azioni di gioco (comunque da non interrompere, a maggior ragione per una pay-tv). Per non parlare degli spogliatoi e del percorso che porta al campo, sempre sacrificati sull'altare di lavagne tattiche (quando va bene) e considerazioni da studio che andrebbero benissimo mezzora prima. Insomma, è tutto molto rigido ed evidentemente la direttiva parte dall'alto: solo così si spiega come mai il post Real Madrid-Milan, che sarebbe stata la partita del giorno anche finendo zero a zero con zero tiri in porta, sia stato preceduto da mezzora di tristi dichiarazioni su un dimenticabile Juve-Maccabi Haifa. Si volevano educare gli spettatori (allora perchè non un bel punto su Porto-Apoel Nicosia?) o semplicemente si rispetta uno schemino prefissato? Avanti così, facciamoci del male: a 70 euro al mese, fra l'altro.

I ricordi di Aza Petrovic

di Stefano Olivari
1. Impressionante la ferocia con cui Siena ha asfaltato il Cibona Zagabria, con un 85 a 40 che definiremmo 'di altri tempi' se non fosse che è un punteggio degno proprio di questi tempi: con la distanza fra squadre da Final Four e squadre contente di esserci che è aumentata rispetto agli anni scorsi. Sulla carta e purtroppo anche sul campo, come dimostrato ieri anche dalle cavalcate del Barcellona (con il miglior Rubio degli ultimi tempi) sul campo del Fenerbahce e dell'Olympiacos dal budget illimitato (35 milioni di euro la più recente proiezione) sull'Orleans. Straordinaria la presisone difensiva della Montepaschi, a tutto campo ed anche sul più trenta, contro una squadra che non ha ambizioni ma è tutt'altro che male al di là del fatto che ieri tutti abbiano fatto un'impressione pessima. Gli ex Fortitudo Jamont Gordon e Bagaric, il buon tiratore Graves, l'ex madridista Tomas, la grande promessa Tomislav Zubcic (un 2.08 che segna dagli spogliatoi, fra l'altro suo il tiro da tre che che ha portato la squadra di Perasovic sul meno 6, 20-26 ad inizio secondo quarto, prima che si spegnesse la luce): gente decente, che però contro Siena ha chiuso con la peggior performance offensiva casalinga di tutti i tempi in Eurolega. Contando anche le squadre in trasferta, non si è riusciti comunque a superare il record negativo (35...) del Krka Novo Mesto. Magra consolazione, in tribuna Aza Petrovic non avrà potuto fare a meno di pensare ai favolosi anni Ottanta: anche perchè prima dell'inizio il Cibona ha ritirato la maglia numero 4 di Mihovil Nakic e quella numero 11 di Andro Knego, da adesso all'eternità appese a fianco di quella dell'immenso fratello.
2. Memorabile anche la giornata di Napoli, ma non sul campo. Presentato Damon Jones, apparso in buona forma nella seduta di tiro ed onesto nell'ammettere di non conoscere né Marcelletti né tantomeno i nuovi compagni. A parte Kevin Kruger, ma solo perchè il padre Lon è un famoso allenatore di college (dal 2004 guida UNLV) con anche un'esperienza NBA (tre anni da head coach agli Hawks e uno da assistente ai Knicks). A proposito di Marcelletti, il tecnico dello scudetto casertano 1991 non si è visto alla presentazione e nemmeno all'allenamento del PalaBarbuto. Dopo il derby straperso con Avellino la rottura con la società è parsa evidente, ma ci sembra strano che dopo essersi messo in gioco qualche settimana fa quando mancava tutto adesso che arrivano i rinforzi Marcelletti sia andato al muro contro muro. L'esonero sembra imminente, sulle sue vere cause per il momento non facciamo illazioni anche se un'idea ce l'abbiamo. Curioso poi che improvvisamente il mercato della squadra di Papalia sia esploso, con un susseguirsi di voci da Boykins in giù: bisognerà dirlo ad Allred e Reynolds, si vede che non avevano capito il 'progetto'.
3. Il doping fa solo male o aiuta anche a stare meglio? Il fronte dell'ipocrisia è stato rotto ovviamente da Mark Cuban, che durante una conferenza all'università di Pittsburgh rispondendo a domande sul caso di Rashard Lewis (sospeso per 10 partite, causa livelli di testosterone troppo alti) ha spiegato che gli steroidi possono essere utilissimi nello sport per recuperare dagli infortuni. Sotto il controllo di un medico vero, ovviamente, e con limitazioni, anche se lo stesso proprietario dei Mavs si è detto consapevole dei meccanismi mediatici: ''Sicuramente i titoli saranno 'Cuban a favore del doping', o cose del genere''. Va detto che la Nba i controlli esistono, così come una lista di sostanze vietate, ma che le sanzioni sono molto blande. Per dire, solo alla quarta (!) positività riscontrata esiste il concreto pericolo di perdere una stagione: come spiegato anche in una interessante inchiesta di American SuperBasket di qualche settimana fa, in cui si faceva un parallelo con la Nfl. La curiosità è che le pene sono invece più severe in caso di positività a sostanze per così dire 'ricreative' e non volte a migliorare le prestazioni: cocaina, marijuana, eccetera. Vale per la Nba quello che vale per tutto il resto: bisogna crederci.
stefano@indiscreto.it

Siamo tutti candidati

1. Nemmeno il tempo di ironizzare sulle candidature olimpiche che vengono sfornate ''come pizze'' (parole di Petrucci) ed ecco che arriva quella di Milano. Solo annunciata, per non dire minacciata, da un consigliere provinciale (ma non c'era accordo fra tutti i partiti per abolire le Province?) che ha invitato il suo presidente a candidare Milano per il 2020. Insomma, per il momento il nulla, sia pure sostenuto dal comitato locale del CONI: meno di Bari e Palermo, moltissimo meno di Roma e Venezia che allo stato attuale sono le uniche due candidature serie. Con una nota del CONI provinciale che possiamo sintetizzare così: visto che lo Stato butterà già via una vagonata di soldi per le infrastrutture dell'Expo (è una nostra traduzione), tanto vale usare quelle stesse infrastrutture (che rappresentano di solito tre quarti del bilancio di un'Olimpiade) anche per i Giochi di 5 anni dopo. Ragionamento non strampalato, ma che parte dall'equivoco di tutti i concorrenti: cioè che l'Olimpiade sia di un paese e non di una città.
2. Non è un caso che Petrucci, prendendo sul serio solo Roma e Venezia, abbia ricordato (soprattutto ai giornalisti sportivi) dieci punti della Carta Olimpica. Da stamparsi bene nella testa il punto 2: ''È fatto assoluto divieto di definirsi Città richiedente («applicant City») finquando il Comitato Olimpico Nazionale non ha approvato tale richiesta''. Da marchiarsi a fuoco sul corpo il 3: ''Il Coni non potrà prendere in esame richieste di candidature da parte di Autorità di enti territoriali o di altri soggetti che non abbiano la legale rappresentanza della Città''. Al nostro paese significa che solo il sindaco può guidare questo tipo di candidatura. Noto ai più il 4: ''Nel caso in cui ci siano più potenziali Città richiedenti nello stesso Paese agli stessi Giochi Olimpici, solo una Città potrà essere proposta, così come deciso dal rispettivo Comitato Olimpico''. Tristemente noto al cognato del sindaco di Milano il punto 10: ''Le città presentate dai singoli Comitati Nazionali Olimpici al Cio («applicant City») diventeranno «Città candidate» solo in base ad una decisione del Comitato Esecutivo del Cio che, a quel punto, le proporrà per la votazione della Sessione del Cio''. Insomma, Milano non è mai stata candidata all'edizione 2000 (Sydney battè nelle votazioni IOC Pechino, Manchester, Berlino e Istanbul) anche se è vero che ci andò vicina: si ritirò dalla competizione una volta accortasi che i concorrenti erano troppo forti. .
3. Sintesi delle sintesi: l'Olimpiade è di una città, che deve avere lei per prima la forza di proporsi. Solo in un secondo tempo si potranno/dovranno mendicare soldi nazionali. Corollario: non si può chiedere a Venezia di tifare per la candidatura di Roma, o viceversa. Ne' in questa fase in cui sono chiaramente concorrenti, né in una fase successiva quando indirettamente il contribuente della città perdente finanzierà le manie di grandezza di quella vincente.

Maccabi Haifa già nella storia

di Alec Cordolcini
1. La sera di martedì 15 settembre 2009 il Maccabi Haifa ha vinto il trofeo più importante della sua storia. Non è stata l’ennesima Ligat HaAl, il campionato nazionale, né l’altrettanto ambita Gvia HaMedina, la coppa d’Israele. In questo caso il successo ha valicato i confini dello sport per approdare molto più in alto, verso uno dei diritti fondamentali dell’uomo: quello all’esistenza. Quel giorno infatti per la prima volta il canale satellitare del Qatar Al Jazeera ha trasmesso un incontro di calcio di una squadra israeliana, ovvero la sfida di Champions League tra Maccabi e Bayern Monaco. Uno shock per le frange più radicali del mondo arabo, che già in passato avevano preso di mira l’emittente, “rea” di essere stata la prima televisione del Medio Oriente a mandare in onda interviste a politici e militari di Israele, mediante azioni di sabotaggio quali la manomissione di reti elettriche cittadine per impedire la visione dei documentari “incriminati”.
2. Non è facile giocare a calcio in Israele, dove il campionato può essere interrotto per l’acuirsi di una crisi (è accaduto lo scorso gennaio durante gli scontri a Gaza) o dove un giocatore (il portiere Dudu Aouate) può essere oggetto di un aspro dibattito parlamentare in merito alla sua esclusione dalla nazionale per non aver rispettato lo Yom Kippur. Agli slogan antisemiti che i club sono costretti a sorbirsi durante molte loro trasferte europee (anche in Italia, dove nel 2005 proprio il Maccabi Haifa venne accolto dalla curva più “democratica” del Livorno a suon di cori irripetibili), si aggiunge il settarismo di una società fortemente frammentata al proprio interno, in cui i conflitti politici, religiosi, economici e sociali sono all’ordine del giorno. “In Israele non esiste la cultura del tifo”, spiega il giornalista locale Uri Misgav, “ma solo quella dell’odio”.
3. Eppure, a dispetto del permanente clima di tensione, anche nel calcio israeliano non mancano gli investitori. Il miliardario Arcadi Gaydamak, padre dell’ex proprietario del Portsmouth, ha acquistato il Beitar Gerusalemme, il tedesco Daniel Jammer si è lanciato sul Maccabi Netanya, e anche il finanziariamente dissestato Bnei Sakhnin, l’unico club arabo di alto livello in Israele (e pertanto la squadra più a rischio in termini di ordine pubblico), è stato recentemente rimesso in carreggiata da una donazione, sempre ad opera di Gaydamak, pari a 500mila dollari. Il Maccabi Haifa che oggi a Torino, città oltretutto gemellata con Haifa, affronterà la Juventus è invece sostenuto dalle notevoli disponibilità del businessman Ya’akov Shahar, presidente della Mayer's Cars and Trucks Ltd, azienda che opera nel ramo dell’importazione di automobili.
4. In casa bianconera gli attuali campioni in carica di Israele (11 i titoli nazionali finora in bacheca) non fanno paura. Tuttavia sottovalutare il Maccabi sarebbe un errore. La squadra messa in campo da Elisha Levi è solida e quadrata, gioca bene di rimessa, ha superato tre turni preliminari di Champions (nel secondo rimontando i kazaki dell’Aktobe da 0-3 a 4-3, nel terzo eliminando il più quotato e danaroso Red Bull Salisburgo) ed a fine settembre fa ha perso a Bordeaux solamente per un gol nel finale di partita. La loro arma più pericolosa si chiama Muhamad Ghadir, 18enne arabo-israeliano (pertanto dispensato da quei tre anni di servizio militare obbligatorio che ostacolano il passaggio di molti giovani talenti locali nel calcio europeo) genio e sregolatezza modello primo Cassano, del quale non possiede la classe cristallina sopperendo però con una notevole fisicità. Può ripercorrere le orme di Yossi Benayoun, messosi in mostra una decina di anni fa in Europa proprio con il Maccabi Haifa, e oggi pedina importante nel Liverpool di Rafa Benitez. Da seguire anche la punta georgiana Vladimir Dvalishvili, arrivata a prezzo di saldo (300mila euro) dallo Skonto Riga e miglior marcatore europeo della squadra con 5 reti realizzate nei preliminari. L’unico precedente tra Juventus e Maccabi Haifa lo si trova a livello giovanile, con la Primavera dei bianconeri vittoriosa 2-0 (doppietta di Daud, oggi in B al Crotone) al debutto del Torneo di Viareggio 2009. Questa volta però la posta in palio è di ben altra caratura.
wovenhand@libero.it
(in esclusiva per Indiscreto)

Distanti dalla classe media

di Stefano Olivari
1. Qualunque appassionato di basket ha visto decine di volte Shimon (chiamato Moni, come molti Shimon) Fanan, sempre seduto sulla panchina del Maccabi Tel Aviv per sedici anni di buona attività ma anche di gloria assoluta (le euroleghe 2004 e 2005, l'ingiustamente sottovalutata Suproleague 2001). Più di un team manager: amico e consigliere di molti giocatori, oltre che gestore dei loro investimenti. Secondo la stampa israeliana proprio un crack finanziario (con molti giocatori o ex giocatori semi-rovinati), unito alla depressione dopo avere lasciato la squadra l'anno scorso, lo ha portato due giorni fa al suicidio impiccandosi nel bagno. Ieri i funerali con migliaia di tifosi, ma non la squadra che è di rientro dalla burrascosa tournée americana: dopo lo show di Pini Gershon con i Knicks (espulso nel terzo quarto, per quasi dieci minuti l'allenatore si è rifiutato di lasciare il campo) la scorsa notte la squadra ha perso anche con i Clippers di Blake Griffin.
2. Fra l'altro il Maccabi non giocherà in questa settimana di Eurolega, avendo già esordito con l'Olimpia Lubiana. La prima italiana a scendere in campo è oggi la Montepaschi (18 e 30 a Zagabria con il Cibona, diretta su Sportitalia2), in un'edizione della competizione in cui il divario fra le corazzate e la classe media sembra aumentato. La squadra più completa ed equilibrata, l'unica fra le grandi a poter vincere con cattive percentuali da tre, è come al solito il Panathinaikos di Obradovic. Sulla carta di valore simile il morattiano (aggiorniamoci: pereziano) Olympiacos, con tre giocatori che hanno frequentato la NBA non da agitatori di asciugamani ma ai confini del quintetto base: allo strapagato Childress si sono infatti aggiunti Von Wafer (l'anno scorso ai Rockets) e Linas Kleiza (Nuggets). Un gradino sotto il Real di Messina e il Barcellona, un gradino e mezzo il CSKA Mosca e Siena che però finendo nel quarto giusto sarebbero di sicuro da Final Four. Il resto è formato da comprimari con realistiche ambizioni di superamento del girone iniziale (di questo gruppo fanno parte Milano e la più futuribile Roma) e mine vaganti la cui stagione può essere cambiata da un dettaglio o da un episodio. Di queste squadre la più intrigante è il Fenerbahce di Boscia Tanjevic, mix di esterni star (gli ultimi arrivati Greer, proprio l'ex napoletano, e Kinsey si sono aggiunti a Solomon e Giricek) e di giovani lunghi turchi con enormi prospettive come Semih Erden e Omer Asik.
3. Mentre scriviamo queste righe non c'è ancora l'ufficialità, ma sembra che la NBA possa iniziare la stagione regolare con i suoi arbitri veri e non con i loro sostituti. Sarebbe infatti stato trovato un accordo fra la lega e i rappresentanti dei fischietti, su questa base: stipendi 2009-2010 allo stesso livello del passato con lieve aumento la stagione successiva, ma soprattutto taglio con il machete delle spese di viaggio e di tutte quelle collaterali (diarie, rimborsi vari, eccetera). Il New York Times entra in dettagli anche sull'integrazione delle pensioni degli arbitri e su quella che secondo noi è (sarebbe) la vera vittoria di Stern: la possibilità di usare nei primi tre mesi di stagione regolare, fino a tre quarti delle designazioni totali, arbitri della D-League e della WNBA per fargli fare esperienze a livello più alto rispetto pre-season. In altre parole, l'obbiettivo è di facilitare il ricambio e ridurre il protagonismo di molti arbitri. Protagonismo sgradito ovviamente ai giocatori da vetrina: un passo in più e qualche Collina in meno, così i conti tornano.
stefano@indiscreto.it

Genialità Maya

di Simone Basso
1. Ultimo appuntamento stagionale con l'attualità del ciclismo, che logicamente tornerà puntuale (?) l'anno prossimo e almeno fino al 2012. Pensate alla genialità dei Maya che, programmando l'Armageddon per il Dicembre di quell'anno, ci consentiranno di godere ancora tre stagioni piene del calendario internazionale: rimarrà invece da capire, in caso di apocalisse, come assegnare titoli, coppe e scudetti in altri sport. A causa di questa eventualità, converrà a molti prepararsi per una partenza razzo; vinceranno, male che vada, il titolo di campioni d'inverno...
2. Ventidue anni fa finì il Superprestige, una specie di Mondiale a punti celebrato (con tanti sghei) da un celebre champagne, a causa di una legge francese che proibì le sponsorizzazioni alcoliche. Quella competizione, malgrado il baricentro spostato su Tour e Roubaix, premiò sempre lo sfregaselle più autentico e continuo dell'annata. Ecco, se ci fosse ancora, andrebbe senza nemmeno troppa suspence a Philippe Gilbert: il principe vallone, con l'accoppiata Paris-Tours/Giro di Lombardia, ripete l'impresa di altri tre veltri della leggenda a pedali. Un altro Filippo, quasi un secolo fa (1917), fece per primo il numero: ma il grande Thys vinse a Tours quando era ancora classica primaverile, al contrario di Rik Van Looy (1959) e Jo De Roo (1962-63). Raramente nel finale di stagione si era visto un atleta in uno stato di grazia simile: citando per dovere il Pascal Richard 1993, vorremmo ricordare il Bugno dell'anno prima.
3. La sfinge monzese fece poker con il mondiale di Benidorm, il Giro del Lazio, l'Emilia e la Milano-Torino: con quella pedalata meravigliosa avrebbe vinto anche la corsa delle foglie morte, se non si fosse impaurito in una discesa bagnata a parecchi chilometri dal traguardo. Quel dì, a seguire il solito Chiappucci kamikaze, fu Rominger: una replica sotto il diluvio del Tourmalet 1991, quando Miguelon si vestì di un giallo eterno. Quanti treni per la gloria perse il Gianni Nazionale...
4. Gilberto "Fondriest" ha timbrato quattro gare con la stessa tattica, ovvero la sparata in acido lattico col rapportone; due dì prima del San Fermo l'abbiamo osservato, al Giro del Piemonte, giocare come un gattone divertito. La volata, dopo una botta micidiale ai due dal traguardo, l'ha fatta osservando i topini strabattuti. A Fossano, quel pomeriggio, si ammirava con un amico inglese, innamorato perso di quello spettacolo esotico, il panorama eterno del ciclismo. Le pantere grigie con i nipotini, i cicloamatori con le gambe lucide, i curiosi dell'ultimo minuto: confortante e crepuscolare, sarebbe piaciuto anche a Gozzano.
5. Il ventisettenne belga, per tornare all'agonismo, rappresenta un bel simbolo di come dovrebbe essere interpretato questo sport. Il suo carnet 2009 è a dir poco eloquente: ad Aprile terzo al Fiandre, quarto all'Amstel e a Liegi, quattordicesimo in Romandia. A Maggio, alla Saronni, la tappa di Anagni del Giro. A Giugno lo Ster Elektrotoer e secondo nel campionato nazionale. A Settembre una Vuelta in crescendo e il sesto posto a Mendrisio. Poi, a ottobre, il poker d'assi. Una dimensione più autentica della professione, soprattutto se lo si paragona a un Contador che, il Sabato del Lombardia, faceva la grana a Cancun (luogo reso mitologico da Nick Van Exel...) in un criterium sulla spiaggia. Per contrapporsi al ciclismo malato d'armstronzite, abitato da Tourannosauri ossessivi, ci entusiasmano i nuovi ras come il finisseur di Aywaille o Motocicletta Cavendish; gente meno programmabile e più spontanea.
6. Già, la vicenda Radio Shack, roba da terzomondo pallonaro o cestistico; l'Uci (sbizzarritevi con gli acronimi, grazie..) ha dato la licenza alla banda Bruyneel, malgrado le evidenti irregolarità commesse. Il travaso di corridori dall'Astana, nonchè la possibilità di giocare su due tavoli contemporaneamente, sono degni della peggiore mafia calcistica: d'altronde, parlando con personaggi dell'ambiente, il clan del texano è praticamente intoccabile. Money talks. A proposito di vil denaro, inarrivabile lo stupore dell'emissario di Murdoch quando si sono stabiliti i costi del Team Sky. L'operazione, che tra un biennio arriverà a un esborso di 30 milioni di euro l'anno, ha fatto sorridere il buon uomo: ma come, tutta quella esposizione pubblicitaria, televista in mezzo mondo, vale il contratto di un Ibrahimovic qualunque? Eh sì, se non si interpretasse la parte di quelli bravi e pirla il circo dei Giri e delle Classiche sarebbe la migliore maniera di spendere danè nello scibile sportivo.
7. Tanto per fare un pò di dietrologia da complotto: pensate che si sia picchiato sul peccaminoso ciclismo solo per sete di giustizia? Qualcuno lo spieghi ai crucchi, che vorrebbero processare Ciofanni Ullrich per le gite da Fuentes. Basterebbero due affermazioni, scomode ma necessarie, per sgomberare il campo dall'ipocrisia tedesca. Ein: alla Wada, durante le Blatteriadi organizzate nella terra di Beethoven, non fu permesso nemmeno un controllo a sorpresa. Per intenderci, neanche una piece teatrale stile Formia. Zwei: lo sciagurato Kaiser Ian, malgrado i tanti soldi guadagnati, fu una delle vittime principali di Epolandia. Credete che, in un mondo normale, uno così si sarebbe fermato a un solo Tour vinto?
8. Vabbè, consoliamoci con l'addio al microfono di Yoghi Bulbarelli, sperando che da dirigente imponga in Rai un po' più di ciclismo. L'inizio promette bene: la sola idea di scampare alle telecronache di Fabretti, quello del padre di Federer, ci rende più buoni con il prossimo...
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)